“Poiché amo Israele, sono il primo a dire che lo Stato ebraico spesso si merita le dure condanne che gli piombano addosso. Però non è un segreto che il mondo presta una attenzione sproporzionata agli sbagli di Israele. Senza voler giustificare nessuno, dico che dovremmo fare più attenzione ai motivi dietro il nostro occhio critico” Jonathan Safran Foer
I sostenitori della Turchia nella Ue, Stati Uniti in testa, temono che una grande potenza islamica non integrata nell’Europa possa volgersi ai confinanti, l’Iran, la Siria, l’Iraq. Nel 2002 il partito Giustizia e Sviluppo (Akp) guidato da Recep Tayyp Erdogan ha vinto per la prima volta le elezioni dopo anni di governi a guida kemalista, cioè la formazione repubblicana ispirata da Kemal Ataturk, fondatore della Turchia moderna. L’Akp è un partito islamico moderato e ha creato immediatamente inquietudine tra gli alleati della Nato. I negoziati per l’adesione alla Ue, avviati nel 2005, prevedono 35 punti da osservare per conquistare un posto a Starsburgo, tra cui la riformulazione del codice penale che prevede la pena di morte, e la attenuazione del nazionalismo che penalizza (o cancella del tutto) le minoranze. Al momento dei 35 punti ne sono stati evasi otto, ma, nonostante gli sforzi turchi, sembra improbabile un ingresso considerata la netta opposizione di Francia e Germania. Ma il mondo non ruota intorno all’Europa, anzi, e non sembra proprio che i turchi elettori di Erdogan smaniano per entrare nella Ue. Il Transatlantic Trends che studia gli orientamenti dell’opinione pubblica in America e in Europa, mostra che (dati del 2008) il 55% della popolazione turca non si sente parte dell’Occidente. Il consigliere diplomatico di Erdogan, l’ambasciatore Ahmet Davutoglu oggi ministro degli Esteri, sta ridisegnando il paese. Ha ostentato la sua fede islamica, è stato in grado di normalizzare i rapporti con la Siria e ha rimesso in moto quelli difficilissimi con l’Armenia, ha rinsaldato i legami con l’Iran. In questo disegno la durezza nei confronti di Israele ha dato alla Turchia una rinnovata forza nel mondo musulmano. Le manifestazioni contro Israele di questi giorni traggono linfa dalla riscoperta delle radici religiose islamiche che col kemalismo erano represse. Radici religiose che Erdogan ha saputo cogliere e mettere a frutto ma che allontanano dall’Europa. Erdogan, ed è umanamente comprensibile, aspira a giocare un ruolo nel mondo musulmano sempre più affluente piuttosto che fare il numero nell’Europa divisa e debole che conosciamo.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI
* dicesi delizie turche dei dolci zuccherosissimi che la maggiornaza della popolazione mondiale trova stucchevoli ma che io adoro
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Da La Stampa, un articolo di Marta Ottaviani : Tra gli ebrei di istanbul, al sicuro ma inquieti”
Istanbul, interno di una sinagoga
A poche ore dall’attacco di Israele alla Mavi Marmara il primo pensiero di molti in Turchia è andato a loro, ebrei di fede e turchi di nazionalità. Sono i sefarditi, che vivono nel Paese dalla Mezzaluna da quando era ancora impero ottomano, per la precisione dal 1492, quando la Reconquista di Isabella di Castiglia la Cattolica, e Ferdinando II di Aragona li costrinse alla fuga. Sospesi fra la loro fede e la loro madre patria vivono con apprensione queste ore. La Turchia è la loro casa, ma questo è il momento della calma. Proprio per questo il premier Erdogan due giorni fa ha pensato a loro, sottolineando che i Sefarditi sono «sotto la diretta protezione dello Stato». Come a dire che nessuno nel Paese gli farà mai del male.
Ma la situazione potrebbe scappare di mano, soprattutto a causa degli animi esacerbati. Due giorni fa un ciclista israeliano che partecipava a una competizione internazionale ha rischiato un pugno. Le prenotazioni negli alberghi sono state cancellate quasi tutte. Le autorità della comunità ebraica di Istanbul preferiscono non parlare. Sul loro sito hanno pubblicato un sintetico comunicato stampa con il quale partecipano con dolore alla notizia dell’attacco da parte della marina israeliana. Pochi giorni fa, prima dell’attacco, il rabbino capo della Turchia, Ishak Haleva, rispondendo al quotidiano islamico «Yeni Shafak», aveva definito «inappropriato» fare a lui domande sulla questione palestinese, sottolineando che gli ebrei di Turchia non avevano nulla che vedere con la situazione.
Incontrare i sefarditi in questi giorni non è facile. Si sa che sono circa 20 mila, distribuiti soprattutto a Istanbul e nella zona attorno al quartiere di Beyoglu, fin dai tempi dell’Impero Ottomano punto di riferimento per gente di ogni etnia e religione.
Per carpire qualche informazione sulla loro quotidianità ci si deve rivolgere alla redazione del quotidiano «Shalom», edito in turco e che tira circa 4000 copie. Gli scaffali sono pieni di Cd di musica, libri e giornali. E arriva la prima sorpresa. Sono tutti in turco e in spagnolo antico, la lingua che li contraddistingue e che hanno ereditato dai padri, tramandandola oralmente da secoli. In ebraico ci sono solo le scritte su alcuni oggetti sacri.
«I sefarditi di Istanbul sono fra i pochi gruppi di ebrei che non vivono in Israele a non parlare l’ebraico», spiega Gila Erbes, direttore della testata. Ha un tono pacato. «Mi sento sicura, ma il momento è difficile», ammette. Fuori da quelle stanze, ad Ankara, il premier turco islamico moderato sta tornando ad attaccare lo stato di Israele, parlando di «sanguinoso massacro» e di «punizione necessaria». Il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, sta chiedendo agli Stati Uniti una condanna ferma dell’attacco e tutti i giornali turchi, anche i più liberali, sono usciti con titoli duri contro Tel Aviv. La loro condizione di ebrei in Turchia, a chi non è turco e non conosce la storia del Paese sembra paradossale, invece da loro viene vissuta con grande naturalezza.
«Siamo arrivati qui 500 anni, abbiamo sempre vissuto bene – continua Erbes -. Abbiamo forti legami con Israele e siamo ebrei. Ma Istanbul è la nostra casa». La loro è una quotidianità «tranquilla e discreta», che ha risentito drammaticamente, in termini di sicurezza, in seguito agli attentati di Al Qaeda del novembre 2003, che costarono la vita a 66 persone fra cui 16 ebrei. «Siamo una comunità coesa e organizzata, i più religiosi parlano l’ebraico, la stragrande maggioranza osserva le feste. Con l’attività editoriale del nostro quotidiano e della nostra casa editrice cerchiamo di mantenere viva la nostra cultura e le nostre tradizioni. Soprattutto lo spagnolo antico la cui conoscenza purtroppo si sta perdendo. Abbiamo 4 centri fra parte europea e parte asiatica che usiamo per attività culturali e che difficilmente sono riconosciuti da chi non li conosce, lì allestiamo spettacoli e creiamo momenti conviviali per la comunità».
Una vita discreta ma non occulta. Uno dei cori di bambini più famosi, le Estreyikad de Estambul, sono composte da bambini sefarditi fra i 9 e i 14 anni. Ogni anno Istanbul partecipa alla Giornata europea per la promozione della cultura ebraica, a cui partecipano soprattutto persone esterne alla comunità. Una delle sinagoghe più belle di Beyoglu è la sinagoga italiana, a poca distanza dalla Torre di Galata e dove le vetrine di un venditore di arredi sacri ebraici convivono pacificamente da decenni con quelle di un venditore di kebab. Uno dei luoghi di culto più antichi e rappresentativi, dove appena due settimane fa è stata celebrata in un trionfo di rose bianche la festa dello Shavuot, che ricorda la consegna a Mosè delle tavole con i dieci comandamenti.
Di sinagoghe a Istanbul se ne contano a decine anche perché fino all’inizio del XX secolo i sefarditi qui erano circa 150 mila. Hanno una scuola, un ospedale sul Corno d’oro dove si curano anche tanti turchi. Il ristorante di cucina kosher ha chiuso di recente perché travolto dalla crisi. Una vita che corre tranquilla con i suoi ritmi e alcune tradizioni locali, soprattutto nel campo culinario e musicale, dove i sefarditi hanno melodie e piatti diversi da quelli ashkenaziti. «La cosa più strana – conclude Erbes – è quando andiamo in vacanza in Spagna e iniziamo a parlare: ci guardano come se tornassimo dal passato». Sorride. Che qualcosa possa cambiare per i sefarditi non ci vuole nemmeno pensare
