RITRATTI DI SIGNORI

( pagina gemellata con Donne in Gamba sul sito www.liberelaiche.it )

Cronologia
29/12/09 - I fratelli Pennacchi, 25/11/09 - Paul Casimir Marcinkus, 7/10/09 - Roman Polanski, 14/09/09 - Alan Turing, 10/09/09 - Mike Bomgiorno, 17/06/09 - Daniel Carasso, 3/06/09 - Ambasciatore Miguel Diaz, 17/04/09 - Celestino V, 6/04/08 - Arcivescovo Vincent Nichols, 2/04/09 - I Fiorentini, 18/03/09 - Gino Girolimoni, 2/03/09 Ariel Sharon, 26/02/09 Arcivescovo Timothy Dolan, 30/01/09 Mino Reitano; 31/12/08 Samuel P. Huntington; 18/12/08 Gianfranco FINI; 16/12/08 Nigel OWENS; 4/12/08 Magdi ALLAM; 3/12/08 Emanuele LATTANZI; 24/11/08 Sandro CURZI; 21/11/08 Nicola LATORRE; 13/11/08 Nicolas SARKOZY; 4/11/08 John McCAIN e Barack OBAMA; 29/10/08 GIULIO CESARE; 22/10/08 Gianfranco ROTONDI; 15/10/08 Luigi DE MARCHI; 13/10/08  Klaus WOWEREI
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29/12/09 –  Famiglie coi fiocchi

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota. (Giulio Cesare, Shakespeare)

Una scaletta traballante, un albero di natale troppo alto, la voglia di mettere una palla proprio su quel ramo lassù… e l’inevitabile caduta. Una costola puntuta perfora il pancreas e la vita finisce in un soffio, in un modo che pare pure cretino raccontare. Gianni Pennacchi, è morto così un paio di settimane fa:  una morte curiosa come un po’ tutta la sua vita. Gianni aveva 64 anni e faceva il cronista parlamentare:  prima alla Stampa, poi negli anni ’70 virò a destra e passò all’Indipendente e infine a Il Giornale. Nell’affettuoso necrologio del collega Stefano Di Michele leggiamo “poteva scrivere di tutti, capi politici, tromboni dimezzati, mezzecalzette, impettiti di sinistra e di destra, ma nessuno si salvava dallo sberleffo, dallo sguardo da cui traspariva un principio di saggezza alla Totò: lei è un imbecille, s’informi…”
Gli ultimi giorni della sua vita li ha passati a litigare con Alessandra Mussolini, perché lui è stato l’autore dello scoop imbecille del video hard tra la deputata e il fascista Fiore. Nei mille talk che sono seguiti alla cretinissima vicenda, Mussolini furente lo chiamava pernacchia, e lui aveva un po’ l’aria di quello che dice che tocca fa pe’ campà, con l’occhio nostalgico, chissà, alla libertà della latitanza giovanile. Nel ’68 era maoista e, si racconta, era il più bello del movimento. Può essere vero, visto che sullo schermo lo ha interpretato Riccardo Scamarcio nel film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico. La storia è tratta dal bel libro Il Fasciocomunista  (edito da Mondadori) scritto da Antonio Pennacchi, suo fratello. Anche lui personaggio singolare e complicato noto per aver litigato con tutto il mondo. Operaio meccanico, durante la cassa integrazione si è laureato, cinquantenne, in lettere avviando dispute furiose con il supponente e ideologico Asor Rosa. E’ stato iscritto al msi,  poi è diventato comunista, stalinista, cigiellino, dalemiano… E’ un urbanista esperto anche se autodidatta, e ha scritto il raffinatissimo Viaggio per le città del Duce (edito da Laterza) che è un atto d’amore per il piatto Agro pontino e per Latina, la sua città che non ha mai lasciato. Uno dei momenti memorabili della vita di Antonio, rendicontato dal giornalista Gianni, è la lite avuta con Vattimo durante un convegno. “Ce stavamo a raccontà le fregnacce. Berlusconi ha vinto perché aveva un’idea di Paese mentre noi no. Quello ha detto alla gente: faccio due autostrade e il ponte de Messina. Noi dovevamo di’: e noi facciamo pure il ponte di Cagliari. Davanti a me Vattimo ha cominciato a strillà e io j’ho detto, a Vattimo statte zitto. Quello continuava, e allora j’ho detto d’annà  affanculo, Anche lui mi ha mandato affanculo, e io non ci ho visto più. Un vaffanculo generale. C’era Miriam Mafai che pareva ‘na matta e urlava a Vattimo , statte zitto, c’ha ragione lui”.
Nel film Mio fratello è figlio unico c’è anche una sorella. E’ Laura Pennacchi, laureata in filosofia con una tesi sul marxismo supervisionata dal filosofo Gyorgy Lukacs. E’ stata eletta due volte al Parlamento (con il Pds-Ds), ed è stata sottosegretario al bilancio e al tesoro nei governi Prodi e D’Alema.
Tre così in una famiglia di sette figli è un bel record, anche perché è solo grazie alle loro capacità che si sono affermati, non certo per la loro nascita  né per il loro nome.
Domanda: ma uno incazzoso e vitale e generoso come Gianni, proprio così doveva morì?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

http://www.youtube.com/watch?v=7rZJF8o_ZV0
http://www.genteviaggi.it/shopping/guideelibri/perch%C3%A9-fascio-e-martello-viaggio-le-citt%C3%A0-del-duce.html
http://falmax85.wordpress.com/2009/12/16/in-ricordo-di-pennacchi-lo-splendido-omaggio-del-collega-scafi/


25/11/09 – Piove o c’è il sole… (er papa magna)

Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barbe lunghe, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. (O. Fallaci, Intervista con la Storia, 1974)

Cicero è un sobborgo di Chicago, noto per aver dato i natali ad Al Capone e a Paul Casimir Marcinkus. Nato nel 1922 da una famiglia di immigrati lituani, il padre è un lavavetri che mantiene con fatica i cinque figli. A 13 anni si iscrive ad una scuola della diocesi e successivamente si trasferisce nel seminario di Munderlein (Illinois) dove studia filosofia e teologia. Nel 1947 è sacerdote in una parrocchia di quartiere a Chicago. Nel 1950 è a Roma a studiare Diritto canonico. Nel 1952 viene invitato a frequentare uno stage presso la sezione inglese della Segreteria di Stato su segnalazione dei professori dell’Università Gregoriana che avevano indicato il suo nome al segretario particolare di Pio XII, monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Durante il Concilio Vaticano II si occupa della logistica dei vescovi che, da tutto il mondo, giungono a Roma. La sua carriera spicca il volo con i viaggi apostolici di papa Paolo VI, al quale intanto ha insegnato l’inglese. Nel 1969 è vescovo e viene trasferito allo Ior. Nel 1972 è coinvolto in uno scandalo per titoli azionari falsificati che il Vaticano ha acquistato dalla mafia. L’indagine, svolta dalla Fbi, si conclude con un proscioglimento di Marcinkus, ma da il la alla  negativa reputazione del prelato. Sono gli anni di Michele Sindona e poi di Roberto Calvi,  presidente del Banco Ambrosiano, con cui lo Ior è in affari. I modi di agire di Paul Marcinkus sono così spicci che si attira parecchie critiche. Una su tutte è quella del patriarca di Venezia Albino Luciani  che, nel ’75, ebbe con lui degli scontri inerenti la cessione della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano senza essere neanche avvertito. Quando Luciani divenne papa col nome di Giovanni Paolo I manifestò l’intenzione di rimuovere Marcinkus, opera non portata a termine per la prematura scomparsa del papa che, in molti, anche per questo, videro con sospetto. Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, successore di Giovanni Paolo I, che pur conosceva la spregiudicatezza di Marcinkus, lo prende in estrema simpatia, lo nomina arcivescovo e nel 1981 lo promuove presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Il finanziere si occupa della vita economica dello Stato e, in questa veste, è ricordato con grande affetto dai lavoratori, che godono grazie al suo operato di enormi privilegi economici e fiscali. La banca vaticana fa da intermediaria alle società fantasma per le operazioni di Calvi che nel 1992 muore impiccato sotto un ponte a Londra. Marcinkus viene tirato in ballo per le lettere di patrocinio che lo legano alle società e sulle quali, indirettamente, il banchiere di Dio esercita il controllo. Prove che portano gli inquirenti a chiedere il suo arresto per concorso in bancarotta fraudolenta, mai concesso dal Vaticano. Il cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli,  negozia con il governo italiano un accordo con il quale lo Ior versa 244 milioni di $ ai creditori dell’Ambrosiano quale risarcimento. Praticamente una ammissione di colpevolezza. La cifra viene raccolta anche grazie all’aiuto dell’Opus Dei che, come compenso, riceve lo status di prelatura personale del papa (attraverso una modifica del diritto canonico). Giovanni Paolo II  indice nell’83 un Anno santo straordinario per rimpinguare  le casse vaticane, dissanguate dopo il pagamento ai creditori. Nonostante i danni provocati, Marcinkus è rimasto a capo dello Ior fino all’89, sempre difeso da Giovanni Paolo II. In molti, probabilmente per nobilitarlo, dicono che abbia finanziato Solidarnosc. Pecunia non olet, e senza soldi - forse - la storia dell’Occidente avrebbe potuto essere diversa. Tracce di una “operazione Polonia” sono state trovate nei verbali del consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano.
Ad oggi, nonostante le voci sulla vita ambigua di Marcinkus, sono acclarate solo le sue operazioni finanziarie funamboliche. Nulla è emerso sull’assassinio di papa Luciani, nulla sulla sua relazione amorosa con una nota attrice francese, e probabilmente nulla emergerà su eventuali legami con la triste vicenda di Emanuela Orlandi. E’ morto in una cittadina dell’Arizona dove aveva funzione di viceparroco (ma in molti dicono di averlo visto durante il suo “esilio americano” a passeggio nelle strade romane o attovagliato  nel ristorante di via della Rosetta).

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-11086.htm


7/10/09 – Scusatemi se, con nessuno di voi, non ho niente in comune

Quando una trota attirata dalla mosca abbocca all’amo e si scopre incapace di nuotare liberamente, comincia a dibattersi e a guizzare fra gli spruzzi, e a volte riesce a fuggire. Spesso, s’intende, soccombe alla sorte ineluttabile. Nello stesso modo l’essere umano impegna la lotta con le circostanze ambientali, con gli ami cui resta agganciato. A volte supera le difficoltà, a volte ne viene sopraffatto. Il mondo altro non vede che il suo lottare, e naturalmente lo fraintende. Il pesce libero stenta a capire ciò che sta succedendo al pesce preso all’amo. (Karl A. Menninger)

“Molto spesso sono visto come un malefico nano”, dice di sé nella sua autobiografia il regista Polanski. La vicenda, secondo il critico Mereghetti “sembra un suo film: una persona si presenta per ricevere un premio e ad accoglierlo ci sono le guardie per arrestarlo”. Nato a Parigi nel ’33 da una famiglia polacca, Roman Polanski, al secolo Lieblin, tornò nel 1937 in Polonia e, con il nazismo, finì con la famiglia nel ghetto di Varsavia. Lui, bambino, riuscì a fuggire, sua madre invece fu portata ad Auschwitz, dove morì. Finita la guerra gli Usa diventarono la sua casa. Il 10 marzo del 1977 Polanski invitò una Samantha di 13 anni – su pressione della madre secondo l’autobiografia - a posare per lui per una sessione fotografica per l’edizione francese di Vogue. E finì per usarle violenza dopo averle fatto bere champagne insieme a una dose di quaalude, un barbiturico. Quando avvenne il fatto il regista, che otto anni prima aveva perso la moglie Sharon Tate incinta di otto mesi, per mano della furia omicida della setta satanica di Charles Manson, era all’apice della sua popolarità. Film come Chinatown e Rosemary’s Baby ne avevano fatto uno dei registi più acclamati e ricercati di Hollywood. Scrive Soria su La Stampa “Portò la giovane Samantha a casa di Jack Nicholson dove non c’era nessuno. La invitò a spogliarsi, a entrare insieme nell’idromassaggio. Lo sorprese Anjelica Houston (allora compagna di Nicholson)”. Seguì la denuncia alla polizia e Polanski si trovò con sei capi di imputazione, tra cui stupro, sodomia, sesso orale con una minorenne. Alcuni amici provarono a sostenere che la ragazza era una specie di Lolita e il giudice sembrò accettare una pena ridotta. Ma poi rinnegò le sue promesse e il regista scelse la fuga. Nel 2003, in una lettera aperta al Los Angeles Times, Samantha Geiger, oggi 45enne con tre figli residente alle Hawaii, e che ha risolto con un accordo economico la sua causa civile contro il regista, chiese alla procura distrettuale di Los Angeles che il caso fosse archiviato. “Ho avuto una vita felice e altrettanto auguro a Polanski. Anche se ero giovanissima mi resi conto che non avrebbe avuto un processo equo”, scrisse la donna nella lettera aperta. Un paio d’anni fa, parlando del suo orrendo crimine, il regista disse: “l’unica cosa che voglio è lasciarmi alle spalle quella storia. Credo di aver pagato il mio sbaglio. Tornerei negli Usa per affrontare il processo, ma credo che i media americani si sovrappongano alla giustizia, e credo che l’esito del processo sarebbe un inferno, non per colpa del sistema giudiziario ma dei media”. Fino ad oggi l’unico rischio reale di arresto il regista lo aveva corso in Israele dove fu acclamato per Il Pianista, ma che lasciò in maniera rocambolesca appena ebbe sentore di fermo dai suoi legali. Si dice che gli svizzeri avrebbero voluto accontentare gli americani dopo il braccio di ferro sui conti segreti e lo scandalo Ubs, fiumi di $ sottratti al fisco americano. Oggi è in prigione a Zurigo, non ha ottenuto gli arresti domiciliari perché potrebbe fuggire. 700 artisti hanno sottoscritto un appello per la sua immunità, firmato, tra gli altri, da Barbareschi, Monicelli, Tornatore, Placido, Bellocchio, Sorrentino. Aspesi su la Repubblica ha scritto: “arte e pedofilia si sono spesso intrecciate, suscitando dibattiti fumosi e, nel dubbio, si è sempre preferito pensare che se l’artista era devoto alle adolescenti o addirittura alle bambine, era esclusivamente per ragioni intellettuali. Carrol fotografa bambine per immortalarne l’innocenza, Balthus dipingeva bambine con le gambette spalancate per pura passione grafica…” . “No, il lodo Polanski no. D’accordo, come regista è un genio, ma non può evitare una condanna per questo”, ha scritto Rodotà sul Corriere della Sera. In sintonia col buon senso del ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpfsuch: “la biografia di una persona non deve definire un trattamento di favore davanti alla legge”. Dopo l’arresto, il regista ha parlato con la moglie, l’attrice Emmanuelle Seigner, madre di Morgana ed Elvis, i figlioli ai quali ha dedicato Oliver Twist: “sono arrivato e mi hanno arrestato, ne ho passate tante, stai tranquilla, anche questa si risolverà”.
Barbara Saltamartini, presidente della Commissione Parità della Camera dei Deputati, con la collaborazione del quotidiano Libero sta raccogliendo firme perché gli Stati Uniti condannino in maniera esemplare il regista. Tutte le iniziative sono consentite, ma ci sembra questa particolarmente ridicola, anche perché pare palese che gli Stati Uniti agiranno come è giusto che sia.
Sarebbe opportuno che la sensibilità della politica si esprimesse per le violazioni all’interno del nostro Paese. Mi riferisco alla recentissima sentenza con una condanna di appena sei anni (con i benefici vari due anni effettivi) per lo stupro di una quindicenne romana. Purtroppo, probabilmente per la mancanza di libertà di stampa, i romani non sono informati quotidianamente del processo in corso del presunto pedofilo don Ruggero Conti, parroco della Chiesa della Natività di Maria Santissima di Selva Candida.

Tiziana Ficacci
, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

Per il processo a don Ruggero Conti guarda il 18/6/09,
pagina Tiziana
http://www.nessundio.net/blog/2009/06/18/1963/

http://www.mymovies.it/trailer/?id=33960


14/9/09 –  Lavare l’onta

Oh se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota. (Giulio Cesare, Shakespeare)

Era nato a Londra nel 1912 e nella sua breve carriera accademica aveva pubblicato lavori che hanno cambiato la nostra vita, dando impulso, con la sua ricerca, all’intelligenza artificiale. Veniva da una famiglia della middle class, non uno studente brillante ma piuttosto un bambino prima e un ragazzo poi, solitario, molto sensibile, affascinato dai misteri della natura. Respinto dal preside della sua scuola perché utilizzava metodi non convenzionali per risolvere complessi quesiti matematici. Fortunatamente la scuola finì e il giovane entrò al King’s College di Cambridge, un ambiente dove la matematica e le scienze che amava  erano il pane quotidiano. E neppure essere diversi sembrava un gran problema. Il giovane seguì le lezioni di Keynes, e di Wittgenstein e si applicò al “problema della decisione”, arrivando alla “macchina di Turing” un sistema in grado di svolgere alcune funzioni della mente umana.  Era un originale che, come ha ricordato Piergiorgio Odifreddi, lavorava a maglia e giocava a tennis completamente nudo, e per queste stramberie il sistema accademico non lo premiò come il suo genio avrebbe imposto.  Arrivò la guerra mentre il matematico lavorava alle sue macchine.  L’intelligence lo assunse per decrittare i codici con i  quali comunicavano i comandi nazisti. Dalla necessità di gestire una quantità elevata di numeri e combinazioni presero il via, nel corso degli anni successivi, le elaborazioni scientifiche che aprirono la porta alla progettazione dei primi computer.
Nel 1952 un amorazzo occasionale gli rubò il portafoglio. Lui lo denunciò, nel contempo denunciando la sua omosessualità. Venne processato e condannato: o la prigione o la castrazione chimica. Scelse la seconda opzione, ma gli estrogeni stravolsero la sua vita. Si suicidò mangiando una mela dopo averla intrisa nel cianuro, in ricordo di Biancaneve, una favola che amava.
Il primo ministro Gordon Brown* dopo mezzo secolo, su sollecitazione di scienziati, studiosi, cittadini, associazioni lgbt mobilitate dall’informatico John Graham-Cumming e dal Daily Telegraph,  ha chiesto scusa ad una persona che ha contribuito al  buon esito della storia decifrando i codici di Hitler.   Il suo nome era Alan Turing** il cui dramma si consumò negli anni in cui primo ministro era Winston Churchill e che, fino ad oggi, era ricordato solo da una brutta statua nei giardini di Manchester.  

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

* “A nome del governo britannico e di coloro che vivono liberamente grazie al lavoro di Alan, sono fiero di dire: perdonaci “ Gordon Brown
**Alan Turing (1912-1954) è uno dei grandi matematici del XX secolo, pioniere dell’intelligenza artificiale. Durante la guerra lavorò a Bletchley  Park alla decifrazione dei codici militari di Hitler.


10/9/09 – Fiato alle trombe

E' morto l'unico amico di Silvio che faceva domande (F d'E.)

Bongiorno Mike : Sedicenne, cittadino americano, era in Italia con la madre di nazionalità italiana, sfollato l’8 settembre sulle Alpi piemontesi, attraversava nei mesi invernali i valichi alpini innevati, recando messaggi in Svizzera per conto della Resistenza. Catturato dai tedeschi e incarcerato a Milano, a San Vittore, venne scambiato con prigionieri tedeschi in seguito a trattative tra i comandi alleato e germanico, potendo così raggiungere il padre a New York e collaborare alle emissioni radiofoniche in italiano La voce dell’America.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

Dal “Dizionario della Resistenza italiana”, Editori Riuniti, a cura di Massimo Rendina


17/6/09 – Lo yogurt è buono e fa bene

 Qualche giorno fa, alla bella età di 103 anni, è morto il sig. Daniel Carasso. Suo padre, che faceva il medico a Salonicco,  si chiamava Isaac Carasso; nel 1912, per sfuggire alle guerre balcaniche, lasciò la Grecia per la Spagna stabilendosi a Barcellona. Ai suoi pazienti che soffrivano di digestione lenta, il dott. Isaac consigliava di mangiare lo yogurt come aveva appreso dalle popolazioni balcaniche. Avendo l’uzzolo per gli affari  cominciò a importare il prodotto dalla Bulgaria facendolo commercializzare dalle farmacie. Lo yogurt ebbe talmente tanto successo che il dott. Isaac iniziò, nel 1919, a produrlo direttamente dando vita all’industria Danone, il nomignolo col quale veniva chiamato affettuosamente suo figlio Daniel. Che continuò l’impresa del padre in Francia dove quest’anno si festeggiano i 100 anni del marchio, come ricordano i divertenti spot mostrati sulla tv francese.
Oggi solo una piccola quota è ancora nelle mani dei Carasso, ma ciò non ha impedito, in Italia ad esempio, di chiamare al boicottaggio del prodotto in chiave antisraeliana, anche se gli yogurt Danone non arrivano nei supermercati israeliani nonostante il consumo di yogurt sia altissimo, e i Carasso siano rispettabilissimi cittadini francesi che onorano e rispettano il loro paese. Non vogliamo pensare ad un pregiudizio per la loro etnia. (e invece è così e non potrebbe essere altrimenti in un paese che si chiama Vaticalia)
Testimonial del marchio è il calciatore francese di origine algerina Zinedine Zidane, oggi dirigente del Real Madrid, e che si rese protagonista insieme (e alla pari) all’italiano Materazzi di un episodio di rara sgradevolezza nel pur antipatico mondo del calcio. Lo yogurt è buono e fa anche bene, come testimonia la lunga vita del sig. Daniel Carasso. Ma se avete compiuto 50 anni e avete problemi di digestione, una volta ogni due anni fate una colonscopia. Dobbiamo arrivare almeno a 103 anni, se non altro per provare a buttare giù qualche stupido pregiudizio.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

Questa sera Nogod parteciperà alla serata di vicinanza con l’Iran, indetta da il Riformista e Radio Radicale, in piazza Farnese a Roma dalle 18,30 http://www.ilriformista.it/publisher/Prima%20pagina/section/. In Iran si spara su chi protesta, si mandano a morte gli oppositori, si impiccano gli omosessuali, si arrestano le donne che non accettano di sottomettersi. Quando si alza la voce delle persone che chiedono la libertà non possiamo tapparci le orecchie. Probabilmente lo faranno i governi, compreso il nostro. E’ la realpolitik che accarezza i dittatori dal verso del pelo sperando di essere mangiata per ultima. Ma si sa, nella palude si salva solo il coccodrillo. 
Ci vediamo a piazza  Farnese, e non solo per la paura di essere mangiati.


3/6/09 – Ambasciator non porta pena

Si sa che la Santa Sede è sempre più disomogenea con il resto del mondo, e una dimostrazione di questo suo non saper stare al mondo, fu la freddezza con la quale accolse Barack Obama. La teocrazia vaticana ha creato rogne enormi al presidente per sostituire l’ambasciatore Usa presso il Vaticano Mary Ann Glendon, carissima a Giovanni Paolo II, prima donna ad aver rappresentato la teocrazia alla Conferenza Onu sulle Donne (Pechino ’95). Sono stati proposti nomi di prestigio, tra cui quello di Carolina Kennedy, che ha fatto storcere il naso al Vaticano, fino ad arrivare a Miguel Diaz. Il neoambasciatore fa parte di Catholics in Alliance for the Common Good, cattolici che, tra l’altro, si sono spesi per l’elezione di Obama. Questo gruppo è stato fortemente osteggiato dai vescovi, perché, sostenevano, confondeva la testa ai fedeli passando in secondo piano i temi prioritari della difesa della vita sempre e comunque.
Diaz è nato all’Avana quarantacinque anni fa, è figlio di un cameriere e una impiegata di call center, è professore di teologia alla Saint John’s University in Minnesota. Ha avuto un master in teologia nella prestigiosa Università cattolica Notre Dame (che ha conferito tra molte contestazioni pretestuose una laurea honoris causa ad Obama http://www.nessundio.net/blog/2009/05/21/1708/ ), ed è stato a lungo presidente dell’Accademia di teologia dei cattolici ispanici degli Stati Uniti. Sembrerebbe un curriculum in regola per i teocrati seduti sul trono di Pietro, ma, pare che Diaz sia un fervente ammiratore della teologia della liberazione(*). Che, come è noto, con le aperture del mondo che i suoi seguaci perseguono, è invisa alle gerarchie vaticane. Ad oggi Diaz ha detto “sarò un ponte tra Usa e Santa Sede”, ma non ha ancora pronunciato parole rispetto a quello che vogliono i gerarchi SS: difesa ad oltranza della vita dall’inizio alla fine fregandosene di quello che pensa il resto del mondo non cattolico.

(*) Ricordate il presidente del Paraguay Fernando Lugo? Era un esponente della teologia della liberazione, poi si è dedicato alla politica ed è uscito dalla Chiesa. All’indomani del suo insediamento alla presidenza (15 agosto 2008) l’ex vescovo ha riconosciuto due bambini avuti da due donne diverse. Ed è diventato “padre” della campagna Paternidad responsabile. Su derecho, tu obligacion, promossa dal ministero della Gioventù. In Paraguay molti bambini non vengono riconosciuti e perdono diritti, anche per la difficoltà delle madri a veder riconosciuto il nucleo famigliare irregolare. Il suo esempio, si spera, farà da traino per spingere i padri ad assumersi le proprie responsabilità. Ieri Fernado Lugo veniva chiamato il vescovo dei poveri, oggi il presidente dei bambini.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI


17/4/09 – Aumento delle cubature. Dei cimiteri

In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva plausibile. Nel terremoto morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. La natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie. La ricostruzione edilizia, a causa dei numerosi brogli, frodi, furti, camorre, truffe, malversazioni d’ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale la convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra. (Ignazio Silone, Uscita di sicurezza)

Pietro Angelerio da Morrione dopo 713 anni, ancora non trova pace. Probabilmente per il nome d’arte che si è scelto: Celestino V. La mummia del papa del gran rifiuto è stato spostata dalla sua teca posta nella splendida basilica di Santa Maria di Collemaggio dell’Aquila, in un’ala della stessa chiesa che dovrebbe essere più protetta. Ma il corpo del “santone” viene reclamato da Isernia, città di cui è patrono. Un tour nella città molisana Celestino V lo aveva già fatto nel maggio del 1986, quindi una nuova casa in quella città sicuramente sarebbe ben vista anche da lui, sostengono gli isernini devoti. La peregrinazione si addice al papa che, secondo i racconti, avrebbe desiderato vivere nell’isolamento e nella preghiera ma, per camarille di palazzo, dovette cambiare i suoi piani. Noto ai più per il III canto dell’Inferno dantesco “poscia ch’io ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”, ai devoti del santone non piace questo richiamo alla viltà, supponendo che la rinuncia venne fatta per amore di Dio che non riconosceva nei sacri palazzi.
Nato nel 1215 da famiglia contadina, nel 1231 diventa benedettino e vive per diversi anni in una grotta con un confratello. Predicando predicando arriva a Roma dove studia in Laterano e dove papa Gregorio IX lo ordina sacerdote. Fonda l’ordine dei fratelli penitenti del Santo Spirito, più noto come celestini,  ispirandosi al movimento di Gioachino da Fiore, ma nel 1293 comunica ai suoi discepoli la decisione di ritirarsi nell’isolamento della preghiera. Ma in quello stesso momento a Perugia,  11 cardinali si contendevano il pontificato dopo la morte del papa Niccolo IV. Nella consorteria cardinalizia si inserisce Carlo II d’Angiò che aveva bisogno di una testa di turco che ratificasse l’accordo con gli aragonesi per la riconsegna della Sicilia, e il re pensa che Celestino sia perfetto. Si reca a Sulmona e lo convince a scrivere una lettera di autocandidatura ai cardinali in conclave. E’ il 1294 e i religiosi sono certi di aver trovato in Celestino l’utile idiota a cui appioppare la difficile gestione dello scontro con il potere temporale; e lo incoronano papa all’Aquila. Ostaggio nelle mani del re che lo giostra come un pupazzo (come fa oggi il papa con i politici italiani per intenderci), decide, con un gesto senza precedenti (e ad oggi, ahimè, senza imitatori) di dimettersi dopo soli 107 giorni. Dice di non volersi sentire in contrasto con la propria coscienza. Gli succede Benedetto Caetani, cioè papa Bonifacio VII. Scappa Celestino ma i soldati lo raggiungono e lo rinchiudono nel castello di Fumone (dove si va a comprare un pane buonissimo), vicino ad Anagni (dove si va a vedere il bel duomo romanico) costretto ad una carcerazione durissima che sfocerà con il suo omicidio nel 1296.
A Santa Maria di Collemaggio il 29 agosto c’è la festa della perdonanza, cioè si viene assolti da tutti i peccati (solo se si è cattolici, che i normali i peccati non li fanno).

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI


6/4/09 – Crepa padrone, tutto va bene

Tanto tuonò il cardinale Giovanni Battista Re che Benedetto XVI ha fatto piovere sull’arcidiocesi di Westminster Vincent Nichols.
Il 63enne Nichols non era quotato tra i piazzati, soprattutto dal suo predecessore Murphy O’Connor.  
Il prelato è stato nominato vescovo di Westminster nel ’92, conquistando la palma del più giovane incoronato. Nel 1996 partecipa alla stesura di un documento contro l’avidità, il Common Good, che venne da più parti considerato un sostegno al New Labour blairiano. Ben presto ha preso le distanze da quel documento e, clamorosamente per il sentire dei cattolici inglesi, nel 2006 ha preso le difese del papa accusato di aver coperto gli abusi sessuali dei preti statunitensi. Si è scagliato contro la BBC che mise in onda il filmato sui preti pedofili americani (trasmesso da noi, annacquato dalle difese di mons. Fisichella e da un buonissimo Santoro, ad Annozero). Non domo ha continuato a molestare la BBC per un documentario che sputtanava un po’ Benedetto XVI.  Ha battagliato (con successo) contro una legge che riservava una quota di non-credenti alle scuole confessionali e in difesa (riportando un insuccesso) delle agenzie cattoliche per le adozioni che chiedevano l’obiezione alla legge che ammette l’adozione per le coppie omosessuali. Lo smodato amore per gli embrioni e la propensione a fare della bioetica una crociata, ha aperto la breccia papale. Eppure, una macchiolina ha rischiato di compromettere il suo incarico. Infatti, appena un mese fa, ha dato ai colleghi di fede islamica l’autorizzazione alla celebrazione della nascita di Maometto nella cappella dell’università cattolica di Birmingham.
Il predecessore pensionato O’Connor, è invece orientato ad accettare un incarico che gli è stato offerto dalla Camera dei Lord. Nel caso, sarebbe il primo vescovo cattolico a farne parte dai tempi di Enrico VIII.

Tiziana Ficacci
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2/4/09 - So cosa stai pensando “hai sparato 5 o 6 colpi?” ti dirò la verità, ho perso il conto. Ma dal momento che questa è una 44 magnum, la pistola più potente del mondo, devi farti una domanda: ti senti fortunato?*

Firenze è (o è stata) città di eretici e santi anticonformisti. La città di Savonarola, fratacchione che, veemente, tuonò contro la corruzione della Chiesa e che per questo venne bruciato in piazza della Signoria. E fu anche la città di don Lorenzo Milani, prete scomodo che la curia esiliò a Barbiana tra le asprezze del Mugello. Città di guelfi e ghibellini, si è divisa anche per il conferimento della cittadinanza a Beppino Englaro. L’arcivescovo Giuseppe Betori, fedele reggitonaca di Camillo Ruini ha trovato il conferimento della cittadinanza una offesa alla città, ma il nuovo fiorentino è stato accolto amicalmente da don Enzo Mazzi della comunità dell’Isolotto e da don Alessandro Santoro del quartiere povero delle Piagge. Englaro ha partecipato alla assemblea eucaristica celebrata da don Mazzi, che si è rivolto ai fedeli spiegando che “le consonanze con Beppino sono più profonde delle differenze. Ci accomuna a lui l’idea che la morte non è un tabù”. E don Santoro ha chiesto perdono ad Englaro per le posizioni della Chiesa “se la Chiesa è quella che in questo tempo hanno fatto vedere i vertici e il mio vescovo, io non mi ci riconosco più”.
Il conferimento della cittadinanza è stato fortemente voluto dal capogruppo del Partito socialista Alessandro Falciani e, mentre suonavano le chiarine, il Pdl è uscito dall’aula. Non solo, ma con stupidità e cattiveria, il capogruppo di un partito che nel suo acronimo ha la l come libertà, ha consegnato una lettera che ha definito “improvvida la decisione della maggioranza e che la sua cittadinanza era da considerarsi dimezzata”. Avvezzo alla tortura, Englaro non si è scomposto, anzi ha aggiunto di rispettare chi non capiva. Felice delle cittadinanza, ha voluto ricordare che sua figlia aveva amato Firenze, città ribelle e libera come lei.
Le chiarine fiorentine hanno suonato per Beppino Englaro e per la sua amatissima figlia.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI

*Clint Eastwood, una 44 magnum per l’ispettore Callaghan


18/3/09 – Agite secondo giustizia. Sorprenderete alcuni e stupirete tutti gli altri

 A Roma, tra il 1924 e il 1928, il sentimento popolare venne sconvolto da una lunga serie di rapimenti, violenze sessuali, omicidi. Tutto era iniziato nel marzo del ’24 con il rapimento di una bimbetta a piazza Cavour, ritrovata alle pendici di Monte Mario scempiata da uno stupro. Seguito a giugno da un rapimento di una pupetta in via del Gonfalone e ritrovata, stuprata e strangolata, nei pressi della basilica di San Paolo. Seguì un tentativo (fallito) di rapimento di una piccola in via Paola… “Il rapitore delle bambine sta mettendo in difficoltà la mia politica” disse Mussolini al fedele questore Emilio De Bono, già quadrunviro della marcia su Roma, “è riuscito perfino ad avvelenare il giubileo (’25) mentre sto tentando la conciliazione con il Vaticano. Il bruto va trovato assolutamente”. La regina Elena di Savoia, interpretando lo sgomento delle madri, pose una lapide al Verano per la quattrenne Rosina, rapita a piazza San Pietro e uccisa dalle orrende sevizie. A questo punto, l’arresto di un “mostro” urge, anche per distogliere l’attenzione dalle accuse che un deputato socialista, Giacomo Matteotti, rivolgeva ai fascisti e al loro sistematico uso della violenza, e per distrarre gli italiani dai morsi della fame. Il mostro alza il tiro compiendo ancora stupri e omicidi di bimbe sempre più piccole, e il cerchio si stringe intorno al sor Gino. Attenti al nome: Gino Girolimoni, un appellativo che è penetrato con forza nella lingua, arrivando a coniare un neologismo che definisce quanto di più turpe esiste: il pedofilo stupratore. Gino Girolimoni viene riconosciuto da un oste che dichiara di averlo visto tenere per mano una bimbetta. A niente varrà la testimonianza del padre della bambina che aveva sostato nell’osteria con la figlia. Girolimini è il mostro  perfetto: uomo dalle idee liberali, scapolo, benestante e che in più assisteva gli operai che cercavano aiuto dopo un infortunio sul lavoro; un tipo d’uomo sgradito al regime. Pian piano il castello accusatorio crollò grazie alle indagini del commissario Giuseppe Dosi che trovò il vero assassino e che compilò un dossier che inviò a Mussolini, parlando diffusamente delle leggerezze compiute durante le indagini e delle coperture politiche date al vero assassino. Che si rivelò in Ralph Lionel Brydges, pastore anglicano, arrestato – e rilasciato - a Capri mentre stava stuprando una bambina. Il pastore era un assiduo frequentatore della Santa Sede e finì i suoi giorni in Sudafrica dove, anche lì, diede sfogo alla sua turpitudine. Il regime preferì insabbiare la questione per non compromettere il rapporto con il Vaticano, (era ormai alle spalle quel fascismo-movimento ateo repubblicano e futurista), la Voce Repubblicana accusò il regime di non aver indagato sull’omicidio Matteotti impegnato come era a inventarsi mostri, il questore Dosi venne arrestato e internato in manicomio accusato di megalomania. Riconosciuto innocente Girolimoni non riuscì mai a reinserirsi e venne sistematicamente respinta la sua domanda per il cambio di cognome. La memoria collettiva dimentica malvolentieri ciò che ha avuto modo di immagazzinare attraverso le parti basse del corpo. Il sor Gino morì nel ’61, viveva solo in una stanzetta in lungotevere degli Artigiani dove faceva il calzolaio. Al suo funerale partecipò il commissario Dosi, uscito dal manicomio dopo la Liberazione. Lui riuscì a riabilitarsi, al punto di diventare un importante membro della Interpol. A Dosi dobbiamo la verità su Girolimoni, sul pastore anglicano, e il salvataggio dei fascicoli che documentano il passaggio dei prigionieri dei nazisti alla prigione di via Tasso. Ma questa è un’altra storia.

p.s. per saperne di più film Girolimoni. Il mostro di Roma, regia di Damiano Damiani con Nino Manfredi, 1972.

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2/3/09 – La precauzione suprema è morire

Nei giorni estremi del caso E., qualche giornale ha parlato, a sproposito, del corpo inerme di Sharon. I media israeliani non hanno mai smesso di seguire il battito lento di quel cuore. A Tel Hashomer, una cittadina che ruota intorno allo Sheba Medical Center, nel reparto neurologia B, Ariel Sharon vive in coma dal gennaio 2006. Paziente importante, è stato sottoposto a diversi interventi (ben sette al cervello) ma non ha mai ripreso conoscenza. E’ attaccato al respiratore, è arrivato a pesare 50 kg e subisce continue infezioni polmonari. Il coraggioso capitano ferito dagli inglesi, il comandante di tre guerre, il soldato che non volle fermare il massacro di Sabra e Chatila* compiuto dai falangisti cristiani, il politico tante volte ministro, l’undicesimo premier, l’ideatore - insieme al movimento pacifista Shalom akshav - della barriera difensiva, il regista dello sgombero dei coloni da Gaza, il fondatore di Kadima, giace immobile nel letto vigilato dai figli Gilad, Omri, Inban.
Israele è uno strano paese. Quando il comandante si ammalò la prima volta, e i medici ordinarono una dieta ferrea, i cittadini facevano a gara per suggerire ricette gustose. Sharon era conosciuto per la sua bulimia e lo smodato amore per la carne, anche quella in scatola in dotazione a Tsahal**.
Israele è uno strano paese. E con il pragmatismo che gli è tipico si interroga se sia equo spendere tante risorse per tenere in vita un corpo. A sollevare il problema  l’associazione dei consumatori Ometz che si chiede se non sarebbe opportuno staccare il comandante dal respiratore affinché la vita chiuda il suo cerchio. I medici hanno confermato che le cure sono superiori a quelle che avrebbe avuto qualsiasi cittadino, insomma un altro avrebbe già smesso di vivere e una stanza sarebbe stata libera per un malato. Il ranch dei sicomori, nel nord del deserto del Negev, aspetta il comandante. Lì riposa l’amata Lili, lì presto Ariel sosterà. Lì andrà chi desidera portare un fiore, accendere una luce.
Oggi il Leone morente è sepolto vivo.

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* Valzer con Bashir, di Ari Folman, ha vinto il Golden Globe ed è stato candidato all’Oscar. Il film-documentario animato, racconta del massacro di Sabra e Chatila. Il Bashir del titolo è il presidente libanese Bashir Gemayel ucciso poco dopo essersi insediato. La strage di Sabra e Chatila, nel settembre del 1982, venne compiuta dai falangisti cristiani libanesi per vendicare l’assassinio del presidente neoeletto. La strage pesò su Israele, non per un coinvolgimento diretto, ma perché i vertici militari non si attivarono per evitarla. Ariel Sharon, allora ministro della Difesa, aveva sottaciuto la gravità degli scontri al suo primo ministro Menachem Begin. Dice il regista Ari Folman “quello che è certo che i miliziani cristiani furono gli autori del massacro. I soldati israeliani non c’entrano. Solo chi faceva parte del nostro governo del tempo sapeva fino a che punto si era spinta la sua responsabilità”

** L’esercito. L’acronimo sta per Tsavà Haganà LeIsrael, forze per la difesa di Israele

26/2/09 - Avevano sete e li abbiamo dissetati. Avevano fame e li abbiamo diffamati

Il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana deve essere osservato da tutti i cattolici e in special modo dai legislatori.  Lo ha ricordato Benedetto XVI qualche giorno fa alla speaker della Camera dei Rappresentanti Usa, la signora Pelosi, in visita in Vaticano. Per vigilare sui politici americani è sbarcato nella grande mela Timothy Dolan nominato dal papa arcivescovo di New York.
Si è fatto conoscere dal grande pubblico per la sua opera di contrasto ai preti pedofili. E’ stato tra i pochissimi ecclesiastici che hanno pubblicato i nomi dei luridi criminali della sua diocesi, ma le vittime lo hanno accusato di essere reticente e  poco collaborativo (ed è comprovato che hanno più di qualche ragione). Giovanni Paolo II lo inviò a Milwaukee (Wisconsin) per mettere una pezza ai casini compiuti da Rembert Weakland, dimessosi in seguito “a relazioni inappropriate” con un uomo. Ovviamente è un feroce anti-abortista ma pare disponibile a mediare sulle questioni cosiddette etiche. Non ha negato la comunione ai politici pro-choice (tra cui il vicepresidente Biden).
Timothy Dolan succede al cardinale Edward Michael Egan, conosciuto come raffinato musicista e pianista di alto livello, e che ha in parte ripianato il buco finanziario di 20 milioni di $ lasciato dal predecessore John Joseph O’Connor gran sperperone. Infatti di questi soldi non vi è traccia, poco male si dirà, ma la diocesi di NY prima dell’avvento di O’Connor era la maggior vacca da mungere per l’Obolo di San Pietro.
Dolan, 59enne, è considerato gran salottiero, gran viveur, giocatore di baseball. Non dovrebbe infastidire più di tanto il lavoro di Barack Obama.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it  
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30/1/09 – E i ballerini aspettano su una gamba l’ultima carità di un’altra rumba

Ci sono dei momenti in cui questo nostro inutilmente amato Paese, sembra veramente spaccato in due. La morte prematura di Mino Reitano, ha evidenziato la frattura tra “i bravi-colti-intelligenti” e i “poveri-ignoranti-provinciali-eancheunpòfasci”. L’ottimista Mino, morto a 64 anni dopo due anni vissuti da malato, ha una storia di quelle che non fanno figo. Nato a Fiumara (Reggio Calabria), 1.100 abitanti, un paese che ha senso solo perché lì è nato lui. E lui ha ringraziato cantando Gente di Fiumara. Beniamino in onore di Gigli, padre ferroviere, prestissimo orfano di madre, studia al conservatorio. Emigra ad Amburgo e fonda il gruppo Benjamin and his brothers con i suoi fratelli, prima di Michael Jackson e i Jackson Five. Pare che abbia suonato con i Beatles quando ancora si chiamavano Quarrymen. Ha scritto per Mina e Vanoni, e molte delle sue canzoni fanno parte del costume nazionale. Le immagini rimandate in questi giorni ce lo hanno ricordato felice a Sanremo, appagato insieme a sua moglie Patrizia, generoso nell’abbracciare l’animalesco Bossi per fargli cantare Italia Italia. Aveva una idea un po’ desueta di famiglia: con i suoi primi soldi comprò alcuni ettari di terreno ad Agrate Brianza per riunire tutta la sua numerosa parentela in una specie di ranch. Religiosissimo, durante la sua malattia per un momento sperò in padre Pio. Gli snobboni, come Lamberto Sposini che comunque conduce La vita in diretta uno dei programmi più trash della rai, hanno preferito ignorare che Reitano è stato un artista e hanno ridacchiato su alcuni atteggiamenti molto semplici del cantante. Nel salotto di Vespa hanno officiato una cerimonia triste e di circostanza con le solite donne scosciate e con la lacrimuccia per tutte le stagioni. Striscia la notizia lo ha ricordato ospite del programma al bancone con le veline e Ezio e Enzino. Cuore matto Little Tony, accreditatosi suo miglior amico, ha detto che l’entusiasmo lo ha sostenuto fino alla fine. Al sito papanews.it, Reitano, poco prima di morire, ha dato la sua versione del cristianesimo: “perdono quelli che ho offeso senza accorgermi. Il cristianesimo è saper dimenticare rancori e risentimenti, abbandonarsi alla comprensione”. Il suo atteggiamento fiducioso e la religiosità infantile, ha intenerito i cuori degli ammiratori. A noi sarebbe piaciuto sentirlo cantare My way - amava molto Frank Sinatra e spesso ne cantava la canzone - quell’and did it my way che tanto gli somigliava. Ma potevano i media farsi sfuggire la possibilità di confezionare l’ennesimo santino?  (Intanto il sindaco leghista Tosi dichiara di amare De Andrè, i colti progressisti si vergognano di Reitano e poi si chiedono “perché vince  Berlusca?”).

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31/12/08 - Se lo faccio una volta sono un filosofo. Se lo faccio due volte sono un pervertito (con le mie scuse al sig. Voltaire)

Samuel P. Huntington è morto il giorno prima di Natale a 81 anni a Marthas Vineyard, isola delle vacanze al largo di Cape Code. La notizia è stata diffusa attraverso il sito dell’Università di Harvard dove aveva insegnato per 58 anni. Suoi studenti sono stati Francis Fukuyama, autore del libro La fine della storia e Fareed Zakaria direttore di Newsweek International. I più lo conoscevano per Lo scontro di civiltà (’96) dove sosteneva che i nuovi conflitti, dopo la fine della Guerra Fredda, non si sarebbero più basati su divisioni ideologiche, ma sulle differenze culturali fra le maggiori civilizzazioni mondiali. In particolare fra la civiltà occidentale e quella islamica per la diversità di tradizioni e valori. Molti considerarono il saggio una provocazione, una incitazione alla intolleranza, anche se dopo l’11 settembre (2001) in parecchi ne riconobbero il pragmatismo. Secondo Robert Kaplan, il filosofo politico apparteneva ad un razza in estinzione, in grado di coniugare “ideali liberal con una comprensione profondamente conservatrice della storia e della politica internazionale”. Fu consulente della Casa Bianca durante la presidenza Carter, una parentesi, perché ha sempre definito il suo ambiente naturale l’università. Che però non l’ha amato molto: nominato due volte all’Accademia delle scienze è stato respinto dai colleghi che lo rimproveravano di essere un sostenitore della discriminazione razziale. Il suo ultimo lavoro Chi siamo? tocca un nervo scoperto della società statunitense, cioè la massiccia immigrazione sudamericana che potrebbe, secondo Huntington, aiutare a scrivere la parola fine al sogno americano

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18/12/08 – Un perdente di successo

Ma l’ideologia fascista non spiega da sola l’infamia. C’è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno da parte della Chiesa cattolica. A parziale giustificazione potremmo addurre il carattere autoritario del regime. Però dovremmo anche riconoscere che alla base della mancata reazione della popolazione ci furono altri elementi che può risultare scomodo riconoscere. Penso al conformismo e ad una possibile condivisione, negata ma presente, di una parte della popolazione dei pregiudizi e delle teorie antiebraiche. (Gianfranco Fini al 70ennale delle leggi razziali)

Sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo, chiami ora in causa la Chiesa cattolica (Osservatore Romano)

Gianfranco Fini presidente della Camera, la terza carica dello Stato italiano, è stato duramente attaccato dall’Osservatore Romano, organo della Santa Sede. Che, va ricordato, è il piccolo Stato teocratico che vive e prospera all’interno del nostro Paese prosciugando le risorse fisiche ed economiche degli italiani e la pazienza dei romani. Il presidente della Camera è intervenuto alla cerimonia per ricordare i 70 anni dalla promulgazione delle leggi razziali e, davanti a una platea di studenti, politici dei diversi schieramenti, membri della comunità ebraica, ha detto l’ovvio.
La sorpresa, inutile nasconderselo, è stata forte, anche se l’uomo ha alle spalle un percorso non monotono. Figlio di un repubblichino emiliano, arriva a Roma e colpisce al cuore Almirante che gli lascia in eredità l’Msi. La prima Repubblica è morente, Roma candida Rutelli e Fini alla guida della città, Berlusconi sta già pensando di scendere in campo e dichiara la sua preferenza per il giovane fascista. Fini perde, con onore, al ballottaggio, ma esce definitivamente dalla fogne. Forse su suggerimento dell’inciucione pugliese Pinuccio Tatarella, battezza con l’acqua di Fiuggi la nascita di An che, per lui, deve essere un normale partito di destra. I suoi gli alzano barriere, Berlusconi e poi Casini gli fanno sponda. Condivide, insieme a Pierferdinando, la convinzione di essere il delfino che prima o poi prenderà lo scettro di Silvio. Ma la strada è più impervia di quel che crede e nel 2003 va a Gerusalemme. La comunità ebraica italiana è lacerata, qualcuno dei suoi lo abbandona, ma lì fa il suo discorso più importante prendendo le distanze dal fascismo. Sembra lontano il suo assurdo intervento al Maurizio Costanzo show dove aveva dichiarato che gli omosessuali non potevano fare i maestri. E’ ministro degli Esteri senza infamia e senza lode e oggi come presidente della Camera sembra più equilibrato dei suoi predecessori Casini e Bertinotti. Guida l’associazione Farefuturo speculare alla Italianieuropei di Massimino D’Alema. Spesso da l’impressione di non sopportare il protagonismo di Berlusconi, il razzismo e il protezionismo della Lega, i suoi ex colonnelli che si sono rapidamente berlusconizzati. Ha chiuso con la moglie Daniela, e ha una nuova compagna e una bambina. E’ uomo passionale e fantasioso come testimoniano i giornali di gossip.
Probabile che Fini, come hanno garbatamente osservato alcuni autorevoli editorialisti, non conterà nulla nel Pdl che si va costituendo. Che la presidenza della Camera sia una sorta di cimitero degli elefanti… Quello che sembra (sembra) è che ha fatto i conti con il fascismo e che ha coraggiosamente (in solitudine forse) messo in discussione il passato. Un passato a cui la Chiesa, che non ha nessuna intenzione di fare una disanima sulla sua sanguinosa storia, vorrebbe invece inchiodarlo.

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16/12/08 – Il rugby è un gioco maschio

Hanner Amser in gallese vuol dire Metà tempo, ed è il titolo dell’autobiografia, uscita da poco in Inghilterra, di Nigel Owens.Owens è uno degli arbitri di rugby considerati più bravi, nato a Mynyddcering nel Galles 37 anni fa. Nel maggio del 2007, durante una intervista dichiarò di essere omosessuale. Nessuno glielo aveva chiesto, l’intervista era centrata su questioni tecniche legate all’arbitraggio, ma il suo outing è stato un modo per togliersi un peso dopo quello, ancora più pesante, di cui si era liberato parlando della sua condizione alla famiglia. Ora questo libro, che è una raccolta di emozioni dopo il cambiamento  dovuto alla rivelazione del proprio sé. Owens dice che il rugby è un gioco maschio ma non machista, e i colleghi tutti - e i tifosi tutti - gli sono sempre stati vicini. Nel libro l’arbitro racconta la sua giovinezza, dura, perché desiderava avere dei figli, una famiglia regolare… Racconta di quando uscì da casa, dopo aver scritto una lettera ai suoi genitori, per suicidarsi. Letta la lettera i genitori lo rintracciarono rivolgendosi alla polizia. Venne accompagnato in ospedale con un elicottero dove lo aspettavano i genitori piangenti. Forse tristi per non poter aver un nipote, ma felici di averlo ritrovato sano. Owens ammette che raccontare l’omosessualità alla famiglia è stato difficile, sicuramente più che arbitrare davanti a 80mila persone.Il rugby è un mondo a parte? Owens ammette di amare il calcio, ma ha qualche riserva che un omosessuale possa trovarsi a suo agio, è uno sport, pensa, dove circolano ancora troppe battutine.Hanner Amser, è la storia di chi ha trovato ostacoli sulla sua strada, ma è riuscito, con fatica, a superarli.

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4/12/08 – Da vicino nessuno è normale

C’era una volta Magdi Allam che raccontava su la Repubblica la trasformazione dell’islam in fondamentalismo islamico. A molti non piaceva perché pareva che questa sua denuncia fosse un tradimento peloso alle sue origini. Sembrava più bello pensare ad un Cairo fatato, una Tangeri misteriosa, una Tripoli fascinosa e il pungente giornalista un po’ rompeva. Ma Allam non voleva essere l’ennesima Sherazade e si indignava che l’occidente non comprendesse l’avanzata (di pochi) fondamentalisti. Poi venne l’11 settembre, Magdi Allam era considerato un grande giornalista, l’islamico al quale tutti avrebbero dato in sposa la loro figliola. Ad una presentazione di un suo libro i giornalisti Gad Lerner e Lucia Annunziata facevano a chi lo elogiava di più. Finalmente la consacrazione, vicedirettore vicario del Corriere della Sera, una carriera che ha corso insieme all’avanzata del fondamentalismo islamico. Cominciano le grandi inchieste sul Corsera sulla poligamia nascosta nel nord est, sui matrimoni forzati delle giovani pachistane, sui burqa imposti alle donne. Nel frattempo Allam divorziò, conobbe una nuova donna e ebbe un terzo bambino che chiamò David. Proprio mentre diventava papà, Allam lanciò un manifesto per denunciare le persecuzioni dei cristiani nei paesi arabi; sterminio che assimila alle cacce che espunsero completamente gli ebrei sefarditi da quei paesi, e che lui, egiziano, aveva spesso raccontato in belle pagine. La manifestazione indetta il 4 luglio dello scorso anno vide pochissimi partecipanti  anche se aveva goduto delle autorevoli firme di Marcello Pera e Camillo Ruini. Preceduto da un fitto chiacchiericcio finalmente la notte di Natale, in mondovisione, Magdi Allam viene accompagnato alla fonte battesimale dal padrino Maurizio Lupi (vicepresidente della Camera e fedelissimo del ciellino Formigoni) per ricevere il sacramento dalle mani di Benedetto XVI. Da quel giorno il giornalista si firma Magdi Cristiano Allam, anche se meglio sarebbe stato Magdi cattolico o Magdi papolatra.
Qualche giorno fa Allam ha dichiarato di lasciare il giornalismo per dedicarsi alla politica e ha presentato il movimento “Protagonisti dell’Europa cristiana”, valori-fede-libertà , temi che i partitanti italiani amano rimpallarsi. Allam parla di opposizione all’aborto, al divorzio, alla ricerca sugli embrioni, tanto per cominciare. Nessuna collocazione a destra o a sinistra perché i valori morali, secondo Allam, mancano completamente in questi schieramenti. E così Magdi che aveva denunciato come il fondamentalismo fosse un pericolo per l’occidente (il fondamentalismo ovviamente, perché l’islam non è incompatibile con la democrazia, ma l’ideologia integralista di molti dei suoi fedeli (?)), si appresta a capeggiare un partito che “promuove valori etici e morali” che sono patrimonio solo di “Protagonisti dell’Europa cristiana”. Sembra che il partito di Magdi Cristiano sia l’ennesima formazione integralista che compromette il sereno dispiegarsi della democrazia e della piacevolezza del vivere.

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3/12/08 – Un cuoco a Mumbai

I grandi alberghi sono molto più pericolosi degli aeroporti. Concentrano turisti, convegni, banchetti; hanno negozi lussuosi, ristoranti. Garantire la sicurezza in un albergo che deve essere il più possibile accessibile risulta difficile.
L’Italia esporta cuochi. Anzi chef raffinati. Nel 2004 ad Al Khobar (Arabia Saudita) insieme a dieci ostaggi, venne giustiziato lo chef Antonio Amato. Era arrivato da Varcaturo (Napoli) per dirigere un lussuoso ristorante.
A Mumbai un cuoco arrivato da Roma, Emanuele Lattanzi - occhi luminosi, sopracciglia folte, forme morbidissime - ha rischiato la vita per portare il latte a Clarice, la sua bambina di sei mesi. Era rimasta chiusa in una stanza insieme alla mamma che, durante l’assedio, l’ha nutrita con biscotti alla cioccolata sciolti nell’acqua. Lattanzi, coperto alle spalle dagli agenti indiani, ha raggiunto la sua famiglia con addosso la giacca bianca da chef. Lavora all’Hotel Oberoi, catena Hilton. La sua foto con la divisa inamidata, la mano a proteggere la testolina della figlia mostra un uomo che ama il lavoro e la sua bambina.

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24/11/08 – La botte piena e la moglie ubriaca

Ci sono persone che hanno la rara fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto. Sandro Curzi sembra rientrare in questa categoria. Comunista dalla culla fu resistente nel gruppo romano capeggiato da Reichlin. Con un curriculum così era l’uomo giusto per le avventure editoriali del Grande Partito Comunista. Entrò in rai con un concorso fasullo che servì per salvare i giornalisti di Paese Sera che chiudeva. Del resto tutti i concorsi rai per giornalisti sono artefatti. Quando nel ‘77 nacque rai 3 – la prima rete era per i dc e la seconda per i socialisti – Biagio Agnes, potente presidente di viale Mazzini, propose il nome di Curzi. Il suo tg ruppe gli schemi, notizie un po’ diverse, facce nuove, parecchie donne, molti comizi… divenne ben presto Telekabul, nomignolo inventato da Giuliano Ferrara. I giornalisti, che ancora oggi sono in video, erano spesso figli importanti,  figli di amici, parenti. Del resto Curzi ha avviato alla professione figlia e genero senza farsi troppi scrupoli. Anche se va ricordato che gli eredi delle caste hanno una marcia in più grazie al latte che succhiano fin da neonati! Quando nel ’93 arrivò la stagione dei professori, passò a Tmc di Cecchi Gori. Diresse l’informazione portandosi dietro le mogli di qualche papavero rai e quando ruppe col proprietario non si comportò diversamente dalla sua creatura Santoro: visse il cambiamento di condizione come un furto, non alla ‘ggente, ma a lui personalmente. Maurizio Costanzo lo ospitò nel suo show tutte le sere per un breve editoriale. Memorabile un suo attacco dal teatro Parioli alla giornalista Grimaldi del tg1 - che pare avesse condotto una diretta soporifera - sponsorizzando al suo posto l’onnipresente Alba Parietti tra gli applausi sbragati del pubblico più qualunquista del mondo. Che lui chiamava popolo. Un capitolo a parte la passione da uomo vecchio per le donne, promosse spesso per la vanità che riuscivano ad accarezzare. Partecipò al Festival di Sanremo in un gruppo chiamato riserva indiana, e difese il calciatore Di Canio che aveva fatto un saluto fascista ai suoi sostenitori. Disse che era per difendere la Lazio che ieri ha giocato con la maglia listata di nero. Entrò in Rifondazione comunista e diresse Liberazione fino al 2005. Aveva un numero esagerato di golfini lilla, glicine e rosa, e molte sciarpe di seta. Pur ripreso per i capelli (che non aveva) più volte per il tumore al polmone non smise mai l’antipatica abitudine, frequente nelle persone piene di sé, di fumare la pipa lasciando una scia fastidiosa al suo passaggio fregandosene dell’olfatto degli altri.
Chiude la carriera in rai come consigliere anziano e come partecipante in carrozzella alla manifestazione del circo massimo. Per fortuna ci ha evitato lo svolazzar di tonache attorno al suo capezzale. Essere al posto giusto al momento giusto. Curzi questa mattina traverserà la piazza del Campidoglio, dove per due giorni il suo corpo è stato salutato da amici e beneficati, e avrà ad indicargli la direzione solo lo splendente Marco Aurelio, perché il presepio che il sindaco contro ogni logica allestirà sulla abbagliante piazza si farà l’8 dicembre. Ed è meglio così.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI


21/11/08 – Qualcuno di cui sparlare 

La prima volta è stato su la 7, poi la scena è stata passata alla moviola da Striscia la notizia. I fatti: Donadi (Idv) sbraita contro l’elezione sleale di Villari (Pd) alla vigilanza rai. Bocchino (vicepresidente Pdl alla Camera) annaspa, e Latorre (vicepresidente Pd al Senato) passa un “pizzino” a Bocchino, che legge e recita: “voi dell’opposizione avete fatto lo stesso con Pecorella, non l’avete voluto alla Consulta e abbiamo scelto Frigo”. L’appunto del senatore Pd viene accartocciato, ma Piroso, diligente conduttore del programma, lo ha raccolto e ricomposto con lo scotch per mostrarlo alle telecamere. Nicola Latorre è abituato alle intercettazioni. Nella stagione dei furbetti del quartierino era suo il numero più rovente. E’ antipatico a pelle perché accusato di essere occhi e orecchi di Massimino D’Alema; in realtà insieme a Max vorrebbe scavalcare Veltroni a sinistra parlando con Vendola e a destra inciuciando con Casini.
Nato 54 anni fa a Fasano (Brindisi), era segretario della Fgci del suo paese quando conobbe D’Alema, capo dei giovani comunisti. Si piacquero e Max lo voleva con sé a Roma, ma Nicola rimase a lavorare in banca per non deludere la moglie, accontentandosi della famiglia e di fare il sindaco del paesotto. Il simpaticissimo Claudio Velardi, che contro ogni logica di conservazione è andato a fare l’assessore al Turismo alla regione Campania,  chiamò Latorre a Palazzo Chigi quando il leader Ds divenne Presidente del Consiglio. Il risotto che fece epoca (e ridere) cucinato da D’Alema a Porta a Porta era girato nella sua cucina. E sempre casa sua fu il teatro dell’incontro tra Di Pietro e D’Alema ai tempi della candidatura di Di Pietro al Mugello. Un secolo fa…
E’ uomo elegantissimo, porta i gemelli con estrema disinvoltura e ha una passione per gli occhiali colorati. Ama le donne che pensa sicure di sé, che non gli  chiedono nulla, e che non necessariamente gli diano ragione. A qualcuno di noi piacque quando all’indomani del risultato elettorale, disse che lo inquietava il discorso del papa alla Cei in cui affermò che occorreva resistere ad ogni tendenza a considerare la religione, e in particolare il cristianesimo, come un fatto solo privato. Oggi che Villari, con una mossa che rimanda al Pcus, è stato scacciato dal Pd, ci rimane solo Latorre di cui sparlare.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it
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13/11/08 – Un americano a Parigi

Di Nicolas Sarkozy si possono dire parecchie cose, ma certamente non che è uomo noioso. Ha trattato la sua avversaria Ségolène Royal (che venerdì nel congresso di Reims annuncerà la sua candidatura alla direzione del Partito socialista) come si tratta una controparte politica senza antiquate e fesse galanterie. Ci ha fatto un po’ sognare con la sua bellissima moglie Cecilia e con la bella nuova moglie Carla. Mogli pensanti e parlanti, secondo qualcuno pure troppo.
La destra nostrana, sembra un secolo fa, lo sponsorizzava per la sua politica sulla sicurezza e il piglio deciso. Ora al governo, i destri sembrano aver dimenticato quella malleveria, mentre Sarkozy continua la sua strada deludendo i suoi ammiratori italiani. Intanto dichiarando che in Italia in questo momento non c’è un clima sereno per accogliere una ex bierre.
E’ stato il primo a congratularsi con Obama, col quale forse ha più cose in comune di quel che sembra. Anche lui non viene dalle élites tradizionali, anche lui è un avvocato, anche lui è figlio di divorziati, anche lui ha origini esotiche (figlio di immigrati ungheresi con una punta di ebraismo). In campagna elettorale denunciò i ritardi della società francese a sostenere il principio della discriminazione positiva all’americana. Appena eletto ha voluto con sé, fra i ministri, molte donne con sperimentati curricula, tra cui due maghrebine e una senegalese. E poi Francia e Stati Uniti sono democrazie presidenziali che hanno scritto nella Storia i valori e i diritti fondamentali dell’uomo.
Nel 90° anniversario dell’armistizio, un paio di giorni fa, il presidente francese ha voluto omaggiare tutti i morti della prima guerra mondiale. In controtendenza rispetto alla tradizione militare del gaullismo, ha ricordato i caduti davanti al plotone di esecuzione non come disonorati e vili, ma vittime della fatalità della guerra, considerandoli persone “inviate al massacro in seguito ad errori di comando”. Una rottura col passato anche la scelta di celebrare il ricordo non all’Arco di Trionfo, ma nella piana di Verdun dove morirono 300mila soldati nella battaglia tra francesi e tedeschi. Si pensi al ministro della Difesa italiana che per il 4 novembre voleva i bambini e le maestre in chiesa a pregare.
Qualsiasi politico, di qualunque schieramento, non importa in quale Paese, è sempre meglio di uno dei nostri.

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4/11/08 – Scherzetto o dolcetto?
John Sidney McCain III è nato il 29 agosto ’36 su una nave ospedale che stava attraversando il Canale di Panama. Il padre e il nonno ammiragli. A 25 anni era un cadetto dell’Accademia Navale. Alla guida di un aereo da caccia durante una esercitazione in Spagna, trancia i fili dell’alta tensione rischiando una strage. Durante la guerra del Vietnam è ristretto per sei anni in una cella. Gli rompono i denti, gli legano le braccia dietro la schiena, quasi muore disidratato. Torna a casa nel 1973 e trova sua moglie Carol sfigurata da un incidente d’auto. Divorzia per sposarsi nel 1979 con Cindy Hensley, bella giovane e ricca. Nel 1982 diventa deputato dell’Arizona. Reaganiano con cautela, nasce il mito del maverick, l’indipendente. Nel 1997 si candida per le elezioni ma Bush lo travolge. Nel 2000 il democratico John Kerry gli propone di unirsi in un ticket contro Bush, ma McCain vuole restare fedele ai repubblicani. Nel 2007 si è attestato davanti al preparato Mitt Romney e al messianico Mike Huckabee. Poi è arrivato l’endorsement di Sylvester Stallone, quello del generale della prima guerra del Golfo Schwarzkopf, di Arnold Schwarzenegger e di Rudy Giuliani. La sua campagna si è colorata di scoop velenosi e  ridicoli: una relazione con una lobbista di aziende di telecomunicazioni, un tradimento dei suoi commilitoni ad Hanoi, forse un figlio nero. Falsità. E allora si passa alle gaffe. Interrogato su quante case possiede risponde, non so devo consultarmi con i miei collaboratori. La risposta è 8 per un valore immobiliare complessivo di 13 milioni di $. Lo staff di Obama si è buttato su questa gaffe per sottolineare la lontananza del candidato repubblicano dai bisogni della maggioranza dei cittadini. Dice: “sono repubblicano perché penso che il governo deve rispettare i nostri problemi, la sicurezza della nostra nazione, non debba tassarci più del dovuto, perché i giudici devono rafforzare le nostre leggi non farne di nuove”.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it
 
Barack Hussein Obama nasce ad Honolulu, nelle isole Hawaii, il 4 agosto 1961. Il padre è nato sulle rive del lago Vittoria in Kenya e, grazie ad uno scambio tra studenti, si trova alle Hawaii dove conosce Ann originaria del Kansas, ma che vive con la sua famiglia ai tropici. Amore, rapido matrimonio e ancor più rapido ritorno in patria di Barack senior. Nel ’64 Ann sposa un manager indonesiano di una compagnia petrolifera e porta il figlio con lei a Giakarta. Ben presto il piccolo Barack torna dai nonni con i quali cresce poi si iscrive alla facoltà di Antropologia della Columbia (NY), e successivamente  si trasferisce a Chicago per lavorare in un gruppo di assistenza sociale gestito da una chiesa. Dopo un paio di anni si iscrive all’Università di Harvard dove si laurea in legge e diventa il primo direttore nero della Law Review. Torna a Chicago specializzandosi in cause di vittime della discriminazione. Conosce Michelle e insieme hanno due deliziose bambine. Nel 1996 diventa senatore dell’Illinois. Si è fissato un obiettivo: riconquistare quel 38% di americani che considerano la fede cristiana il fondamento della loro esistenza, in particolare gli evangelici che sono lo zoccolo duro del partito repubblicano. Lui è metodista, ma accusato di essere musulmano. Colin Powell, suo sostenitore, ha detto: “perché, non si può essere liberi di essere musulmani in America?” Obama ha strappato quasi subito alla preparatissima Clinton il sostegno di Hollywood. Nel maggio 2007 Oprah Winfrey, definita da Forbes la celebrità più potente del pianeta, annuncia il suo sostegno. Ha smesso di fumare quando ha avuto la conferma di essere il candidato democratico. Per mostrare la sua sensibilità per chi non gode del sistema sanitario, ha raccontato la triste vicenda di sua madre, ammalatasi del devastante cancro alle ovaie a soli 53 anni, e che temeva di mandare sul lastrico la sua famiglia a causa delle spese mediche. Arriva l’endorsement di Ted Kennedy e il 28 agosto a Denver il sostegno dei Clinton. Dice: “il problema non è che McCain non abbia a cuore i problemi che assillano gli americani. E’ che non li conosce e non li capisce”.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

29/10/08 – Dal mito al sito
Per Giulio, per cui ogni specie di moralismo è negazione della vita

Si dice che era un uomo solo, nonostante fosse sempre circondato da collaboratori e amanti. Amò molto:  le sue tre mogli Calpurnia, Cornelia, Pompeia, la figlia Giulia. Non nascose mai la sua bisessualità e i suoi nemici facevano circolare la facezia: “Cesare, marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti”. Catullo dedicò poesie, le bazzecole, ai suoi amori omosessuali. Mamurra di Formia fu il suo compagno preferito, non solo amante, ma amico di gozzoviglie, di orge. Amò profondamente Servilia, la madre di Bruto, e Cleopatra.
Fu uomo spregiudicato, magnanimo con Catullo che sparlava di lui, e con i suoi nemici. Portò Roma ad essere una “parte” dell’impero e mostrò la sua modernità cooptando nel Senato membri provenienti dalle province, anche i gallici. Pure i centurioni poterono entrare nel Senato.
Cesare scrisse: “Se un giorno dovessi camminare per le strade di Roma pensando di avere nemici ovunque, preferirei morire perché rappresenterebbe il fallimento della mia politica”. I congiurati che ne decretarono la morte erano pompeiani che lui aveva graziato. Non fu un estremista, ma un rivoluzionario.
Fino al 3 maggio al Chiostro del Bramante di Roma la mostra Giulio Cesare. L’uomo, le imprese, il mito. www.chiostrodelbramante.it

Tiziana Ficacci, www.nogod.it


22/10/08 - Cercavo in te la tenerezza che non ho/ la comprensione che non so trovare in questo mondo stupido

Gianfranco Rotondi è un vero democristiano dalle sette vite. Ha iniziato nella Dc, poi il Ppi il Cdu, l’ Udc e la Dca. Adesso è ministro per l’Attuazione del programma ed è in procinto di confluire nel Pdl. Siccome il programma da attuare è scarsino, insieme al collega Brunetta che non sa vedersi fermo, ha partorito il DiDoRe, che non è il nuovo Ciocorì ma l’acronimo di Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi. Apriti cielo! Le unioni civili non fanno parte del programma e così i due ministrini hanno tolto la loro firma dalla proposta di legge e l’hanno gettata nel mare mosso dei parlamentari del Pdl. Le firme raccolte ad oggi sono 42, se si arriva ad 80 magari si potrà iniziare un dialogo con il Pd (dove anche lì ci sarà un apriti cielo!).
Attovagliato con Anna Paola Concia, oggi deputata del Pd già portavoce di Gayleft, e con giornalisti pettegoloni, si è sentito rivolgere la scontata domanda: “lo sa cosa dicono di lei?”. Senza fare una piega, col suo accento avellinese - l’accento della nobiltà democristiana - ha iniziato a parlare del suo maestro Fiorentino Sullo.
Anche lui avellinese fu più volte ministro e allevò i pulcini Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Nicola Mancino…
E certo Rotondi ha voluto fare un omaggio al mallevadore, raccontando un oscuro episodio accaduto negli anni ’60. Sullo era ministro dei Lavori pubblici e presentò una riforma urbanistica che intaccava gli interessi e le proprietà, tra l’altro, del Vaticano. La parte più clericale della Dc e l’Msi scatenarono sulle spalle del ministro una campagna violenta accusandolo di essere comunista e omosessuale. Il Borghese dedicò articoli su articoli ai presunti gusti sessuali del ministro. E’ passato mezzo secolo e Rotondi, che si è recato a salutare il suo maestro sepolto in Irpinia dopo aver giurato da ministro, dice che Sullo non era né omosessuale né comunista ma che quei pettegolezzi affossarono la riforma e la carriera del ministro dei Lavori pubblici, ma ribadisce che non gliene frega niente di quello che oggi si dice di lui.
Del resto Rotondi ricorderà che proprio in quegli anni si cantava: “non sarà facile, ma sai, si muore un po’ per poter vivere!”

Tiziana Ficacci, www.nogod.it


15/10/08 – Fuori dal coro ma senza stonare

 “La faccia esangue, gli occhi verdognoli… un individuo squallido e sgradevole. Questo giovanotto ispira una incontrollata e irragionevole sensazione di ripugnanza”. Così sul Borghese Gianna Preda, nel 1961, descrive il prof. Luigi De Marchi. Non solo, un anno prima l’Osservatore romano ne aveva chiesto l’arresto, mentre i responsabili di una delle tante opere assistenziali ecclesiastiche - sentendosi offese dal suo lavoro - gli fanno la posta sotto casa; e infastidiscono Maria Luisa Zardini, allora sua moglie, impegnata a spiegare la contraccezione nelle periferie. Ma, che cosa aveva mai fatto questo signore?
Pioniere del controllo delle nascite, De Marchi individua tra i suoi avversari la sessuofobica Chiesa, e una bella domenica se ne va a piazza San Pietro con un camioncino dal quale disinvoltamente scarica una pillolona di polistirolo e la fa rotolare fin sotto l’obelisco. Viene fermato dai carabinieri, il pillolone sequestrato dalla gendarmeria vaticana, e la foto del professore si fa un bel giro. Inventore dell’AIED (Associazione italiana educazione demografica), vive amori e disamori con i radicali. E’ un personaggio chiave nella storia dei diritti civili, ed è la dimostrazione di come parlare di sessualità e diritti riproduttivi ti inimica il sistema dei partiti e tutte le Chiese. Si inventa un modo accattivante per parlare di sessualità e contraccezione, facendo il regista di fotoromanzi interpretati dai giovani Paola Pitagora e Ugo Pagliai. Lo scrittore Luciano Bianciardi gli dedica un  bel racconto: in una ipotetica città dove tutti sono costretti a mangiare semolino, il prof. Marco De Luigi, dalla gola anarchica, si batte perché tutti possano  scegliere di mangiare spaghetti, polpette e patatine. Il professore, venuto da Brescia dove è nato nel ’37, si becca ben sei processi per violazione dell’art. 553 c.p. per le sue conferenze scientifiche sulla contraccezione. Ma il “tignoso” non smette, e nel corso degli anni i suoi interventi diventano libri, programmi tv, rubriche radiofoniche.
Tanti sono i motivi per cui riconosciamo quasi ogni giorno di vivere in un paese anormale. Incontrare il prof. De Marchi alla Sma di via Livorno, sempre con il suo cappello a metà tra un basco e una coppola, e non vedere uomini e donne (e si che gli dobbiamo tutte qualcosa) che lo salutano con reverenza, è uno.
Ma forse lui lo sa che non essere sempre compresi è il prezzo che pagano quelli che hanno ragione prima degli altri.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it


13/10/08 – Ritratto di (signor) sindaco

Klaus Wowereit è sindaco di Berlino, città dove è nato, dal 2001. E’ dell’ala sinistra dell’SPD e molti osservatori prevedono per lui un futuro da primo ministro, specie se il prossimo anno l’attuale capo del dicastero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (SPD) dovesse perdere le elezioni dell’anno prossimo contro Angela Merkel.
In contrasto col suo partito ha formato una coalizione rossa-rossa (SPD-Linke) attirandosi gli anatemi dell’allora cancelliere Gerhard Schroeder.  Ma  i fatti gli hanno dato ragione: sette anni fa Wowereit ha preso in mano una città con 60 miliardi di € di debiti, e oggi può annunciare che dall’inizio del prossimo anno Berlino sarà in attivo. Inoltre la città è in fiore: gallerie d’arte, musei, discoteche, centri culturali. In seguito alle difficoltà economiche del dopo Muro (’89), Berlino oggi ha imprese leader a livello nazionale e internazionale specialmente nel settore delle nuove tecnologie. Gli stranieri sono tanti e ben il 51% di questi sono disoccupati. Non ci sono stati ad oggi gli scontri che si sono verificati nelle banlieu parigine, anche se a Neukolln, uno dei quartieri più poveri ed a più alta densità di stranieri, i problemi sono lontani dall’essere risolti.
Certamente Wowereit ama la sfida: nel 2006, all’indomani dell’omicidio di una giovane turca uccisa dal fratello che la considerava troppo occidentale, il sindaco (cattolico), ha voluto l’abolizione in tutte le scuole della città dell’ora di religione come materia obbligatoria (può essere richiesta, ma le scuole devono garantirla fuori dall’orario scolastico), sostituendola con una ora di etica. Qualche mese fa si è battuto per la chiusura dell’aeroporto cittadino di Tegel, noto perché lì atterravano gli aerei americani per rifornire Berlino ovest durante il blocco sovietico, ma accettando comunque un referendum indetto da cittadini che lo volevano mantenere. Per la cronaca il referendum è andato nel senso dei desiderata del sindaco. Sicuramente però i berlinesi sono stati messi alla prova nel 2001 quando decise di rivelare la sua serena omosessualità. Decisione che  scosse i vertici del suo partito ma che ha lasciato totalmente indifferenti i cittadini. A 56 anni molto ben portati, ha avuto anche una copertina su Men’s Health che l’ha eletto uomo politico meglio vestito della Germania. Insieme ai colleghi Bertrand Delanoe (Parigi), Boris Johnson (Londra), Michael Bloomberg (NY), e il “defunto” Walter Veltroni, fa parte di quei sindaci la cui influenza politica va ben oltre la sfera locale.
Lo vedremo prima o poi Cancelliere? Nel frattempo Berlino diventa sempre più bella, anche grazie alla campagna Be Berlin alla quale tutti i cittadini sono chiamati a contribuire. E sempre più persone, anche nel resto della Germania, lo chiamano Wowi.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it


 

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