Una storia firmata dal regista di Oggi sposi Luca Lucini, con l’inno di Mameli al femminile e l’augurio di un futuro in rosa. Ma l’ultimo spot di Calzedonia, azienda in cui lavorano 1.500 donne e che ha venduto 30 milioni di calze e collant nei primi 7 mesi del 2009, ha fatto subito discutere. Richieste di ricorso all’authority, polemiche tra sottosegretari, dubbi sull’opportunità dello sfruttamento pubblicitario dell’inno nazionale. Ma vi ricordate cosa fece Jimi Hendrix a Woodstock con quello americano? E Brian May dei Queen con quello inglese? (Magazine)
Di episodi simili ce ne sono veramente tanti, ma quello di Montalto di Castro ha raggiunto livelli che – almeno io – non credevo possibili. I fatti: il 31 marzo del 2007 otto giovani stuprano una 15enne. Il sindaco Salvatore Carai, zio di uno del branco, fa stanziare dalla giunta 40mila € per pagare la loro difesa. Anna Finocchiaro ne chiese l’allontanamento dai Ds, si prese un “talebana del cazzo” e naturalmente non ci fu espulsione dal partito. Fassino, in quel periodo segretario, ne chiese l’esclusione dalle liste per il congresso di fondazione del Pd, ma con la voce così bassa che non venne sentito. Alcune donne del Pd, neanche troppe, hanno chiesto a Carai di ritirare il suo nome dalla lista per le primarie del Pd, ma anche questa volta senza successo.
Gli otto stupratori, nel frattempo qualcuno è diventato maggiorenne, si sono detti pentiti, hanno promesso di non farlo più, è stato sospeso il processo e i ragazzi sono stati affidati ai servizi sociali. Insomma, hanno confessato che la ragazza non era consenziente. Nonostante ciò l’intero paese ha messo al bando la ragazza che, tutto sommato, si è divertita pure lei, se l’è cercata, va in giro con la minigonna, in definitiva è una facilotta.
Il caso di Montalto di Castro è la punta tagliente del disprezzo per le donne che si respira nel Paese, e certamente che a guidare questa onda di limo sia il sindaco, cioè la politica, non aiuta. Pare di essere tornati ai tempi in cui la violenza sessuale era un reato contro la morale, contro la vittima che provoca i suoi violentatori. Fino a qualche anno fa sembrava che pur se non sconfitta, questa concezione della vita fosse in diminuzione. Forse questa malattia predatoria è insita nel maschio. Forse è impossibile debellarla. Forse non è possibile frenare la natura cacciatrice dell’uomo. Sarebbe opportuno non chiudere gli occhi davanti a chi denuncia il dolore per un Paese che degrada, né respingere l’utilizzo dei farmaci così come stanno facendo paesi civilissimi come la Francia, la Spagna, il nordeuropa. Soprattutto uscire dalla poltiglia in cui grazie alle caste politico-giornalistiche siamo immersi, e lavorare ad una operazione culturale che ricordi al Paese che le donne non sono solo corpi da depredare.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
