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RACCOLTA DI ARTICOLI E COMMENTI SEGNALATICI DAI NOSTRI VISITATORI
(gli articoli e i commenti sono trascritti in ordine di tempo - far scorrere la pagina per trovare quelli più vecchi)

Michele Serra: L'amaca di giovedì 6 novembre 2008
Tratta da "la Repubblica"


Non è per contraddire Barack Obama, ma "il Paese dove tutto è
possibile" non sono gli Usa. È l'Italia. Dove è possibile che il
capogruppo del partito di maggioranza commenti l'elezione di Obama
dicendo che fa contenta Al Qaeda. È possibile che il leader di un
altro partito di governo abbia definito "bingo bongo" gli africani. È
possibile che un altro autorevole leader di quel partito abbia
definito "culattoni" gli omosessuali. È possibile che un sindaco del
Nord inviti a trattare gli immigrati come "leprotti", a fucilate. È
possibile che Marcello Dell'Utri (interdetto dai pubblici uffici, e
però senatore della Repubblica: è possibile anche questo) ammonisca
le giornaliste del Tg3 perché abbassano il morale della Nazione. È
possibile che il premier, proprietario di televisioni, nel pieno del
suo ruolo istituzionale inviti gli imprenditori a non destinare
investimenti pubblicitari ai suoi concorrenti. È possibile che, in
piena crisi finanziaria, lo stesso premier esorti ad acquistare
azioni indicandone il nome. È possibile che una trasmissione della
televisione pubblica sia oggetto di una spedizione punitiva di
squadristi. È possibile che un ex presidente della Repubblica
rievochi la violenza e gli intrighi di Stato come metodo repressivo
delle manifestazioni studentesche. E sono possibili mille altre di
queste meraviglie, nel solo vero paese dove veramente tutto è
possibile. Così possibile che si è già avverato.

Loggia continua
01.11.08 - Il venerabile premier
Furio Colombo


Non sono d'accordo con Beppe Giulietti quando dice: "la P2 non va in
onda". Si riferisce all'iniziativa di Odeon Tv di affidare
al "Venerabile" Licio Gelli la conduzione di un programma sulla
storia italiana contemporanea. Perché privare il pubblico italiano di
alcune ovvie verità che, però, quando sono dette da Travaglio o da me
o da Giulietti stesso o da Pancho Pardi o da Paolo Flores D'Arcais
vengono definite "Rigurgiti di antiberlusconismo viscerale"
o "demonizzazione dell'avversario"?
Quello che è accaduto è che Odeon ha mandato in onda un "Promo"
o "Trailer" come si fa per il lancio di grandi spettacoli. E si è
capito che sta facendo la cosa giusta.
Finalmente, da fonte autentica e autorizzata (l'autore), possiamo
sentir parlare del piano della Loggia Massonica P2 "per il rilancio
del Paese".
Sarebbe già abbastanza interessante constatare che quel piano,
destinato a trasformare l'Italia nel Cile di Pinochet (o nella
meticolosa repressione e persecuzione tentata e in parte realizzata
nel G8 di Genova) corrisponde obiettivamente, punto per punto,
alla "cultura del fare" attuata giorno per giorno da Silvio
Berlusconi e dai suoi gerarchi.
Ma è ancora più interessante che la sola fonte autorizzata, Licio
Gelli in persona, ci dica che Silvio Berlusconi è il vero e unico
erede della Loggia P2 e il solo in grado di realizzare il piano
golpista di quella loggia massonica.
Non doveva essere uno scherzo o una goliardata quel piano, se, al
momento della scoperta, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini
ci ha avvertiti, in tempo reale, che non avrebbe mai ricevuto al
Quirinale o stretto la mano a iscritti o ex iscritti della P2,
indagati o non indagati.
Ma adesso, mentre il Venerabile Licio Gelli ripassa pubblicamente in
televisione i punti fondamentali del suo programma eversivo e
constata la coincidenza, punto per punto, con l'alacre lavoro
distruttivo di Silvio Berlusconi e dei suoi (con una sola doglianza:
a differenza di deputati e giornalisti, i magistrati sono ancora
liberi) Licio Gelli proclama il suo successore.
E' bene che gli italiani lo sappiano, perché, come la mafia, la
loggia massonica non scherza e non parla a vanvera.
Il successore ed erede è l'attuale Primo Ministro italiano. Il
Venerabile Silvio Berlusconi.
Ora sappiamo che P2 non è una accusa. E' un titolo necessario per
governare.

Furio Colombo


11/10/08 - Non so, non ho visto, non c'ero... e se c'ero dormivo. L'eroe eponimo degli imbrogliuscones non sapeva niente della norma paracula che doveva parare il culo ai banchieri imbrogliuscones.

10/10/08 - da La Repubblica.
Alla ricerca del mandante

C'è il "delitto", scoperto da questo giornale insieme a "Report", la
trasmissione tv di Milena Gabanelli: l'ennesima norma ad personam,
infilata di straforo dentro il decreto sull'Alitalia e ritagliata su
misura per salvare finanzieri come Tanzi e, soprattutto, banchieri
come Geronzi. Ci sono i "colpevoli": Angelo Maria Cicolani e Antonio
Paravia anonimi parlamentari del Pdl relatori
dell'emendamento, "peones" come lo furono, nella precedente
legislatura berlusconiana, i Cirielli e i Nitto Palma che mettevano
la firma sulle peggiori nefandezze giudiziarie commissionate dagli
avvocati del premier.

Ma chi è il "mandante" di questa nuova legge-vergogna, che nel
silenzio della maggioranza e nell'ignoranza dell'opposizione stava
per passare al vaglio del Parlamento? Berlusconi dichiara: "Non ne
sapevo niente". E questo, per lui, è normale, come quando giura: "Non
mi occupo mai delle mie aziende". Tremonti fa molto di più: "O va via
l'emendamento, o vado via io", annuncia nella solennità dell'aula di
Montecitorio. E questo fa onore al suo rigore morale e alla sua
serietà politica.

Ma la domanda resta. Chi è il "mandante"? E che garanzia abbiamo che
il centrodestra non riprovi a infilare da qualche altra parte la
norma che salva, con Geronzi, il capitano di un nuovo assetto di
potere economico e finanziario che si sta organizzando attorno alla
stella fissa del Cavaliere? Nessuna, purtroppo. Dal lodo Alfano al
lodo Cicolani: questo è lo "stile della casa". E poi si scandalizzano
se qualcuno si preoccupa per la qualità della nostra democrazia.
(10 ottobre 2008)
repubblica


9/10/08 - Imbrogliusconi salva il culo a tutti gli imbrogliuscones italiani. Notizia pescata sulla mailing-list di Geopolitica

...e non se ne accorge neppure la cosidetta *opposizione* ??

ah ah ah


9/10/08 - da La Repubblica. Sorpresa nel decreto Alitalia: reati non perseguibili se non c'è il fallimento Ad accorgersene per prima Milena Gabanelli, l'autrice della trasmissione Report
Il governo salva Geronzi
Tanzi e Cragnotti
di LIANA MILELLA

ROMA - Un'altra? Sì, un'altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio. La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un'altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia. Non se ne accorge nessuno, dell'opposizione s'intende, quando il 2 ottobre passa al Senato. Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d'una "bomba atomica" destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri.

Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L'emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l'impresa si trovi in stato di fallimento.

Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d'insolvenza era equiparato all'amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com'è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l'impresa non sarà definitivamente fallita.

Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l'ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket. Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento. Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli. Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia. Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l'opposizione batta un colpo.

Ma ecco che una giornalista se ne accorge. È Milena Gabanelli, l'autrice di Report, la trasmissione d'inchieste in onda la domenica sera su Rai3. Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi "una manleva", un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie. Lui risponde sicuro: "No, io non ho nessuna manleva".

Ma quel 7bis dimostra il contrario. Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell'Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl. Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: "Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c'è stata la dichiarazione d'insolvenza non seguita dal fallimento".

Cascini cita i casi: "Per i crac Cirio e Parmalat c'è stata la dichiarazione d'insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l'abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi". Non basta. "Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche".

Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: "Ma la norma vale anche per lui?". Lapidaria la risposta: "Ovviamente sì". Le toghe s'allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: "Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso". Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese.

Vediamolo questo 7bis, così titolato: "Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare". Stabilisce: "Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell'ipotesi in cui intervenga una conversione dell'amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell'ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell'ammissione alla procedura".

La scrittura è cattiva, ma l'obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d'insolvenza. Invece, se il 7bis passa, l'azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo. Commentano le toghe: "Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica". Con un assurdo plateale, come per Parmalat. S'interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento.

Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere. Gli esperti già vedono violati il principio d'uguaglianza e quello di ragionevolezza. Il primo perché la norma determina un'evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori. Il secondo perché l'esercizio dell'azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l'azienda in crisi. Se la salva, salva pure l'ex amministratore; se fallisce, parte il processo. Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta.

(9 ottobre 2008)

 

5/10/08 - Pannella e gli zombi di Bagnasco

. da Left del 3 ottobre 2008, pag. 14

di Marcantonio
Lucidi

«Corpi custoditi, adorati perché non morti e non vivi. Non vivi, così non
possono peccare, non possono avere idee pericolose. Una ferocia vile».
Attacco molto duro di Marco Pannella da Radio radicale contro le
dichiarazioni sul testamento biologico del presidente della Conferenza
episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. II leader radicale svela
il meccanismo che sottende all'operazione di lobbying vaticana: «Si chiede
al Parlamento di intervenire con urgenza per evitare che ci siano giudici
che si muovano, come nel caso di Eluana Englaro. Bagnasco dice: si faccia
questo maledetto testamento biologico però non si consenta a quei corpi che
da sedici anni sono idolatrati dal Vaticano, dal potere del Vaticano che
nulla ha a che vedere con il potere religioso, di fare quanto potrebbero se
fossero vivi. Ossia uno sciopero della fame e della sete per farla finita
con la loro sofferenza immonda e violenta, come era intenzione di
Piergiorgio Welby».

Pannella accusa Bagnasco di condannare Eluana a restare «in eterno né viva
né morta, ma alimentata». Alimentata di cibo, di acqua? «No, di una roba
infilata in un corpo costretto a vivere come corpo sequestrato a Dio e alla
natura». Bagnasco quindi contro Dio, posizione che nei secoli passati «in
cui il Vaticano bruciava i corpi quando non amava quanto producevano in
termini di pensiero e teologia», sarebbe stata giudicata demoniaca,
satanica. Il leader radicale utilizza dialetticamente il punto di vista del
cardinale ed evita la contrapposizione fra pensiero laico e pensiero
religioso intuendo la sterilità dello scontro.

Adotta la tecnica di distruggere il pensiero altrui assumendone metodologia
e oggetti concettuali per farne scoppiare le contraddizioni interne. Accusa
quindi Bagnasco, il Vaticano e «il gruppo di potere italiano laico» di non
avere nessun rapporto con le tensioni morali e religiose e di essere «un
vero e proprio gruppo di solo potere». Non si è di fronte a cristiani -
tanto che Pannella conferma di non volere usare la parola "Chiesa" - che
evidentemente per lui è cosa diversa da quanto ruota attorno all'attuale
pontefice - bensì soggetti mondani lontani da qualsiasi spiritualità e
dediti alle faccende mondane, al controllo dei corpi e dei cervelli, svegli
o spenti che siano. Nel migliore dei casi, una consorteria di «idolatri»,
sostiene, dei corpi. L'eurodeputato si concede un ragionamento per assurdo:
«Se in quei corpi ci fosse un barlume di conoscenza e di intelligenza, ma la
scienza assicura che non è possibile, allora si dice loro: tu sarai in
eterno né vivo né morto. E aggiunge: «Si potrà impedire loro di vivere e di
morire anche animati dal signore di questo mondo, il diavolo».

Usando a bella posta l'orrendo armamentario concettuale medievale delle
teste d'uovo vaticane, zeppo di satanassi, espiazione e mortificazione dei
corpi, controllo delle anime e brama del potere temporale, diventa quasi
misericordiosa l'esortazione al cardinale di prendere coscienza del proprio
stato interiore: «Una sorta di impazzimento, lo dico a Bagnasco. A tutti può
capitare». Viene solo il dubbio se si tratti di impazzimento moderno,
psichiatrico o piuttosto di follia secentesca, alla "Diavoli di Loudun", l'ossessione
diabolica che prese le orsoline di un convento francese negli anni di Luigi
XIII. Abitate dai vari e sfrenati demoni Leviatano, Behenat, Isacaronne,
Balaam, Gresil, Aman e via elencando, furono scacciati con il solito
latinorum ecclesiastico: «Exorciso te, immundissime spiritus». Forse
Pannella ha voluto ricordare al presidente della Cei che imprigionare
spiriti e governare corpi sono atti diabolici?

 

27/09(08 - «Laicità positiva»: per chi? Ma quello che il papa ha detto in Francia a
proposito di distinzione tra Stato e Chiesa sembra non valere per l'Italia
attraversata da ondate di neoclericalismo. Jean-Jacques Peyronel


«La laicità non è in contrasto con la fede», ha detto il papa nell'aereo che
lo portava a Parigi. Bene, finalmente un papa che riconosce il valore per
tutti i francesi della legge del 1905, esecrata da tutti i suoi predecessori
a partire da Pio X. Ma appena arrivato a Parigi, nei saloni dell'Eliseo, ha
dichiarato di apprezzare l'espressione usata dal suo illustre ospite nel suo
controverso discorso nella Basilica di San Giovanni in Laterano il 20
dicembre 2007, di «laicità positiva». Per cui si potrebbe pensare che anche
per lui, la laicità tout court, quella in cui vivono felicemente tutti i
cittadini francesi da oltre un secolo, sia invece in contrasto con la fede e
quindi «negativa». Ma essendo questo papa persona intelligente e profondo
conoscitore dell'«esprit français», si potrebbe anche pensare che abbia
voluto invece rendere un omaggio alla «positività» della laicità francese.
Ha detto infatti testualmente: «Sul problema dei rapporti tra la sfera
politica e la sfera religiosa, il Cristo stesso aveva già offerto il
principio di una giusta soluzione quando rispose a una domanda che gli
veniva posta: "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di
Dio" (Mc 12, 17). La Chiesa in Francia gode attualmente di un regime di
libertà. La diffidenza del passato si è trasformata a poco a poco in un
dialogo sereno e positivo, che si consolida sempre di più». Poi ha aggiunto:
«In questo momento storico in cui le culture si intrecciano, è diventata
necessaria una nuova riflessione sul vero senso e l'importanza della
laicità». Benissimo, ma allora perché non iniziare da una riscoperta di
quella che è stata, alla fine dell'800 e all'inizio del '900, la nascita del
concetto stesso di laicità?

La laicità francese infatti si basa sulla distinzione, rigorosa ma non
rigida, dei piani e dei concetti. Ad esempio, quando si parla di spazio
pubblico va precisato che esso si compone di due piani distinti che non
vanno confusi: quello politico-istituzionale proprio dello Stato e delle sue
istituzioni - a cominciare dal Parlamento dove gli eletti del popolo, e
soltanto loro, sono chiamati a fare le leggi - e quello della società civile
in cui tutti, singoli e associazioni, possono esprimersi liberamente a patto
di non turbare l'ordine pubblico. Ora, in Francia, dal 1905, tutte le
chiese, comprese le parrocchie cattoliche, sono considerate giuridicamente
come «associazioni cultuali» e in quanto tali sono parte integrante della
società civile e quindi dello spazio pubblico («Dal punto di vista dello
Stato laico, le chiese non sono delle istituzioni, sono delle associazioni»,
scrive al riguardo Jean Baubérot nel suo ultimo libro, La laïcité expliquée
à M. Sarkozy). Per cui quando si dice che la legge del 1905 ha relegato le
religioni nella sfera privata, escludendole dallo spazio pubblico, si dice
una cosa non vera. Come spiega molto bene Catherine Kintzler, esponente di
spicco della laicità francese, nel suo recente «Qùest-ce que la laïcité? »:
«La Repubblica laica pone a fondamento della città il principio di laicità
che impone la rigorosa astensione dei pubblici poteri [rispetto a qualunque
credenza o non credenza, ndr], e proprio da questo principio di astensione
(da non confondere con sottrazione!) a livello politico-istituzionale deriva
il fatto che «nella sfera della società civile tale astensione non è
richiesta e che tutte le posizioni, purché non siano contrarie al diritto
comune, sono lecite». Lo Stato in quanto tale non ha da essere né pluralista
né tollerante, ma soltanto neutro, ed è proprio grazie a questa neutralità
(da non confondere con indifferenza) che la società civile può essere
pienamente pluralista e tollerante. La laicità quindi non va confusa con la
tolleranza o il pluralismo; sono cose diverse che si verificano nei due
piani distinti dello spazio pubblico. In un suo articolo apparso su Le
Nouvel Observateur il 26 febbraio scorso, intitolato «La laicità non è la
tolleranza», Jean Daniel cita questo «stupendo pensiero di un grande
filosofo protestante, Paul Ricour»: «Se davvero le religioni devono
sopravvivere, esse dovranno adempiere a molte esigenze. Dovranno in primo
luogo rinunciare a ogni specie di potere che non sia quello di una parola
disarmata; dovranno inoltre fare prevalere la compassione sulla rigidità
dottrinale...». La differenza tra laicismo e laicità non sta, come spesso si
dice, nel fatto che il primo sarebbe un'ideologia e la seconda solo un
metodo, bensì nel fatto che il primo vorrebbe cacciare via le religioni
anche dalla società civile mentre la seconda è quella che vi permette invece
la loro piena espressione.

Se invece, con la «laicità positiva», si intende far rientrare le religioni
nel piano politico-istituzionale di modo che esse possano «ispirare»
direttamente l'elaborazione e la formulazione delle leggi, si ricade
semplicemente in una nuova forma di clericalismo che, come il vecchio, è
l'antitesi della laicità. Lo ha detto molto bene il pastore Daniele Garrone,
decano della Facoltà valdese di teologia, nel suo intervento al Parlamento
europeo di Bruxelles, il 28 agosto scorso, nell'ambito del convegno «Laicità
e religioni» promosso dal Partito radicale transnazionale: «Penso cioè che
la teologia cristiana, proprio a partire dal centro della sua confessione di
fede, la cristologia e la teologia della croce, dovrebbe rivendicare la
laicità, la neutralità religiosa della sfera pubblica, il separatismo, in
vista di una testimonianza autentica perché non legata ad alcun vincolo
imposto ad alcuno né ad alcun privilegio. Nella nostra comprensione, proprio
Cristo come rivelazione di Dio e come unica mediazione implica la laicità
della piazza su cui il suo nome è annunciato e l'esclusione di ogni
mediazione e tutela clericale».

Queste infatti sono le regole della democrazia che peraltro collimano
perfettamente con i principi della laicità. Alle chiese, tutte, non spetta
il compito di fare o di influenzare le leggi ma di predicare l'Evangelo:
allo Stato non devono chiedere null'altro che garantire loro la piena
libertà di esercitare il proprio culto e di testimoniare pubblicamente la
loro fede. Che è esattamente quello che afferma il primo articolo della
legge francese del 1905. Nell'ambito della società civile, le chiese, tutte,
possono dire quel che vogliono. Se poi non sono capaci di farsi ascoltare
nella piazza pubblica, reale o virtuale, in cui circola di tutto, questa è
affar loro ma non possono pretendere dai pubblici poteri di avere un palco
più alto e altoparlanti più potenti degli altri. La laicità alla francese è
stata inventata per permettere a tutti, religioni comprese, il vivere
insieme nonostante le differenze. Di questo, in fondo, il papa sembra avere
preso atto, e ha preso sottilmente le distanze dal presidente francese,
affermando a Lourdes, davanti ai vescovi francesi, di non auspicare una
revisione della legge del 1905, perché riconosce una «specificità francese
che la Santa Sede desidera rispettare». Peccato che questo non valga per
l'Italia!

9/04/08 - Da il Corriere della sera

Il caso - Interrompere la gravidanza è illegale: spesso rischiano la vita
Le palestinesi che abortiscono in Israele
di DAVIDE FRATTINI

BETLEMME — S. è tornata a casa e ha radunato i suoi bambini per un gioco: «Saltatemi sulla pancia». Cinque figli fuori, uno dentro. Quello che non vuole perché è arrivato troppo presto, perché la famiglia già così non ce la fa. S. ha deciso da sola, quando si è scoperta di nuovo incinta, «11-12 settimane» le ha comunicato il dottore.
Non ha potuto parlarne con il marito, con la madre o una sorella, non ha potuto parlarne con nessuno. Ha preso la decisione da sola e da sola ci ha provato. Si è buttata da un muretto cadendo sul ventre, ci ha messo sopra una bombola del gas. Ha cominciato a sanguinare, è stata ricoverata, ha perso il bambino.
«L’aborto tra i palestinesi è un tabù religioso e un crimine, viene permesso solo se la donna è in pericolo di vita. Eppure succede ogni giorno — spiegano le volontarie di un centro a Ramallah —. Illegali, rischiosi, dannosi per la salute». Costosi. Un medico può chiedere 5.000 shekel (quasi 900 euro), nel prezzo c’è l’incognita del carcere. «Se la donna non è sposata, la richiesta sale. E’ ricattabile, deve mantenere il segreto».
A. ha pagato 400 dollari. Quattro anni fa è rimasta incinta di un uomo che non era suo marito e a Gaza può essere una condanna a morte. «Ero terrorizzata che i miei fratelli lo scoprissero e mi ammazzassero», racconta. «Ho chiesto al ragazzo di cercare un dottore, è stato quasi impossibile trovare qualcuno che accettasse». Nella Striscia, il mercato è ancora più sotterraneo. I medici negano che gli aborti clandestini vengano praticati. «Se ne parlo, quelli di Hamas mi uccidono», dice un ginecologo. «Fino al 2005 — spiega un altro — era più semplice eseguire queste operazioni. Dopo che Hamas ha preso il controllo, i miliziani hanno dato la caccia ai dottori, sapevano chi era pronto a farsi pagare». Ancora oggi nessuno ha scoperto dell’aborto di A., ancora oggi, lei ha paura che qualcuno lo scopra.
Il 40% su 333 donne intervistate nei campi rifugiati in Cisgiordania ha ammesso di avere abortito almeno una volta, il 54,4% — secondo l’indagine della Palestinian Family Planning and Protection Association — è venuta a sapere di altre che l’hanno fatto. «E’ un fenomeno nascosto — commenta il sociologo Barnard Sabila — che sta crescendo. I palestinesi se ne rendono conto, non ne vogliono parlare». La Palestinian Family Planning Association è riuscita a ottenere dal muftì di Betlemme una fatwa che permetta la pillola del giorno dopo, ancora controversa per molti religiosi musulmani. «Nella nostra società — continua Sabila — la donna regge l’onore della famiglia, non l’uomo. Se una figlia perde la verginità o resta incinta senza un marito, la madre viene considerata responsabile quanto lei».
Maha Abu Dayyeh-Shamas sorride quando le chiedono se la sua organizzazione è pro-scelta. «Non mi posso permettere il dibattito ideologico. I casi che affrontiamo non sono una questione di diritto a decidere. E’ una questione di vita e di morte. Della donna. Un aborto illegale può metterla in pericolo, continuare la gravidanza anche. Chi cerca il nostro aiuto rischia di venire uccisa dai parenti, per cancellare l’onta di una relazione fuori dal matrimonio».
Gli uffici del Women’s Centre a Ramallah fanno da consultorio, offrono assistenza medica e legale. Qui nessuno suggerisce di abortire o spinge per la decisione, una denuncia porterebbe all’incriminazione. Le donne vengono messe in guardia contro le pratiche illegali, ricevono informazioni sulla contraccezione e la pianificazione familiare, consentite dalla legge islamica. «Le ricche possono sempre trovare una soluzione e andarsene in Libano, come fanno nella maggior parte dei Paesi arabi», spiega Maha.
Le altre provano in un ospedale israeliano, dove l’interruzione è consentita e spesso gratuita. Uno dei 41 comitati nel Paese decide se il caso rientri tra quelli previsti da una legge del 1977. «Quando la gravidanza è il risultato di violenza, di un incesto o c’è il pericolo di un delitto d’onore — continua — il via libera viene dato sempre». Il suo gruppo sta facendo pressioni sui deputati palestinesi perché modifichino la bozza di una norma preparata dal Parlamento. «Le pene previste per gli interventi clandestini sono fino a dieci anni. Però legalizza l’aborto dopo un incesto e noi vorremmo che contemplasse anche lo stupro». Con una mano allontana dagli occhi il fumo del tè e lo sguardo triste: «Devo rassegnarmi all’idea di non poter salvare tutte le donne. Le vittime ci saranno».

Corriere della sera, mercoledì, 9 aprile 2008


di Marco Travaglio - 5 aprile 2008
Ottime notizie dal loft del Pd. Pessime invece da Palazzo Chigi. L’entourage di Veltroni, scrive il Corriere, si è reso conto che l’ultima settimana di campagna elettorale dev’essere giocata all’attacco di Berlusconi, per «mobilitare gli indecisi».


«Il buonismo ­ avrebbe detto Goffredo Bettini ­ mi ha rotto le scatole».
Meglio tardi che mai. Ora però il rischio è che, dopo mesi di dialogo dissennato con l’avversario che rispondeva a colpi d’intrighi e insulti, un’improvvisa impennata polemica suoni fasulla. E non sortisca l’effetto sperato. Dopo aver rimosso per anni i rapporti del Cainano con la mafia, le mazzette ai giudici, i bilanci truccati, le leggi vergogna, le menzogne su tutto e su tutti (da Alitalia alla statura: ha ricominciato a dire di esser alto 1 metro e 71, quando supera a fatica il metro e 60), rispolverarli a freddo prima del voto sarebbe controproducente. Come attaccare, allora? Anzitutto sottolineando l’impresentabilità di certe new entry nelle liste del Pdl, che renderebbero ridicolo qualunque programma elettorale, anche il migliore. Anche chi crede ciecamente alle promesse del Cavaliere e dei suoi alleati potrebbe nutrire qualche dubbio sulla possibilità di realizzarlo con Ciarrapico (camicia&fedina nera), il generale Speciale (spigole di Stato e voli di Stato a spese dei contribuenti), gli amici dei mafiosi e dei camorristi (l’ultimo l’han beccato l’altroieri a Milano), lo sputacchiere Barbato, il mortadellaro Strano, il fantasmagorico Pizza, la fisioterapista personale del Capo e le bonazze di contorno. Un po’ di sana pubblicità negativa non ha mai guastato, in campagna elettorale. E poi c’è un tema che tutti capiscono e molti condividono, non solo a sinistra: la liberazione della tv dalla politica. Fuori i partiti dalla Rai, fuori Berlusconi da Mediaset o dalla politica, tetto antitrust di una rete per ogni soggetto privato, mercato aperto a nuovi soggetti. E qui veniamo alla cattiva notizia da Palazzo Chigi: il 1° aprile (e quando, se no?) il Consiglio dei ministri ha varato un decreto per l’immediata esecuzione di tutte le sentenze della Corte europea di giustizia di Lussemburgo. Tutte tranne una: quella del 31 gennaio 2008, che dichiara illegittime le nostre leggi sulla tv perché consentono a Rete4 di trasmettere sulle frequenze analogiche che spettano a Europa7 in virtù della celebre gara per le concessioni nazionali del 1999, vinta da Europa7 e persa da Rete4. Perché mai quella sentenza no e tutte le altre sì? «Perché ­ spiega il ministro Emma Bonino - non aveva carattere di urgenza. Se si trova una soluzione, può essere presa in considerazione più avanti o in un secondo decreto». Più avanti? Secondo decreto? Ma il governo è agli sgoccioli e tra un mese ­se tutto va male­ potrebbe insediarsi il governo Berlusconi III. La lasciamo eseguire a lui la sentenza che manda Rete4 su satellite? Cos’è, un pesce d’aprile? Proprio l’altroieri, sul Sole-24 ore, il consigliere di Mediaset Gina Nieri dettava la linea ai partiti. Questa gente è talmente abituata a scriversi le leggi su misura, da avere smarrito ogni pudore. «Nella vulgata dei Grillo e dei Di Pietro ­dice la Nieri- Rete4 è illegale e usurpa le frequenze di Europa7. Ma non lo è affatto: lo provano le leggi approvate dal 2003 in poi». Cioè il decreto salva-Rete4 e la Gasparri, fatte da Berlusconi pro domo sua e bocciate dalla Corte europea, come pure la Maccanico del ‘97 e il principio ispiratore della Gentiloni, per via dell’infinita «fase transitoria» che mantiene lo status quo in attesa del mitico, anzi mitologico digitale terrestre. Aggiunge la Nieri: «Dai programmi del Pd e del Pdl Mediaset non ha nulla da temere». Anzi quello del Pd le piace tanto perché «non c’è il tetto del 45% alla pubblicità». Insomma, sarebbe ancor più favorevole a Mediaset della già blandissima Gentiloni (peraltro mai approvata).

Ecco cosa potrebbe dire Uolter, facendo un po’ di compagnia a Di Pietro: che Berlusconi e le sue Gine non han capito nulla: il primo decreto del suo governo raderà al suolo la Gasparri (risparmiando all’Italia l’annunciata supermulta europea di 300 mila euro al giorno, retroattiva dal luglio 2006), libererà la Rai dai partiti e dalla loro Vigilanza, e applicherà la sentenza europea e le due note sentenze della Consulta: cioè leverà le frequenze a Rete4 e le darà a Europa7. Vedi mai che, parlando chiaro sulla tv, si conquistino molti incerti di sinistra e pure qualcuno di destra.


Il richiamo della foresta
• da La Repubblica del 14 marzo 2008, pag. 1
di Curzio Maltese


Sarà la convinzione d'avere il sole della vittoria in tasca. Saranno
l'età e i chilometri: alla quinta campagna elettorale il repertorio
fatalmente si avvizzisce. Sarà che Berlusconi è sempre stato così,
ma insomma il livello di gaffes ciniche e volgari assemblato dal
Cavaliere in due settimane di campagna elettorale sembra eccessivo
perfino agli amanti del genere.

Persi i grandi alibi del sogno e dell'anticomunismo, a Berlusconi
sono rimaste soltanto le barzellette. L'intera sua campagna
assomiglia a una barzelletta, del genere greve. L'altra sera al Tg2,
a una ragazza precaria che gli poneva un problema serio ("Come si
può metter su una famiglia con 600 euro al mese?") il candidato
premier del centrodestra ha consigliato di sposare Berlusconi junior
o "un tipo del genere", un figlio di miliardario. Di fronte al gelo
dello studio, il grande comunicatore ha poi improvvisato una
risposta seria delle sue, cioè lievemente meno cialtrona.

Non si era ancora spenta l'eco della candidatura di Ciarrapico,
giustificata da Berlusconi più o meno così: d'accordo, è un fascista
ma possiede giornali "che servono". Il verbo è da intendersi in
senso largo. Il passaggio logico in cui il primo editore d'Italia
dava per scontato che i giornalisti siano servi dei loro padroni è
sfuggito alla già rinomata categoria. Ma in molti pagheremmo una
cifra, come si dice a Milano, per vedere Berlusconi ripetere il
concetto ai leader del partito popolare europeo, che ieri hanno
chiarito di non essere disposti ad accogliere nostalgici di
Mussolini.

Poco prima il Cavaliere, per tener fede ai propositi di fair play
elettorale, s'era messo a stracciare in pubblico il programma del
Pd. La campagna era cominciata peraltro con una solenne presa per i
fondelli dei suoi elettori, intorno alla vicenda della candidatura
di Clemente Mastella. Berlusconi aveva ammesso di aver offerto la
candidatura a Mastella, ai tempi in cui questi era ancora nel
centrosinistra, ma d'aver poi deciso di non onorare la
promessa, "perché secondo i sondaggi, ci farebbe perdere dall'otto
al dieci per cento". Anche qui è passato inosservato il passaggio
logico per cui un quarto degli elettori del Pdl sarebbero tanto
imbecilli da non distinguere fra un gesto politico convinto, magari
dettato da scrupoli etici, e una trovata opportunistica.

Nella democrazia americana, che Berlusconi cita da una vita a
modello, una qualsiasi di queste gaffes, per usare un eufemismo,
avrebbe comportato l'immediata fine della carriera politica. In
Italia, per fortuna sua ma non nostra, offendere le donne, i media,
gli avversari e perfino l'intelligenza dei propri elettori, non è
considerato grave. Neppure o soprattutto dagli interessati. E'
possibile, anzi probabile, che Berlusconi non abbia perso un solo
voto dei suoi, né di donne, né di giornalisti, né fra i molti
antipatizzanti dell'ex Guardasigilli. Ci sono ben altri problemi,
come ripete il Cavaliere. Per esempio la questione della spazzatura
a Napoli, per la quale lui stesso non ha fatto nulla nei sette anni
di governo.

Il tratto più sorprendente è come Berlusconi, ormai il più anziano
leader in attività d'Italia e fra i più anziani del mondo, in tanti
anni non abbia raggiunto un grado minimo di dimestichezza con il
linguaggio democratico. Il linguaggio che accomuna in Europa e in
Nord America tutti i capi di partito, conservatori o progressisti,
con sporadiche eccezioni populiste, fenomeni in genere di breve
durata o di limitato consenso.

Il richiamo della foresta in lui è sempre più forte di tutto,
perfino in una campagna elettorale nata all'insegna della
moderazione e, in teoria almeno, vinta in partenza dal centrodestra.
Al cinismo berlusconiano il Paese è mitridatizzato da anni. Non
manca chi lo considera, fra seguaci e avversari, con divertimento.
Si accettano già scommesse sulle barzellette e le battute che il
capo potrà sfornare quando incontrerà da premier il primo presidente
donna o il primo presidente nero degli Stati Uniti. Tanto, ci
saranno sempre "ben altri problemi". Ma se non si riesce a cambiare
nemmeno la forma, figurarsi la sostanza.


Il laico Zapatero
da La Stampa del 11 marzo 2008, pag. 1
di Gian Enrico Rusconi

Una serena, ferma e dignitosa difesa dello Stato laico vince elettoralmente
in una democrazia matura. Questa è la semplice lezione del successo di José
Luis Zapatero.

Sappiamo che le varianti in gioco nelle elezioni spagnole erano e sono
molte. Sappiamo che le differenze tra l'Italia e la Spagna sono grandi. Ce
ne siamo dimenticati, anche per una certa provinciale supponenza che per
decenni ci ha illuso di «essere più avanti» degli spagnoli. Adesso ci stanno
dando molte lezioni: dal dinamismo economico all'impegno nelle istituzioni
europee. Da qualche tempo ci offrono pure l'esempio di uno Stato che ha
riscoperto il gusto della propria autonomia e dignità nel dimostrare con i
fatti di essere l'unico depositario dei criteri dell'etica pubblica.

Il plusvalore della laicità ha certamente rafforzato la prospettiva
«socialista» della politica zapateriana, che punta sulla valorizzazione
della «cittadinanza sociale». Solo l'eutanasia del socialismo nel nostro
Paese impedisce di cogliere il nesso fecondo tra socialismo della
cittadinanza e diritti civili.

Nel merito si può essere d'accordo o no su questa o su quella iniziativa di
legge (dalle nuove regole sul divorzio ai matrimoni gay), ma non c'è dubbio
che il governo socialista sta sviluppando una strategia efficace. Consente
all'opposizione cattolica ed ecclesiastica di dispiegare tutto il suo
potenziale di protesta pubblica, senza farsi intimidire. Soprattutto non si
lascia dettare lezioni su che cosa sia la «vera laicità dello Stato». Il
risultato è che nulla fa infuriare di più i clericali spagnoli del sorriso
disarmante di Zapatero quando annuncia e ribadisce le sue misure di laicità.

Con buona pace dei nostri clericali, non si può dire che «la sfera pubblica»
spagnola sia condizionata dal laicismo di Stato. Nulla impedisce ai
cattolici spagnoli, che seguono le direttive della gerarchia, di manifestare
senza restrizioni i loro convincimenti con il massimo di pubblicità. Ma le
loro ragioni non convincono la maggioranza degli spagnoli. È quindi
sbagliato affermare che le iniziative di Zapatero fanno violenza alla buona
popolazione spagnola. Semplicemente la gente, credente o non credente, è
laicamente più matura dei suoi rappresentanti clericali.

Non so se il risultato elettorale spagnolo cambierà qualcosa nel nostro
Paese nelle strategie politiche (tali sono anche quelle della Cei) in
previsione di misure di legge che rientrano sotto i criteri della laicità
dello Stato. Oggi in Italia è in atto una tregua elettorale, dettata dalla
convenienza politica e da un calcolo di aritmetica elettorale. È il segnale
di un intreccio intimo e strumentale tra i meccanismi democratici e la
volontà di una parte del mondo cattolico di condizionare dall'interno (a
cominciare dal Pd) i processi della decisione politica.

Non siamo dunque in una situazione spagnola, neppure per quanto riguarda «la
sfera pubblica», che da noi è saldamente presidiata dalle forze cattoliche
in linea con la dottrina o meglio con la strategia della Chiesa. Ma la linea
intransigente dettata dalla parola d'ordine della «non negoziabilità dei
valori», confondendo la dottrina della Chiesa con una strategia politica,
mette in difficoltà la democrazia o quanto meno la sua funzionalità.

Non ci stancheremo di ripetere che in democrazia «non negoziabili» sono
soltanto i diritti fondamentali, tra i quali al primo posto c'è la pluralità
dei convincimenti, pubblicamente argomentati. Ad essa deve essere
subordinato l'impulso a far valere i propri valori (per quanto
soggettivamente legittimi) nei confronti degli altri cittadini. Dopo di che,
evidentemente, si apre lo spazio al confronto - anche duro - delle ragioni
che sono condivise o che dividono, e quindi alle regole del gioco
democratico.

Non so se un futuro ipotetico governo Veltroni proporrà leggi non gradite
alla gerarchia ecclesiastica, sostenendo il principio dell'autonomia dello
Stato laico e il primato costituzionale del pluralismo etico. Dovrà prima
fare i conti con alcune componenti interne del suo stesso partito, che non
mancheranno di ricattarlo. Da questo punto di vista, anche se lo volesse,
Veltroni non potrebbe agire con la fermezza di Zapatero. Si è già messo
nelle condizioni politiche di non poterlo imitare, ammesso che lo voglia
fare. Non aspettiamoci dunque un Veltroni-Zapatero. Non potrà e non saprà
farlo. Lo apprezzerà magari a parole, ma da lontano. Nel suo stile.

 

Hirsi Ali: "Non cedere alle minacce di estremisti"
• da La Repubblica del 6 marzo 2008, pag. 16
di Anais Ginori


«Le polemiche attorno al film di Wilders sono l'ennesima
dimostrazione dell'intolleranza dell'Islam». Ayaan Hirsi Ali è stata
eletta nel Parlamento olandese militando nel partito liberale insieme
a Wilders. Adesso, le loro strade si sono separate: Wilders ha
fondato una sua piccola ma molto visibile formazione politica, leiha
trovato protezione negli Usa, inseguita da minacce di morte per il
suo film "Submission" realizzato con il regista Theo Van Gogh,
assassinato quattro anni fa da un fondamentalista islamico.

Difende l'idea di fare un film contro il Corano?

«Non è ammissibile indietreggiare davanti alle minacce, abdicando ai
diritti fondamentali della nostra Costituzione. Vedere che il governo
olandese vuole risolvere il problema posto da questo film con la
censura è vergognoso».

Ma c'è un allarme per la sicurezza nazionale, allargato fra l'altro a
tutta l'Europa.

«E' la controprova che l'islam è una religione portatrice di
un'ideologia politica intollerante e violenta. In qualche modo, viene
confermata la critica di Wilders al Corano».

Il deputato ha addirittura paragonato il libro sacro al Mein Kampf di
Hitler, offendendo migliaia di musulmani.

«Capisco i sentimenti dei fedeli, ed è legittimo dissentire. I
musulmani che vivono in Occidente devono però abituarsi a sopportare
opinioni sgradevoli o antitetiche alle loro. Questa è la democrazia».

Non si può esercitare la critica o la libertà di espressione in modo
meno spettacolare o provocatorio?

«All'epoca di "Submission" avevo avvertito Theo (Van Gogh, ndr) dei
pericoli. E lui ha detto: "Non importa, dobbiamo dire quello che
pensiamo"».

Un governo deve tentare di favorire l'integrazione e non le
divisioni, non le sembra normale?

«Sarebbe normale vedere la maggioranza dei musulmani commentare: "Ok,
non la penso come Wilders ma lui ha il diritto di esprimersi".
Questo, più delle minacce, mi sembrerebbe un atteggiamento sensato e
civile».

Condivide i timori dell'Unione europea?

«Il primo ministro Jan Peter Balkenende ha sbagliato. Con i continui
appelli, ha dato ancora più pubblicità a questo video. Avrebbe dovuto
ignorarlo, non è dal governo che dipende l'uscita di film, libri o
articoli».

Pensa che il film sarà diffuso?

«Non so cosa succederà. Posso soltanto dire che, per averlo vissuto
sulla mia pelle, dovremo abituarci a questo tipo di allarmi, a meno
che l'Europa non voglia rinunciare alle sue libertà, e tornare
indietro di secoli».

6/03/08 - Un film e veri profanatori dell'islam.
Le minacce terroriste
di Magdi Allam


Siamo proprio certi che sarà il film contro Maometto di Geert Wilders la causa scatenante di dure note di protesta, richiamo di ambasciatori, rotture diplomatiche, sanzioni economiche, aggressioni a persone ed edifici che simboleggiano la cristianità e la civiltà occidentale, fino al più efferato terrorismo che massacra indistintamente i "nemici dell'islam"? Non è forse già accaduto qualcosa di simile dopo la lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006?
Se dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare un¹ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte. Che esiste a prescindere da questi eventi perché è un dato fisiologico e storico di un islam che non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia. Che è pertanto sempre e comunque un fenomeno di natura aggressiva, anche se apparentemente si manifesta all¹insorgere di sintomi esteriori.
Ecco perché sbaglia il premier olandese Jan Peter Balkenende quando incolpa sin d¹ora Wilders per una guerra del terrorismo preannunciata: "Sanzioni economiche, attacchi, minacce. Chi porterà la responsabilità di tutto questo è lo stesso che ora sta creando le ragioni per tutto questo". Così come sbaglia il segretario generale della Nato, l¹olandese Jaap de Hoop Scheffer quando dice: "Mi preoccupa il fatto che le truppe possano trovarsi sotto attacco a causa di un film". Ciò di cui dobbiamo preoccuparci tutti è esattamente l¹opposto: la salvaguardia della nostra libertà d¹espressione in un mondo globalizzato e la libertà di essere pienamente noi stessi a casa nostra, qui in Europa e in Occidente. Ebbene dobbiamo purtroppo prendere atto che questa nostra libertà è già compromessa, perché non siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo dei tagliagola e stiamo subendo il ricatto del terrorismo dei taglialingua. Noi abbiamo il diritto e il dovere di affermare e di difendere una civiltà dove a un film si replica con un film, a un discorso si risponde con un discorso, a un evento culturale si reagisce con un evento culturale. Noi abbiamo il diritto e il dovere di tutelare uno stato di diritto dove al limite si può rappresentare la propria contestazione sporgendo denuncia in tribunale, ma mai e poi mai dichiarando una guerra diplomatica e terroristica.
Perché mai in tutto il mondo sono solo i musulmani che puntualmente reagiscono in modo brutale e violento, per una ragione o per un¹altra, quando si sentono offesi? Forse che i musulmani si considerano superiori al resto dell¹umanità e ritengono di potersi permettere un comportamento differente dai comuni mortali? Beh, se così fosse, tutti noi dobbiamo opporci con tutti i mezzi. Non possiamo in alcun modo sottometterci all¹arbitrio e alle barbarie perché si tradurrebbe nel nostro suicidio come persone fiere e libere e nella morte della nostra nazione e della nostra civiltà. Non lo dobbiamo fare neanche sotto la minaccia pesantissima di un embargo petrolifero con il greggio a oltre 100 dollari a barile o della chiusura di mercati sempre più attraenti.
I veri profanatori dell¹islam non sono Wilders, Benedetto XVI o Israele, così come non lo erano Theo van Gogh, Daniel Pearl e Oriana Fallaci. Lo sono invece gli stessi musulmani che disconoscono a tal punto la sacralità della vita da non esitare a massacrare altri musulmani facendosi esplodere anche nelle moschee, a costringere i cristiani a convertirsi con la violenza, a uccidere tutti gli ebrei e gli israeliani perché non avrebbero diritto ad esistere. Eppure l¹Occidente continua a dialogare e legittimare i terroristi e i regimi nazi-islamici che li sostengono, al pari degli stati musulmani che boicottano e minacciano pur continuando a professarsi "moderati".
Se l¹Occidente ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo accondiscendente e remissivo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico "sì" al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo. Ma non auto-censuriamoci addirittura prima ancora che ci minaccino. Non arrendiamoci al diktat dei taglia-lingua prima ancora che facciano la loro comparsa i taglia-gola. Solo se sapremo difendere la nostra dignità come persone, potremo aver salva la nostra libertà come nazione e civiltà.

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Corriere della sera, giovedì, 6 marzo 2008

 

Campane elettorali
• da La Repubblica del 26 febbraio 2008, pag. 1
di Michele Serra


Esiste «un'antropologia di riferimento» per l'elettorato cattolico?
Quali sia- no i parametri di questa inconsueta definizione di campo,
ne è escluso il professor Veronesi, la cui candidatura nel Pd è stata
utilizzata dal quotidiano dei vescovi per mettere ulteriormente in
guardia gli elettori cattolici attratti dal partito di Veltroni. Per
non dire del nutrito drappello di cattolici democratici che di quel
partito sono tra i costituenti.

Non bastasse l'indicazione di Veronesi tra gli antropologicamente
scorretti, ieri Famiglia cristiana, settimanale molto diffuso e con
una solida (ma evidentemente defunta) tradizione "neutralista" in
materia politica, ha definito "pasticcio in salsa pannelliana" i
punti programmatici di Veltroni. E il ricco assortimento delle
esternazioni curiali in materia politico-elettorale non esclude
preziosi tecnicismi, come il consiglio all'amico Ferrara di non
presentare liste di lodevole intento, ma ad alto rischio di
dispersione dei voti. O il ripudio per vizio di forma del documento
dell'Ordine dei medici in difesa della 194, definito dalla
Cci "fasullo" su basi, come dire, procedurali. Mentre passa quasi
inosservato e inascoltato, per la sua reiterazione ormai quasi
quotidiana (insomma, non fa più notizia) il monito papale ai medici
di ogni ordine e grado, invitati anche ieri a "difendere la vita" -
come se si occupassero prevalentemente d'altro.

In questo clima, le fotonotizie del cordiale incontro tra i due
teologi Ratzinger e Ferrara in una chiesa a Testaccio fanno appena
colore, e paiono una nota lieve, domenicale e popolare, che evoca il
suono delle campane piuttosto che il persistente, agguerrito
comiziare che discende dai pulpiti, almeno quelli ufficiali. Una
vacanza, insomma, perché domenica è sempre domenica, come diceva
molti anni fa il presentatore di sicura antropologia cattolica Mario
Riva.

Se non in campagne elettorali molto remote e non rimpiante, quelle
del bipolarismo molto arcigno tra Dio e Stalin, non si ha memoria di
un eguale protagonismo della Chiesa italiana, con molti suoi vescovi
e tutti i suoi giornali, in materia politica e in specie partitica.
Con puntute disamine di candidature e programmi, e vis polemica
inesausta soprattutto in materia di quei famosi temi "eticamente
sensibili" che tutti o quasi i contendenti politici giudicano
inopportuno spendere come munizioni elettorali, ma non la Cei, che al
contrario continua a far rientrare dalla finestra ciò che è stato
appena messo alla porta, saggiamente, dai partiti, spaventati
all'idea che argomenti di così fonda e delicata natura
(l'interruzione della gravidanza, il testamento biologico, le povere
unioni civili ormai finite in fondo al sacco delle urgenze e della
questioni) possano sfasciare equilibri politici faticosamente
raggiunti. E dare l'innesco a furori e anatemi non precisamente
desiderabili in un Paese già carico di problemi e divisioni.

Viene da chiedersi, a questo proposito, con quale umore non solo i
cattolici del Pd, ma anche i laici del Pdl accolgano l'oramai
chiarissima scelta della Cei di Ruini e Betori di osteggiare il Pd
perdutamente "laicista", di conseguenza mettendo il proprio cappello
sul partito di Berlusconi e Fini. Che clericale, almeno
statutariamente, dovrebbe non essere, e non per la facile e poco
elegante obiezione che tutti i suoi leader, a differenza di Veltroni
e Franceschini, sono divorziati. Ma perché la laicità dello Stato, e
più prosaicamente punti di vista e costumi liberali o libertari o
libertini, sono ben presenti in quell'area del Paese che vota per il
centrodestra. E a meno che l'editore televisivo Berlusconi, il
tombeur des femmes Berlusconi, il multimiliardario Berlusconi sia
considerato dai vescovi italiani, a differenza di Veronesi, il
prototipo del "cattolico antropologico", si è costretti a concludere
che quella della Chiesa è una scelta di campo politica in piena
regola. Schietta e inequivoca.

Non è semplice sapere quanto peserà questa così evidente e
imbarazzante intrusione nelle scelte dell'elettorato cattolico. Anche
perché la definizione stessa di "elettorato cattolico" non è affatto
ovvia: va da un vaglio ristretto, che comprende solamente i cattolici
politicamente militanti (a destra, al centro e a sinistra), a un
vaglio molto ampio, che contiene tutta la vasta e molto secolarizzata
massa di italiani che si dicono cattolici ma non paiono disposti a
farsene troppo influenzare nelle scelte politiche. E, quel che è
peggio per la Cei, neanche nelle scelte etiche e di vita privata.

La sola certezza, in fin dei conti, è che la presenza della Chiesa
(certamente quella mediatica) viene intesa ogni giorno di più come
una presenza politica, con il continuo richiamo alla spiritualità e
all'universalità della missione ecclesiale che appare appena un alibi
sfocato, continuamente smentito dal minuzioso, quasi pedante sfoglio
dell'agenda politica italiana da parte dei vescovi. Viene da
chiedersi perché la Cei, a questo punto, non piazzi i suoi gazebo.
Domanda volutamente candida, a fronte di una risposta di evidente e
collaudata sagacia: dev'essere fantastico poter fare politica, ma
senza rischiare i costi (politici) di un giudizio elettorale.
Partecipare alla mischia rimanendone fuori. E' il sogno di ogni
giocatore. Ma non è - come dire - il massimo del fair-play.


23/02/08 - LA SFIDA FINALE CON I VESCOVI

• da La Repubblica del 22 febbraio 2008, pag. 1

di Sandro Viola


Paragonate allo scontro aperto tra Chiesa e governo che infuria da
mesi in Spa­gna, le polemiche tra laici e catto­lici in Italia sembrano
litigi di con­dominio. E' vero: molti interventi, molte dichiarazioni
del Cardinal Ruini e dei suoi successori alla te­sta della Conferenza
episcopale, hanno rivelato un'evidente inten­zione della Chiesa di
farsi strada a spintoni nella vicenda politica del nostro paese.
Irruzioni pesanti che il mondo laico non poteva far altro che
respingere, anche se, al­meno per ora, senza successo.

Ma in Spagna è assai peggio. In Spagna, dove è in corso una rovente
campagna elettorale, la Chiesa sta dando secche, precise indica­zioni
di voto ai cattolici che andranno alle urne il 9 marzo: non votate
per il partito socialista del premier José Luis Rodriguez Zapatero.
In altre parole, votate per il centro-destra. Per il Partito popolare
di Mariano Rajoy.

Il linguaggio con cui s'è espresso nelle ultime setti­mane
l'antagonismo tra le gerarchie ecclesiastiche e il governo di Madrid,
ha sfiorato i toni che s'erano senti­ti alla metà degli anni Trenta
del secolo scorso, quando il paese stava precipitando verso la guerra
civile. Allora, non senza qualche ragione, la Chiesa esortava i
fedeli ad opporsi alla «marea rossa», all'urto anarco - comu­nista che
minacciava di travolgere la Spagna cattolica e moderata. Oggi gli
appelli dei vescovi sono meno esal­tati, ma nella sostanza non tanto
diversi. Per le gerar­chie cattoliche, le riforme del governo Zapatero
stanno infatti «sfasciando la famiglia e la stessa democrazia».

Per il socialista Alfonso Guerra (dieci anni vice-pre­sidente del
governo con Felipe Gonzalez) i cardinali e vescovi spagnoli
somigliano ormai «agli ayatollah di Teheran». E per José Bianco,
segretario del partito, «nulla potrà più tornare come prima» nei
rapporti tra Stato e Chiesa. C'è stato sì, ultimamente, qualche ten­
tativo di raffreddare la contesa, ma la battaglia prose­gue.

Nella maggior parte delle parrocchie, il voto anti-socialista viene
suggerito dal clero senz più perifrasi o in­fingimenti. E Zapatero ha
fatto capire che, durando l'attuale situazione, potrebbero essere
rivisti gli accor­di sui finanziamenti pubblici alla Chiesa.

Come si sia giunti a tanto, dopo che in tutto il post-franchismo la
Chiesa spagnola aveva mantenuto ri­spetto alla vicenda politica una
posizione sostanzial­mente imparziale, è più o meno noto. Le
turbolenze tra episcopato e governo erano infatti cominciate sei o
set­te mesi dopo la vittoria socialista alle elezioni di maggio 2004,
con il susseguirsi impetuoso (il «bombardeo», il bombardamento, si
diceva a Madrid) delle riforme va­rate da Zapatero in materia di
diritti civili. Mettendo da parte le cautele che avevano guidato la
generazione politica precedente, sinistra inclusa, nella fase della
tran­sizione post-franchista, il giovane capo del governo sembrava
deciso a rifare il volto del suo paese.

Matrimonio tra omosessuali con facoltà d'adozione, divorzio-lampo,
procreazione assistita, limiti all'inse­gnamento della religione
cattolica nelle scuole. E se queste leggi avevano il lodevole intento
di migliorare «la qualità della democrazia», riscuotendo perciò il
consenso dei laici e l'entusiasmo delle sinistre radicali in Europa,
è anche comprensibile che venute a cascata invece che con un po' di
prudenza - la Chiesa le ab­bia considerate una specie di sfida. Una
spaccatura del­la società spagnola (mesi fa il governo aveva anche
accennato a una legge sull'eutanasia), se non addirittura l'avvio
d'una resa dei conti tra laici e cattolici.

Che le riforme del governo socialista abbiano diviso la Spagna,
prodotto crepe e risentimenti, sino a resu­scitare - come sostengono
molti spagnoli - il fantasma delle "dos Espanas" che si sono molte
volte contrappo­ste nei momenti più tragici della storia del paese,
que­sto è certo. Ma Zapatero non ha avuto ripensamenti.

Nonostante i richiami alla cautela che venivano dal­la vecchia
leadership del partito, e in specie da Felipe Gonzalez, è andato
avanti. Ha insistito nel cambiare, trasformare, voltare le spalle al
passato. Il che s'è visto, oltre che con le riforme riguardanti i
diritti dei cittadi­ni, anche su un altro pericoloso terreno: le
memorie della guerra civile.

Il governo socialista s'è mosso anche qui, infatti, in modo assai
deciso. Totale cancellazione di ciò che re­stava del franchismo
(monumenti, toponomastica), celebrazione dei soli caduti di parte
repubblicana, con­danna delle repressioni condotte da Franco alla fine
della guerra civile. E, certo, qui la Chiesa ha dovuto star­sene per
un po' in silenzio, visto che il suo appoggio al franchismo fu
entusiastico sino alla spudoratezza. Ma poi, col ripetersi delle
celebrazioni a favore della Se­conda Repubblica, l'episcopato e il
Vaticano hanno reagito, celebrando a loro volta - anzi
beatificandoli - i settemila preti e monache trucidati dai
repubblicani tra il 1936 e il 1939. Dunque altre divisioni, altro
anta­gonismo.

E' cambiata cosi, venendo sempre più a somigliare a quella italiana,
l'atmosfera del confronto politico in Spagna. La vitale e ammirevole
democrazia succeduta al franchismo aveva avuto come caratteristica
quella «civilizzazione della politica» che il sociologo Victor Pérez-
Diaz ha descritto in un libro ben noto in Italia, «La lezione
spagnola»: un equilibrio, una moderazione, una capacità di
compromesso, senza i quali la Spagna non avrebbe probabilmente
conosciuto la miracolosa rinascita di questi trent'anni. La lotta
politica s'è fatta invece da quattro anni a questa parte, dall'ultimo
pe­riodo del secondo governo Aznar, ogni giorno più acre e violenta.
Al punto che tra socialisti e popolari volano adesso insulti che
neppure Prodi e Berlusconi s'erano mai scambiati.

Vedremo la sera del 9 marzo, con la conta dei voti, a chi avrà
giovato arroventare, esasperare, lo scontro po­litico. Se al centro -
destra e alla Chiesa, o ai socialisti di Zapatero. Appena quattro
mesi fa i sondaggi davano ai socialisti parecchi punti di vantaggio
sul Partito popo­lare: ma lo scontro con l'episcopato, e un brusco peg­
gioramento della situazione economica dopo molti an­ni di crescita
continua, hanno fatto sì che oggi i due par­titi stiano quasi (con due-
tre punti di differenza) spalla a spalla. Ma il risultato che uscirà
tra venti giorni dalle urne spagnole potrebbe avere un significato
molto particolare, mai emerso da altre elezioni europee.

Se a perdere sarà José Luis Rodriguez Zapatero, la sua carriera
politica sarà infatti conclusa e i socialisti an­dranno
all'opposizione. Niente di straordinario, dun­que, visto che si
tratterà del normale andirivieni del po­tere in una democrazia. Ma se
a perdere saranno i po­polari di Mariano Rajoy, a perdere con loro, e
rovinosa­mente, sarà la Chiesa spagnola. La Chiesa d'un paese di
antica, fastosa (anche se per lunghi tratti cupa) tradi­zione
cattolica avrà perso credibilità, prestigio, ascen­dente sui suoi
fedeli. Si ritroverà traballante, molto pro­babilmente senza sapere
come risollevarsi da un colpo tanto grave.


Lettere / Il relativismo applicato ai funerali

• da La Repubblica del 12 settembre 2007, pag. 19


di Corrado Augias

"Caro Augias, la morte di Pavarotti ha senza dubbio su­scitato
un'enorme emozione, ma anche la morte del signor Welby, a mio
modesto avviso, aveva destato alcuni mesi fa grande costernazione.

Qualche giorno addietro il Cardinale Ruini durante una conferenza
sull'aborto ha sot­tolineato le motivazioni della sua linea di
condotta quando vietò le esequie con rito reli­gioso del povero
Welby; tutti sanno che Welby e la famiglia erano — chi sa se lo sono
anco­ra - molto religiosi.

Voglio ricordare che il 20 luglio 2005 un parroco in provincia di
Catanzaro ha nega­to i funerali in chiesa ad una fedele perché
conviveva con uomo separato. Per Pavarotti, sposato con due figli,
divorziato, risposa­to con altro figlio (non trovo nulla di strano in
tutto ciò, sia chiaro) quindi fuori da tutti i canoni previsti da
Papa Benedetto XVI e dal Cardinal Ruini, è stata concessa la Catte­
drale di Modena come camera ardente, nonché i solenni funerali con
rito cattolico.

Ne deduco che anche la Chiesa attua il" re­lativismo" che rimprovera
ad altri e discri­mina i nobili dai poveracci o meglio i poten­ti
dalla gente comune come peraltro fa e continua a fare lo Stato
Italiano visto che per le esequie del tenore si sono alzate in volo
le "Frecce Tricolori", reparto che per i tagli al­la spesa ha dovuto
rinunciare a molte mani­festazioni per mancanza di fondi e gli stessi
allievi dell'Accademia Aeronautica posso­no volare poco sempre per
mancanza di fondi.

Antonio Petrocelli


Risponde Corrado Augias: Il cardinal Ruini ha conferma­to giorni fa
quello che da molte parti, compresa questa rubrica, era stato
scritto. Piergiorgio Welby ebbe le esequie in piazza e non in chiesa
perché aveva fatto troppo chiasso intorno al suo do­lore, troppo
ostinata era stata la sua richiesta di pietà.

Questo nonostante fosse molto dubbio, tra l'altro, che il suo po­
tesse definirsi tecnicamente un suicidio. Si trattò unicamente di
interrompere dei rimedi doloro­si che servivano solo a prolunga­re
un'interminabile agonia. Suicidio invece, e dei più classici, un
colpo di pistola, è stato quello dell'avvocato Corso Bovio. Eppure
nel suo caso, come mi fa notare un altro lettore, il signor
Cordeddu, ben quattro prelati hanno officiato le esequie in chiesa
con ogni dovuta solennità.

Non si discute la libera facoltà di ognuno di porre fine alla
propria vita per una qualunque ragione ritenuta sufficiente per un
gesto senza rimedio. Si discute invece che la chiesa cattolica, che
ricorda ogni giorno agli altri l'esistenza di verità assolute e
indiscutibili perfino sul pia­no legislativo, applichi poi criteri
così variabili alle sue proprie decisioni.

Del resto il cardinal Ruini ha ribadito con le sue parole ciò che
era apparso evidente fin da allora: la crudele decisione di
escludere Welby dalla chiesa fu motivata dalla paura di dare
legittimazione alla sua battaglia; che non era per l'eutanasia,
sibadibene, ma solo per porre fine a sofferenze indicibili e
assolutamente inutili. E' questa doppiezza che lascia perplessi ma
potrei anche dire sgomenti. Come se i secoli fos­sero passati invano,
la chiesa di Roma continua in una politica della doppia morale tante
volte praticata in passato con i tristi risultati che conosciamo
.



11/05/07 - PERCHE’ IL 12 MAGGIO ANDRO’ AL “CORAGGIO LAICO” - Massimo Teodori (articolo per Il Giornale)

Il 12 maggio parteciperò alla manifestazione del “coraggio laico” che si terrà a Piazza Navona a Roma nell’anniversario della storica vittoria divorzista del 12 maggio 1974. Non vi andrò perché amo la sinistra massimalista che ha sempre dimostrato di avere in poco conto i diritti individuali di libertà che sono l’essenza della laicità. Non vi andrò perché apprezzi i toni perentori dei miei vecchi amici radicali che dovrebbero vivere la laicità in maniera un po’ più dubbiosamente laica. E non vi andrò neppure perché amo le contrapposizione ideologiche che hanno il sapore di un tempo che fu e che speriamo non tornino più, nonostante il risorgere degli integralismi clericali. Ma vi  parteciperò in nome di altre più positive ragioni.
I manifestanti che si troveranno a Piazza San Giovanni dicono di volere “più famiglia”. E chi non vorrebbe che le famiglie in Italia fossero più numerose, più felici, più solide e meglio sostenute dallo Stato? Io, certamente, no. Se avessi la forza del demiurgo piegherei il corso degli eventi sociali ed esistenziali a favore della famiglia. E se fossi legislatore, invece delle chiacchiere che abbondano, prenderei l’iniziativa di provvedimenti concreti che abbiano davvero un effetto sui comportamenti della popolazione. Ma di questo, purtroppo, non si tratta il prossimo 12 maggio.
Si tratta invece del fatto che i manifestanti di Piazza San GIovanni si battono non tanto ”per” la famiglia quanto “contro” i Dico. Voi direte che è la stessa cosa, ed invece non è per nulla così. Le due cose non sono affatto speculari e reciprocamente escludenti perché battersi contro la possibilità di legiferare a favore di un gruppo presente nella società significa solo ispirarsi al proibizionismo che è manifestazione illiberale di intolleranza ed arroganza, anticamera dell’autoritarismo.
La laicità per la quale andrò a Piazza Navona è l’opposto del proibizionismo. Lo Stato laico non propugna un suo principio etico o ideologico in nome del quale legifera costringendo i cittadini ad osservare una determinata verità. E’, invece, quello che deriva la sua autorità dal consenso dei cittadini a leggi che rispettano le esigenze e i punti di vista di tutti i segmenti della comunità nazionale purché non nuocciano ad altri, senza alcun esclusivismo. Il laico è colui che ha il coraggio di rifiutare le verità di Stato, di partito, di religione, di ideologia e di gruppo.
L’attuale battaglia contro i Dico è invece condotta all’insegna della presunzione di una parte di sapere che cos’è la verità, di dispensare il bene comune, e di stabilire che cos’è l’ordine e il diritto naturale. Tutte cose altamente rispettabili per chi personalmente vi crede, ma sommamente odiose per chi non vi crede o ha opinioni e credenze diverse. Costringere i non credenti e i diversamente credenti ad osservare norme così imposte significa essere già nell’anticamera dello Stato etico.
Da liberale e laico so che occorre difendere innanzitutto i diritti degli individui e dei gruppi che sono minoranze svantaggiate. Questo è il caso delle coppie di fatto, eterosessuali ed omosessuali, che soprattutto nei ceti meno favoriti hanno bisogno di una protezione sociale, come del resto è stato provveduto ovunque in Europa. Un grande liberale Isaiah Berlin affermava semplicemente che gli esseri umani hanno il diritto di sviluppare la loro natura con tutta la varietà e ricchezza e , all’occasione, l’eccentricità possibili.
Personalmente non ritengo che il progetto di legge sui Dico preannunci un bel provvedimento, anzi penso proprio che si tratti di un testo pasticciato e compromissorio. Ma la necessità di difenderlo deriva dal furore ideologico (o religioso fondamentalista, se si preferisce) con cui lo si attacca in linea di principio in nome di un’avversione che non ha nulla di razionale e di ragionevole, come si converrebbe in una liberal-democrazia nella quale dovrebbero potere coesistere pacificamente opinioni e stili di vita diversificati senza che alcuno voglia imporre proibizioni agli altri.

m.teodori@mclink.it  


DALLE GUARDIE SVIZZERE ALLE GUARDIE ISLAMICHE ?
I musulmani d'Italia «Pronti all'alleanza contro l'ateismo»
• da La Stampa del 11 settembre 2006, pag.
3

di Giacomo Galeazzi

«Il Papa ha perfettamente ragione. Noi musulmani siamo colpiti,
commossi e ci offriamo come suoi alleati contro il materialismo».
Hamza Piccardo, portavoce dell'Ucoii, esprime la «gratitudine e la
totale condivisione» della comunità islamica italiana: «Ha
un'importanza storica il coraggioso e limpido riconoscimento da parte
di Benedetto XVI che l'Islam teme il cinismo dell'occidente, non il
vangelo». Questa insolita convergenza tra Islam e Santa Sede è
un «dato di grande rilievo», ma già nell'ultimo decennio ci sono
stati «significativi momenti di stretta collaborazione come la
battaglia alla Conferenza del Cairo sulla popolazione e lo sviluppo
contro le politiche Onu di pianificazione familiare».



Una «santa alleanza» contro il declino della fede?

«Le parole del Pontefice sono stupende e aprono una nuova era nel
dialogo interreligioso. Condividiamo l'impostazione di Ratzinger: il
problema non è lo scontro tra diverse forme religiose. La verità è
che quando sono reali le differenti spiritualità sono sempre simili e
dialogano tra loro. I musulmani, nella loro sensibilità diffusa, sono
spaventati non dalla religione cristiana bensì dalla lontananza, dal
disprezzo, dalla negazione di Dio che il mondo occidentale rivendice
come valore. Per il Corano l'uomo che non teme Dio è pericoloso. Il
limite dell'uomo, come dice giustamente il Papa, deve essere il timor
di Dio, cioè la consapevolezza che sopra di lui c'è sempre qualcosa
che comunque lo tiene d'occhio. E' un sentimento, non una paura».



E la tolleranza?

«Noi islamici sappiamo che l'Occidente è arrivato al laicismo per
garantire la pluralità e affrancarsi dalla religione intesa come
potere temporale. Il torto, però, è aver buttato il bambino con
l'acqua sporca, così oggi in questo grande vuoto delle coscienze non
è salvaguardato il mio riconoscere il sacro, anzi è vilipeso e
bersagliato di offese. Solo il timore e la speranza in Dio
tranquillizzano i cuori. Per ogni credente non conta la realizzazione
materiale, ma lo sforzo, l'impegno profuso per raggiungere
l'obiettivo. Allah non mi chiederà conto se ho fondato la repubblica
islamica in Italia, bensì se sono stato un buon musulmano».



I musulmani hanno davvero paura?

«Il mondo islamico è smarrito di fronte al materialismo imposto
dall'Occidente attraverso i media, l'uso scriteriato delle risorse, i
finanziamenti della Banca mondiale. Il Papa ci indica un terreno
comune e lancia un ponte fra noi credenti, coscienti che in Dio le
nostre azioni saranno ricompensate. Noi credenti abbiamo dentro dei
valori, attendiamo tranquilli l'equo giudizio di Dio, non
prevarichiamo gli altri perché tentiamo Dio, non siamo mai disperati
in quanto confidiamo in lui. Il problema è chi non crede a niente. La
minaccia non è un'altra fede ma l'assenza di fede che genera
attaccamento alla materia. Abbiamo in comune col Papa pressione
spirituale: ci preserva come un acquedotto dalle falle delle
secolarizzazione».



Caro Vallocchia,
purtroppo non riesco ad essere presente alle molte occasioni che con tanta tenacia nogod ed altre organizzazioni laiche propongono e sostengono; ti spedisco tuttavia una riflessione più ampia e meditata quale reazione al tracollo, non solo della laicità, ma della semplice decenza di questo "stato" e alla sua vaticanizzazione. Se ritieni che sia il caso pubblica pure la riflessione anche a mio nome, altrimenti leggitela come segno di vicinanza e solidarietà con nogod. Grazie per l'attenzione. Roberto Sabatini

Dalla "deriva clericale" alla "vaticanizzazione" dello Stato

Sono rimasto colpito, come sociologo e come persona, della grande massa di gente che si è affollata intorno alla salma di Carol Woityla, accollandosi ore e ore di impegnativa attesa per poterne vedere frettolosamente le spoglie: si tratta di un fenomeno che merita un'analisi attenta capace di coglierne i vari significati, senza cadere nelle trappole che una impressionante rete mediatica ha disseminato ovunque, spettacolarizzando l'evento e gonfiandolo oltre i limiti, non dell'autenticità, ma della decenza.
Le cifre della partecipazione popolare sono state notevoli e, per quanto mi riguarda, superiori ad ogni realistica previsione, ma non così apocalittiche come, d'altra parte, ci si sarebbe potuti attendere dalla scomparsa di un personaggio complesso, capo di uno stato-simbolo e, per i credenti, massimo rappresentante pro-tempore del loro dio, personaggio che ha vissuto e operato per oltre un quarto di secolo sul palcoscenico multimediale del mondo intero; basti pensare ai tre milioni di persone che in un solo giorno affluirono a Roma per manifestare contro la minacciata eliminazione del famoso "articolo 18" dello Statuto dei lavoratori per ridimensionare, almeno quantitativamente, il pellegrinaggio spasmodicamente e ripetutamente definito "straordinario", "epocale", "mai visto prima" e via dicendo.
Quel che invece non è accettabile e può fregiarsi del titolo di "mai visto prima" nel senso peggiore del termine è davvero la prosternazione corale e prolungata dei mass media e della stragrande maggior parte del mondo politico: da quando Woityla è morto ho l'impressione di non essere cittadino di uno stato laico e democratico (cosa resa già difficile dal livello di civiltà della compagine maggioritaria), ma di una nazione integralista e confessionale, in cui si catechizza la società e la realtà attraverso un rilievo mediatico e politico agli eventi vaticani, veramente senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Si avverte nettamente il peso schiacciante e l'ingerenza opprimente della maggioranza cattolica di questo paese nella sua quotidianità sociale, politica e culturale e si subisce l'apoteosi della chiesa come istituzione intrinsecamente autoritaria e sclerotica, con le sue gerarchie, le sue liturgie, i suoi assurdi riti ossessivamente uguali a se stessi, caratteristiche che l'accomunano alle altre religioni, soprattutto a quelle rivelate e monoteiste.
Per quasi tre giorni le reti televisive nazionali hanno praticamente sospeso l'agenda delle notizie per concentrare tutto il loro potere di rappresentazione su questo evento tentando di trasformarlo in un qualcosa di universale, di assoluto: nell'evento degli eventi!
Le principali emittenti hanno mandato in onda ore di immagini e interviste, testimonianze e documenti tutti scandalosamente edificanti, censurando qualsiasi critica, qualsiasi rilievo nel merito e nel metodo di un pontificato invece estremamente rigido, accentratore, conservatore. In tal senso è doppiamente vergognosa l'unilateralità dei servizi che dipingono una figura di papa senza macchia e senza errori, senza ombre, senza responsabilità: le stesse persone intervistate sembrano selezionate con cura a tratteggiare esclusivamente fatti e fattori positivi, anzi segni certi di una santità preventiva e coram populi.
Invece non bisogna dimenticare l'ottusità e la visione statica, conservatrice delle cose che, come papa, Wojtyla ha impresso al suo pontificato: la sua avversione alla famiglia naturale, alle coppie di fatto, all'omosessualità, alla contraccezione ha certamente contribuito ad aumentare, almeno nella misura in cui questi messaggi e queste politiche influiscono sugli atteggiamenti e sui comportamenti dei destinatari, il dolore e la morte, la malattia e la disperazione nel mondo: per tutto ciò basti pensare all'aids, soprattutto nei paesi dove sopravvivono i "dannati della Terra" e dove una politica anticontraccettiva equivale ad un incremento esponenziale della virulenza dell'HIV; la stessa vita ad ogni costo, non importa se tragica, infelice, o compromessa, che egli ha sempre propugnato, iscrivendosi nel solco più conservatore della chiesa, è certo stato un pesante condizionamento che ha spinto i vari protagonisti coinvolti verso un potenziale calvario esistenziale (ma questo, per la chiesa, è una prova divina che può far guadagnare la beatitudine ultraterrena!).
Tutto ciò è ben noto ai tanti giornalisti, spesso anche su carta stampata, che si sono astenuti dal puntualizzarle, che non solo hanno omesso critiche e accuse, ma che si sono prostrati in un diluvio di enfatici apprezzamenti. Ancora poche ore prima che sopraggiungesse la morte, i vari reportage mandati in onda provenienti da molti (ma non tutti) paesi, sembravano testimoniare che l'intera popolazione di queste nazioni stesse soffrendo e pregando, che il mondo intero stesse cristianamente sperando nel miracolo di un suo ristabilimento (ah, già i miracoli!) e che soffrisse, compatto come non mai, per la sua sofferenza. I leaders politici, che spesso e a sproposito, parlano a nome del popolo che ritengono di rappresentare, affermavano che tutti indistintamente erano vicini al "santo padre", residente nella "santa sede" nell'ora più difficile: balle! C'erano (e tuttora ci sono) centinaia di milioni di persone ugualmente degne di stima che non si sognavano nemmeno di partecipare a questo rito, peraltro assai ipocrita, che anzi non ne sapevano nulla e che avevano ben altri problemi a cui far fronte: fame, morte, malattia, distruzione, per esempio; ma con grande savoir faire i mass media hanno omesso innocentemente di riportare queste realtà e hanno comunicato invece l'impressione che tutto il pianeta fosse concentrato su questa persona-simbolo: la complicità dei mass media in questo frangente è stata disarmante e patetica ad un tempo.
Chissà, forse il bisogno di "esserci" ha contagiato anche gli operatori dell'informazione che, dando per scontato un universale interesse -e quindi un'audience altrettanto universale- per questa vicenda, sono venuti meno al compito di informarci sul resto del mondo, diventato, di colpo un piatto e lontano palcoscenico in cui si teneva quest'unica rappresentazione.
L'occasione delle pessime condizioni di salute del signor Wojtyla e quelle della sua morte in uno stato civile, laico e democratico, può si occupare un suo spazio nell'agenda setting dei giornali e dei telegiornali e tale spazio può anche essere quello riservato ad un capo di Stato, persino di una certa rilevanza, ma in nessun caso può dominare ed anzi esaurire l'intero spazio informativo, di tutte le reti nazionali!
E poi c'è stato il vassallaggio della classe politica, che nell'attuale maggioranza è arrivato alla cerimonia collettiva della preghiera pubblica e istituzionale (il rosario!) e che comunque ha indotto tutte le forze in campo a sospendere la campagna elettorale per le regionali! Di per se, visto il livello da rissa da stadio a cui facilmente è scesa, non è stato un male risparmiarci l'ultimo scambio di insulti, soprattutto da parte dei maestri dell'arroganza e della cialtroneria, ossia degli esponenti del centrodestra, ma resta un precedente gravissimo che dimostra la totale assenza di laicità in questo povero paese che continua a interessarsi ai miracoli, alle partite di calcio e a quel che riguarda la chiesa, conclave compreso.
Da ultimo, nella città sede materiale di tutti questi eventi, Roma, si propone addirittura di cambiare nome alla sua stazione ferroviaria, o di emendarlo col nome del papa in odore di santità: la vaticanizzazione del paese procede a grandi passi e se un risveglio della dignità e dei valori laici non si farà sentire, il declino delle migliori conquiste del libero pensiero diventerà irreversibile e un pesante ripristino del dogmatismo e dell'oscurantismo religiosi inghiottirà di nuovo questa penisola, storica terra di sottomissione allo strapotere ecclesiastico.

Roma, 16.4.05 Roberto Sabatini

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