Associazione Democratica Giuditta Tavani Arquati

Associazione Democratica Giuditta Tavani Arquati, fondata il 9 febbraio 1887
144° anniversario della uccisione di Giuditta Tavani Arquati 

Martedì  25 ottobre 2011, alle ore 10.30, in via della Lungaretta all’altezza del civico 96, l’Associazione Democratica Giuditta Tavani Arquati è stato ricordato, insieme all’Amministrazione capitolina,  il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio e di suo marito, e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.  Questa cerimonia, iniziata dall’amministrazione guidata dal sindaco Ernesto Nathan, interrotta negli anni del fascismo e ripristinata dal sindaco Ugo Vetere, ricorda le radici risorgimentali di Roma.  

La commemorazione pronunciata dalla prof.a Antonia Sani nel corso della cerimonia.

Sono Antonia Sani, da anni membro dell’associazione,  incaricata da Sandro Masini  a rappresentarlo nella cerimonia odierna, e a intervenire a nome dell’associazione democratica Giuditta Tavani Arquati di cui Sandro è presidente.
Ma consentitemi prima di tutto di ricordare come l’associazione sia stata arricchita per lunghi anni  dal contributo di Anna Maria Masini che era riuscita a coinvolgere nella preparazione di questa giornata insegnanti e alunni della vicina scuola   elementare che di Giuditta Tavani Arquati porta il nome. Proprio ripensando agli efficaci disegni realizzati dai bambini e dalle bambine, mi sento di ribadire la proposta che già facemmo lo scorso anno, circa la realizzazione di una tavola in ceramica da apporre sulla facciata della casa recante un’immagine ripresa dall’iconografia tradizionale per rendere più viva e immediata della lapide la percezione di quel drammatico eccidio….
Ringrazio  l’amministrazione capitolina- nella persona dell’assessore alla Cultura qui presente- che ha sempre partecipato a questa cerimonia, nata col sindaco Nathan , e dopo l’interruzione del fascismo,  ripresa dal sindaco Vetere.
Quest’anno Sandro con suo vivo dolore per la prima volta non può essere con noi; si è dovuto sottoporre a una serie di esami clinici che ancora lo trattengono in ospedale. Ha sperato fino all’ultimo di farcela…  Anche noi siamo rattristati dalla sua assenza, gli facciamo  i più calorosi auguri perché le sue condizioni migliorino  rapidamente e possa far presto ritorno a casa.
 Molti dei presenti, i tragici fatti di quel 25 ottobre del 1867, li conoscono bene e provano gratitudine per coloro che ne hanno conservato e tramandato la memoria, ma ogni anno per questa strada passano persone che ignorano ciò che qui si è svolto 144 anni fa, persone che  sostano incuriosite e incredule,desiderose di apprendere…
Della vicenda storica e dell’ambiente della formazione politica di Giuditta, così come della nascita dell’associazione, ha già parlato ampiamente chi  mi ha preceduto.
Ma chi era in realtà Giuditta?
Sulla sua figura, dopo il martirio, è sceso il silenzio.  Non sono state sufficienti le   dediche ufficiali (una piazzetta nei pressi del lanificio, una scuola, la lapide sull’edificio) a fare di lei un’icona di donna del Risorgimento.
Soltanto in questi ultimi anni la sua immagine esce contestualizzata, pur se scarnamente rappresentata, nel bellissimo libro di Claudio Fracassi “La ribelle e il papa re” nelle cui pagine viene ricostruita l’atmosfera di quella particolare giornata a due giorni dall’attentato alla Caserma Serristori, una giornata dal cielo biancastro, dopo la pioggia notturna, e  via della Lungaretta    immersa in un silenzio quasi premonitore della tragedia in talune minacciose presenze…
E, ancora, in occasione delle rievocazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, Giuditta trova finalmente  un posto nella galleria delle più illustri dame del Risorgimento in
In realtà Giuditta era un’eroina scomoda, non rispondeva al cliché della nobildonna impegnata in ambienti altoborghesi, né era quella che si poteva definire un’intellettuale. Era una patriota all’ombra del marito di cui condivideva l’impegno politico, lo stesso dei suoi genitori. Impegno totale per quell’ideale nel quale era cresciuta, di un’Italia unita e indipendente per cui bisognava aiutare  Garibaldi e i suoi
volontari a liberare Roma dal Papa e dai francesi che lo sostenevano.

Ma per capire quel gesto estremo di lei, asserragliata col marito e altri patrioti nel lanificio, che si difendeva, pur essendo incinta, sparando contro le guardie pontificie e cadendo trafitta da un colpo di baionetta, mentre pistola in mano(così veniva rappresentata nell’iconografia tradizionale), difendeva strenuamente le sue idee di libertà…. beh occorreva buttar  giù non pochi pregiudizi sullo stereotipo
femminile!
E soprattutto sarebbe stata necessaria un’informazione reale sulla brutalità del regime dei papi, su quelle che erano le condizioni delle carceri  dello Stato della Chiesa… informazioni che non erano certo favorite né dalla monarchia sabauda, né tanto meno dal regime fascista, tutti proni a ricucire i rapporti con un
Vaticano che avanzava sempre più pretese per  ritenersi “soddisfatto” dell’ “offesa subita.”
Io invito oggi a leggere nelle scuole gli atti del processo a Monti e Tognetti- le cui salme furono occultate e sottratte a pubblici funerali, né ancora oggi nulla si sa ( né si cerca di sapere!) del loro destino- Gli atti raccolti nel 1869 da Cesare Cioffi sono oggi ripubblicati nel volume di Gaetano Sanvittore “I misteri del processo a Monti e Tognetti” .
Da un intreccio inimmaginabile di crudeltà, corruzione, ipocrisia, malvagità ben si possono comprendere i motivi di un’opposizione- certo non di massa- ma irrinunciabile alla luce di chi era stato conquistato  da ideali di libertà. 
Emergono da quelle pagine donne, popolane come Maria Tognetti e Lucia Monti, con un coraggio eroico che mai avrebbero pensato di avere, nella disperata difesa dei loro cari che avevano osato compiere un atto non diverso da quelli di coloro che si sono ribellati  nella resistenza contro le violenze nazifasciste nelle nostre città…
Un’ultima osservazione, e forse una lezione che possiamo trarre dai comportamenti di Giuditta. Se è vero che la storia ci ha consegnato l’immagine di questa donna tutta “dentro”la sua passione, quasi mossa da pulsioni irrazionali, ebbene noi ne troviamo un’altra di immagine, testimoniata nel libro di Claudio Fracassi : Giuditta che percorre le strade di Trastevere gridando insieme ad altri patrioti:  “Viva l’Italia, Viva la Religione”…. Non è forse questo un grandissimo esempio di laicità, laddove per laicità si intenda un “saper distinguere”, un saper confrontarsi con una realtà di cui tener conto, pur senza recedere dalle proprie posizioni?
                   
Questa “laicità” è ciò che manca al processo di secolarizzazione, oggi indubbiamente in atto anche in Italia, ma che privo di quei supporti ideali che soli sono in grado di distinguere le differenze, diviene un magma confuso, terreno di indifferenza, infine,  di debolezza.
Laicità e revisionismo storico non sono sinonimi!
L’abbiamo notato in questi ultimi anni alla “breccia di Porta Pia”, dove le ragioni degli zuavi sono state equiparate a quelle dei patrioti, in un’indifferente pietà che recita “tutti i morti sono uguali”.
Credo che questa sia la più grande offesa alla memoria di Giuditta e di tutti e tutte coloro che hanno saputo ieri e oggi riconoscere nella libertà e nella dignità degli esseri umani i valori per cui
vale la pena di lottare fino al sacrificio estremo della vita.  


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Ancora sulla figura di Giuditta Tavani Arquati un articolo di Tiziana Ficacci
LEGGI
http://www.iloveroma.it/articoli/giudittatavaniarquati.htm


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Di seguito riportiamo dall’ archivio di www.nogod.it  un ritratto dell’eroina della Repubblica romana.

Una martire laica

Ricordare una straordinaria figura di donna caduta per la libertà di Roma dall’ormai agonizzante regno temporal-secolare  del papa-re, non serve solo a dare risalto al giorno, il 25 ottobre del 1867, in cui Giuditta Tavani Arquati fu uccisa, ma soprattutto al fatto che Giuditta fu, e per certi versi resta, il vessillo di una parte, minoritaria  ma presente, della popolazione romana ansiosa di liberarsi dall’ormai cadaverico regno di Pio IX. Una monarchia assolutista, sanguinaria, feroce con  gli ebrei, che si reggeva soltanto perché così voleva Napoleone III, imperatore di Francia.  Gli chassepots d’oltralpe erano riusciti a sconfiggere Garibaldi a Mentana e, il governo del neo regno d’Italia, dopo le sconfitte patite in mare a Lissa e in terra a Custoza, non era nelle condizioni migliori per tentare il colpo grosso di entrare a Roma. Il Veneto era stato appena passato dall’Austria alla Francia e da questa all’Italia. Tutto sommato, l’imperatore francese in quel momento era un buon amico dell’Italia ma teneva incollata la mano sul Vaticano.
Purtroppo le attese dei Patrioti romani andarono deluse perché la gran parte del popolo non si mosse neppure quando Garibaldi era sotto le mura di Roma. Ma vendettero cara la pelle: come non ricordare il sacrificio dei fratelli Cairoli e quello degli ultimi condannati a morte Monti e Tognetti per mano del boia pontificio Mastro Titta?
Ma, accanto a loro, emerse prepotentemente la figura di Giuditta Tavani Arquati, erede di una delle, non molte in verità, famiglie romane di orientamento mazziniano e, dunque, repubblicano. Stupisce che negli anni che decorrono dal suo martirio ad oggi, sulla sua figura sia sceso il silenzio.
Si, una piazza di Trastevere è a lei dedicata; in via della Lungaretta, al civico 96, c’è la lapide che ricorda l’episodio: è casa Ajani, già sede del lanificio omonimo in cui, asserragliata con il marito e altri patrioti, si difese, pure essendo incinta, sparando contro le guardie pontificie che, grazie ad una soffiata, avevano sorpreso i rivoluzionari.  Cadde trafitta da un colpo di baionetta mentre, pistola in mano, difendeva strenuamente le sue idee di libertà.
Un silenzio ancora più pesante se si pensa che la “signora del Risorgimento” viene individuata nella Contessa di Castiglione che di meriti sicuramente ne ebbe ma la cui figura annulla ogni riferimento alla memoria di Giuditta Tavani Arquati.

Cosa resta dell’eredità politica di Giuditta Tavani Arqati?

Negli  anni intercorsi dal 25 ottobre 1867 siamo sicuri che i diritti di libertà abbiano compiuti passi decisamente in avanti nel nostro Paese? Siamo convinti che il potere reale del papa-re sia stato definitivamente sconfitto e con esso tutti i gravissimi errori che partono dal 29 febbraio 1929, poi confermati nello sciagurato articolo 7 della Costituzione repubblicana e nel nuovo concordato del 1985? Assistiamo con preoccupazione alla continua rincorsa di forze politiche che si definiscono di sinistra o liberali, alle tesi del papato. In una epoca in cui dovremmo considerare ormai maturo il popolo italiano nei termini di consapevolezza dei propri diritti a cominciare da quelli di libertà e autodeterminazione pur se, ovviamente, inseriti nel contesto democratico delle leggi e del loro perfezionamento. Anziché assistere al posizionamento adeguato degli insegnamenti della parte migliore del Risorgimento, fra cui emergono le figure di Tavani Arquati tra Mazzini e Garibaldi, rileviamo che si lavora per inserire la storia nelle nebbie della memoria: restituzione maggiorata con gli interessi  del potere del papa-re.
Se ha un senso parlare di totalitarismi, ci si può inserire quello egemonico imperante del Vaticano.
Sarebbe opportuno che date e celebrazioni come questa del 25 ottobre assumessero una maggiore visibilità. E a Roma è più importante che in altre città perché è qui, che fin dal 1849, si sono espressi i primi moti di ribellismo al soffocante totalitarismo pontificio.
Con quali forze? Cercando di far uscire dal guscio le forze politiche e sociali che sono ancora accucciate nell’ovile dei “senza voce”.


Giovanni Lubrano di Scorpaniello, 22/10/06
 



CERIMONIA PER IL 143° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIUDITTA TAVANI ARQUATI,

Lunedì 25 ottobre 2010, a Roma

Roma Laica ha ricordato oggi Giuditta Tavani Arquati, alle ore 10,30 in Via della Lungaretta. Con una cerimonia ha cui hanno partecipato Sandro Masini, presidente dell'associazione democratica che prende il nome dalla martire romana. del Risorgimento assassinata dagli zuavi dal Papa Pio IX, il consigliere Torri in rappresentanza del Sindaco Alemanno, e Pupa Garribba che ha pronunciato la commemorazione a nome dell'Associazione.

Giuditta Tavani Arquati al 143° anniversario (25 ottobre 2010)

Era una trasteverina, Giuditta Tavani. “Alta, aitante, sguardo scintillante e piena di intelletto, notevole fisionomia si che, veduta, te ne restava fissa in mente la immagine: la condizione agiata ne ebbe favorito la coltura al di là di femminile abitudine”, così la descrisse Felice Cavallotti.. Figlia di un difensore della Repubblica Romana, a lungo imprigionato e poi esiliato a Venezia, Giuditta  continuò a vivere in un ambiente politicamente impegnato anche dopo essere andata sposa, a 14 anni, a Francesco Arquati che era il direttore del lanificio di Giulio Ajani, anche lui un patriota, anche lui un borghese agiato che coltivava il sogno dell’unità d’Italia. Le cronache raccontano che alle 2 del pomeriggio del 25 ottobre 1867, trecento tra zuavi e gendarmi allertati da una spiata sbucarono da vicolo del Moro e circondarono un intero isolato puntando poi su via della Lungaretta 97 dove aveva sede il lanificio: nelle strade non circolavano passanti, le botteghe erano chiuse, le porte delle case sprangate a causa del coprifuoco. All’interno una quarantina di patrioti si erano riuniti per preparare l’insurrezione contro il governo di Pio IX, per fabbricare proiettili, per raccogliere armi; Giuditta, che era incinta, li aveva raggiunti lasciando a casa, in Piazza di Santa Rufina, le tre figlie: le adolescenti Rosa e Virginia e la piccola Adelaide, portando con sé il figlio Antonio di dodici anni. A lei il compito di sfamare e incoraggiare gli insorti, al piccolo Antonio l’impegno di controllare la strada dall’altana; fu proprio la piccola vedetta ad iniziare lo scontro armato, tirando una bomba a mano sui soldati del Papa che avevano iniziato a sparare da via della Lungaretta, dal campanile del convento delle monache, dalle case vicine. Le cronache raccontano ancora che gli insorti opposero per ore una coraggiosa resistenza, alla quale partecipò attivamente anche Giuditta che portava le munizioni e caricava pistole e fucili; quando finirono le munizioni, dalle finestre volarono mobili, stoviglie, vasi, tegole gettati dagli insorti per rallentare l’ingresso degli assedianti, e coprire la fuga di parte di loro attraverso i tetti. Al primo piano erano rimasti Giuditta, che era stata ferita, con il marito ed il bambino: tutti e tre furono uccisi senza pietà a colpi di baionetta. In altre parti dell’edificio gli insorti, che a parte due garibaldini di Trieste e Venezia erano operai e artigiani romani, ingaggiarono accaniti corpo a corpo, lasciando altri morti sul campo.
Giuditta Tavani Arquati fu seppellita in una semplice tomba  nel cimitero del Verano insieme ai resti dei suoi familiari e dei compagni di lotta; dal 1941 essa riposa nell’Ossario garibaldino con gli altri generosi che lottarono per l’unità d’Italia, e che caddero per conquistare la loro e la nostra libertà.. Le cronache del 25 ottobre del 1870 raccontano infine che furono 70.000 i partecipanti alla commemorazione del massacro in via della Lungaretta. I pochi partecipanti della commemorazione odierna in occasione del 148° anniversario dimostrano ancora una volta quanto corta sia la nostra memoria.  Ma bisogna ricordarle, queste donne coraggiose pronte a sacrificare anche la vita per i loro ideali. Non è un caso che, mentre scrivevo queste poche righe, ho pensato a LIU XIA, la generosa moglie del Premio Nobel per la Pace LIU XIAOBO, che sappiamo agli arresti domiciliari e ridotta al silenzio per le sue generose prese di posizioni in difesa delle libertà. Vi ringrazio per la vostra attenzione. 

25 ottobre 2010  
                                                               Pupa Garribba.

Cerimonia organizzata dalla Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati di Roma

Lunedi 25 ottobre 2010, alle ore 10.30, in via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati ricorderà, insieme all’Amministrazione capitolina, il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio Francesco, di suo marito e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.

Questa cerimonia, iniziata dall’amministrazione di Ernesto Nathan, interrotta dal fascismo e ripresa dall’amministrazione di Ugo Vetere, ha visto sempre insieme l’amministrazione capitolina e la nostra associazione, che rappresenta l’impegno laico e libertario dei romani: noi crediamo che sia importante continuare a ricordare le radici risorgimentali di Roma democratica e il patrimonio di libertà, laicità, convivenza e tolleranza che Roma ha saputo esprimere nel corso della sua difficile storia.

Giuditta Tavani era figlia di un difensore della Repubblica Romana che, liberato dal carcere pontificio dopo una lunga detenzione, andò con la famiglia in esilio a Venezia.

Giuditta crebbe in un ambiente di impegno politico, e sposò un patriota, Francesco Arquati, di attività artigianali e commerciali. Venduto il lanificio Giulio Ajani, Arquati aveva continuato a dirigerlo.

Nell’ottobre 1867 dopo l’attentato di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti alla caserma Serristori, gli zuavi pontifici attaccano il lanificio dove Giuditta, con il marito, il figlio Francesco di dodici anni e altri patrioti preparavano e nascondevano munizioni in previsione dell’insurrezione garibardina. Giuditta, incinta, il figlio, il marito e altri sei patrioti cercano di difendersi ma vengono massacrati.

L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati fu fondata dai superstiti e dai parenti dei caduti della Repubblica Romana trasformando antiche "vendite" carbonare.

Denominata inizialmente "dei non elettori del V mandamento" (Borgo e Trastevere e non elettori perché poveri e perché repubblicani irriducibili) fu poi intitolata all’eroina trasteverina e continuò ad incarnare lo spirito laico e libertario della Roma risorgimentale.

Sciolta dal fascismo nel 1925, fu ricostituita dopo la Liberazione e continua ad operare.



Giuditta Tavani Arquati - Lunedì 26 ottobre 2006

Roma - Lunedì 26 ottobre 2009, alle ore 10.30, in via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati ricorderà, insieme all’Amministrazione capitolina   il 142° anniversario del il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio Francesco, di suo marito e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.

Questa piccola cerimonia, iniziata dall’amministrazione Nathan, interrotta dal fascismo e ripresa dall’amministrazione Vetere, ha visto sempre insieme l’amministrazione capitolina e la nostra associazione, che rappresenta l’impegno laico e libertario dei romani: noi crediamo che sia importante continuare a ricordare le radici risorgimentali di Roma democratica e il patrimonio di libertà, laicità, convivenza e tolleranza che Roma ha saputo esprimere nel corso della sua difficile storia.

Giuditta Tavani era figlia di un difensore della Repubblica romana che, liberato dal carcere pontificio dopo una lunga detenzione, andò con la famiglia in esilio a Venezia.

Giuditta crebbe in un ambiente di impegno politico, e sposò un patriota, Francesco Arquati, proprietario, con la sua famiglia, di un lanificio nella zona di Trastevere allora ricca di attività artigianali e commerciali. Venduto il lanificio a Giulio Ajani, Arquati aveva continuato a dirigerlo.

Nell’ottobre 1867 dopo l’attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serristori, gli zuavi pontifici attaccano il lanificio dove Giuditta, con il marito, il figlio Francesco di dodici anni e altri patrioti preparavano e nascondevano munizioni in previsione dell’insurrezione garibaldina. Giuditta, incinta, il figlio, il marito e altri sedici patrioti cercano di difendersi ma vengono massacrati.

L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati fu fondata dai reduci della Repubblica Romana e dai parenti dei caduti trasformando una antica "vendita" carbonara.

Denominata inizialmente "dei non elettori del V° mandamento"(Borgo e Trastevere) (e non elettori perché poveri e perché repubblicani irriducibili), fu poi intitolata all’eroina trasteverina e continuò ad incarnare lo spirito laico e libertario della Roma risorgimentale.

Sciolta dal fascismo nel 1925, fu ricostituita dopo la liberazione dai nazi-fascisti e oggi continua ad operare Presidente Sandro Masini 

 

Così l’ha descritta Felice Cavallotti, storico di quegli anni:

“Alta, aitante, sguardo scintillante e piena d’intelletto, notevole fisionomia, si che , veduta, te ne restava fissa in mente la immagine:la condizione agiata ne ebbe favorito la coltura al di là di femminile abitudine”

Roma aveva avuto esperienza, nei mesi tumultuosi della Repubblica romana, di altre donne fattesi dirigenti nei movimenti di libertà: la giornalista americana Margaret Fuller, la napoletana Enrichetta Pisacane, L’aristocratica milanese Cristina Trivulzio Belgioioso, la giovanissima umbra Colomba Antonietti, uccisa sugli spalti del Granicolo. Alcune di loro avevano dovuto combattere contro diffusi pregiudizi, anche tra i compagni di lotta. La diciottenne Giuditta Tavani, trasteverina, aveva difeso la Repubblica assieme al marito. All’ingresso delle truppe francesi, nel luglio del 1849, aveva lasciato Roma al seguito dell’esercito di Garibaldi, raggiungendo prima le Romane , e poi Venezia. “E’ il nostro viaggio di nozze, quello che non abbiamo fatto quando ci siamo sposati”, scherzava Giuditta, raccontando la sua vita da esule. Presto però l’impegno per la libertà di Roma aveva ricondotto in città la giovane coppia.

La ribelle trasteverina  non tardò a sviluppare la sua iniziativa in una Roma che, ritornata sotto il dominio pontificio dopo la fiammata della Repubblica, aveva visto l’esodo verso altre città d’Italia di migliaia di rivoluzionari, mentre l’opinione popolare era frustrata , disillusa, apparentemente inerte.

Gli interlocutori politici di Giuditta e dei patrioti del lanificio Ajani erano, prevalentemente, lavoratori e piccoli artigiani. Roma, città di poco più di duecentomila abitanti, non aveva un forte nucleo di presenza borghese, quella che in altre parti d’Italia e d’Europa aveva combattuto per il rinnovamento produttivo e civile. Potente, in campo economico, era ancora l’aristocrazia , mentre cresceva l’influenza dei “mercanti di campagna”. Il potere politico era interamente in mano al clero, che monopolizzava tutte le cariche, al punto che il poeta Gioacchino Belli aveva potuto esplicitare l’acronimo S.P.Q.R. nella frase “Solo Preti Qui Regneranno” .

                                       Dal libro La ribelle e il Papa Re, Claudio Fracassi, Mursia, € 18.00


Giuditta Tavani Arquati – 25 ottobre 2008

Sono molto onorata di essere stata scelta a rappresentare l’Associazione Giuditta Tavani Arquati in occasione del 144° anniversario dell’uccisione della patriota, personaggio luminoso del nostro Risorgimento, e nel 26° anniversario del ripristino di questa significativa cerimonia iniziata ai tempi dell’Amministrazione Nathan,  ripresa nel 1982 con l’Amministrazione del Sindaco Vetere.
Questa cerimonia, che dovrebbe essere cara alla memoria dei romani e dei trasteverini, ma che ha sempre l’aria di svolgersi in un’atmosfera di semi-clandestinità nonostante la presenza ufficiale di membri del Consiglio comunale, ha avuto nel corso della sua storia una vita tormentata. E’ stata spazzata via dal regime fascista, che si è persino impegnato a cancellare la memoria visiva dei patrioti che sono caduti per conquistare la loro e la nostra libertà. Ma l’iniziativa di coprire con uno strato di calce le lapidi dei caduti durante il Risorgimento non è andata a buon fine almeno in via della Lungaretta, proprio dove ci troviamo adesso. Perché colui che è stato a lungo presidente dell’Associazione, Spartaco Buffacchi di professione scalpellino, con grande audacia è riuscito a ripulire la lapide che ricorda Giuditta Tavani Arquati, sfuggendo con astuzia all’occhiuta sorveglianza della polizia. Un gesto, questo, che sarebbe piaciuto ai soci fondatori, soprattutto reduci della Repubblica Romana e parenti dei caduti, che avevano scelto come loro sede un’antica “rivendita” carbonara chiamata inizialmente “dei non-elettori del V mandamento” che comprendeva Borgo e Trastevere – erano “non elettori” perché poveri, oltre ad essere irriducibili repubblicani. Allora il voto era appannaggio dei privilegiati; sarebbe bello che i giovani di oggi se lo ricordassero, e sentissero il diritto di voto come una conquista che viene da lontano – lasciatelo dire a me che questo diritto se lo è dovuto duramente conquistare: prima come ebrea,  poi come donna.
In quanto donna ho un’attenzione particolare per la figura di Giuditta, cresciuta nella famiglia di un difensore della Repubblica Romana, andata sposa al patriota Francesco Arquati. Me la immagino molto simile alla donna colta nel momento della morte accanto al figlio giovinetto, così come l’ ha ritratta nel 1888 il pittore Carlo Ademollo nel quadro che è esposto al Museo del Risorgimento di Milano. Ha l’aspetto sereno, la Giuditta del ritratto, di chi sa di avere compiuto fino in fondo il suo dovere pagando costi altissimi. Chissà perché, ma ho sempre collegato l’aspetto sereno della Giuditta del ritratto con quello che immagino avesse una figura luminosa caduta durante la guerra partigiana. Mi riferisco alla triestina Rita Rosani, unica medaglia d’oro alla memoria, uccisa in combattimento mentre copriva la ritirata dei suoi compagni caduti in un’imboscata. Sì, penso proprio che Giuditta e Rita abbiano finito per assomigliarsi nel momento del sacrificio supremo: a pensarci bene, è naturale accostare le loro due figure. Perché il Risorgimento e la Resistenza hanno rappresentato, e continuano a rappresentare, un momento storico fondamentale per il nostro paese, e io non lo dimentico.

Discorso pronunciato il 25 ottobre 2008                                                                      

Pupa Garribba

COMMEMORAZIONE DEL 141° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIUDITTA TAVANI ARQUATI

Roma, Sabato 25 ottobre 2008
cerimonia organizzata dalla Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati


Sabato 25 ottobre 2008, alle ore 10.30, in via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati ricorderà, insieme all’Amministrazione capitolina e al primo municipio il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio Francesco, di suo marito e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.

Questa piccola cerimonia, iniziata dall’amministrazione Nathan, interrotta dal fascismo e ripresa dall’amministrazione Vetere, ha visto sempre insieme l’amministrazione capitolina e la nostra associazione, che rappresenta l’impegno laico e libertario dei romani: noi crediamo che sia importante continuare a ricordare le radici risorgimentali di Roma democratica e il patrimonio di libertà, laicità, convivenza e tolleranza che Roma ha saputo esprimere nel corso della sua difficile storia.

Giuditta Tavani era figlia di un difensore della Repubblica romana che, liberato dal carcere pontificio dopo una lunga detenzione, andò con la famiglia in esilio a Venezia.

Giuditta crebbe in un ambiente di impegno politico, e sposò un patriota, Francesco Arquati, proprietario, con la sua famiglia, di un lanificio nella zona di Trastevere allora ricca di attività artigianali e commerciali. Venduto il lanificio a Giulio Ajani, Arquati aveva continuato a dirigerlo.

Nell’ottobre 1867 dopo l’attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serristori, gli zuavi pontifici attaccano il lanificio dove Giuditta, con il marito, il figlio Francesco di dodici anni e altri patrioti preparavano e nascondevano munizioni in previsione dell’insurrezione garibardina. Giuditta, incinta, il figlio, il marito e altri sedici patrioti cercano di difendersi ma vengono massacrati.

L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati fu fondata dai reduci della Repubblica Romana e dai parenti dei caduti trasformando una antica "vendita" carbonara. Denominata inizialmente "dei non elettori del V mandamento"(Borgo e Trastevere) (non elettori perché poveri e perché repubblicani irriducibili) fu poi intitolata all’eroina trasteverina e continuò ad incarnare lo spirito laico e libertario della Roma risorgimentale.

Sciolta dal fascismo nel 1925, fu ricostituita dopo la liberazione dai nazi-fascisti e continua ad operare.

Il presidente (Sandro Masini)

ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA GIUDITTA TAVANI ARQUATI DI ROMA. FONDATA IL 9 FEBBRAIO 1887.
Via degli Scialoja 18 – 00196 – Roma – tel 339.3636027 fax 0763.710036

20/10/08 - Su segnalazione di Giovanni Lubrano vi proponiamo una documento rievocazione dei fatti di Via della Lungaretta del 25 ottobre 1867

Questo brano fa parte di una raccolta di corrispondenze del giornalista Ugo Pesci, inviato del Fanfulla di Firenze, e ripubblicate nel 1895. Di seguito riportiamo un brano che ricorda i patrioti caduti insieme a Giuditta Tavani Arquati.

Roma, unita all’Italia, dal 22 al 25 ottobre 1870
di Ugo Pesci,
corrispondente al campo del Fanfulla di Firenze

 

“Il 22 ottobre 1870 Roma fu imbandierata per il terzo anniversario del disgraziato tentativo di rivoluzione del 1867: il 23, circa quattromila persone andarono a Villa Glori a visitare lo storico olivo sotto il quale Giovanni ed Enrico Cairoli compirono l’atto di eroismo eternato da Ercole Rosa nel bronzo e da Cesare Pascarella* nei suoi sonetti dialettali.
Il 25 la popolazione di Roma andava per la prima volta in pellegrinaggio al numero 97 di via della Longaretta , dove era il lanificio di Giulio Ajani, a visitare la strettissima scala e la soffitta, per dove, sopraffatti dalla forza del numero, s’erano avviati sperando di trovar scampo i popolani sorpresi dagli zuavi; e dove cadde assassinata Giuditta Tavani che aveva visto cadere il marito Francesco Arquati e portava in braccio il piccolo Antonio settenne; e furono uccisi Giuseppe Gioacchini, Paolo Gioacchini, Giovanni Rizzo, Angelo Domenicali, Enrico Ferroli, Rodolfo Donnaggio e Francesco Mauro; uomini semplici, di buona fede, incapaci di calcolare quanto avrebbe potuto fruttar loro un giorno l’essere stati pronti al sagrifizio della vita per l’idea della Patria. La loro memoria, mi affretto a dirlo, era in quei giorni onorata da gente d’ogni partito. Soltanto più tardi – sintomo manifesto di decadenza! – s’è scoperto che v’è un patriottismo per i progressisti ed i radicali ad un altro per quelli di idee più temperate e conservatrici.”

* Villa Gloria, 1886


 

Il 25 ottobre 2007 è stato ricordato il 140° anniversario dell’eccidio del lanificio Ajani, il 25° dal ripristino della commemorazione che fu sospesa durante il fascismo. Vigili in alta uniforme hanno deposto una corona di alloro accanto alla lapide* che ricorda il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati uccisa dagli zuavi pontifici.
Antonia Sani ha rievocato il massacro alla presenza dei rappresentanti del Comune di Roma, Franca Eckert Coen  delegata del Sindaco Veltroni, e il consigliere Paolo Masini, presidente della Commissione Cultura. Durante la cerimonia è stata letta la lettera del Presidente della Regione Lazio Pietro Marrazzo che riportiamo di seguito.

Care amiche e cari amici,

vorrei rinnovare anche quest’anno la mia partecipazione a questo importante appuntamento per la nostra memoria collettiva. Oggi si celebra la ricorrenza di un episodio allo stesso tempo tragico ed eroico della nostra storia, che coincide con uno dei momenti fondanti della nostra identità nazionale.
La strage del 25 ottobre 1867 nel lanificio Ajani è stato uno degli ultimi strascichi di una repressione di inaudita violenza, che travolse tante persone che avevano fatto la scelta coraggiosa di vivere e, se necessario, morire per la libertà. Sono convinto che il sacrificio di Giuditta Tavani, di suo marito Francesco Arquati, dei loro tre figli e delle altre persone uccise dagli zuavi nell’eccidio del lanificio Ajani abbia lasciato impresso nel codice genetico di noi italiani un istinto libertario che rimarrà sempre vivo.
Ringrazio qui l’Associazione Democratica Giuditta Tavani Arquati di Roma per il suo impegno nel conservare la memoria di questi eroi del nostro Risorgimento.
Grazie a tutti.

Pietro Marrazzo
Presidente della Regione Lazio

* via della Lungaretta, Trastevere


Giovedì 25 ottobre 2007, a Roma, cerimonia a cura della
Associazione Democratica Giuditta Tavani Arquati

Ore 10,30 in Via della Lungaretta.

ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA GIUDITTA TAVANI ARQUATI DI ROMA
FONDATA IL 9 FEBBRAIO 1887
Via degli Scialoja 18 – 00196 – Roma – tel - fax 06.3611337

Giovedì 25 ottobre 2007, alle ore 10.30, in via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati ricorderà, insieme all’Amministrazione capitolina e  al primo municipio il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio Francesco, di suo marito e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.

Questa piccola cerimonia, iniziata dall’amministrazione Nathan, interrotta dal fascismo e ripresa dall’amministrazione Vetere, ha visto sempre insieme l’amministrazione capitolina e la nostra associazione, che rappresenta l’impegno laico e libertario dei romani: noi crediamo che sia importante continuare a ricordare le radici risorgimentali di Roma democratica e il patrimonio di libertà, laicità, convivenza e tolleranza che Roma ha saputo esprimere nel corso della sua difficile storia.

Giuditta Tavani era figlia di un difensore della Repubblica romana che, liberato dal carcere pontificio dopo una lunga detenzione, andò con la famiglia in esilio a Venezia.

Giuditta crebbe in un ambiente di impegno politico, e sposò un patriota, Francesco Arquati, proprietario, con la sua famiglia, di un lanificio nella zona di Trastevere allora ricca di attività artigianali e commerciali. Venduto il lanificio a Giulio Ajani, Arquati aveva continuato a dirigerlo.

Nell’ottobre 1867 dopo l’attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serristori, gli zuavi pontifici attaccano il lanificio dove Giuditta, con il marito, il figlio Francesco di dodici anni e altri patrioti preparavano e nascondevano munizioni in previsione dell’insurrezione garibardina. Giuditta, incinta, il figlio, il marito e altri sedici patrioti cercano di difendersi ma vengono massacrati.

L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati fu fondata dai reduci della Repubblica Romana e dai parenti dei caduti trasformando una antica "vendita" carbonara.

Denominata inizialmente "dei non elettori del V mandamento"(Borgo e Trastevere) (non elettori perché poveri e perché repubblicani irriducibili), fu poi intitolata all’eroina trasteverina e continuò ad incarnare lo spirito laico e libertario della Roma risorgimentale.

Sciolta dal fascismo nel 1925, fu ricostituita dopo la liberazione dai nazi-fascisti e continua ad operare.

a

In ricordo dell' eccidio di Giuditta Tavani Arquati, dei suoi figli e dei patrioti romani ad opera degli zuavi di papa Pio IX, assassino di italiani, publichiamo di seguito un breve saggio di Giovanni Lubrano sul periodo storico che si concluse con l' eccidio.

23/09/07 - Per un XX Settembre che duri tutto l'anno. Pubblichiamo a puntate, a partire da oggi, un bel lavoro di ricerca storica cortesemente messo a nostra disposizione da Giovanni Lubrano, giornalista e scrittore laico della cui amizizia ci onoriamo. La serie ha come titolo "Alla rinfrescata muoveremo" e si concluderà con l' assassinio della patriota romana Giuditta Tavani Arquati, dei suoi figli e degli altri patrioti ad opera degli zuavi di Pio IX, il papa assassino di italiani beatificato nell' anno 2000 da Giovanni Paolo II

ALLA RINFRESCATA MUOVEREMO !
Verso l’eccidio nel lanificio  Ajani  - 25 ottobre 1867 

1° Puntata
La Convenzione del settembre 1864 tra Italia e Francia è quella che impegna il governo italiano a “non attaccare il territorio attuale del Santo Padre” e “ad impedire, anche con la forza qualunque attacco esterno contro quel territorio”. In compenso Roma, entro l’11 settembre 1866, sarebbe stata libera da truppe francesi. I francesi, tuttavia, appena sottoscritto il patto, pensano subito ad eluderlo con la costituzione di un grosso corpo di volontari cattolici. La Legione di Antibo, dal luogo della sua formazione, Antibes. Proprio nei primi giorni del ’67 la legione è definitivamente formata, ricca di tutti i maggiori rappresentanti del clericalismo e del legittimismo francese. Non solo – osserva Piero Pieri nella sua “Storia militare del Risorgimento” – ma erano stati chiamati a farne parte anche soldati dell’esercito francese che figuravano come volontari che avevano terminato la ferma ma che conservavano, nei loro libretti personali, persino il numero del loro reggimento. Gli ufficiali erano poi tutti francesi e indossavano la divisa dell’esercito imperiale. I democratici italiani sono indignati da questa provocazione, ma una scappatoia si presenta pure a loro: la Convenzione non prevede l’intervento italiano qualora si fosse prodotta una sollevazione all’interno dello Stato pontificio e che le popolazioni di Roma e del Lazio avessero di conseguenza, con un plebiscito, proclamato di volersi annettere al regno d’Italia.

2° Puntata

Nel febbraio del ’67 Bettino Ricasoli ha sciolto la Camera: i democratici sperano in un futuro governo di sinistra. Garibaldi si lancia generosamente nella battaglia elettorale. A Firenze, Bologna, Ferrara, Venezia, in Veneto, Lombardia, Piemonte, i suoi discorsi battono sempre sulla “questione romana”. Ma qual è la situazione a Roma? Qui ci sono due comitati clandestini: il Comitato nazionale dei moderati e il Centro di insurrezione repubblicano. Naturalmente, sono in contrasto tra loro. I repubblicani sono per l’insurrezione in città, gli altri frenano. I repubblicani si appellano a Garibaldi perché assuma la direzione dei moti popolari e della guerra di volontari per la liberazione di Roma. E a farsi appoggiare da un comitato di emigrati romani. Garibaldi, il 22 marzo, accetta l’incarico. Il 1° aprile il Centro di insurrezione diffonde nello Stato pontificio un proclama eccitante alla rivolta ed emette dei buoni a prestito, formalmente per aiutare la popolazione bisognosa, in realtà si tratta di una misura mirante a raccogliere denaro per la vicina lotta. La situazione è talmente in movimento che il Comitato romano dei moderati decide di fondersi con quello repubblicano. Nasce la Giunta nazionale e romana che riunisce i Patrioti di tutte le tendenze col solo, immediato scopo di provocare l’insurrezione a Roma.
Incombono le elezioni del 10 aprile
.

3° Puntata .

Doccia fredda elettorale: vince Rattazzi, l’uomo di Aspromonte che con la sua politica ha illuso per troppo tempo Garibaldi, fino al punto di fargli sparare addosso dalle regie truppe sugli altipiani di Calabria. Rattazzi, di fronte a quanto si muove per Roma, non si smentirà. Per le proteste di Napoleone III, allarmato dalla piega che stanno prendendo gli eventi, il capo del governo assicura il francese che la Convenzione del ’64 sarà rispettata. E spedisce Crispi da Garibaldi, per calmarlo. L’agitazione per Roma sembra attenuarsi. Ma Garibaldi insiste nella sua propaganda. Afferma a Siena: “Alla rinfrescata, muoveremo!”

Spedisce a Roma il bergamasco Francesco Cucchi per dirigere il movimento popolare; il figlio Menotti nel Mezzogiorno per iniziare l’arruolamento dei volontari, e Giovanni Acerbi alla frontiera tosco-umbra perché raccolga i giovani che affluiscono dal nord. A Ginevra (congresso della Lega della Pace e della Libertà) Garibaldi rilancia con veemenza il tema della questione romana e, tornato in Italia, dichiara che si muoverà a sostegno degli insorti: la Giunta nazionale lo aveva assicurato che, qualora fossero giunti denaro e armi, l’insurrezione non sarebbe mancata. Rattazzi cerca di convincere il Generale a tornarsene a Caprera, ma Garibaldi da quell’orecchio non ci sente; è convinto che quanto più i romani vedranno come certo l’aiuto in caso di insurrezione, tanto più saranno spinti ad agire. Rimanda Cucchi a Roma, Menotti a Terni, Acerbi a Orvieto e Nicotera verso Frosinone. Lo scopo del movimento è, secondo le intenzioni di Garibaldi, di rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano libero sulle proprie condizioni di plebiscito.

4° Puntata

Garibaldi le cose le organizza in modo che lo sforzo bellico si sviluppi con azione concentrica con epicentro il Lazio settentrionale. Teme – e ha ragione – di essere arrestato. Il che puntualmente avviene a Sinalunga, nel senese. Riesce però, a Pistoia, mentre lo stanno trasferendo nella fortezza di Alessandria, a passare al fidato Vecchio un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle intenzioni, romani e Italiani…”
Rattazzi, di fronte alle proteste che si levano altissime per l’arresto di un deputato – e che deputato – in violazione dell’immunità parlamentare, decide allora di rispedire Garibaldi a Caprera. Lo trattano come un pacco postale. Menotti, Canzio, Acerbi e Nicotera sono scettici: non credono che i romani, pur con denaro e armi, faranno subito per primi una grande insurrezione, tale che possa trionfare o, almeno, sostenersi per vari giorni. In tal caso non si potrebbe eludere la Convenzione italo-francese. Ma la differenza di opinioni con Crispi, Cairoli, Cucchi, Guerzoni, non impedisce che i combattimenti inizino il 3 ottobre ad Acquapendente, a nord del lago di Bolsena. Il 7 ottobre, Menotti occupa Nerola e Montelibretti. E si muove anche Acerbi da Torre Alpine tra Orvieto e Acquapendente. Nicotera, con 800 uomini, sconfina a Frosinone. Pur con tutti i suoi limiti, la macchina da guerra si è mossa. Obiettivo: Roma.

5° Puntata

Rattazzi, vista la piega che hanno preso gli eventi, tenta di correre ai ripari:crea una legione romana con sudditi del territorio pontificio e ne affida il comando a un certo Ghirelli, al quale fa arrivare denaro tramite Crispi. E’ un tentativo maldestro di partecipare, in qualche modo, alla eventuale presa di Roma. Il Ghirelli non vuole però sottostare ad alcuna autorità e agisce in modo così scorretto e disonesto da far persino sospettare di essere un agente provocatore governativo con l’incarico di screditare tutti i volontari. Garibaldi riesce ad “evadere” da Caprera, grazie alla paranza di Stefano Canzio: non si fida più della mediazione di Crispi tra lui e Rattazzi, e vuole partecipare direttamente alla lotta. L’Eroe e Canzio sbarcano il 19 a Vada e il 20 ottobre sono a Firenze, accolti con entusiasmo. Ma, il 17 ottobre, il governo francese ha deciso di intervenire a Roma poiché quello italiano è impotente ad impedire l’invasione del territorio pontificio. Rattazzi si dimette il 19 di fronte alla minaccia francese. Intanto “il re galantuomo” Vittorio Emanuele II promette a Napoleone III che l’esercito italiano non sarebbe intervenuto a Roma. Il 22 ottobre, il generale Cialdini cui il Savoia ha conferito l’incarico di formare il nuovo ministero (non ce la farà… ), tenta di convincere  Garibaldi a desistere dall’azione ma il Generale è inflessibile e dichiara: “Redimere l’Italia o morire”. E, in un successivo proclama, in cui scrive che già a Roma i fratelli innalzano barricate e dalla sera prima si battono contro gli sgherri papali, così conclude: “L’Italia spera da noi che ognuno faccia il proprio dovere”. Purtroppo Garibaldi non è bene informato sui fatti reali.

6° Puntata.

In quello stesso 22 ottobre a Roma dovrebbe essere effettivamente scoppiata l’insurrezione che il Cucchi preparava da tempo. Circolano notizie false o esagerate: che Roma è piena di barricate, che l’insurrezione trionfa, che la popolazione si batte da due giorni. Ma non è così: troppo complessa si presenta l’azione e troppo se ne è parlato. La polizia è ormai da tempo in stato d’allarme. Tuttavia i Patrioti ci provano: una grossa schiera, quella di Cucchi, deve assalire il Campidoglio; un’altra attaccare il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni, con 100 uomini, prova a forzare Porta San Paolo e introdurre in città un carico d’armi e distribuirle; il muratore Giuseppe Monti deve minare la caserma Serristori. Francesco Zoffetti e altri sette cannonieri tentano di inchiodare le artiglierie di Castel Sant’Angelo così che non possano funzionare. Inoltre i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli(che però non agivano in accordo con il Comitato romano) devono scendere lungo il Tevere con 75 compagni fino a Ripetta con un carico di armi. Nel frattempo il generale Zappi, governatore di Roma, fa murare sei delle dodici porte della città. Tutti i tentativi falliscono: Guerzoni, che invece di 100 compagni se ne trova accanto solo sette, viene sorpreso e assalito da zuavi, gendarmi e dragoni pontifici e, dopo breve lotta, abbandona al nemico il carico d’armi. Pure l’assalto al Campidoglio si trasforma in un insuccesso e quello a Piazza Colonna, dispersi i congiurati prima dell’ora fissata, non poteva nemmeno essere tentata.

7° Puntata.

La caserma Serristori, minata dai due muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati dagli ex emigrati Ansiglioni e Silvestri, rimane rovinata in parte e l’esplosione provoca vari feriti. Ma il grosso degli zuavi era già uscito per correre contro la colonna di Guerzoni. I Cairoli, del cui arrivo né Cucchi né altri erano stati avvertiti , giunti in ritirata all’altezza del ponte Milvio e avvertiti della difficoltà della sollevazione, si nascondono tra i canneti della riva; all’alba si avviano verso Villa Glori. Nel pomeriggio del 23 ottobre la schiera è assalita da un nemico triplo di numero. Giovanni Cairoli è crivellato da ben dieci ferite, il fratello Enrico colpito a morte. Gli altri valorosi, che si sono difesi strenuamente, sono uccisi, o feriti, o fatti prigionieri.
Scrivono Montanelli-Nozza nel loro “Garibaldi” : “Enrico Cairoli si accasciò tra le braccia del fratello Giovanni, che due anni dopo doveva morire anche lui per le ferite riportate in quello scontro. E così, di cinque fratelli, tutti garibaldini, sarebbe rimasto il solo Benedetto, futuro presidente del Consiglio. Perché in Italia ci sono anche di queste famiglie”.

8° Puntata.

Un ultimo episodio si avrà il 25 ottobre alla Lungaretta ed era il solo che valeva a salvare l’onore del popolo romano. Nel lanificio Ajani un gruppo di ardenti repubblicani sta preparando cartucce. All’avanzare dei gendarmi pontifici, pare che partisse per errore un colpo d’arma da fuoco e allora i papalini assaltarono l’edificio. Li accoglie una resistenza accanita. Anima di essa sono i Patrioti Francesco Arquati con l’eroica moglie Giuditta Tavani Arquati e i tre figli. I pontifici riescono peraltro a penetrare nel lanificio ma i pochi difensori, rincuorati dall’eroina, continuano a resistere. Alla fine, più che mai inferociti, riescono a passare e cadono massacrati l’Arquati, Giuditta, i tre figli e altri quattro Patrioti.

In tal modo si spegneva l’insurrezione romana su cui i Patrioti di tutta Italia tanto avevano sperato. Purtroppo, la popolazione romana mostrò nell’insieme un ben diverso spirito dai tempi di Ciceruacchio, della giornata del 30 aprile 1849 e delle prime settimane della difesa della Repubblica Romana.
E, come non s’era mossa Roma, così neppure si mosse la popolazione della campagna. Episodi di alto valore, come quello della Lungaretta, non furono però sufficienti a ribaltare la situazione a favore degli insorti. I diversi comitati romani non riuscirono a mobilitare più di 8000 uomini. Garibaldi stesso non ritrovò i suoi momenti migliori. Pochi giorni dopo a Mentana gli venne meno quella meravigliosa celerità di manovra e quella ricchezza di risorse nei suoi movimenti che turbava e sconcertava gli avversari.

Fine

 


10/08/07 - Roma - La statua di Ciceruacchio, patriota della Repubblica Romana, torna visibile dopo la ripulitura curata dal Decoro urbano capitolino, sollecitata dall’Associazione Giuditta Tavani Arquati

 Torna visibile la statua del Ciceruacchio

Nel 1907 l’Associazione Giuditta Tavani Arquati, con fondi raccolti attraverso una sottoscrizione pubblica, eresse una statua per ricordare la figura del patriota Angelo Brunetti detto Ciceruacchio.
Brunetti, nato a Roma nel 1800, carrettiere, chiamato Ciceruacchio per il suo elegante eloquio tribunizio, fu eroico difensore della libertà: guidò le dimostrazioni popolari contro il potere di Pio IX e si mise a capo dei romani che abbatterono le inferriate del ghetto dove erano segregati in condizione miserevoli gli ebrei. Quando cadde la Repubblica Romana (1849), Brunetti seguì Garibaldi nella sua ritirata a Venezia. Catturato dagli austriaci, dopo sommario processo, fu fucilato a Cà Tiepolo il 10 agosto 1849 per ordine del Papa Re. Insieme a lui morirono sette patrioti e il figlio tredicenne Lorenzo.
La statua eretta con i fondi raccolti dall’Associazione Giuditta Tavani Arquati, fu posta a lungotevere Arnaldo da Brescia (vicino a piazza del Popolo), ma, durante la costruzione di un sottopassaggio per le Olimpiadi del ’60, venne rimossa dall’amministrazione capitolina guidata dal sindaco d.c. Ciocchetti. Fu spostata a lungotevere in Augusta (via Ripetta), sacrificata dai rami degli alberi e dal traffico. Nel corso degli anni la statua e la lapide hanno subito l’erosione del tempo e l’incuria delle amministrazioni.
Oggi, grazie alle pressanti richieste dell’Associazione Giuditta Tavani Arquati, presieduta dall’amico Sandro Masini, la statua è stata ripulita e presto sarà sottoposta ad un restauro più accurato.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it


MANIFESTAZIONE A ROMA

Martedì 3 luglio alle ore 11 in vista del bicentenario (4 luglio 1807)
della nascita di Giuseppe Garibaldi, presso la passeggiata del Gianicolo ( all’altezza del parco giochi, lato Porta San Pancrazio), il consigliere della Rosa nel Pugno Mario Staderini e l’Associazione Giuditta Tavani Arquati promuovono una manifestazione per ricordarei coloro che combatterono, soffrirono e morirono   per la difesa della Repubblica Romana.

Nel corso della manifestazione sarà assunta una iniziativa rivolta al Sindaco Veltroni e saranno presentati documenti e atti ufficiali relativi:

  1. -      alla scomparsa di due busti dedicati agli eroi della Repubblica Romana morti in battaglia;
  2.  -     allo stato del complesso monumentale del Gianicolo;
  3. -      alla generale incuria e abbandono in cui versano altri monumenti del Risorgimento Romano;
  4.  -     al mancato rispetto dei Regolamenti comunali.

 

Per informazioni

Tel 3926372771

                                                                                                        Sandro Masini.


5/12/06

Risoluzione approvata all'unaminità il 1° dicembre dal consiglio del primo municipio Roma Centro Storico, su proposta del consigliore Mario Staderini della Rosa nel pugno.
I consiglieri di Alleanza Nazionale non hanno partecipato alla votazione, avendo abbandonato l'aula, nel tentativo non riuscito di far mancare il numero legale.
Sandro Masini - presidente dell'associazione democratica Giuditta Tavani Arquati

RISOLUZIONE
DEL CONSIGLIO DEL MUNICIPIO  ROMA CENTRO STORICO

 Premesso

  • che ai sensi dell’articolo 10 del Regolamento sul decentramento amministrativo “il Consiglio circoscrizionale può rivolgere interrogazioni ed interpellanze al Sindaco il quale risponde  in forma scritta entro 60 giorni”;
  • che il Risorgimento ha rappresentato un momento storico fondamentale per il nostro Paese ed in particolare per la città di Roma, che attraverso l’esperienza della Repubblica romana ha segnato il cammino del popolo italiano verso la libertà e la democrazia;
  • che la memoria storica di un popolo passa anche attraverso i segni ed i simboli di un’epoca, conoscibili dai posteri anche attraverso le opere artistiche e monumentali relative ai protagonisti di eventi storici;
  • che nel territorio del Municipio I- Roma centro storico sono situati alcune delle opere più importanti per la rappresentazione di quello che è stato il Risorgimento ed il pensiero di chi gli ha dato corpo;

Visto che

  • che il complesso del Gianicolo, dedicato a coloro che combatterono eroicamente per la difesa della Repubblica romana, soffre da anni una situazione di sottovalutazione culturale, aggravata anche dall’incuria per cui da quasi due anni sono state tagliate le teste di tre busti dell’aerea monumentale, raffiguranti il Generale Masi, il Generale Rosselli e Luigi Ceccarini;
  • che le teste trafugate sono state ritrovate nel 2005 dalle forze dell’ordine;
  • che inoltre, il monumento di Ximens dedicato ad Angelo Brunetti detto Ciceruacchio e situato a metà del Lungotevere in Augusta, essendo stato spostato in una collocazione defilata, in luogo ombroso e fra due platani i cui rami da sempre ne impediscono parzialmente la visibilità, è stato di fatto sottratto alla fruizione dei cittadini romani ed ha bisogno di urgenti lavori di pulitura e restauro;
  • che parimenti il cippo posto in ricordo di Galileo Galilei  tra Trinità dei Monti e il Pincio appare in situazione di costante degrado;

Chiede al Sindaco

    • ·        di conoscere perché non sono stati ancora restaurati i busti dei generali Masi e Rosselli e di Luigi Ceccarini e quando sarà possibile ripristinare le opere;
    • ·        di conoscere quali sono i progetti dell’Amministrazione comunale per la valorizzazione culturale del complesso del Gianicolo;
    • ·        se ritiene urgente il restauro del monumento a Ciceuracchio e opportuno studiare una nuova collocazione per lo stesso;
    • ·        se ritiene di dover intervenire per il recupero dell’opera dedicata a Galileo Galilei.



Mercoledì 25 ottobre 2006, a Roma, cerimonia a cura Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati in occasione del 139 anniversario dell' eccidio.

Mercoledì 25 ottobre 2006, alle ore 10.30, in via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati ricorderà, insieme all’Amministrazione capitolina ed al I Municipio il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio Francesco, di suo marito e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.

Questa cerimonia, iniziata dall’amministrazione di Ernesto Nathan, interrotta dal fascismo e ripresa dall’amministrazione di UgoVetere, ha visto sempre insieme l’amministrazione capitolina e la nostra associazione, che rappresenta l’impegno laico e libertario dei romani: noi crediamo che sia importante continuare a ricordare le radici risorgimentali di Roma democratica e il patrimonio di libertà, laicità, convivenza e tolleranza che Roma ha saputo esprimere nel corso della sua difficile storia.

Giuditta Tavani era figlia di un difensore della Repubblica Romana che, liberato dal carcere pontificio dopo una lunga detenzione, andò con la famiglia in esilio a Venezia.

Giuditta crebbe in un ambiente di impegno politico, e sposò un patriota, Francesco Arquati, proprietario, con la sua famiglia, di un lanificio nella zona di Trastevere allora ricca di attività artigianali e commerciali. Venduto il lanificio a Giulio Ajani, Arquati aveva continuato a dirigerlo.

Nell’ottobre 1867 dopo l’attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serristori, gli zuavi pontifici attaccano il lanificio dove Giuditta, con il marito, il figlio Francesco di dodici anni e altri patrioti preparavano e nascondevano munizioni in previsione dell’insurrezione garibardina. Giuditta, incinta, il figlio, il marito e altri sedici patrioti cercano di difendersi ma vengono massacrati.

L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati fu fondata dai reduci della Repubblica Romana e dai parenti dei caduti trasformando una antica "vendita" carbonara.

Denominata inizialmente "dei non elettori del V mandamento"(Borgo e Trastevere) (non elettori perché poveri e perché repubblicani irriducibili) fu poi intitolata all’eroina trasteverina e continuò ad incarnare lo spirito laico e libertario della Roma risorgimentale.

Sciolta dal fascismo nel 1925, fu ricostituita dopo la Liberazione e continua ad operare.

Sandro Masini

(*)L’Associazione Democratica GIUDITTA TAVANI ARQUATI di Roma è stata fondata il 9 febbraio 1887. La sua sede è in Roma, Via degli Scialoja 18 – 00196, tel. fax 06.3611337



21/08/05

“Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l’acqua del Battesimo.”

Questo necrologio fu pubblicato in Vita e pensiero, rivista dell’Università Cattolica, agosto 1924.

Pubblicato anonimo, ne fu rivendicata con orgoglio la paternità, nel numero del dicembre 1924 della stessa rivista, dal francescano Agostino Gemelli, allora Rettore dell’Università Cattolica e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze e consigliere di due papi: Pio XI e Pio XII.

Papa Ratzinger per dare credibilità e concretezza alle sue plateali prese di distanza dalle persecuzioni agli ebrei dovrebbe, almeno per cominciare, cambiare nome al Policlinico Agostino Gemelli, che è un ospedale di esclusiva proprietà di santa romana chiesa.
Sandro Masini


ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA GIUDITTA TAVANI ARQUATI
DI ROMA
FONDATA IL 9 FEBBRAIO 1887
Via degli Scialoja 18 - 00196 - Roma - tel/fax 06.3611337 - ccp. 59814004

COMUNICATO STAMPA

Lunedì 9 febbraio 2004 alle ore 8
l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati deporrà da sola una corona di alloro al Sacrario dei Caduti per la Liberazione di Roma.in via Garibaldi al Gianicolo per ricordare i tanti che sono morti per difendere da Pio IX una Roma repubblicana, democratica e laica e per ricordare il 155° anniversario della proclamazione della Repubblica Romana.

L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati, che da molti anni celebra nel 9 febbraio e nel Sacrario del Gianicolo l’identità repubblicana, democratica e laica della città di Roma e la Repubblica romana, fulgida espressione di questa identità, intende in questo modo prendere le distanze dalle celebrazioni promosse dalla Regione Lazio nell’ambito delle "Giornate dei valori".

L’Associazione non intende avallare quella che giudica una pura e inaccettabile strumentalizzazione da parte di un’amministrazione che nelle deliberazioni appare totalmente estranea ai principi di laicità, eguaglianza e rispetto dei diritti individuali della Repubblica Romana fino a sollecitare i Comuni affinché intestino strade e piazze a Giorgio Almirante, segretario di redazione fino alla fine della rivista "La difesa della razza", su cui ha pubblicato scritti significativi e inequivocabili, componente il governo fantoccio della Repubblica di Salò, al servizio di Hitler.

Come ogni anno l’Associazione invita i cittadini a ricordare l’evento portando un fiore nel luogo dove sono ricordati e sepolti i tanti, fra i quali Goffredo Mameli, che soffrirono e morirono per liberare Roma e farne una città dove non vi fossero sudditi ma cittadini tutti con uguali diritti e in cui vi fosse libertà di pensiero e di religione.

Roma, 4 febbraio 2004


ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA GIUDITTA TAVANI ARQUATI DI ROMA
FONDATA IL 9 FEBBRAIO 1887

Via degli Scialoja 18 – 00196 – Roma – tel/fax 06.3611337

Roma,sabato 25 ottobre 2003, cerimonia per il 136 anniversario della morte di Giuditta Tavani Arquati, organizzata dalla Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati

Sabato 25 ottobre 2003, alle ore 10.30, in via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati ricorderà, insieme all’Amministrazione capitolina, il sacrificio di Giuditta Tavani Arquati, di suo figlio Francesco, di suo marito e degli altri sedici patrioti che morirono con loro nell’assalto degli zuavi di Pio IX al lanificio Ajani.

Questa piccola cerimonia, iniziata dall’amministrazione Nathan, interrotta dal fascismo e ripresa dall’amministrazione Vetere, ha visto sempre insieme l’amministrazione capitolina e la nostra associazione, che rappresenta l’impegno laico e libertario dei romani: noi crediamo che sia importante continuare a ricordare le radici risorgimentali di Roma democratica e il patrimonio di libertà, laicità, convivenza e tolleranza che Roma ha saputo esprimere nel corso della sua difficile storia.

Giuditta Tavani era figlia di un difensore della Repubblica romana che, liberato dal carcere pontificio dopo una lunga detenzione, andò con la famiglia in esilio a Venezia.

Giuditta crebbe in un ambiente di impegno politico, e sposò un patriota, Francesco Arquati, proprietario, con la sua famiglia, di un lanificio nella zona di Trastevere allora ricca di attività artigianali e commerciali. Venduto il lanificio a Giulio Ajani, Arquati aveva continuato a dirigerlo.

Nell’ottobre 1867 dopo l’attentato di Monti e Tognetti alla caserma Serristori, gli zuavi pontifici attaccano il lanificio dove Giuditta, con il marito, il figlio Francesco di dodici anni e altri patrioti preparavano e nascondevano munizioni in previsione dell’insurrezione garibardina. Giuditta, incinta, il figlio, il marito e altri sedici patrioti cercano di difendersi ma vengono massacrati.


L’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati fu fondata dai reduci della Repubblica Romana e dai parenti dei caduti trasformando una antica "vendita" carbonara.

Denominata inizialmente "dei non elettori del V mandamento"(Borgo e Trastevere) (non elettori perché poveri e perché repubblicani irriducibili) fu poi intitolata all’eroina trasteverina e continuò ad incarnare lo spirito laico e libertario della Roma risorgimentale.

Sciolta dal fascismo nel 1925, fu ricostituita dopo la liberazione e continua ad operare


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