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VIA
DA DAMASCO
Folgorazioni in controtendenza (Come ci siamo liberati dalla fede nelle favole) |
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- Racconto N. 1
da G.C.V. - Racconto N. 2 da Antonio C. - Racconto N. 3 da Paolo Valentini
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Racconto N. 1 - 25/03/03 da Giulio C.Vallocchia Avevo 11 anni nel
1953 e facevo la prima media. |
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Racconto N. 2 - 03/04/03 da Antonio C. Non ho mai speso
troppo tempo per riflettere su certe cose. A casa mia c'era da tirare
la carretta e da tirare la cinghia. Dio andava bene solo per bestemmiare
ogni volta che una disgrazia si aggiungeva a un'altra. Ho fatto cresima
e prima comunione solo perché i parenti ricchi mi avevano infilato
nel gruppo dei cuginetti perbene e mi regalavano un vestito nuovo e
il rinfresco. Già da allora, al catechismo, mi ricordo che tutto
quello che il prete ci raccontava mi sembrava inverosimile e campato
per aria. Molti degli altri ragazzini e ragazzine sembrava che ci credessero.
Ma poi, parlandoci separatamente, i dubbi ce li avevano pure loro. Del
resto già a sei anni, quando scoprii che la befana era una favoletta
come pure babbo natale, mi ero fissato in mente una frase che diceva
sempre mio padre "cuccù cuccù m'hai fregato una volta
e non mi freghi più" . Da allora sono tornato in chiesa
solo per il matrimonio. |
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Racconto N. 3 - 14/06/03 da Paolo Valentini Ripercorrere le tappe che mi hanno portato al totale ateismo non è stato facile, per il semplice motivo che mi sembra di essere stato sempre un antireligioso e di non aver mai creduto in fantomatiche entità onnipotenti e onnipresenti. Comunque, andando a ritroso nel tempo, sono riuscito ad identificare i punti basilari che hanno cancellato ogni sorta di dubbi. Prima di narrare i vari stadi del mio percorso devo riferire che un ruolo importante, anche se non fondamentale, lo ha svolto mio padre che ha sempre sollecitato in me le qualità osservative e di autentico scetticismo. All'età di tre anni subii un duro colpo, la morte di mio fratello. In quelle circostanze così dolorose tutti, eccetto mio padre, dicevano che era arrivato in un luogo bellissimo, insieme agli altri morti e vicino a un essere perfetto e di infinita bontà. Incuriosito da tali racconti chiesi dove fosse tale luogo; gli adulti mi rispondevano "in cielo". Così incominciai ad imparare e, con il trascorrere degli anni, scoprii che il cielo era pieno di stelle, pianeti e tanti altri oggetti astronomici, tutti costituiti della stessa materia del pianeta terra e del sole. Nel frattempo a scuola, attraverso esperienze negative, si rafforzò in me la convinzione che il comportamento umano si basa sulla sopraffazione, l'egoismo e l'ipocrisia e tali caratteristiche le trovavo molto accentuate fra i cristiani. Avevo ben capito che il paradiso e l'inferno erano dei luoghi inesistenti e che con la morte ogni essere vivente poneva fine per sempre alle sue esperienze. Inoltre, essendo il cervello la sede della coscienza e dei pensieri, con la sua disgregazione avavano fine anche tali suoi prodotti; da ciò ne scaturiva che l'anima era una pura invenzione escogitata dal potere religioso per far leva sulle masse umane, atterrite da sempre dalla paura della morte, per poterle soggiogare a piacimento. All'età di dodici anni decisi di leggere la bibbia per due motivi: il primo per trovare le stravaganti fondamenta di una ipotesi di uno studioso russo che sosteneva la visita di una avanzatissima civiltà di extraterrestri sulla terra, e gli eventi di ciò li trovava nella bibbia; il secondo se quelle scritture potevano avere delle basi di verità scientifica. Alla fine ditali studi pervenni alle seguenti conclusioni. L'ipotesi dello studioso russo era completamente priva di fondamento; eventuali episodi che potevano condurre alla tesi extraterrestre si interpretano semplicemente nel far vedere l'immensa potenza di un essere onnipresente e creatore del tutto, col fine di atterrire e umiliare le povere genti. Ovviamente non trovai alcuna base scientifica sulle affermazioni bibliche; per esempio i maschi umani dovrebbero avere una costola in meno rispetto alle femmine secondo la genesi, ma ciò non è. Nelle fonti archeologiche riguardanti l'antico Egitto non c'è traccia né delle sette piaghe e nessun faraone col suo esercito fu eliminato dalla acque del mar rosso; la terra non ha quasi 6.000 anni ma 4,6 miliardi di anni e inoltre tutte le specie viventi non sono state create da nessuno, ma si sono evolute in centinaia di migliaia di anni, compresa la specie homo. Nel leggere i testi cristiani e non scoprii tramite un elementare ragionamento che un essere infinitamente buono e perfetto non può creare un universo e esseri viventi imperfetti e che gli sarebbe impossibile dar vita ad un animale " a sua immagine e somiglianza" capace di inaudite crudeltà (quasi sempre perpetuate proprio in suo nome), come la storia umana purtroppo ne è così ricca. Ci sarebbero altre mille prove da addurre e innumerevoli ragionamenti per confutare ogni frase dei testi su cui si basano tutte le religioni. Ci furono altri due episodi che confermarono il mio ateismo. Il primo si colloca quando ero bambino, durante il ritiro che si effettua prima ella comunione. Stavo passeggiando nel giardino retrostante la chiesa, quando svenni a causa di una dolorosissima storta alla caviglia, causata dai grossi sassi con cui era lastricato il terreno del piccolo parco. Quando rinvenni mi trovai dentro la chiesa; accanto a me c'era seduta una suora che attribuiva la colpa dell'accaduto al fatto che in qualche modo il mio comportamento non era stato in sintonia con gli insegnamenti del catechismo, obbligandomi a pregare insieme a lei. In quegli istanti pensai che la causa della mia storta era da attribuire ai responsabili della chiesa che avevano arredato quel giardino con quei pericolosi sassi, sapendo benissimo che spesso vi giocavano i bambini. Il secondo episodio accadde nel 1997, quando tramite l'associazione dello sbattezzo cercai di farmi cancellare dai registri parrocchiali. Alla fine di un durissimo scontro verbale con il parroco riuscii a far scrivere vicino ai miei dati anagrafici la dichiarazione di non appartenere ad alcuna fede religiosa e di ritenere nulli i riti iniziatici subiti o esercitati. Osservai l'enorme odio e livore che il clero nutre contro gli atei; le parole che dovetti udire da quel prete sono impronunciabili, comprese orribili minacce di morte contro il sottoscritto. Infine aggiungo che con il procedere dei miei studi scientifici riesco a trovare le prove del mio ateismo, invece nessuna religione non ha mai e mai riuscirà ad addurre mezza prova alle loro idee, che sono pure fantasie purtroppo tremendamente pericolose. Paolo Valentini |
Racconto
N. 4 - 08/07/03 da Valerio Bruzzone Nel 1957 i miei genitori copularono, non so se per lussuria o per dare figli a dio. Considerate le forti simpatie comuniste di mio padre, propendo per la prima ipotesi; sta di fatto che nel gennaio del 1958 anch'io ho fatto il mio ingresso in questo mondo così porco. Sono cresciuto in un paesino dell'entroterra ligure: una manciata di case spalmate su un cocuzzolo dove troneggia la chiesa, una bruttissima costruzione ottagonale tirata su nell'Ottocento, con una pessima acustica, un affresco di sant'Antonio Abate (patrono del paese) piazzato all'esterno, sopra il portone, e un'annessa sala parrocchiale. Sant'Antonio, è noto, aveva la barba bianca e lunga, e l'artista l'aveva effigiato in perfetta aderenza ai canoni della tradizione, compreso l'immancabile porcello tra i piedi. Quella barba, in taluni adolescenti impertinenti, tra cui il sottoscritto, anziché incutere sentimenti di venerazione e ossequio, stimolava un gioco invernale irriverente. Quando nevicava passavamo interi pomeriggi impegnati in battaglie a palle di neve, agguati alle ragazzine, e, lo confesso, bombardamenti a tappeto sui ragazzini più piccoli. Ma il "clou" veniva alla sera, dopo cena, quando le vie erano deserte, e nessuno poteva assistere alle nostre nefandezze. Giravamo un po' per il paese alla ricerca di eventuali vittime, suonavamo qualche campanello, poi qualcuno lanciava l'idea: "Ragazzi, andiamo a tirare alla barba di sant'Antonio!" . "Siiiii", e partivamo di corsa. Non era facile centrare l'obiettivo, perché l'affresco era posizionato abbastanza in alto, ma non ce ne andavamo finchè qualcuno non ci riusciva. Era bello fare centro: per qualche giorno, nella nostra combriccola di scapestrati, eri quello che aveva centrato la barba di sant'Antonio. Ma procediamo con un po' di ordine. Nelle foto dei miei primi anni di vita si vede un bambino bellissimo (chi mi conosce stenta a crederlo), regolarmente scritturato dalle monache dell'asilo per il ruolo di angioletto in occasione della recita annuale in onore di chissà quale santo o madonna. Ero un bambino molto devoto; e come poteva essere altrimenti con quell'educazione religiosa terroristica che ci inculcavano le suore? Devo dire che, in fondo, erano delle brave criste: facevano un minestrone favoloso, avevano la giostra e il dondolo, ammollavano qualche sganassone a chi se lo meritava; quest'ultimo era un principio educativo accettato senza problemi, non erano delle suor Pagliuca, erano delle vice-mamme. Io ero il loro cocchino, e non ho mai preso un solo ceffone. Essendo monache, avevano molto a cuore la salvezza delle nostre anime, e così ci istruivano sui pericoli da evitare, per non incorrere nella dannazione eterna. Libercoli con figure terrificanti, strade ampie, in comoda discesa, popolate di diavoli con ali di pipistrello, corna, zampe caprine e ghigno concupiscente: la strada del peccato. All'opposto, la strada della salvezza: sentierini ripidi e scoscesi, da percorrere in salita, ma con l'angelo custode a fianco. Il PECCATO! Poteva essere veniale o mortale, il primo ti faceva diventare l'anima grigia, e per lavarla dovevi stare in Purgatorio per qualche secolo; il secondo te la faceva diventare nera come il carbone, e ti faceva andare dritto all'Inferno. La descrizione dell'eterna dimora dei reprobi era straordinariamente efficace, ed è rimasta scolpita nella mia memoria. Suonava così: "Pensate un po' a quando vi scottatte un dito con un fiammifero: quanto fa male! Eppure è solo un attimo. Nell'Inferno i dannati sono completamente avvolti dalle fiamme, dalla testa ai piedi, per tutta l'Eternità. E' un fuoco che brucia ma non consuma, e dura per sempre". Porcogiuda! Il terrore serpeggiava tra quei grembiulini azzurri e rosa, tutti volevamo avere l'anima immacolata, e per fortuna avevamo gli esempi di virtù, distinti per sesso: santamariagoretti per le bambine, un santo fanciullo di cui non ricordo il nome, allievo di sangiovannibosco, per i bambini. Erano sempre raffigurati con almeno un giglio in mano, una splendida aureola, un'espressione che voleva essere estatica, ma che talvolta sembrava lievemente ebete; portati a esempi di purezza, non ci era molto chiaro il perché fossero dei santi. Forse perche' andavano a comprare il latte senza sbuffare? L'idea di rischiare di bruciare per l'eternità mi terrorizzava, e mi rodeva pure il culo all'idea di dover stare in Purgatorio per qualche secolo; paure e domande si affastellavano nella mia capoccetta di bambino; chiedevo cosa bisognasse fare per non finire all'Inferno, e, tra le altre cose, mi parlavano di confessione e comunione: la prima puliva l'anima, la seconda la cibava. Allora chiedevo di farle entrambe, ma mi dicevano che ero troppo piccolo, che dovevo aspettare. Cazzarola! Aspettare. E se mi dovesse succedere qualcosa? Insistevo, ma non c'era niente da fare. E così mi consolavo un po' pensando che, essendo battezzato, perlomeno non sarei finito nel Limbo, a stare lì, come un pesce lesso, per tutta l'eternità, senza neanche poter giocare a nascondino. Il catechismo era altrettanto surreale. Ci insegnavano i dieci comandamenti, tutti comprensibili per un bambino, tranne uno: non fornicare. Le nostre continue richieste di spiegazioni su questo comandamento cozzavano contro un muro di gomma di evasività; "Significa non fare le cose brutte" ci spiegavano pazientemente le suore; ma quali erano queste cose brutte? "Eeeh, le cose brutte!". Vacci a capire qualcosa: nove comandamenti sono precisi e chiari, e ce n'e' uno, che può mandarmi all'inferno, ma non si riesce a capire cosa dica. Un mio amichetto aveva avanzato un'ipotesi: non fornicare poteva significare non ammazzare le formiche; neanche questa congettura ci aveva convinti molto, e così crescevamo senza sapere cosa volesse dire "non fornicare", ma col rischio di finire dritti all'Inferno se avessimo fornicato. Le suore, nel prendersi cura delle nostre piccole anime, cercavano anche di forgiare dei futuri cristiani militanti. Quando si avvicinavano le elezioni, ci distribuivano santini della D.C. in sostituzione delle consuete madonnine, e ci dicevano: "Se voti scudo crociato vincerai, se voti falce e martello perderai". La posta in gioco non era chiara; cosa si poteva vincere? un panino con la Nutella? e cosa si perdeva? La cosa buffa era però un'altra. Mele, il mio paese, è sempre stato una piccola Russia sovietica, a maggioranza assoluta P.C.I.; negli anni '50 era l'unico Comune in tutta la provincia di Genova ad avere un sindaco comunista. Era inevitabile che, durante i comizietti monacali, qualche pargoletto saltasse su a dire: "Mio padre è comunista", creando sconcerto ed imbarazzo tra le spose di Cristo. Cosi' sono cresciuto insidiato da stormi di démoni in perenne agguato dietro ogni angolo; avevo una paura fottuta del buio, perché credevo che nell'oscurità albergasse il Maligno, o quantomeno un suo scagnozzo. Se dovevo passare in qualche posto poco illuminato, erano cazzi amari. Invocavo mentalmente l'angelo custode, ma la strizza mi rimaneva tutta. Allora passavo ai livelli più alti della gerarchia, mi rivolgevo alla Madonna e a Gesù bambino, e partivo a razzo, col cuore in gola, pensando solo a raggiungere la luce al più presto. E non potevo neanche smadonnare come reazione alla paura, sennò finivo all'Inferno. Col tempo, però, l'innocenza di quel piccolo angioletto biondo, così intensamente devoto, inziò a subire i primi duri colpi di maglio: guizzi di empietà fecero capolino in quell'animuccia candida, nefasti prodromi del futuro allontanamento dalla retta via. Non ricordo a che età ho tirato il primo bestemmione, ma a sei anni ero già ferrato in materia. Fu in quel tempo, infatti, che ricevetti l'agognato passaporto per la salvezza: la Prima Comunione, con tanto di Confessione preventiva. Qual è il nesso tra prima bestemmia e Prima Comunione? Un po' di pazienza per favore. Normalmente al mio paese l'Eucarestia si riceveva a sette anni; io però ho un fratello di venti mesi più grande, provengo da una famiglia operaia, due anni dopo la Comunione c'era la Cresima, quattro anni consecutivi di grandi festeggiamenti avrebbero inciso parecchio sul bilancio domestico. Da qui l'idea di anticipare di un anno per me, e ritardare altrettanto per mio fratello, il rilascio del salvacondotto, con un'unica festa. La stessa cosa avvenne poi per la Cresima. La preparazione alla Prima Comunione fu lunga e minuziosa: mesi di catichismi pomeridiani, impartiti dal sacerdote di una parrocchia vicina, appositamente ingaggiato; preghiere e dogmi da mandare a memoria: i peccati capitali, le virtù teologali, i misteri della fede. Imparai che con l'ostia potevo farci quello che volevo, finchè era solo una cialda bianca; il simpatico docente, per rendere più efficaci le lezioni, spettacolarizzava l'insegnamento: si infilava l'ostia sconsacrata in tasca, la scagliava malamente sulla cattedra, camminava per la stanza con la particola in bocca. Ci divertiva molto vedere quella tonaca svolazzare lungo la sacrestia, mentre maltrattava la povera cialdina. Poi il don assumeva un espressione grave, solenne, e in un crescendo di enfasi ci rivelava la trasformazione che l'ostia subisce con la consacrazione; anche una sola briciola "E' Gesù! E' Gesùuuu!!!", scandiva il buon sacerdote, sgolandosi e con le gote paonazze per il fervore. Sono quasi certo che ci credesse sul serio. Neanche in questo ciclo di catechesi, però, riuscii a capire cosa significasse "non fornicare". Ma oramai il problema si stava avviando a soluzione: se, al momento della confessione, il prete mi avesse chiesto se avevo fornicato, io gli avrei detto di sì, lui mi avrebbe assolto, e tutto si sarebbe sistemato. Il gran giorno, intanto, si avvicinava, anticipato dalle prime fregature. Venne il momento della Confessione, resa all'anziano parroco, un mite e simpatico vecchietto di statura minuscola e dal sorriso buono; l'esatto contrario del burbero curato. Gli uomini, e i bambini, potevano confessarsi in sacrestia, in un confessionale senza grate, inginocchiati a fianco del sacerdote; al momento di inginocchiarsi l'occhio cadeva su un bell'Atto di dolore affisso sulla parete dell'abitacolo penitenziale. Sollecitato dal prevosto iniziai a recitare: "Gesù mi pento e mi dolgo di tutti i peccati…" . Non capivo cosa volesse dire quel "dolgo", ma oramai cominciavo a rendermi conto che della mia pretesa di capire non gliene fregava un granché, l'importante era sapere le cose a memoria. "Peccati grossi ne hai commessi?" mi chiese il bonario confessore, col tono affettuoso che potrebbe avere un nonno, e rimase nella trepida attesa di una risposta negativa. Io mi ricordai che pochi giorni prima, litigando col mio fratello maggiore (l'altro comunicando), gli avevo sputato addosso. In verità, al catechismo, non ci era mai stato detto che sputare addosso ai fratelli, o comunque alle persone, era un peccato. Però mio padre detestava questo sistema così incivile di espressione dei sentimenti del momento, e ci educava di conseguenza. Quindi ….. Tana!! Il peccato grosso ce l'avevo eccome; con voce tremante, pensando a quello sputo, sussurrai: "Sì, uno". Non ci furono conseguenze devastanti; non mi fu neanche chiesto in cosa consistesse quel peccato, fu semplicemente irrobustita la dose di Avemarie e Padrenostri con cui espiare le colpe. Prima fregatura: andarsi a confessare significava dover stare una mezz'oretta a biascicare preghiere, inflitte come punizione, a mo' di scoppole. Ma il bidone più grosso ci fu rifilato alla vigilia del Gran Giorno: digiuno! Io, che non saltavo una merenda, dovevo stare un'intera giornata senza mangiare, e neanche avrei potuto fare colazione l'indomani mattina. Cominciavo ad essere un po' nervoso, ma mi sosteneva l'idea che finalmente avrei ricevuto Gesù. L'emozione era intensa, nonostante i borbottii sempre più frequenti del mio pancino vuoto. E venne il Corpus Domini. Lavati, borotalcati, bardati col vestitino nuovo, con l'anello d'oro regalato dai nonni, io e mio fratello uscimmo in cortile, per aspettare mamma e papà. Iniziammo a giocare, a stuzzicarci, e di lì a litigare il passo fu brevissimo. Furono botte da orbi: calcioni, schiaffi, tentativi di strangolamento; il tutto accompagnato da orribili bestemmie. I poggioli circostanti si affollarono in un lampo, donne sbigottite urlavano: "Smettetela!", "Si picchiano!" e chiamavano mia madre a gran voce. Purtroppo il paese funzionava così; non potevi mai fare niente di veramente divertente, come fare a botte, tiranneggiare i bambini più piccoli, camminare sull'orlo di qualche muro pericolante, tirare con la fionda sulle chiappe delle bambine, che subito i grandi si impicciavano, ti rimproveravano e andavano a dirlo ai tuoi genitori; tornavi a casa e le prendevi. Quella volta ce la cavammo con un cazziatone gigante; in fondo era un giorno di Festa. (continua) Valerio Bruzzone |
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Racconto N. 5 da Max - 17/11/03 La mia fede cominciò
a traballare, alle scuole medie, nell'ora di religione. L'insegnante(semplice
e disponibile, devo essere sincero) ripeteva spesso durante la lezione
che Dio non aveva bisogno di creare l'uomo. Una mattina alzai la mano,
e le posi l'ovvia domanda "Professoressa, ma allora perchè
lo ha creato?". Il suo viso sembro ricoprirsi di luce:"
Perchè potessimo amarlo" mi rispose. |
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Racconto N. 6 da L.L.Fassi - 4/05/04 L'ULTIMA VOLTA Avevo sedici anni,
un percorso scolastico disastrato, un senso di vuoto alle spalle e
davanti. La musica non era più un sollievo, i miei pensieri
erano confusi. Avevo un bel sorriso e grandi occhi chiari, ciò
che mi permetteva di spostare tutta la mia attenzione sull'amore,
forse l'unica cosa che mi poteva ancora andar bene. Era bastato uno
scambio di sguardi con il ragazzino biondo perché si compisse
l'innamoramento estivo. Poi è partito pieno di promesse ed
io scambiavo sguardi con tutti gli altri. Al ritorno in città,
nella stessa città, eravamo ormai "insieme". Tante
telefonate, tante passeggiate al fine settimana e l'attesa della sera
- prima delle otto - per abbracciarci sulle panchine del parco. Aspettando
che l'amore diventasse un grande amore, si cancellavano anche i segni
delle prime emozioni. Presentata alla sua famiglia, una domenica,
mi trovo a Messa per non far sapere ai suoi che io
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| Racconto
N. 7 da Franca Paniconi 16/04/05 "Dedicato ad Andrea" Avevo una nonna
"tridentina", nel senso che parlava e agiva (come ho scoperto
molti anni dopo, studiando di Riforma e Controriforma) con le esatte
parole del clero degli anni '50: abbarbicato, aggrovigliato nella
difesa dei "valori" del cattolicesimo, contro ogni possibile
"deviazione" da quanto stabilito dal Concilio di Trento.
Si scagliavano anatemi contro chiunque si discostasse minimamente
dalle disposizioni emanate dai papi succedutesi alla Cattedra di Pietro
(o di Maria Maddalena, come prospettato nel best seller di Dan Brown
"Il Codice da Vinci"?). Usavano quindi le vecchiette bigotte
per veicolare la loro visione del mondo. |
| Racconto
N. 8 da Sergio - 29/07/05 Come fu che non diventai prete Genova anni Cinquanta.
Regnava il cardinal Giuseppe Siri. Ero in collegio dalle suore. Un
giovane e dinamico prete, Don C…o, ha una brillante idea: fonda
nel collegio una sezione, la sezione Pio X, per reclutare giovani
leve da avviare al sacerdozio. Le giovani leve avevano nove o dieci
anni. Dopo la quinta elementare sarebbero entrate nel seminario inferiore. Cos’era
successo in quel periodo estivo che mi aveva fatto dimenticare la
vocazione, il seminario e tutto il resto? Semplicemente niente. La
vocazione si era disciolta come neve al sole, non si parlò
più di Genova e seminario. Siccome però dovevo comunque
andare in collegio mi fu trovata una nuova sistemazione, e fu appunto
dai salesiani vicini. Sergio |
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Racconto N.
9 da Luigi - 7/10/05 Luigi De Lauretis Nisii - luigidelauretis@tiscali.it |
Racconto N. 10 da Gianni - 10/08/07 Salve, mi chiamo Gianni e sono di Perugia. Sono un ateo, non credo in nessun dio, perché secondo me è una invenzione dell'uomo, da quando ha iniziato ad essere consapevole della propria esistenza, e da quando ha capito di essere piccolo e debole nei confronti della natura. Ho rispetto per chi crede, e non invoco certo la cancellazione dei credenti e di chi si sente di avere un lato spirituale. Ma al tempo, non capisco e combatto chi, indifferentemente dalla religione che professa, cerca di conquistarsi un potere, una posizione sugli altri. E quindi odio tutte quelle organizzazioni religiose che con metodi piu o meno sporchi, piu o meno feroci, hanno apportato ed apportano ancora oggi alla civiltà umana. Inutile parlare di religioni e di stati ad impronta fortemente teocratica, dove si è condannati a morte solo se si è etichettati o scoperti come non credenti. Ma la cosa non era poi così diversa da noi solo 200 anni fa. Parlo invece visto che sono italiano e vivo in Italia, dello specifico della chiesa cattolica, che invece di limitarsi a professare il proprio credo in maniera onesta e fedele ai propri stessi principi, esercita invece una azione di controllo su milioni di soggetti umani, cresciuti nel classico ambiente familiare cattolico bigotto, o anche semplicemente religioso per forma, per convenienza, per status di identificazione morale. La chiesa, l'organizzazione cattolica, non potendo ovviamente oggi bruciare gli eretici o chi semplicemente non crede, e vuole vivere libero nel rispetto di tutti, è costretta in azioni di isolamento psicologico, chi non crede è non solo blasfemo, ma è soprattutto un pericolo per la chiesa. Perché un giorno forse tutti potremmo capire che l'idea del dio come rifugio, come per dare un senso alla nostra esistenza, potrà essere alleviata semplicemente accettando che esistiamo e basta. E non c'è bisogno di inventarsi un dio fatto chissà come. Il sentimento religioso, credere in un qualcosa è e dovrebbe restare una cosa personale, chi crede è ovvio che cerca di condividere quello che sente, o crede di sentire, con gli altri. Ma con cio, esso non deve prevaricare i sentimenti degli altri, se io non credo ma conosco una persona alla quale voglio bene che invece crede, non mi sognerei mai di dubitare di essa, o di convincerla che non c'è nulla. Posso si, parlare e cercare di spiegare il perché x me non esiste un dio, ma comunque non mi sentirei mai di isolarmi da essa. E lo stesso dovrebbe fare chi crede. Molti x fortuna sono così civili, ma purtroppo nella maggior parte dei credenti cattolici, c'è una cattiveria insana. C'è vero razzismo, io l'ho sperimentato sulla mia pelle. Sono stato emarginato, osservato come un figlio stupido perché non andavo a messa. Per fortuna non da parte dei miei genitori, che hanno sempre cercato di educarmi con rispetto e amore, ma purtroppo da parte di parenti, le persone piu egoiste e disoneste che io abbia mai conosciuto. Persone che andavano e vanno a messa 2 o piu volte alla settimana. Non tutti i cattolici saranno così, ovviamente. Ma purtroppo, in italia, la religione cattolica ha ormai dopo 2000 e piu anni, un potere cosi grande, così consolidato, che coinvolge così tante persone, che è quasi impossibile poter pensare di scardinarlo. La chiesa cattolica italiana, il vaticano, si alimenta anche e soprattutto con il suo continuo trasformismo. Ogni cosa è lecita per poter acquisire consenso. E' sempre stata così, e sempre lo sarà, perché per conservare il potere, fino a quando si può obbligare con la forza il popolo, lo si fa. Oggi che per fortuna le menti umane sono libere, rispetto anche a solo 100 anni fa, la chiesa cerca di andare incontro a tutte le sfumature possibili, pur di non perdere terreno. E facendo questo si contraddice sempre, ed annulla di continuo i suoi presunti principi iniziali con la quale era iniziata. E' proprio vero che essa è l'oppio dei popoli. E a livello politico, e l'Italia ne è l'esempio più chiaro, purtroppo, c'è una classe politica che mai farà nulla per venire incontro ad un bisogno di laicità. Perché essa è vista come una minaccia per il potere della chiesa. Mentre essere laici invece è una risorsa anche per chi crede in un dio. Perché uno stato laico permette a chi crede di poter gestire la propria vita e la propria morte secondo i suoi principi, contemporaneamente a chi non crede. Io che non credo mai mi sognerei di staccare la spina ad un amico che vuole provare a vivere fino alla fine delle sue sofferenze. Ma se invece lo stesso amico dovesse cambiare idea, sarei sempre pronto a soddisfare la sua richiesta per una morte dignitosa. Perché vorrei che lo stesso fosse fatto a me. Ma invece non è così. In uno stato laico ci dovrebbero essere le stesse possibilità per tutti di poter soddisfare i propri bisogni, sempre se essi non vanno a prevaricare quelli degli altri. Invece non succede. Uno stato non laico è uno stato non giusto. E' uno stato parziale, garantisce più a chi si uniforma, e meno ad altri che non sono come l'identità religiosa principale vigente. Se noi italiani vogliamo etichettarci come moderni, diversi da chi taglia una testa di un miscredente, se vogliamo davvero dirci civili, un esempio da imitare, dobbiamo iniziare a costruire uno stato veramente laico. Libero da preconcetti religiosi o morali ritenuti validi a priori. La laicità in Italia esiste ma solo come vestito formale, da mostrare al resto del mondo. Esiste nella costituzione, ma nei fatti non c'è. E' ovvio che anche la costruzione di uno stato laico, non significa che saranno abbattute tutte le ingiustizie, la criminalità. Ma intanto è un primo passo importante, perché moltissime organizzazioni criminali usano proprio la religione per giustificare le proprie azioni. Con questioni di onore, di rispetto, di esistenza di persone superiori, vicine alla volontà di dio, che rivendicano una superiorità di facciata sugli altri, per poter fare tutto quello che vogliono. Molte organizzazioni criminali portano nomi di santi. In uno stato laico, dove l'organizzazione religiosa non può intervenire sulle decisioni dello stato, ma può solo esercitare negli ambienti adatti, è più possibile combattere i fenomeni di criminalità, ed agire legalmente nei surprusi. E si difendono tutti i cittadini, di ogni religioso e non. Ma in italia siamo molto lontani da tutto questo. |
Racconto N. 11 - da Roberto Sega (15/01/08) Carità Cristiana Prima dell’ultima guerra, la mia famiglia aveva un’ottima posizione economica, tanto che poteva permettersi di mandare noi bimbi ad una scuola privatissima ed esclusiva, gestita da suore svizzere di lingua tedesca. L’istituto, situato in Via Como, si chiamava allora “Nostra Signora di Lourdes”; oggi, è trasformato in un lussuoso albergo per il turismo religioso, con il nome di “Aedes placida”… In tutte le Scuole del Regno - ed a maggior ragione nelle scuole private - nel mese di maggio c’era l’usanza di sollecitare gli scolari ad atti di bontà e ad una particolare obbedienza verso i genitori, oppure si suggerivano loro immotivate rinunce a qualche golosità o a qualche piccolo divertimento. Queste privazioni, che mi sembra siano in vigore ancora oggi, erano chiamate “fioretti”. Le pie sorelle svizzere ci facevano trascrivere i fioretti su piccoli foglietti di carta velina finissima (allora molto usata come carta da ricalco con la carta carbone). Terminato il mese mariano, questi foglietti, con una solenne cerimonia ricca di canti, giaculatorie ed orazioni varie, venivano bruciati in un angolo del grande parco della scuola. I leggerissimi pezzetti di carta, mentre bruciavano, venivano portati verso l’alto dall’aria calda, e le Suore ci dicevano che quelle fiammelle che svolazzavano erano le sante anime del purgatorio che, grazie ai nostri piccoli sacrifici, salivano in paradiso… Una volta - frequentavo la prima, al massimo la seconda elementare - stavamo andando a compiere questo rito, marciando in fila per due, seri e compunti, ognuno con il proprio mazzetto di fioretti in mano. Nel silenzio del parco, si sentiva solo il rumore dei nostri passi cadenzati sulla ghiaia …e la mia voce che chiacchierava non so di cosa con il compagno che mi stava accanto. Un fetente di bambino davanti a me si girò e con aria sussiegosa mi disse: “La vuoi smettere? ...Fai silenzio, che stiamo andando a liberare le Anime Sante del Purgatorio!...” Il mio fiero spirito di Libero Pensatore, ancora in erba, ma evidentemente già ben delineato, si ribellò: “Ma statte zitto te, statte... Aho, ma anvedi questo!... Ma quali anime der purgatorio?... Che, nu’o vedi che sò solo pezzi de carta?...” Mi interruppi: con la coda dell’occhio avevo visto dietro di me una Suora, della cui presenza prima non mi ero accorto. In un attimo, vidi tutto nero, probabilmente persi i sensi per qualche decimo di secondo: mi era arrivata in piena nuca una tremenda pacca, elargita dalla piccola suorina svizzera con tutta la Santa Carità e la Misericordia Cristiana di cui era capace la sua ossuta mano. Ricordo poi, vagamente, gli indignati, aspri rimproveri della Suora Direttrice, nel suo ufficio, alla presenza di mia madre in lacrime, appositamente convocata d’urgenza. Non era la prima volta che mia madre veniva convocata dalla Direttrice: qualche tempo prima ero stato sorpreso, durante la ricreazione, mentre, in una zona isolata del parco, nascosto sotto un grande tavolo di marmo, tossendo, lacrimando e con un groppo nello stomaco, tentavo di fumare una sigaretta, evidentemente sottratta a mio padre… Il successivo anno scolastico, credo la terza elementare, lo frequentai presso la Regia Scuola Elementare “Filippo Corridoni”, oggi “Fratelli Bandiera”, a Piazza Ruggero di Sicilia. Sono sicurissimo che all’origine di questo cambiamento non ci furono solamente i problemi economici che, a causa della guerra, in famiglia cominciavano ormai a farsi sentire… |
Racconto N. 12 da Ivano Giovanardi (30/05/08)
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