SANTA ICI

Roma, 29 agosto 2007

• Da un lancio dell'agenzia Ansa delle 17.45


''Finalmente''. Marco Pannella e' soddisfatto che torni il confronto
sui ''privilegi fiscali'' della Chiesa cattolica in Italia. Ma
sottolinea che non si tratta di qualche ''agguato orchestrato da Emma
Bonino'', piuttosto del risultato del ''lavoro ultradecennale,
politico e parlamentare, europeo e italiano, condotto dal Partito
radicale e dal suo movimento''. L'obiettivo polemico, sottolinea, non
e' ''solo il Concordato ma piuttosto il Trattato'' che regola i
rapporti tra Stato italiano e Chiesa, che non e' stato modificato
nell'84, ma e' rimasto quello del 1929. E' grazie al Trattato, attacca
Pannella - citando i numeri forniti dalla banca dati dell'Ue sulle
esportazioni (Cats) - che ''lo Stato Citta' del Vaticano diventa una
sorta di stazione di smistamento di quantita' inverosimili di merci,
proteggendone un uso tecnicamente criminale''. E che ''lo Stato
italiano si trasforma in braccio mondano per truffe costosissime
contro la legalita' europea e la correttezza dei mercati
internazionali'. I radicali - insieme a Pannella, l'eurodeputato
Maurizio Turco - citano i numeri indicati nelle prime interrogazioni
al Parlamento europeo, della primavera del 2003. ''Dai dati ufficiali
in possesso dell'Unione - dice Turco - risulta ad esempio che dal 1998
e il 2001, con l'aiuto finanziario dell'Ue pari a 4 milioni di euro,
sono state esportate verso il Vaticano dai paesi membri dell'Unione,
ma in larga parte dall'Italia: 2.560 tonnellate di zucchero; 622
tonnellate di burro; 2.252 tonnellate di carne bovina. Quantita'
ingentissime, soprattutto se rapportate alla popolazione dello Stato
vaticano''. Non solo. Dai numeri emergono anche ''incongruenze'' che
l'Unione non e' in grado di spiegare e che attribuisce alla
responsabilita' dell'Italia che ha fornito i dati. ''Ad esempio -
prosegue Turco - nel 2000 sono stati esportati, tra l'altro,
dall'Italia 38,985 chili di carne bovina per una restituzione di
305.341,16 euro pari a un aiuto di 7.832,27 euro per chilo...''. Fatti
che, dice Pannella, devono diventare ''consapevole scandalo'', grazie
al riesplodere di un dibattito ''che fu centrale anche nel Concilio
Vaticano II, oltre che nelle iniziative laiche che hanno mutato la
societa' italiana negli anni '70 e '80, e che connota l'equivoco
presente italiano in Europa''. Ma non bisogna discutere solo di
Concordato. ''Altrimenti si continua a rimuovere il fatto (o meglio
misfatto) che nei Patti Lateranensi Bettino Craxi modifico' male e
peggiorandolo il Concordato, ma non tocco' la parte peggiore di quegli
accordi: il Trattato. E' in base al Trattato, per limitarci al costume
italiano, che per decenni ceto medio e borghesia romana si sono
riforniti di alcol, tabacco, indumenti, farmaci, spesso non ancora a
disposizione sul mercato italiano, nella Citta' del Vaticano. Dietro
questo fatto di costume ci limitiamo oggi a fornire un esempio, un
ulteriore campione, della realta' che, a partire dal Parlamento
europeo, sin dal 1999 abbiamo fatto emergere anche a livello
istituzionale dell'Ue''. Si tratta, aggiunge, di ''un altro aspetto
eloquente'' dei rapporti tra Stato italiano e Vaticano, oltre a quello
del trattamento fiscale degli immobili sul quale i radicali si
augurano ''decisioni'' da Bruxelles entro dicembre. Pannella va giu'
durissimo. ''Vicende come quelle dello Ior, di Marcinkus, di impegni
in settori di produzione e traffico di armi - attacca - vanno
probabilmente e d'urgenza riesplorati e portati alla luce della
conoscenza e della condanna, quanto meno 'etica' che sta nominalmente
cosi' a cuore al Vaticano o alla Chiesa che dir si voglia''.


L'Ateo Impertinente

 

La lettera / Perché la Chiesa non paga l’Ici

• da La Repubblica del 28 giugno 2007, pag. 23

di Giuseppe Dalla Torre

Caro direttore, torna il dibattito sull'esenzione dall'Ici riconosciuta ad alcuni immobili utilizzati dagli enti non commerciali per at­tività di particolare rilevanza sociale, ma non sem­pre brilla per obbiettività e chiarezza.

 

Sembra pertanto importante precisare, innan­zitutto, che l'esenzione non riguarda solo la Chiesa cattolica, ma tutti gli enti non commerciali (pubblici o privati, laici o religiosi, cattolici o di al­tre Chiese) che svolgono determinate attività. Es­sa tocca quindi immobili dello Stato e degli altri en­ti pubblici, delle associazioni, delle fondazioni, delle organizzazioni di volontariato, delle ong, del­le onlus e, in generale, di tutti gli enti non profit.

 

E' poi da rilevare che l'esenzione spetta non a tutti gli immobili della Chiesa cattolica, ma solo a quelli nei quali viene svolta, in maniera esclusiva, una o più del­le seguenti attività: assistenziali, previdenziali, sanitarie, didatti­che, ricettive, culturali, ricreati­ve, sportive. Quindi non sono esenti i negozi, gli hotel (anche quelli con... chiesa annessa) e gli immobili della Chiesa dati in af­fitto.

 

Non si deve poi confondere tra esenzione ICI ed altre imposte.

 

Gli enti non commerciali, compresi quelli della Chiesa cattolica (parrocchie,  istituti religiosi,  seminari...),  che svolgono attività fiscalmente qualificate commer­ciali, sono infatti tenuti al rispetto dei comuni adempimenti tributari.

 

Quanto alla presunta riduzione del gettito fisca­le, conseguente alla scelta, compiuta dal Parla­mento nel 2005 con il D. L. 30 settembre 2005, n. 203, di ribadire questa esenzione introdotta sin dal 1992, si deve dire che tale provvedimento non po­teva né può causare alcun danno alle casse comu­nali, in quanto fino al 1992 gli enti non commerciali non versavano l'Ici per gli immobili, né, in genere, i Comuni avevano avanzato richieste in tal senso. Più in generale, si ha l'impressione che le cifre cir­ca il presunto vantaggio che i Comuni trarrebbero in caso di cancellazione dell'esenzione siano co­struite a effetto, senza riscontri seriamente docu­mentati.

 

In realtà, chi affronta la questioni senza pregiu­dizi deve riconoscere che l'esenzione non è una agevolazione ingiusta, giacché mira a facilitare l'offerta di servizi di carattere sociale di cui la società italiana ha un forte bisogno: si pensi alle scuole materne nei piccoli centri, alle case di riposo, al­le strutture di accoglienza per studenti e lavorato­ri fuori sede, alle mense per gli indigenti. È del tut­to evidente che, favorendo l'esercizio di tali atti­vità, l'esenzione garantisce agli utenti la disponi­bilità di servizi socialmente utili a costi minori: da ciò, a conti fatti, deriva ai Comuni un vantaggio che compensa e spesso supera la riduzione dei poten­ziali introiti fiscali. In ogni caso, gli enti della Chie­sa cattolica, come pure gli alti enti non commer­ciali, non potrebbero lucrare sull'esenzione: a tali enti, infatti, la legge vieta la distribuzione in qual-siasi forma di utili o avanzi di gestione. Ne conse­gue che ogni risparmio di spesa va a beneficio de­gli utenti.

 

Quanto poi all'ipotetica viola­zione del principio di concorren­za, per cui le agevolazioni per gli enti non commerciali dannegge­rebbero le società che svolgono le medesime attività pagando l'Ici, si dimentica al riguardo che il mercato di questi servizi registra una scarsissima presenza di im­prenditori che operano a scopo di lucro e, contemporaneamente, un forte disimpegno degli enti pubblici. Può davvero configu­rarsi come un illegittimo aiuto di Stato il sostegno dato agli enti non profit che a prezzi calmierati, spesso operando in regime di convenzione con i Comuni stessi, garantiscono alla collettività quei servizi sociali di cui vi è grande bisogno? Chi sa­rebbe disposto oggi a farsi carico dei bisogni delle fasce più deboli della società, nel caso in cui l'eli­minazione delle agevolazioni a favore del non pro­fit costringa tali enti a ridurre sensibilmente le lo­ro prestazioni? Stato e ed enti pubblici, Comuni compresi, dovrebbero sopportare costi ben supe­riori all'asserito guadagno derivante dal taglio del­le agevolazioni.

 

Nella vicenda, dunque, non è in gioco né la lai­cità dello Stato né il principio di eguaglianza senza privilegi. E' invece in gioco quel principio di sussidiarietà in senso orizzontale, che si è voluto scrive­re a chiare lettere nella riforma del titolo V della Co­stituzione.

 


NOTE


L'autore è ordinario di diritto ecclesiastico

 

Questo il testo del Decreto Legge approvato dal Governo Prodi che apparentemente abroga il privilegio di non pagare l' ICI concesso dal Governo Berlusconi alle chiese (cattoliche e non) nel 2005

> 1. All'articolo 7 del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito,
> con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, il comma 2-bis
> è sostituito dal seguente:

> "2-bis. L'esenzione disposta dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del
> decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale.".

Di solito, ad esempio per circoli che svolgono attivita' senza scopo di
lucro, si ammettono anche attivita' a scopo di lucro, soggette a normali
regole di tassazione, basta che non siano "prevalenti": se cosi' e' la
natura "senza scopo di lucro" rimane.

Ma quel "esclusivamente natura commerciale" mi rende sospetto: non e'
che sia allora sufficiente, in un albergo o casa di cura della di proprietà della chiesa cattolica o del suo indotto,
adibire una sala a luogo di culto per evitare il pagamento dell'ICI ????

Ciao

R.G.

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