Lettera
aperta al Papa di Roma
Egregio Pontefice
romano Giovanni Paolo II,
da diverso tempo e incessantemente Lei alza la sua voce nel deserto
continentale per rivendicare la necessità di un cenno (almeno
di un cenno) alle radici cristiane della nostra civiltà nel discorso
della nuova Carta costitutiva dell'Europa del terzo millennio. Nessuno
le risponde, se non con qualche vago, incomprensibile, ma negativo gargarismo.
E tutti noi europei, non siamo messi in grado di capire che cosa sia
giusto fare, a prescindere dall'essere cristiani e nonostante l'essere
cristiani Cercherò di farlo io, come europeo responsabile,
assumendo, cioè, l'unica identità concepibile per un umanista
europeo: quella di saper rispondere del proprio essere europei.
Il mio punto di vista e il senso del mio discorso provengono da antenati
che lei conosce benissimo: si chiamano Epicuro e Lucrezio, Averroè
e Federico II (ai quali una leggenda medioevale attribuiva l'ispirazione
del clandestino Tractatus de Tribus Impostoribus e cioè,
come lei ben ricorda, Mosè Cristo e Maometto), Bruno il bruciato
e il mansueto Bento Spinosa, l'illuminismo rivoluzionario, Marx e Nietzsche.
Sto parlando dell'ateismo europeo militante contro la natura e l'esistenza
degli dèi, e, definitivamente e a lungo, dei tre dii monoteisti
mediterranei.
Veniamo a noi, allora. La storia dell'Europa, soprattutto di quella
occidentale e centrale, non ha come radice, tra le tante altre, il cristianesimo,
ammesso che valga la pena usare il modello delle radici. La storia dell'Occidente
è fatta dalla lotta dello spirito autonomo e emancipato, dalla
filosofia della libertà dell'umano contro qualsiasi tirannia,
compresa quella più assurda: il timore di cò che non c'è,
degli spettri-divinità. E quindi, se il cristianesimo è
un elemento importante della nostra storia lo è anche la storia
del laicismo come lotta del pensiero forte per sbarazzarsi del vincolo
religioso-teistico e del suo massimo laccio: quello monoteistico e istituzionale
(l'ecclesia sovrana e inquisitora). Sia il pensiero ateo che quello
eretico interno al cristianesimo e oppositore del carattere secolare
della Chiesa da Lei guidata, sono pensieri plurali e libertari, e sono
il partner del cristianesimo. La mia tesi è che uno dei
caratteri distintivi della civiltà ultra bimillenaria dell'Europa
è il suo divincolarsi e liberarsi dalla paura degli dèi
e del dio potentissimo e unico che li sostituì. Questo andrebbe
scritto nella Carta europea. Se non c'è nulla, invece, come di
fatto è, sul cristianesimo e la lotta anti-religiosa, le cose
stanno alla pari tra di noi: 0-0. Io credo che il mio ragionamento (e
il valore che esso contiene) valga esattamente quanto e insieme al
suo.
Ma questo discorso che stiamo facendo, non credo che i nostri validi
scienziati politici, Giscard e Amato e tutti gli altri, siano capaci
di dirlo, forse neanche di pensarlo. E comunque, di loro non so che
dire, se non che sono dei meno che mediocri "mediatori fondatori".
E comunque, mi preoccupa essere definito come europeo dalle carte di
costoro. E anche dai nostri mediocri filosofi contemporanei, che hanno
commentato sui giornali il nuovo sforzo dell'europensiero. Parlo di
Habermas e Derrida, e dei nostri ancor più penosi Eco e Vattimo.
Nani sulle spalle di nani. Al loro confronto, Lei sta ben piazzato sulle
spalle di Gregorio e Leone, di San Luigi di Francia e di Santo Stefano
d'Ungheria, dei padri domenicani e dell'Opus Dei, del santo cardinale
Bellarmino e di Pio V e dei suoi ammiragli vittoriosi a Lepanto, e della
sua cattolica Polonia.
Preferisco farmi europeo responsabile da me, cercando di rendere tali
anche i miei allievi nell'Università, fino a quando dentro di
essa resterà un angolo di pensiero critico, nella corsa della
trasformazione in azienda professionale curricolare modulare anonima
s.p.a.
Un ultimo argomento, intimo tra di noi, direi, voglio sottoporre alla
sua pazienza. Dal fastello falso delle religioni e da quello più
funesto e triste dei monoteismi salvo un paradosso estremo del discorso
cristologico, che per me è una grande lezione di umanesimo disperato:
il dio solitario della nazione ebraica riconosce ad un certo punto
del tempo della storia di essere imperfetto: di aver bisogno
di un figlio, di qualcuno che possa andare oltre di lui e lo completi.
Questa imperfezione, il suo riconoscimento (lo spirito santo della teologia
trinitaria?) e il suo superamento procreativo e umano, formano una storia
diversa e dirompente dentro il monoteismo, quello assoluto e bloccato
ancora radicato nei cuori dell'ebraismo e dell'islam. Il mistero racchiuso
nella "tragedia della trinità patrilineare" insegna
a chiunque una verità profondissima e banale, ma inascoltata:
che i figli sono e devono-essere migliori dei padri, in accordo con
le madri piuttosto. Ricordo che il suo minuto predecessore parlò
un giorno di dio-madre. Discorsi strani, e lasciati cadere, che fanno
pensare anche gli atei, mi creda. Quegli atei che sperano, come me,
che gli esseri umani abbandonino tutti gli dèi e dii, superandoli,
ma senza dimenticarli nei musei del futuro pessimo che i senza-dio e
disuomini che comandano il mondo attualmente vogliono imporci.
Auguri da armando gnisci
Roma 20 luglio 2003