All’Assessore On. Raffaela Milano
alla IV° Commissione - Servizi Sociali
all’AMA Presidente dott. Massimo Tabacchiera
Direttore Dott. Vitaliano De Salazar
e p.c.
al Gabinetto del Sindaco dott. Matteo Rebesani
alla Associazione romana cremazione
alla Consulta delle Religioni
alla Consulta per la Libertà di Pensiero
e la Laicità delle Istituzioni
Dai sopralluoghi effettuati nei cimiteri e dagli incontri con i Responsabili
dei servizi funebri e cimiteriali, con i rappresentanti della “Consulta
delle Religioni”, della “Consulta per la Libertà
di Pensiero e la Laicità delle Istituzioni” e dell’Associazione
romana cremazione è stata elaborata la seguente relazione finalizzata
ad un globale miglioramento e adeguamento dei servizi alle attuali esigenze
locali.
I LUOGHI DEL COMMIATO
Premessa
In una società multiculturale come la nostra, il rito funebre
dovrebbe consentire l’espressione di credenze e visioni del mondo
alquanto eterogenee. E’ oggi fortemente avvertita l’esigenza
di avere a disposizione spazi aperti, multiconfessionali o aconfessionali
che permettano il ricorso a simboli, gesti, pratiche e parole differenti.
Il rito funebre, infatti, è una potente espressione di identità
sociale. L’apertura, la tolleranza e l’accoglienza si esprimono
dunque anche nella capacità di consentire, attraverso il rito
funebre, il dispiegarsi di altre logiche culturali.
Una realtà sfaccettata, in gran parte secolarizzata, decisamente
incanalata nella pluralità dal punto di vista culturale, etnico
e religioso non è necessariamente antiritualista: quando abbandona
i grandi riti collettivi perché non riesce più a riconoscersi
in essi, tende a percepire come problema la mancanza di ritualità
e ad inventare altre forme per esprimere contenuti che sono cambiati,
ma che rispondono comunque al bisogno di uno spazio, di un tempo e di
un linguaggio rituali per la condivisione del dolore.
Ecco quindi che la richiesta di aree cimiteriali e di sale di commiato
destinate a onorare degnamente i defunti non proviene soltanto dalle
minoranze religiose presenti nella città ma anche dal fermento
del mondo civile che, sempre più secolarizzato, chiede ai suoi
amministratori di dargli la possibilità di celebrare riti non
religiosi, personalizzati, volti a commemorare la vita di chi è
scomparso.
Presso l’Ufficio della Consigliera Franca Eckert Coen hanno sede
3 Consulte: quella dei laici, delle religioni, delle cittadine straniere.
Ognuna di queste realtà necessita di attenzione specifica in
relazione al commiato, ecco perché le esamineremo separatamente.
Il rito laico
Gli uomini del nostro tempo, anche quando hanno perso i legami con la
propria tradizione, continuano a manifestare l’esigenza di un
trascendimento della morte, mediante gesti e parole simboliche, mediante
un rito.
Essi esprimono una nuova tendenza che è quella di commemorare
i propri morti in modo più personale, parlando di chi non è
più, ricordando la sua vita, i suoi affetti, le sue preferenze,
il segno da lui lasciato su questa terra. Si tratta di una memoria che
ha il suo luogo di elezione nella mente e nel cuore di chi rimane, oltre
che nelle tombe o nelle cellette cinerarie di un cimitero o di un crematorio.
Inoltre il rito, che riunisce parenti e amici intorno al morto, sottolinea
l’appartenenza di quest’ultimo all’umanità,
lo reintegra nel gruppo sociale e familiare, attribuendo così
un significato alla sua vita, malgrado quel limite, a dispetto della
finitezza.
Infine il rito permette, nella condivisione del dolore, di far percepire
ai sopravvissuti che la loro solidarietà alimenta il desiderio
di una continuazione della vita, li sottrae alla sofferenza bruta e
senza nome, consente di riconoscere e accettare l’accaduto.
L’esigenza di un rito laico volto a commemorare la persona quale
era in vita risponde alla cultura della nostra epoca, che molta importanza
attribuisce all’individualità di ciascuno. Indipendentemente
dalle fedi religiose, molto avvertita è l’esigenza di avere
un momento privato per dire addio ai propri cari nel modo che si ritiene
più idoneo a commemorare ciò che lo scomparso fu e rappresentò
per coloro che lo hanno amato.
La nostra società è fondata sulla convinzione della unicità
e insostituibilità di ogni individuo: è pertanto comprensibile
che l’addio sia pensato come una commemorazione del significato
dell’esistenza, del ruolo sociale, delle relazioni amicali e affettive
di chi è scomparso.
Gli elementi di questo rito del commiato potranno essere l’ascolto
di musica, il silenzio e la riflessione, la lettura di brani poetici
o letterari, i discorsi o gli elogi funebri, alcuni gesti che assumono
per ognuno di coloro che li scelgono un significato simbolico.
Riti multi etnici
Inscindibile dalla trattazione delle cerimonie del commiato, e delle
sale ove queste dovranno avere luogo, è il tema delle esigenze
rituali delle comunità minoritarie dal punto di vista religioso
e/o etnico che vivono nel nostro territorio.
Il tema dei riti funebri, delle regole di sepoltura e dei cimiteri non
è stato preso ancora in seria considerazione fino ad oggi nel
dibattito sull’immigrazione, probabilmente perché altri
problemi appaiono (e forse sono) più urgenti.
Tuttavia è utile ricordare che la prima nozione che viene messa
in discussione nel bagaglio culturale del migrante è quella dell’identità,
e che i riti della comunità di appartenenza connessi con la vita
e la morte sono parte integrante e costitutiva dell’identità
di un uomo, qualunque sia la posizione intellettuale che egli assume
nei loro confronti, di accettazione, di critica o di rifiuto.
Il problema dell’identità, nell’incontro fra culture
diverse, non riguarda, evidentemente, solo l’immigrato, ma anche
la società che “accoglie”. Ogni identità,
anche quella cosiddetta “etnica”, si definisce in rapporto
ad un’alterità, e non è data dalla nascita, ma è
una costruzione culturale, fluida e flessibile, sovente invocata per
rivendicare qualcosa.
L’intolleranza e il razzismo nascono da un’identità
vissuta come rigido confine protettivo tra “noi” e “loro”,
dalla percezione di una minaccia nei confronti della propria identità;
è pertanto su una concezione più aperta e dialettica di
identità che bisogna lavorare per sconfiggerli. L’importanza
di un’apertura conoscitiva reciproca fra paese che accoglie e
gruppi immigrati su un tema come quello dei riti di morte ha direttamente
a che fare con il nocciolo dell’accettazione e con quello del
radicamento, dunque, della convivenza possibile tra differenti gruppi.
Oggi in Italia la maggior parte degli immigrati tende a rimpatriare
la salma dei propri cari defunti all’estero. Questi rimpatri sono
emblematici riguardo all’assenza di una situazione interculturale
nel nostro paese. La scelta di rimpatriare la salma può infatti
essere letta come il sogno di un ritorno a casa, come legame forte con
la propria comunità e terra d’origine, come un rifiuto
della terra d’immigrazione e, comunque, come segno di uno scarso
radicamento.
D’altronde, perché il rimpatrio non sia una scelta forzata
come oggi si presenta, è necessario che il paese che accoglie
si preoccupi di creare le condizioni affinché una sepoltura e
un rito funebre compatibili con le usanze dell’immigrato siano
possibili: il dialogo si crea nel momento in cui ad una richiesta di
spazi –ad esempio cimiteriali- viene data una risposta consona
da parte delle istituzioni del paese che accoglie.
Tanto più che, col crescere delle generazioni di immigrazione,
si verificano nella vita degli immigrati eventi biografici che rendono
estranea la pratica del rimpatrio, data per scontata oggi in Italia
dai maghrebini e non solo (il più delle volte ottenuta con collette
della comunità messe insieme con difficoltà e non immediatamente
dopo il decesso): in particolare, non va sottovalutato lo spostamento
del proprio nucleo affettivo e familiare in terra d’immigrazione,
i matrimoni misti, la presenza di figli e nipoti, l’effettivo
tramonto dell’idea del ritorno e l’invecchiamento in terra
d’immigrazione.
Pertanto sul versante del rito, una volta superata l’idea di una
sorta di “maledizione” del morire “in esilio”,
senza aver potuto fare ritorno, è possibile che l’immigrato
accetti una forma di costruzione del rito funebre in terra d’immigrazione
non come crisi identitaria, ma come positivo fattore di mediazione e
integrazione, passando da un sentimento di vergogna per essere sepolto
in terra straniera al sentirsi onorato di esserlo.
I riti religiosi
Oggi, il percorso più comune che segue un decesso è ospedale
– obitorio – trasporto funebre – rito religioso in
chiesa – cimitero (o crematorio). Con l’eccezione, forse,
dei veri credenti, per i quali il rito cattolico mantiene il suo profondo
significato, tale percorso è sovente vissuto come un insieme
di formalità da adempiere, come un momento spoglio e deludente.
Va tenuto presente, a questo proposito, che circa il 33,8% degli italiani
(dati del 1995) dichiara di credere nell’esistenza di un’anima
immortale. Per gli altri, evidentemente, il rito religioso cattolico,
fondato sull’idea della salvezza e della sopravvivenza dell’anima,
viene sovente scelto per conformismo o per la mancanza di un’alternativa.
Il rito funebre funge da contenitore del cordoglio, sospende il tempo
ordinario, il fluire quotidiano degli eventi, e mette pertanto le persone
colpite da un lutto di fronte alla possibilità di esprimere,
in modo solenne, il dolore, lo sconvolgimento e l’impotenza che
l’uomo prova di fronte al mistero della morte.
Anche qualora non vi siano convinzioni salvifiche di fronte alla morte,
l’espressione collettiva del dolore è già il riconoscimento
di un senso, la presa di coscienza (che può essere sofferta ma
salda) dei limiti dell’umano.
E la morte è precisamente, innanzitutto, tale limite, che offre
l’orizzonte di significato nel quale l’uomo vive e dà
un senso al tempo e alle sue azioni. In un contesto di immortalità,
le possibilità sarebbero infinite e il valore dei singoli atti
umani completamente diverso. Il riconoscimento della realtà della
morte e del senso del limite che ne deriva è dunque uno dei primi
contenuti del rito stesso.
La Consulta delle Religioni della città di Roma annovera la partecipazione
di 16 realtà religiose differenti, ognuna con i propri riti,
ordinamenti e leggi. Una questione centrale a ogni rito funebre religioso
è quella che concerne il destino del corpo, oggetto in vita di
consistenti investimenti di natura affettiva, estetica, culturale e
religiosa. Ai riti funebri di ogni religione si richiede di sancire
pubblicamente la forma di congedo prescelta per i corpi.
Inoltre, in questa sede facciamo presente che l’attuale denominazione
'acattolico' per il luogo di commiato o per l'area cimiteriale, attualmente
utilizzata, risulta, proprio per quanto più sopra osservato,
impropria, ignara della realtà sociale attuale e lesiva della
dignità delle singole fedi o credenze. Suggeriamo quindi che
ogni area cimiteriale riporti il nome della rispettiva religione o concezione.
Per tale ragione, e a completamento di questa relazione, alleghiamo
il materiale fornito dalle singole comunità di fede o di pensiero.
RIEPILOGO DELLE RICHIESTE
Breve premessa generale:
Annotiamo qui di seguito alcuni brevi punti comuni a tutti i richiedenti,
siano essi laici, appartenenti a minoranze religiose o etniche e già
dibattute e concordate con i referenti dell’A.M.A.
? Creare delle sale di commiato in tutti i municipi e nei cimiteri ove
non siano ancora state
allestite
? Creare dei luoghi dove poter esporre le salme a livello locale
? Rendere la cremazione più dignitosa e ottenere almeno due luoghi
dove poterla effettuare
? Istituire la figura del cerimoniere
? Pubblicizzare adeguatamente luoghi e possibilità a disposizione
DA PARTE DELLA CONSULTA LAICA PER I SERVIZI CIMITERIALI
Realizzazione o potenziamento delle seguenti strutture :
• sale per commiato laico
• forni per la cremazione
• aree per lo spargimento delle ceneri
DA PARTE DELLA COMUNITA’ BUDDHISTA DI ROMA
Popolazione attuale della comunità nel Comune di Roma : circa
20.000
La tipologia di sepoltura prevista é la cremazione e, oltre alle
necessità di seguito indicate, ve n’é una anteriore
alla cremazione in quanto, per alcune scuole buddhiste, si richiede
che il corpo non venga toccato per tre giorni.
• sala per svolgimento rituali in struttura chiusa
• area cimiteriale
• dispersione ed uso delle ceneri come eventualmente disposto
dal defunto.
DA PARTE DELL’UNIONE INDUISTA
Popolazione attuale della comunità nel Comune di Roma: circa
10.000
Le tipologie di sepoltura previste sono l’inumazione e la cremazione
con orientamento del defunto.
• sala per svolgimento rituali in struttura chiusa
• area cimiteriale
DA PARTE DELLA COMUNITA’ BAHÁ'Í DI ROMA
Popolazione attuale della comunità nel Comune di Roma: circa
100
La tipologia di sepoltura prevista é esclusivamente l’inumazione.
• sala per lo svolgimento del commiato in struttura chiusa
• area cimiteriale
ALLA PRESENTE RELAZIONE SI ALLEGANO I DATI RELATIVI ALLA PRESENZA, A
ROMA, DI CITTADINI APPARTENENTI ALLE FEDI CHE HANNO ADERITO ALLA CONSULTA
DELLE RELIGIONI
Chiediamo, comunque, ai rappresentanti della Consulta delle Religioni
di comunicarci stime più aggiornate qualora ne fossero a conoscenza
CONSULTA DELLE RELIGIONI A ROMA (STIME)
MUSULMANI
90.000
(oltre ai romani ma prevalenza di marocchini, seguiti da albanesi
egiziani, pachistani e bengalesi)
PROTESTANTI +ORTODOSSI
58.494
75% protestanti e 25% ortodossi
(oltre ai romani provengono in prevalenza da Asia (Filippine
Corea e Cina) Africa (Madagascar Etiopia Eritrea Ghana
Nigeria Cameron Costa d' Avorio, Togo, dall' America latina
(PerùEcuador Colombia) oltre ad Europa ed Usa
BUDDISTI
900
(oltre ai romani cingalesi)
INDUISTI
10.000
(oltre ai romani immigrati dal Tamil Nadu o dallo
Sri Lanka)
BAHA'I
65
(oltre ai romani una decina di origine iraniana)
SOKA GAKKAI
2.300
EBREI
15.000
(sono in maggioranza romani. La comunità
ebraica romana è la più antica del mondo)
SIKH
200
(Sud dell'India, Sri Lanka a Roma e provincia)
AVVENTISTI
1.100
(una rilevante presenza di rumeni, filippini e
latinoamericani)