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QUANTO CI COSTA IL MANTENIMENTO DEI PRETI E DELLE LORO ESIBIZIONI

17/12/11

Massimo Teodori
VATICANO - IL SANTO PRIVILEGIO
Ricchezza e avidità della Chiesa di Roma 
“L’Espresso”, 21 dicembre 2011

Le ingenti somme che la Chiesa cattolica nelle sue molteplici  articolazioni sottrae allo Stato italiano per evasione o per distorta interpretazione delle norme ICI e IRES non sono solo una questione contabile. Al momento non sappiamo quali delle oltre 100 mila strutture ecclesiastiche e paraecclesiastiche abbiano effettivamente diritto all’esenzione dalle tasse, e quante invece approfittano dell’ambiguità delle norme attraverso lo schermo delle cosiddette “opere di religione”. Ma, molto più grave dell’aspetto contabile, è l’inquinamento che l’avidità della Chiesa di Roma, in particolare dei suoi vertici ecclesiastici e vaticani, producono sulle regole del vivere civile della comunità nazionale.  
Una storia antica. Basta ricordare che la scintilla della ribellione che portò alla riforma protestante fu generata dalla bolla di Leone X con cui nel 1514 si concedeva l’indulgenza in cambio di offerte di denaro. Ai giorni nostri accade che i vescovi italiani accordino la loro benevolenza a governi e partiti non solo in cambio delle cosiddette leggi “etiche”, ma anche di vantaggi materiali come l’omissione delle tasse dovute. La recente storia dell’accumulazione delle finanze vaticane comincia da quella notte di fine anni Sessanta quando Paolo VI incontrò segretamente Michele Sindona per affidargli la gestione del “patrimonio di Pietro” (4,8 miliardi di dollari dell’epoca provenienti dall’Istituto Opere di Religione, IOR, e dall’Amministrazione della Santa Sede, APSA) e il suo trasferimento sui mercati internazionali per sottrarli alla legislazione che aveva abolito l’esenzione fiscale ai dividendi azionari in possesso del Vaticano. Il banchiere di Patti, già allora, era il fiduciario di Cosa Nostra di cui riciclava il danaro sporco, italiano e americano. Quando nel 1974 le autorità degli Stati Uniti dichiararono il fallimento delle banche sindoniane, il principe Spada affermò che in Vaticano nessuno conosceva le attività criminali di Sindona, facendo finta di ignorare che al vertice del sistema speculativo, insieme a Sindona, regnava monsignor Paul Marcinkus a cui il segretario di Stato Agostino Casaroli impedì di testimoniare nelle corti di giustizia.
Il Vaticano, per tutto quel che riguarda i soldi “bianchi” e “neri”, si nasconde dietro la condizione speciale garantita dal Concordato stipulato del 1929 e rinnovato nel 1985. L’IOR ha così potuto essere la cerniera del malaffare finanziario d’origine mafioso-criminale e politico-tangentizia, godendo dello status di unica banca al tempo stesso in-shore e off-shore, facilmente accessibile a Roma ma impenetrabile ai controlli nazionali ed internazionali ed agli interventi giudiziari. In forza di questa  specialissima condizione ha reso servizi discreti al grande malaffare internazionale, agli affaristi italiani ed a tutti coloro che vogliono sottrarsi alle leggi. Pochi oggi ricordano i tanti episodi oscuri di cui è stata protagonista la finanza vaticana: ad esempio, che la famosa “lista dei 500” eccellenti esportatori di valuta al momento del crack Sindona fu rimborsata grazie all’IOR e che la stessa lista fu sottratta al curatore fallimentare Giorgio Ambrosoli, fatto poi assassinare da Sindona; che il mandato di cattura spiccato nel 1987 per il crack Calvi contro i dirigenti vaticani Marcinkus, Pellegrino De Stroebel e Luigi Mennini trovò i cancelli di San Pietro sbarrati; e che la tangente Enimont (93 miliardi) gestita da Luigi Bisignani, Carlo Sama e Sergio Cusani transitò dall’IOR verso il Lussemburgo, Ginevra e Lugano. E altri non riescono ancora a spiegarsi la ragione per cui è stato fatto erigere un sarcofago quasi papale nella basilica di Sant’Apollinare a Roma per il boss della Magliana Enrico de Pedis, e come mai Vito Ciancimino abbia potuto regolarmente depositare valigette piene di denaro mafioso nei sacri caveau vaticani. Perché l’IOR non ha libretti di assegni ed accetta solo contante che può girare agli istituti finanziari di tutto il mondo?
“Occorrono molti finanziamenti per le opere di bene”, sono soliti ripetere cardinali e pubblicisti clericali, pensando così di giustificare i maneggi dell’IOR e le evasioni fiscali. Vorremmo tuttavia chiedere ai vertici ecclesiastici come sia compatibile la predicazione dei sacrifici e dei doveri verso la comunità con il via libera alle più disinvolte operazioni finanziarie che si consumano all’ombra del cupolone. Quando nel 1982 l’erede di Sindona, Roberto Calvi, cadde schiacciato dalla montagna di imbrogli internazionali lasciando un debito di 1.300 miliardi di lire, si scoprì che il capo dell’Ambrosiano non era altro che il socio-marionetta di Marcinkus, presidente dell’IOR a cui Nino Andreatta, allora ministro del tesoro, fece pagare in via transattiva 300 miliardi di lire per chiudere la partita senza ulteriori verifiche. Del resto non è un mistero che nelle casseforti segrete del Vaticano, si custodiscano tesori di provenienza e destinazione inconfessabili come la miliardaria sedicente “Fondazione Cardinale Spelmann” riconducibile a Giulio Andreotti, o l’altrettanto truffaldina “fondazione intitolata a Augustus Jonas” la cui unica firma autorizzata è di Luigi Bisignani, per non parlare della miriade dei fondi di grandissimi evasori fiscali italiani. Forse il governo Monti dovrebbe farci un pensiero. 
Ogni volta che si solleva la questione dei finanziamenti illegali alla Chiesa e degli imbrogli degli enti para-ecclesiastici ai danni della collettività, gli esponenti cattolici e vaticani rispondono rispolverando il vecchio adagio secondo cui “si deve approfondire la materia”, e che “se vi sono irregolarità saranno rimesse in ordine”. L’esperienza insegna però che propositi di questo tenore  nascondono spesso l’ipocrisia del rinvio per superare la bufera. Aspettiamo di vedere quale seguito abbia la dichiarazione del cardinal Tarcisio Bertone che, dopo giorni di tetragona difesa dello status quo da parte de “L’Avvenire”, si è sbilanciato affermando che “l’Ici è un problema da studiare e approfondire”. Quasi che non fossero passati anni dalla legge sull’ICI del 1992 che esonerava i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio di culto, e dalle relative leggi Prodi (2006) e Berlusconi (2008); e non fosse stata investita perfino la Commissione europea che ha aperto un’indagine sull’esenzione dell’ICI concessa ai beni immobili della Chiesa. L’intenzione di “approfondire la materia dell’ICI” fa il paio con il tormentone della necessità di bonificare l’IOR. La nomina nel 2009 di Ettore Gotti Tedeschi, sostenitore della “finanza etica”, è stata presentata come una svolta per moralizzare l’ente vaticano, ma ancora una volta non se ne vedono gli effetti. Sembra che siano stati posti ostacoli all’inchiesta giudiziaria del pm Nello Rossi che si è mosso su segnalazione antiriciclaggio della Banca d’Italia per il transito dall’IOR alla Banca del Cimino di una grossa somma di cui non è chiara né la provenienza, né la destinazione, né l’origine.
La storia della Chiesa avida e senza scrupoli finanziari non è l’invenzione ideologica di laici anticlericali ma la semplice lettura delle vicende d’Italia in cui il Vaticano, tramite l’otto per mille (1200 miliardi di euro), l’Obolo di san Pietro, il patrimonio immobiliare e perfino il potere di battere moneta concesso dall’Unione europea, è ritenuto “lo Stato più ricco del mondo”.

 

Tutte le case del Vaticano: tesoro da 115mila proprietà

• da Il Giornale del 31 maggio 2010

di Gian Marco Chiocci

 

Casa e Chiesa, Vaticano real estate: fa impressione l’elenco completo del più vasto patrimonio immobiliare al mondo, sfuggito a ogni serio censimento, sin qui noto solo agli addetti ai lavori delle segrete stanze pontificie. Stando alle stime (non ufficiali) il 20 per cento dell’intero patrimonio immobiliare italiano farebbe riferimento alla Chiesa di Roma che nella Capitale vedrebbe salire percentualmente la sua potenza edilizia fino a un quarto dell’intero comparto: ventitremila fra terreni e fabbricati (appartamenti, negozi, uffici eccetera) intestati a centinaia di entità diverse fra enti, diocesi, istituti, congregazioni, confraternite, società, tutte realtà comunque riconducibili al Vaticano. Un numero imprecisato di appartamenti per migliaia di unità. Quasi 600 palazzi fra istituti e conventi, 50 monasteri, più di 500 chiese, 22 conventi, 400 immobili fra case generalizie, cliniche private, ospizi, case di riposo, residenze private, scuole, seminari, oratori, una quarantina di collegi e via discorrendo. Un patrimonio continuamente aggiornato e incrementato dal trading immobiliare e da sempre crescenti lasciti e donazioni dei fedeli (su Roma, nel 2008, se ne registrarono la bellezza di 8mila). Calcolando per difetto gli esperti contano inoltre 115mila proprietà il vero tesoro vaticano in tutta Italia.
Da brividi il suo controvalore di mercato. Secondo i responsabili del «Gruppo Re» (Re non sta per Real Estate bensì per Religiosi ecclesiastici) che assiste i ministri del culto nella gestione del loro immenso
tesoro immobiliare «se a metà degli anni novanta i beni delle missioni si aggiravano intorno agli 800 miliardi di vecchie lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più. Il patrimonio nazionale immobiliare della Chiesa raggiunge quasi il 22 per cento del totale italiano, proprietà all’estero escluse».
Secondo un’approfondita inchiesta del Mondo del 2007 la vera svolta sul business del mattone in Vaticano arriva alla fine del 2002 con la nomina del cardinale Attilio Nicora alla presidenza dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) che si divide la gestione del potere finanziario con la banca pontificia dello Ior (l’Istituto per le Opere di religione) e con il Fondo pensione per i dipendenti vaticani. «L’holdingApsa, che a Roma risulta proprietaria di beni per pochi milioni, perché iscritti a bilancio al costo storico, e accatastati sempre come popolari o ultrapopolari, pur situandosi in pieno centro (...). Ma che invece ha un potere di indirizzo enorme sull’immenso patrimonio che fa capo alla Chiesa e agli oltre 30mila enti religiosi che operano sul territorio». Venticinque anni fa il non ancora baciapile Francesco Rutelli prese la parola in parlamento sul dibattito che seguì l’approvazione della legge che istituiva i fondi di culto, e snocciolò una quantità gigantesca di numeri e indirizzi «per lasciare agli atti della Camera una tale imponente messe di proprietà degli enti ecclesiastici (...). La consistenza gigantesca di questi beni è sotto i nostri occhi, e noi riteniamo di doverla evidenziare al Parlamento
mentre si discute di quali oneri lo Stato debba fronteggiare per assicurare la sussistenza degli enti ecclesiastici e il sostentamento del clero».
Venticinque anni dopo quell’exploit, con Rutelli diventato cattolicissimo dopo la folgorazione sulla via del
Campidoglio e i successivi finanziamenti a grandine per il Giubileo (3.500 miliardi), un altro parlamentare radicale, Maurizio Turco, s’è messo d’impegno per venire a capo del più vasto patrimonio immobiliare mondiale. E giorno dopo giorno, fra il 2006 e il 2007, facendo la spola fra gli uffici del partito invia di Torre Argentina e gli archivi del catasto, ha ricostruito casa per casa le proprietà della Chiesa. Un lavoro immenso. Pazzesco. Sfiancante. Reso complicato dalle non sempre corrette descrizioni degli stabili e degli enti di riferimento riportate sul registro degli immobili. Un lavoro che non tiene però conto del grande affare del turismo religioso (con l’Opera romana pellegrinaggi a farla da padrone) a cui si ricollegano le migliaia di «case per ferie» seguite direttamente dai religiosi per un fatturato annuo da4 miliardi di euro. Ci si dovrebbe soffermare inoltre sul business delle alienazioni dei sacri palazzi - attraverso il cambio di destinazione d’uso - a holding immobiliari, enti istituzionali, attività commerciali e compagnie alberghiere: in tre anni numerosi conventi o seminari sono stati riconvertiti e trasformati in hotel oppure in condominii da 30/40 appartamenti l’uno ceduti o affittati, per un giro d’affari da centinaia di milioni di euro. Un business reso più fruttuoso dalle tante agevolazioni fiscali di cui gode la Chiesa, a cominciare dall’esenzione dell’Ici fino alla detassazione sulle imposte da versare sugli affitti riscossi passando per un migliore trattamento tributario nei confronti degli enti religiosi proprietari dei palazzi storici. Il tesoro immobiliare del Vaticano scoperto dal radicale Turco è da guinness dei primati. Per pubblicarlo tutto occorrerebbe un giornale intero. Ci limitiamo a segnalare le «sigle» religiose con il più alto numero di proprietà fra Roma e provincia: la Cei ne ha 16, l’Opera romana per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma 54, l’Abbazia di Subiaco 102, l’Apsa 306 (comprese le varie sigle) le Ancelle francescane del Buon pastore 55, ArcipreturaValmontone 350, Arcipretura in Vallepietra 97, Beneficio parrocchiale del capitolo di San Pietro-Vaticano 164+201 (oltre a 114 beni amministrati da Hoerner Arturo), capitolo Subiaco 575, Canonici Albano Laziale 171, Canonici Ariccia 518, Capitolo Basilica S. Maria Maggiore 101, Caritas 70, Vicarie Castel Madama 158, Vicariato di Roma 276, Suore domenicane Santa Caterina 20, Sottocura Sant’Andrea Gallicano 92, Società cattolica di assicurazioni Verona 33, Suprema congregazione sant’Ufficio 133, Santa Sede Città del Vaticano 178, Reverenda Fabbrica di San Pietro 139, Propaganda Fide e suoi istituti di riferimento (1.139, come pubblicato ieri dal Giornale), Congregazione di S. Vincenzo Pauli 161, Pontificio istituto teutonico 211, Pontifica opera per la preservazione della fede 683.

31/12/08 - Il Vaticano divorzia dall' Italia, ma non rinuncia agli alimenti.
Crudeltà e immoralità sono le colpe addebitate. La prima a causa della fatica derivante al santo coniuge dall' ecceso e dalla farraginosità della produzione legislativa che, in base agli accordi prematrimoniali del 1929 e de 1984, il Vaticano doveva mutuare. La seconda per la frequente mancanza di eticità nelle leggi adottate dall' Italia. Ma l'ottopermille, l'esenzione dall' ICI e la pioggia di quattrini che Stato, Regioni, Province e Comuni versano nelle casse della Santa Ditta Trangugia e Divora continueranno ad affluire generosamente anche dopo la separazione dei coniugi. La cura dei figli (60 milioni di persone) resta affidata al Vaticano che provvederà alla loro educazione e indottrinamento forzato con i sui 26.000 insegnanti di religione pagati sempre dall' Italia. LEGGI

9/10/08 - La Bibbia in TV, un fiasco mediatico a spese dei contribuenti. Commento di Carlo Brunori.

Questa mattina verso le 9, sono passato davanti alla basilica di S. Croce in Gerusalemme dove, dal 5 e fino all'11 ottobre, viene letta in diretta “la Bibbia giorno e notte”. Ho visto un’organizzazione di primo ordine:
·        un grandissimo maxischermo;
·        una imponente apparecchiatura per l'illuminazione e l’amplificazione;
·        tutta la zona transennata;
·        4 maxi gazebo;
·        una decina di poliziotti e diverse camionette di polizia;
·        2 autoambulanze;
·        diverse crocerossine;
·        molti vigili urbani;
·        10 gabinetti chimici;
Ebbene, di fronte a tutto questo popò di roba ho contato 6 suore, 3 preti e 7 persone.
Verso le 13, quando sono ripassato davanti alla basilica, la situazione era ancora più tragicomica: 5 suore, 1 prete e 4 persone.
Dentro la chiesa non sono entrato ( per evitare l’orticaria), ma dal di fuori sembrava quasi vuota. A questo punto sarebbe interessante sapere dal “nostro” sindaco quanto ci è costata questa ennesima buffonata.
Saluti Anticlericali.

Carlo Brunori

 

28/07/07 - Benedetto tesoretto.
Francesco Bonazzi
Fonte: L'Espresso - espresso.repubblica.i
t

La fede e il carisma non si misurano certo in dollari,
ma la popolarità un po' sì. E se si vuole affidare al
vile denaro la misurazione del rapporto di fiducia che
lega i cattolici a papa Ratzinger, un termometro con i
numeri belli chiari c'è. Si chiama 'Obolo di San
Pietro' e indica da oltre 13 secoli le offerte che i
fedeli di tutto il mondo spediscono direttamente al
pontefice come contributo diretto alla sua missione.
Bene, nel 2006 l'obolo è aumentato del 58 per cento
per toccare quota 101,9 milioni di dollari. Niente
male per un papa che all'inizio del pontificato veniva
spesso dipinto come un algido teologo, lontano chissà
quanto dal suo gregge. Certo, in Vaticano se n'erano
accorti perfino le guardie svizzere e chiunque
frequentasse le udienze generali del mercoledì o
l'Angelus del mezzogiorno della domenica.

"Affluenze quasi raddoppiate", si conteggia da mesi
all'ombra di San Pietro. Ora, cominciano ad
accorgersene anche le casse vaticane. Non c'è
scandalo-pedofili che tenga. Nessuna ingerenza
politica che si paghi. Nessuna gaffe nei rapporti con
le altre religioni che si sconti. La realtà è che
Benedetto XVI guida una chiesa che finanziariamente
scoppia di salute. E dove lo stesso obolo di San
Pietro è poco più di una goccia in un mare di soldi
gestito con oculatezza, riservatezza e prudentissima
divisione in compartimenti stagni.

"Noi non rischiamo: in materia economica siamo
tradizionalisti", ama dire il cardinale Sergio
Sebastiani quando qualcuno, banchiere o giornalista
che sia, prova a contestargli un eccessivo amore per i
titoli di Stato rispetto alle azioni. Sebastiani,
marchigiano di Montemonaco, guida da 10 anni la
Prefettura degli affari economici della Santa Sede e
risponde direttamente al nuovo segretario di Stato,
l'ex arcivescovo di Genova Tarcisio Bertone. La
prefettura controlla formalmente i conti della Città
del Vaticano e presenta ogni anno una sorta di
bilancio consolidato della Santa Sede, ma sbaglierebbe
di grosso chi sognasse di trovarvi dentro un quadro
complessivo delle finanze petrine. In realtà, i
bilanci del Vaticano sono sfalsati su diversi livelli,
tra Santa Sede, Ior e Governatorato. La Santa Sede è
il vertice organizzativo della Chiesa, con i suoi
servizi destinati a tutte le diocesi e agli istituti
religiosi, e per le questioni finanziarie si serve
dell'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede
apostolica). Il Governatorato gestisce invece l'entità
territoriale dello Stato della Città del Vaticano,
mentre lo Ior è un istituto bancario che ha sede in
Vaticano, ma risponde direttamente al papa. Insomma, i
bilanci del Governatorato e dello Ior non entrano in
quelli della Santa Sede, esattamente come quelli delle
varie conferenze episcopali o degli ordini religiosi.
Un sistema intricato come pochi, ma che ha l'indubbio
vantaggio di consentire alla Chiesa cattolica di
scegliere quando avvalersi della sovranità di uno
Stato che non deve rispondere alle leggi di altre
nazioni (il Vaticano), quando giocare fino in fondo
tutto il proprio ruolo religioso e morale (la Santa
Sede), quando risolvere problemi organizzativi interni
(Apsa) e quando investire sui mercati internazionali
nella massima discrezione (Ior).

Il momento di massima 'glasnost' finanziaria del
Vaticano cade di solito tra la fine di giugno e i
primi di luglio, quando il cardinal Sebastiani
illustra alla stampa di tutto il mondo il bilancio
consultivo consolidato della Santa Sede. Quello del
2006, svelato il 6 luglio scorso, registra 227,8
milioni di entrate, contro 225,4 di uscite. L'utile
finale di 2,4 milioni di euro è in netta contrazione
rispetto ai 9,7 del 2005, ma non è questo il dato
fondamentale, visto che non è compito della Santa Sede
fare il pieno di profitti. Ben più interessante, per
capire le dinamiche interne, è andare a vedere le
singole voci. Ad esempio, nel 2006 la massa delle
contribuzioni arrivate da Conferenze episcopali,
diocesi, istituti religiosi, fedeli ed enti vari è
salita dell'16,3 per cento a 86 milioni di euro.

Lo si potrebbe definire un discretissimo quanto
plebisicito interno per la gestione di Benedetto XVI.
Stati Uniti, Germania e Italia sono sempre le tre
conferenze episcopali che contribuiscono di più, ma
quest'anno la nazione di papa Ratzinger ha scavalcato
gli Stati Uniti. Mentre se si va a guardare le offerte
libere, i cattolici statunitensi sono sempre i primi
della lista e questo fa a dire a Sebastiani che "il
calo delle offerte del quale parlavano i giornali
americani in relazione allo scandalo dei preti
pedofili, per quanto riguarda la Santa Sede non è
avvenuto".

Visto dal Vaticano, semmai, il problema degli Stati
Uniti è il dollaro debole. Con le fluttuazioni del
cambio, si calcola che l'Apsa abbia perso sette
milioni di euro sulla divisa americana, dove pure c'è
scritto 'In God we trust' (una fiducia evidentemente
non ricambiata). E dire che tra i consulenti ufficiali
dell'Apsa figurano bei nomi della finanza
internazionale come il banchiere americano Robert
McCann (Merril Lynch), l'irlandese Peter Sutherland
(Goldman Sachs), il francese Antoine Chappuis e
l'italiano Carlo Gilardi (ex amministratore delegato
di Benetton).

Gli affari sono andati molto meglio nel settore
immobiliare, dove l'Apsa ha un saldo netto di 32,3
milioni su 59,3 milioni di ricavi complessivi. C'è
stata qualche vendita, ma si tratta in grandissima
parte di affitti riscossi da un patrimonio immobiliare
su cui circola ogni genere di leggenda. Una delle
poche stime affidabili (totalmente ufficiosa), parla
di immobili per un valore di almeno 450 milioni di
euro, ma deve fare i conti con valori a volte
meramente catastali e quindi ben al di sotto di quelli
del mercato vero.

All'interno dell'Apsa, gioca un ruolo di notevole
rilievo economico anche la Congregazione per
l'evangelizzazione dei popoli (in pratica, le
missioni), dotata a sua volta di un patrimonio
immobiliare sterminato e affidata da un anno al
cardinale indiano Ivan Dias. In definitiva, si può
dire che i proventi dell'attività immobiliare sono
andati sostanzialmente a coprire le perdite di Radio
Vaticana (23,8 milioni nel 2006) e dell''Osservatore
Romano' (4,4 milioni): due mezzi di comunicazione
strutturalmente in rosso, ma sulla cui necessità
nessuno, in Vaticano, osa dubitare.

Se questa è la fotografia istantanea che emerge dal
bilancio dell'Apsa, bisogna però ricordarsi che questa
documento non consolida né il bilancio del
Governatorato, né quello dello Ior. Del primo,
affidato al novarese monsignor Giovanni Lajolo, si sa
che ha chiuso il 2006 con un utile di quasi 22 milioni
di euro realizzati grazie a qualche risparmio sul
personale (circa 1.500 dipendenti) e soprattutto
grazie al boom dei Musei Vaticani. Dello Ior, invece,
si sa sempre di meno. Dopo il suo coinvolgimento nello
scandalo del Banco Ambrosiano, (il Vaticano non
riconobbe alcuna colpa, ma fece una donazione
'spontanea' di 241 milioni di dollari ai creditori),
la banca guidata da Angelo Caloia si è ulteriormente
inabissata. Opera sostanzialmente come un fondo
d'investimento chiuso.

Si sa che paga buoni rendimenti. Pare che abbia un
patrimonio che sfiora i 6 miliardi di dollari e che
anche quest'anno abbia staccato un assegno di qualche
decina di milioni di euro, consegnato direttamente al
papa dallo stesso Caloia. Che cosa fa il papa di tutti
questi soldi? È ragionevole pensare che si uniscano a
quelli dell'Obolo di San Pietro. Ovvero, che vadano a
finanziare non solo la sua missione apostolica in giro
per il mondo, ma soprattutto il sostegno personale che
il pontefice dà alle diocesi più povere del pianeta.

Anche capire chi ha davvero in mano i cordoni della
'borsa di Pietro' non è impresa facile per i comuni
mortali. Dato per scontato il ruolo istituzionale del
cardinal Bertone, che come segretario di Stato ha la
massima responsabilità di governo della macchina
vaticana, appare in calo il peso della Prefettura per
gli affari economici. Nonostante il cardinal
Sebastiani si sia circondato di consulenti anche
prestigiosi, come il riservatissimo banchiere romano
Giampietro Nattino o l'ex manager Iri Maurizio Prato,
la prefettura ha un ruolo sempre più notarile e in
futuro potrebbe anche scomparire.

In netta ascesa, invece, il ruolo del cardinal Nicora,
che oltre a guidare l'Apsa è l'uomo forte della
commissione cardinalizia incaricata di vigilare sullo
Ior. Nei giorni scorsi, Nicora è stato raggiunto
all'Apsa con funzioni di segretario generale da un suo
ex compagno di seminario: il ligure Domenico Calcagno,
vescovo di Savona e storico economo della Cei. Così
con Bertone, Calcagno e il genovese Bagnasco
(presidente della Cei), si può dire che il papa
tedesco abbia affidato ruoli strategici a un trio di
prelati liguri. Mentre sembra passato un secolo dai
tempi in cui don Stanislao, segretario personale di
papa Wojtyla, e il cardinal Crescenzio Sepe, ex
prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione,
venivano considerati i corsari della finanza vaticana.

Francesco Bonazzi
Fonte: L'Espresso - espresso.repubblica.i
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