Su il Corriere della Sera un articolo molto problematico.
Scritto da Angelo Panebianco
mercoledì 18 novembre 2009
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La politica democratica è strutturalmente vincolata a un orizzonte di
breve periodo. La natura del sistema democratico spinge gli uomini
politici ad occuparsi solo dei problemi che agitano il presente. Le altre
grane, quelle che già si intravedono ma che ci arriveranno addosso solo
domani o dopodomani non possono essere prese in considerazione.
A differenza di ciò che fa la migliore medicina, la politica democratica
non si occupa di prevenzione. Se così non fosse, una notizia appena giunta
dalla Spagna dovrebbe provocare grandi discussioni entro le classi
politiche di tutti i Paesi europei, Italia inclusa. La notizia è che, come
era prima o poi inevitabile che accadesse, c’è già su piazza un partito
islamico che scalda i muscoli, che è pronto a presentarsi con le sue insegne
nella competizione elettorale di un Paese europeo. Si tratta del Prune, un
partito fondato da un noto intellettuale marocchino, da anni residente in
Spagna, Mustafá Bakkach. Ufficialmente, il suo intento programmatico è di
ispirarsi all’islam per contribuire alla rigenerazione morale della Spagna.
In realtà, cercherà di difendere e diffondere l’identità islamica. Avrà il
suo battesimo elettorale nelle elezioni amministrative del 2011. Se
otterrà un successo, come è possibile, solleverà un’onda (ce lo dicono i
flussi migratori e la demografia) che attraverserà l’intera Europa.
L’effetto imitativo sarà potente e partiti islamici si
formerannoprobabilmente in molti Paesi europei. A quel punto, la
strada della
auspicata «integrazione» di tanti musulmani che risiedono in Europa
diventerà molto ripida e impervia. Perché? Perché la scelta del partito
islamico è la scelta identitaria, la scelta della separazione, dell’auto-
ghettizzazione. Si potrebbe anche dire, paradossalmente, che quando
nasceranno i partiti islamici sarà possibile valutare davvero quale sia,
per ciascun Paese europeo, il reale tasso di integrazione dei musulmani.
Perché è evidente che il musulmano integrato (per fortuna, ce ne sono già
moltissimi), quello che vive quietamente la sua fede e non ha
rivendicazioni identitario-religiose da avanzare nei confronti della
società europea in cui risiede e lavora, * non* voterà per il partito
islamico. A votarlo però saranno comunque molti altri, sia per adesione
spontanea (in nome di un senso di separatezza identitaria) sia a causa della
pressione degli ambienti musulmani che frequentano.
Al pari del partito islamico spagnolo, si capisce, ogni futuro partito
islamico europeo dichiarerà (e non ci sarà ragione di credere il
contrario) di rifiutare la violenza. Non potrà infatti rischiare (pena il
fallimento del progetto politico) vicinanze o contaminazioni con cellule
terroriste più o meno attive o più o meno dormienti in Europa. Ma ciò non
toglie che l’ideologia dei partiti islamici sarà comunque quella
tradizionalista/ fondamentalista.
Sarà l’ideologia della cosiddetta Rinascita islamica, impregnata di valori
antioccidentali e, alla luce del metro di giudizio europeo, illiberali. Si
tratterà di forze illiberali che useranno la politica per strappare nuovi
spazi, risorse e mezzi di indottrinamento e propaganda. Per questo, il loro
ingresso nel mercato politico-elettorale europeo bloccherà o ritarderà a
lungo l’integrazione di tanti musulmani. Che fare? La politica democratica
non può facilmente difendersi da questa insidia. Però le possibilità di
successo o di insuccesso dei partiti islamici nei vari Paesi europei
dipenderanno da un insieme di condizioni.
Conteranno certamente anche le maggiori o minori chances che ciascun singolo
musulmano avrà di ben inserirsi nel lavoro, e di poter accedere, per sé e
per la propria famiglia, a condizioni di benessere (ma guai a credere che
basti solo questo per annullare le spinte identitarie). Conteranno anche, e
forse soprattutto, le caratteristiche istituzionali dei vari Paesi europei.
Si difenderanno meglio, io credo, le democrazie dotate di sistemi elettorali
maggioritari (che rendono difficile l’ingresso di nuovi partiti) rispetto a
quelle che usano l’una o l’altra variante del sistema proporzionale.
La Gran Bretagna ha commesso errori colossali con la sua politica verso
l’immigrazione musulmana. Il suo scriteriato «multiculturalismo» ha finito
per consegnare all’Islam, e anche all’Islam più radicale, importanti
porzioni del suo territorio urbano (al punto che oggi la Gran Bretagna deve
persino fronteggiare il fenomeno dei numerosi cittadini britannici, di
lingua inglese, che combattono in Afghanistan insieme ai loro correligionari
talebani). Tuttavia, quegli errori sono forse ancora rimediabili. Il sistema
maggioritario rende infatti molto difficile l’ingresso nel mercato politico
britannico di un partito islamico. Diverso è il caso dei Paesi ove vige la
proporzionale nell’una o nell’altra variante: l’ingresso è relativamente
facile e la politica delle alleanze e delle coalizioni, tipicamente
associata ai sistemi proporzionali, garantisce influenza e potere anche a
piccoli partiti. Una circostanza che i futuri partiti islamici potranno
sfruttare a proprio vantaggio. Da antico, e non pentito, sostenitore del
sistema maggioritario penso che quella qui descritta rappresenti una ragione
in più per adottarlo. * *
da:corriere.it
