CHIESA E BUGIE

4/02/08 - SONO UNO DEI SESSANTASETTE !!!

Sono un "Cattivo Maestro" (me lo dice il Rettore della Sapienza); "un Cretino" (me lo dice M. Cacciari su Repubblica 17 gennaio), un liberticida, un oscurantista, un illiberale... L'ex ministro Gasparri chiede la mia espulsione dall'Università. Sono stigmatizzato pubblicamente dal Presidente della Repubblica Napolitano, dal Presidente del Consiglio Prodi, dai capi dell'opposizione Berlusconi, Fini e Casini, dal Ministro dell'Università Mussi, dal leader del Partito democratico Veltroni, dai direttori dei maggiori quotidiani italiani di destra, centro e sinistra, incluso Ezio Mauro (Repubblica, 15 gennaio); da tutti i Telegiornali, (in maniera particolarmente virulenta da quelli di RAI 1 e RAI 2 del 15 gennaio sera); naturalmente da Giuliano Ferrara..
Perché?
Cosa ho fatto?
SONO UNO DEI 67!!!
Mesi fa (novembre 07) un collega alla Sapienza mi mostra il testo di una lettera al Rettore di un gruppo di fisici, dove si definisce inopportuna l'idea di invitare Papa Benedetto XVI a tenere la "Lectio magistralis" per l'inaugurazione dell'Anno Accademico due mesi dopo. Firmo la lettera.

Perché la firmo? Non sono credente, ma non sono ateo. Sono in generale sorpreso che, davanti al grande mistero della nostra esistenza su questo Pianeta ed in questo Universo, molti siano così sicuri di avere le risposte, di possedere la verità. Mi sembra sia questo un segno di grande presunzione intellettuale. Ma, finchè queste "verità" non sono imposte agli altri, dico, "Let it be!.. come nella famosa canzone dei Beatles. Non mi sognerei mai quindi di dire che il Papa non ha il pieno diritto di parlare. Questo diritto mi sembra lo eserciti di continuo. Talvolta mi trovo anche ad essere d'accordo con le sue parole: ad esempio, quando recentemente ha criticato il ruolo dominante dell'economica capitalistica globalizzata.
Allora, perché ho firmato? Principalmente perché l'idea del Rettore mi è sembrata fosse indice di un forte conformismo e di una desolante mancanza di immaginazione. Infatti la voce del Papa la sentiamo di continuo, la sua presenza ai telegiornali è costante, le sue esternazioni ed i suoi scritti hanno ampia eco, il suo pensiero è ben noto. Pensavo che gli studenti e docenti cattolici avrebbero accolto il Papa festosamente, come Vicario di Cristo e Capo del Cattolicesimo; ma per questo hanno a Roma infinite occasioni, e l'inaugurazione dell'Anno Accademico non è la sede più adatta per una manifestazione religiosa.

Gli altri (i non credenti) avrebbero certo ascoltato il Papa con rispetto, ma non avrebbero penso sentito grandi novità, vista appunto la continua e grande risonanza che si da' al pensiero del Papa (infatti il testo che il Papa ha poi inviato alla Sapienza, al di fuori di ogni giudizio, non mi pare sveli granché di nuovo sul Suo pensiero).

Mi è parso insomma che il Rettore volesse invitare il Papa per trasformare l'inaugurazione dell'anno accademico in un mega-evento mediatico. Il Papa può certo venire alla Sapienza per dialogare e per confrontarsi; oppure magari anche per celebrare con i suoi fedeli; non mi pareva però opportuno venisse ad inaugurare l'anno accademico. Tutto qui.

Dallo scorso novembre fino ad un paio di settimane fa non ho più sentito nulla sulla famosa lettera: sono stato preso da allora da altre materie.
Qualche giorno prima dell'inaugurazione ho sentito che il Rettore non aveva tenuto in nessun conto la lettera. Poi all'improvviso la lettera, ormai vecchia ed obsoleta, è stata resa pubblica non so da chi: è scoppiata la bagarre mediatica, con l'orgia di mistificazioni, retorica, ipocrisie, opportunismi e falsità, che mi hanno lasciato stupefatto.
Di tutte gli improperi che ci hanno gettato addosso, personalmente mi sento costretto ad accettarne uno: quello di "CRETINI" affibbiatoci da Cacciari.

L'Italia è il Paese dei furbi, e chi non è furbo è cretino.

Col senno di poi, vista la conclusione della vicenda, dobbiamo ammettere che i 67 firmatari sono stati poco furbi. Il Rettore ha avuto il suo evento mediatico alla grande. Il Papa ha colto la palla al balzo e, rinunciando all'ultimo momento ad intervenire, ha conquistato l'alone di martire dell'oscurantismo e dell'intolleranza di un gruppetto di scienziati della Sapienza. Una mossa magistrale, un colpo di genio.

Che sia davvero aiutato dall'Alto?

Enrico Bonatti


26/01/08 - Da S.P.

Che la cosiddetta sacra sindone (o Sacra Sindone, per rispetto di una reliquia venerata da milioni di credenti, come direbbero d'Alema e Veltroni) sia un falso è una evidenza: lo dice il semplice buon senso, non c'era assoluto bisogno della prova al carbonio 14. Questa reliquia fa la sua apparizione nientepopodimeno che nel XIII secolo. Dov'era prima?
Forse San Pietro e San Paolo la tennero prima nascosta sotto il materasso e poi via via, sempre nel più assoluto segreto, fu custodita da altri cristiani
(strano che non rivelassero mai di possedere la più straordinaria reliquia
di quello straordinario personaggio che fu Gesù). Insomma, si arrivò al XIII
secolo. Da allora  si può dire che il venerando lenzuolo o straccio (vedo
Veltroni e d'Alema accigliarsi per questa parola da loro ritenuta offensiva
per il sentimento religioso di milioni di fedeli) sia rimasto fino ai nostri
giorni ben custodito: il pedigree della Sindone da quell'epoca ai nostri
giorni è pressoché sicuro. Ma dove cavolo era prima? Esiste una scienza (non
è uno scherzo) che si chiama «sindonologia» e che cerca di documentare tutti
i passaggi del sudario da quel fatale venerdì ai nostri giorni. La fede è
una bella cosa, ma un po' di scienza non fa male per rassicurare gli ingenui
che si commuovono alla presenza della reliquia (qualche incredulo o cattivo
soggetto sicuramente avrà un dubbio di fede: ma sarà poi vera?).

Ma leggiamo un po' cosa dice Jacques Alain Simon Collin de Plancy
(1794-1881) nel suo "Dizionario delle reliquie e delle immagini miracolose"
(Newton Compton Editori 1982).

"Le due sindoni più celebri si trovano a Torino e Besançon: entrambe recano
l'impronta del corpo di Gesù Cristo ed entrambe hanno operato dei prodigi.

La sacra sindone di Torino presenta la doppia effigie del corpo di Gesù
Cristo, visto davanti e di dietro, e spogliato di qualunque indumento, salvo
una larga cintura. E' stato detto che un cristiano l'aveva portata via da
Gerusalemme quando la città era stata conquistata da Tito; che la preziosa
reliquia era stata a lungo venerata in Persia (?????) e che, nel 614, era
ritornata in Palestina, e da lì, durante le crociate, venne portata a
Chambéry in Savoia. Essa passò a Torino nel XVI secolo. Ma già molto prima
questo sudario fece scalpore in Francia. Passò per le mani di Goffredo di
Charny, che lo donò alla chiesa collegiale del borgo di Liré, di cui era
signore, a tre leghe da Troyes, in Champagne. Egli sosteneva di aver
conquistato questa sacra sindone durante la guerra contro gli infedeli, e
che due angeli l'avevano miracolosamente liberato da una segreta dove
l'avevano gettato gli Inglesi, che l'avevano fatto prigionero quattro anni
prima. Questa sindone era un lungo drappo di tela, dove si poteva vedere,
come abbiamo detto, la doppia rappresentazione del corpo di Gesù Cristo, in
un colore sangue un po' sbiadito. I canonici, considerando il profitto che
potevano trarre da un simile reliquia, si affrettarono a esporla e la loro
chiesa divenne subito meta di innumerevoli devoti che ne risollevarono le
sorti. Il vescovo di Troyes, Henry de Poitiers, non trovando prova alcuna
dell'autenticità di questo sudario, vietò che fosse esposto come oggetto di
culto, e per ventiquattro anni sparì dalla circolazione. Verso il 1378, il
figlio di Goffredo di Charny ottenne dal delegato del papa il permesso di
riportare la reliquia di suo padre nella chiesa di Liré. I canonici la
esposero di nuovo, circondandola di ceri, davanti alla tribuna che isola il
coro dalla navata. Ma Pierre d'Arcy, allora vescovo di Troyes, vietò a sua
volta di esporre questa reliquia, pena la scomunica. Si ottenne
contemporaneamente un ordine del re Carlo VI che permetteva di onorare la
sacra sindone nella chiesa di Liré. Ma il vescovo si recò a corte e fece
notare al re che il culto di questa pretesa sindone di Gesù Cristo era solo
un'idolatria, e Carlo VI revocò il permesso con un editto del 4 agosto 1389.
Il figlio di Goffredo di Charny ricorse al papa, che si trovava allora ad
Avignone, e Clemente VII ripristinò la concessione di esporre la sacra
sindone. Il vescovo di Troyes inviò immediatamente al santo padre una
relazione, dove svelava tutte le imposture di questa pretesa reliquia,
sicché Clemente VII, pur non vietando di esporre il sudario, vietò che
venisse mostrato come la vera sindone di Gesù Cristo. I canonici rinchiusero
dunque la loro reliquia, che in seguito girò per molte città ed approdò
infine a Chambéry nel 1452. Nel 1578, San Carlo Borromeo, che non faceva
molto il difficile in fatto di reliquie, annunciò che voleva recarsi a piedi
ad  onorare la sacra sindone a Chambéry. Il duca di Savoia, per
risparmiargli le fatiche del pellegrinaggio, fece venire la reliquia a
Torino, e da allora è sempre rimasta nella chiesa metropolitana di questa
città, dove grandi miracoli e un culto solenne non permettono più di
dubitare della sua autenticità."

Autenticità ribadita da Giovanni Paolo II con la sua visita al santuario che
custodisce lo straccio.

La fede è sicuramente una bella cosa, ma le reliquie aiutano molto la fede
(direbbe Vittorio Messori).

S.P.


23/01/08 - Storia criminale del cristianesimo. Con questo titolo Karl Heinz Deschner ha scritto un formidabile atto d' accusa in otto volumi da mille pagine ciascuno nei confronti delle chiese che si definiscono cristiane. Fra queste brilla per protagonismo omicida la chiesa cattolica. Su una TV tedesca Deschner ha curato alcuni anni fa una trasmissione della quale è circolata in questi giorni nelle mailing list italiane questo riassunto istruttivo su come la chiesa cattolica è stata capace di santificare anche in tempi recentissimi i peggiori criminali colpevoli di genocidio.

27-02-2003 Storia Karlheinz Deschner

Il testo che segue è la traduzione letterale di quello presentato da
Karlheinz Deschner il 26/12/1993 in occasione dell'ultima puntata
della sua serie televisiva sulla politica dei Papi nel XX secolo.
Questa serie è stata trasmessa in Germania da Kanal 4.

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Il Papato di Roma - divenuto grande attraverso la guerra e l'inganno,
attraverso la guerra e l'inganno conservatosi tale - ha sostenuto nel
XX secolo il sorgere di tutti gli Stati fascisti con determinazione,
ma più degli altri ha favorito proprio il peggior regime criminale:
quello di Ante Pavelic in Jugoslavia.

Questo ex-avvocato zagrebino, che negli anni '30 addestrò le sue
bande soprattutto in Italia, fece uccidere nel 1934 a Marsiglia il re
Alessandro di Jugoslavia in un attentato che costò la vita anche al
ministro degli Esteri francese. Due anni più tardi celebrò con un
libello le glorie di Hitler, "il più grande ed il migliore dei figli
della Germania", e ritornò in Jugoslavia nel 1941, rifornito da
Mussolini con armi e denari, al seguito dell'occupante tedesco. Da
despota assoluto Pavelic si pose nella cosiddetta Croazia
Indipendente a capo di tre milioni di Croati cattolici, due milioni
di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci nonché
numerosi gruppi etnici minori. Nel mese di maggio cedette quasi la
metà del suo paese con annessi e connessi ai suoi vicini, soprattutto
all'Italia, dove con particolare calore fu accolto e benedetto da Pio
XII in udienza privata (benché già condannato a morte in contumacia
per il doppio omicidio di Marsiglia sia dalla Francia che dalla
Jugoslavia). Il grande complice dei fascisti si accommiatò da lui e
dalla sua suite in modo amichevole e con i migliori auguri,
letteralmente, di "buon lavoro".

Così ebbe inizio una crociata cattolica che non ha nulla da invidiare
ai peggiori massacri del Medioevo, ma piuttosto li supera.
Duecentonovantanove chiese serbo-ortodosse della "Croazia
Indipendente" furono saccheggiate, annientate, molte trasformate
persino in magazzini, gabinetti pubblici, stalle.

Duecentoquarantamila Serbi ortodossi furono costretti a convertirsi
al cattolicesimo e circa settecentocinquantamila furono assassinati.
Furono fucilati a mucchi, colpiti con la scure, gettati nei fiumi,
nelle foibe, nel mare. Venivano massacrati nelle cosiddette "Case del
Signore", ad esempio duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da
vivi venivano loro strappati gli occhi, oppure si tagliavano le
orecchie ed il naso, da vivi li si seppelliva, erano sgozzati,
decapitati o crocifissi. Gli Italiani fotografarono un sicario di
Pavelic che portava al collo due collane fatte con lingue ed occhi di
esseri umani.

Anche cinque vescovi ed almeno 300 preti dei Serbi furono macellati,
taluni in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al
quale furono strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle,
estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto era fatto letteralmente
a pezzi dinanzi a lui. L'ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar
Simonic, fu sgozzato. Ciononostante l'arcivescovo cattolico della
città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, "il duce adorato", e
nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari, "al
servizio della Verità, della Giustizia e dell'Onore".

Le macellerie cattoliche nella "Grande Croazia" furono così terribili
che scioccarono persino gli stessi fascisti italiani; anche alti
comandi tedeschi protestarono, diplomatici, generali, persino il
servizio di sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista
Von Ribbentrop. A più riprese, di fronte alle "macellazioni" di
Serbi, truppe tedesche intervennero contro i loro stessi alleati
croati.

E questo regime - che ebbe per simboli e strumenti di guerra "la
Bibbia e la bomba" - fu un regime assolutamente cattolico,
strettamente legato alla Chiesa Cattolica Romana, dal primo momento e
sino alla fine. Il suo dittatore Ante Pavelic, che era tanto spesso
in viaggio tra il quartier generale del Führer e la Berghof
hitleriana quanto in Vaticano, fu definito dal primate croato
Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio XII (nel 1943!) "un
cattolico praticante".

In centinaia di foto egli appare fra vescovi, preti, suore, frati. Fu
un religioso ad educare i suoi figli. Aveva un suo confessore e nel
suo palazzo c'era una cappella privata. Tanti religiosi appartenevano
al suo partito, quello degli ustasa, che usava termini come dio,
religione, papa, chiesa, continuamente. Vescovi e preti sedevano nel
Sabor, il parlamento ustasa. Religiosi fungevano da ufficiali della
guardia del corpo di Pavelic. I cappellani ustasa giuravano
ubbidienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un pugnale ed una
pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani, comandavano bande
armate ed organizzavano massacri: "Abbasso i Serbi!". Essi
dichiaravano giunta "l'ora del revolver e del fucile";
affermavano "non essere più peccato uccidere un bambino di sette
anni, se questo infrange la legge degli ustasa". "Ammazzare tutti i
Serbi nel tempo più breve possibile": questo fu indicato più volte
come "il nostro programma" dal francescano Simic, un vicario militare
degli ustasa. Francescani erano anche i boia dei campi di
concentramento. Essi sparavano, nella "Croazia Indipendente", in
quello "Stato cristiano e cattolico", la "Croazia di Dio e di
Maria", "Regno di Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica del
paese, che encomiava anche Adolf Hitler definendolo "crociato di Dio".

Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo il
francescano Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi
liquidare 40.000 esseri umani in quattro mesi. Il seminarista
francescano Brzien ha decapitato qui, nella notte del 29 agosto 1942,
1360 persone con una mannaia.

Non per caso il primate del paradiso dei gangsters cattolici,
arcivescovo Stepinac, ringraziò il clero croato "ed in primo luogo i
Francescani" quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le
conquiste degli ustasa. E naturalmente il primate, entusiasta degli
ustasa, vicario militare degli ustasa, membro del parlamento degli
ustasa, era bene informato di tutto quanto accadeva in questo
criminale eldorado di preti, come d'altronde Sua Santità lo stesso
Pio XII, che in quel tempo concedeva una udienza dopo l'altra ai
Croati, a ministri ustasa, a diplomatici ustasa, e che alla fine del
1942 si rivolse alla Gioventù Ustasa (sulle cui uniformi campeggiava
la grande "U" con la bomba che esplode all'interno) con un: "Viva i
Croati!". I Serbi morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo,
spesso in seguito a torture atroci, in misura del 10-15% della
popolazione della Grande Croazia - tutto ciò esaurientemente
documentato e descritto nel mio libro La politica dei papi nel XX
secolo [Die Politik der Pëpste im XX Jahrhundert, Rohwohl 1993 - non
ancora tradotto in italiano].

E se non si sa nulla su questo bagno di sangue da incubo non si può
comprendere ciò che laggiù avviene oggi, avvenimenti per i quali lo
stesso ministro degli Esteri dei nostri alleati Stati Uniti
attribuisce una responsabilità specifica ai tedeschi, ovvero al
governo Kohl-Genscher. Più coinvolto ancora è solo il Vaticano, che
già a suo tempo attraverso papa Pio XII non solo c'entrava, ma era
così impigliato nel peggiore degli orrori dell'era fascista che, come
già scrissi trent'anni fa, "non ci sarebbe da stupirsi, conoscendo la
tattica della Chiesa romana, se lo facesse santo".

Comunque sia: il Vaticano ha contribuito in maniera determinante alla
instaurazione di interi regimi fascisti degli anni venti, trenta e
quaranta. Con i suoi vescovi ha sostenuto tutti gli Stati fascisti
sistematicamente sin dal loro inizio. E' stato il decisivo
sostenitore di Mussolini, Hitler, Franco, Pavelic; in tal modo la
Chiesa romano-cattolica si è resa anche corresponsabile della morte
di circa sessanta milioni di persone, e nondimeno della morte di
milioni di cattolici. Non è un qualche secolo del Medioevo, bensì è
il ventesimo, per lo meno dal punto di vista quantitativo, il più
efferato nella storia della chiesa.

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POSTILLA: In occasione del viaggio in Croazia di Giovanni Paolo II,
il quotidiano italiano la Repubblica ha scritto: "...Ma il contatto
con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono
ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac,
imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante
Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore dei Croati come un'icona del
nazionalismo. Woityla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba,
gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro..". (la
Repubblica, 12/9/1994).


20/01/08 - Ecco qui un elenco storico dei sacri valori clerico-fascisti che i Crociati vogliono difendere. Ringraziamo Giacomo Grippa, Coordinatore del Cicolo UAAR di Lecce, per averci fornito questo estratto della cultura criminale delle massime gerarchie cattoliche

INSCRUTABILI DIVINAE SAPIENTIAE CONSILIUM Partiamo dai contenuti dell' enciclica del 1775,
riportata in oggetto e dalle seguenti, per capire lo
scontro in atto sul tema di libertà, democrazia e
laicità.

Con essa si condannano e perseguono i seguaci
dell'illuminismo e dell'idea che l'uomo nasce libero,
per non nuocere al papa e al re.

Nella "MIRARI VOS" (1832) si condanna la libertà di stampa e si considera delirante affermare la libertà
di coscienza, un "errore velenosissimo"
che spiana
alla libertà di opinione, con danno per la chiesa e lo
stato.

Da ricordare che la chiesa bruciò la Divina
Commedia, stampata solo a fine '800; che vietò
l'uscita del libro di Don Milani, poco prima della sua
morte.

Nella enciclica "QUANTA CURA" (1864) vengono
condannate
la separazione fra Stato e chiesa,
l'autonomia della filosofia dalla religione, la
creazione di scuole laiche (in una lettera al re papa
Pio IX supplica di non attivare il "flagello" della
Istruzione pubblica
); prediligendo il diritto ad usare
la forza, ad acquistare, possedere e a vietare la
libertà di culto e di parola, corruttrice dei costumi.

Nella enciclica "LIBERTAS" (1888) si condanna la
libertà di coscienza.


Con la "RERUM NOVARUM"(1891),
per un recupero sugli scritti di Marx, si sostiene
l'impossibilità di eliminare le differenze sociali,
raccomandando di tenere "a dovere" le plebi.

Come non ricordare la persecuzione dei Donatisti,
seguaci del religioso Donato (313), auspicanti la
distribuzione delle terre dei latifondi, la
liberazione degli schiavi e la proibizione dell'usura.
Furono massacrati da Costantino, sollecitato dalla
chiesa di Agostino, piena di vescovi di famiglie
latifondiste.

Come non ricordare che Papa Luciani(1978) voleva
riformare le finanze vaticane, autorizzare il
controllo delle nascite, ridurre i privilegi della
curia, abolire il celibato dei preti, come discusso
durante il Concilio Vaticano Secondo. Era a favore del
divorzio e della collegialità nella chiesa. Dopo 33
giorni di pontificato fu trovato morto.


Nel 1997 i cattolici tedeschi "Noi siamo la
chiesa"
consegnarono al papa 2 milioni di firme, per
il sacerdozio femminile, la fine del celibato dei
preti, la comunione dei divorziati sposati, la scelta
del vescovo e del parroco da parte delle comunità
locali, tutte rifiutate da Giovanni Paolo II che
rispose: "La chiesa non è una democrazia".

Per la chiusura su queste posizioni l'esautorato
card. Martini si è ritirato in Palestina.

Alcuni esempi delle radici della chiesa di Roma
che continua a propagandare la superiorità della
verità (quale?) sul sapere che, da sola, renderebbe
"tristi", la fede come purificatrice della ragione, al
fine di salvare una struttura monarchica, sessuofobica
e famelica di scandalosi privilegi,in uno Stato laico
e pluralista, che deve garantire la libertà di
credere, come quella di non credere.

Giacomo Grippa, Uaar, unione atei agnostici Lecce


12/12/05 da Marco Bertinatti - "Disputa limbologica con L'Avvenire"

Se a qualcuno può interessare, sono riuscito a far pubblicare sull'Avvenire una citazione che non avrebbe mai trovato spazio su di una testata cattolica.
A seguito della mia lettera dal titolo "Meno male che aboliscono il Limbo", pubblicata su La Stampa e ripresa da Radio Radicale (trasmessa anche a questa lista), l'editorialista Gianni Gennari (Rosso Malpelo) mi ha pesantemente contestato attraverso la sua rubrica "Lupus in Pagina". Avendo fatto rilevare al direttore gli estremi della "diffamazione a mezzo stampa" sono pertanto stati obbligati a pubblicare la mia replica che, nonostante una parziale censura, ha comunque introdotto argomenti sicuramente ignorati dai lettori di Avvenire.

Lettera pubblica su "La Stampa" del 30 Novembre:
MENO MALE CHE ABOLISCONO IL LIMBO
Tra le tante notizie sgradevoli che affollano le pagine dei quotidiani, ogni tanto ne viene pubblicata una che ci risolleva il morale. Non stiamo riferendoci all'esenzione dal pagamento dell'ICI, magari seguita dal rimborso di quella versata negli ultimi cinque anni. No, il peso del quale la Chiesa Cattolica si appresta a liberarci è ben più grande, infatti i teologi cattolici (quelli che si occupano del Dio il cui pensiero ci viene trasmesso in esclusiva dalla Santa Sede) stanno lavorando alacremente per abolire addirittura il Limbo (non la danza giamaicana, ma quel luogo descritto dal Sommo Poeta con dovizia di particolari). E sono pronti, per questa lodevole iniziativa, a ridiscutere addirittura la dottrina di quel faro della conoscenza che è stato Sant'Agostino, del quale ricordiamo la celebre affermazione "Se si dimostrasse che la Terra è rotonda, tutto il cattolicesimo cadrebbe in errore".

Replica pubblicata su "Avvenire" del 7 Dicembre:
PER ME GESU' CRISTO E' SOLO UN MITO STORICIZZATO
Caro Direttore, sono oltremodo grato a Rosso Malpelo il quale, sulle pagine di "Avvenire" del 2 Dicembre, a causa di una mia lettera sul limbo pubblicata su "La Stampa" del 30 Novembre mi definisce impreparato, malandrino, imbroglione e sprovveduto perché diffamandomi in questo modo obbligherà la testata su cui scrive a pubblicare questa mia replica. Del resto anche i cristiani possono commettere degli errori ed uno dei più gravi é stata la pretesa di storicizzare il mitico fondatore della loro religione, prestando quindi il fianco all'analisi storica. Per quanto riguarda l'opera di Sant'Agostino, prendo atto che i testi di riferimento di Lupus non vanno oltre l'Espresso mentre io preferisco fare riferimento all'opera in dieci volumi "Storia Criminale del Cristianesimo" di Karlheinz Deschner dalla quale possiamo ricavare altre notizie su questo Padre della Chiesa. Veniamo a sapere che era arrivista, superficiale, banale, approvava la tortura, giustificava le guerre d'aggressione, difendeva la prostituzione (anche perché all'epoca vi erano vescovi proprietari di bordelli) ed è stato definito dal vescovo Giuliano "Patronus asinorum". Concludo con una simpatica sfida, se il pio Lupus non nutre alcun dubbio su quanto gli é stato tramandato dalla Chiesa, perché non permette ad un povero sprovveduto come il sottoscritto di riportare nello spazio da lui gestito le tesi che contestano la storicità di Gesù? I lettori potranno leggere alternativamente l'opinione documentata degli storici, la confutazione che saprà darne il nostro e potranno decidere a chi prestare fede.


Marco Bertinatti - marco.bertinatti@poste.it - Ateo Impertinente

 

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Da agenzia Zenit - 1/12/2005:
Il parere di alcuni teologi sul destino dei bambini morti senza Battesimo
Tema al centro della Plenaria della Commissione Teologica Internazionale
 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 1° dicembre 2005 (ZENIT.org).- Dal 28 novembre
al 2 dicembre è in svolgimento la Sessione Plenaria della Commissione
Teologica Internazionale. Tra i vari argomenti trattati, figura la sorte dei
bambini morti prima di aver ricevuto il Battesimo.

La Sessione Plenaria ha luogo nella “Casa Santa Marta” in Vaticano sotto la
presidenza di monsignor Joseph Levada, che ha sostituito il Cardinale Joseph
Ratzinger nell’incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina
della Fede ed è quindi per statuto nuovo Presidente della Commissione.

I lavori dell’assemblea sono diretti da padre Luis Ladaria S.I., Segretario
Generale.

Secondo quanto afferma una nota distribuita dalla Sala Stampa vaticana, “in
conformità con quanto deciso l’anno scorso circa la programmazione del
lavoro dell’attuale quinquennio, il primo tema all’attenzione sarà la sorte
dei bambini morti senza Battesimo, nel contesto del disegno salvifico
universale di Dio, dell’unicità della mediazione di Cristo e della
sacramentalità della Chiesa in ordine alla salvezza”.

A questo proposito, si sottolinea, “verrà esaminata una prima bozza di
Documento”.

Si preparerà poi l’iter di studio degli altri due temi scelti come argomenti
di discussione nel quinquennio 2004-2008: “l’identità della natura e del
metodo della teologia come scientia fidei e l’approfondimento dei fondamenti
della legge morale naturale, nella linea dell’insegnamento delle Lettere
Encicliche di Giovanni Paolo II Veritatis splendor e Fides et ratio”.

Commentando in una intervista al quotidiano “La Stampa” (29 novembre 2005)
la questione del destino dei bambini morti senza Battesimo, il Cardinale
Georges-Marie Cottier, fino a questo giovedì Teologo della Casa Pontificia,
ha affermato che si tratta di “un bel problema” di cui il nuovo Catechismo
della Chiesa Cattolica parla “in maniera molto generale”, sostenendo che la
Chiesa non può far altro che affidare questi bambini alla misericordia
divina.

“La grande misericordia di Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano
salvati, e la tenerezza di Gesù verso i bambini” “consentono di sperare che
vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo”, ha
spiegato.

Il porporato ha osservato che molti bambini muoiono perché sono “vittime del
male attuale”: “la fame nel mondo, per esempio e molte malattie vengono da
un disordine sociale enorme, e dalla miseria. E non parliamo dei frutti dell
’aborto, e di tutto questo... Questa è un pista sulla quale c’è molto da
riflettere”.

“Sono vittime del peccato, non muoiono di una morte naturale, come noi a una
certa età, dopo che ci siamo spesi in tutta una vita”, ha aggiunto.

Il problema fondamentale, ha constatato il Cardinale, è che “il Battesimo è
necessario per la salvezza”.

“Allora, che cosa succede di loro?”, si è chiesto, rispondendo che già Sant’
Agostino poneva il problema e che San Tommaso “ha fatto un grande passo,
trattando della beatitudine che potrebbe avere l’uomo anche se non fosse
elevato al mondo della grazia”.

“Il Battesimo è comunque di necessità – ha proseguito –. E’ lì il problema.
Però si apre allora un altro problema: molte famiglie ignorano il problema
del Battesimo, e se non battezzano non è certo colpa dei bambini! E neanche
colpa dei genitori, se ignorano la necessità del Battesimo. E’ il problema
collegato al mondo attuale, dove la maggioranza degli abitanti del pianeta
non è neanche cristiana”.

Quello in questione è dunque “un campo pieno di interrogativi”, ha affermato
il Cardinal Cottier, sottolineando che “noi pensiamo che Dio vuole la
salvezza di tutti, e che c’è la bontà infinita di Dio”.

Per avere “un quadro completo”, ha suggerito, bisogna mettere insieme tutti
questi elementi e il fatto che “la passione di Cristo ha salvato tutti gli
uomini, e i frutti della redenzione sono universali”.

Sulla questione relativa ai bambini morti senza aver ricevuto il Battesimo
ha parlato anche l’Arcivescovo Joseph Levada, nel suo indirizzo di saluto a
Benedetto XVI, durante l’udienza concessa questo giovedì dal Papa ai
partecipanti alla Plenaria della Commissione Teologica Internazionale.

Stando alla sintesi offerta dalla “Radio Vaticana”, monsignor Levada ha
osservato che “nell’odierna stagione di relativismo culturale e di
pluralismo religioso il numero dei bambini non battezzati aumenta
considerevolmente”.

La Chiesa, ha aggiunto, sa che la salvezza “è unicamente raggiungibile in
Cristo per mezzo dello Spirito”, ma “non può rinunciare a riflettere, in
quanto madre e maestra, sulla sorte di tutti gli uomini creati ad immagine
di Dio, e in modo particolare dei più deboli e di coloro che non sono ancora
in possesso dell’uso della ragione e della libertà”.

“La discussione in questo ambito è stata molto proficua e si può ben sperare
che in tempi ragionevolmente brevi lo studio intrapreso dalla Commissione
Teologica avrà esito positivo anche in vista della eventuale pubblicazione
di un Documento al riguardo”, ha osservato Levada.

In una intervista rilasciata alla emittente pontificia, il padre gesuita
Luís Ladaria, Segretario Generale della Commissione Teologica
Internazionale, ha affermato che sulla questione “non c’è una definizione
dogmatica, non c’è una dottrina cattolica che sia vincolante”.

“Noi sappiamo che per molti secoli si è pensato che questi bambini andavano
al Limbo, dove godevano di una felicità naturale, ma non avevano la visione
di Dio. Questa credenza, oggi, dai recenti sviluppi non soltanto teologici,
ma anche magisteriali, è in crisi. Noi, dunque, stiamo adesso studiando
questo problema sapendo che è un punto sul quale un pronunciamento
definitivo non c’è stato”, ha spiegato.

A questo proposito, bisogna “evidentemente” “partire dal fatto che Dio vuole
la salvezza di tutti e non vuole escludere nessuno”, e che “Cristo è morto
per tutti gli uomini e che la Chiesa è un Sacramento universale di salvezza,
come insegna il Concilio Vaticano II”.

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da la Repubblica di VENERDÌ, 16 SETTEMBRE 2005
La famiglia Quel che resta di un mondo storia, crisi e trasformazione di un modello
Come cambiano i rapporti di potere nel nucleo familiare
Le recenti polemiche sulle coppie di fatto rilanciano la discussione
CHIARA SARACENO

Le vicende familiari, i modi di fare famiglia, possono essere visti
sotto l´aspetto della lunga durata ed invece del mutamento radicale.
Sembra che non cambino mai, e invece che siano sottoposti a
cambiamenti tali da diventare irriconoscibili. Goran Therborn, un
importante studioso svedese, in una recente bella e documentatissima
ricerca sui cambiamenti della famiglia nel mondo negli ultimi secoli
(Between Sex and Power, 2004), scrive che l´organizzazione familiare,
sia dal punto di vista normativo che dei comportamenti pratici,
rappresenta sempre un equilibrio storicamente e socialmente situato
tra rapporti di sesso e generazione, che sono anche rapporti di
potere. È un equilibrio che si costituisce in risposta a
bisogni "interni" (accudimento, riproduzione, sostegno), ma anche a
circostanze esterne: situazione economica, demografica, politica.

IN ALTRI TERMINI, NON VI È NULLA DI NATURALE NELLA FAMIGLIA, CHE È
UNA ISTITUZIONE EMINENTEMENTE SOCIALE, PERCIÒ DIVERSIFICATA NELLO
SPAZIO E NEL TEMPO.

Anche se gli equilibri di volta in volta stabiliti – inclusi i
rapporti di potere tra i sessi e le generazioni e tra le famiglie e
le altre istituzioni sociali – incidono fortemente sul modo in cui i
cambiamenti sociali provocano o non provocano mutamenti negli
equilibri familiari esistenti. Non vi sono tendenze lineari e
universali nella storia (o meglio storie) della famiglia.
Se restringiamo lo sguardo al nostro paese, le più importanti
trasformazioni nei modi di fare famiglia non dipendono certo dalla
domanda di riconoscimento che proviene dalle coppie omosessuali e
neppure dalla domanda di riproduzione assistita: i due fenomeni che
hanno predominato nel dibattito pubblico sulla famiglia nell´ultimo
anno e che da taluni sono denunciati come attacco alla famiglia
intesa come data per scontata, immutabile, naturale. I cambiamenti
più importanti sono avvenuti all´interno della famiglia "normale",
nei rapporti eterosessuali e di generazione.
Innanzitutto, la famiglia è oggi basata non solo legalmente ma anche
culturalmente su un modello di uguaglianza tra i sessi e le
generazioni. Al punto che la stessa parola "potere" associata alla
famiglia sembra impropria, nonostante nella pratica questo continui
spesso ad essere esercitato nei fatti: si pensi alla persistente
divisione del lavoro e delle responsabilità tra uomo e donna e alla
lunga dipendenza dei figli dalla famiglia di origine. Tuttavia, il
venir meno di un modello gerarchico, tra i sessi e le generazioni,
condiviso ed anche legalmente sostenuto, costringe non solo a
negoziazioni, ma a ridefinizioni delle motivazioni e dei rapporti,
quindi degli equilibri che reggevano il modo di fare famiglia nel
nostro passato recente.
In secondo luogo, anche nel nostro paese, nonostante la modalità
prevalente di vita di coppia sia tuttora costituita dal matrimonio,
le relazioni sessuali non sono più legate esclusivamente al
matrimonio, non solo per gli uomini, ma anche per le donne.
Analogamente, la sessualità è divenuta sempre più scollegata dalla
riproduzione. Non tanto perché, tramite la fecondazione assistita, si
può procreare anche senza avere rapporti sessuali, ma soprattutto
perché si possono avere rapporti sessuali senza scopi ed esiti
riproduttivi. A meno che non pensiamo che la bassissima fecondità
italiana sia il risultato di una ondata massiccia di castità. Allo
stesso tempo, anche se in misura molto più ridotta che in altri
paesi, anche la fecondità inizia ad essere scollegata dal matrimonio,
per scelta e non per accidente, in rapporti di convivenza di coppia
che si percepiscono e si comportano come famiglia non diversamente da
chi si sposa. La riduzione della fecondità, inoltre, ha modificato
profondamente i rapporti genitori e figli e l´esperienza di essere
genitori ed essere figli.
Il nesso tra matrimonio e genitorialità è stato cambiato anche dalla
crescente (pur se in misura minore che nella maggioranza dei paesi
occidentali) fragilità dei rapporti di coppia. Si può essere (e
sempre più si chiede di essere) co-genitori senza più essere una
coppia. Allo stesso tempo, la rottura e reversibilità dei rapporti di
coppia scompiglia i confini delle famiglie, con i figli che
transitano da una famiglia all´altra e appartengono a più di una
famiglia. Modifica anche le relazioni di parentela, a volte
indebolendo i rapporti di sangue, a volte includendo forti rapporti
elettivi: "padri" e "madri" acquisiti che assumono responsabilità
genitoriali verso i figli di una compagna/o, nonni/e e zii/e
acquisiti che "adottano" i figli della nuova compagna/o del figlio/a
e così via.
Infine, il miglioramento della speranza di vita, ha reso normale nel
panorama familiare la coesistenza (anche se non sotto lo stesso
tetto) di più generazioni e la presenza di figure come i bisnonni/e.
Di più, è più facile che un bambino che nasce oggi abbia almeno una
bisnonna che un fratello o una sorella. L´allungamento della vita fa
anche sì che vi sia sovrapposizione, piuttosto che avvicendamento, di
ruoli e responsabilità come genitori e come figli, anche con il
sovraccarico, e i conflitti di lealtà, che ciò può comportare. Si è
contemporaneamente nonne, madri e figlie. E si può diventare "madri
delle proprie madri" , invertendo le responsabilità di cura e
sostegno. Si potrebbe dire che se i rapporti di coppia si sono
indeboliti, quelli di generazione si sono rafforzati e sono divenuti
insieme più articolati e più lunghi.
Questi sono i grandi mutamenti nei modi di fare e sperimentare la
famiglia, ben più diffusi e altrettanto, ancorché diversamente,
radicali della entrata nella scena pubblica delle coppie omosessuali
o della fecondazione cosiddetta eterologa.

A FRONTE DI QUESTI GRANDI MUTAMENTI, ALLA DIVERSITÀ DI RELAZIONI CHE
LA FAMIGLIA OGGI PIÙ DI UN TEMPO COMPRENDE, CONTINUARE A RIVENDICARE
UNA UNICA, MONODIMENSIONALE, DEFINIZIONE DI FAMIGLIA (LA FAMIGLIA
FONDATA SUL MATRIMONIO) RISULTA RESTRITTIVO ANCHE PER CHI È
ETEROSESSUALE E SI SPOSA. VICEVERSA, POTREMMO DIRE CHE LA DOMANDA DI RICONOSCIMENTO CHE PROVIENE DA OMOSESSUALI E ANCHE ETEROSESSUALI CONVIVENTI SENZA ESSERE SPOSATI, LUNGI DAL DISTRUGGERE LA FAMIGLIA, NE SEGNALA LA FORZA SIMBOLICA – LA LUNGA DURATA – COME ISTITUZIONE DEPUTATA ALLA SOLIDARIETÀ E RECIPROCITÀ. E´ INFATTI LA SOLIDARIETÀ CHE SI CREA IN QUEI RAPPORTI CHE CHIEDE DI ESSERE RICONOSCIUTA ED ANCHE VALORIZZATA COME BENE NON SOLO INDIVIDUALE, MA SOCIALE. E NON SI VEDE PROPRIO CHE DANNO CIÒ POSSA FARE.

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