PER UNA POLITICA INTERNAZIONALE DI CONTENIMENTO DEMOGRAFICO

3/06/08 - Emma Bonino sfida i criminali ipocriti internazionali al vertice della FAO. Fra tante lacrime di coccodrillo in cui affogano i burocrati parassiti dell' ONU e della FAO che campano da nababbi sulla pelle degli affamati di tutto il mondo, finalmente si alza una voce autorevole, quella di Emma Bonino, che denuncia le vere cause della fame, del disastro climatico e della crisi energetica planetaria : LA BOMBA DEMOGRAFICA. Ma non troverete e non sentirete niente di quesa denuncia nei giornali e nei TG. La cappa di silenzio ordinata dai due sistemi religiosi più pericolosi del pianeta, quello cattolico e quello islamico, nella gara al sorpasso numerico fondato sulla moltiplicazione delle gravidanze delle proprie seguaci, impedisce che l' ONU prenda gli unici provvedimenti efficaci e non cruenti per sconfiggere la triplice crisi: una politica internazionale volta alla diffusione planetaria dei metodi contraccezionali. LEGGI

3/06/08 - Sempre in tema di crisi alimentare, ecologica ed energetica planetaria vi proponiamo il commento del nostro amico Giampietro Sestini, Segretario di LiberaUscita.

QUALE POLITICA PER IL TERZO MILLENNIO? – DI GIAMPIETRO SESTINI

Esistono due filosofie o ideologie di fondo per affrontare i problemi della politica: il "liberismo" e la "solidarietà".

Intendiamoci: tutte le formazioni politiche, di destra o di sinistra, hanno nei loro programmi ambedue i concetti, ma senza stabilire un ordine prioritario, anche se Il valore della “solidarietà” è più connaturato nella sinistra, così come il “liberismo” è nella destra.

La crisi che attraversa la sinistra, e non solo in Italia, risale anzitutto alla sua incapacità di ridefinire cosa deve intendersi OGGI per "solidarietà".  

Mentre il “liberismo” ormai governa il mondo grazie alla globalizzazione dell'economia e dei mercati, gestiti dalle multinazionali, manca un "governo mondiale" della solidarietà.

La novità del Partito Democratico, di per sé positiva in quanto ha ridotto la sterile litigiosità tra i due schieramenti e la negativa proliferazione di partiti e gruppi politici, non è stata affiancata da un programma adeguato ai problemi del terzo millennio.

Al primo punto della sua agenda il PD deve porre il futuro del pianeta, il futuro dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli. Alla globalizzazione del mercato deve corrispondere la globalizzazione della solidarietà, senza confini di spazio e di tempo, una formula che  io chiamo "solidarietà globale". Sotto un certo punto di vista, la “solidarietà globale” ha contenuti etici e morali che vanno al di là della nostra vita terrena, nel senso che aggiunge (e per taluni sostituisce) alla fede nella vita eterna la fede nella vita del pianeta e, quindi, dei nostri discendenti.

Porre il futuro del pianeta al primo posto dell'agenda politica stravolge completamente ogni programma elettorale..

Ormai è ampiamente dimostrato che Malthus aveva ragione. La causa principale del disfacimento del pianeta, dell'esaurimento del petrolio (il cui prezzo aumenta spaventosamente nella generale indifferenza e che ci illudono di poter calmierare agendo sulle accise), dei rifiuti impossibili da smaltire, dell'inquinamento dell'aria e delle acque, dello scioglimento dei ghiacciai, della fame nel mondo, si chiama  SOVRAPOPOLAZIONE. Tranne i radicali, nessuno ne parla, nemmeno i verdi che fanno dell'ambiente il loro obiettivo principale, come fosse un argomento tabù. Forse perchè il tema potrebbe irritare il sommo pontefice, il quale non perde occasione per pronunciarsi contro i preservativi, la pillola del giorno dopo, l’aborto, le famiglie di fatto, il testamento biologico, l’eutanasia..

Al secondo punto dell’agenda politica va posta la questione delle fonti energetiche alternative al petrolio. Aspettiamo forse che le sette sorelle debbano raschiare fino in fondo il barile? Cosa ha realizzato in tanti anni l'ente per le energie alternative, appositamente istituito (ENEA)? Forse per pagare lautamente Presidenti e Direttori Generali (Alitalia insegna)? E se non esistono alternative dimostrate scientificamente all'energia nucleare, cosa attendiamo a progettare e costruire impianti sicuri? E se invece esistono alternative valide, cosa attendiamo a realizzarle? O vogliamo continuare a comprare dalla Francia l'energia nucleare dei loro impianti collocati sulle Alpi?

So che questi problemi sono complessi, scottanti ed forse impopolari, ma so anche che non esistono soluzioni semplici per risolverli, e che prima saranno affrontati e più a lungo il pianeta potrà sopravvivere.

Ovviamente la realizzazione di tali obiettivi presuppongono un governo mondiale, ma intanto l’Italia potrebbe sostenerli all'ONU, come ha fatto per la moratoria per la pena di morte. Al Gore, in America, ha già cominciato a parlarne. L’Italia, inoltre, è il paese europeo con minore natalità, e ciò ne fa un soggetto credibile quando si parla di contenimento della sovrapopolazione.

E comunque, nell’attesa qualcosa può essere già fatto anche nel nostro piccolo. Ad esempio: condizionare il rilascio delle nuove licenze di costruzione o di ristrutturazione delle abitazioni, dei capannoni industriali e dei grandi complessi commerciali alla autosufficienza energetica attraverso l'installazione di pannelli solari. L'Italia è ricca di sole e di vento. Sono stato a Cipro, e tutte le case hanno i loro pannelli solari. In Spagna, le pale eoliche sono diffusissime.
Circa lo smaltimento dei rifiuti, occorre garantire la non nocività degli impianti, realizzarli e poi avere la forza di farli funzionare, anche contro le manifestazioni di piazza..

Ciò non significa, ovviamente, tralasciare la risoluzione degli altri problemi che riguardano specificatamente il nostro Paese, dal bicameralismo perfetto all’eccesso di leggi, dalla lunghezza dei processi alla certezza della pena, dal lavoro precario all’immigrazione, dalla sicurezza alla costruzione di nuovi carceri, e così via. Ma se non affrontiamo il problema del futuro, tutto rischia di essere inutile.

Giampietro Sestini


13/04/08 - Maledetti assassini ! Abbiamo già denunciato due giorni fa (vedi 9/04/08) l'incredibile ipocrisia dei media che, a fronte della crisi alimentare mondiale che sta provocando tumulti e morti in tutti i paesi sottosviluppati, continuano a nascondere i veri responsabili dello sterminio per fame in corso : i due sistemi religiosi più totalitari e totalizzanti del pianeta, cattolicesimo e islam, che incitano alla procreazione continua solo per mantenere il loro primato nel numero dei seguaci. Oggi, meglio di me, Luigi De Marchi torna a denunciare il vero pericolo della Bomba Demografica non solo per la pace mondiale ma addirittura per la sopravvivenza stessa del pianeta. LEGGI - E guardate se ne parlano questi parassiti che dirigono la FAO, un'istituzione internazionale del tutto inutile che costa molto di più delle derrate alimentari con cui si potrebbero sfamare metà delle popolazioni indigenti del pianeta....se smettono di crescere. LEGGI

9/04/08 - Cristianisti e islamisti, uniti contro l'umanità intera. Ieri sera il TG1 delle 20 ha mostrato i disordini scoppiati in Egitto per l'eccessivo aumento dei prezzi dei generi alimentari, parlando anche di altri focolai di malcontento e di disordini in numerosi paesi del mondo sottosviluppato, dove popolazioni sempre più numerose e più povere non riescono a trovare di che nutrirsi. Il tutto corredato dalle consuete immagini di donne africane con le mammelle pendule e rinsecchite a cui si aggrappano le manine disperate di bambini pietosamente denutriti. E poi i soliti commenti adeguatamente ipocriti e contriti tesi a demonizzare l'occidente opulento che utilizza le risorse alimentari per produrre energie alternative al petrolio. E neanche una parola dai giornalisti menzogneri e mistificatori sulle vere cause di tanta fame, miseria, sottosviluppo, malattie, guerre ed esodi biblici da quei disgraziati paesi : la crescita demografica esponenziale e incontrollata. E mai che i giornalisti del regime mediatico vaticaliano si azzardino ad accennare ai responsabili veri che ostacolano in tutti i consessi internazionali l'adozione di misure a livello planetario per una educazione alla contraccezione : i due sistemi religiosi più totalitari e totalizzanti del pianeta, cristianesimo e islam. Due sistemi in gara continua fra loro per affermare il primato della propria immaginaria entità soprannaturale di riferimento attraverso l'aumento continuo dei propri seguaci sia con le conversioni anche violente che, soprattutto, con l'incoraggiamento a una procreazione continua. Sono questi due sistemi religiosi, di cui pochi giorni fa sono stati resi pubblici i dati numerici (un miliardo e 300 milioni di musulmani contro un miliardo e 100 milioni di cattolici), in continua gara al sorpasso i veri responsabili della bomba demografica. Ancora una volta torniamo chiedere la mobilitazione dei cittadini più consapevoli per una lotta ai sistemi religiosi menzogneri e malefici con le uniche armi consentite, quelle della cultura e dell' informazione. Solo con la critica delle religioni si possono aprire gli occhi alle vittime di quei sistemi di potere che, con l'esplosione delle nascite, stanno portando il pianeta all'esaurimento delle risorse, al degrado definitivo e irreversibile dell'ambiente naturale, e alla morte per fame, per malattie e per guerre generalizzate dell' intera popolazione mondiale. Contro la MenzognaGlobale vi sollecitiamo ancora una volta a firmare il nostro Appello. LEGGI

30/03/08 - Ma nella Guerra di Religione si combatte anche la battaglia a chi ha più fedeli. Per il momento questa è una battaglia persa dalla chiesa cattolica che ha dovuto amaramente ammettere di essere stata superata dai musulmani """ ROMA : il Vaticano, nell¹Annuario pontificio, lo ha ammesso ufficialmente per la prima volta: i cattolici hanno ceduto la prima posizione ai musulmani nel mondo e uno dei motivi è che questi ultimi fanno più figli. Nel globo ci sono un miliardo e 322 milioni di musulmani (il 19,2% della popolazione mondiale) e un miliardo e 130 milioni di cattolici (17,4%). """. E allora i bravi cattolici e i bravi musulmani giù a figliare, per cercare il pareggio i primi e per mantenere il vantaggio i secondi. E chissenefrega se il boom demografico crea miseria, malattie, instabilità politica, guerre, depauperamento delle risorse alimentari ed energetiche.L' importante è avere più seguaci e più fedeli della propria immaginaria entità soprannaturale di riferimento. Con conseguenze immediate anche in Italia, dove per consentire alla chiesa cattolica di mantenere il primato si arriverà ad abolire la Legge 194 e l' uso dei contraccettivi

24/11/06 - Guerre e violenza: una nuova teoria

Secondo il prof. Gunnar Heinsohn, fondatore dell’Istituto per lo studio comparato di genocidi e xenofobia di Brema (Germania), non sono le religioni e nemmeno la fame le cause delle guerre. La violenza scoppia allorquando c’è un eccesso di giovani maschi. I paesi islamici resteranno potenzialmente esplosivi per qualche tempo ancora, indipendentemente dall’islam.

Intervista a Gunnar Heinsohn della Neue Zürcher Zeitung am Sonntag, 19 novembre 2006

NZZ: Lei ha inventato una specie di formula mondiale della storia. «Youth bulge» si chiama questa teoria che lei utilizza anche per analizzare l’attualità. Che significa?

G. H.: Ho ripreso il tentativo di una formula mondiale del francese Gaston Bouthoul del 1970, l’ho sviluppata e applicata a 70 paesi. Il risultato: sempre quando le donne – per decenni o persino secoli – hanno 6 – 8 figli, dunque 3 o 4 maschi, le cose si mettono male. Solo uno o al massimo due di essi potranno assumere ruoli sociali. Il terzo e il quarto, ambiziosi e nel pieno delle forze, o emigrano o cercano di ottenere anche loro una posizione con la violenza. Quando ci sono troppi giovani maschi si uccide: criminalità, guerre civili, genocidi di minoranze, rivoluzioni, guerre internazionali o colonizzazioni. La violenza perdura finché i maschi eccedenti soccombono e muoiono e il numero dei nati diminuisce.

NZZ:  Perché ha chiamato questa teoria «youth bulge»?
G. H: Uno «youth bulge» si ha allorché almeno il 30 per cento della popolazione appartiene alla fascia di età tra i 15 e il 29 anni, oppure allorché almeno il 20 per cento è nella fascia tra i 15 e i 25 anni. Bulge significa in inglese rigonfiamento. Con ciò s’intende il rigonfiamento della piramide dell’età. In Europa si è avuto uno «youth bulge» in continuazione per quattro secoli, a partire dal 1500. Dopo la decimazione della popolazione causata dalla peste nera nel XIV secolo cominciò l’incremento demografico. La caccia alle streghe uccise le levatrici e con esse scomparve anche il sapere intorno alla contraccezione. Il tasso di natalità salì da 2-3 figli per donna nel medioevo a un numero costante di 7 – 8 figli.

NZZ: Con quali conseguenze?
G. H.: La storia di Europa si tinse di sangue. L’eccedenza di figli maschi spiega perché si andava in guerra ogni anno, perché si ebbero guerre civili, rivoluzioni, stermini e perché in questo periodo l’Europa conquistò il mondo e, sotto il pretesto della cristianizzazione, assogettò e uccise in 400 anni il 90 per cento della popolazione mondiale. In Spagna diventarono colonizzatori persino i «secundones», i secondogeniti. Con lo stesso termine erano designati però anche i terzi e i quartogeniti eccendenti che organizzarono stragi e genocidi in Sudamerica. I figli maschi della Svizzera furono esportati come mercenari in mezza Europa.

NZZ: E che ne è delle figlie?
G. H.: Le figlie eccedenti sono diventate anch’esse violente solo nel XX secolo. Nella fase di dittature e guerrillas dell’America latina, dal 1950 al 2000, durante le quali si eliminò lo youth bulge, per la prima volta presero parte alle uccisioni anche le donne. Il loro contributo agli assassinii non superò però il 5 per cento, cioè più o meno la percentuale di donne carcerate condannate per omicidio.

NZZ: I ricercatori considerano piuttosto la fame e la miseria cause della guerra.
G. H.: Sarebbe bello, perché se la gente avesse da mangiare il problema sarebbe anche risolto. Ma la violenza che genera lo youth bulge non ha niente a che fare con la fame. Al contrario: chi partecipa ad azioni violente è in genere ben nutrito. Chi cerca da mangiare mendica, chi aspira a una posizione sociale spara.

NZZ: È dunque solo un problema di testoterone?
G. H.: Anche il figlio unico produce testosterone in eccesso quando entra nella pubertà, comincia a disprezzare i genitori e litiga col padre. E la concorrenza esiste anche nelle società senescenti, come la Germania e la Svizzera: per avere un posto migliore, idee migliori, un aspetto migliore. Con una differenza però: la lotta è incruenta. Perché lo youth bulge scateni la violenza occorre inoltre un’altra circostanza: devono esserci dieci giovani maschi per una sola posizione. Può influire anche la sessualità, per esempio se il suo esercizio è possibile solo all’interno del matrimonio, e se per potersi sposare occorre prima conquistarsi una posizione.

NZZ: Secondo lei le idee sono del tutto irrilevanti per spiegare movimenti politici e conflitti?
G. H.: Per prima cosa i giovani cominciano a diventare inquieti e a sviluppare ambizioni. Vogliono posti, e questi si possono avere solo eliminando gli altri, se necessario uccidendoli. Questo fa loro paura. Si tratta infatti di giovani normali con le consuete inibizioni morali: sanno cosa è bene e cosa è male. Per agire in modo violento hanno bisogno, inconsciamente, di un pretesto. E idee e testi allo scopo si trovano facilmente: la bibbia, il corano, Marx, le ideologie, le religioni risolvono il problema, perché esse suggeriscono: tu non uccidi, fai giustizia. Tu elimini il male, gli infedeli. E i giovani uccidono allora per la religione, la giustizia, la grandezza del paese.

NZZ:  Islamismo, socialismo – si tratterebbe dunque, nel gergo marxista, di sovrastrutture? La molla è invece il problema demografico?
G. H.:  È così. Un’idea appropriata per giustificare la violenza dei giovani maschi si è sempre trovata. Fa allo scopo anche la bibbia. Quando gli spagnoli cercavano oro e gloria in Sudamerica e diffondevano il vangelo mostrarono una bibbia a Atahualpa e gli dissero: “Questa è la parola di Dio, accettala o considerati in guerra con la casa di Absburgo.” Atahualpa portò il libro all’orecchio e poi lo scaraventò nella polvere. Al che 180 spagnoli trucidarono 5000 incas. Crede davvero che se Atahualpa si fosse convertito al cattolicesimo gli spagnoli, soddisfatti della conversione, se ne sarebbero tornati sorridenti al proprio paese?

NZZ:  Oggi non è però la profanazione della bibbia, bensì del Corano che è presa a pretesto per scatenare la violenza dello youth bulge e gli assassinii.
G. H.: In effetti c’è un parallelismo evidente. In occasione della profanazione del Corano tutta la stampa occidentale ha subito sentenziato: se si profana il libro sacro, in Iraq e Afganistan ci saranno per forza ancora più attentati e assassinii. Non si vuol capire che l’islamismo è solo un pretesto.

NZZ:  Dunque lei crede che il Vicino Oriente sarebbe una regione inquieta anche se non ci fossero il petrolio e l’islam e il passato coloniale?
G. H.: Naturalmente. Usama Bin Ladin parla oggi soltanto della gioventù di Allah. Ha appreso che in soli 100 anni i mussulmani si sono decuplicati e sono oggi 1,5 miliardi. Intorno al 1950 nel mondo islamico una donna aveva in media 6 – 8 bambini, cioè 3 o quattro figli maschi. I nati nel 1950 avevano nel 1970 vent’anni. Tra il 1970 e il 1990 cominciano in questi paesi i primi disordini e le uccisioni. Un esempio proprio classico è il Libano. In questo paese tra il 1975 e il 1990 c’è stata una guerra civile con 150'000 morti su una popolazione di 3 milioni di abitanti. Naturalmente vi erano nel paese circa sei gruppi religiosi che versavano olio sul fuoco aizzando i giovani maschi. Ma quesi gruppi esistevano anche prima ed esistono anche ora. Perché a partire dal 1990 cessa la violenza? L’alto numero di figli maschi è calato: il tasso è calato da 6 figli per donna a 1,95. Manca la materia prima per scatenare guerre e violenza.

NZZ: Invece nei territori palestinesi il personale ci sarebbe?
G. H.: Lo youth bulge palestinese è uno dei più mostruosi in assoluto. Per una ragione particolare: tutti i palestinesi che vivono nei campi per profughi sono appunto profughi. E tutti i figli che nascono in questi campi – il primo o il decimo - sono automaticamente profughi anch’essi e sono nutriti, istruiti e assistiti medicalmente dalle istituzioni umanitarie dell’occidente. Ma l’occidente finanzia le cliniche per partorire, ma non crea le strutture necessarie per i giovani. Abbiamo dunque giovani istruiti e nutriti in una situazione senza speranze. Finora il conflitto interno è rimasto relativamente sopito. Il potenziale di violenza è rivolto contro Israele, ma Israele si difende con azioni mirate. Da quando Israele si è ritirato dalla striscia di Gaza si avverte che in futuro la violenza potrebbe portare a una guerra civile fra palestinesi.

NZZ:  Ma lo youth bulge non potrebbe essere riassorbito in modo incruento, per esempio se la crescita economica creasse posti e posizioni in numero sufficiente?
G. H.: In genere le cose si svolgono esattamente al contrario. La crescita economica fa calare il tasso di natalità. Non esiste un metodo contraccettivo migliore del lavoro salariato – per gli uomini, ma anche per le donne.

NZZ:  La settimana prossima terrà una conferenza ai comandi militari britannici in merito alle sfide fino al 2020. Cosa dirà loro?
G. H.: Nei paesi islamici ci sono oggi 300 milioni di giovani maschi sotto i 15 anni. Non si tratta di una ipotesi, sono già nati. Nei prossimi 15 anni essi avranno tra i 15 e i 30 anni. Nel migliore dei casi 100 milioni troveranno una sistemazione nei loro paesi, ma 200 milioni costituiscono un potenziale di violenza: molto probabilmente per quei paesi, ma anche per il resto del mondo. Questa sarà la situazione dei prossimi 15 anni. In seguito la situazione migliorerà.

NZZ: In concomitanza col calo del tasso di natalità.
G. H.:  Naturalmente, e si avvertono dei segnali. Il trend della secolarizzazione ha fatto calare il tasso di natalità anche nei paesi islamici. Per esempio in Tunisia, ma anche in Algeria: qui il numero di figli per donna è calato da 7 a 2 – è del resto questa la ragione per cui la guerra civile tra gli islamisti e il governo militare, alimentata dallo youth bulge, è terminata. Anche in Iran il numero di figli è calato da 7 a 2 per donna. In Iraq non ancora, il numero è di 5. In Afganistan di 7, in Pakistan di quasi 5. Questi paesi restano per il momento, unitamente allo Yemen e all’Arabia saudita, delle polveriere.

NZZ: Che cosa consiglierà concretamente ai generali britannici?
G. H.: Di non immischiarsi, se esploderà un conflitto a causa dello youth bulge. È quello che l’occidente già fa oggi. Per esempio per quanto riguarda il Darfur. Molti credono che lì sia in corso una guerra a sfondo razziale, i neri contro gli arabi. Ma le divisioni per razza e religione sono solo dei pretesti. Ci si è tenuti fuori in tutti i modi anche dai conflitti in Liberia e Sierra Leone. In un conflitto causato dallo youth bulge i buoni di oggi possono diventare i cattivi di domani. Per portare la calma nella ragione occorrerebbe stazionare a lungo molti soldati – che l’occidente non ha. La famiglia occidentale ha solo un figlio di cui non può fare a meno, nemmeno per un secondo. Se muore non ne ha più nemmeno uno. Ma il terzo mondo pretende che il primo mandi il suo unico figlio per impedire che i loro terzi e quartogeniti si ammazzino. Una pretesa eccessiva.

NZZ: Un discorso piuttosto cinico.
G. H.: Non è solo cinico, ma anche pericoloso, perché l’umanità ha adottato nel 1948 una legge internazionale contro i genocidi che obbliga ogni singola nazione ad impedire un genocidio. Un non intervento costituisce a rigore una violazione del diritto. Per questo i genocidi vengono definiti piuttosto guerre civili e come tali condannati – senza altre conseguenze.

NZZ:  Ma in Iraq e in Afganistan l’occidente è intervenuto. Si tratta però anche di ricostruire questi paesi e di instaurarvi la democrazia. Finora il tentativo sembra fallito. Perché?
G. H.: Avevamo l’esempio della bella politica della tavola rotonda, come in Ucraina, Georgia e altri paesi dell’est europeo. Lì si sono ottenuti progressi promettenti, e si è pensato: insomma, ciò di cui abbiamo bisogno è un filosofo tedesco alla Habermas con la sua teoria del dialogo, e la cosa è fatta. Ma non è stato merito di Habermas e nemmeno della mentalità e della saggezza degli europei dell’est. I successi sono dovuti al fatto che qui abbiamo a che fare con popoli che implodono e invecchiano. Ognuno di quelli che partecipava alla tavola rotonda trovava poi una sistemazione di primo piano. In Iraq o in Afganistan per quell’unico posto si battono cinque giovani maschi solo per potersi sedere alla tavola rotonda. Non appena lo youth bulge si sgonfia la democrazia s’instaura per così dire automaticamente. Lo abbiamo visto molto bene in America latina dopo che marxisti e fascisti si erano decimati a vicenda e il tasso di natalità era calato.

NZZ: Come stanno le cose da noi in Europa? Regna la pace perché i giovani maschi sono in numero così esiguo?
G. H.: Se noi in Germania ci fossimo moltiplicati come i palestinesi di Gaza ci sarebbero oggi 550 milioni di tedeschi e 80 milioni di giovani tra i 15 e i 20 anni. Crede davvero che 80 milioni di giovani sarebbero dieci volte più pacifici dei 7 che abbiamo oggi? O non farebbero piuttosto esplodere bombe a Praga, Danziga e Breslavia e direbbero – come i palestinesi: questo è il nostro territorio che ci è stato strappato per vicende storiche di cui non siamo responsabili?

NZZ:  Lei non ha dunque paura dei neonazisti tedeschi?
G. H.: Proprio per niente. I giornali del mondo intero riportano le loro imprese, ma ciò avviene perché non si è capito il vecchio fascismo. Si credeva che alla base del fenomeno ci fossero idee diaboliche. Benché l’ultimo youth bulge tedesco si fosse formato tra il 1900 e il 1914: fu questo che infiammò gli animi nella Repubblica di Weimar. Oggi si contano in Germania 7'000 neonazisti, ma il corpo di polizia conta 270'000 uomini: la situazione è dunque sotto controllo.

NZZ:  Lei ha ricordato l’ultimo youth bulge tedesco dal 1900 al 1914. Non ce n’è stato un altro all’origine del 1968?
G. H.: Certo che nel 1968 furono all’opera dei giovani che volevano fare carriera. E ci scapparono anche dei morti – le vittime dalla banda Baader-Meinhof. Ma si trattò del babyboom, di uno youth bulge piccolo piccolo. I giovani arrabbiati del 1968 si sono presto accorti che c’erano buoni posti a sufficienza per loro nella società. E hanno smesso di combattere – e ovviamente di ammazzare.

 

(trad. di Sergio Pastore)

 

24/03/06
L'editoriale di De Marchi andato in onda questa mattina su Radio Radicale
I vantaggi del declino demografico

Da qualche anno la nostra classe politica, atterrita dall’esplosione demografica e dalle migrazioni di massa che ha concorso a scatenare nel Terzo Mondo allineandosi servilmente ai dogmi pronatalisti del Vaticano, tenta di porre rimedio alla sua storica stoltezza moltiplicando le leggi finalizzate ad incentivare in Italia un rilancio della natalità destinato, nell’ottica aberrante dei legislatori, a controbilanciare la debordante prolificità terzomondista. Ma se, nel campo della logica formale, due negazioni equivalgono a un’affermazione, in campo politico una doppia scemenza non equivale alla saggezza ma all’imbecillità conclamata.

Così quando Marco Pannella ha criticato, nei giorni scorsi, questo ritorno agli incentivi fascistoidi della natalità, più d’un intelligentone della cultura clerical-liberista ne ha riso a crepapelle. Ma, come dicevano gli antichi, „il riso abbonda sulle labbra degli stolti”. Risibile, semmai, è la pretesa dei nostri politici pressappochisti e tappabuchisti di controbilanciare la pressione immigratoria terzomondista con le leggi pronataliste. Risibile non solo perchè i disperati che migrano in Italia dal Terzo Mondo non lo fanno di certo in considerazione della nostra bassa natalità ma soprattutto perchè queste misure pro-nataliste sono notoriamente inefficaci.

In realtà, come ricordava di recente l’”Economist”, la riduzione d’una popolazione non è affatto un fenomeno intrinsecamente negativo. Vediamo comunque i termini del calo demografico in atto in alcuni paesi europei. Ben nota, per esempio, è la riduzione della popolazione di vari paesi dell’Europa Orientale. La popolazione russa, in base alle previsioni più recenti, calerà d’oltre un quinto nei prossimi 40 anni e quella Ucraina addirittura del 43%. Quella giapponese sta cominciando a calare e quella dell’Italia e della Germania starebbe calando da tempo se la riduzione non venisse compensata dagli immigrati.

Ma perché, dunque, la paura del calo demografico è tanto diffusa ? Certo, una causa va cercata anche nell’allineamento servile delle scienze demografiche europee agli atteggiamenti pro-natalisti delle dirigenze politiche e religiose. Ma questa risposta si limita a spostare la domanda dalla demografia alla politica e alla religione. Sul piano politico, oltre al servilismo di troppi politici nei confronti della chiesa, va tenuto presente che nella riduzione della popolazione si vede il rischio d’una simmetrica riduzione del mercato nazionale, del Prodotto Interno Lordo (PIL) e, col PIL, della propria influenza geo-politica e militare. Ma sono timori largamente infondati. Mentre, sul piano economico, le dimensioni modeste della popolazione inglese non hanno di certo ridotto il peso politico della Gran Bretagna nell’ultimo secolo, sul piano militare il caso d’Israele mi sembra emblematico: un paese con 7 milioni di abitanti tiene in scacco da mezzo secolo una coalizione di un miliardo e mezzo d’islamici bramosi di distruggerlo ed ha già sonoramente sconfitto sul campo due paesi, l’Egitto e la Siria, che contano rispettivamente oltre 50 ed oltre 20 milioni di abitanti.

Ma poi, ai fini del benessere individuale, l’andamento del PIL globale non ha nessuna importanza: ciò che conta è il reddito pro-capite. Così, in un paese come la vecchia Cecoslovacchia, ove il PIL globale cala, perché una sua regione (nella fattispecie la Slovacchia) si autonomizza e realizza l’indipendentza, il reddito pro-capite della patria originaria (nella fattispecie la Repubblica Ceka) può crescere perché la popolazione realizza un forte sviluppo socio-economico e, con esso, una migliore produttività e un forte incremento dei salari reali o perchè, nel caso del tanto lamentato invecchiamento della popolazione, la molto maggiore longevità consente a una quota notevole di lavoratori di restare in servizio per una decina d’anni di più conservando i salari ottimali degli ultimi anni anziché defluire tra i pensionati, cioè tra i cittadini a basso reddito pro-capite ed a produttività nulla.

La riduzione della popolazione ha, soprattutto in Europa, altri vantaggi chiari e indiscutibili. Sul piano economico, la dipendenza energetica dai paesi islamici e la crisi energetica in generale che incombe su tutto il continente da quando i tre miliardi di cinesi e indiani stanno diventando grandi consumatori d’energia, non possono che ridimensionarsi. Come ho detto in altre occasioni, se l‚Italia avesse un quinto della sua popolazione, potrebbe coprire quasi tutto il suo fabbisogno energetico con energie rinnovabili e non inquinanti, come quella idroelettrica. Sul piano ecologico, con buona pace dei nostri sedicenti verdi che di popolazione non parlano mai, calerebbe la pressione antropica sul territorio, la congestione del traffico, l’inquinamento dell’aria e delle acque.

Tutto questo, però, è possibile solo se il clima sociale dei paesi europei non viene compromesso (come sta accadendo in misura crescente) da un’immigrazione alluvionale che abbassa i salari dei lavoratori locali, rallenta la modernizzazione tecnologica e crea sacche crescenti di povertà e di conflittualità politico-religiosa.

Che cosa possiamo dunque fare in questa situazione drammatica ? A mio parere, non ha alcun senso tentare di modificare la posizione dei cosiddetti luminari della demografia accademica (vivente, anzi moribonda conferma delle mie tesi sulla diffusa inettitudine e viltà del mondo accademico, in quanto mondo burocratico). L’unica speranza di vittoria nella battaglia contro la demagogia demografica sta nell’aggirare le resistenze e le menzogne dei cosiddetti esperti e dei loro burattinai politico-religiosi, parlando direttamente alla gente. Del resto, è quanto abbiamo fatto con successo in Italia ove, nonostante il menzognero bombardamento delle dirigenze, la gente ha saputo ascoltare la nostra voce, per quanto soffocata e imbavagliata, che coincideva d’altronde con la voce della sua coscienza e del suo buon senso, ed ha drasticamente limitato la sua prolificità. Ed ha saputo ascoltarla non solo nel campo della natalità, ma anche in quello del divorzio e dell’assistenza abortiva e contraccettiva. E‚ su questa diffusa percezione popolare della realtà, che trascende le stupidaggini delle dirigenze politiche, religiose e specialistiche responsabili del disastro attuale, che possiamo e dobbiamo contare.

Luigi De Marchi

 

24/03/06
L’evidenza negata
dal nostro amico S..... dalla Svizzera


Bisogna pur prendere atto che ciò che a noi appare come una realtà innegabile e macroscopica, addirittura di una luce accecante - che non possiamo continuare a crescere indefinitamente, che prima o poi distruggeremo il nostro ambiente - non solo continua a essere ignorata, ma è oggi sempre più avversata e contestata: e non solo da tutti i poteri, ma anche dalla “gente comune” quando questa per caso s’imbatte nella questione. Basta leggere certi commenti di persone che uno reputa istruite e quindi più o meno informate. Si va dalla sorpresa (“Decremento demografico? Ma va, guarda un po’ cosa vanno a pensare!”), all’irritazione e allo scandalo (“Decido io quanti figli voglio - [e tu devi anche mantenermeli]”, “Che obbrobbrio: vogliono impedire ai figli di nascere! Ma questi sono nazisti, portatori di una cultura di morte. I figli sono la gioia e il nostro avvenire. Come si può essere così infami?”). Eccetera. Gli uni sono ingenui, gli altri fondamentalisti. Ci sono poi i fondamentalisti religiosi - tutti e tre i monosteismi - per i quali il numero continua ad essere decisivo, e i fondamentalisti economici per i quali la vita è pura e sola contabilità (produzione e soldi sono le sole cose che contano, tutto il resto è chiacchiera). I due fondamentalismi vanno a braccetto, si sostengono e rafforzano a vicenda.

E’ possibile contrastare i fondamentalisti? Non sono forze così soverchianti contro le quali non possiamo che spuntarci le corna? Non solo negano l’evidenza - quella che a noi appare tale - ma ci danno addosso spernacchiandoci e insultandoci (menagramo, pessimisti, oscurantisti, egoisti, schifosi, razzisti, nazisti, imbecilli, sporcaccioni eccetera).

Trent’anni fa, quand’eravamo “solo” tre miliardi e qualcosa, la questione demografica poteva essere argomento serio di dibattito e comunque nient’affatto una questione scabrosa o indecente. Oggi invece sembra esserlo.
Invocare una stabilizzazione o addirittura un rientro dolce della popolazione mondiale in limiti ecocompatibili risulta essere contro lo sviluppo e il progresso. Sembra infatti che la crescita demografica favorisca sviluppo e crescita economica, e “quindi” anche maggiore benessere per strati sempre più ampi delle popolazione mondiale. Sarebbe proprio da vedere se “quindi” si sta meglio affogando tra oggetti inutili e montagne di rifiuti. Certamente sarebbe un grande progresso per tanti avere l’acqua corrente in casa, acqua pulita: un bisogno elementare che purtroppo molti non possono soddisfare. Ma secondo certe stime il numero dei “senza acqua” invece che diminuire è destinato a salire nonostante tutte le buone intenzioni dei vari Congressi sull’acqua. Tutti sanno e vedono perché questo numero è destinato a salire: l’acqua dolce è poca e il numero degli assetati aumenta per la crescita demografica. Per cui si parla apertamente di prossimi conflitti armati per assicurarsi le risorse idriche. Eppure in questi congressi è severamente proibito accennare al problema demografico, è tabù. L’esplosione demografica è una balla, si tratta “solo” di distribuire meglio il prezioso elemento.

Siamo sotto scacco. Matto?

 

22/03/06
La bomba demografica. Una domanda in attesa di risposta.
Dal nostro amico S..... dalla Svizzera


Per secoli l'incremento demografico è stato lentissimo: la popolazione europea si aggirava sempre intorno ai 180 milioni. Poi c'è stato un clamoroso balzo a 480 milioni (che Ortega y Gasset nel 1930 considerava con entusiasmo: un incremento del genere costituiva un cambiamento sostanziale - e per il filosofo "cupidus rerum novarum" positivo. Indubbiamente l'incremento ha contribuito con la produzione di massa anche allo sviluppo economico).

L'incremento coincide con l'industrializzazione agli inizi dell'Ottocento. La precedente stabilità era "garantita" da guerre, carestie, altissima mortalità infantile, sterilità ecc. calamità che l'occidente non conosce più (per lo meno carestie e mortalità infantile, praticamente azzerate; anche la sterilità naturale è scomparsa, grazie ai "progressi" della medicina).

La domanda che mi pongo è questa: come mai l'umanità non ha sviluppato degli "anticorpi" per controbilanciare la scomparsa della mortalità infantile e degli altri fattori di stabilità. Tanto che ormai la situazione è completamente fuori controllo e irreparabile (chi pensa che le cose non vanno poi così male, e che anche in 9 miliardi staremo bene o benino, è per me fuori di testa). La famiglia numerosa era una volta la norma, anche perché non esistevano metodi efficaci di contraccezione. Moltissimi bambini morivano subito. Le donne erano sempre incinte.

Un cambiamento così epocale - industrializzazione, più igiene, una migliore alimentazione, riduzione fino all'azzeramento della mortalità infantile ecc. - avrebbe dovuto indurre anche cambiamenti profondi nei comportamenti riproduttivi. Ciò che è effettivamente avvenuto in occidente, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. La famiglia standard in Italia e in Europa è di due figli. Un mio amico di studi, cattolico e praticante, cresciuto lui stesso in una famiglia numerosa (undici fratelli!), ha avuto due soli figli (vorrei sapere perché, ma non ho osato porgli la domanda).

Dunque ci sono stati dei cambiamenti. Che a parer mio, posso sbagliarmi, sono stati indotti soprattutto dal boom economico del dopoguerra. A dir la verità i preti denunciavano la "piaga" del figlio unico già prima della guerra (arrivavano a dire - un'infamia assoluta - che la morte dell'unico figlio in guerra era la giusta punizione di Dio per non averne messo al mondo di più!).

Comunque il declino demografico dell'Europa e dell'occidente ricco data dal secondo dopoguerra. Declino per modo di dire, perché mi sembra che siamo lo stesso molto numerosi, ma il tasso di natalità è calato vistosamente (Italia e Germania sono il fanalino di coda del pianeta). L'equazione era semplice: meno figli = maggior benessere (per genitori e figli). Era una cosa intuitiva, penso non ci fosse nemmeno bisogno di discuterne: uno o due bastano. Le famiglie numerose, con quattro e più figli, costituiranno una percentuale modesta. Poi è venuta anche la pillola.

Oggi comunque anche l'occidente ricco a bassa natalità non sembra porsi il problema della mostruosa proliferazione umana, anzi suona la grancassa dell'incremento demografico (e non solo i preti: anche Ciampi, Berlusconi e Ferrara spronano a far figli). Segno che quei comportamenti riproduttivi "virtuosi" degli ultimi decenni erano dettati più dal desiderio di benessere che da altre considerazioni.

Insomma: abbiamo fregato la natura, anche con la medicina. Il nostro cervellone non ha sviluppato antitossine. Forse non è così intelligente, ma un cervello di gallina (con tutto il rispetto per le galline, povere bestie tenute in gabbiette di pochi centimetri quadrati).

L'ultima parola l'avrà comunque la natura. Che ci annienterà come formiche (rileggere "La ginestra").


19/08/05 -

Editoriale di Luigi De Marchi da Radio Radicale

Crisi energetica
e bomba demografica


“La Stampa” di Torino pubblica un paginone interamente dedicato al Peak Oil, cioè alla crisi petrolifera prossima ventura che, prevista finora per il 2020 o, al più presto, tra dieci anni, sembra essere già esplosa oggi, col prezzo del petrolio in impennata inarrestabile. Mentre all’estero il problema è da anni al centro di un dibattito angoscioso, qui i nostri media di destra e di sinistra lo hanno ignorato largamente e possiamo solo augurarci che il paginone de “La stampa” non sia un altro sparo nel buio. Vediamo comunque i brani salienti del paginone.
“Fino a poco tempo fa poche cassandre, considerate con sufficienza dagli specialisti, parlavano sul web del Peak Oil, cioè del momento in cui la produzione mondiale raggiungerà il massimo dell’estrazione possibile, per poi iniziare un più o meno veloce declino. Mentre per anni si indicava nel 2020 0 2050 quel punto di svolta, oggi un numero sempre maggiore di addetti ai lavori sta convincendosi che il Peak Oil sia già alle porte e stia alla base della crescita ingovernabile del prezzo del greggio. In particolare il noto geologo di Princeton, Kenneth S. Deffreyes, aveva previsto pochi anni fa, nel suo libro “Dopo il petrolio” (Beyond Oil), che il Peak Oil sarebbe stato toccato appunto alla fine di quest’anno o all’inizio del 2006.
“Il crepuscolo del petrolio – conclude “La Stampa” – non potrà che essere un’era di carenza cronica di energia, di stagnazione economica, di crisi e di conflitti… I primi segni dell’inizio sono già tra di noi. Anzitutto, l’aumento inarrestabile dei prezzi del greggio e le previsioni al ribasso sulla consistenza delle riserve. Un barile di petrolio costa oggi il doppio di un anno fa e la tendenza al rincaro non dà segni di volersi fermare. Del resto, uno dei più celebri esperti petroliferi, Daniel Yergin, aveva visto giusto già nell’aprile scorso quando aveva dichiarato al settimanale “Time”: “Stiamo entrando in un periodo di forte turbolenza dei prezzi che potrà presto portare il barile a 65 o anche 80 dollari”. Ebbene, amici, ieri il greggio ha superato i 66 dollari.
Nell’apertura di una vasta documentazione sull’imminente crisi possiamo leggere: “Che cosa riserva il futuro all’umanità quando il petrolio, vera linfa vitale della nostra civiltà, diverrà sempre più costoso per il calo della produzione e la crescita vertiginosa della domanda? Saremo semplicemente condannati a ripetere la storia ed a scannarci vicendevolmente per l’accaparramento delle risorse residue? A distruggere la nostra civiltà non saranno gli Alieni, o l’impatto con una Meteora, o una rivolta delle Macchine, come supponevano gli scrittori di fantascienza. A distruggerci, saranno le nostre scelte di ieri e di oggi, o la nostra incapacità di scegliere. Ora, subito, è arrivato per l’umanità il momento di svegliarsi o di morire”.
E in un’altra documentazione si spiega come e perché la crisi petrolifera potrà distruggere l’intera nostra civiltà: “Le ripercussioni del Peak Oil per la nostra civiltà saranno simili a quelle della disidratazione nel corpo umano, che può morire se appena un 5% del suo contenuto d’acqua viene a mancare, perché l’acqua è essenziale a tutte le funzioni del corpo umano. Altrettanto lo è l’energia assicurata dal petrolio per la sopravvivenza della nostra civiltà. Così, per esempio, negli anni ’70 bastarono poche cadute produttive del 5% per scatenare una quadruplicazione dei prezzi petroliferi. Ma la crisi incombente non sarà temporanea, come la crisi degli anni ’70, perchè quella dipese da alcune contingenze politiche mentre oggi la crisi sta nascendo da fattori strutturali. A dirlo non è un qualsiasi pessimista di passaggio, ma un uomo condannato all’ottimismo dal suo stesso ruolo, e cioè il Vice-Presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, che aggiunge: “Negli anni successivi al Peak Oil si prevede un incremento annuo del 3% del fabbisogno ed un simultaneo calo annuo del 2% nella produ-zione.”
E nell’analisi di un altro esperto troviamo la sintesi delle implicazioni devastanti della crisi petrolifera permanente ormai alle porte: 1) tutta la produzione, la distribuzione e la conservazioone degli alimenti ne risulterà compromessa (col risultato di moltiplicare i prezzi al consumo e il numero degli affamati), per il semplice motivo che ogni singola caloria che arriva sui nostri piatti esige 10 calorie di combustibile; 2) non solo il costo dei viaggi in automobile si moltiplicherà per il costo del carburante, ma anche i prezzi delle automobili schizzeranno molto, molto in alto perché il peso del combustibile necessario per produrre un’auto è pari al doppio del peso dell’auto stessa; 3) la crisi esploderà anche in campo informatico, dato che per produrre un grammo di microchips occorrono 600 grammi di petrolio; 4) perfino per produrre le cosiddette energie alternative (dai pannelli solari alle turbine eoliche, alle cellule dei veicoli a idrogeno, agli impianti nucleari) è necessario molto, molto petrolio. Insomma anche le cosiddette energie alternative sono in realtà “derivati” del petrolio; 5) in-fine l’intero sistema finanziario odierno si fonda sull’assunto che l’economia sia in costante espansione o, almeno, stabilità, ma in caso di crisi economica profonda e permanente, anche il sistema finanziario crollerà.
La crisi petrolifera sarà particolarmente catastrofica in Europa. Tutta l’economia europea, infatti, è detta economia di trasformazione appunto perchè si fonda sulla trasformazione, col petrolio importato da paesi extraeuropei, di materie prime importate da paesi extraeuropei. Solo con questo gigantesco apparato di trasformazione l’Europa ha potuto mantenere, in crescente prosperità, una popolazione molto maggiore di quella che sarebbe stata sostentabile con le risorse disponibili sui territori europei. Ed eccoci, dunque, al problema cruciale sotteso alla crisi non solo europea, ma planetaria: il rapporto tra popolazione e risorse.
Per molti secoli l’Europa ha potuto sanare la paurosa sproporzione tra la sua popolazione e le sue risorse saccheggiando a prezzi di rapina le energie e le risorse dei pa-esi extraeuropei. Già nel ’77, con un Convegno sul tema “Sovrappopolazione e crisi europea” che organizzai a Roma con Aurelio Peccei, promotore del famoso rapporto del MIT su “I limiti dello sviluppo”, tentai di far capire che, per scampare al disastro, l’Europa doveva ridurre la sua popolazione a dimensioni compatibili con le risorse del suo territorio, ma fummo soltanto dileggiati dai soliti sapientoni della Chiesa, del-la politica, dell’economia. Oggi però il gigantesco nodo sta venendo al pettine, sia perché la politica estera delle cannoniere non è più praticabile, sia perché nuove immense moltitudini (un miliardo e mezzo di cinesi, un miliardo e 200 milioni di indiani e altri miliardi di persone del Terzo Mondo) tentano di ripetere l’operazione insensata a suo tempo condotta dall’Europa: mantenere popolazioni sproporzionate alle loro risorse con energie importate. Così, inevitabilmente, il prezzo del petrolio e delle altre energie naturali sta schizzando alle stelle…
Tutto chiaro amici ? Per quanto riguarda il rapporto popolazione-risorse mi sembra di sì, in via di massima. Ma il quadro fin qui tracciato non ha precisato il fattore cruciale di questa politica insensata, prima europea ed oggi universale: e cioè la stupida caparbietà con cui le autorità religiose e politiche del mondo intero, per la loro tragicomica ipocrisia sessuofobica, hanno sistematicamente rifiutato (e tuttoggi rifiutano) di prevenire con adeguate misure denataliste l’assurdo squilibrio tra popolazione e risorse che ci sta portando alla catastrofe. L’unico importante governo che ha adottato queste misure è stato quello cinese: e gli effetti positivi sono stati e sono evidenti in termini di sviluppo economico effimero. Ma lo ha fatto con un secolo di ritardo, quando la popolazione, per la simmetrica idiozia conservatrice e comunista, era già quadruplicata, e ora il fatale squilibrio tra popolazione e risorse sta emergendo anche in Cina come in tutto il mondo, sia avanzato che sottosviluppato.
Che fare? Fare il contrario di quello che fanno ancor oggi i cervelloni di tutti i governi e di tutte le religioni, incentivando assurdamernte la natalità in Europa, cioè in un continente che ha già una popolazione insostenibilmente densa e dissipatrice d’energie e risorse, e rifiutando nel Terzo Mondo politiche denataliste capaci di bloccare un incremento demografico che fa raddoppiare quelle popolazioni ogni 15-20 anni. Ma si può bloccare la rovinosa natalità del Terzo Mondo ? Si potrebbe farlo agevolmente con gli strumenti della psicologia motivazionale che proposi nel ’75 e che il Population Media Center ha validamente applicato già negli anni ’80 in alcuni paesi asiatici e sud-americani. Ma finchè il mondo resta nelle mani di gerarchie religiose e politiche stupide e presuntuose come le attuali, le speranze d’una simile svolta sono esigue.

Luigi De Marchi

 

17/08/05 - Dal Corriere della sera
Chi nega la cattiva salute della Terra
CRICHTON, KYOTO di GIOVANNI SARTORI
 

Da parecchi anni il giro dell’Agosto è per me il giorno del rendiconto ecologico. Come sta la salute della Terra? Come andiamo con l’ambiente, con l’inquinamento atmosferico, con il clima, con l’esaurimento delle risorse? Va da sé che su tutto il fronte andiamo peggio. Va da sé perché non vogliamo né vedere né affrontare la realtà. Sì, finalmente il protocollo di Kyoto è diventato operativo. Applaudo perché qualcosa è sempre meglio che nulla. Ma i rimedi di Kyoto sono largamente insufficienti. Eppure il Texano tossico, il presidente Bush, non solo continua a rifiutarli, ma si ingegna anche a sabotarli accordandosi con India, Cina e una manciata di altri Paesi su una cosiddetta «soluzione alternativa» (lo sviluppo di alte tecnologie pulite) che però non viene seriamente finanziata e che comunque non sarebbe alternativa ma complementare.
Sì, un’altra buona notizia è che la comunità scientifica è sempre più convinta e concorde nel denunziare la gravità della situazione e che, correlativamente, le voci dei lietopensanti che ci raccontano che tutto va bene sono sempre più fioche e sempre più contraddette da valanghe di dati, da valanghe di smentite.
Però, però. Tre anni fa i lietopensanti sono stati rassicurati dalle balordaggini di un certo Lomborg (sconfessato dai suoi stessi colleghi della «Commissione danese sulla disonestà scientifica»); e quest’anno fa già furore il romanzo «Lo Stato di Paura» di Crichton, la cui tesi è che il riscaldamento globale è l’invenzione di scienziati e giornalisti al servizio di interessi politici ed economici il cui proposito è di preservare «i vantaggi politici dell’Occidente e favorire il moderno imperialismo nei confronti dei Paesi in via di sviluppo». Questa è soltanto una tesi dogmatico-marxista rispolverata negli anni ’70. Ma se un logoro vetero-marxismo viene rimesso a nuovo da un autore di thriller che sa vendere milioni di copie, allora «l’imbroglio anti-ecologico» riprende fiato.
Il guaio è che sul drammatico problema della «Terra che scoppia» (di sovrappopolazione) e che si autodistrugge, i media, gli strumenti di informazione di massa, non mobilitano l’opinione e non si impegnano più di tanto. Forse perché sono frenati da una colossale rete di interessi economici tutta progettata e proiettata nell’assurdo perseguimento di uno sviluppo illimitato, di una crescita infinita.
Comunque sia, il fatto dell’anno è che su questo cieco «sviluppismo» sta cadendo addosso una bella tegola. In questi giorni il costo del petrolio greggio si è avvicinato ai 70 dollari, e quindi al record massimo di un quarto di secolo fa di 80 dollari (costo ragguagliato a oggi) che produsse allora una grave crisi di stagflazione. Cosa succede? Il petrolio sta diventando scarso? Per il grande (ciarlatano) Lomborg non sarebbe possibile: lui ci assicura riserve per 5.000 anni. Ma anche i petrolieri ci rassicurano: abbiamo riserve per 50 anni (due zeri meno di Lomborg) e la stretta è colpa degli impianti di raffinazione. Ma a parte il fatto che 50 anni sono pochissimi, questa tranquillizzazione è un inganno. Nei prossimi venti anni la popolazione sarà ancora in aumento (quest’anno, saremo ancora 70-75 milioni in più), e si prevede che il fabbisogno energetico mondiale - con lo sviluppo dell’India e della Cina - crescerà del 50 per cento. Per questo rispetto siamo già allo stremo. Il campanello d’allarme è squillato dal 1980. E noi cosa abbiamo fatto e stiamo facendo? Ancora niente. Leggiamo e arricchiamo Crichton. Bravi, bravi.

Corriere della sera, mercoledì, 17 agosto 2005


29/07/05
Abbiamo ricevuto dal nostro amico Sergio dalla Svizzera questo interssante contributo che volentieri pubblichiamo.

La cescita economica e la bomba demografica.
Perché la crescita?

Quando fu pubblicato più di trent’anni fa il Rapporto del Club di Roma ci furono vivaci reazioni. Molte negative, ma da parte di chi? Non certo dell’ «uomo comune o della strada» all’oscuro della maggior parte dei problemi dibattuti nel libro e caso mai vivamente preoccupato al leggere di tutti i guai che incombevano sull’umanità. Tale fu anche la mia reazione.

Le reazioni negative furono soprattutto del Capitale che non poteva assolutamente accettare dei limiti alla sua espansione. Il Club di Roma non sosteneva poi solo i limiti della crescita, ma auspicava delle correzioni, un’inversione di tendenza. Dunque non più crescita, ma addirittura rinunce. “Demain la décroissance” (Domani il decremento [economico]) era il titolo di un’opera di Georgescu-Roegen che lessi all’epoca (e tuttavia l’autore pochi anni fa, prima di morire, aveva cambiato opinione, almeno in parte).

L’essenza del capitalismo è la crescita infinita del profitto (sia detto senza alcun intento moralistico o denigratorio). Il profitto deve essere nuovamente investito per creare altro profitto in una spirale senza fine. Il capitalista che si credesse «arrivato» e non investisse più limitandosi all’amministrazione del suo possesso non sarebbe più un autentico capitalista. Vivrebbe di rendita. Per il capitalista invece il rischio dell’investimento è ovvio: per quanto cerchi di minimizzarlo non può eliminarlo. Chi non rischia è un pavido, non un imprenditore.

Il Club di Roma invece asseriva: la pacchia è finita, o ci convertiamo o periamo. Il Capitale non ci stava e trovò vari e gravi errori nel rapporto. E continuò per la sua strada.

Oltre trent’anni dopo la fine del mondo non è ancora avvenuta, come predicevano Peccei e soci se non ci fosse stata un’inversione di tendenza. L’incremento demografico è stato spettacolare o pazzesco: siamo passati in poco più di trent’anni dai 3 miliardi di allora ai 6,4 miliardi odierni. Mentre dall’inizio del secolo fino all’inizio degli anni Settanta (dunque in 70 anni) la popolazione mondiale era aumentata del 50% circa passando da 1,9 a 3 miliardi circa, essa è aumentata di oltre il 100% nei 33 anni seguenti. Una progressione semplicemente fantastica, incredibile, irreale. E non siamo morti. E’ vero che i quattro quinti dell’umanità vivono in situazioni di disagio e sofferenza (per non drammatizzare e per usare espressioni eufemistiche), ma … la nave va. Per quanto tempo ancora? Non lo sappiamo con certezza quando avverrà il collasso. Chi vede nero, come Giovanni Sartori, ci ricorda che il collasso è garantito (salvo un miracolo): la tendenza è certa, solo il momento non può essere precisato.

Dunque si continuerà, come si suol dire, fino ad esaurimento delle scorte (petrolio, uranio, acqua, cibo ecc.). Anche perché nessuno sa bene dove cominciare a mettere mano. Bush ha già fatto sapere che non se ne parla nemmeno di fermare la crescita: gli Stati Uniti non si possono permettere un altro milione di disoccupati! (Santo cielo, cosa sarà mai un altro milione di disoccupati americani rispetto alle centinaia di milioni di disoccupati e sottoccupati del mondo?).

Ma non solo i paesi ricchi non vogliono recedere dal loro livello di consumi. Anche i paesi emergenti e sottosviluppati vogliono crescere, avere la loro fetta di torta. Si può dare loro torto? Ovviamente no, tanto più che nel loro caso sono ancora troppi coloro che non possono soddisfare nemmeno i bisogni primari. Ma la tendenza è quella: perché noi sì (americani, europei, canadesi, giapponesi e australiani) e loro no (Cina, India, Brasile, America Latina, domani l’Africa intera)? Tutti vogliono se non proprio la ricchezza, almeno il benessere. E la crescita economica è una premessa indispensabile per stare meglio, per avere cioè un reddito più elevato (che non significa poi in realtà star meglio considerando gli svantaggi in termini di inquinamento, stress, malattie, sovraffollamento ecc.).

Adesso però mi chiedo che cosa si possa fare, dove potremmo cominciare per rimettere ordine (se consideriamo l’attuale e presumibilmente futuro stato del pianeta in stato di grande disordine, se non addirittura di pre-coma o coma)?

Per quanto mi sforzi di captare segnali di resipiscenza non ci riesco. Anzi la corsa alla crescita sembra assumere i connotati di una vera e propria psicosi collettiva di livello globale.

Anzi i paesi ricchi, resisi conto che povertà e sofferenza sono fattori che alimentano il malcontento dei non abbienti e il terrorismo, intendono dare battaglia alla povertà nel mondo intero. Si direbbe che il problema sia risolvibile in quattro e quattr’otto (dieci - vent’anni) se solo si vuole, se c’è la volontà politica. La povertà è un’offesa alla dignità umana e dev’essere estirpata. Giusto, parole sacrosante, chi può dissentire?

Ma non è che il mondo «ricco» intenda fare alcuni passi indietro, rinunciare a qualcosa e aiutare in modo massiccio il terzo mondo. Anzi, senza ulteriore crescita economica nel mondo ricco gli aiuti ai paesi poveri non sono nemmeno immaginabili. Se cresciamo ulteriormente potremo invece farci carico anche dei problemi degli altri, se no non se parla nemmeno.
Quindi la crescita è assolutamente indispensabile in questa prospettiva. La crescita economica è anzi l’alfa e l’omega di ogni progetto di sviluppo mondiale. Ogni altro discorso (per esempio disinnescare la bomba demografica) è assolutamente secondario se non addirittura pregiudizievole.

Dal mio e nostro punto di vista una stabilizzazione della popolazione (per cominciare) sarebbe quanto mai sensata e auspicabile. Un numero inferiore di persone significa meno consumi energetici, meno inquinamento, meno sovraffollamento, meno problemi di tutti i generi. Altri, tra cui Lomborg (chiedo scusa a chi va in bestia al solo vedere il suo nome) dicono invece - non si può negare una certa logica - che più persone significano anche più creatività e più soluzioni dei problemi presenti e futuri. Non è però sicuro: una massa di idioti più nutrita non fornirà necessariamente maggiori soluzioni ai problemi.

Personalmente penso che la soluzione dei problemi dell’umanità passi per la stabilizzazione prima e il decremento demografico poi. Secondo alcune proiezioni ONU il decremento interverrà «spontaneamente» dopo che l’umanità avrà raggiunto i 9 o 10 miliardi e si assesterebbe a una quota inferiore (non di molto). Difficile credere che ciò avverrà spontaneamente. Difficile immaginare anche che la Terra possa sostenere una tale massa di umani (e sicuramente in condizioni che noi non riterremmo accettabili, come la restrizione delle libertà di cui avvertiamo in questi giorni pericolose avvisaglie).
Ma il termitaio umano senza libertà si può concepire, per quanto disumano possa apparire a noi abitatori dell’inizio del XXI secolo.

Ma vorrei tornare alla «crescita economica assolutamente necessaria» e ricollegarmi alla critica del Rapporto sui limiti della crescita del 1970 o 1972.

In uno stato stazionario di relativo benessere e di bassa concorrenza (la cui completa eliminazione non appare né possibile né desiderabile) la crescita del Capitale sarebbe di nuovo messa in dubbio o resa addirittura impossibile. L’eliminazione o la forte riduzione della crescita economica e del Capitale indurrebbe necessariamente una più equa ripartizione dei beni, in quanto vistose disuguaglianze non sarebbero più tollerabili.
In assenza di crescita economica e in una società dell’informazione le disuguaglianze necessariamente devono ridursi, la formazione di grandi ricchezze e la rendita parassitaria sarebbero più difficili o addirittura impossibili. Il rifiuto di una società più egualitaria potrebbe essere anche la ragione della spinta a una crescita economica infinita (per quanto alla fine impossibile e distruttiva).

Resta la soluzione finale e drammatica. Qualsiasi specie animale tende a moltiplicarsi in condizioni ambientali per lei ottimali. Senza limiti fisici e senza predatori o inconvenienti vari (malattie, epidemie ecc.). una specie si moltiplica e si espande fin dove è possibile. E’ quanto è riuscito a fare il sapiens sapiens, che adesso favoleggia addirittura di colonizzare altri mondi per ovviare all’esplosione demografica sulla Terra.
Non abbiamo più nemici, siamo persino in grado di indurre una mutazione genetica della specie. Niente più ci fermerà. Solo la dura necessità costringerà l’uomo a riflettere o a cambiare rotta (se sarà ancora possibile). Per il momento la pacchia continua (almeno per alcuni).

 


Esplosione Demografica – Un Altro Tragico Dono
del Dogmatismo Politico e Religioso

L’Esplosione Demografica è stata definita “la Madre di Tutte le Tragedie Contemporanee” perché fame, sete, guerra, povertà, disoccupazione, inquinamento, migrazioni di massa e desertificazione sono ovviamente e strettamente connesse con il drammatico incremento di cinque volte che ha portato l’umanità da 1,2 miliardi nel 1900 a 6 miliardi di persone a fine millennio. Valutando adeguatamente questo incremento dobbiamo essere consapevoli che l’aumento della popolazione umana in un singolo anno , alla fine del secolo scorso, era uguale all’incremento durante il primo Millennio dell’era Cristiana.

Ma, a dispetto del suo impatto di ineguagliabile gravità su tutti i maggiori problemi umani, l’esplosione demografica è stata ignorata durante tutto il secolo scorso, non solo dai leader politici e religiosi ma anche dai loro lacchè nei Dipartimenti di demografia, portando qualche distratto osservatore a concludere che la maggiore tragedia relativamente all’esplosione demografica non è la sua scala ed il suo impatto ma la sua totale negazione da parte dell’establishment politico, religioso e scientifico.

Questa negazione non può essere spiegata logicamente , ma solo psicologicamente . Tutti i maggiori dogmi religiosi e politici durante il secolo scorso, dal Cattolicesimo all’Islamismo, dal Fascismo al Comunismo, a dispetto dei loro proclamati contrasti su tutti gli altri temi, hanno unanimemente rifiutato ogni programma di controllo demografico o pianificazione familiare nelle loro politiche nazionali e internazionali. Perché?

Secondo la nostra opinione, perché la contraccezione comporta inevitabilmente un attacco ai tabù sessuali che, come dimostrato dalla psicologia politica, sono un pilastro portante dei fanatismi religiosi e politici ed anche perché la moltiplicazione dei pani e dei pesci è una promessa fondamentale di ogni Paradiso politico e religioso.

Ora, dopo una repressione di mezzo secolo dovuta alle gerarchie Cristiane ed Islamiche, Fasciste e Comuniste e lo sterminio di massa di mezzo miliardo di bambini condannati a morte, 10 milioni di donne uccise dall’aborto illegale, 200 milioni di giovani uomini uccisi da guerre territoriali e altre incalcolabili moltitudini di uccisi dalla povertà, disoccupazione di massa e genocidi, il problema sovrappopolazione sta nuovamente imponendo alla comunità internazionale il suo profilo opprimente, perché né brillanti economisti né fascinosi ideologi possono spiegare un singolo evidente fatto – es. i soli paesi del Terzo Mondo che hanno sconfitto la povertà, disoccupazione e sottosviluppo sono quelli (Cina, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) che hanno simultaneamente adottato libero mercato e controllo delle nascite.

Ma come possiamo ottenere un rapido controllo della popolazione senza adottare le politiche coercitive della Cina?
Ancora una volta la psicologia, e la psicologia motivazionale in particolare, possono offrire una valida risposta, come studi Italiani specializzati hanno persuasivamente mostrato.
Comunque, questa risposta, così come tutte le misure per il controllo delle nascite, deve essere sostenuta politicamente dai Governi democratici attraverso la subordinazione d’ogni tipo d’aiuto economico e sociale, a favore dei paesi del Terzo Mondo, all’adozione di politiche per il controllo delle nascite.

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