IN NOGOD WE TRUST
RACCOLTA
DI ARTICOLI E COMMENTI SEGNALATICI DAI NOSTRI VISITATORI
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| Michele Serra: L'amaca di giovedì 6 novembre 2008 Tratta da "la Repubblica" Non è per contraddire Barack Obama, ma "il Paese dove tutto è possibile" non sono gli Usa. È l'Italia. Dove è possibile che il capogruppo del partito di maggioranza commenti l'elezione di Obama dicendo che fa contenta Al Qaeda. È possibile che il leader di un altro partito di governo abbia definito "bingo bongo" gli africani. È possibile che un altro autorevole leader di quel partito abbia definito "culattoni" gli omosessuali. È possibile che un sindaco del Nord inviti a trattare gli immigrati come "leprotti", a fucilate. È possibile che Marcello Dell'Utri (interdetto dai pubblici uffici, e però senatore della Repubblica: è possibile anche questo) ammonisca le giornaliste del Tg3 perché abbassano il morale della Nazione. È possibile che il premier, proprietario di televisioni, nel pieno del suo ruolo istituzionale inviti gli imprenditori a non destinare investimenti pubblicitari ai suoi concorrenti. È possibile che, in piena crisi finanziaria, lo stesso premier esorti ad acquistare azioni indicandone il nome. È possibile che una trasmissione della televisione pubblica sia oggetto di una spedizione punitiva di squadristi. È possibile che un ex presidente della Repubblica rievochi la violenza e gli intrighi di Stato come metodo repressivo delle manifestazioni studentesche. E sono possibili mille altre di queste meraviglie, nel solo vero paese dove veramente tutto è possibile. Così possibile che si è già avverato. |
| Loggia continua 01.11.08 - Il venerabile premier Furio Colombo Non sono d'accordo con Beppe Giulietti quando dice: "la P2 non va in onda". Si riferisce all'iniziativa di Odeon Tv di affidare al "Venerabile" Licio Gelli la conduzione di un programma sulla storia italiana contemporanea. Perché privare il pubblico italiano di alcune ovvie verità che, però, quando sono dette da Travaglio o da me o da Giulietti stesso o da Pancho Pardi o da Paolo Flores D'Arcais vengono definite "Rigurgiti di antiberlusconismo viscerale" o "demonizzazione dell'avversario"? Quello che è accaduto è che Odeon ha mandato in onda un "Promo" o "Trailer" come si fa per il lancio di grandi spettacoli. E si è capito che sta facendo la cosa giusta. Finalmente, da fonte autentica e autorizzata (l'autore), possiamo sentir parlare del piano della Loggia Massonica P2 "per il rilancio del Paese". Sarebbe già abbastanza interessante constatare che quel piano, destinato a trasformare l'Italia nel Cile di Pinochet (o nella meticolosa repressione e persecuzione tentata e in parte realizzata nel G8 di Genova) corrisponde obiettivamente, punto per punto, alla "cultura del fare" attuata giorno per giorno da Silvio Berlusconi e dai suoi gerarchi. Ma è ancora più interessante che la sola fonte autorizzata, Licio Gelli in persona, ci dica che Silvio Berlusconi è il vero e unico erede della Loggia P2 e il solo in grado di realizzare il piano golpista di quella loggia massonica. Non doveva essere uno scherzo o una goliardata quel piano, se, al momento della scoperta, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ci ha avvertiti, in tempo reale, che non avrebbe mai ricevuto al Quirinale o stretto la mano a iscritti o ex iscritti della P2, indagati o non indagati. Ma adesso, mentre il Venerabile Licio Gelli ripassa pubblicamente in televisione i punti fondamentali del suo programma eversivo e constata la coincidenza, punto per punto, con l'alacre lavoro distruttivo di Silvio Berlusconi e dei suoi (con una sola doglianza: a differenza di deputati e giornalisti, i magistrati sono ancora liberi) Licio Gelli proclama il suo successore. E' bene che gli italiani lo sappiano, perché, come la mafia, la loggia massonica non scherza e non parla a vanvera. Il successore ed erede è l'attuale Primo Ministro italiano. Il Venerabile Silvio Berlusconi. Ora sappiamo che P2 non è una accusa. E' un titolo necessario per governare. Furio Colombo |
11/10/08 - Non so, non ho visto, non c'ero... e se c'ero dormivo. L'eroe eponimo degli imbrogliuscones non sapeva niente della norma paracula che doveva parare il culo ai banchieri imbrogliuscones. |
9/10/08 - Imbrogliusconi salva il culo a tutti gli imbrogliuscones italiani. Notizia pescata sulla mailing-list di Geopolitica ...e non se ne accorge neppure la cosidetta *opposizione* ?? |
5/10/08 - Pannella e gli zombi di Bagnasco |
27/09(08 - «Laicità positiva»: per chi? Ma quello che il papa ha detto in Francia a proposito di distinzione tra Stato e Chiesa sembra non valere per l'Italia attraversata da ondate di neoclericalismo. Jean-Jacques Peyronel «La laicità non è in contrasto con la fede», ha detto il papa nell'aereo che lo portava a Parigi. Bene, finalmente un papa che riconosce il valore per tutti i francesi della legge del 1905, esecrata da tutti i suoi predecessori a partire da Pio X. Ma appena arrivato a Parigi, nei saloni dell'Eliseo, ha dichiarato di apprezzare l'espressione usata dal suo illustre ospite nel suo controverso discorso nella Basilica di San Giovanni in Laterano il 20 dicembre 2007, di «laicità positiva». Per cui si potrebbe pensare che anche per lui, la laicità tout court, quella in cui vivono felicemente tutti i cittadini francesi da oltre un secolo, sia invece in contrasto con la fede e quindi «negativa». Ma essendo questo papa persona intelligente e profondo conoscitore dell'«esprit français», si potrebbe anche pensare che abbia voluto invece rendere un omaggio alla «positività» della laicità francese. Ha detto infatti testualmente: «Sul problema dei rapporti tra la sfera politica e la sfera religiosa, il Cristo stesso aveva già offerto il principio di una giusta soluzione quando rispose a una domanda che gli veniva posta: "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" (Mc 12, 17). La Chiesa in Francia gode attualmente di un regime di libertà. La diffidenza del passato si è trasformata a poco a poco in un dialogo sereno e positivo, che si consolida sempre di più». Poi ha aggiunto: «In questo momento storico in cui le culture si intrecciano, è diventata necessaria una nuova riflessione sul vero senso e l'importanza della laicità». Benissimo, ma allora perché non iniziare da una riscoperta di quella che è stata, alla fine dell'800 e all'inizio del '900, la nascita del concetto stesso di laicità? La laicità francese infatti si basa sulla distinzione, rigorosa ma non rigida, dei piani e dei concetti. Ad esempio, quando si parla di spazio pubblico va precisato che esso si compone di due piani distinti che non vanno confusi: quello politico-istituzionale proprio dello Stato e delle sue istituzioni - a cominciare dal Parlamento dove gli eletti del popolo, e soltanto loro, sono chiamati a fare le leggi - e quello della società civile in cui tutti, singoli e associazioni, possono esprimersi liberamente a patto di non turbare l'ordine pubblico. Ora, in Francia, dal 1905, tutte le chiese, comprese le parrocchie cattoliche, sono considerate giuridicamente come «associazioni cultuali» e in quanto tali sono parte integrante della società civile e quindi dello spazio pubblico («Dal punto di vista dello Stato laico, le chiese non sono delle istituzioni, sono delle associazioni», scrive al riguardo Jean Baubérot nel suo ultimo libro, La laïcité expliquée à M. Sarkozy). Per cui quando si dice che la legge del 1905 ha relegato le religioni nella sfera privata, escludendole dallo spazio pubblico, si dice una cosa non vera. Come spiega molto bene Catherine Kintzler, esponente di spicco della laicità francese, nel suo recente «Qùest-ce que la laïcité? »: «La Repubblica laica pone a fondamento della città il principio di laicità che impone la rigorosa astensione dei pubblici poteri [rispetto a qualunque credenza o non credenza, ndr], e proprio da questo principio di astensione (da non confondere con sottrazione!) a livello politico-istituzionale deriva il fatto che «nella sfera della società civile tale astensione non è richiesta e che tutte le posizioni, purché non siano contrarie al diritto comune, sono lecite». Lo Stato in quanto tale non ha da essere né pluralista né tollerante, ma soltanto neutro, ed è proprio grazie a questa neutralità (da non confondere con indifferenza) che la società civile può essere pienamente pluralista e tollerante. La laicità quindi non va confusa con la tolleranza o il pluralismo; sono cose diverse che si verificano nei due piani distinti dello spazio pubblico. In un suo articolo apparso su Le Nouvel Observateur il 26 febbraio scorso, intitolato «La laicità non è la tolleranza», Jean Daniel cita questo «stupendo pensiero di un grande filosofo protestante, Paul Ricour»: «Se davvero le religioni devono sopravvivere, esse dovranno adempiere a molte esigenze. Dovranno in primo luogo rinunciare a ogni specie di potere che non sia quello di una parola disarmata; dovranno inoltre fare prevalere la compassione sulla rigidità dottrinale...». La differenza tra laicismo e laicità non sta, come spesso si dice, nel fatto che il primo sarebbe un'ideologia e la seconda solo un metodo, bensì nel fatto che il primo vorrebbe cacciare via le religioni anche dalla società civile mentre la seconda è quella che vi permette invece la loro piena espressione. Se invece, con la «laicità positiva», si intende far rientrare le religioni nel piano politico-istituzionale di modo che esse possano «ispirare» direttamente l'elaborazione e la formulazione delle leggi, si ricade semplicemente in una nuova forma di clericalismo che, come il vecchio, è l'antitesi della laicità. Lo ha detto molto bene il pastore Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia, nel suo intervento al Parlamento europeo di Bruxelles, il 28 agosto scorso, nell'ambito del convegno «Laicità e religioni» promosso dal Partito radicale transnazionale: «Penso cioè che la teologia cristiana, proprio a partire dal centro della sua confessione di fede, la cristologia e la teologia della croce, dovrebbe rivendicare la laicità, la neutralità religiosa della sfera pubblica, il separatismo, in vista di una testimonianza autentica perché non legata ad alcun vincolo imposto ad alcuno né ad alcun privilegio. Nella nostra comprensione, proprio Cristo come rivelazione di Dio e come unica mediazione implica la laicità della piazza su cui il suo nome è annunciato e l'esclusione di ogni mediazione e tutela clericale». Queste infatti sono le regole della democrazia che peraltro collimano perfettamente con i principi della laicità. Alle chiese, tutte, non spetta il compito di fare o di influenzare le leggi ma di predicare l'Evangelo: allo Stato non devono chiedere null'altro che garantire loro la piena libertà di esercitare il proprio culto e di testimoniare pubblicamente la loro fede. Che è esattamente quello che afferma il primo articolo della legge francese del 1905. Nell'ambito della società civile, le chiese, tutte, possono dire quel che vogliono. Se poi non sono capaci di farsi ascoltare nella piazza pubblica, reale o virtuale, in cui circola di tutto, questa è affar loro ma non possono pretendere dai pubblici poteri di avere un palco più alto e altoparlanti più potenti degli altri. La laicità alla francese è stata inventata per permettere a tutti, religioni comprese, il vivere insieme nonostante le differenze. Di questo, in fondo, il papa sembra avere preso atto, e ha preso sottilmente le distanze dal presidente francese, affermando a Lourdes, davanti ai vescovi francesi, di non auspicare una revisione della legge del 1905, perché riconosce una «specificità francese che la Santa Sede desidera rispettare». Peccato che questo non valga per l'Italia! |
9/04/08 - Da il Corriere della sera Il caso - Interrompere la gravidanza è illegale: spesso rischiano la vita BETLEMME — S. è tornata a casa e ha radunato i suoi bambini per un gioco: «Saltatemi sulla pancia». Cinque figli fuori, uno dentro. Quello che non vuole perché è arrivato troppo presto, perché la famiglia già così non ce la fa. S. ha deciso da sola, quando si è scoperta di nuovo incinta, «11-12 settimane» le ha comunicato il dottore. Corriere della sera, mercoledì, 9 aprile 2008 |
di Marco Travaglio - 5 aprile 2008
Ecco cosa potrebbe dire Uolter, facendo un po’ di compagnia a Di Pietro: che Berlusconi e le sue Gine non han capito nulla: il primo decreto del suo governo raderà al suolo la Gasparri (risparmiando all’Italia l’annunciata supermulta europea di 300 mila euro al giorno, retroattiva dal luglio 2006), libererà la Rai dai partiti e dalla loro Vigilanza, e applicherà la sentenza europea e le due note sentenze della Consulta: cioè leverà le frequenze a Rete4 e le darà a Europa7. Vedi mai che, parlando chiaro sulla tv, si conquistino molti incerti di sinistra e pure qualcuno di destra. |
Il richiamo della foresta • da La Repubblica del 14 marzo 2008, pag. 1 di Curzio Maltese Sarà la convinzione d'avere il sole della vittoria in tasca. Saranno l'età e i chilometri: alla quinta campagna elettorale il repertorio fatalmente si avvizzisce. Sarà che Berlusconi è sempre stato così, ma insomma il livello di gaffes ciniche e volgari assemblato dal Cavaliere in due settimane di campagna elettorale sembra eccessivo perfino agli amanti del genere. Persi i grandi alibi del sogno e dell'anticomunismo, a Berlusconi sono rimaste soltanto le barzellette. L'intera sua campagna assomiglia a una barzelletta, del genere greve. L'altra sera al Tg2, a una ragazza precaria che gli poneva un problema serio ("Come si può metter su una famiglia con 600 euro al mese?") il candidato premier del centrodestra ha consigliato di sposare Berlusconi junior o "un tipo del genere", un figlio di miliardario. Di fronte al gelo dello studio, il grande comunicatore ha poi improvvisato una risposta seria delle sue, cioè lievemente meno cialtrona. Non si era ancora spenta l'eco della candidatura di Ciarrapico, giustificata da Berlusconi più o meno così: d'accordo, è un fascista ma possiede giornali "che servono". Il verbo è da intendersi in senso largo. Il passaggio logico in cui il primo editore d'Italia dava per scontato che i giornalisti siano servi dei loro padroni è sfuggito alla già rinomata categoria. Ma in molti pagheremmo una cifra, come si dice a Milano, per vedere Berlusconi ripetere il concetto ai leader del partito popolare europeo, che ieri hanno chiarito di non essere disposti ad accogliere nostalgici di Mussolini. Poco prima il Cavaliere, per tener fede ai propositi di fair play elettorale, s'era messo a stracciare in pubblico il programma del Pd. La campagna era cominciata peraltro con una solenne presa per i fondelli dei suoi elettori, intorno alla vicenda della candidatura di Clemente Mastella. Berlusconi aveva ammesso di aver offerto la candidatura a Mastella, ai tempi in cui questi era ancora nel centrosinistra, ma d'aver poi deciso di non onorare la promessa, "perché secondo i sondaggi, ci farebbe perdere dall'otto al dieci per cento". Anche qui è passato inosservato il passaggio logico per cui un quarto degli elettori del Pdl sarebbero tanto imbecilli da non distinguere fra un gesto politico convinto, magari dettato da scrupoli etici, e una trovata opportunistica. Nella democrazia americana, che Berlusconi cita da una vita a modello, una qualsiasi di queste gaffes, per usare un eufemismo, avrebbe comportato l'immediata fine della carriera politica. In Italia, per fortuna sua ma non nostra, offendere le donne, i media, gli avversari e perfino l'intelligenza dei propri elettori, non è considerato grave. Neppure o soprattutto dagli interessati. E' possibile, anzi probabile, che Berlusconi non abbia perso un solo voto dei suoi, né di donne, né di giornalisti, né fra i molti antipatizzanti dell'ex Guardasigilli. Ci sono ben altri problemi, come ripete il Cavaliere. Per esempio la questione della spazzatura a Napoli, per la quale lui stesso non ha fatto nulla nei sette anni di governo. Il tratto più sorprendente è come Berlusconi, ormai il più anziano leader in attività d'Italia e fra i più anziani del mondo, in tanti anni non abbia raggiunto un grado minimo di dimestichezza con il linguaggio democratico. Il linguaggio che accomuna in Europa e in Nord America tutti i capi di partito, conservatori o progressisti, con sporadiche eccezioni populiste, fenomeni in genere di breve durata o di limitato consenso. Il richiamo della foresta in lui è sempre più forte di tutto, perfino in una campagna elettorale nata all'insegna della moderazione e, in teoria almeno, vinta in partenza dal centrodestra. Al cinismo berlusconiano il Paese è mitridatizzato da anni. Non manca chi lo considera, fra seguaci e avversari, con divertimento. Si accettano già scommesse sulle barzellette e le battute che il capo potrà sfornare quando incontrerà da premier il primo presidente donna o il primo presidente nero degli Stati Uniti. Tanto, ci saranno sempre "ben altri problemi". Ma se non si riesce a cambiare nemmeno la forma, figurarsi la sostanza. |
Il laico Zapatero da La Stampa del 11 marzo 2008, pag. 1 di Gian Enrico Rusconi Una serena, ferma e dignitosa difesa dello Stato laico vince elettoralmente in una democrazia matura. Questa è la semplice lezione del successo di José Luis Zapatero. Sappiamo che le varianti in gioco nelle elezioni spagnole erano e sono molte. Sappiamo che le differenze tra l'Italia e la Spagna sono grandi. Ce ne siamo dimenticati, anche per una certa provinciale supponenza che per decenni ci ha illuso di «essere più avanti» degli spagnoli. Adesso ci stanno dando molte lezioni: dal dinamismo economico all'impegno nelle istituzioni europee. Da qualche tempo ci offrono pure l'esempio di uno Stato che ha riscoperto il gusto della propria autonomia e dignità nel dimostrare con i fatti di essere l'unico depositario dei criteri dell'etica pubblica. Il plusvalore della laicità ha certamente rafforzato la prospettiva «socialista» della politica zapateriana, che punta sulla valorizzazione della «cittadinanza sociale». Solo l'eutanasia del socialismo nel nostro Paese impedisce di cogliere il nesso fecondo tra socialismo della cittadinanza e diritti civili. Nel merito si può essere d'accordo o no su questa o su quella iniziativa di legge (dalle nuove regole sul divorzio ai matrimoni gay), ma non c'è dubbio che il governo socialista sta sviluppando una strategia efficace. Consente all'opposizione cattolica ed ecclesiastica di dispiegare tutto il suo potenziale di protesta pubblica, senza farsi intimidire. Soprattutto non si lascia dettare lezioni su che cosa sia la «vera laicità dello Stato». Il risultato è che nulla fa infuriare di più i clericali spagnoli del sorriso disarmante di Zapatero quando annuncia e ribadisce le sue misure di laicità. Con buona pace dei nostri clericali, non si può dire che «la sfera pubblica» spagnola sia condizionata dal laicismo di Stato. Nulla impedisce ai cattolici spagnoli, che seguono le direttive della gerarchia, di manifestare senza restrizioni i loro convincimenti con il massimo di pubblicità. Ma le loro ragioni non convincono la maggioranza degli spagnoli. È quindi sbagliato affermare che le iniziative di Zapatero fanno violenza alla buona popolazione spagnola. Semplicemente la gente, credente o non credente, è laicamente più matura dei suoi rappresentanti clericali. Non so se il risultato elettorale spagnolo cambierà qualcosa nel nostro Paese nelle strategie politiche (tali sono anche quelle della Cei) in previsione di misure di legge che rientrano sotto i criteri della laicità dello Stato. Oggi in Italia è in atto una tregua elettorale, dettata dalla convenienza politica e da un calcolo di aritmetica elettorale. È il segnale di un intreccio intimo e strumentale tra i meccanismi democratici e la volontà di una parte del mondo cattolico di condizionare dall'interno (a cominciare dal Pd) i processi della decisione politica. Non siamo dunque in una situazione spagnola, neppure per quanto riguarda «la sfera pubblica», che da noi è saldamente presidiata dalle forze cattoliche in linea con la dottrina o meglio con la strategia della Chiesa. Ma la linea intransigente dettata dalla parola d'ordine della «non negoziabilità dei valori», confondendo la dottrina della Chiesa con una strategia politica, mette in difficoltà la democrazia o quanto meno la sua funzionalità. Non ci stancheremo di ripetere che in democrazia «non negoziabili» sono soltanto i diritti fondamentali, tra i quali al primo posto c'è la pluralità dei convincimenti, pubblicamente argomentati. Ad essa deve essere subordinato l'impulso a far valere i propri valori (per quanto soggettivamente legittimi) nei confronti degli altri cittadini. Dopo di che, evidentemente, si apre lo spazio al confronto - anche duro - delle ragioni che sono condivise o che dividono, e quindi alle regole del gioco democratico. Non so se un futuro ipotetico governo Veltroni proporrà leggi non gradite alla gerarchia ecclesiastica, sostenendo il principio dell'autonomia dello Stato laico e il primato costituzionale del pluralismo etico. Dovrà prima fare i conti con alcune componenti interne del suo stesso partito, che non mancheranno di ricattarlo. Da questo punto di vista, anche se lo volesse, Veltroni non potrebbe agire con la fermezza di Zapatero. Si è già messo nelle condizioni politiche di non poterlo imitare, ammesso che lo voglia fare. Non aspettiamoci dunque un Veltroni-Zapatero. Non potrà e non saprà farlo. Lo apprezzerà magari a parole, ma da lontano. Nel suo stile. |
| Hirsi Ali: "Non cedere alle minacce di estremisti" • da La Repubblica del 6 marzo 2008, pag. 16 di Anais Ginori «Le polemiche attorno al film di Wilders sono l'ennesima dimostrazione dell'intolleranza dell'Islam». Ayaan Hirsi Ali è stata eletta nel Parlamento olandese militando nel partito liberale insieme a Wilders. Adesso, le loro strade si sono separate: Wilders ha fondato una sua piccola ma molto visibile formazione politica, leiha trovato protezione negli Usa, inseguita da minacce di morte per il suo film "Submission" realizzato con il regista Theo Van Gogh, assassinato quattro anni fa da un fondamentalista islamico. Difende l'idea di fare un film contro il Corano? «Non è ammissibile indietreggiare davanti alle minacce, abdicando ai diritti fondamentali della nostra Costituzione. Vedere che il governo olandese vuole risolvere il problema posto da questo film con la censura è vergognoso». Ma c'è un allarme per la sicurezza nazionale, allargato fra l'altro a tutta l'Europa. «E' la controprova che l'islam è una religione portatrice di un'ideologia politica intollerante e violenta. In qualche modo, viene confermata la critica di Wilders al Corano». Il deputato ha addirittura paragonato il libro sacro al Mein Kampf di Hitler, offendendo migliaia di musulmani. «Capisco i sentimenti dei fedeli, ed è legittimo dissentire. I musulmani che vivono in Occidente devono però abituarsi a sopportare opinioni sgradevoli o antitetiche alle loro. Questa è la democrazia». Non si può esercitare la critica o la libertà di espressione in modo meno spettacolare o provocatorio? «All'epoca di "Submission" avevo avvertito Theo (Van Gogh, ndr) dei pericoli. E lui ha detto: "Non importa, dobbiamo dire quello che pensiamo"». Un governo deve tentare di favorire l'integrazione e non le divisioni, non le sembra normale? «Sarebbe normale vedere la maggioranza dei musulmani commentare: "Ok, non la penso come Wilders ma lui ha il diritto di esprimersi". Questo, più delle minacce, mi sembrerebbe un atteggiamento sensato e civile». Condivide i timori dell'Unione europea? «Il primo ministro Jan Peter Balkenende ha sbagliato. Con i continui appelli, ha dato ancora più pubblicità a questo video. Avrebbe dovuto ignorarlo, non è dal governo che dipende l'uscita di film, libri o articoli». Pensa che il film sarà diffuso? «Non so cosa succederà. Posso soltanto dire che, per averlo vissuto sulla mia pelle, dovremo abituarci a questo tipo di allarmi, a meno che l'Europa non voglia rinunciare alle sue libertà, e tornare indietro di secoli». |
6/03/08 - Un film e veri profanatori dell'islam. Le minacce terroriste di Magdi Allam Siamo proprio certi che sarà il film contro Maometto di Geert Wilders la causa scatenante di dure note di protesta, richiamo di ambasciatori, rotture diplomatiche, sanzioni economiche, aggressioni a persone ed edifici che simboleggiano la cristianità e la civiltà occidentale, fino al più efferato terrorismo che massacra indistintamente i "nemici dell'islam"? Non è forse già accaduto qualcosa di simile dopo la lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006? Se dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare un¹ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte. Che esiste a prescindere da questi eventi perché è un dato fisiologico e storico di un islam che non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia. Che è pertanto sempre e comunque un fenomeno di natura aggressiva, anche se apparentemente si manifesta all¹insorgere di sintomi esteriori. Ecco perché sbaglia il premier olandese Jan Peter Balkenende quando incolpa sin d¹ora Wilders per una guerra del terrorismo preannunciata: "Sanzioni economiche, attacchi, minacce. Chi porterà la responsabilità di tutto questo è lo stesso che ora sta creando le ragioni per tutto questo". Così come sbaglia il segretario generale della Nato, l¹olandese Jaap de Hoop Scheffer quando dice: "Mi preoccupa il fatto che le truppe possano trovarsi sotto attacco a causa di un film". Ciò di cui dobbiamo preoccuparci tutti è esattamente l¹opposto: la salvaguardia della nostra libertà d¹espressione in un mondo globalizzato e la libertà di essere pienamente noi stessi a casa nostra, qui in Europa e in Occidente. Ebbene dobbiamo purtroppo prendere atto che questa nostra libertà è già compromessa, perché non siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo dei tagliagola e stiamo subendo il ricatto del terrorismo dei taglialingua. Noi abbiamo il diritto e il dovere di affermare e di difendere una civiltà dove a un film si replica con un film, a un discorso si risponde con un discorso, a un evento culturale si reagisce con un evento culturale. Noi abbiamo il diritto e il dovere di tutelare uno stato di diritto dove al limite si può rappresentare la propria contestazione sporgendo denuncia in tribunale, ma mai e poi mai dichiarando una guerra diplomatica e terroristica. Perché mai in tutto il mondo sono solo i musulmani che puntualmente reagiscono in modo brutale e violento, per una ragione o per un¹altra, quando si sentono offesi? Forse che i musulmani si considerano superiori al resto dell¹umanità e ritengono di potersi permettere un comportamento differente dai comuni mortali? Beh, se così fosse, tutti noi dobbiamo opporci con tutti i mezzi. Non possiamo in alcun modo sottometterci all¹arbitrio e alle barbarie perché si tradurrebbe nel nostro suicidio come persone fiere e libere e nella morte della nostra nazione e della nostra civiltà. Non lo dobbiamo fare neanche sotto la minaccia pesantissima di un embargo petrolifero con il greggio a oltre 100 dollari a barile o della chiusura di mercati sempre più attraenti. I veri profanatori dell¹islam non sono Wilders, Benedetto XVI o Israele, così come non lo erano Theo van Gogh, Daniel Pearl e Oriana Fallaci. Lo sono invece gli stessi musulmani che disconoscono a tal punto la sacralità della vita da non esitare a massacrare altri musulmani facendosi esplodere anche nelle moschee, a costringere i cristiani a convertirsi con la violenza, a uccidere tutti gli ebrei e gli israeliani perché non avrebbero diritto ad esistere. Eppure l¹Occidente continua a dialogare e legittimare i terroristi e i regimi nazi-islamici che li sostengono, al pari degli stati musulmani che boicottano e minacciano pur continuando a professarsi "moderati". Se l¹Occidente ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo accondiscendente e remissivo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico "sì" al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo. Ma non auto-censuriamoci addirittura prima ancora che ci minaccino. Non arrendiamoci al diktat dei taglia-lingua prima ancora che facciano la loro comparsa i taglia-gola. Solo se sapremo difendere la nostra dignità come persone, potremo aver salva la nostra libertà come nazione e civiltà. www.corriere.it/allam www.magdiallam.it Corriere della sera, giovedì, 6 marzo 2008 |
| Campane elettorali • da La Repubblica del 26 febbraio 2008, pag. 1 di Michele Serra Esiste «un'antropologia di riferimento» per l'elettorato cattolico? Quali sia- no i parametri di questa inconsueta definizione di campo, ne è escluso il professor Veronesi, la cui candidatura nel Pd è stata utilizzata dal quotidiano dei vescovi per mettere ulteriormente in guardia gli elettori cattolici attratti dal partito di Veltroni. Per non dire del nutrito drappello di cattolici democratici che di quel partito sono tra i costituenti. Non bastasse l'indicazione di Veronesi tra gli antropologicamente scorretti, ieri Famiglia cristiana, settimanale molto diffuso e con una solida (ma evidentemente defunta) tradizione "neutralista" in materia politica, ha definito "pasticcio in salsa pannelliana" i punti programmatici di Veltroni. E il ricco assortimento delle esternazioni curiali in materia politico-elettorale non esclude preziosi tecnicismi, come il consiglio all'amico Ferrara di non presentare liste di lodevole intento, ma ad alto rischio di dispersione dei voti. O il ripudio per vizio di forma del documento dell'Ordine dei medici in difesa della 194, definito dalla Cci "fasullo" su basi, come dire, procedurali. Mentre passa quasi inosservato e inascoltato, per la sua reiterazione ormai quasi quotidiana (insomma, non fa più notizia) il monito papale ai medici di ogni ordine e grado, invitati anche ieri a "difendere la vita" - come se si occupassero prevalentemente d'altro. In questo clima, le fotonotizie del cordiale incontro tra i due teologi Ratzinger e Ferrara in una chiesa a Testaccio fanno appena colore, e paiono una nota lieve, domenicale e popolare, che evoca il suono delle campane piuttosto che il persistente, agguerrito comiziare che discende dai pulpiti, almeno quelli ufficiali. Una vacanza, insomma, perché domenica è sempre domenica, come diceva molti anni fa il presentatore di sicura antropologia cattolica Mario Riva. Se non in campagne elettorali molto remote e non rimpiante, quelle del bipolarismo molto arcigno tra Dio e Stalin, non si ha memoria di un eguale protagonismo della Chiesa italiana, con molti suoi vescovi e tutti i suoi giornali, in materia politica e in specie partitica. Con puntute disamine di candidature e programmi, e vis polemica inesausta soprattutto in materia di quei famosi temi "eticamente sensibili" che tutti o quasi i contendenti politici giudicano inopportuno spendere come munizioni elettorali, ma non la Cei, che al contrario continua a far rientrare dalla finestra ciò che è stato appena messo alla porta, saggiamente, dai partiti, spaventati all'idea che argomenti di così fonda e delicata natura (l'interruzione della gravidanza, il testamento biologico, le povere unioni civili ormai finite in fondo al sacco delle urgenze e della questioni) possano sfasciare equilibri politici faticosamente raggiunti. E dare l'innesco a furori e anatemi non precisamente desiderabili in un Paese già carico di problemi e divisioni. Viene da chiedersi, a questo proposito, con quale umore non solo i cattolici del Pd, ma anche i laici del Pdl accolgano l'oramai chiarissima scelta della Cei di Ruini e Betori di osteggiare il Pd perdutamente "laicista", di conseguenza mettendo il proprio cappello sul partito di Berlusconi e Fini. Che clericale, almeno statutariamente, dovrebbe non essere, e non per la facile e poco elegante obiezione che tutti i suoi leader, a differenza di Veltroni e Franceschini, sono divorziati. Ma perché la laicità dello Stato, e più prosaicamente punti di vista e costumi liberali o libertari o libertini, sono ben presenti in quell'area del Paese che vota per il centrodestra. E a meno che l'editore televisivo Berlusconi, il tombeur des femmes Berlusconi, il multimiliardario Berlusconi sia considerato dai vescovi italiani, a differenza di Veronesi, il prototipo del "cattolico antropologico", si è costretti a concludere che quella della Chiesa è una scelta di campo politica in piena regola. Schietta e inequivoca. Non è semplice sapere quanto peserà questa così evidente e imbarazzante intrusione nelle scelte dell'elettorato cattolico. Anche perché la definizione stessa di "elettorato cattolico" non è affatto ovvia: va da un vaglio ristretto, che comprende solamente i cattolici politicamente militanti (a destra, al centro e a sinistra), a un vaglio molto ampio, che contiene tutta la vasta e molto secolarizzata massa di italiani che si dicono cattolici ma non paiono disposti a farsene troppo influenzare nelle scelte politiche. E, quel che è peggio per la Cei, neanche nelle scelte etiche e di vita privata. La sola certezza, in fin dei conti, è che la presenza della Chiesa (certamente quella mediatica) viene intesa ogni giorno di più come una presenza politica, con il continuo richiamo alla spiritualità e all'universalità della missione ecclesiale che appare appena un alibi sfocato, continuamente smentito dal minuzioso, quasi pedante sfoglio dell'agenda politica italiana da parte dei vescovi. Viene da chiedersi perché la Cei, a questo punto, non piazzi i suoi gazebo. Domanda volutamente candida, a fronte di una risposta di evidente e collaudata sagacia: dev'essere fantastico poter fare politica, ma senza rischiare i costi (politici) di un giudizio elettorale. Partecipare alla mischia rimanendone fuori. E' il sogno di ogni giocatore. Ma non è - come dire - il massimo del fair-play. |
| 23/02/08 - LA SFIDA FINALE CON I VESCOVI • da La Repubblica del 22 febbraio 2008, pag. 1 di Sandro Viola Paragonate allo scontro aperto tra Chiesa e governo che infuria da mesi in Spagna, le polemiche tra laici e cattolici in Italia sembrano litigi di condominio. E' vero: molti interventi, molte dichiarazioni del Cardinal Ruini e dei suoi successori alla testa della Conferenza episcopale, hanno rivelato un'evidente intenzione della Chiesa di farsi strada a spintoni nella vicenda politica del nostro paese. Irruzioni pesanti che il mondo laico non poteva far altro che respingere, anche se, almeno per ora, senza successo. Ma in Spagna è assai peggio. In Spagna, dove è in corso una rovente campagna elettorale, la Chiesa sta dando secche, precise indicazioni di voto ai cattolici che andranno alle urne il 9 marzo: non votate per il partito socialista del premier José Luis Rodriguez Zapatero. In altre parole, votate per il centro-destra. Per il Partito popolare di Mariano Rajoy. Il linguaggio con cui s'è espresso nelle ultime settimane l'antagonismo tra le gerarchie ecclesiastiche e il governo di Madrid, ha sfiorato i toni che s'erano sentiti alla metà degli anni Trenta del secolo scorso, quando il paese stava precipitando verso la guerra civile. Allora, non senza qualche ragione, la Chiesa esortava i fedeli ad opporsi alla «marea rossa», all'urto anarco - comunista che minacciava di travolgere la Spagna cattolica e moderata. Oggi gli appelli dei vescovi sono meno esaltati, ma nella sostanza non tanto diversi. Per le gerarchie cattoliche, le riforme del governo Zapatero stanno infatti «sfasciando la famiglia e la stessa democrazia». Per il socialista Alfonso Guerra (dieci anni vice-presidente del governo con Felipe Gonzalez) i cardinali e vescovi spagnoli somigliano ormai «agli ayatollah di Teheran». E per José Bianco, segretario del partito, «nulla potrà più tornare come prima» nei rapporti tra Stato e Chiesa. C'è stato sì, ultimamente, qualche ten tativo di raffreddare la contesa, ma la battaglia prosegue. Nella maggior parte delle parrocchie, il voto anti-socialista viene suggerito dal clero senz più perifrasi o infingimenti. E Zapatero ha fatto capire che, durando l'attuale situazione, potrebbero essere rivisti gli accordi sui finanziamenti pubblici alla Chiesa. Come si sia giunti a tanto, dopo che in tutto il post-franchismo la Chiesa spagnola aveva mantenuto rispetto alla vicenda politica una posizione sostanzialmente imparziale, è più o meno noto. Le turbolenze tra episcopato e governo erano infatti cominciate sei o sette mesi dopo la vittoria socialista alle elezioni di maggio 2004, con il susseguirsi impetuoso (il «bombardeo», il bombardamento, si diceva a Madrid) delle riforme varate da Zapatero in materia di diritti civili. Mettendo da parte le cautele che avevano guidato la generazione politica precedente, sinistra inclusa, nella fase della transizione post-franchista, il giovane capo del governo sembrava deciso a rifare il volto del suo paese. Matrimonio tra omosessuali con facoltà d'adozione, divorzio-lampo, procreazione assistita, limiti all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole. E se queste leggi avevano il lodevole intento di migliorare «la qualità della democrazia», riscuotendo perciò il consenso dei laici e l'entusiasmo delle sinistre radicali in Europa, è anche comprensibile che venute a cascata invece che con un po' di prudenza - la Chiesa le abbia considerate una specie di sfida. Una spaccatura della società spagnola (mesi fa il governo aveva anche accennato a una legge sull'eutanasia), se non addirittura l'avvio d'una resa dei conti tra laici e cattolici. Che le riforme del governo socialista abbiano diviso la Spagna, prodotto crepe e risentimenti, sino a resuscitare - come sostengono molti spagnoli - il fantasma delle "dos Espanas" che si sono molte volte contrapposte nei momenti più tragici della storia del paese, questo è certo. Ma Zapatero non ha avuto ripensamenti. Nonostante i richiami alla cautela che venivano dalla vecchia leadership del partito, e in specie da Felipe Gonzalez, è andato avanti. Ha insistito nel cambiare, trasformare, voltare le spalle al passato. Il che s'è visto, oltre che con le riforme riguardanti i diritti dei cittadini, anche su un altro pericoloso terreno: le memorie della guerra civile. Il governo socialista s'è mosso anche qui, infatti, in modo assai deciso. Totale cancellazione di ciò che restava del franchismo (monumenti, toponomastica), celebrazione dei soli caduti di parte repubblicana, condanna delle repressioni condotte da Franco alla fine della guerra civile. E, certo, qui la Chiesa ha dovuto starsene per un po' in silenzio, visto che il suo appoggio al franchismo fu entusiastico sino alla spudoratezza. Ma poi, col ripetersi delle celebrazioni a favore della Seconda Repubblica, l'episcopato e il Vaticano hanno reagito, celebrando a loro volta - anzi beatificandoli - i settemila preti e monache trucidati dai repubblicani tra il 1936 e il 1939. Dunque altre divisioni, altro antagonismo. E' cambiata cosi, venendo sempre più a somigliare a quella italiana, l'atmosfera del confronto politico in Spagna. La vitale e ammirevole democrazia succeduta al franchismo aveva avuto come caratteristica quella «civilizzazione della politica» che il sociologo Victor Pérez- Diaz ha descritto in un libro ben noto in Italia, «La lezione spagnola»: un equilibrio, una moderazione, una capacità di compromesso, senza i quali la Spagna non avrebbe probabilmente conosciuto la miracolosa rinascita di questi trent'anni. La lotta politica s'è fatta invece da quattro anni a questa parte, dall'ultimo periodo del secondo governo Aznar, ogni giorno più acre e violenta. Al punto che tra socialisti e popolari volano adesso insulti che neppure Prodi e Berlusconi s'erano mai scambiati. Vedremo la sera del 9 marzo, con la conta dei voti, a chi avrà giovato arroventare, esasperare, lo scontro politico. Se al centro - destra e alla Chiesa, o ai socialisti di Zapatero. Appena quattro mesi fa i sondaggi davano ai socialisti parecchi punti di vantaggio sul Partito popolare: ma lo scontro con l'episcopato, e un brusco peg gioramento della situazione economica dopo molti anni di crescita continua, hanno fatto sì che oggi i due partiti stiano quasi (con due- tre punti di differenza) spalla a spalla. Ma il risultato che uscirà tra venti giorni dalle urne spagnole potrebbe avere un significato molto particolare, mai emerso da altre elezioni europee. Se a perdere sarà José Luis Rodriguez Zapatero, la sua carriera politica sarà infatti conclusa e i socialisti andranno all'opposizione. Niente di straordinario, dunque, visto che si tratterà del normale andirivieni del potere in una democrazia. Ma se a perdere saranno i popolari di Mariano Rajoy, a perdere con loro, e rovinosamente, sarà la Chiesa spagnola. La Chiesa d'un paese di antica, fastosa (anche se per lunghi tratti cupa) tradizione cattolica avrà perso credibilità, prestigio, ascendente sui suoi fedeli. Si ritroverà traballante, molto probabilmente senza sapere come risollevarsi da un colpo tanto grave. |
Lettere / Il relativismo applicato ai funerali |
11/05/07 - PERCHE’ IL 12 MAGGIO ANDRO’ AL “CORAGGIO LAICO” - Massimo Teodori (articolo per Il Giornale) Il 12 maggio parteciperò alla manifestazione del “coraggio laico” che si terrà a Piazza Navona a Roma nell’anniversario della storica vittoria divorzista del 12 maggio 1974. Non vi andrò perché amo la sinistra massimalista che ha sempre dimostrato di avere in poco conto i diritti individuali di libertà che sono l’essenza della laicità. Non vi andrò perché apprezzi i toni perentori dei miei vecchi amici radicali che dovrebbero vivere la laicità in maniera un po’ più dubbiosamente laica. E non vi andrò neppure perché amo le contrapposizione ideologiche che hanno il sapore di un tempo che fu e che speriamo non tornino più, nonostante il risorgere degli integralismi clericali. Ma vi parteciperò in nome di altre più positive ragioni. |
| DALLE GUARDIE SVIZZERE ALLE GUARDIE ISLAMICHE ? I musulmani d'Italia «Pronti all'alleanza contro l'ateismo» • da La Stampa del 11 settembre 2006, pag. 3 di Giacomo Galeazzi «Il Papa ha perfettamente ragione. Noi musulmani siamo colpiti, commossi e ci offriamo come suoi alleati contro il materialismo». Hamza Piccardo, portavoce dell'Ucoii, esprime la «gratitudine e la totale condivisione» della comunità islamica italiana: «Ha un'importanza storica il coraggioso e limpido riconoscimento da parte di Benedetto XVI che l'Islam teme il cinismo dell'occidente, non il vangelo». Questa insolita convergenza tra Islam e Santa Sede è un «dato di grande rilievo», ma già nell'ultimo decennio ci sono stati «significativi momenti di stretta collaborazione come la battaglia alla Conferenza del Cairo sulla popolazione e lo sviluppo contro le politiche Onu di pianificazione familiare». Una «santa alleanza» contro il declino della fede? «Le parole del Pontefice sono stupende e aprono una nuova era nel dialogo interreligioso. Condividiamo l'impostazione di Ratzinger: il problema non è lo scontro tra diverse forme religiose. La verità è che quando sono reali le differenti spiritualità sono sempre simili e dialogano tra loro. I musulmani, nella loro sensibilità diffusa, sono spaventati non dalla religione cristiana bensì dalla lontananza, dal disprezzo, dalla negazione di Dio che il mondo occidentale rivendice come valore. Per il Corano l'uomo che non teme Dio è pericoloso. Il limite dell'uomo, come dice giustamente il Papa, deve essere il timor di Dio, cioè la consapevolezza che sopra di lui c'è sempre qualcosa che comunque lo tiene d'occhio. E' un sentimento, non una paura». E la tolleranza? «Noi islamici sappiamo che l'Occidente è arrivato al laicismo per garantire la pluralità e affrancarsi dalla religione intesa come potere temporale. Il torto, però, è aver buttato il bambino con l'acqua sporca, così oggi in questo grande vuoto delle coscienze non è salvaguardato il mio riconoscere il sacro, anzi è vilipeso e bersagliato di offese. Solo il timore e la speranza in Dio tranquillizzano i cuori. Per ogni credente non conta la realizzazione materiale, ma lo sforzo, l'impegno profuso per raggiungere l'obiettivo. Allah non mi chiederà conto se ho fondato la repubblica islamica in Italia, bensì se sono stato un buon musulmano». I musulmani hanno davvero paura? «Il mondo islamico è smarrito di fronte al materialismo imposto dall'Occidente attraverso i media, l'uso scriteriato delle risorse, i finanziamenti della Banca mondiale. Il Papa ci indica un terreno comune e lancia un ponte fra noi credenti, coscienti che in Dio le nostre azioni saranno ricompensate. Noi credenti abbiamo dentro dei valori, attendiamo tranquilli l'equo giudizio di Dio, non prevarichiamo gli altri perché tentiamo Dio, non siamo mai disperati in quanto confidiamo in lui. Il problema è chi non crede a niente. La minaccia non è un'altra fede ma l'assenza di fede che genera attaccamento alla materia. Abbiamo in comune col Papa pressione spirituale: ci preserva come un acquedotto dalle falle delle secolarizzazione». |
| Caro
Vallocchia, purtroppo non riesco ad essere presente alle molte occasioni che con tanta tenacia nogod ed altre organizzazioni laiche propongono e sostengono; ti spedisco tuttavia una riflessione più ampia e meditata quale reazione al tracollo, non solo della laicità, ma della semplice decenza di questo "stato" e alla sua vaticanizzazione. Se ritieni che sia il caso pubblica pure la riflessione anche a mio nome, altrimenti leggitela come segno di vicinanza e solidarietà con nogod. Grazie per l'attenzione. Roberto Sabatini |
| Dalla
"deriva clericale" alla "vaticanizzazione" dello Stato
Sono rimasto colpito,
come sociologo e come persona, della grande massa di gente che si è
affollata intorno alla salma di Carol Woityla, accollandosi ore e ore
di impegnativa attesa per poterne vedere frettolosamente le spoglie:
si tratta di un fenomeno che merita un'analisi attenta capace di coglierne
i vari significati, senza cadere nelle trappole che una impressionante
rete mediatica ha disseminato ovunque, spettacolarizzando l'evento e
gonfiandolo oltre i limiti, non dell'autenticità, ma della decenza. Roma,
16.4.05 Roberto Sabatini |
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