Pagina dedicata
agli editoriali di Luigi De Marchi
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26/08/06 - Brecht, furbo vile e felice Il cinquantenario della morte di Bertolt Brecht ha scatenato le previste, ambigue celebrazioni sulla nostra stampa intelligente. E’ un fenomeno che si ripete puntualmente negli anniversari della morte o della nascita d’uno di questi “padri fondatori” per decenni celebrati ed oggi un tantino imbarazzanti. Così, per esempio, la tempesta di panegirici che si è puntualmente prodotta nel ventennale della dipartita di Michel Foucault è stata un po’ meno fragorosa di quelle dei precedenti anniversari perché i celebranti cominciavano ad avere qualche dubbio sui meriti di quel grande profeta dell’antipsichiatria, anche alla luce dei disastri che il movimento e le leggi antipsichiatriche hanno prodotto nella vita dei malati e dei loro familiari. Nel caso di Brecht i dubbi mi sembrano, oggi, ancora più incalzanti. Così “Repubblica” qualche settimana fa ha pubblicato tre articoli celebrativi – uno di Adriano Sofri, l’altro di Antonio Gnoli e il terzo di Peter Schneider – che trasudano riserve e imbarazzo.
Sofri ha intitolato il suo paginone “Brecht l’inattuale”: un modo garbato per dire che l’idolo di un tempo è molto, troppo datato e merita d’essere messo in naftalina. L’articolo inizia ricordando che Brecht morì nell’agosto del ’56, cioè solo due mesi prima che la rivoluzione anticomunista e antisovietica d’Ungheria scoppiasse e venisse schiacciata nel sangue dalle forze del Patto di Varsavia (26.000 morti solo a Budapest). E maliziosamente commenta: “Dunque, per un paio di mesi Brecht non potè schierarsi con gli operai insorti o, viceversa, dalla parte della sanguinosa repressione. Nessuno può dire che posizione avrebbe preso”. E Sofri aggiunge: “Nessuno può dirlo neanche di se stesso, mentre guarda alle insurrezioni e alle repressioni dei nostri giorni”. Mi permetto di dissentire due volte: in primo luogo perché chiunque conosca i comportamenti di Brecht sa bene che il Nostro (ma sarebbe meglio dire il Loro) non ha mai brillato per eroismo e, quindi, si sarebbe gettato come un sol uomo dalla parte del più forte, come del resto aveva fatto anche nel 1953, quando la polizia comunista e i carri sovietici avevano schiacciato la rivolta degli operai di Berlino; e in secondo luogo perché i biechi socialdemocratici e liberali come me non sono mai stati dubbiosi, né mezzo secolo fa né oggi, quando si è trattato di scegliere tra chi si ribella per conquistare la libertà e chi lo bastona per mantenere la tirannia. Certi dubbi sono appannaggio di chi, oggi o in passato, si è schierato con la tirannia e la violenza. Del resto, non era mai stato coraggioso e, forse non a caso, nel suo “Galileo” fa dire al protagonista “Infelici i popoli che hanno bisogno di eroi”: e difatti si può dire che, nella sua vita, Brecht ha saputo trovare la felicità facendo docilmente il giullare furbo, vile e coccolato del più sanguinario regime comunista, quello di Ulbricht. Sofri comunque denuncia con molta finezza e ironia le mille giravolte di Brecht per stare dalla parte dei potenti e cita una battuta vergognosa del drammaturgo stampata nella poesia “Ma chi è il partito?” ove proclama da bravo dirigente comunista: “Non percorrere senza di noi la via giusta / Perché senza di noi / è la via sbagliata”. E’ una battuta che mi ricorda la stroncatura codarda riservata dal “Messaggero” di Roma alla mia opera Psicopolitica che nel 1976 attaccò frontalmente la stupida demagogia del sinistrese allora imperante e denunciò le vergogne sanguinose e l’arretratezza pre-psicologica delle dittature comuniste d’ogni stampo: non solo quella stalinista ma quelle maoista, vietnamita e castrista, allora di gran moda. “Il modo peggiore di avere torto – scrisse “Il Messaggero” allineandosi inconsapevolmente alla vigliaccheria di Brecht - è di trovarsi soli ad avere ragione. E’ questa la sorte di Luigi De Marchi ecc.ecc.” Del resto, accanto a queste piccole vergogne di Brecht citate da Sofri, si aggiungono quelle grandi ricordate da Peter Schneider. “E strano – scrive Schneider – quanto poco si discuta oggi dei suoi gravi torti politici. Si dubita della sua morale, magari si parla di come maltrattò le sue mogli (o di come rubò a loro molte idee e trovate poi riciclate nei suoi drammi), ma si evita di parlare delle sue complicità con le tirannie comuniste”. Personalmente tutto ciò non mi sembra affatto strano, dato che quelle complicità furono condivise da molti dei suoi odierni commentatori e cantori. Infine Antonio Gnoli riferisce l’accusa di Edoardo Sanguineti a Strehler: quella di aver reso Brecht troppo piacevole con la sua raffinata regia delle opere brechtiane. Ma, già che Gnoli parla di teatro, sento il dovere di dire che, a parte i torti politici, anche nel campo teatrale (ove il suo prestigio resta tuttora enorme) Brecht ebbe una responsabilità gravissima: quella di avere in fondo ribadito, con la tecnica dello “straniamento” decantata come tanto rivoluzionaria, l’artificiosità del teatro accademico e convenzionale e di aver viceversa inferto un colpo micidiale alla vera rivoluzione introdotta da Constantin Stanislavski nel teatro moderno. Per chi non lo sapesse Stanislavski, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, aveva finalmente avviato, nel Teatro d’Arte di Mosca da lui stesso fondato, un nuovo modo di fare teatro, che rifiutava le modalità affettate e artificiose della recitazione tradizionale e insegnava agli attori ad esprimere se stessi nel modo più autentico. Questa ricerca dell’autenticità più profonda dell’espressione è sembrata sempre anche a me il compito prioritario non solo di ogni vero attore ma di chiunque intenda liberarsi dalle maschere e dai manierismi della vita convenzionale. E’ un obiettivo che, del resto, sta alla base anche della psicologia umanistica, da me tanto amata, la quale ha per motto: “Permettiamoci di essere noi stessi”. E anche per questo, da quattro anni ho fondato e dirigo Teapsy, un Laboratorio psico-teatrale di grande successo che utilizza una tecnica innovativa ed efficace da me ideata, la psicofonetica, e che inizierà un nuovo corso a settembre. Come dicevo, a questa rivoluzione dell’autenticità Brecht ha inferto un colpo terribile imponendo invece ai suoi attori la tecnica dello “straniamento” che ha ripiombato il teatro nell’artificio, aggiungendo al birignao e alla declamazione del teatro tradizionale la pietrificazione e la robotizzazione di un teatro che si proclamava rivoluzionario proprio mentre disumanizzava i suoi personaggi e li rendeva estranei alla sensibilità popolare. Luigi De Marchi |
25/08/06 - Un telefono verde per le donne islamiche L’atroce assassinio di Hina Salem, la ragazza pakistana sgozzata e sepolta nel giardino di casa dal padre, dallo zio e dal cognato perché si era innamorata d’un ragazzo bresciano, conviveva con lui, intendeva vivere come ogni altra donna dell’Occidente liberale e non voleva sposarsi con l’uomo pakistano che il padre le imponeva, sembra aver risvegliato il nostro mondo politico dal dolce delirio in cui era sprofondato con le leggi aperturiste in tema di immigrazione e di cittadinanza agli immigrati. Come forse ricorderete, in un mio recente intervento avevo apertamente ironizzato sulla patetica inadeguatezza delle cosiddette garanzie con cui gli esponenti della politica e della cultura aperturista intendono assicurare che la cittadinanza “pret-à-porter” sia concessa ad immigrati di sicura fede democratica: il progetto di legge governativo esigeva solo una buona conoscenza della lingua italiana mentre “l’Espresso”, organo magno della cultura sedicente progressista, riteneva necessario e sufficiente chiedere anche un impegno a rispettare la Costituzione Italiana ed a rinunciare alla cittadinanza precedente. L’assassinio della povera ragazza pakistana, colpevole solo di aver preferito la libertà occidentale all’oppressione maschilista dell’Islam, ha indotto il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, co-firmatario del progetto governativo, a dichiarare che l’accertamento del rispetto dei diritti della donna dovrà essere una condizione importante per la concessione della cittadinanza. |
| 11/08/06 - Il tranquillo liberal. Anche Ernesto Galli della Loggia, di solito commentatore equilibrato della più varia attualità politica, si è associato, nell’articolo di fondo del “Corriere della Sera” di martedì 8 agosto, al coro entusiastico dei consensi per la decisione del Governo Prodi di accordare la cittadinanza (e quindi il diritto di voto) agli immigrati dotati di certificato di residenza, dopo soli 5 anni di permanenza in Italia: decisione cui vorrei dedicare oggi una mia riflessione personale. “C’è solo da essere soddisfatti – scrive Galli della Loggia – per la decisione del Governo di facilitare la procedura per la concessione della cittadinanza agli immigrati. Ogni persona sensata capisce subito, infatti, che se non si vuole creare un odioso e permanente regime di sfruttamento e separatismo a danno di costoro, l’unica soluzione è di cercare d’integrarli, e d’integrarli davvero…Certo - riconosce l’autorevole editorialista - i nuovi cittadini voteranno per chi si mostra o si è mostrato più pronto ad accogliere le loro rivendicazioni. Ma questa è la democrazia”. E come il “Corriere” e il Governo pensano di realizzare questa tanto auspicata e tanto rapida integrazione ? Il Governo si contenterebbe a quanto pare di verificare che l’immigrato abbia imparato la nostra lingua: ma se ricordiamo quanto egregiamente i terroristi delle Torri Gemelle, grazie anche alla loro istruzione superiore e al loro addestramento accurato, parlassero l’americano e si destreggiassero coi computer, ci si renderà subito conto che la buona conoscenza della lingua è, semmai, più diffusa tra gl’immigrati a rischio. Forse anche per questo il “Corriere” e Galli della Loggia raccomandano al Governo di prevedere subito due altri adempimenti idonei, secondo loro, a garantire la piena integrazione dell’immigrato: 1) il giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana ed alla sua Costituzione; 2) la rinuncia alla cittadinanza precedente. Santa ingenuità! Dinanzi a masse prevalentemente maschili provenienti da culture ove la donna conta meno del due di picche, questi signori illuminati vogliono credere e farci credere che gl’immigrati, per i quali la cittadinanza equivale al sospirato attraversamento della Porta d’Oro, rinuncerebbero a tutto ciò piuttosto che pronunciare qualche parola di circostanza davanti a un burocrate o ad un ufficiale di polizia o si trasformerebbero, da gente fanatica che, come c’informava ieri “Repubblica”, brinda felice alla morte d’un figlio terrorista morto in battaglia e quindi già coccolato in Paradiso da 72 vergini allupate, in cittadini tolleranti e rispettosi delle nostre leggi. Questa folle credulità è quella che ha indotto per decenni il Governo americano a subordinare i suoi visti d’ingresso a una dichiarazione in cui il visitatore proclamava di non voler “rovesciare con la forza il Governo degli Stati Uniti”, a spalancare così le porte a migliaia di cospiratori comunisti e islamici ed a gettare le basi della rete spionistica sovietica e terroristica che portò all’atomica staliniana nel 1951 e alle Torri Gemelle nel 2001. E c’è in effetti, nell’atteggiamento mentale di Galli della Loggia e degli altri “liberal” che hanno fatto quadrato intorno alla legge per la cittadinanza facile, qualcosa d‘involontariamente americano che, credo, tutti questi intellettuali ripudierebbero immediatamente, se ne fossero lontanamente consapevoli, dato il viscerale antiamericanismo che li caratterizza. Sì, c’è nei “liberal” del “Corrierone” , qualcosa di quella pericolosa ingenuità americana, che si traduce in formalismo etico, che è costata tanti disastri al mondo e agli stessi popoli “aiutati” dall’America e che Graham Greene satireggiava così ferocemente, già negli anni ’50, col suo romanzo “Il tranquillo americano”: storia dei disastri combinati da un americano risoluto ad applicare i principi della democrazia formale alla complessa società indocinese. E’ l’ingenuità pericolosa che ha costretto l’Europa a concedere precipitosamente l’indipendenza a diecine e diecine di popoli africani e asiatici del tutto impreparati a gestirla, precipitandoli nel caos, nella guerriglie e guerre croniche, nell’esplosione demografica e nella miseria. E’ l’ingenuità pericolosa che ha spinto l’antipsichiatria sedicente progressista a vedere nella psichiatria del passato solo malvagità e crudeltà e nei familiari dei malati una congrega di malfattori solo desiderosi di seppellire per sempre i loro matti nei manicomi, condannando quei familiari sventurati a 30 anni di orrore e di angoscia. E’ l’ingenuità pericolosa che da sempre, in nome del diritto alla privacy, rifiuta ogni strumento psicologico per individuare gli elementi pericolosi e antisociali scatenandone tranquillamente la violenza contro la gente inerme. E’, soprattutto, l’ingenuità pericolosa che ha legittimato col voto cosiddetto democratico la perpetuazione delle tirannie nazi-clericali e maschilista del mondo islamico. Ma, nel caso delle nuove norme per la cittadinanza agl’immigrati, non si tratta solo d’ingenuità pericolosa. Dietro di esse si nasconde un buonismo peloso che mira ad accaparrarsi il voto della marea montante degl’immigrati, calpestando la volontà degli elettori italiani più volte espressa nei sondaggi d’opinione. Purtroppo, però, questo buonismo non è solo peloso ma anche stolto, perché non si accorge che, per ogni voto d’immigrato guadagnato, ne perderà due o tre fra gli elettori autoctoni e che sta preparando una sbandata fascista e razzista tra gli italiani, e soprattutto perchè esso non capisce che, nel giro di pochi anni, il voto degl’immigrati, specie di quelli islamici, si aggregherà intorno ai movimenti estremisti non solo per la diffusa inclinazione islamica al vittimismo ma anche per le minacce subacquee di violenza che quei movimenti notoriamente applicano ai connazionali sia in patria che all’estero e che, quindi, applicheranno anche in Italia. |
8/08/06 - Immigrazione: basta blablablà . In una lettera apparsa sul sito di “Rientrodolce” (il gruppo radicale che si adopera per riportare la questione demografica al centro del dibattito politico) Fabrizio Argonauta risponde fuori dai denti al blablablà con cui i liberisti duri e puri si sono allineati ai loro avversari tradizionali nel negare la minaccia tremenda dell’immigrazione di massa per i lavoratori italiani (soprattutto i giovani) e per i loro livelli salariali. “Siamo invasi, scrive Argonauta, da milioni di disperati che offrono braccia (più raramente cervelli) ed aumentano l’offerta di lavoro abbattendo ovviamente sino ad annientarlo il potere contrattuale dei lavoratori nostrani disoccupati (quella che Marx, nell’amnesia generale dei nostri marxisti immaginari, definiva esercito di riserva del capitale)”. E conclude: “I burocrati, gli accademici, i garantiti, i politici, i preti, gli oligopolisti, i potentati vari con la schiera dei loro portaborse e leccaculi, insomma i reggenti e i gaudenti di questo regime, che li fa ingrassare in pace senza il minimo rischio personale, sono gli unici a trarre grande profitto da quest’inizio di collasso. Ma quando, a breve, il collasso arriverà con tutta la sua devastante atrocità, con noi (magra consolazione) salteranno anche loro”. So bene che questa coraggiosa denuncia degli effetti rovinosi dell’immigrazione sui livelli salariali e sull’occupazione dei nostri lavoratori avrà suscitato l’indignazione dei liberisti duri e puri e dei loro compagni di merende della sinistra islamista, ma vorrei segnalare a costoro che una fonte ben più riverita di Argonauta, e cioè un recente editoriale di Michael Dukakis, già Governatore Democratico del Massachusetts e docente di Scienze Politiche alla Norteastern University, apparso sul New York Times del 25 luglio 2006, sosteneva esattamente la stessa tesi denunciando l’imbroglio ignobile imbastito intorno alla questione dalle lobbies delle multinazionali e dei grandi imprenditori. “E’ tempo di dire – scrive Dukakis – che se vogliamo davvero fermare l’immigrazione clandestina dobbiamo innalzare ad 8 dollari l’ora l’attuale salario minimo di 5 dollari. E una volta varata questa riforma, potremo impegnarci con successo ad imporre le norme in difesa del lavoro legale”. E’ falso – conclude Dukakis – ripetere col Presidente Bush (e, vorrei aggiungere io, con gli esperti nostrani di stampo liberista e sinistrese) che gl’immigrati occupano solo i posti peggio pagati, cioè rifiutati dai nostri concittadini. Prima dell’arrivo di questa marea d’immigrati la pulizia degli uffici e degli alberghi era assicurata, i piatti dei ristoranti erano lavati e i prodotti agricoli erano raccolti anche meglio di oggi…dai lavoratori americani, che venivano decentemente retribuiti per questi lavori. Ed anche oggi gli Americani sono pronti ad accettare lavori rischiosi, sporchi o sgradevoli purchè sia offerta una buona paga ed una buona tutela sanitaria e previdenziale”. Le tesi di Dukakis sono state ribadite anche più chiaramente da Thom Hartmann pochi giorni dopo: “Non abbiamo – ha scritto – un problema d’immigrazione illegale, ma solo un problema d’imprenditoria illegale”. E più avanti: “Incoraggiare un rapido incremento della manodopera incoraggiando le aziende ad assumere lavoratori immigrati e meno tutelati è un potentissimo strumento ideato dai conservatori per trasformare la classe media americana in una classe di semi-occupati poveri”. Alla luce di queste analisi chiare e taglienti e dell’appoggio entusiasta dato dai big di Confindustria alla politica immigratoria aperturista, i nostri sinistresi islamisti farebbero bene a domandarsi a quali strani porti essi sian finiti per approdare in tema d’occupazione, sospinti dalla brama di accaparrarsi il voto degli immigrati: una brama molto miope del resto, come sottolineavo già vari anni fa, ricordando che per ogni voto d’immigrato ne avrebbero perso due o tre d’Italiani residenti, e come è stato confermato nel duello Busby/Bilray, vinto a mani basse dal candidato americano conservatore quando questo ha accusato sistematicamente l’avversario Democratico di favorire l’immigrazione clandestina per arraffare i voti degl’immigrati. Ma, qui da noi, l’idillio ventennale tra Sindacati e Confindustria esclude questi scontri “ingenui”. I liberisti di stampo clericale e sinistrese farebbero bene, comunque, a rileggersi il saggio “Sul lavoro” scritto dal loro maestro David Ricardo quasi 200 anni fa, ove viene esposta la famosa “legge bronzea dei salari”, che spinge in alto i salari quando c’è scarsità di manodopera e in basso quando ce n’è sovrabbondanza: in particolare, ammoniva Ricardo, i salari dei lavoratori poco qualificati rischiano di crollare a livelli di pura sussistenza. E i nostri liberisti duri e puri farebbero ancor meglio a rileggersi il saggio scritto da Ricardo un paio d’anni dopo e intitolato “Sui profitti” ove Ricardo avverte che, quando il livello dei salari cala, non si produce un calo dei prezzi ma una crescita dei profitti: un avvertimento confermato dalla indecorosa vicenda delle scarpe “Nike”, il cui costo non è affatto diminuito quando la Nike ha utilizzato su vasta scala il lavoro schiavo dei bambini del Terzo Mondo… Ma Dukakis e i suoi compagni di cordata, a loro volta, fingono di non sapere che imporre alti salari negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente sarebbe molto difficile mentre alle frontiere premono moltitudini di clandestini disposti a lavorare a salari super-minimi e quando la globalizzazione selvaggia voluta dai liberisti d’accademia spalanca le porte ai prodotti a prezzo stracciato del lavoro straccione terzomondista. E allora, cari amici, dobbiamo capire e denunciare che in questa tragedia della guerra tra poveri ci hanno piombato di buon accordo quanti (clericali e comunisti, liberisti e statalisti, conservatori e sedicenti progressisti) hanno provocato l’esplosione demografica e le relative migrazioni disperate e quanti (sempre gli stessi compagni di merende) hanno imposto la globalizzazione selvaggia e indiscriminata, deridendo la liberalizzazione degli scambi proposta nelle opere di James Smith e in queste mie conversazioni: cioè una liberalizzazione limitata inizialmente solo ad aree economicamente e socialmente omogenee (l’euroamericana, l’africana, l’asiatica e la sudamericana) ed estesa solo in un secondo tempo e molto gradualmente all’intero pianeta. La tragedia era perfettamente prevedibile ed evitabile, ma i cervelloni delle gerarchie politiche, religiose ed accademiche non hanno saputo né prevederla né prevenirla, occupati com’erano ad evitare le posizioni scomode, a cantare in coro le canzoni della loro facile demagogia buonista, a perpetuare il loro blablablà inconcludente ed a promuovere con le loro sanatorie e le loro leggi-colabrodo nuove immigrazioni di massa e nuova disoccupazione e povertà per i nostri giovani. Un primo effetto lo si è già visto: nel luglio scorso, gli sbarchi dei clandestini a Lampedusa sono triplicati rispetto al luglio del 2005. Luigi De Marchi |
venerdì, agosto 04, 2006La fede fanatica smuove le montagne.
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| 30.03.06
Ginecidio Vaticano di Luigi De Marchi Poiché il Vaticano
già da molti anni ama accusare d’infanticidio su scala
di massa chi, come me, sostiene l’urgenza sociale e umana di un’adeguata
assistenza contracet-tiva e abortiva, ho dovuto denunciare ripetutamente,
in questi miei interventi, la vera propria strage degli innocenti di
cui il dogmatismo cattolico e islamico si è reso re-sponsabile
bloccando ogni sforzo internazionale per assicurare quell’assistenza
alle donne del Terzo Mondo. Come tutti sappiamo, circa 15 milioni di
bambini muoiono ogni anno di fame: ed è ovvio che si tratta di
bambini che le loro madri non desidera-vano di certo procreare, ben
sapendo di non poterli sfamare in alcun modo, e che era-no state costrette
a concepire loro malgrado proprio per la mancanza d’una valida
as-sistenza contracettiva imposta da papi e ayatollà. Perciò
da quando, circa mezzo seco-lo fa, ho iniziato la mia battaglia per
la regolazione delle nascite, i dogmatici vaticani che accusano d’infanticidio
me e gli altri fautori di tale regolazione hanno prodotto lo sterminio
per fame di almeno mezzo miliardo di bambini: un olocausto al cui con-fronto,
come sottolineo da tempo, quelli di Hitler, Stalin o Pol Pot appaiono
modeste iniziative artigianali. So bene che, nei sommi sacerdoti, non
c’è la volontà di uccidere che animava i tiranni
nazi-comunisti, ma nessun uomo responsabile può permettersi di
ignorare le tragedie prodotte dalle sue decisioni. Luigi De
Marchi La vicenda di Abdul
Rahman, l’islamico afgano che, incarcerato e processato per essersi
convertito dalla fede islamica a quella cristiana, rischia ora una condanna
a mor-te ad opera d’un tribunale afgano, mi sembra emblematica
e istruttiva in molti campi. Anzitutto, essa evidenzia l’assurdità
delle politiche finora applicate dall’Occidente nei confronti
dell’Islam. Come tutti sappiamo Destra e Sinistra proclamano da
almeno dieci anni di volere il dialogo coll’Islam e, a questo
fine, hanno moltiplicato le ini-ziative (dalla costruzione di moschee
sempre più grandi e confortevoli alla creazione di organi consultivi
come la nostra Consulta Islamica alle leggi per la parità scolasti-ca)
per assicurare agli islamici (che sono tali per tradizione o per conversione)
la massima libertà di culto e di proselitismo. Ma per dialogare
bisogna essere in due. E mentre i rappresentanti degli islamici in Italia
e in Europa sono molto garruli nell’invocare i diritti religiosi,
il loro clero e i loro governi continuano a negare sistematicamente
ai cristiani, come del resto ai fedeli delle altre religioni, identici
o an-che solo analoghi diritti. Così, essi vietano la costruzione
di chiese cristiane o d’altri culti, perseguitano chi tenta di
fare opera di proselitismo e addirittura incarcerano o uccidono i convertiti.
Ma i loro fratelli immigrati in Europa si guardano bene dal de-nunciare
e combattere questa disgustosa doppiezza dei loro prelati e governanti.
Al contrario, salvo qualche cerimonia platonica debitamente propagandata
(come ad e-sempio il recente incontro tra due dignitari della comunità
islamica e di quella israeli-tica in Italia) la rivendicazione dei diritti
riconosciuti dalle società occidentali e l’attacco sistematico
a queste società all’interno e all’esterno delle
moschee continuano paralleli e imperturbabili in tutta Europa. Credo
sia utile segnalarvi le espe-rienze sconvolgenti di una coppia gay tra
gli immigrati islamici di vari paesi europei, che hanno portato ad un
appello, ormai sottoscritto da migliaia di omosessuali, contro la minaccia
islamica. Si tratta di due omosessuali che, dopo aver vissuto in Olanda,
si erano di recente sposati a Oslo. Ora hanno pubblicato un Appello
agli occidentali che così esordisce: Luigi De Marchi
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| 8/11/05
Luigi De Marchi Banlieu in rivolta e litanie imbecilli Ci siamo: nelle periferie di Parigi, ma anche di Marsiglia, di Lione, di Digione, di Tolosa sono scoppiati i primi episodi d'un fenomeno - la guerriglia urbana destinata a trasformarsi in guerra civile - da me esplicitamente previsto già una ventina d'anni fa in uno scritto su "Repubblica", che mi aveva naturalmente attirato violente accuse di fascismo e razzismo da parte dei soliti maìtres à penser della cultura dominante (anzi, maìtres à chanter, perché non sono maestri di pensiero ma di cantilene insulse, fallimentari e tuttavia ripetute da decenni come giaculatorie immutabili). Allora scrivevo che la dissennata politica aperturista nei confronti dell'immigrazione (una politica già in quegli anni apertamente rifiutata e denunciata, come ogni sondaggio confermava, dalla maggioranza assoluta delle popolazioni europee e tuttavia caparbiamente praticata dalla maggioranza assoluta di una classe politica che, a parole, si proclamava democratica e rispettosissima della volontà popolare) avrebbe fatalmente portato a una crescente conflittualità tra immigrati ed europei che, altrettanto fatalmente, sarebbe sfociata in guerriglia urbana prima e guerra civile poi. Ma la cultura egemone, saccente, supponente, e sempre pronta ad infischiarsene della volontà popolare, non ha voluto ovviamente ascoltare i miei fastidiosi moniti di grillo parlante ed ha continuato a cantare le sue messe cantate di buonismo xenofilo e colpevolismo antioccidentale. Forse il più impressionanrte esempio di questa tragicomica suppponenza che impedisce da sempre ai nostri intellettuali cosiddetti impegnati di prendere coscienza dei propri errori o di rinunciare al loro ruolo di predicatori strapagati di sfondoni, è stato in questi giorni un serioso editoriale di Bernardo Valli sulla rivolta delle banlieux apparso su "Repubblica" e intitolato "La collera degli esclusi", che mi sembra esprimere bene e in sintesi tutti i luoghi comuni d'una cultura e d'una politica estera che ci stanno portando senza batter ciglio alla guerra civile. Valli esordisce col solito pianto greco sui "poveri immigrati o figli d'immigrati" che, pur avendo un passaporto francese, "non si sentono accettati come veri cittadini". Non gli passa neppure per la testa, al politologo buonista Bernardo Valli, che la colpa di quanto accade possa ricadere su chi ha aperto le porte e accordato la cittadinanza a masse di persone provenienti dalla cultura meno integrabile del mondo, appunto quella islamica. La colpa dev'essere naturalmente del "popolino" (come lo chiama la gente dei salotti buoni e buonisti) che non accoglie a braccia aperte, nelle periferie, quelle masse che i buoni e i buonisti accuratamente escludono dalle proprie ben recintate residenze, non a caso definite "esclusive". Valli ci descrive anche il suo turbamento da Dama di S.Vincenzo a contatto con questi giovanotti affascinanti. "La sera - scrive - incontro stormi di giovani arabi che sprigionano le loro frustrate energie. Non passeggiano: corrono, anzi galoppano, gesticolando, urtandosi, gridando. Quando sfioro le loro spalle ho l'impressione di scontrarmi con una massa rovente. La loro non è certo la folla soffice, educata ed esangue che incontro al Faubourg Saint-Honoré." Che importa se questi bei ragazzoni bruciano a migliaia le automobili dei vicini di casa, spesso emarginati come loro, se colpiscono i poveri (o gli handicappati, come hanno fatto con la vecchia invalida cosparsa di benzina e bruciata) e se hanno abbandonato i banchi di scuola, come ci dice Valli con la solita indulgenza plenaria, "per rifiuto o per disattenzione" ? Quel che importa, ai nostri giornalisti "intelligenti" ed ai loro finanziatori della stampa confindustriale, è che questi bei giovanottoni non sono "esangui" e che, ricorda Valli, "garantiscono la crescita demografica della Francia, altrimenti condannata all'invecchiamento". Qui, in poche righe, mi sembra davvero racchiusa tutta l'ottusità dell'attuale cultura radical-chic che sta distruggendo l'Occidente liberale. Anzitutto, va segnalata la mentalità fascista che affiora in questo linguaggio, in cui i popoli europei "vecchi ed esangui", come diceva l'indimenticabile Benito, sono contrapposti ai giovanottoni virili e sanguigni che, nella loro odierna versione islamica, andando in bianco da un anno all'altro finiscono magari per farsi esplodere pur di realizzare una scopata almeno nell'aldilà. Ma soprattutto, a proposito di demografia, mi sembra riemergere la storica imbecillità della nostra cultura egemone dinanzi alla causa profonda, appunto demografica, dell'attuale tragedia immigratoria e dei suoi incombenti corollari di guerra civile. Dopo aver negato per decenni (e quindi rifiutato di scongiurare) la minaccia evidente e gravissima dell'esplosione demografica terzomondista per compiacere ai veti vaticani e dopo essersi rifiutata di capire o di dire che l'alluvione immigratoria era ed è solo l'onda d'urto della bomba demografica, questa cultura ebete inneggia alla prolificità conigliesca degli immigrati senza neanche rendersi conto che la crescita demografica da loro garantita è solo garanzia di future guerre civili e di stravolgimento della civiltà europea.
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| 17/10/05 Umanesimo liberale o regressione dogmatica ? (Editpriale di Luigi de Marchi su Radio Radicale del 17.10.05) In un bell’articolo
apparso ieri sulla prima pagina di “Repubblica” Mario Pirani
tenta un bilancio della crisi del laicismo (parola ormai al bando del
galateo politichese) quale si è venuta manifestando negli ultimi
anni attraverso le capitolazioni di molti esponenti laici dinanzi al
canto gregoriano delle nuove sirene sagrestane. E ricorda il caso di
Piero Fassino, leader d’un partito di tradizione rigorosamente
atea, che si è dichiarato apertamente cattolico e animato da
una fede rafforzata da 9 anni di educa-zione gesuitica; quello di Fausto
Bertinotti, leader della sinistra dura e pura, che ha proclamato di
non riconoscersi più nel suo ateismo giovanile e di essere approdato,
con un profondo coinvolgimento emotivo, ad una commossa ricerca di Dio;
e quello di Giuliano Amato che, pioniere di questi ripensamenti laici,
è giunto a concludere che i vecchi assunti laicisti, soprattutto
quando pretendono di confinare nel privato la sfera della religiosità,
non reggono più perché ormai la religione fa parte della
sfera pubblica e pertanto “i principi fondanti della democrazia,
dalla libertà di coscienza al rispetto dei diritti umani, devono
essere salvaguardati nel quadro del dialogo con l’autorità
ecclesiastica”. E Pirani, evidentemente preoccupato dalle diserzioni
dei co-siddetti laici di sinistra, omette di ricordare quelle altrettanto
clamorose dei cosiddetti laici di destra tra cui spiccano vistosamente,
per altezza e per larghezz, Marcello Pera e Giuliano Ferrara. A questi
ex compagni di laicismo Mario Pirani contrappone una descrizione del
laico verace d’oggi, da lui definito “illuminista odierno”,
che merita d’essere riportata per la sua onestà e nobiltà
intellettuale: |
| 25/05/05 Guerra mediatica: Europa calabrache - Editoriale di Luigi De Marchi per Radio Radicale (RR - 8.08.05) Come ben sa chi conosce la
mia opera pubblicistica, da vari anni cerco invano di segnalare ai leaders
dell’Occidente che, per vincere la guerra contro il fanatismo
ed il terrorismo, l’arma vincente non sta nel moltiplicare le
insidie dell’intelligence e gli interventi militari (perché
i fanatici bramano la morte in battaglia come viatico sicuro per il
paradiso e le gioie voluttuose delle 72 vergini) ma nel bonificare,
mediante una gigantesca e tenace campagna mediatica, l’humus islamico
estremista che produce e riproduce di continuo il fanatismo e il terrorismo.
E circa due anni fa sembrò che Berlusconi avesse accolto quelle
nostre idee quando disse ad una conferenza-stampa in Tunisia che “il
terrorismo non si può vincere con la forza delle armi, ma solo
con una sistematica azione dei mass-media (radio, televisione, etc.)”.
Purtroppo, a quelle parole (che per parte mia salutai con grande speranza)
non seguì nessuna concreta iniziativa. Ultimamente però
sono arrivate dalla Francia e dal Qatar un paio di notizie sconvolgenti,
che svelano come l’importanza e l’urgenza della guerra mediatica
siano state comprese dalle dirigenze islamiche molto prima e molto meglio
che da certi nostri leaders, ottusi e calabrache. |