VIA DA DAMASCO
Folgorazioni in controtendenza
(Come ci siamo liberati dalla fede nelle favole)

- Racconto N. 1 da G.C.V. - Racconto N. 2 da Antonio C. - Racconto N. 3 da Paolo Valentini
- Racconto N. 4 da Valerio Bruzzone - Racconto N. 5 da Max - Racconto N. 6 da L.L.Fassi
- Racconto N. 7 da Franca Paniconi - Racconto N. 8 da Sergio - Racconto N. 9 da Luigi
- Racconto N. 10 da Gianni - Racconto N. 11 da Roberto Sega - Raccondo N. 12 da Ivano Giovanardi


Racconto N. 1 - 25/03/03 da Giulio C.Vallocchia

Avevo 11 anni nel 1953 e facevo la prima media.
Un' infanzia e adoloscenza piuttosto fuori del normale dal momento che avevo perso mia madre quando avevo appena un anno e mio padre viveva fuori Roma con la nuova moglie e due nuovi figli.
Io passavo da una nonna all'altra con una certa periodicità, godendo delle attenzioni che si dedicano normalmente ai poveri orfani.
Dal punto di vista religioso devo dire che in famiglia nessuno mostrava particolari propensioni al misticismo e la messa domenicale era molto meno di un optional.
Tuttavia il cristianesimo mi affascinava, soprattutto per le cerimonie religiose verso le quali sentivo una forte attrazione.
Solo più tardi ne compresi il motivo, quando fui preso dal "fascino del palcoscenico" e passai una decina d'anni a sgambettare sui tavolacci di vari teatri, prima come filodrammatico e poi come attor giovane nella compagnia di Checco Durante, un attore noto soprattutto a Roma dove dirigeva una compagnia specializzata in commedie in vernacolo.
Ma non dimenticherò mai la mia prima vera esibizione che non fu a teatro ma in una chiesa.
Vicino alla casa di mia nonna c'era un piccolo convento di suore con una chiesetta dove messe e funzioni godevano all'epoca di un discreto seguito popolare. Ma il culmine dell'affluenza si raggiungeva la domenica mattina specialmente alla messa delle 10, quando la chiesetta si riempiva completamente di monachelle e fedeli.
All'epoca i ragazzini disposti a fare i chierichetti erano tantissimi e la concorrenza era parecchia, tanto più che nei primi anni cinquanta c'era ancora molta fame e povertà e ad entrare nel giro dei chierichetti si godeva il favoloso vantaggio di una merendina a base di pane e cioccolata, quella cioccolata spalmabile come i formaggini che a casa mia non si era mai vista. La merendina spettava a tutti noi ragazzini, bastava che ci offrissimo per servir messa, ma io sbavavo dal desiderio di entrare in scena appresso al prete, insieme agli altri chierichetti che all'epoca non erano mai meno sei.
La scelta dei candidati la faceva una suora altissima, segaligna e bruttissima che doveva avermi in antipatia perché non mi sceglieva mai. Finchè un giorno, per punire un chierichetto già pronto che però stava facendo una gran caciara lo apostrofò dicendo : "Tu non servi......." e poi rivolta a me che mi sentivo squagliare dall'emozione, putandomi addosso l'indice ossuto disse perentoria: "Servirai tu".
Cominciò a girarmi la testa e tutto tremante indossai la tonachella bianca smessa dall'altro ragazzino con il cuore che mi batteva furiosamente.
Ero l'ultimo della fila di sei chierichetti e attesi a mani giunte che la campanella della sacrestia desse inizio al corteo. Mi tremavano le gambe. Entrai in scena come in trance, la chiesa mi girava intorno alla testa. Le candele e le luci sembravano il sole d'agosto e io ero convinto che tutti stessero guardando me. A distanza di 50 anni ricordo perfettamente l'emozione profonda di quel momento straordinario.
Stavo partecipando a un gioco meraviglioso. Parole misteriose ora sussurrate ora altisonnati, musiche e canti ora dolcissimi ora potenti, silenzi improvvisi inframezzati da campanelli tintillanti, gestualità magnifica e ampia e là, al centro di tutti gli sguardi, LUI, l'officiante bardato e maestoso che sembrava irradiare luce propria e faceva convergere su di sé la forza centripeta di quel microcosmo.
Mi convinsi che niente al mondo poteva essere più bello ed eccitante di fare il prete.
Ma il mio sogno si interruppe poco tempo dopo.
Venne a salutare mia nonna il figlio di suo fratello Teodoro, un giovanotto poco più che ventenne in partenza per Milano dove aveva trovato da lavorare. Era un comunista tosto, di quelli che quando ancora era vivo Stalin vivevano la loro militanza come un apostolato. E così dopo pranzo, mentre tutti si erano appennicati, il figlio di zio Teodoro pensò bene di dedicarsi all'istruzione politica dell'orfanello. Naturalmente non capii un accidente di tutte quelle elocubrazioni, ma un cosa mi colpì profondamente, la parola ateismo. Era la prima volta che la sentivo e a differenza di tutta la paccottiglia ideologica ne compresi perfettamente il significato. Dio non esisteva, era un'invenzione degli uomini tale e quale agli dei degli antichi, anzi peggio, fantasia, favole, imbroglio dei preti per tenere asservito il popolo lavoratore. Insomma fra dio e babbonatale la sola differenza era che babbonatale non puniva nessuno mandandolo all'inferno.
Devo dire che quello che mi sconvolse di più era il fatto che se dio non esisteva non potevo fare il prete. Se per godere di tutte quelle meravigliose emozioni che avevo appena intuito facendo il chierichetto dovevo spacciare favole facendo finta di credere in dio, ebbene non potevo mentire.
Naturalmente non accettai subito come certezza assoluta quelle prime informazioni sull'ateismo. Avevo fatto da poco la prima comunione e tutto il catechismo assorbito qualche sedimento consistente l'aveva lasciato. Mi ci vollero tutte le medie e il liceo prima di arrivare a convincermi definitivamente che quel lontano parente in visita almeno su una cosa aveva avuto ragione.
Il figlio di zio Teodoro partì, né più l'ho rivisto. E non ha mai saputo che per colpa di un dubbio subdolamente insinuato nella mente di un tenero orfanello quello che poteva diventare un prete, forse un vescovo e magari, chissà, forse papa finì per sfogare il suo esibizionismo soltanto sulle tavole di un palcoscenico dei teatri amatoriali.
In compenso ha fatto molti meno danni di quelli che si esibiscono da ben altri pulpiti.

Giulio C.Vallocchia


Racconto N. 2 - 03/04/03 da Antonio C.

Non ho mai speso troppo tempo per riflettere su certe cose. A casa mia c'era da tirare la carretta e da tirare la cinghia. Dio andava bene solo per bestemmiare ogni volta che una disgrazia si aggiungeva a un'altra. Ho fatto cresima e prima comunione solo perché i parenti ricchi mi avevano infilato nel gruppo dei cuginetti perbene e mi regalavano un vestito nuovo e il rinfresco. Già da allora, al catechismo, mi ricordo che tutto quello che il prete ci raccontava mi sembrava inverosimile e campato per aria. Molti degli altri ragazzini e ragazzine sembrava che ci credessero. Ma poi, parlandoci separatamente, i dubbi ce li avevano pure loro. Del resto già a sei anni, quando scoprii che la befana era una favoletta come pure babbo natale, mi ero fissato in mente una frase che diceva sempre mio padre "cuccù cuccù m'hai fregato una volta e non mi freghi più" . Da allora sono tornato in chiesa solo per il matrimonio.
E anche questo solo perché mia moglie se non passavamo dal prete non mi sposava. E poi a me che m'importava ? Così feci la mia ultima visita in chiesa. Quindi non credo proprio di essere diventato ateo. Lo sono sempre stato.

Antonio C.


Racconto N. 3 - 14/06/03 da Paolo Valentini

Ripercorrere le tappe che mi hanno portato al totale ateismo non è stato facile, per il semplice motivo che mi sembra di essere stato sempre un antireligioso e di non aver mai creduto in fantomatiche entità onnipotenti e onnipresenti. Comunque, andando a ritroso nel tempo, sono riuscito ad identificare i punti basilari che hanno cancellato ogni sorta di dubbi. Prima di narrare i vari stadi del mio percorso devo riferire che un ruolo importante, anche se non fondamentale, lo ha svolto mio padre che ha sempre sollecitato in me le qualità osservative e di autentico scetticismo. All'età di tre anni subii un duro colpo, la morte di mio fratello. In quelle circostanze così dolorose tutti, eccetto mio padre, dicevano che era arrivato in un luogo bellissimo, insieme agli altri morti e vicino a un essere perfetto e di infinita bontà. Incuriosito da tali racconti chiesi dove fosse tale luogo; gli adulti mi rispondevano "in cielo". Così incominciai ad imparare e, con il trascorrere degli anni, scoprii che il cielo era pieno di stelle, pianeti e tanti altri oggetti astronomici, tutti costituiti della stessa materia del pianeta terra e del sole. Nel frattempo a scuola, attraverso esperienze negative, si rafforzò in me la convinzione che il comportamento umano si basa sulla sopraffazione, l'egoismo e l'ipocrisia e tali caratteristiche le trovavo molto accentuate fra i cristiani. Avevo ben capito che il paradiso e l'inferno erano dei luoghi inesistenti e che con la morte ogni essere vivente poneva fine per sempre alle sue esperienze. Inoltre, essendo il cervello la sede della coscienza e dei pensieri, con la sua disgregazione avavano fine anche tali suoi prodotti; da ciò ne scaturiva che l'anima era una pura invenzione escogitata dal potere religioso per far leva sulle masse umane, atterrite da sempre dalla paura della morte, per poterle soggiogare a piacimento. All'età di dodici anni decisi di leggere la bibbia per due motivi: il primo per trovare le stravaganti fondamenta di una ipotesi di uno studioso russo che sosteneva la visita di una avanzatissima civiltà di extraterrestri sulla terra, e gli eventi di ciò li trovava nella bibbia; il secondo se quelle scritture potevano avere delle basi di verità scientifica. Alla fine ditali studi pervenni alle seguenti conclusioni. L'ipotesi dello studioso russo era completamente priva di fondamento; eventuali episodi che potevano condurre alla tesi extraterrestre si interpretano semplicemente nel far vedere l'immensa potenza di un essere onnipresente e creatore del tutto, col fine di atterrire e umiliare le povere genti. Ovviamente non trovai alcuna base scientifica sulle affermazioni bibliche; per esempio i maschi umani dovrebbero avere una costola in meno rispetto alle femmine secondo la genesi, ma ciò non è. Nelle fonti archeologiche riguardanti l'antico Egitto non c'è traccia né delle sette piaghe e nessun faraone col suo esercito fu eliminato dalla acque del mar rosso; la terra non ha quasi 6.000 anni ma 4,6 miliardi di anni e inoltre tutte le specie viventi non sono state create da nessuno, ma si sono evolute in centinaia di migliaia di anni, compresa la specie homo. Nel leggere i testi cristiani e non scoprii tramite un elementare ragionamento che un essere infinitamente buono e perfetto non può creare un universo e esseri viventi imperfetti e che gli sarebbe impossibile dar vita ad un animale " a sua immagine e somiglianza" capace di inaudite crudeltà (quasi sempre perpetuate proprio in suo nome), come la storia umana purtroppo ne è così ricca. Ci sarebbero altre mille prove da addurre e innumerevoli ragionamenti per confutare ogni frase dei testi su cui si basano tutte le religioni. Ci furono altri due episodi che confermarono il mio ateismo. Il primo si colloca quando ero bambino, durante il ritiro che si effettua prima ella comunione. Stavo passeggiando nel giardino retrostante la chiesa, quando svenni a causa di una dolorosissima storta alla caviglia, causata dai grossi sassi con cui era lastricato il terreno del piccolo parco. Quando rinvenni mi trovai dentro la chiesa; accanto a me c'era seduta una suora che attribuiva la colpa dell'accaduto al fatto che in qualche modo il mio comportamento non era stato in sintonia con gli insegnamenti del catechismo, obbligandomi a pregare insieme a lei. In quegli istanti pensai che la causa della mia storta era da attribuire ai responsabili della chiesa che avevano arredato quel giardino con quei pericolosi sassi, sapendo benissimo che spesso vi giocavano i bambini. Il secondo episodio accadde nel 1997, quando tramite l'associazione dello sbattezzo cercai di farmi cancellare dai registri parrocchiali. Alla fine di un durissimo scontro verbale con il parroco riuscii a far scrivere vicino ai miei dati anagrafici la dichiarazione di non appartenere ad alcuna fede religiosa e di ritenere nulli i riti iniziatici subiti o esercitati. Osservai l'enorme odio e livore che il clero nutre contro gli atei; le parole che dovetti udire da quel prete sono impronunciabili, comprese orribili minacce di morte contro il sottoscritto. Infine aggiungo che con il procedere dei miei studi scientifici riesco a trovare le prove del mio ateismo, invece nessuna religione non ha mai e mai riuscirà ad addurre mezza prova alle loro idee, che sono pure fantasie purtroppo tremendamente pericolose.

Paolo Valentini


Racconto N. 4 - 08/07/03 da Valerio Bruzzone

Nel 1957 i miei genitori copularono, non so se per lussuria o per dare figli a dio. Considerate le forti simpatie comuniste di mio padre, propendo per la prima ipotesi; sta di fatto che nel gennaio del 1958 anch'io ho fatto il mio ingresso in questo mondo così porco. Sono cresciuto in un paesino dell'entroterra ligure: una manciata di case spalmate su un cocuzzolo dove troneggia la chiesa, una bruttissima costruzione ottagonale tirata su nell'Ottocento, con una pessima acustica, un affresco di sant'Antonio Abate (patrono del paese) piazzato all'esterno, sopra il portone, e un'annessa sala parrocchiale. Sant'Antonio, è noto, aveva la barba bianca e lunga, e l'artista l'aveva effigiato in perfetta aderenza ai canoni della tradizione, compreso l'immancabile porcello tra i piedi. Quella barba, in taluni adolescenti impertinenti, tra cui il sottoscritto, anziché incutere sentimenti di venerazione e ossequio, stimolava un gioco invernale irriverente. Quando nevicava passavamo interi pomeriggi impegnati in battaglie a palle di neve, agguati alle ragazzine, e, lo confesso, bombardamenti a tappeto sui ragazzini più piccoli. Ma il "clou" veniva alla sera, dopo cena, quando le vie erano deserte, e nessuno poteva assistere alle nostre nefandezze. Giravamo un po' per il paese alla ricerca di eventuali vittime, suonavamo qualche campanello, poi qualcuno lanciava l'idea: "Ragazzi, andiamo a tirare alla barba di sant'Antonio!" . "Siiiii", e partivamo di corsa. Non era facile centrare l'obiettivo, perché l'affresco era posizionato abbastanza in alto, ma non ce ne andavamo finchè qualcuno non ci riusciva. Era bello fare centro: per qualche giorno, nella nostra combriccola di scapestrati, eri quello che aveva centrato la barba di sant'Antonio. Ma procediamo con un po' di ordine. Nelle foto dei miei primi anni di vita si vede un bambino bellissimo (chi mi conosce stenta a crederlo), regolarmente scritturato dalle monache dell'asilo per il ruolo di angioletto in occasione della recita annuale in onore di chissà quale santo o madonna. Ero un bambino molto devoto; e come poteva essere altrimenti con quell'educazione religiosa terroristica che ci inculcavano le suore? Devo dire che, in fondo, erano delle brave criste: facevano un minestrone favoloso, avevano la giostra e il dondolo, ammollavano qualche sganassone a chi se lo meritava; quest'ultimo era un principio educativo accettato senza problemi, non erano delle suor Pagliuca, erano delle vice-mamme. Io ero il loro cocchino, e non ho mai preso un solo ceffone. Essendo monache, avevano molto a cuore la salvezza delle nostre anime, e così ci istruivano sui pericoli da evitare, per non incorrere nella dannazione eterna. Libercoli con figure terrificanti, strade ampie, in comoda discesa, popolate di diavoli con ali di pipistrello, corna, zampe caprine e ghigno concupiscente: la strada del peccato. All'opposto, la strada della salvezza: sentierini ripidi e scoscesi, da percorrere in salita, ma con l'angelo custode a fianco. Il PECCATO! Poteva essere veniale o mortale, il primo ti faceva diventare l'anima grigia, e per lavarla dovevi stare in Purgatorio per qualche secolo; il secondo te la faceva diventare nera come il carbone, e ti faceva andare dritto all'Inferno. La descrizione dell'eterna dimora dei reprobi era straordinariamente efficace, ed è rimasta scolpita nella mia memoria. Suonava così: "Pensate un po' a quando vi scottatte un dito con un fiammifero: quanto fa male! Eppure è solo un attimo. Nell'Inferno i dannati sono completamente avvolti dalle fiamme, dalla testa ai piedi, per tutta l'Eternità. E' un fuoco che brucia ma non consuma, e dura per sempre". Porcogiuda! Il terrore serpeggiava tra quei grembiulini azzurri e rosa, tutti volevamo avere l'anima immacolata, e per fortuna avevamo gli esempi di virtù, distinti per sesso: santamariagoretti per le bambine, un santo fanciullo di cui non ricordo il nome, allievo di sangiovannibosco, per i bambini. Erano sempre raffigurati con almeno un giglio in mano, una splendida aureola, un'espressione che voleva essere estatica, ma che talvolta sembrava lievemente ebete; portati a esempi di purezza, non ci era molto chiaro il perché fossero dei santi. Forse perche' andavano a comprare il latte senza sbuffare? L'idea di rischiare di bruciare per l'eternità mi terrorizzava, e mi rodeva pure il culo all'idea di dover stare in Purgatorio per qualche secolo; paure e domande si affastellavano nella mia capoccetta di bambino; chiedevo cosa bisognasse fare per non finire all'Inferno, e, tra le altre cose, mi parlavano di confessione e comunione: la prima puliva l'anima, la seconda la cibava. Allora chiedevo di farle entrambe, ma mi dicevano che ero troppo piccolo, che dovevo aspettare. Cazzarola! Aspettare. E se mi dovesse succedere qualcosa? Insistevo, ma non c'era niente da fare. E così mi consolavo un po' pensando che, essendo battezzato, perlomeno non sarei finito nel Limbo, a stare lì, come un pesce lesso, per tutta l'eternità, senza neanche poter giocare a nascondino. Il catechismo era altrettanto surreale. Ci insegnavano i dieci comandamenti, tutti comprensibili per un bambino, tranne uno: non fornicare. Le nostre continue richieste di spiegazioni su questo comandamento cozzavano contro un muro di gomma di evasività; "Significa non fare le cose brutte" ci spiegavano pazientemente le suore; ma quali erano queste cose brutte? "Eeeh, le cose brutte!". Vacci a capire qualcosa: nove comandamenti sono precisi e chiari, e ce n'e' uno, che può mandarmi all'inferno, ma non si riesce a capire cosa dica. Un mio amichetto aveva avanzato un'ipotesi: non fornicare poteva significare non ammazzare le formiche; neanche questa congettura ci aveva convinti molto, e così crescevamo senza sapere cosa volesse dire "non fornicare", ma col rischio di finire dritti all'Inferno se avessimo fornicato. Le suore, nel prendersi cura delle nostre piccole anime, cercavano anche di forgiare dei futuri cristiani militanti. Quando si avvicinavano le elezioni, ci distribuivano santini della D.C. in sostituzione delle consuete madonnine, e ci dicevano: "Se voti scudo crociato vincerai, se voti falce e martello perderai". La posta in gioco non era chiara; cosa si poteva vincere? un panino con la Nutella? e cosa si perdeva? La cosa buffa era però un'altra. Mele, il mio paese, è sempre stato una piccola Russia sovietica, a maggioranza assoluta P.C.I.; negli anni '50 era l'unico Comune in tutta la provincia di Genova ad avere un sindaco comunista. Era inevitabile che, durante i comizietti monacali, qualche pargoletto saltasse su a dire: "Mio padre è comunista", creando sconcerto ed imbarazzo tra le spose di Cristo. Cosi' sono cresciuto insidiato da stormi di démoni in perenne agguato dietro ogni angolo; avevo una paura fottuta del buio, perché credevo che nell'oscurità albergasse il Maligno, o quantomeno un suo scagnozzo. Se dovevo passare in qualche posto poco illuminato, erano cazzi amari. Invocavo mentalmente l'angelo custode, ma la strizza mi rimaneva tutta. Allora passavo ai livelli più alti della gerarchia, mi rivolgevo alla Madonna e a Gesù bambino, e partivo a razzo, col cuore in gola, pensando solo a raggiungere la luce al più presto. E non potevo neanche smadonnare come reazione alla paura, sennò finivo all'Inferno. Col tempo, però, l'innocenza di quel piccolo angioletto biondo, così intensamente devoto, inziò a subire i primi duri colpi di maglio: guizzi di empietà fecero capolino in quell'animuccia candida, nefasti prodromi del futuro allontanamento dalla retta via. Non ricordo a che età ho tirato il primo bestemmione, ma a sei anni ero già ferrato in materia. Fu in quel tempo, infatti, che ricevetti l'agognato passaporto per la salvezza: la Prima Comunione, con tanto di Confessione preventiva. Qual è il nesso tra prima bestemmia e Prima Comunione? Un po' di pazienza per favore. Normalmente al mio paese l'Eucarestia si riceveva a sette anni; io però ho un fratello di venti mesi più grande, provengo da una famiglia operaia, due anni dopo la Comunione c'era la Cresima, quattro anni consecutivi di grandi festeggiamenti avrebbero inciso parecchio sul bilancio domestico. Da qui l'idea di anticipare di un anno per me, e ritardare altrettanto per mio fratello, il rilascio del salvacondotto, con un'unica festa. La stessa cosa avvenne poi per la Cresima. La preparazione alla Prima Comunione fu lunga e minuziosa: mesi di catichismi pomeridiani, impartiti dal sacerdote di una parrocchia vicina, appositamente ingaggiato; preghiere e dogmi da mandare a memoria: i peccati capitali, le virtù teologali, i misteri della fede. Imparai che con l'ostia potevo farci quello che volevo, finchè era solo una cialda bianca; il simpatico docente, per rendere più efficaci le lezioni, spettacolarizzava l'insegnamento: si infilava l'ostia sconsacrata in tasca, la scagliava malamente sulla cattedra, camminava per la stanza con la particola in bocca. Ci divertiva molto vedere quella tonaca svolazzare lungo la sacrestia, mentre maltrattava la povera cialdina. Poi il don assumeva un espressione grave, solenne, e in un crescendo di enfasi ci rivelava la trasformazione che l'ostia subisce con la consacrazione; anche una sola briciola "E' Gesù! E' Gesùuuu!!!", scandiva il buon sacerdote, sgolandosi e con le gote paonazze per il fervore. Sono quasi certo che ci credesse sul serio. Neanche in questo ciclo di catechesi, però, riuscii a capire cosa significasse "non fornicare". Ma oramai il problema si stava avviando a soluzione: se, al momento della confessione, il prete mi avesse chiesto se avevo fornicato, io gli avrei detto di sì, lui mi avrebbe assolto, e tutto si sarebbe sistemato. Il gran giorno, intanto, si avvicinava, anticipato dalle prime fregature. Venne il momento della Confessione, resa all'anziano parroco, un mite e simpatico vecchietto di statura minuscola e dal sorriso buono; l'esatto contrario del burbero curato. Gli uomini, e i bambini, potevano confessarsi in sacrestia, in un confessionale senza grate, inginocchiati a fianco del sacerdote; al momento di inginocchiarsi l'occhio cadeva su un bell'Atto di dolore affisso sulla parete dell'abitacolo penitenziale. Sollecitato dal prevosto iniziai a recitare: "Gesù mi pento e mi dolgo di tutti i peccati…" . Non capivo cosa volesse dire quel "dolgo", ma oramai cominciavo a rendermi conto che della mia pretesa di capire non gliene fregava un granché, l'importante era sapere le cose a memoria. "Peccati grossi ne hai commessi?" mi chiese il bonario confessore, col tono affettuoso che potrebbe avere un nonno, e rimase nella trepida attesa di una risposta negativa. Io mi ricordai che pochi giorni prima, litigando col mio fratello maggiore (l'altro comunicando), gli avevo sputato addosso. In verità, al catechismo, non ci era mai stato detto che sputare addosso ai fratelli, o comunque alle persone, era un peccato. Però mio padre detestava questo sistema così incivile di espressione dei sentimenti del momento, e ci educava di conseguenza. Quindi ….. Tana!! Il peccato grosso ce l'avevo eccome; con voce tremante, pensando a quello sputo, sussurrai: "Sì, uno". Non ci furono conseguenze devastanti; non mi fu neanche chiesto in cosa consistesse quel peccato, fu semplicemente irrobustita la dose di Avemarie e Padrenostri con cui espiare le colpe. Prima fregatura: andarsi a confessare significava dover stare una mezz'oretta a biascicare preghiere, inflitte come punizione, a mo' di scoppole. Ma il bidone più grosso ci fu rifilato alla vigilia del Gran Giorno: digiuno! Io, che non saltavo una merenda, dovevo stare un'intera giornata senza mangiare, e neanche avrei potuto fare colazione l'indomani mattina. Cominciavo ad essere un po' nervoso, ma mi sosteneva l'idea che finalmente avrei ricevuto Gesù. L'emozione era intensa, nonostante i borbottii sempre più frequenti del mio pancino vuoto. E venne il Corpus Domini. Lavati, borotalcati, bardati col vestitino nuovo, con l'anello d'oro regalato dai nonni, io e mio fratello uscimmo in cortile, per aspettare mamma e papà. Iniziammo a giocare, a stuzzicarci, e di lì a litigare il passo fu brevissimo. Furono botte da orbi: calcioni, schiaffi, tentativi di strangolamento; il tutto accompagnato da orribili bestemmie. I poggioli circostanti si affollarono in un lampo, donne sbigottite urlavano: "Smettetela!", "Si picchiano!" e chiamavano mia madre a gran voce. Purtroppo il paese funzionava così; non potevi mai fare niente di veramente divertente, come fare a botte, tiranneggiare i bambini più piccoli, camminare sull'orlo di qualche muro pericolante, tirare con la fionda sulle chiappe delle bambine, che subito i grandi si impicciavano, ti rimproveravano e andavano a dirlo ai tuoi genitori; tornavi a casa e le prendevi. Quella volta ce la cavammo con un cazziatone gigante; in fondo era un giorno di Festa.
(continua)

Valerio Bruzzone



Racconto N. 5 da Max - 17/11/03

La mia fede cominciò a traballare, alle scuole medie, nell'ora di religione. L'insegnante(semplice e disponibile, devo essere sincero) ripeteva spesso durante la lezione che Dio non aveva bisogno di creare l'uomo. Una mattina alzai la mano, e le posi l'ovvia domanda "Professoressa, ma allora perchè lo ha creato?". Il suo viso sembro ricoprirsi di luce:" Perchè potessimo amarlo" mi rispose.
La risposta mi piacque e mi convinse. Ma tornato a casa, e ripensando a tutto quello che avevo imparato, mi sorse un'altra ovvia domanda "Perchè un essere supremo e onnisciente sentiva il bisogno di essere amato? l'amore è un sentimento umano, allora Dio aveva dei desideri come l'uomo?"
Alla lezione successiva Le feci questa semplice domanda, ma ebbi stavolta una risposta vaga e sbrigativa. Lo stesso accadde al catechismo. Insomma non sapevano rispondere ad un innocente domanda di un bambino di 12 anni, non di un pensatore o di un filosofo. Dove era finita la loro sicurezza nello spiegare quando nessuno faceva domande? O la loro umiltà nel dire "questo non lo sò" ? E li nacquero i primi forti dubbi.

Il colpo finale durante una messa 10 anni fà (allora avevo 20 anni). Sinceramente ci ero andato, perchè stavo dietro ad una ragazza, religiosissima, che puntualmente ogni domenica andava in chiesa. Il prete fini la messa dicendo "andate in pace, e che Dio vi aiuti a raggiungere la salvezza". Era troppo, uscii di corsa dalla chiesa, e a distanza di 10 anni non ci ho ancora rimesso piede. No, non potevo accettare la vita come un campionato di calcio, con un arbitro che fischia in continuazione. Ho sempre inteso la vita come gioia e celebrazione, naturamente nel rispetto delle regole e del prossimo. La vita è fare esperienze, anche sbagliando, isomma è godere nel senzo innocuo , ma non solo della parola. Capii che quel mondo cosi ipocrita, non mi apparteneva più!

Max


Racconto N. 6 da L.L.Fassi - 4/05/04

L'ULTIMA VOLTA

Avevo sedici anni, un percorso scolastico disastrato, un senso di vuoto alle spalle e davanti. La musica non era più un sollievo, i miei pensieri erano confusi. Avevo un bel sorriso e grandi occhi chiari, ciò che mi permetteva di spostare tutta la mia attenzione sull'amore, forse l'unica cosa che mi poteva ancora andar bene. Era bastato uno scambio di sguardi con il ragazzino biondo perché si compisse l'innamoramento estivo. Poi è partito pieno di promesse ed io scambiavo sguardi con tutti gli altri. Al ritorno in città, nella stessa città, eravamo ormai "insieme". Tante telefonate, tante passeggiate al fine settimana e l'attesa della sera - prima delle otto - per abbracciarci sulle panchine del parco. Aspettando che l'amore diventasse un grande amore, si cancellavano anche i segni delle prime emozioni. Presentata alla sua famiglia, una domenica, mi trovo a Messa per non far sapere ai suoi che io…
Anche la mia amica, qualche volta, mi portava a Messa per non far sapere ai suoi che io…
Io che? Battezzata, cresimata e comunicata perché di fronte ad una eventuale nuova legge razziale fosse cancellata la mia origine ebraica, ero però stata "graziata" dal frequentare l'oratorio. A nove anni ero incantata dall'eroismo dei santi fanciulli raccontati in uno dei libri che mi avevano regalato per la prima comunione, avrei voluto anch'io trasformare quella mia precoce inquietudine preadolescenziale in intensa sofferenza per Dio, ma non conoscevo la strada per il martirio e quella della santità non l'ho saputa cogliere. Nella mia prima e ultima confessione ero stata invitata a scontare i miei peccati con cinque Ave due Pater e un Angelo di Dio. Avevo confessato che mi mangiavo le unghie malgrado i miei genitori mi avessero più volte chiesto di non farlo. Il disagio vero è stato quando mi sono accorta di non conoscere le parole dell' "Angelo di Dio". A Messa non ci sono più andata fin quando non dovevo far sapere che tipo di persona frequentavano la mia amica e il mio ragazzo. La mia amica se ne fregava anche lei, il mio ragazzo no, credeva in Dio e si comportava con me proprio come un "bravo ragazzo." Da parte mia, non avevo nessuna pulsione sessuale, però un asettico ed intellettuale desiderio di coerenza: due che si vogliono bene fanno l'amore, perché noi no? Non avevo argomenti più convincenti, non conoscevo carezze invitanti, non lo coinvolgevo in situazioni in cui poi è difficile tirarsi indietro. Però mi vergognavo di avere un ragazzo così casto.
A scuola facemmo il concorso "Veritas". Il nostro "prete di religione" era giovane, carino, entusiasta e particolarmente simpatico nel suo portare sempre la tonaca mal abbottonata e nel suo darmi retta mentre confutavo - come fanno tutti i ragazzi saputelli che "scoprono" la ragione - il concetto di LIBERTA'. Perché essere liberi dalla perfezione non poteva che condurre al peccato, ed il peccato portava alla punizione, quindi Dio aveva scelto che noi potessimo essere puniti invece che scegliere di proteggerci. Le abbiamo dette tutti queste cose e nessuno ci ha mai risposto in modo intelligente, ma solo in termini di volontà, sentimento, fede.
Concorso Veritas: ottimo lo scritto, si passa all'orale. "Dimostrami l'esistenza di Dio". Avevo studiato! Sciorino tutto quello che viene definito come dimostrazione dell'esistenza di Dio. Il prete che mi interrogava (in Curia, non il "nostro di religione") soave mi interrompe per chiedere: "Ora dimostrami come tu senti l'esistenza di Dio." Era un concorso, stavo andando bene, avevo voglia di riscattare i miei precedenti insuccessi, ma presa in contropiede ho sospirato: "Ma io…insomma, veramente, ecco…non credo che sia dimostrabile, tanto più che a me pare che Dio non ci sia…"
Un salto sulla seggiola, poi ricomposto comincia un discorso che però sarebbe lungo. "Lei mi può dimostrare l'esistenza di Dio?" chiedo io. "Sì, certo, anzi fatti trovare nella mia chiesa in viale Xxx alle ore xx e parleremo di questo."
Sono andata.
A dire la verità non ero proprio spavalda, ero emozionata: avrei parlato con qualcuno che era in grado di dimostrarmi l'esistenza di Dio. Si era offerto spontaneamente, non come il prete di religione che lo faceva di mestiere.
Sono entrata in sacrestia (credo) e ho chiesto di padre Xx. "Sono io. Brava che sei venuta."
"Sono venuta per la sua dimostrazione dell'esistenza di Dio."
"Sì, brava, mi ricordo. Prima parlami un po' di te."
"Io ho cominciato a non credere più quando…"
"Hai il ragazzo?"
"Sì"
"E' credente?"
"Sì"
"Giudica la sua religiosità da come si comporta con te."
"?"
"Cosa fate insieme?"
"Ma io veramente ero venuta per…"
"Cosa fate insieme?"
Non volevo rispondere e più il prete mi incalzava più mi ostinavo a chiedergli di mantenere la promessa che mi aveva fatto in Curia, durante l'esame (che non ho passato, ovviamente!).
"Forse qui non te la senti di parlare, andiamo nella mia stanza."
Mantenendo le dovute di-stanze malgrado l'ambiente fosse molto piccolo, cominciò a parlarmi del significato dei tre nodi che lui aveva alla cintura, di cui uno era la castità; poi mi ha parlato del Cristo piccolo, piccolo che era dentro di me e che io dovevo solo trovare; del percorso di "chiesa" che si può iniziare da miscredente perché poi una vita da religiosa porta alla fede. Ma da dove si comincia un percorso di fede? Dalla confessione, naturalmente.
"Se non vuoi qui, andiamo in chiesa in confessionale e mi racconti i tuoi peccati…"
Tanta ritrosia da parte mia doveva avergli fatto balenare chissà quale paesaggio di lussuria!
Mi andò bene. Conosco epiloghi più violenti. Non andai in Chiesa e mi lasciò andare senza sfiorarmi. Allora mi sembrò ovvio, ora so che sono stata fortunata. Ero casta e lo sarei rimasta ancora a lungo, mio malgrado, ma non glielo dissi.
E' stata l'ultima volta che mi sono lasciata prendere in giro da un prete.


Racconto N. 7 da Franca Paniconi 16/04/05
"Dedicato ad Andrea"

Avevo una nonna "tridentina", nel senso che parlava e agiva (come ho scoperto molti anni dopo, studiando di Riforma e Controriforma) con le esatte parole del clero degli anni '50: abbarbicato, aggrovigliato nella difesa dei "valori" del cattolicesimo, contro ogni possibile "deviazione" da quanto stabilito dal Concilio di Trento. Si scagliavano anatemi contro chiunque si discostasse minimamente dalle disposizioni emanate dai papi succedutesi alla Cattedra di Pietro (o di Maria Maddalena, come prospettato nel best seller di Dan Brown "Il Codice da Vinci"?). Usavano quindi le vecchiette bigotte per veicolare la loro visione del mondo.
Il "diavolo" erano gli atei, i comunisti, i liberi pensatori, persino Topolino perché i preti le avevano detto (non senza ragione, evidentemente, visto che Walt Disney risulta essere stato massone) che Topolino era una lettura sconsigliata ai piccoli innocenti.
Mia nonna era ignorante (perché "leggere è peccato"), devota, bigotta, rompiballe perché sicura di essere dalla parte della "santità" e aveva sposato un socialista ateo e razionalista. A casa però comandava lei.
Ogni volta che andavamo a trovare i nonni o che dovevo passare qualche giorno da loro ero molto felice, perché avrei visto i miei cuginetti e soprattutto mio nonno, Andrea, uomo pieno di curiosità intellettuale e di natura gioiosa, il quale però, quando provava a manifestare la sua gioia di vivere con giochi e scherzi con i nipoti, veniva spesso rimproverato dalla bigottona: per nonna la vita era solo penitenza ed espiazione di chissà quali peccati. Quando mi portava in chiesa vivevo l'esperienza in modo oppressivo, ansioso, non vitale: sentivo intorno brividi di morte e i dipinti alle pareti, con le vite dei santi, mi provocavano un fastidio che non sapevo come giustificare.
Ed è stato così anche per la preparazione alla prima comunione, dove il buon padre domenicano ci descriveva il diavolo e le sue malvagie tentazioni, terrorizzandoci con visioni infernali, mentre con una mano toccava le cosce di noi bambine.
Il giorno che ricevetti la comunione, dopo il pranzo di rito in trattoria ci fu un rinfresco in casa per gli amici: in quel momento scoppiai a piangere e singhiozzare ininterrottamente per circa tre o quattro ore senza mai smettere. Ancora oggi non ho capito il perché: forse per senso di colpa, forse perché dentro di me si cominciava a manifestare il rifiuto di quell'orrendo plagio? Boh!
Avevo dieci anni e nei tre anni successivi continuai sporadicamente a confessarmi e comunicarmi, ma molto di rado perché ogni volta che mi avvicinavo al confessionale venivo assalita da un violento accesso di diarrea che mi costringeva, il più delle volte, a correre a casa. Mi sento, quindi, di affermare che il mio allontanamento dalla Chiesa di Roma fu dovuto, al principio, prevalentemente a fattori fisiologici.
In questo periodo, e con più intensità poi, cominciai a riflettere su Dio: all'età di otto anni alcune amichette mi avevano detto che la Befana non esiste e che sono i genitori a portare i regali. All'epoca ci rimasi molto male. Ma durante gli anni di riflessione sulla religione cominciai a domandarmi che differenza poteva esserci tra la Befana, che nessuno aveva mai visto, e Dio, altrettanto invisibile e indimostrabile? Presi, da allora, a non frequentare più la Chiesa se non obbligata da matrimoni, funerali, battesimi o comunioni.
Verso i 16 anni cominciai a leggere di tutto, da Voltaire a Moravia, dagli enciclopedisti a Leopardi a Freud, in un bisogno crescente di conoscenza dell'"altro" e di emancipazione dalla schiavitù cattolico-romana.
Nelle letture di quegli anni trovai risposte ben salde e convincenti e a 19 anni, finalmente, fui pronta a spernacchiare pubblicamente e gloriosamente le argomentazioni della nonna bigottona, mentre mio nonno se la rideva beato sotto i baffi: aveva trovato una degna e appassionata allieva che non lo dimenticherà mai.
Grazie Andrea.


Racconto N. 8 da Sergio - 29/07/05
Come fu che non diventai prete

Genova anni Cinquanta. Regnava il cardinal Giuseppe Siri. Ero in collegio dalle suore. Un giovane e dinamico prete, Don C…o, ha una brillante idea: fonda nel collegio una sezione, la sezione Pio X, per reclutare giovani leve da avviare al sacerdozio. Le giovani leve avevano nove o dieci anni. Dopo la quinta elementare sarebbero entrate nel seminario inferiore.
Ma come si reclutavano le giovani leve? Nel mio caso andò così. Ero un ragazzino timido che evidentemente era stato adocchiato dalle suore come possibile candidato. Un giorno in chiesa la madre superiore mi fa: “Mi hanno detto che hai la vocazione”. Sorrisetto impacciato da parte mia. “Bene, proseguì la madre, farò un triduo di preghiere per invocare l’aiuto dello Spirito Santo che ci illumini.” Dopo tre giorni mi ritrovai così nella sezione Pio X. Lo Spirito Santo doveva aver dato il suo assenso.In questa sezione si stava molto bene. Eravamo una decina e Don C…o ci colmava di attenzioni e di doni. Eravamo i suoi cocchi, le sue creature. A dire il vero fra di noi ragazzi correvano discorsi tutt’altro che pii. C’era chi diceva che avrebbe poi tagliato la corda. Devo confessare che andai a riferire questi discorsi alla suora responsabile della sezione, che se lo notò, ma apparentemente senza scandalizzarsi nemmeno troppo. Quel ragazzo invece è diventato davvero sacerdote, porca miseria. Io invece l’ho scampata. Le cose andarono così.Si avvicinavano le vacanze estive e saremmo partiti per i nostri lidi sottraendoci alle attenzioni e ai controlli delle suore. S’infittivano perciò le raccomandazioni. Le suore mi dissero che dovevo farmi cucire una sottana per il seminario. Io naturalmente assentivo, ma senza troppo convincimento. Non avevo però nemmeno intenzioni di evadere e fregarle.
Le vacanze estive passarono, ma io a Genova non tornai. Finii invece dai salesiani di Caserta. Non fu proprio cadere dalla padella nella brace, anche se i salesiani non scherzavano all’epoca: disciplina militare, ordine, voti di condotta settimanali che potevano significare niente cinema la domenica (punizione dolorosissima). Ma meglio i salesiani aguzzini che il seminario vescovile inferiore di Genova che poteva davvero rovinarmi. Solo all’idea mi vengono i brividi. Certo poi è venuta la contestazione e suore e preti sono sciamati fuori dai conventi. Però intanto potevo davvero diventare quella cosa lì.

Cos’era successo in quel periodo estivo che mi aveva fatto dimenticare la vocazione, il seminario e tutto il resto? Semplicemente niente. La vocazione si era disciolta come neve al sole, non si parlò più di Genova e seminario. Siccome però dovevo comunque andare in collegio mi fu trovata una nuova sistemazione, e fu appunto dai salesiani vicini.
Ho saputo più tardi però che le cose non andarono tanto lisce. Le suore di Genova al vedersi sfuggire una preda avevano reagito in malo modo. Tempestarono i miei poveri nonni di lettere e minacce dicendo loro che portavano la responsabilità davanti a Dio di avermi distolto dalla vocazione. Quando mai! Avevamo un monsignore in famiglia, un altro prete sarebbe stato per loro addirittura motivo di orgoglio.
Insomma la scampai bella senza traumi. I miei conti personali con la religione li avrei fatti alcuni anni dopo quando al liceo persi definitivamente la fede. Anche in questa circostanza però non tutto andò liscio. Fui infatti beccato dal preside del collegio, anche lui un monsignore, che spiava dall’alto il comportamento degli studenti in chiesa. Io avevo già dato nell’occhio perché restavo nei banchi mentre i miei compagni andavano a far la comunione. In più leggevo, e come osservò il rettore, persino durante l’elevazione. Un giorno si appostò fuori dalla porta della chiesa per beccarmi. Io intuii qualcosa e gli sfuggii. Mi avrebbe acchiappato con le Metamorfosi di Apuleio, in una edizione in più riccamente illustrata… sarebbe stato davvero imbarazzante… I volumetti della collana Manesse avevano l’aspetto del libro delle preghiere, tascabili, praticissimi. Quante belle letture che mi son fatto in chiesa: Anna Karenina, Balzac, Stendhal ecc.
Mi beccai comunque l’ultimatum: una bella grana, perché erano proprio in corso gli esami di maturità, c’erano gli orali ancora, e rischiavo di dover rifare tutti gli esami in altra data.
Ero distrutto. Ma mi andò bene. Alcuni giorni dopo mi lasciavo per sempre alle spalle il collegio, la Chiesa, i suoi ministri e i suoi ridicoli dogmi.

Sergio


Racconto N. 9 da Luigi - 7/10/05

mi chiamo luigi e sono diventato ateo per vari motivi. innanzitutto provengo da una famiglia numerosa 8 figli di cui 2 morti in tenera eta. genitori non acculturati perche nati nei primi anni del 1900. mio padre faceva il pastore mamma la casalinga. poi mio padre grazie a una conoscenza e riuscito a trovare lavoro al comune di roma come netturbino. una famiglia di poverissime condizioni economiche.mio padre una figura molto ipocrita. si disse tocco dalla grazia di dio nel 1940 circa e si iscrisse al terz ordine secolare di san francesco di cui solo a parole seguiva le regole nei fatti era molto egoista. negli ultimi anni della sua vita era tormentato dal demonio. io a 6 anni sono stato messo in collegio il villa nazareth uno dei piu famosi collegi cattolici di italia. vi sono rimasto 7 anni poi fui espulso perche bocciato in prima media. le tre classi della scuola media inferiori le feci in un altro collegio cattolicissimo in toscana sotto le grinfie di suor luigina una vera pazza mascherata dal misticismo. preghiere rosari messe c atechesimo e altre diavolerie del genere riempivano le giornate sia nel primo che nel secondo collegio. ero molto bravo a scuola ma sul piano emotivo psicologico ero una frana. e come poteva essere diversamente visto il lavaggio del cervello che queste austere figure femminili non essendoci figure maschili di riferimento compivano su noi ingenue e innocenti vittime? fatto sta che la mia vita sentimentale affettiva erotica e stata completamente rovinata da quanto su esposto. oggi a 52 anni non riesco ad accettare la mia omosessualita per cui sono caduto in gravissime crisi ansiose e depressive. per anni in cura presso il centro di igiene mentale sono finito moltissime volte al pronto soccorso dell ospedale per gravi attacchi di panico e nel 2001 sono finito addirittura in una clinica psichiatrica.la mia vita e stata completamente rovinata dall assurdita dalle menzogne dalla violenza dell educazione cattolica. ho paura che ormai, vista la mia eta non potro piu trovare un mio equilibrio psico fisico. vorrei riuscire a trovare il coraggio di liberarmi dall infamia di tale educazione cattolica. vorrei vivere serenamente la mia omosessualita alla luce del giorno e battermi per i veri valori della vita che sono quelli dell ateismo e della laicita dello stato. vorrei battermi perche l uomo sia veramente libero dotato di un proprio pensiero critico autonomo scevro da qualsiasi imposizione dogmatica di qualsiasi genere. uomo dotato di una propria libera coscienza e di un proprio libero pensiero.libero dall oscurantismo dalle menzogne dall arroganza dall assurdita dalla violenza della chiesa cattolica. sono iscritto da 2 anni circa all associazione nogod il cui presidente giulio vallocchia e veramente eccezionale. spero che molti soci dell associazione leggano la mia esperienze e mi sappiano aiutare. vorrei riuscire a vivere una vita piena sotto tutti i punti di vista: intellettuale, affettiva, sentimentale, sessuale. vorrei essere soprattutto coraggioso e sconfiggere tutto il mio passato cosi doloroso dominato da una educazione che io non ho mai voluto e che mi e stata imposta di prepotenza. puo mai un bambino ribellarsi a tante stupidaggini inculcategli nella mente e che hanno rovinato la sua vita? no. e mi rode veramente tanto non poter denunciare tutte quelle persone che hanno forgiato con tanta violenza la mia personalita nell infanzia e nell adolescenza. quanto avrei voluto avere un padre ateo e che mi avesse inculcato i veri valori laici della vita e invece ho avuto un padre bigottone che ha nascosto la sua vera natrura di persona malata dietro il misticismo. purtroppo a me e andata male. non so se a 52 anni avro la forza di iniziare una nuova vita.perdere la vita per colpe non propri ma per colpa della follia cattolica e veramente assurdo come assurdo e il fatto che la chiesa la faccia franca sempre. quante persone sono state rovinate a livello emotivo psicologico? tantissime.e il menefreghismo del cattolicesimo e assoluto anzi dice che cio che esso ha fatto lo ha fatto per la crescita spirituale del bambino. pura follia, pure menzogne. attualmente uno psicologo sta tentando di farmi trovare me stesso ma il suo compito e difficilissimo. l insegnamento cattolico e talmente violento radica rapidamente nella mente del bambino che toglierselo di dosso diventa un impresa da eroe. vivo di ansia di depressione di ogni fenere di fobia cio vuol dire che non vivo affatto. grazie 1000000 di volte chiesa cattolica mi hai fatto veramente una persona felice! moriro e tu non pagherai nulla per il male che mi hai fatto.

Luigi De Lauretis Nisii - luigidelauretis@tiscali.it



Racconto N. 10 da Gianni - 10/08/07

Salve, mi chiamo Gianni e sono di Perugia.
Sono un ateo, non credo in nessun dio, perché secondo me è una
invenzione dell'uomo, da quando ha iniziato ad essere consapevole della
propria esistenza, e da quando ha capito di essere piccolo e debole nei
confronti della natura.
Ho rispetto per chi crede, e non invoco certo la cancellazione dei
credenti e di chi si sente di avere un lato spirituale.
Ma al tempo, non capisco e combatto chi, indifferentemente dalla
religione che professa, cerca di conquistarsi un potere, una posizione
sugli altri.
E quindi odio tutte quelle organizzazioni religiose che con metodi piu
o meno sporchi, piu o meno feroci, hanno apportato ed apportano ancora
oggi alla civiltà umana.
Inutile parlare di religioni e di stati ad impronta fortemente
teocratica, dove si è condannati a morte solo se si è etichettati o
scoperti come non credenti.
Ma la cosa non era poi così diversa da noi solo 200 anni fa.
Parlo invece visto che sono italiano e vivo in Italia, dello specifico
della chiesa cattolica, che invece di limitarsi a professare il proprio
credo in maniera onesta e fedele ai propri stessi principi, esercita
invece una azione di controllo su milioni di soggetti umani, cresciuti
nel classico ambiente familiare cattolico bigotto, o anche
semplicemente religioso per forma, per convenienza, per status di
identificazione morale.
La chiesa, l'organizzazione cattolica, non potendo ovviamente oggi
bruciare gli eretici o chi semplicemente non crede, e vuole vivere
libero nel rispetto di tutti, è costretta in azioni di isolamento
psicologico,  chi non crede è non solo blasfemo, ma è soprattutto un
pericolo per la chiesa.
Perché un giorno forse tutti potremmo capire che l'idea del dio come
rifugio, come per dare un senso alla nostra esistenza, potrà essere
alleviata semplicemente accettando che esistiamo e basta.
E non c'è bisogno di inventarsi un dio fatto chissà come.
Il sentimento religioso, credere in un qualcosa è e dovrebbe restare
una cosa personale, chi crede è ovvio che cerca di condividere quello
che sente, o crede di sentire, con gli altri.
Ma con cio, esso non deve prevaricare i sentimenti degli altri, se io
non credo ma conosco una persona alla quale voglio bene che invece
crede, non mi sognerei mai di dubitare di essa, o di convincerla che
non c'è nulla.
Posso si, parlare e cercare di spiegare il perché x me non esiste un
dio, ma comunque non mi sentirei mai di isolarmi da essa.
E lo stesso dovrebbe fare chi crede.
Molti x fortuna sono così civili, ma purtroppo nella maggior parte dei
credenti cattolici, c'è una cattiveria insana. C'è vero razzismo, io
l'ho sperimentato sulla mia pelle.
Sono stato emarginato, osservato come un figlio stupido perché non
andavo a messa.
Per fortuna non da parte dei miei genitori, che hanno sempre cercato
di educarmi con rispetto e amore, ma purtroppo da parte di parenti, le
persone piu egoiste e disoneste che io abbia mai conosciuto.
Persone che andavano e vanno a messa 2 o piu volte alla settimana.
Non tutti i cattolici saranno così, ovviamente. Ma purtroppo, in
italia, la religione cattolica ha ormai dopo 2000 e piu anni, un potere
cosi grande, così consolidato, che coinvolge così tante persone, che è
quasi impossibile poter pensare di scardinarlo.
La chiesa cattolica italiana, il vaticano, si alimenta anche e
soprattutto con il suo continuo trasformismo.
Ogni cosa è lecita per poter acquisire consenso.
E' sempre stata così, e sempre lo sarà, perché per conservare il
potere, fino a quando si può obbligare con la forza il popolo, lo si
fa.
Oggi che per fortuna le menti umane sono libere, rispetto anche a solo
100 anni fa, la chiesa cerca di andare incontro a tutte le sfumature
possibili, pur di non perdere terreno.
E facendo questo si contraddice sempre, ed annulla di continuo i suoi
presunti principi iniziali con la quale era iniziata.
E' proprio vero che essa è l'oppio dei popoli.
E a livello politico, e l'Italia ne è l'esempio più chiaro, purtroppo,
c'è una classe politica che mai farà nulla per venire incontro ad un
bisogno di laicità.
Perché essa è vista come una minaccia per il potere della chiesa.
Mentre essere laici invece è una risorsa anche per chi crede in un
dio.
Perché uno stato laico permette a chi crede di poter gestire la
propria vita e la propria morte secondo i suoi principi,
contemporaneamente a chi non crede.
Io che non credo mai mi sognerei di staccare la spina ad un amico che
vuole provare a vivere fino alla fine delle sue sofferenze.
Ma se invece lo stesso amico dovesse cambiare idea, sarei sempre
pronto a soddisfare la sua richiesta per una morte dignitosa.
Perché vorrei che lo stesso fosse fatto a me.
Ma invece non è così.
In uno stato laico ci dovrebbero essere le stesse possibilità per
tutti di poter soddisfare i propri bisogni, sempre se essi non vanno a
prevaricare quelli degli altri.
Invece non succede. Uno stato non laico è uno stato non giusto.
E' uno stato parziale, garantisce più a chi si uniforma, e meno ad
altri che non sono come l'identità religiosa principale vigente.
Se noi italiani vogliamo etichettarci come moderni, diversi da chi
taglia una testa di un miscredente, se vogliamo davvero dirci civili,
un esempio da imitare, dobbiamo iniziare a costruire uno stato
veramente laico.
Libero da preconcetti religiosi o morali ritenuti validi a priori.
La laicità in Italia esiste ma solo come vestito formale, da mostrare
al resto del mondo.
Esiste nella costituzione, ma nei fatti non c'è.
E' ovvio che anche la costruzione di uno stato laico, non significa
che saranno abbattute tutte le ingiustizie, la criminalità.
Ma intanto è un primo passo importante, perché moltissime
organizzazioni criminali usano proprio la religione per giustificare le
proprie azioni.
Con questioni di onore, di rispetto, di esistenza di persone
superiori, vicine alla volontà di dio, che rivendicano una superiorità
di facciata sugli altri, per poter fare tutto quello che vogliono.
Molte organizzazioni criminali portano nomi di santi.
In uno stato laico, dove l'organizzazione religiosa non può
intervenire sulle decisioni dello stato, ma può solo esercitare negli
ambienti adatti, è più possibile combattere i fenomeni di criminalità,
ed agire legalmente nei surprusi.
E si difendono tutti i cittadini, di ogni religioso e non.
Ma in italia siamo molto lontani da tutto questo.

Racconto N. 11 - da Roberto Sega (15/01/08)

Carità  Cristiana
Racconto di vita vissuta.

Prima dell’ultima guerra, la mia famiglia aveva un’ottima posizione economica, tanto che poteva permettersi di mandare noi bimbi ad una scuola privatissima ed esclusiva, gestita da suore svizzere di lingua tedesca.

L’istituto, situato in Via Como, si chiamava allora “Nostra Signora di Lourdes”; oggi, è trasformato in un lussuoso albergo per il turismo religioso, con il nome di “Aedes placida”…

In tutte le Scuole del Regno - ed a maggior ragione nelle scuole private - nel mese di maggio c’era l’usanza di sollecitare gli scolari ad atti di bontà e ad una particolare obbedienza verso i genitori, oppure si suggerivano loro immotivate rinunce a qualche golosità o a qualche piccolo divertimento.

 Queste privazioni, che mi sembra siano in vigore ancora oggi, erano chiamate “fioretti”.

Le pie sorelle svizzere ci facevano trascrivere i fioretti su piccoli foglietti di carta velina finissima (allora molto usata come carta da ricalco con la carta carbone).

Terminato il mese mariano, questi foglietti, con una solenne cerimonia ricca di canti, giaculatorie ed orazioni varie, venivano bruciati in un angolo del grande parco della scuola.

I leggerissimi pezzetti di carta, mentre bruciavano, venivano portati verso l’alto dall’aria calda, e le Suore ci dicevano che quelle fiammelle che svolazzavano erano le sante anime del purgatorio che, grazie ai nostri piccoli sacrifici, salivano in paradiso…

Una volta - frequentavo la prima, al massimo la seconda elementare - stavamo andando a compiere questo rito, marciando in fila per due, seri e compunti, ognuno con il proprio mazzetto di fioretti in mano.

Nel silenzio del parco, si sentiva solo il rumore dei nostri passi cadenzati sulla ghiaia …e la mia voce che chiacchierava non so di cosa con il compagno che mi stava accanto.

Un fetente di bambino davanti a me si girò e con aria sussiegosa mi disse: “La vuoi smettere? ...Fai silenzio, che stiamo andando a liberare le Anime Sante del Purgatorio!...”

Il mio fiero spirito di Libero Pensatore, ancora in erba, ma evidentemente già ben delineato, si ribellò: “Ma statte zitto te, statte... Aho, ma anvedi questo!... Ma quali anime der purgatorio?... Che, nu’o vedi che sò solo pezzi de carta?...”

Mi interruppi: con la coda dell’occhio avevo visto dietro di me una Suora, della cui presenza prima non mi ero accorto.

In un attimo, vidi tutto nero, probabilmente persi i sensi per qualche decimo di secondo: mi era arrivata in piena nuca una tremenda pacca, elargita dalla piccola suorina svizzera con tutta la  Santa Carità e la Misericordia Cristiana di cui era capace la sua ossuta mano.

Ricordo poi, vagamente, gli indignati, aspri rimproveri della Suora Direttrice, nel suo ufficio, alla presenza di mia madre in lacrime, appositamente convocata d’urgenza.

Non era la prima volta che mia madre veniva convocata dalla Direttrice: qualche tempo prima ero stato sorpreso, durante la ricreazione, mentre, in una zona isolata del parco, nascosto sotto un grande tavolo di marmo, tossendo, lacrimando e con un groppo nello stomaco, tentavo di fumare una sigaretta, evidentemente sottratta a mio padre…

Il successivo anno scolastico, credo la terza elementare, lo frequentai presso la Regia Scuola Elementare “Filippo Corridoni”, oggi “Fratelli Bandiera”, a Piazza Ruggero di Sicilia.

Sono sicurissimo che all’origine di questo cambiamento non ci furono solamente i problemi economici che, a causa della guerra, in famiglia cominciavano ormai a farsi sentire…


Racconto N. 12 da Ivano Giovanardi (30/05/08)

- Pensieri sparsi sulla religione (una piccola raccolta di pensieri e citazioni
per giovani e anziani, per tirarsi su nel caso un giorno ci si alzi - come
dire? - un pò “deboli in religione”).


Religiosità. Se per religiosità si intende lo stupore e la grande ammirazione
per questi grandi miracoli che sono il mondo e la vita, il riflettere qualche
volta sul loro senso possibile, magari la ricerca ed il perseguimento di uno
scopo nella vita, allora un 1% di religiosità spero di averlo anch’io. Se
invece per religiosità si intende qualcosa che contempli anche il credere ad un
dio onnipotente e creatore, e di conseguenza l’essere iscritti a qualche chiesa
e frequentarne le cerimonie, beh, allora zero. Un moderno ha scritto: “Chi va
alla ricerca dei miracoli non si accorge che TUTTO è miracoloso”. Se il mondo è
stato creato da un dio consapevole, ebbene, questo è molto bello e commovente.
Ma se la vita intelligente e autocosciente è il frutto dell’evoluzione della
materia in milioni di anni, beh, questo mi sembra mille volte più bello e
commovente.

Questione dell’esistenza di un dio. Non solo è importante, è vitale, però
solo dal punto di vista teorico, per chi ha voglia di speculare (tra l’ipotesi
del big bang e quella del dio creatore c’è una bella distanza). Dal punto di
vista pratico, della vita di tutti i giorni, la questione dell’esistenza di un
dio ha importanza zero. Se esiste un dio ed è buono, senz’altro ha a cuore solo
che ci comportiamo bene, cioè che ci rispettiamo a vicenda ecc. E per sapere
come si fa’ a comportarci bene in questo mondo non abbiamo bisogno delle
religioni intese come chiese, basta solo seguire i consigli di decine e
centinaia di saggi che nel corso della storia hanno creduto di poterci
insegnare qualcosa di utile e buono sulla vita. Certo, tra questi ci metto pure
Gesù e altri profeti di altre religioni, ma sono solo alcuni in mezzo ad un bel
gruppo. Esiste un dio per cui ha importanza anche se noi siamo stati
battezzati, ci siamo sposati in chiesa, abbiamo fatto cresima e comunione ecc.?
Davvero esiste ed è fatto così? Beh, allora tenetevelo voi.

Comunque: onore a Gesù, che ha veramente “scaravoltato” la sua religione. Ha
preso il dio del Vecchio Testamento, un essere francamente poco presentabile,
uno che, quando si incazzava con un individuo, era capace di incenerire non
solo lui, ma tutto il suo villaggio, tanto per evitare errori di mira (un pò
come Bush, insomma), e ne ha fatto il dio dell’amore, dando tra l’altro un buon
appoggio, se non l’avvio, a molti ideali di giustizia sociale che si sono
affermati dopo (più in teoria che in pratica, si capisce). Che abbia risentito
un pò della grande filosofia greca?

Cerimonie, riti, comunità religiose? Sempre nella remotissima ipotesi che un
Lui esista e che sia un essere “a posto”, senz’altro ci manderebbe a dire: “La
cerimonia per me più bella, il sacramento che più amerei da parte vostra, il
rito migliore - testoni! -, sarebbe che finalmente riusciste a fare un mondo
senza guerre ed odio, con rispetto gli uni degli altri, se proprio non riuscite
con l’amore. Quindi, organizzate pure cerimonie e riti, riunitevi ecc. (senza
allargarvi troppo), ma sappiate che di queste non mi frega niente e non sono
altro che cose esteriori, io mi aspetto ben altro...Anzi: fate proprio come io
non ci fossi: accetto solo preghiere sotto forma di buone azioni”.

L’ultima cena (come è veramente andata). Allora, c’è Gesù che ricorda per l’
ennesima volta ai discepoli con varie argomentazioni l’importanza dell’amore
sopra tutto, quando uno di loro lo interrompe: “Va’ bene, però sai che il
popolo è semplice e spesso ha bisogno di segni esteriori, di riferimenti
tangibili per sostenere la propria fede, insomma qualche rito alla fine ci
vuole...”. Gesù nel suo intimo trattiene l’impulso ad inveire, si guarda in
giro alla ricerca di un’idea, di una risposta, ed ecco all’improvviso: “Ok
ragazzi, volete una cerimonia? Allora prendete questo pane e questo vino, e
recitate assieme: “Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo; prendete e
bevete, questo è il mio Sangue”, e però - e guarda negli occhi i discepoli uno
per uno - però poi morta lì, eh?”. Beh, vi sembra che poi sia davvero morta
lì???

Dice: “Non si può trattare dei temi religiosi su un piano così semplice,
dietro ci sono profondità che noi non possiamo comprendere”. No, se una chiesa
attira fedeli con argomentazioni tutto sommato semplici (no peccati=vita
eterna, ecc.) allora deve essere disponibile a discutere e ad essere
contraddetta sul piano di queste argomentazioni semplici. Altrimenti facciamo
come le banche con certe promozioni finanziarie: “interesse al 4% garantito”
scritto in caratteri cubitali, e poi si va’ a vedere la frasina scritta in
fondo in caratteri piccolissimi: “4% per i primi 3 mesi; poi la rendita sarà
legata ad un indice temperato index-linked” ecc. ecc., che ti va’ bene se non
ci rimetti il capitale iniziale.

Il premio eterno. Fare il bene aspettandosi la beatitudine eterna dopo la
morte mi sembra immorale, o meglio, infantile, come quando da bambini facevamo
qualche buona azione e poi correvamo dalla mamma aspettandoci la caramellina o
la carezza come ricompensa. Come persone mature dovremmo fare il bene perchè è
giusto e per la soddisfazione che riceviamo da questo agire, senza aspettarci
niente di più. Non sarebbe ora di diventare adulti?

Cosa c’è dopo la morte. Mah, anche su questo problema deve valere il solito
principio di comportamento nei confronti di tutti i problemi ancora irrisolti,
e cioè lasciarci sopra un bel punto interrogativo finchè non si scopre la
verità, a costo di arrivare alla morte stessa con ancora il punto
interrogativo. Ma - dice - un’ipotesi si dovrà pur farla... D’accordo, allora
la mia ipotesi preferita è questa: dopo la morte c’è la stessa, medesima cosa,
ma proprio precisa, eh? ... proprio quella cosa che c’era prima della nascita
(io non mi ricordo niente, e voi?).

Le persone che hanno fede sono diverse. Dice: “Certo che nelle persone che
hanno fede si vede una luce diversa negli occhi, affrontano la vita e le
avversità con animo diverso, spesso sono anche più impegnate nella società,
hanno uno scopo, una prospettiva anche dopo la morte fisica, ecc.”. Certo:
rinunciando alla prospettiva religiosa si perdono tante cose che potrebbero - e
tante volte lo fanno veramente - confortare la vita, propria e degli altri.
Però se da una parte si rinuncia a tutto questo, dall’altra parte guarda cosa
si guadagna: la libertà di giudicare le cose e le persone del mondo in base
solo a ragione, esperienza, buon senso e, perchè no, sentimento e amore, senza
obbligarsi a credere a cose che sono totalmente al di fuori del senso comune.
Non è una bella liberazione? Aaahhh!

Perchè le persone che appartengono ad una chiesa si riuniscono spesso in
varie cerimonie? Non c’è bisogno di riunioni periodiche tra di noi per
rafforzarci nell’idea che il cucchiaio si deve impugnare dalla parte del
manico; è una cosa ormai ovvia, sulla quale non ci sono dubbi o incertezze. Si
sente invece il bisogno di riunirsi anche spesso con altri per rafforzare
quelle convinzioni che inconsciamente o meno non sono avvertite proprio così
solide...

Vecchia domanda: se esiste un dio giusto e onnipotente, perché permette il
male nel mondo? Perchè non fa’ qualcosa contro di esso? Un antico filosofo
tagliava corto: se può e non vuole è cattivo, se vuole e non può non è
onnipotente. Si dice che Egli ci ha donato la libertà assoluta, sta a noi
usarla al meglio, per fare il bene nostro e del nostro prossimo. E io allora
insisto lo stesso: come definiremmo un genitore che lasci la libertà assoluta
ai figli? Come minimo un bell’incosciente, se non peggio. Qual è il genitore
che concede la libertà assoluta ai figli? Nessuno: il genitore normale - non
dico un genio, ma un genitore normale - concede la libertà di preferire le
bionde o le more (per i maschi; i biondi o i mori per le femmine), le lasagne o
i tortellini, la Juventus o l’Inter, un mestiere o l’altro, ecc., concede
queste ed altri milioni di simili libertà. Ma non concede la libertà assoluta,
che comprende anche la libertà di fare del male! Inoltre, anche per certe
libertà lecite un genitore ne concede l’”esercizio” solo dopo un congruo
periodo di addestramento e controllo. Pensa solo ad un esempio banale: la
libertà di attraversare la strada da solo. Prima di lasciare andare in strada
da solo il suo bambino, il genitore normale vuole essere strasicuro che il
bambino abbia capito i rischi della strada, e l’accompagna una, due, tre, tante
volte, prima di lasciarlo andare da solo; a volte ci scappa pure qualche
salutare scapaccione… Tanto più un dio creatore doveva fare lo stesso con la
sua creatura prediletta: doveva essere strasicuro che essa avrebbe usato bene
le sue libertà, prima di lasciarla camminare da sola. (“Allora, piccoli Adamo
ed Eva, adesso vi porto in un posto molto bello, però state attenti che ci può
essere qualche pericolo; e mi raccomando soprattutto: se vi si presenta un
serpente girate alla larga, non statelo a sentire…” ecc. ecc. con qualche
scapaccione se i due non fossero stati attenti, ed assistenza ripetuta per l’
umanità, per anni e secoli). Ma se proprio le prime due creature fossero
riuscite male, non educabili, toh, c’era un’altra soluzione: il dio cattolico,
dopo aver accertato la irrimediabile caduta in tentazione di Adamo ed Eva,
caduta gravissima per il futuro del genere umano, beh, ci avrebbe dormito sopra
una notte e al mattino, svegliatosi, si sarebbe detto: “No, non è possibile che
per l’errore di questi due idioti debbano soffrire miliardi di altri esseri a
venire! Preferisco sacrificare questi due, rifacendoli da zero (dopotutto li ho
fatti col fango), per salvare tutti i loro discendenti. Anzi, finchè ci sono
cambio le regole del gioco, che adesso che ci penso la regola del peccato
originale mi sembra difettosa… La prossima volta anzi, gli concedo tutte le
libertà possibili, TRANNE UNA SOLA: quella di odiare e magari fare del male al
suo simile. Mmm…: il mondo potrebbe essere più noioso… Beh, intanto proviamo, e
poi vediamo: a movimentare la vita resteranno pur sempre malattie, incidenti,
catastrofi naturali, povertà, dolore per la perdita dei propri cari. Ma sì, si
può provare!

La bestemmia. Io la vedo così: per “bestemmiare” non intendo solo lanciare un’
offesa diretta a un dio (la bestemmia classica), ma anche fornirne
indirettamente un’immagine negativa, metterlo in cattiva luce... Così che
spesso la bestemmia se ne esce da un credente! Per spiegare partiamo sempre
dalla condizione in cui siamo: nessun dio ritiene opportuno intervenire
personalmente contro i grandi mali del mondo. Va’ bene, avrà le sue ragioni. Ma
poi per favore - voi credenti - non fate la figura di invocarlo o di credere
che egli intervenga a favore delle vostre PICCOLE cose, perchè questo non
depone certamente a favore nè della vostra intelligenza nè dell’immagine del
dio in questione... Gli esempi si sprecano: calciatori famosi che, in
mondovisione, entrano in campo facendosi il segno della croce, affinchè il loro
dio li aiuti a fare una bella prestazione, e magari a fargli fare goal. E chi
si fa’ il segno della croce prima di pranzo per ringraziare il suo dio di
avergli concesso un altro pasto quotidiano (è egli cosciente del fatto che lo
stesso dio onnipotente evidentemente non sta facendo niente per quelle almeno
altre 100 persone che nella stessa mezz’ora crepano di fame o malattia in giro
per il mondo? Ha forse un debole per l’”uomo bianco”?). Oppure quelli che
infarciscono il discorso con tanti ‘grazie al cielo’, ‘grazie a Dio’ (“grazie
al cielo sono arrivato in orario!”, ecc.). Dice: va’ be’, ma queste sono
interiezioni del discorso, non sono da prendere alla lettera. Allora passate
per interiezioni anche quei ‘diopò’, ‘diobò’, ‘diocà’ coi quali certi altri
rendono più scorrevoli le loro chiacchierate...

Dice: “La Bibbia in realtà va’ interpretata, non va’ presa alla lettera”. Ma
che interpretata! A me sembra evidente che la Bibbia fu scritta nell’ambito di
una società tribale per delle menti tribali, e quando fu scritta i suoi autori
volevano senz’altro che fosse presa alla lettera, non interpretata.

E per finire alcune citazioni:
Dal libro “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano” (Stefano Benni):
“Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa’ una figura migliore”. Frase
geniale: non si potrebbero condensare meglio di così millenni di riflessioni
sul problema della trascendenza!
Dalla canzone “Girotondo” di Fabrizio de Andrè:
“Buon Dio è già scappato, dove non si sa,
buon Dio se ne è andato, chissà quando ritornerà”.
Dalla poesia “La ginestra” di Giacomo Leopardi (grande!):
Così fatti pensieri (nota mia: cioè la coscienza che siamo soli contro la
natura, senza nessuno che ci protegga da
lassù)
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell'orror che primo
contra l'empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l'onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole.

“Traduzione” mia: Quando tornerà chiaro (dopo che ci era apparso chiaro per
la prima volta al tempo dell’Illuminismo, ma poi abbiamo avuto paura della
verità) che noi uomini siamo soli contro la natura, senza nessuno che ci
protegga da lassù, (...), allora l'onesto e il retto convivere civile, e
giustizia e pietà, altra radice avranno che non balle presuntuose !



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