LA PAGINA DI GIOVANNI LUBRANO
2/8/2010 – Lo Stato ostaggio della libera Chiesa Sembra proprio che il sindaco di Roma, già fascista voglia riservarci un anniversario di Porta Pia in salsa clericale. Con la volenterosa collaborazione del Presidente della Repubblica, già comunista. Eppure il 20 settembre fa parte di uno dei momenti più alti della nostra storia. Dal 1870 fino al 1922 la nazione si è formata in senso liberale (ed è stata restituita la libertà anche ai cattolici sollevati dal peso del potere temporale) “Non si può trasformare un evento laico in una celebrazione religiosa, sia pure conciliativa”. Così Giuseppe Saragat, presidente della Repubblica italiana dal dicembre 1964 al dicembre 1971, si espresse rivolgendosi a chi premeva perché a Porta Pia, la mattina del 20 settembre 1970, centenario di Roma Capitale d’Italia, venisse celebrata una messa, officiata da Sua Santità in persona. *Costantino Belluscio, Con Saragat al Quirinale, Marsilio, 2004 --seguiranno note su Paolo VI e Giuseppe Saragat |
3/2/10 – I Savoia: da Vittorio Veneto a Sanremo, passando per l’8 settembre Gli italiani sanno chi è il bisnonno del tizietto che si è presentato al recente festival di Sanremo? No? E allora proviamo a contarglielo. Il suo avo è, con tutto il rispetto, quel bel tomo che: ha trescato e fatto affari con Mussolini e il fascismo dall’ottobre ’22 al 25 luglio ’43; ha salvato Mussolini dalle varie responsabilità dirette e indirette nel delitto Matteotti, grazie anche al grazioso regalo di un’opposizione che abbandona il Parlamento e fa l’aventiniana; si è allegramente “pappato” i titoli di “re d’Albania e imperatore d’Etiopia” in aggiunta a quello di re d’Italia; ha convintamente approvato, e promulgato, le ignobili leggi razziali, emanate esclusivamente contro gli ebrei d’Italia; è stato pieno sostenitore della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940; si è accorto dopo tre anni che le cose vanno male e organizza così un colpo di stato militare cui danno stupidamente una mano alcuni fascisti rinnegati, tra cui il genero ed ex delfino di Mussolini che mettono in minoranza il “Duce” nella seduta del Gran Consiglio del 24/25 luglio 1943. Quei 19 che votano contro il capo, istigati dai traffici del “piccolo re” sono convinti che sarà uno di loro a succedergli. Ma il monarca li ha fregati. Ha già scelto una figura che peggio di così non si può ed è lo screditatissimo Badoglio, un losco ma furbo arnese buono per tutte le stagioni. Grazie alla massoneria (e a Vittorio Emanuele Orlando) si è salvato dal disastro di Caporetto (24 ottobre 1917), direttamente a lui imputabile: i fratelli frammassoni faranno sparire almeno 13 delle pagine della relazione della Commissione d’inchiesta che inchiodano il comandante del 27° Corpo d’Armata. Grazie al fascismo ha accumulato incarichi, titoli nobiliari e stipendi e che, come capo di stato maggiore generale, nominato da Mussolini nel 1925, fino al suo esonero nel dicembre del ’40, non ha fatto nulla per rimodernare l’esercito. E’ stato “silurato” dopo la balorda aggressione alla Grecia del camerata Metaxas da lui voluta con Mussolini e Ciano e dopo le legnate che “quegli straccioni” infliggono alle nostre truppe regie. E, meno male, che dovevano “spezzargli le reni”, ai greci. Il cinico “piccolo re” sa che Badoglio, dopo essere stato cacciato, cova un infinito rancore contro il duce e se lo tiene buono: può tornare utile. E gli affiderà il timone dopo il 25 luglio. Inutile tornare sui 44 giorni del governo del duca di Addis Abeba, un esecutivo che, caduto il fascismo, è un fritto misto di generali (tutti ex fascisti) e di alti burocrati dello Stato (tutti ex fascisti). Il re non vuole tra i piedi alcuni rappresentanti dell’antica opposizione al fascismo. Ha determinato la caduta del regime e si è fatto circondare da uomini del disciolto fascio. Si pensi, ad esempio, che il nuovo ministro degli Esteri, Guariglia, è l’ambasciatore, nominato da Ciano – ministro degli Esteri dal ’36 al ’43 -, ad Ankara. Naturalmente “l’uomo del Colle” è accorto e pensa pure ai fatti suoi: in agosto fa spedire in Svizzera due treni zeppi di ogni ben di dio provenienti dal Quirinale. I soldi sono da tempo al sicuro nella banca d’Inghilterra. Serviranno agli inglesi per fabbricare armi e bombe da lanciare contro obiettivi civili sulle città italiane. Ma, dei “dindini” ne avanzeranno tanti, anche dopo la guerra. Arriviamo a settembre. In questo mese e mezzo, dal 25 luglio, Vittorio Emanuele e Badoglio giocano contemporaneamente su due tavoli: attivano contatti molto confusi con gli americani e gli inglesi, passando per il dittatore portoghese Salazar,nel tentativo di “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. E, per non dare nell’occhio, offrono continue assicurazioni di fedeltà agli emissari di Hitler che, però, non apprezza assolutamente il “nuovo corso” italiano. Gli Alleati, ed a ragione, inizialmente non si fidano di nemici che vogliono diventare ex e dunque amici a tutti i costi. I tedeschi, che conoscono bene i loro polli, pur essendo ignari dei contatti italiani con i nemici (l’Italia e la Germania sono sempre in guerra…), cominciano a far affluire truppe in Italia, facendole passare tranquillamente dal Brennero. Gli italiani, quei pochi che contano, lasciano fare purché nulla trapeli circa le loro reali intenzioni. In campo alleato sono gli inglesi ad insistere purché si arrivi ad una resa incondizionata dell’Italia: a loro interessa soprattutto che la flotta da guerra italiana, mai impegnata seriamente nel conflitto (stendiamo un velo pietoso sui motivi…) continui a non fare niente nel Mediterraneo e che, anzi, come poi avverrà, si consegni integra a Malta. Così sarà assicurata la supremazia britannica nel “mare nostrum” . Gli americani sono più scettici: dopo lo sbarco e la conquista della Sicilia (ma ci vogliono 38 giorni, al prezzo della perdita di migliaia di soldati), essi pensano già allo sbarco in Normandia (6 giugno ’44). Churcill tiene il punto con Roosevelt che alla fine consente che con gli italiani si tratti solo per la resa incondizionata. Poi si vedrà come utilizzarli ma mai come alleati, semmai come “cobelligeranti”. La banda del Quirinale si frega le mani; è fatta! Quei figuri credono erroneamente che saranno accolti con tutti gli onori nel campo ancora “nemico”. Sicuri del successo commettono un errore madornale e uno criminale. Per trattare la resa, che definiranno un “armistizio” per farlo credere ai gonzi che ancora oggi danno retta a quell’infame pasticcio, spediscono in Sicilia uno dei più colossali tangheri che la storia d’Italia ricordi, un tizio che pur vestendo la greca di generale del regio esercito non ha mai partecipato ad un’azione militare che è una. Questi ne combina di cotte e di crude, c’è da restare allibiti: fa credere agli Alleati – che fingono di crederci – che in Italia ci sono tante di quelle truppe da ributtare a mare e oltre le Alpi e i tedeschi. Che il possibile sbarco dell’82° divisione aviotrasportata negli aeroporti di Roma sia facilmente realizzabile. E ancora… Gli Alleati giocano con lui come il gatto col topo: gli danno in mano un pezzo di carta, lo “short armistice” e lui pensa che sia il testo definitivo dell’intesa che siglerà a Cassibile il 3 settembre. E consegnano invece al gen. Zanussi il documento vero, il “long armistice”, dandone notizia al tanghero dopo la firma della resa nella tenda del Comando alleato. Il tanghero fa intanto sapere alla banda del Quirinale, come cosa sicura, che l’armistizio sarà reso noto il 12 settembre da entrambe le parti. Lui dice di esserne certo, ma non c’è uno straccio di prova che confermi tale sua convinzione. Gli Alleati hanno invece indicato chiaramente l’8 settembre. Fin qui il balletto degli equivoci basati sulle errate informazioni e supponenze del tanghero. Del quale però la banda del Quirinale si fida mica tanto perché gli ha affiancato il già citato Zanussi. Per la paura che qualcosa dell’inciucio col quasi ex nemico – che sta per diventare almeno secondo loro alleato –trapeli e arrivi alle orecchie degli ancora quasi alleati che stanno per diventare “nemici”, la banda commette l’atto più criminale nella storia d’Italia e che nel ’46 – deo gratis! – manderà i Savoia fuori dalle scatole. Dal momento delle trattative con americani e inglesi, primi di agosto, di questi contatti sono al corrente solo alcuni dei banditi : il re e il suo tirapiedi Acquarone, Badoglio e il gen. Ambrosio, capo di stato maggiore generale nominato da Mussolini nel febbraio ’43, e pochissimi altri. Nessuno fuori dalla ristretta cerchia banditesca è informato su quanto bolle in pentola. Figuriamo cosa interessa a lor signori del popolo italiano che ancora pensa che col 25 luglio sia finita la guerra. Ma lasciano senza direttive gli oltre due milioni di uomini in arme in Italia e all’estero. Che saranno colti assolutamente di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio letto all’Eiar, all’imbrunire dell’8 settembre da quel ciarlatano del capo del governo. E’ il prologo di tante tragedie, a cominciare dala morte per combattimento o per fucilazione di 1647 soldati della 33° divisione di fanteria “Acqui” a Cefalonia . Poche ore dopo la diramazione della resa, atto imposto senza ulteriori indugi da Eisenhower, la banda del Quirinale scappa a Brindisi, chissenefrega del Popolo e dell’Esercito italiani. E il giorno dopo, il 9 settembre? Sembra utile proporre quanto segue perché indica lo smarrimento e lo sfacelo regnanti a Roma dopo che i capi sono scappati a gambe levate.
Dal diario(1) del Maresciallo d’Italia, il generale Enrico Caviglia* che, al comando dell’8° Armata combatté e vinse a Vittorio Veneto contro gli austro-ungarici e che, per l’armistizio di Villa Giusti, non poté dilagare fino a Vienna, come, a quel punto, era nei suoi propositi : zona di guerra, fronte Piave-Monte Grappa-Montello, fine ottobre – 4 novembre 1918. Caviglia si trovava a Roma nel periodo che va dal 6 al 13 settembre del 1943 e avrebbe potuto avere un ruolo ben più importante in quel cruciale periodo della vita nazionale, in specie per tentare di evitare le terribili conseguenze che stavano per abbattersi sull’Italia dopo la vergognosa fuga da Roma (prime ore del 9 settembre ’43) del re Savoia Vittorio Emanuele 3° e dei suoi accoliti Badoglio (capo del governo post 25 luglio), Ambrosio (capo di stato maggiore generale), Acquarone (capo di gabinetto della “real” casa) e i generali Roatta (vice di Ambrosio) e Sandalli (csm r. aeronautica) e De Courten (ammiraglio (?), csm della r. Marina da Guerra). L’infame Badoglio, nemico giurato di Caviglia che in ogni epoca gli ricordò le sue gravissime e dirette responsabilità nella rotta di Caporetto (24 ottobre 1917) impedì, mentre con il “piccolo” re se la stavano svignando a Brindisi dopo avere abbandonato popolo ed esercito senza lasciare alcuna direttiva, la trasmissione dell’ordine che il monarca aveva indirizzato a Caviglia per autorizzarlo ad assumere a Roma la guida del governo civile e militare della città e dello Stato. Ecco cosa scrive Caviglia (è il 9 settembre): “Durante il tragitto (dalla Pilotta, piazzale del Quirinale, a palazzo Baracchini, sede degli uffici del capo di stato maggiore e dell’esercito, ndr) Sogno(2) e Campanari(3) precisarono che le Loro Maestà avevano passato la notte al ministero della Guerra e che il principe di Piemonte(4) vi era arrivato verso la mezzanotte. Al mattino per tempo erano partiti in auto per la via di Ortona (5) che era libera. A Ortona dovevano trovare una nave su cui imbarcarsi (6). Badoglio e il comando supremo avevano seguito i Sovrani. Questa notizia mi rattristò e dissi : “Se fossi stato presente non avrei lasciato partire il re. Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando “Savoia!”; ora tocca al re e a noi gridare “Savoia!” Ma non mi sorprende di nulla. Badoglio ha indotto il re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita, se non annullata da quella del re”
*Enrico Caviglia : Finalmarina (oggi Finale) 4 maggio 1962, Finalmarina 22 marzo 1945. Il 22 giugno 1952 avviene la traslazione della salma nel mausoleo di Capo San Donato , davanti al mare. Sono presenti il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, il presidente “della Vittoria” del 1918. Sarà l’anziano uomo politico siciliano a commemorare “u’ generale Caviggia” come lo chiamavano i suoi soldati, soprattutto i liguri. E alla straordinaria presenza di migliaia di reduci della Grande Guerra , giunti in autobus e con treni speciali. “E’ la vecchia Italia dei 600mila caduti – scrive Cervone -, l’Italia di Vittorio Veneto e delle terre giulie che accompagna il condottiero vittorioso, deposto su un affusto di cannone e avvolto nella bandiera” Giovanni Lubrano di Scorpaniello - Qui i vostri COMMENTI |
8/07/09 - In memoria di Leo Solari. In memoria di Leo Solari Come tutti i gentiluomini autentici, ahimè ne sono rimasti sicuramente in pochi sulla Terra, Leo Solari se ne è andato in silenzio, con quel garbo e quel tratto di distinzione che ne avevano caratterizzato la vita. Un autentico signore che, sicuramente per tale inclinazione, ebbe sempre poco spazio nei movimenti politici socialisti riformisti di cui fece parte. C’era sempre, riguardo a lui, la “vicinanza con”. Ma era il “chi” che non si decideva mai a farlo diventare protagonista e non restringerlo a restare comprimario. Sempre sorridente, sempre legante, con un bellissimo farfallino, era un piacer stare con lui, anche se era Persona che non amava attardarsi su cose fatue. Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI Di seguito una breve nota biografica preparata da Giampietro Sestini per ricordare Leo Solari, socio onorario dell’ Associazione LiberaUscita Leo Solari, nato nel 1916 a Milano, nel 1944 fu tra i fondatori, insieme ad Eugenio Colorni, Giorgio Lauchard, Matteo Matteotti, e Mario Zagari, della Federazione Giovanile Socialista con il compito di dirigerne l'attività partigiana e la propaganda. Comandante partigiano nelle formazioni "Matteotti", fu animatore delle forze socialiste della Resistenza. Dopo la liberazione divenne segretario generale della federazione dei giovani socialisti, fondò e diresse il giornale Rivoluzione Socialista e fu tra i fondatori del Movimento di Unità Proletaria, poi confluito nel Psi. Gli anni Cinquanta lo videro protagonista del primo embrione del Partito Socialista Europeo, la "Gauche Europeenne" insieme a François Mitterand, Mario Zagari, Paul Henri Spaak, Henri Gironella e Guy Molé. Nel 1947 partecipò, guidando la maggioranza della FGS, alla scissione di Palazzo Barberini, divenendo membro della direzione nazionale del PSLI. Nel 1948 si ritirò dalla vita di partito, da cui rimase assente per circa un decennio, durante il quale si concentrò nell'attività professionale.Rientrato nel movimento socialdemocratico nel 1957, fu relatore ufficiale per la corrente di "Autonomia Socialista" al congresso di Milano del PSDI (1958). Membro del comitato centrale del PSDI e del comitato centrale della UIL. Nel 1959, insieme con Mario Zagari, Matteo Matteotti, Ezio Vigorelli ed altri diede vita al MUIS, poi confluito nel PSI, di cui fu membro del Comitato centrale. Impegnato nelle battaglie per la laicità, i diritti civili e la libertà di ricerca, ha rilanciato la rivista Sinistra Europea, tornata nelle edicole nel 1998. Negli anni più recenti si è battuto per il diritto ad una morte dignitosa, divenendo socio onorario di LiberaUscita. L’ultimo intervento fu compiuto davanti al Presidente della Repubblica, in occasione delle commemorazioni del centenario della nascita di Eugenio Colorni. Attualmente era componente del Consiglio Nazionale della Sezione Italiana della Sinistra Europea |
13/5/09 – Iaisc rais Taharan (Evviva il capo di Teheran) Ma quanto è bravo il satrapo di Teheran! Ma come è stato sensibile nel chiedere – e imporre – la grazia per la giornalista perso-americana Roxana Saberi. Che capolavoro di giustizia giusta! Da otto a due anni di carcere con scarcerazione immediata. Che grande mossa di politica estera, con l’apertura agli Stati Uniti che “non sono nemici”! Che enorme mossa di politica interna visto che tra un po’ in Persia si vota! Come volevasi dimostrare, gli “amici” di Teheran (evidentemente non solo i negazionisti) si sono scatenati con due pagine piene di elogi su la Repubblica. Dimenticando però che appena qualche giorno prima aveva fatto giustiziare, impiccandola, una giovane donna processata sommariamente. Un po’ più di realpolitik: gabellare tale scelta per una definitiva inversione di tendenza, significa mettere questo gesto in parallelo con quello di Hitler che, per ingraziarsi i francesi, restituì a Parigi le spoglie del “roi de Rome”, figlio di Napoleone e Maria Luisa d’Austria, nato nel 1811 e morto nel 1832 dopo aver vissuto alla corte austriaca come Duca di Reichstadt. In modo che padre e figlio dormissero vicini il sonno eterno, uno davanti all’altro, nell’eglise des Invalides. Sulla carta l’escamotage hitleriano funzionò (grida di giubilo si levarono in Francia), poi sappiamo come andò a finire… Diffidate, gente, diffidate atque estote parati. Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI |
Che rimane della Festa della Liberazione appena trascorsa ? Sicuramente la grande novità del Presidente del Consiglio che l’ha ignorata colpevolmente per troppo tempo, certamente un presidente della Repubblica che è stato in grado di mediare, indubbiamente una figura non eccezionale dei leader di partito (Pd e Udc) che hanno tentato di camminare sulla “fotografata” strada di Onna invece di recarsi in altre località (ok, Franceschini è stato anche a Milano e poteva evitare il soprappiù abruzzese). Un servizio del tg1 ha mostrato che gli italiani interrogati sulla data, non hanno saputo dire esattamente cosa fosse successo. Dubbi addirittura sull’anno, ’68 o ’48? E’ probabile che la responsabilità principale di tanta ignoranza sia la scuola che fa poco e male, ma anche la tv, che un giorno si e un giorno si ci addobba con le vite dei santi trascurando la storia recente. Ora che tutti, almeno a parole, hanno dichiarato che l’antifascismo è un valore, contiamo che anche la tv pubblica e di massa faccia i suoi passi. (T.F.) 29/4/09 – La rai inutile Gente che va gente che viene, ma nulla muta nella baracca rai. Avevano sotto mano il 25 aprile ma, al solito, puntando tutto sulla novità del primo e chiaro discorso del presidente del Consiglio Berlusconi sulla Resistenza in quel di Onna (dove furono bruciati inermi cittadini dai nazisti, centro completamente distrutto dal terremoto del 6 aprile), hanno proposto un buon sceneggiato (che oggi si chiama fiction) “Quaranta giorni di libertà” sul canale raistoria. Che si vede però solo sul digitale terrestre che non tutti hanno. Era la storia della repubblica partigiana di Montefiorino e si trattò di una produzione realizzata a cavallo tra gli anni 60/70, con la partecipazione di Anna Identici, che canta anche la canzone che da il titolo allo sceneggiato, Stefano Satta Flores, Raul Grassilli e Andrea Giordana. Il racconto si sviluppa attraverso una sceneggiatura equilibrata, senza forzature anche nei confronti di personalità come il comandante partigiano comunista Cino Moscatelli. “Quaranta giorni di libertà”, con gradevoli musiche dei fratelli De Angelis, andava proposto sulle reti generaliste. Che differenza c’è se al posto di Petruccioli c’è oggi Garimberti? E al posto di Cappon c’è il parcadutato Masi? Nihil, nihil, nihil. E noi continuiamo a pagare il balzello più odioso. Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI |
28/1/09 – Hai pagato il canone rai? “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”. Così il primo paragrafo della XIV delle Disposizioni Transitorie e Finali della Costituzione della Repubblica italiana. Essa non è stata sottoposta a revisione. E allora, perché la conduttora di Ballando con le stelle, una del trio Lescano, pardon Carlucci, continua a omaggiare Emanuele Filiberto Savoia chiamandolo principe? Non sarebbe ora che i pensosi custodi della Magna Charta si svegliassero dal loro sonnolento torpore e, motu proprio, intervenissero senza aspettare un rituale (e spesso inutile) ricorso alla Corte Costituzionale? Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI |
23/01/09 - Per motivi partitici è stata sciolta la Commissione di Vigilanza sulla Rai, stabilendo un pericoloso precedente. Da oggi ogni presidente di commissione, ogni singolo parlamentare, se va in conflitto con il suo gruppo corre il rischio di essere rimosso per via regolamentare. E’ caduta l’ultima barriera di un sistema che prevede nella Costituzione la libertà del parlamentare di agire senza vincolo di mandato, ma che in realtà elegge e tratta i parlamentari come dipendenti di una azienda (pagati con soldi pubblici). Tiziana Ficacci, www.nogod.it 23/1/09 - A chi la baracca? A noi! A chi le fetenzie? A voi! Anni fa le entrate della baracca-rai ammontavano a 5mila miliardi di lire per anno: 2.500 estorti ai cittadini contribuenti con la tassa denominata canone, il balzello forse più odiato dagli italiani. Gli altri 2.500 figuranti come introiti pubblicitari raccolti e veicolati dalla controllata baracca Sipra. Oggi quelle cifre dovrebbero attestarsi sui 6mila miliardi di lire, con i continui aumenti della tassa che ogni governo prima smentisce, poi conferma infilando le rapaci mani nel portafoglio (già vuoto di per sé) degli sfortunati teleutenti. Qualche illuso pensava che il problema fosse l’innocuo Villari? O parimenti, il gonzo, supponeva che veramente stesse a cuore ai presidenti di Camera e Senato, che, la inutile e costosa Commissione di vigilanza sulle teletrasmissioni fosse messa in grado di funzionare? Ma quando mai! A questi emeriti esponenti della casta interessa solo quel gran mucchio di quattrini e i favori che da essi discendono: assunzioni, nomine, piatto ricco mi ci ficco. La madre di tutte le battaglie (non la giustizia, non il federalismo, non i diritti civili, non la politica internazionale…) e di tutte le tangenti. Ultima perla: i commissari pdl e pd si sono dimessi. Tale rinuncia ha permesso a Fini e Schifani di revocare la Commissione. Che sarà prontamente rinominata con gli stessi commissari di cui prima, ad eccezione del massacrato Villari. Come diceva mio padre: di questo legno sono fatti i strummoli. Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI |
21/1/09 – Chiudere la rai Prima c’è stato il concerto con Springsteen www.npr.org/music/ gli U2 www.goyb.u2.com ,Stevie Wonder, Laura Linney… Garth Brooks ha ballato con ragazzi vestiti con maglie blu e rosse a simboleggiare la fine della contrapposizione tra democratici (blu) e repubblicani (rossi). Poi Obama ha giurato sulla bibbia di Lincoln, emozionato… ma queste cose le hanno potute vedere solo quelli che hanno il digitale o una parabola. Sulla tv generalista solo stralci molestati dal chiacchiericcio stupido del giornalista di turno. Un po’ meglio la7… Perché la baracca partito-rai va chiusa Tutti a prendersela con il conduttore di Annozero per il modo in cui ha diretto la trasmissione di giovedì 15 gennaio e per l’uscita tempestosa da quell’arena di Annunziata, indignata per il senso unico impresso alla discussione. E tutti gli autorevoli colleghi, anche della parte politica del giornalista, lo hanno rampognato. Ma il punto non è l’ex europarlamentare pci-pds-ds, ma di chi ce lo ha messo nel teleschermo e continua a tenerlo in quel posto. E qui arriviamo alo snodo essenziale: la baracca partito-rai assolve ancora alla fondamentale, e unica, funzione di servizio pubblico visto che i cittadini-contribuenti continuano a pagare l’iniquo balzello del canone? Oppure, abiurando da tempo immemore a tale fondamentale compito, è diventato lo specchio esclusivo di qualche politico, di telegiornali che sarebbero fatti meglio da giornalisti di free press, in una parola di nani e ballerini. A cosa serve, e quanto costa, Porta a Porta? Per vedere per 23 volte quasi di seguito l’ex capo del defunto prc Bertinotti? Per ammannire ai telespettatori il delitto di Cogne? A che serve, e quanto costa, l’inutile, ahimè imminente, passerella del festival di Sanremo. Potremmo continuare all’infinito, ma ci fermiamo qui. E veniamo ai sedicenti “organi di controllo”. Intanto, se a suo tempo il Parlamento decise l’istituzione di una Commissione bicamerale (40 membri, 20 deputati e 20 senatori), voleva dire che la baracca era, già allora, fuori controllo. Poi , era l’epoca del compromissorio compromesso storico, i compromessi stabilirono che tale organo diventasse di garanzia e venisse appaltato alla opposizione del momento: cioè i deputati della maggioranza pro-tempore votavano per un candidato della minoranza. Ciò in barba alla Costituzione ove non sta scritto da nessuna parte che sia prevista l’assegnazione di una Commissione al partito o ai partiti che rappresentano gli sconfitti. Si tratta dell’ennesimo vulnus alla “Magna Charta”. E, per ironia della sorte, la Costituzione italiana è considerata “rigida” mentre in realtà sembra essere piuttosto “molliccia”. In questo, come in altri, purtroppo moltissimi, casi. E che cosa controllava? Nulla, faceva il passa-candidati per l’elezione del cda e del presidente della baracca e, così facendo, legittimava la nascita del partito-baracca. Cominciava così il grande mercato (che per rispetto degli animali osannati dal Carducci non menzioneremo) che divise la baracca per feudi politici nella santissima trinità: prima rete alla dc, seconda al psi, terza al pci. Qualcuno sollevò il problema che, prima della spartizione, fosse più urgente individuare i criteri di una vera riforma del servizio pubblico, garantendo buone tematiche, oculatezza e risparmio di gestione, scelta delle migliori professionalità esistenti nel mercato interno ed esterno della baracca? Manco per sogno, la lottizzazione (vocabolo reinventato dal probo repubblicano Alberto Ronchey) appagò e aumentò gli appetiti stravolgendo e annullando quel tanto – o poco – che la baracca aveva saputo inventarsi, dall’Eiar in poi. Si, qualche buon professionista, qualche ottimo giornalista armato di passione per il mestiere e per l’azienda ci fu. E ci furono anche rubriche di eccellenza. Ma quei pochi e isolati tentativi furono sommersi nel mare del qualunquismo politico e di spettacolo che più becero non si può. La progressiva degenerazione portò agli aumenti annuali dell’iniquo balzello e , paradossalmente, indusse i dirigenti della baracca, sostenuti ciascuno da ben individuate camarille parlamentari di partito, non a migliorare la qualità del prodotto, avvalendosi delle buone risorse umane che pure esistevanoall’interno del baroccume. Capisco il grido di dolore dell’attore Tono Servillo che domenica 18 gennaio nella rubrica in mezz’ora di Annunziata, ha lamentato l’inesistenza di qualunque spunto di cultura nei programmi di baraccopoli. Quello che tra l’altro è assolutamente insopportabile è che si siano installate alcune satrapie, appaltate all’esterno, ove si permette al conducator di fare quello che gli pare, spendendo e spandendo quanto vuole perché tanto paga mamma comanda, ossia i gonzi che siamo noi costretti a versare l’iniquo balzello. Ho sentito che, a proposito dell’ultimo Annozero, qualcuno lamentandosi della telefonata del presidente della Camera al capobaracca, ha sostenuto che ciò è potuto avvenire perché in questo momento non esiste la Commissione di vigilanza. Perché, se ci fosse stata, cosa sarebbe cambiato? P.Q.M. E torni a Toni Servillo che ricordava i tempi di Paolo Grassi presidente della rai: Chi era costui? Un socialista milanese pre-Craxi, grande e autorevole manager di teatro, il primo e unico che permise agli italiani contribuenti di vedere in tv una grande prima de la Scala. Poi venne Enrico Manca e tutto finì a tarallucci e vino. E non si può fare a meno di considerare perlomeno come ingombrante la presenza vaticana in ogni tg nazionale e regionale. Francamente eccessivo che in tutte le trasmissioni ci sia un prete o sedicente tale. A proposito, la baracca tiene in piedi il carrozzone varato per il giubileo del 2000. Tiene in piedi significa soldi – e molti – per giornalisti, programmisti, registi, segretari, autisti… Fino a quando, onorevole ministro Paolo Romani? |
19/1/09 - Israele in Europa, alcuni buoni motivi In politica, come nella vita, occorre passare dalle grandi enunciazioni di principio ideali alle questioni pratiche che tali aspirazioni comportano per pi essere operative. Un contratto e, come è noto, la manifestazione di due (o più) volontà. Esso, per essere buono, deve produrre finalità che gli attori ritengono convenienti. Ma, al tempo stesso, proprio perché è l’incontro di più interessi, esso comporta delle rinunce o, vogliamo definirla così, delle limitazioni. Queste, in sintesi, le cose positivi e quelle meno esaltanti di un contratto. Ognuno deve cedere qualcosa nel compromesso anche se, non vi è dubbio, le aspettative per giungere a risultati positivi rendono meno dure (o così si presume) le inevitabili rinunce. Tale lungo, ne convengo, inizio, serve a spiegare che non basta la “grande uscita”. Israele in Europa sopra ogni cosa. Bisogna soffermarsi sulle convenienze reciproche. Mi soffermerò su quelle italiane, qualora il governo nazionale avesse la bontà di diventare il paladino dell’idea convincendo gli alleati dell’Ue ad unirsi nella lodevole battaglia. Una volta tanto, ipotizzo, ciò che è buono per l’Italia potrebbe diventare ottimo per l’Europa. I punti cardine dell’intesa potrebbero essere i seguenti: lotta al terrorismo; tutela ambientale; economia; nucleare. Israele offrirebbe, in questi settori, una collaborazione assolutamente preziosa, in forza dei risultati di eccellenza raggiunti nei settori citati. L’Italia, e dunque l’Europa, non avrebbero che vantaggi dalla cooperazione e, a sostegno di questa tesi, non c’è bisogno di scomodare esperti di intelligence, economisti e scienziati tanto chiari sono i primati israeliani, a cominciare dal trattamento di dissalazione delle acque marine. Cosa possono dare in cambio l’Italia e l’Europa? Molto, ma non solo in termini di investimenti economici, bensì soprattutto a livello politico. Il problema dei problemi è far uscire dall’isolamento in cui si trova e garantirne l’accerchiamento arabo mirante alla sua distruzione. Israele, nel contesto europeo, commetterebbe molto meno errori dovuti al fatto di essere il solo stato democratico in mezzo ad un ammasso di satrapie assassine e fomentate fanaticamente dal tarlo dell’integrismo islamico. Più cervelli, si spera, ragionano meglio che uno, talune asprezze di Tel Aviv avrebbero minor ragione d’essere, l’Europa sarebbe indotta a traffici più mirati con gli stati-canaglia, offrendo commesse un po’ più nobili di quelle basate sugli armamenti – e componenti – in cambio di petrolio. E, a tal proposito, sarebbe l’occasione buona per ricominciare a parlare delle sempre tanto evocate (è dal 1973 che se ne parla) e mai realizzate, fonti di energia alternativa. Queste, brevemente, alcune buone ragioni che spingono a favore dell’ingresso di Israele nella Ue. Un processo lungo? Sicuramente, ma occorre lavorare perché ciò si realizzi. E ogni voce che illumina tale prospettiva, è utile al disegno. Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it - Qui i vostri COMMENTI |
13/1/09 Il peccato originale Qualsiasi cosa faccia Israele sbaglia, perché è l’unico Paese al mondo che è nato, come i cattolici, col peccato originale. E’, secondo la vulgata, uno Stato che non esisteva e che si è inserito con forza in una terra di altri. Ma neanche la Palestina c’era sessanta anni fa - né il sogno né l’idea - e per affermarsi ha dovuto combattere soprattutto con i paesi arabi che rifiutarono la suddivisione del ’48. Oggi siamo davanti ad un quesito: chi vuole perseguire il sogno di due popoli due stati? Hamas che ha nel suo statuto l’obiettivo della distruzione dello Stato di Israele, o Israele che con l’Autorità nazionale palestinese ha già firmato accordi per la nascita di uno stato palestinese? L’altra domanda che non possiamo eludere è: può riaprirsi la fessura nella quale si impianta il seme antisemita? La Chiesa cattolica sembra divisa fra il suo antico sentimento antigiudaico e la paura del fanatismo religioso dei musulmani arabi (che pregano, e va bene, ma nel contempo bruciando le bandiere del nemico). Infine, sorprende una posizione come quella di Massimino D’Alema che sembra non essersi accorto del tempo che è passato e che continua a pensare come mezzo secolo fa, ignorando i nuovi attori (Iran) e le nuove parole d’ordine (jihad), e fingendo di non sapere che ormai lo scontro è diventato politico-religioso. Tiziana Ficacci, www.nogod.it Quale futuro per Israele In troppi si illudono che lo “splendido isolamento” di Israele sul contorto e complesso scenario mediorientale sia di per sé elemento necessario e sufficiente a garantire la sicurezza e il futuro del giovane Stato. A tal proposito vanno citate due opzioni “isolazioniste” che lasciarono il tempo che trovarono. La dottrina Monroe, elaborata dal quinto presidente degli Stati Uniti James Monroe (1817-1825) nel 1823: “l’America agli americani” affermava che l’Europa non doveva ingerirsi nelle vicende statunitensi e stabiliva le basi dell’isolazionismo. La storia si è incaricata di capovolgere tale impostazione. E la posizione dell’Inghilterra che, senza il provvidenziale aiuto di Franklin Delano Roosvelt, presidente statunitense dal 1931 al 1945, non avrebbe certamente potuto far fronte alle armate hitleriane. Eppure, fino a quel momento, la “solitudine” inglese rappresentava quanto di meglio ci fosse per cercare di imitarla o, perlomeno, per tentare di carpirne le diversità. Tradotto in termini più pratici: inutile battersi il petto ogni 27 gennaio e poi avere espressioni condiscendenti verso chi non solo brucia le bandiere con il Magen David ma ogni giorno scarica decine di missili contro le città israeliane. I 60 anni dello Stato di Israele dovrebbero avere insegnato, ai suoi dirigenti e al suo popolo e al mondo che gli è veramente amico, che il Pese non può rimanere isolato come è oggi, con catastrofiche prospettive di annientamento. Il minaccioso aumento demografico arabo è tutto a suo, e non solo, svantaggio. E la questione che il numero fa la forza, principio caro ai totalitarismo del ‘900, è oggi reso ancora più pericoloso dalla capacità di stati preto-dittatoriali sovrappopolati come l’Iran, di dotarsi dell’arma atomica, un tempo alla portata esclusiva di Usa e Urss. Ora, se agli Stati Uniti e alla defunta Unione Sovietica va almeno riconosciuto il merito del cosiddetto “equilibrio del terrore”, pur con tutti i limiti che ciò comportava, con gli squilibrati di Teheran e dintorni non ci si può sentire tranquilli: né noi europei, né a maggior ragione Israele. Fino ad oggi lo Stato ebraico ha potuto contare sull’appoggio esclusivo, non sempre disinteressato, degli Stati Uniti. Tiepidissimi gli inglesi, assolutamente distratta l’Europa. Può essere questo lo scenario di totale sicurezza? Gli Stati Uniti hanno i loro acciacchi, economici e militari; hanno eletto Barack Obama ma è una scommessa dagli esiti imprevedibili, almeno a medio termine. Certo, il petrolio arabo è ancora oggi una arma potente e i traffici - più o meno leciti – con certi stati, depongono più contro che non a favore di un rinnovato e migliore interesse europeo verso Israele. Però, è il caso dell’Italia, se ci sono solo pochissime persone, autorevoli, intelligenti ancorché bizzarre come Marco Pannella, allora non si fa una lunga strada. Dovrebbe essere il governo italiano nel suo complesso a porsi in Europa come il primo e autentico sostenitore dell’ingresso di Israele nella Unione europea. E non sarebbe male se l’opposizione, una tantum, convenisse anche se in essa la parte sedicente cattolica potrebbe impennarsi circa il rapporto con i deicidi… Una linea, quella dell’ingresso di Israele in Europa, che il presidente del Consiglio Berlusconi potrebbero gestire, con ampi margini di visibilità e consenso, proprio adesso che è presidente dell’ex G8 ampliato a 20. Anche le imminenti elezioni israeliane dovrebbero chiarire il loro interesse, in considerazione del fatto che molti cittadini di quel Paese gradirebbero entrare in Europa. Non sempre i dirigenti politici israeliani hanno ragione, ma diecimila volte meglio i loro errori (a patto che non siano eterni) piuttosto che gli integralismi arabi assassini e schiavistici. Giovanni Lubrano di Scorpaniello per www.nogod.it Qui i vostri COMMENTI |
Memorandum laico 25/11/08 - Prima puntata Nenni, Saragat e il divorzio 23 gennaio ’67 Stamattina ho ricevuto una lettera di Moro (Presidente del Consiglio,ndr) assai allarmato sul seguito che può avere alla commissione della Giustizia la discussione della legge Fortuna (Loris, avvocato e deputato del Psi,ndr) sul cosiddetto “piccolo divorzio”, dopo il voto della commissione degli Affari costituzionali che ribadisce il carattere costituzionale del progetto di legge. Da notare che è stata la Dc a provocare il voto… Stasera intanto è scoppiata una bomba con la presa di posizione assai dura del papa (G.B. Montini - Paolo VI ndr) sulla decisione della commissione parlamentare. Si tratta di una intrusione nelle prerogative sovrane del Parlamento e dello Stato. Prima di leggere l’allocuzione sull’Osservatore Romano, ne ho avuto la primizia da una concitata telefonata di Sargat (Giuseppe, Presidente della Repubblica 1964 – ’71 ndr). Ho detto a l’Avanti! di opporre alle “dovute riserve” del sommo pontefice la nostra più modesta ma non meno ferma riserva sui diritti sovrani dello Stato e del Parlamento. Libera la Chiesa di ravvisare nel matrimonio pronunciato davanti all’altare, un sacramento e come tale indissolubile per i cattolici, libero lo Stato di decidere sul carattere civile del matrimonio, se cioè indissolubile o no. E’ una questione di principio sulla quale non si può transigere. … almeno per questa legislatura il divorzio piccolo o grande non ha una maggioranza in Parlamento (Nenni ha ragione, la legge Fortuna sarà approvata nel 1970 (legislatura 1968 – 1972) con votazioni al Senato, 9 ottobre, con 164 voti a favore e 158 contrari e 30 novembre alla Camera con 319 si e 289 no, ndr). In serata Saragat mi informa di avere formulato una protesta per l’intervento del papa in una lettera a Moro che pensa di fare conoscere ai presidenti del Senato e della Camera. E’ un passo necessario… ho scritto anch’io a Moro… va da sé che come ministro sono per lo Stato. 1° continua 27/11/08 - Seconda Puntata 24 gennaio 1967 L’Avanti! ha risposto questa mattina con correttezza e con forza all’allocuzione del santo padre. La polemica per ora non fa più scintille. Prudentissimi i commenti, Saragat mi ha detto al telefono, interessati soltanto alla politica internazionale della Santa Sede. Rimbaldanzita la destra estrema; la destra classica, invece, e cioè i liberali, prudente ma schierata da parte dello Stato. Valutazioni esatte, ma la polemica verrà. Per fortuna non manchiamo di buone ragioni per farvi fronte. Si direbbe che l’Osservatore Romano se ne renda conto al punto che la risposta di stasera all’Avanti! è discorsiva e moderata. La stampa non sa della lettera di Saragat a Moro (di cui aveva già parlato Nenni il 23 gennaio, ndr). Il testo speditomi ieri sera a Palazzo Chigi è arrivato questa mattina. E’ sobrio, breve, fermo. “Come fautore della Costituzione – scrive – ritengo richiamare la tua attenzione sull’episodio (dura presa di posizione del papa sulla decisione della Camera, commissione affari costituzionali, che ha ribadito il carattere costituzionale della proposta di legge del deputato socialista Loris Fortuna sul “piccolo divorzio”, ndr) reso ancora più grave dalle espressioni usate” . Si tratta, secondo Saragat, di una “non consentita ingerenza nella vita dello Stato in contrasto con l’art. 7 della Costituzione secondo il quale lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani”. Per parte sua Moro, al quale ho parlato solo per telefono, arzigogola tra Costituzione e Concordato. Né il suo arzigogolare è del tutto arbitrario, questo in fondo per il regalo di Togliatti alla Repubblica quando votò l’articolo 7. 16 novembre 1967 La Democrazia cristiana è stata battuta oggi in commissione Giustizia della Camera. Con 21 voti contro 20 è stato approvato il primo articolo del disegno di legge (era una proposta, ndr) Fortuna sul divorzio. Il testo votato è, per l’esattezza, un emendamento dei liberali Bozzi e Valitutti, accettato da Fortuna. Hanno votato a favore socialisti, comunisti, liberali, repubblicani; contrari democristiani e missini. L’articolo approvato ammette il divorzio quando siano sopraggiunte alcune condizioni, invero di estrema gravità, che l’articolo enumera. In commissione ci saranno altre discussioni e altri voti nel matrimonio concordatario. Ma una prima breccia è aperta nel muro dell’inviolabilità. Pietro Nenni, leader del Partito Socialista Italiano, nella legislatura 1963 – 68. fu vicepresidente del Consiglio dei ministri (con Aldo Moro presidente) e capo delegazione socialista. 2/12/08 - Terza Puntata 20 febbraio ‘66 Concluse le trattative per la formazione del terzo ministero Moro. Si trattava di fissare un ordine di priorità alla esecuzione del programma. Nel campo economico-sociale la priorità è stata accordata alla programmazione e ai problemi che pone nel campo della scuola, della edilizia popolare, della assistenza e degli ospedali, cioè della rapida approvazione del piano Pieraccini (Giovanni, ministro socialista del Bilancio, ndr), delle leggi scolastiche a cominciare dalla scuola materna di Stato, della legge urbanistica di Mancini (Giacomo, ministro socialista dei Lavori pubblici, ndr), della legge ospedaliera di Mariotti (Luigi, ministro socialista della Sanità, ndr). Nel campo delle riforme istituzionali la priorità è andata alle regioni con l’impegno di approvare le relative leggi nel corso della presente legislatura (1963 – 1968). 20 giugno ‘69 Nei cinque anni della precedente legislatura il ministro del Lavoro Bosco (Giacinto, democristiano, ndr) era sempre riuscito a bloccare la riforma. Lo statuto dei diritti dei lavoratori fu fatto approvare dal socialista Giacomo Brodolini, ministro del Lavoro nella seduta del Consiglio dei ministri il 20 giugno ‘69. E per Brodolini e per il partito è stata una bella vittoria. (Brodolini morirà l’11 luglio per un regresso del cancro che lo divorava. Aveva 49 anni ndr) 8/12/08 - Quarta Puntata Sul 1° centenario della Breccia aperta a Porta Pia di Roma dalle cannonate savoiarde il 20 settembre 1870, le valutazioni di Nenni sul discorso ufficiale pronunciato dal presidente della Repubblica Saragat non furono propriamente positive, anzi. Nenni si soffermò successivamente su “L’eredità della Breccia di Porta Pia” in un discorso pubblico a Mantova l’8 novembre 1870, con toni alquanto diversi da quelli del Capo dello Stato, più “ingessato” nel suo altissimo ruolo istituzionale. Il testo integrale di ciò che disse il leader socialista a Mantova sarà da prossimamente pubblicato su questo sito. Oggi ci soffermiamo sulle impressioni nenniane a caldo sul messaggio saragatiano (ndr) 20 settembre 1970 Le celebrazioni del centenario di Porta Pia hanno scaldato poco la fantasia e il cuore dei romani. La cerimonia ufficiale è stata fredda e protocollare. Saragat, che trova spesso l’accento giusto, ha parlato a Montecitorio presenti deputati, senatori, consultori, costituenti, presidenti delle regioni e sindaci delle città decorate da medaglie d’oro, in forma distaccata,come di un evento in sé esaurito. Ha lasciato in ombra il fatto che il 20 settembre per il modo, il come e le conseguenze della fine del potere temporale del papa, confermò l’insuccesso della spinta rivoluzionaria del Risorgimento e la vittoria dei moderati. Saragat ha esaltato la Costituzione repubblicana, sorvolando sul fatto che è toccato a noi risolvere nel 1946 con l’avvento della Repubblica il problema rimasto aperto un secolo fa dalla Costituente e dal Patto Nazionale, vaticinato da Mazzini. Inoltre egli (Saragat,ndr) ha dato per risolta la contesa tra Stato e Chiesa che risolta non è ancora, anche se è significativa la presenza a Montecitorio e alla Breccia di Porta Pia del vicario di Roma cardinale Dell’Acqua. Si può anzi dire che lo zucchetto rosso del cardinale al centro delle maggiori autorità fosse la sola novità della cerimonia, il segno che cattolici e laici possono celebrare insieme il ritorno di Roma all’Italia. Ma ognuno col suo linguaggio: lo Stato il suo la Chiesa il suo. La sola nota di vivacità è stata data dalle piume dei bersaglieri, conventuti a Roma da tutta Italia. Come sempre le celebrazioni ufficiali rispettano la forma e umiliano lo spirito dei grandi avvenimenti. 21 settembre 1970 Alla lettura il discorso di Saragat celebrativo del 20 settembre è migliore che all’ascolto. Ma è sempre un discorso sbagliato con troppe concessioni al Vaticano e con un voluto oblio dell’umiliazione implicita nel modo e nel come avvenne la liberazione di Roma, “zitte, zitte, oche del Campidoglio…” Il sindaco di Roma di allora, il democristiano Clelio Darida, voleva che il presidente, per di più piemontese, diventasse, in occasione del Centenario della Breccia di Porta Pia, simbolicamente cittadino di Roma. “Poiché non è opportuno solitamente che una cittadinanza onoraria venga conferita da un organo istituzionale diviso – diceva Costantino Belluscio che di Saragat fu il segretario – nel libro intervista “Con Saragat al Quirinale”, Marsilio 2004, Darida consultò maggioranza e opposizione”. Il segretario della federazione romana del Pci Renzo Trivelli dapprima riferì di una risposta “non entusiastica”. Poi se la rimangiò perché da Botteghe Oscure arrivò lo stop all’iniziativa perché il presidente Saragat avrebbe dovuto ricevere il presidente degli Stati Uniti Richar Nixon (a Roma il 27 settembre). I comunisti volevano che non venisse ricevuto se gli americani non si fossero prima ritirati dal Vietnam. “Era una richiesta assurda – nota Belluscio – e ipocrita. O tipicamente comunista”. Darida correttamente, informò il Consiglio comunale rendendo pubblico quanto era avvenuto. (ndr)
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20/10/08 - Su segnalazione di Giovanni Lubrano vi proponiamo una documento rievocazione dei fatti di Via della Lungaretta del 25 ottobre 1867 Questo brano fa parte di una raccolta di corrispondenze del giornalista Ugo Pesci, inviato del Fanfulla di Firenze, e ripubblicate nel 1895. Di seguito riportiamo un brano che ricorda i patrioti caduti insieme a Giuditta Tavani Arquati. Roma, unita all’Italia, dal 22 al 25 ottobre 1870
“Il 22 ottobre 1870 Roma fu imbandierata per il terzo anniversario del disgraziato tentativo di rivoluzione del 1867: il 23, circa quattromila persone andarono a Villa Glori a visitare lo storico olivo sotto il quale Giovanni ed Enrico Cairoli compirono l’atto di eroismo eternato da Ercole Rosa nel bronzo e da Cesare Pascarella* nei suoi sonetti dialettali. * Villa Gloria, 1886 |
24/09/08 - Riceviamo da Giovanni Lubano, giornalista e scrittore, questo formidabile commento agli eventi verificatisi a Roma il 20 Settembre u.s, in occasione della Commemorazione della Breccia di Porta Pia. 24/9/08 - Storia e tromboni stonati Dopo 138 anni c’è ancora “chi” sostiene che il 20 settembre 1870, l’Italia di Vittorio Emanuele II compì un atto di forza illegittimo, facendo entrare (decisione ufficiale del governo di Giovanni Lanza) le truppe guidate dal gen. Raffele Cadorna, affiancato nel comando dai garibaldini generali Nino Bixio e Enrico Cosenz, nella “città eterna” dalla breccia che a pochi metri dalla porta Pia, in direzione via “Salara”, fu aperta da 835 colpi di cannone sparati dall’artiglieria sabauda dalle ore 5 e mezza alle 9.00 del mattino. Ora, se quel “chi” assume le sembianze e le vesti di qualche prete (o sedicente tale) esaltato nihil obstat: di matti, innocui e pericolosi, ce ne sono in giro tanti, forse troppi ma tant’è. Uno, in più o meno, che altri danni può fare in una Italia attuale così densa di problemi? Nessuno, esattamente come quelle brave persone che, ogni 21 gennaio, si recano in S.Lorenzo in Lucina per sentir messa in memoria di Louis Capeto, già Luigi XVI re di Francia, decapitato appunto il 21 gennaio 1793 a Parigi in place de la Révolution, oggi più serenamente chiamata place de la Concorde. In genere a tale mesta cerimonia partecipano altrettanto mesti e antidiluviani esponenti della più antica e blasonata “nobiltà” romana, quella detta “nera”, sepolcri imbiancati della migliore qualità. Non danno fastidio a nessuno, nessuno li sbeffeggia o prende a pernacchie quando fanno il loro ingresso in chiesa. Se invece quel “chi” indossa i panni di generale dell’ex regio Esercito, oggi Esercito della Repubblica, allora la questione diventa istituzionalmente gravissima. E se quel “chi” è in più consigliere comunale a Roma e delegato del sindaco per la memoria della città, ed è dallo stesso primo cittadino incaricato di tenere una concione in occasione della manifestazione ufficiale capitolina davanti alla breccia di porta Pia, diventa dunque assolutamente inconcepibile che costui renda omaggio ai militi mercenari papalini leggendo, uno ad uno, i nomi dei 19 morti che, agli ordini di Pio IX, del cardinale Antonelli e del generale Kanzler cercarono di tenere testa ai bersaglieri e non citando alcuno dei 49 caduti (e 131 feriti) italiani. Cosa che si fa, di norma, in ogni celebrazione commemorativa di Soldati italiani. E, ad ogni nome, si risponde “Presente!” Questo “chi” ha in pratica reso onore ai nemici di quello Stato che dà ancora a lui la possibilità di fregiarsi della patacca di “militare della riserva”, con annessi e connessi. Ma dove l’hanno trovato un arnese del genere? Forse ha fatto testo - e merito – che dichiari di aver frequentato scuola media e liceo nella “scuola pontificia” Pio IX di via della Conciliazione in Roma? Ai posteri… Questo “chi” – ironia della sorte – è curatore del museo storico dei Granatieri di Sardegna, una istituzione militare tipicamente veterosavoiarda e, in tale veste, esalta i nemici dei Savoia e stende una pietra tombale senza nome su quei 49 Figli d’Italia che, a prezzo del loro sangue, liberando Roma dal dominio assolutistico e reazionario del papa re, completarono l’Unità. Un bel campione, non vi è dubbio! Concludendo, questo ufficiale si è reso reo di vilipendio alle istituzioni seguenti:
P.Q.M., signor ministro della Difesa: che aspetta a degradare un siffatto ufficiale? P.Q.M., signor sindaco di Roma, che aspetta a rimuoverlo dal suo incarico? P.Q.M., amici dell’associazionismo laico: che aspettiamo ad occuparci di questioni rilevanti come la Storia e l’identità nazionale? Più attenzione politica: il 20 settembre è ogni giorno della nostra vita. Giovanni Lubrano di Scorpaniello 1° p.s. Ai nostalgici del buonismo ecclesiale, occorre ricordare che ai familiari de “l’Uomo della Provvidenza”, la moglie Rachele e i figli più piccoli Anna Maria e Romano, negli ultimi drammatici istanti della vita sua e della Rsi, gli alberghi “de li preti” non offrirono né accoglienza, né assistenza… 2° p.s. Il delegato dei bersaglieri sostiene che “non è vero che non sono stati ricordati i bersaglieri” (Corriere della Sera , cronaca di Roma, 22.8.08). E’ la classica smentita, peraltro non ufficiale, che conferma quanto scritto sui maggiori quotidiani nazionali che hanno dedicato le prime pagine allo sgradevolissimo episodio. 3° p.s. Ai servi sciocchi del Presidente del Consiglio, quelli che scrivono nel “Geniale”* del 21.8.08 “e ora si occuperanno di Orazi e Curiazi”, ammesso che sappiano chi erano gli Orazi e i Curiazi (sempre noi pronti a raccontargliela, quella storia, ma il guanto di sfida non sarà raccolto…) è necessario ricordare a loro che sostengono che “un Paese con il collo girato sempre indietro rischia di impantanarsi”, che il padrone alimentò la sua prima campagna elettorale e il periodo 1996-2001 in cui fu all’opposizione, distribuendo a piene mani (e guadagnandoci su un sacco di soldi perché proprietario della Mondadori) e facendo vendere un sacco di copie del volume “Il libro nero del comunismo”… E che, con tutti i suoi torti, Stalin non si sarebbe mai sognato di “omaggiare” i nazisti invasori. Anche se prima ci aveva trescato. Amen. G.L.d.S. * è il Giornale |
10/03/08 - Riceviamo da Gianni Lubrano e volentieri pubblichiamo Intervento svolto al convegno “La partecipazione dei socialisti alla Resistenza romana”, dibattito organizzato dal Circolo Craxi, presso la sezione socialista di via dei Ramni, Roma-San Lorenzo il 3 marzo 2008 La strage di via Rasella e il massacro delle Fosse Ardeatine
Quando si parla della strage di via Rasella e del massacro delle Fosse Ardeatine ci si trova di fronte ad un enorme, tremendo mosaico impastato di sangue, menzogne, disquisizioni giurisprudenziali, accaniti duelli – non molti per la verità – combattuti in aule di tribunali militari, civili, penali, fino alla suprema Corte di Cassazione; di fiancheggiatori ben retribuiti, con soldi e ottime carriere politiche, universitarie…, delle verità a senso unico o, quantomeno, a favore di una parte esclusiva, di sparizione di persone. In tal caso, o mediante un ben mirato linciaggio fisico, durato oltre tre ore, come avvenne il 18 settembre 1944 al dott. Donato Carretta, già direttore del carcere di Regina Coeli all’epoca dei tristemente noti fatti, e prima ancora dell’istituto di pena di Civitavecchia; oppure tramite le troppo affrettate fucilazioni, avvenute peraltro dopo sommari, molto sommari processi come quello dell’ex questore di Roma Pietro Caruso, e di Pietro Koch, capo di una banda fascista specializzata, nei nove mesi dell’occupazione tedesca di Roma, chissà per ordine di chi, nella caccia e cattura “solo” dei partigiani militanti del Partito d’Azione di Giustizia e Libertà, come ricorda Guido Leto, uno dei massimi dirigenti dell’Ovra poi riciclatosi nel ministero dell’Interno dell’Italia repubblicana, nel suo libro di memorie. In una parola: la “nuova giustizia popolare” tappò la bocca a testimoni estremamente importanti come Carretta, Caruso e Koch, impedendo così oggettivamente di approfondire e chiarire i tanti misteri sulla compilazione delle famose liste dei condannati al boia, preparate in via Tasso e a Regina Coeli. Essa mette pertanto, tragicamente e rapidissimamente, la mordacchia a chi avrebbe potuto rivelare i particolari di quelle drammatiche ore che, probabilmente, sarebbero stati quanto mai imbarazzanti soprattutto per coloro che avevano architettato e fatto eseguire la prima strage in via Rasella, alle ore 15.52 del 23 marzo 1944, altezza del civico 156. Qui saltano in aria 33 militari altoatesini della 11° Compagnia del 3° Battaglione del Reggimento Bozen, destinata a servizi ausiliari e di guardia al ministero dell’Interno. Altri dieci soldati – non dichiarati da Kappler altrimenti alle Fosse Ardeatine ce ne sarebbero stati altri 100 di scannati – moriranno nei giorni successivi.
Sono tre i motivi ricorrenti nella “vulgata” (come ebbe a definirla il mai abbastanza compianto prof. Renzo De Felice) pseudo-resistenziale:
Osserviamo che la questione della rappresaglia non è una novità: non è questione “codificata” però è praticata da quando esistono le guerre. Tutti gli eserciti vi hanno sempre fatto ricorso, dai Romani, ai tedeschi, italiani, francesi in Algeria, americani nel Viet Nam (e prima il generale Patton in Sicilia), sovietici in Afghanistan, iracheni di Saddam Hussein che hanno gasato i curdi. Tra l’altro, a Roma c’era già stato un precedente. Lo ricorda l’avvocato Giuliano Vassalli che, in una deposizione resa al Gip di Roma il 22 settembre 1997, afferma: “A Roma vi furono molti attentati contro i tedeschi, già prima di via Rasella, tra i quali uno a piazza dei Mirti, nell’ottobre 1943: per l’uccisione di un soldato tedesco, furono fucilati dieci civili per rappresaglia”. Tale è la testimonianza, molto autorevole, del presidente emerito della Corte Costituzionale, al tempo dei fatti membro dell’organizzazione militare Partito Socialista Italiano, capo del quarto settore e poi della quarta zona, Roma Centro. Per cui la rappresaglia dieci ad uno era nota, fin dall’ottobre 1943, alle varie formazioni partigiane romane.
Per quanto concerne le vittime civili, esse ci furono. A cominciare dal piccolo Piero Zuccheretti, di 13 anni, tagliato a pezzi dalla tremenda esplosione: i piedi non furono mai trovati. Gli altri furono, Fiammetta Baglioni, Pasquale Di Marco, Adele Ricci, Franco Scagnetti, Enrico Conti, Erminio Rossitto, Antonio Chiaretti. Chiaretti, dipendente della Teti, era partigiano di Bandiera Rossa, la componente patriottica più numerosa di Roma. Cosa ci faceva in via Rasella?
Mandanti ed esecutori della prima strage in via Rasella
Comandante delle brigate Garibaldi per Roma e per l’Italia centrale è in quel momento l’esponente di spicco del Pci Giorgio Amendola. Che a Roma fa la bella vita, come ricorda nelle sue memorie riassunte nel libro “Lettere a Milano” del 1974. Dall’ottobre ’43 è in atto una divergenza radicale tra Roma e l’organizzazione comunista milanese, governata dai “duri e puri” Luigi Longo e Pietro Secchia. Milano accusa i romani di “attesismo”, di non passare mai all’azione terroristica. Amendola sa di essere in difficoltà e deve quindi darsi da fare. Come giorno sceglie il 23 marzo, 25° anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento (Milano, piazza Sansepolcro, 23 marzo 1919). Il piano originale prevede che l’attentato avvenga in piazza Cavour, all’uscita dei fascisti dal cinema Adriano, dove si sarebbe svolta la manifestazione commemorativa. Ma i tedeschi hanno vietato che si svolga lì perché la zona è difficilmente difendibile.
Amendola concepisce la subordinata: via Rasella. Poiché abita all’ultimo piano di una casa in piazza di Spagna, angolo via Frattina, ha notato che ogni giorno, nel primo pomeriggio, “passava per piazza di Spagna, per proseguire in via Rasella, via delle Quattro Fontane, via XX Settembre, un plotone di gendarmi tedeschi che andava a montare la guardia”. Allora passa l’ordine a Antonio Cicalini, vecchio cominternista, responsabile delle attività comuniste riservate, ossia eliminare fisicamente i dissidenti dal credo staliniano. Da Cicalini l’ordine viene trasmesso a Carlo Salinari, capo dei gap romani, e al suo vice Franco Calamandrei.
Salinari aveva sostituito Antonello Trombadori, arrestato nel febbraio ’44 e detenuto a Regina Coeli ma provvidenzialmente ricoverato in infermeria grazie alle premure del medico del carcere, il dott. Alfredo Monaco. Monaco aveva già aiutato Sandro Pertini e Giuseppe Saragat ad evadere nel gennaio ’44. Tale formidabile circostanza casuale impedirà che Trombadori finisca nel tritacarne delle Fosse Ardeatine. Non sarà così fortunato un compagno di base, come il prof. Gioacchino Gesmundo. Forse perché più di qualche “amico” che era andato a trovarlo aveva notato nel suo studio, accanto ai ritratti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, anche quello di Trotsky?
Lo squadrone dei gappisti, che eseguiranno le operazioni che porteranno al botto di via Rasella, è composto da: Carlo Salinari, Franco Calamandrei, Antonio Cicalini, Carla Capponi, Pasquale Balsamo, Rosario Bentivegna, Guglielmo Blasi, Giulio Costini, Laura Garroni Cortini, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Mario Fiorentini, Marisa Musu, Duilio Grigioni, Antonio Rezza, Silvio Serra, Fernando Vitagliano. Più sfumato, ma non per questo meno utile, il ruolo di Alfio Marchini e Giulio Rivabene.
Grazie ad una lettera di Amendola a Leone Cattani, esponente del Pli nel Cln, rinvenuta dal prof. De Felice nell’archivio Cattani, documento del 12 ottobre 1964, sappiamo che Amendola si è sempre assunto, in diverse sedi, la paternità piena e responsabile dell’attentato in via Rasella. Operazione che controllò di persona, a pochi passi dal luogo della “missione”. Tanto è vero che alle ore 16.oo del 23 marzo aveva un appuntamento con Alcide De Gasperi, che faceva la Resistenza nel palazzo di Propaganda Fidae di piazza di Spagna, di proprietà vaticana. Aggiunge che De Gasperi, che aveva sentito l’esplosione, gli chiese cosa significasse. Alla scontata negazione di Amendola, De Gasperi sorridente e ammirativo se ne uscì con: “non state mai fermi, voi comunisti. Una ne pensate e cento ne fate”.
L’attentato
La bomba fu preparata dai gappisti nella notte tra il 22 e il 23 marzo e nella mattina di quello stesso giorno. Il tritolo, 12 kg, era stato fornito dal Centro militare clandestino (che formalmente dipendeva dal governo Badoglio di Brindisi), il cui comandante romano, colonnello Giuseppe Lanza di Montezemolo (nome di battaglia ing. Giuseppe Cateratto) era agli arresti e sotto tortura in via Tasso dal 25 gennaio. Montezemolo, il 10 dicembre ’43, in un documento, aveva impartito direttive precise ai comandanti dalle formazioni partigiane: imponeva “che nelle grandi città come Roma si evitassero attentati e agguati per la gravità delle conseguenze possibili”.
Il carrettino per l’immondizia, nel quale fu infilato l’ordigno, venne rubato dal Falcioni nel deposito comunale del Colosseo. La divisa da netturbino indossata da Bentivegna fu procurata da un compagno che lavorava nell’azienda della nettezza urbana. L’esplosivo fu sistemato in una cassetta di ferro proveniente dalle officine della romanagas. Ad esso furono aggiunti alcuni chili di spezzoni di ferro per rendere più micidiali gli effetti della deflagrazione. Alle 15.52 Bentivegna accese la miccia: l’arrivo della colonna dei militari, che sale dal Traforo, gli è stato segnalato da Blasi. La bomba esplode.
La rappresaglia: chi e perché fu spedito al boia
Alle Fosse Ardeatine vengono macellate 335 persone, 5 in più del terribile rapporto 1 a 10: 33 sono i morti tedeschi, 330 dovrebbero essere giustiziati. 171 di questi hanno un ben preciso identikit politico e militare: 68 sono partigiani di Bandiera Rossa, un gruppo che il Pci bollava sprezzantemente come fascisti in quanto trotzkisti. E si sa quali siano stati i metodi di Stalin per liquidare “il compagno di Lenin” e i suoi seguaci. 52 sono del Partito d’Azione: tra cui il prof. Pilo Albertelli. 30 sono del Centro militare clandestino, tra cui Lanza di Montezemolo e gli Ufficiali dei Regi Carabinieri Aversa e Frignani (quelli che per ordine del re avevano arrestato Mussolini a villa Savoia, nel pomeriggio di domenica 25 luglio 1943). 21 sono partigiani socialisti e di Giustizia e Libertà. Tra i rimanenti 164 ci sono 75 romani ebrei, catturati solo per la loro etnia; Aldo Finzi, già uomo di governo del primo gabinetto Mussolini, implicato nel delitto del deputato socialista Giacomo Matteotti, da tempo vicino ai partigiani. E detenuti comuni, anche un ladro di cavalli.
Vi fu una gelida regia che orientò e guidò le mani di chi preparò le liste degli sventurati?
Gli autori materiali della prima strage di via Rasella hanno sempre negato di conoscere chi e quanti fossero nelle prigioni romane, pur ammettendo di aver conosciuto qualche esponente di Bandiera Rossa. Ed è, questa, una ipotesi credibile, tenuto conto dei “due livelli” del Pci. Il partito comunista di allora (e anche dopo) era infatti una organizzazione dalla disciplina ferrea, che si muoveva, per ragioni di sicurezza, a compartimenti stagni: i capi, che erano al corrente di tutto, ordinavano dall’alto le punizioni; i gregari, comprimari di sperimentata abilità omicida, eseguivano senza fiatare, pena la loro stessa vita, e uccidevano.
L’atto di guerra in via Rasella e i suoi effetti – ha scritto Massimo Caprara in “Pci, la Storia dimenticata” – si svolgono in una situazione eccezionale, anomala che tragicamente non sfavorisce i comunisti. Essi non costituiscono la maggioranza dei detenuti politici anzi, proprio in quell’amaro frangente, sono una minoranza che l’ex segretario di Palmiro Togliatti, più volte deputato e poi fondatore del “manifesto”, definisce inconsueta. Né hanno lasciato in mano nemica qualcuno dei gradi più esposti, meglio preparati, “più limpidamente votati alla consapevolezza marxista”. Alcuni medici carcerari, vicini alla resistenza comunista, avevano dato esatto conto a Cicalini(che, ricordiamolo, riferiva solo ad Amendola) della situazione numerica dei detenuti politici, tutta a svantaggio di appartenenti a formazioni ferocemente odiate dai comunisti: azionisti del P.d’A. di ascendenza di Carlo e Nello Rosselli – i contrasti risalivano alla guerra di Spagna – perciò vecchi avversari del pci-pcus che si esprimeva nel Comintern.
E frange variamente accomunate dal Pci nella dizione spregiativa di fascisti trotzkisti. Una occasione talmente redditizia per i calcoli persecutori staliniani da non sfuggire certo all’accorta contabilità di profitti e perdite di un funzionario di alta scuola moscovita come Antonio Cicalini. Non a caso egli era denominato “mago” per la competenza e freddezza nell’imbastire, e portare a termine, operazioni a rischio.
Un intreccio depravato si annoda tragicamente nel momento in cui la direzione del carcere di Regina Coeli, questura di Roma, la polizia politica italiana, l’Ovra, collaboratori, informatori, degli uffici polizieschi italiani e tedeschi, civili e militari, vengono impegnati a vari gradi per compilare, mercanteggiare (l’ufficiale SS Dollmann ne sa qualcosa…), correggere freneticamente le liste sollecitate dai nazisti. Sono i condannati a morte che l’odio, il fanatismo, la vendetta, mescolandosi, trascinano nel buio della notte fonda delle Fosse Ardeatine.
Tra il 23 e il 24 marzo, furono due (e non uno) gli ordini che erano stati eseguiti.
Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
23/09/07 - Per un XX Settembre che duri tutto l'anno. Pubblichiamo a puntate, a partire da oggi, un bel lavoro di ricerca storica cortesemente messo a nostra disposizione da Giovanni Lubrano, giornalista e scrittore laico della cui amizizia ci onoriamo. La serie ha come titolo "Alla rinfrescata muoveremo" e si concluderà con l' assassinio della patriota romana Giuditta Tavani Arquati, dei suoi figli e degli altri patrioti ad opera degli zuavi di Pio IX, il papa assassino di italiani beatificato nell' anno 2000 da Giovanni Paolo II 1° Puntata 2° Puntata Nel febbraio del ’67 Bettino Ricasoli ha sciolto la Camera: i democratici sperano in un futuro governo di sinistra. Garibaldi si lancia generosamente nella battaglia elettorale. A Firenze, Bologna, Ferrara, Venezia, in Veneto, Lombardia, Piemonte, i suoi discorsi battono sempre sulla “questione romana”. Ma qual è la situazione a Roma? Qui ci sono due comitati clandestini: il Comitato nazionale dei moderati e il Centro di insurrezione repubblicano. Naturalmente, sono in contrasto tra loro. I repubblicani sono per l’insurrezione in città, gli altri frenano. I repubblicani si appellano a Garibaldi perché assuma la direzione dei moti popolari e della guerra di volontari per la liberazione di Roma. E a farsi appoggiare da un comitato di emigrati romani. Garibaldi, il 22 marzo, accetta l’incarico. Il 1° aprile il Centro di insurrezione diffonde nello Stato pontificio un proclama eccitante alla rivolta ed emette dei buoni a prestito, formalmente per aiutare la popolazione bisognosa, in realtà si tratta di una misura mirante a raccogliere denaro per la vicina lotta. La situazione è talmente in movimento che il Comitato romano dei moderati decide di fondersi con quello repubblicano. Nasce la Giunta nazionale e romana che riunisce i Patrioti di tutte le tendenze col solo, immediato scopo di provocare l’insurrezione a Roma. 3° Puntata . Doccia fredda elettorale: vince Rattazzi, l’uomo di Aspromonte che con la sua politica ha illuso per troppo tempo Garibaldi, fino al punto di fargli sparare addosso dalle regie truppe sugli altipiani di Calabria. Rattazzi, di fronte a quanto si muove per Roma, non si smentirà. Per le proteste di Napoleone III, allarmato dalla piega che stanno prendendo gli eventi, il capo del governo assicura il francese che la Convenzione del ’64 sarà rispettata. E spedisce Crispi da Garibaldi, per calmarlo. L’agitazione per Roma sembra attenuarsi. Ma Garibaldi insiste nella sua propaganda. Afferma a Siena: “Alla rinfrescata, muoveremo!” Spedisce a Roma il bergamasco Francesco Cucchi per dirigere il movimento popolare; il figlio Menotti nel Mezzogiorno per iniziare l’arruolamento dei volontari, e Giovanni Acerbi alla frontiera tosco-umbra perché raccolga i giovani che affluiscono dal nord. A Ginevra (congresso della Lega della Pace e della Libertà) Garibaldi rilancia con veemenza il tema della questione romana e, tornato in Italia, dichiara che si muoverà a sostegno degli insorti: la Giunta nazionale lo aveva assicurato che, qualora fossero giunti denaro e armi, l’insurrezione non sarebbe mancata. Rattazzi cerca di convincere il Generale a tornarsene a Caprera, ma Garibaldi da quell’orecchio non ci sente; è convinto che quanto più i romani vedranno come certo l’aiuto in caso di insurrezione, tanto più saranno spinti ad agire. Rimanda Cucchi a Roma, Menotti a Terni, Acerbi a Orvieto e Nicotera verso Frosinone. Lo scopo del movimento è, secondo le intenzioni di Garibaldi, di rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano libero sulle proprie condizioni di plebiscito. 4° Puntata Garibaldi le cose le organizza in modo che lo sforzo bellico si sviluppi con azione concentrica con epicentro il Lazio settentrionale. Teme – e ha ragione – di essere arrestato. Il che puntualmente avviene a Sinalunga, nel senese. Riesce però, a Pistoia, mentre lo stanno trasferendo nella fortezza di Alessandria, a passare al fidato Vecchio un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle intenzioni, romani e Italiani…” 5° Puntata Rattazzi, vista la piega che hanno preso gli eventi, tenta di correre ai ripari:crea una legione romana con sudditi del territorio pontificio e ne affida il comando a un certo Ghirelli, al quale fa arrivare denaro tramite Crispi. E’ un tentativo maldestro di partecipare, in qualche modo, alla eventuale presa di Roma. Il Ghirelli non vuole però sottostare ad alcuna autorità e agisce in modo così scorretto e disonesto da far persino sospettare di essere un agente provocatore governativo con l’incarico di screditare tutti i volontari. Garibaldi riesce ad “evadere” da Caprera, grazie alla paranza di Stefano Canzio: non si fida più della mediazione di Crispi tra lui e Rattazzi, e vuole partecipare direttamente alla lotta. L’Eroe e Canzio sbarcano il 19 a Vada e il 20 ottobre sono a Firenze, accolti con entusiasmo. Ma, il 17 ottobre, il governo francese ha deciso di intervenire a Roma poiché quello italiano è impotente ad impedire l’invasione del territorio pontificio. Rattazzi si dimette il 19 di fronte alla minaccia francese. Intanto “il re galantuomo” Vittorio Emanuele II promette a Napoleone III che l’esercito italiano non sarebbe intervenuto a Roma. Il 22 ottobre, il generale Cialdini cui il Savoia ha conferito l’incarico di formare il nuovo ministero (non ce la farà… ), tenta di convincere Garibaldi a desistere dall’azione ma il Generale è inflessibile e dichiara: “Redimere l’Italia o morire”. E, in un successivo proclama, in cui scrive che già a Roma i fratelli innalzano barricate e dalla sera prima si battono contro gli sgherri papali, così conclude: “L’Italia spera da noi che ognuno faccia il proprio dovere”. Purtroppo Garibaldi non è bene informato sui fatti reali. 6° Puntata. In quello stesso 22 ottobre a Roma dovrebbe essere effettivamente scoppiata l’insurrezione che il Cucchi preparava da tempo. Circolano notizie false o esagerate: che Roma è piena di barricate, che l’insurrezione trionfa, che la popolazione si batte da due giorni. Ma non è così: troppo complessa si presenta l’azione e troppo se ne è parlato. La polizia è ormai da tempo in stato d’allarme. Tuttavia i Patrioti ci provano: una grossa schiera, quella di Cucchi, deve assalire il Campidoglio; un’altra attaccare il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni, con 100 uomini, prova a forzare Porta San Paolo e introdurre in città un carico d’armi e distribuirle; il muratore Giuseppe Monti deve minare la caserma Serristori. Francesco Zoffetti e altri sette cannonieri tentano di inchiodare le artiglierie di Castel Sant’Angelo così che non possano funzionare. Inoltre i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli(che però non agivano in accordo con il Comitato romano) devono scendere lungo il Tevere con 75 compagni fino a Ripetta con un carico di armi. Nel frattempo il generale Zappi, governatore di Roma, fa murare sei delle dodici porte della città. Tutti i tentativi falliscono: Guerzoni, che invece di 100 compagni se ne trova accanto solo sette, viene sorpreso e assalito da zuavi, gendarmi e dragoni pontifici e, dopo breve lotta, abbandona al nemico il carico d’armi. Pure l’assalto al Campidoglio si trasforma in un insuccesso e quello a Piazza Colonna, dispersi i congiurati prima dell’ora fissata, non poteva nemmeno essere tentata. 7° Puntata. La caserma Serristori, minata dai due muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati dagli ex emigrati Ansiglioni e Silvestri, rimane rovinata in parte e l’esplosione provoca vari feriti. Ma il grosso degli zuavi era già uscito per correre contro la colonna di Guerzoni. I Cairoli, del cui arrivo né Cucchi né altri erano stati avvertiti , giunti in ritirata all’altezza del ponte Milvio e avvertiti della difficoltà della sollevazione, si nascondono tra i canneti della riva; all’alba si avviano verso Villa Glori. Nel pomeriggio del 23 ottobre la schiera è assalita da un nemico triplo di numero. Giovanni Cairoli è crivellato da ben dieci ferite, il fratello Enrico colpito a morte. Gli altri valorosi, che si sono difesi strenuamente, sono uccisi, o feriti, o fatti prigionieri. 8° Puntata. Un ultimo episodio si avrà il 25 ottobre alla Lungaretta ed era il solo che valeva a salvare l’onore del popolo romano. Nel lanificio Ajani un gruppo di ardenti repubblicani sta preparando cartucce. All’avanzare dei gendarmi pontifici, pare che partisse per errore un colpo d’arma da fuoco e allora i papalini assaltarono l’edificio. Li accoglie una resistenza accanita. Anima di essa sono i Patrioti Francesco Arquati con l’eroica moglie Giuditta Tavani Arquati e i tre figli. I pontifici riescono peraltro a penetrare nel lanificio ma i pochi difensori, rincuorati dall’eroina, continuano a resistere. Alla fine, più che mai inferociti, riescono a passare e cadono massacrati l’Arquati, Giuditta, i tre figli e altri quattro Patrioti. Fine Giovanni Lubrano di Scorpaniello - www.nogod.it . |
1/2/07 - Toponomastica e affaire Welby I gruppi consiliari capitolini di maggioranza hanno chiesto al Sindaco Walter Veltroni di dedicare a Piergiorgio Welby la piazza che confina con quella che si chiama Piazza Don Bosco, cioè il giardino dove si sono svolti i funerali. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
23/01/07 - E’ la Costituzione della Repubblica italiana immutabile ? No, solo la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale. E’ tempo o no, a 59 anni dalla sua entrata in vigore, di operare robuste modifiche a quell’antico impianto costituzionale? Il mondo sta correndo talmente veloce che è difficile stargli dietro. Anche i sepolcri vanno re-imbiancati. Fino a oggi si è proceduto col sistema che i carrozzieri chiamano romanella, una rapida passata di vernice e la macchina sembra nuova. Qualche riformetta elettorale tesa a favorire questa o quella maggioranza parlamentare. Lenin avrebbe detto “che fare?” Senza pensare ad un assalto al Palazzo di Inverno, occorre procedere al più presto con l’elezione di una nuova Assemblea Costituente. Impossibile? E perché? Certo, se si aspettano i comodi di una classe politica che, salvo rarissimi casi, è tutta tesa a tutelare gli interessi di casta, allora non si va da nessuna parte. Ma se il vasto mondo dell’associazionismo laico provasse a organizzarsi in una grande mobilitazione democratica e popolare che mirasse ad eleggere la nuova Costituente… Ambizione eccessiva? Forse si , ma se ci si perde solo nelle piccolezze (a qualcuno pizzica la coda se si parla di Stazione Termini e piatti d'oro serviti all'opposizione filopapista?) si perdono di mira i grandi obiettivi. E si corre il rischio di fare il gioco di chi nulla vuole cambiare. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
20/12/06 - Corsi e ricorsi : il caso Welby e l'affaire Moro. Piergiorgio Welby ha paragonato la sua sofferenza a quella di Aldo Moro, prigioniero dei brigatisti rossi. Certo i contesti sono diversi: Moro, nei limiti dello stato di detenzione, lo trova per uscire vivo da quella terribile esperienza che poi si concluse tragicamente. Welby pone il problema, non solo umano ma essenzialmente politico, di poter mettere la parola fine alla sua esistenza. |
14/12/06 - Lettera al Sindaco di Roma per sollecitare un'adeguata celebrazione nel centenario della storica Giunta Nathan On. Dott. Walter Veltroni Signor Sindaco, il 10 novembre 1907, una coalizione politica che si identificava in un programma laico e riformista, più nota come “blocco” e composta da liberali, socialisti, repubblicani e radicali, vinse le elezioni amministrative a Roma, esprimendo come Sindaco Ernesto Nathan. Un’esperienza che durò fino al 1913. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
1/12/06 - Domenica 3 e lunedì 4 dicembre sulla rete 1 della Rai andrà in onda la fiction la Contessa di Castiglione che sarà interpretata da Francesca Dellera insieme a Sergio Rubini e Jeanne Moreau. Virginia Oldoini: i suoi vent’anni dedicati alla realpolitik “Riuscite, cara cugina, usate i mezzi che vi pare, ma riuscite”. Chi esorta è Camillo Benso conte di Cavour; la cugina è una splendida donna di vent’anni, la fiorentina marchesina Virginia Oldoini, sposata, dopo lungo corteggiamento, mal sopportato da lei, col conte piemontese Francesco Verais di Castiglione. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
30/11/06 - Guerre d' aggressione. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
27/11/06 - Verso il centenario del Nobel per la letteratura a Giosuè CarducciIl 10 dicembre 2006 ricorrerà il centenario del conferimento del premio Nobel per la Letteratura a Giosuè Carducci, deliberato dall’Accademia di Svezia il 24 settembre 1906. Fu il primo italiano di una non numerosa schiera di pensatori e scienziati. Fu dato merito a Carducci di avere sempre perseguito, in ogni aspetto della sua sterminata produzione intellettuale, l’ideale della nuova Italia, forte, rispettata e libera. |
6/11/06 - Garibaldi: verso il doppio centenario della nascita di una grande laico italiano“Nacqui il 4 luglio in Nizza Marittima , verso il fondo del porto Olimpio in una casa sulla sponda del mare” : Così l’eroe dei due mondi nelle sue memorie. “Romani, insorgete contro i preti!”. Firmato Giuseppe GaribaldiPrima della battaglia di Mentana (3 novembre 1867), Giuseppe Garibaldi, arrestato per la seconda volta in cinque anni per decisione del primo ministro Urbano Rattazzi che, a sua volta pensava di disobbligarsi con Napoleone III, grazie ai buoni uffici del quale il Veneto era stato “girato” all’Italia tramite la Francia, e grazie al quale il viscido traditore degli italiani, Mastai Ferretti, si reggeva sul traballante trono di papa-re, nel passare da Pistoia in stato di arresto, affidò a persona devota un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni : i preti. Gli italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle risoluzioni, romani e italiani.” (G.L.d.S.) Testo consultato : Piero Pieri ,Storia militare del Risorgimento, Einaudi, 1962 |
24/10/06 - Cosa resta dell’eredità politica di Giuditta Tavani Arqati? Nei 139 anni intercorsi dal 25 ottobre 1867 siamo sicuri che i diritti di libertà abbiano compiuti passi decisamente in avanti nel nostro Paese? Siamo convinti che il potere reale del papa-re sia stato definitivamente sconfitto e con esso tutti i gravissimi errori che partono dal 29 febbraio 1929, poi confermati nello sciagurato articolo 7 della Costituzione repubblicana e nel nuovo concordato del 1985? Giovanni Lubrano di Scorpaniello Qui maggiori informazioni sull' Associazione e sul martirio di Giuditta Tvanai Arquati LEGGI |
22/10/06 - Una martire laica. Ricordare una straordinaria figura di donna caduta per la libertà di Roma dall’ormai agonizzante regno temporal-secolare del papa-re, non serve solo a dare risalto al giorno, il 25 ottobre del 1867, in cui Giuditta Tavani Arquati fu uccisa, ma soprattutto al fatto che Giuditta fu, e per certi versi resta, il vessillo di una parte, minoritaria ma presente, della popolazione romana ansiosa di liberarsi dall’ormai cadaverico regno di Pio IX. Una monarchia assolutista, sanguinaria, feroce con gli ebrei, che si reggeva soltanto perché così voleva Napoleone III, imperatore di Francia. Gli chassepots d’oltralpe erano riusciti a sconfiggere Garibaldi a Mentana e, il governo del neo regno d’Italia, dopo le sconfitte patite in mare a Lissa e in terra a Custoza, non era nelle condizioni migliori per tentare il colpo grosso di entrare a Roma. Il Veneto era stato appena passato dall’Austria alla Francia e da questa all’Italia. Tutto sommato, l’imperatore francese in quel momento era un buon amico dell’Italia ma teneva incollata la mano sul Vaticano. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
29/09/06 - Il vizio del perdonismoEgo me absolvo. E così sia. E’ la logica tutta cattolica impostata sul “perdonismo”, per giustificare i peggiori crimini perpetrati dai macellai dell’umanità. Alla quale si è ispirato il presidente della Repubblica nella sua visita del 26 settembre in Ungheria. Alla faccia di quanti pensano alla necessità di riformare lo Stato italiano in moderna entità laica, Napolitano non fa che confermare di essere uno dei mejo Togliatti-boys, bene attenti al messaggio del padre-padrone del glorioso PCI, quando nel 1947, rompendo il patto d’unità d’azione con Nenni, fece votare (e ingoiare ad alcuni, pochi per la verità) ai deputati costituenti PCI, l’articolo 7 della Costituzione. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
26/09/06 - Una riflessione sui fatti di Ungheria I grandi vecchi del glorioso PCI, Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao e Armando Cossutta, hanno rievocato i fatti di Ungheria dell’ottobre-novembre ’56. Il primo saltando abilmente il fosso delle proprie responsabilità ha detto che “sull’Ungheria Nenni aveva ragione”. Il secondo, all’epoca dei fatti direttore dell’Unità, ha affermato di aver commesso sull’Ungheria il più grosso errore politico della sua vita. Per ultimo ha fatto sentire la sua voce Cossutta che si è dichiarato “comunista non pentito” e assolutamente favorevole alle decisioni togliattiane sull’Ungheria. Tutti e tre facevano parte della direzione del PCI a capo del quale c’era Palmiro Togliatti “il Migliore”. Giovanni Lubrano di Scorpaniello |
12/09/06 |