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3/6/10 – delizie turche*

giovedì, 3 giugno 2010

“Poiché amo Israele, sono il primo a dire che lo Stato ebraico spesso si merita le dure condanne che gli piombano addosso. Però non è un segreto che il mondo presta una attenzione sproporzionata agli sbagli di Israele. Senza voler giustificare nessuno, dico che dovremmo fare più attenzione ai motivi dietro il nostro occhio critico” Jonathan Safran Foer

I sostenitori della Turchia nella Ue, Stati Uniti in testa, temono che una grande potenza islamica non integrata nell’Europa possa volgersi ai confinanti, l’Iran, la Siria, l’Iraq. Nel 2002 il partito Giustizia e Sviluppo (Akp) guidato da Recep Tayyp Erdogan ha vinto per la prima volta le elezioni dopo anni di governi a guida kemalista, cioè la formazione repubblicana ispirata da Kemal Ataturk, fondatore della Turchia moderna. L’Akp è un partito islamico moderato e ha creato immediatamente inquietudine tra gli alleati della Nato. I negoziati per l’adesione alla Ue, avviati nel 2005, prevedono 35 punti da osservare per conquistare un posto a Starsburgo, tra cui la riformulazione del codice penale che prevede la pena di morte, e la attenuazione del nazionalismo che penalizza (o cancella del tutto) le minoranze. Al momento dei 35 punti ne sono stati evasi otto, ma, nonostante gli sforzi turchi, sembra improbabile un ingresso considerata la netta opposizione di Francia e Germania. Ma il mondo non ruota intorno all’Europa, anzi, e non sembra proprio che i turchi elettori di Erdogan smaniano per entrare nella Ue. Il Transatlantic Trends che studia gli orientamenti dell’opinione pubblica in America e in Europa, mostra che (dati del 2008) il 55% della popolazione turca non si sente parte dell’Occidente. Il consigliere diplomatico di Erdogan, l’ambasciatore Ahmet Davutoglu oggi ministro degli Esteri, sta ridisegnando il paese. Ha ostentato la sua fede islamica, è stato in grado di normalizzare i rapporti con la Siria e ha rimesso in moto quelli difficilissimi con l’Armenia, ha rinsaldato i legami con l’Iran. In questo disegno la durezza nei confronti di Israele ha dato alla Turchia una rinnovata forza nel mondo musulmano. Le manifestazioni contro Israele di questi giorni traggono linfa dalla riscoperta delle radici religiose islamiche che col kemalismo erano represse. Radici religiose che Erdogan ha saputo cogliere e mettere a frutto ma che allontanano dall’Europa. Erdogan, ed è umanamente comprensibile, aspira a giocare un ruolo nel mondo musulmano sempre più affluente piuttosto che fare il numero nell’Europa divisa e debole che conosciamo.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

* dicesi delizie turche dei dolci zuccherosissimi che la maggiornaza della popolazione mondiale trova stucchevoli ma che io adoro

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Da La Stampa, un articolo di Marta Ottaviani : Tra gli ebrei di istanbul, al sicuro ma inquieti”
Istanbul, interno di una sinagoga

A poche ore dall’attacco di Israele alla Mavi Marmara il primo pensiero di molti in Turchia è andato a loro, ebrei di fede e turchi di nazionalità. Sono i sefarditi, che vivono nel Paese dalla Mezzaluna da quando era ancora impero ottomano, per la precisione dal 1492, quando la Reconquista di Isabella di Castiglia la Cattolica, e Ferdinando II di Aragona li costrinse alla fuga. Sospesi fra la loro fede e la loro madre patria vivono con apprensione queste ore. La Turchia è la loro casa, ma questo è il momento della calma. Proprio per questo il premier Erdogan due giorni fa ha pensato a loro, sottolineando che i Sefarditi sono «sotto la diretta protezione dello Stato». Come a dire che nessuno nel Paese gli farà mai del male.
Ma la situazione potrebbe scappare di mano, soprattutto a causa degli animi esacerbati. Due giorni fa un ciclista israeliano che partecipava a una competizione internazionale ha rischiato un pugno. Le prenotazioni negli alberghi sono state cancellate quasi tutte. Le autorità della comunità ebraica di Istanbul preferiscono non parlare. Sul loro sito hanno pubblicato un sintetico comunicato stampa con il quale partecipano con dolore alla notizia dell’attacco da parte della marina israeliana. Pochi giorni fa, prima dell’attacco, il rabbino capo della Turchia, Ishak Haleva, rispondendo al quotidiano islamico «Yeni Shafak», aveva definito «inappropriato» fare a lui domande sulla questione palestinese, sottolineando che gli ebrei di Turchia non avevano nulla che vedere con la situazione.
Incontrare i sefarditi in questi giorni non è facile. Si sa che sono circa 20 mila, distribuiti soprattutto a Istanbul e nella zona attorno al quartiere di Beyoglu, fin dai tempi dell’Impero Ottomano punto di riferimento per gente di ogni etnia e religione.
Per carpire qualche informazione sulla loro quotidianità ci si deve rivolgere alla redazione del quotidiano «Shalom», edito in turco e che tira circa 4000 copie. Gli scaffali sono pieni di Cd di musica, libri e giornali. E arriva la prima sorpresa. Sono tutti in turco e in spagnolo antico, la lingua che li contraddistingue e che hanno ereditato dai padri, tramandandola oralmente da secoli. In ebraico ci sono solo le scritte su alcuni oggetti sacri.
«I sefarditi di Istanbul sono fra i pochi gruppi di ebrei che non vivono in Israele a non parlare l’ebraico», spiega Gila Erbes, direttore della testata. Ha un tono pacato. «Mi sento sicura, ma il momento è difficile», ammette. Fuori da quelle stanze, ad Ankara, il premier turco islamico moderato sta tornando ad attaccare lo stato di Israele, parlando di «sanguinoso massacro» e di «punizione necessaria». Il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, sta chiedendo agli Stati Uniti una condanna ferma dell’attacco e tutti i giornali turchi, anche i più liberali, sono usciti con titoli duri contro Tel Aviv. La loro condizione di ebrei in Turchia, a chi non è turco e non conosce la storia del Paese sembra paradossale, invece da loro viene vissuta con grande naturalezza.
«Siamo arrivati qui 500 anni, abbiamo sempre vissuto bene – continua Erbes -. Abbiamo forti legami con Israele e siamo ebrei. Ma Istanbul è la nostra casa». La loro è una quotidianità «tranquilla e discreta», che ha risentito drammaticamente, in termini di sicurezza, in seguito agli attentati di Al Qaeda del novembre 2003, che costarono la vita a 66 persone fra cui 16 ebrei. «Siamo una comunità coesa e organizzata, i più religiosi parlano l’ebraico, la stragrande maggioranza osserva le feste. Con l’attività editoriale del nostro quotidiano e della nostra casa editrice cerchiamo di mantenere viva la nostra cultura e le nostre tradizioni. Soprattutto lo spagnolo antico la cui conoscenza purtroppo si sta perdendo. Abbiamo 4 centri fra parte europea e parte asiatica che usiamo per attività culturali e che difficilmente sono riconosciuti da chi non li conosce, lì allestiamo spettacoli e creiamo momenti conviviali per la comunità».
Una vita discreta ma non occulta. Uno dei cori di bambini più famosi, le Estreyikad de Estambul, sono composte da bambini sefarditi fra i 9 e i 14 anni. Ogni anno Istanbul partecipa alla Giornata europea per la promozione della cultura ebraica, a cui partecipano soprattutto persone esterne alla comunità. Una delle sinagoghe più belle di Beyoglu è la sinagoga italiana, a poca distanza dalla Torre di Galata e dove le vetrine di un venditore di arredi sacri ebraici convivono pacificamente da decenni con quelle di un venditore di kebab. Uno dei luoghi di culto più antichi e rappresentativi, dove appena due settimane fa è stata celebrata in un trionfo di rose bianche la festa dello Shavuot, che ricorda la consegna a Mosè delle tavole con i dieci comandamenti.
Di sinagoghe a Istanbul se ne contano a decine anche perché fino all’inizio del XX secolo i sefarditi qui erano circa 150 mila. Hanno una scuola, un ospedale sul Corno d’oro dove si curano anche tanti turchi. Il ristorante di cucina kosher ha chiuso di recente perché travolto dalla crisi. Una vita che corre tranquilla con i suoi ritmi e alcune tradizioni locali, soprattutto nel campo culinario e musicale, dove i sefarditi hanno melodie e piatti diversi da quelli ashkenaziti. «La cosa più strana – conclude Erbes – è quando andiamo in vacanza in Spagna e iniziamo a parlare: ci guardano come se tornassimo dal passato». Sorride. Che qualcosa possa cambiare per i sefarditi non ci vuole nemmeno pensare

Mamma, li turchi !

sabato, 20 marzo 2010

Era questo il tradizionale grido di allarme con cui gli abitanti delle coste meridionali della nostra penisola si allertavano appena venivano avvistate le imbarcazioni dei predatori provenienti dai paesi musulmani che razziavano beni e persone vendute poi come schiave sui mercati mediorientali. Secondo alcuni osservatori e politologi molte perplessità suscita in Europa la futura ammissione della Tuchia, optimo iure, all’interno dell’Unione. Non certo perchè i turchi moderni possano razziare e depredare inermi cittadini, quanto per la diffusione ulteriore di un islamismo aggressivo e pervasivo che abbattendo prima la laicità consolidata in Turchia dal padre fondatore Ataturk, dilaghi poi in Europa con le gambe di 80 milioni di nuovi cittadini musulmani. Su queste preoccupazioni vi proponiamo due interessanti articoli.

*Il GIORNALE – R. A. Segre :
” Dietro le parole del premier turco il grande
scontro tra laicismo e islamismo “*

*
R. A. Segre*
Chi sono i 100mila armeni residenti in Turchia che il premier Erdogan
vorrebbe cacciare dal suolo turco a causa dell’insistenza degli armeni (in
Armenia e nella grande diaspora armena) a voler chiamare genocidio la strage
armena fatta dagli ottomani nella prima guerra mondiale? Sono una nuova mina
che il leader del partito islamico Giustizia e Sviluppo (Akp) al governo sta
mettendo sulla strada della riconciliazione storica fra i due popoli. Poiché
la ripresa dei contatti diplomatici fra Turchia e Armenia aveva fatto
pensare il contrario solo qualche mese fa, come spiegare questa svolta del
governo di Ankara? L’impressione è che, nonostante il costo interno e
internazionale di questo nuovo irrigidimento turco sulla questione
dell’Olocausto armeno, la svolta sia legata al grande scontro in corso in
Turchia fra laicismo e islamismo.
Il costo interno è dovuto al fatto che almeno 70mila dei 100mila minacciati
di espulsione sono persone indispensabili alla società arricchita turca.
Sono nella loro stragrande maggioranza donne, impiegate come cameriere o
badanti di anziani nelle città. Ora i centri urbani, contrariamente alla
Turchia tradizionalista e in gran parte analfabeta delle campagne, sono le
cittadelle del laicismo, non meno di come l’esercito, per Costituzione, è il
custode dell’ataturkismo. Il costo esterno, come si è visto con la recente
approvazione alla commissione del Congresso di Washington, dell’accusa di
«olocausto» armeno contro la Turchia (che violentemente lo nega) ha
provocato il ritiro dell’ambasciatore turco da Washington, il non intervento
della lobby israeliana (per la prima volta in anni) a sostegno dei turchi (a
causa del raffreddamento delle relazioni fra Ankara e Gerusalemme). Sono
«munizioni» che i due grandi opposti movimenti per il «controllo» dell’anima
turca – il partito di Erdogan e l’esercito – stanno da mesi combattendo nel
quadro di un presunto «colpo di Stato» militare contro il governo.
Questo «golpe» (che se fosse riuscito, sempre che non si trattasse di una
montatura degli islamici, sarebbe stato il terzo nella storia della Turchia
moderna in difesa della laicità della Repubblica) ha dimostrato con
l’arresto di almeno 60 ufficiali, in servizio e di riserva, che la casta
degli ufficiali non è più inviolabile. D’altra parte quando nel 2007 un
giovane nazionalista assassinò Hrant Dink, direttore turco armeno di un
giornale che aveva osato parlare dello «olocausto armeno», oltre 100mila
persone di ogni origine e fede hanno seguito la sua bara. L’omicidio, lungi
dall’aumentare l’odio per gli armeni, ha aumentato le critiche al governo
per il perseguimento di una politica che non solo appare storicamente
ingiustificata ma anche come un appello del partito islamico nella sua lotta
contro il laicismo e soprattutto contro il ruolo dei militari a difesa della
laicità turca.
La minaccia del premier Erdogan di espellere gli armeni illegalmente
residenti in Turchia fa parte dello stesso conflitto sulla identità turca
che continua ad agitare la politica e la coscienza del paese. Questi armeni,
o piuttosto armene, da espellere sono gli umili tessitori della tela comune
della nazione turca. Sono – come scriveva il 14 scorso l’Economist londinese
- persone che arrivano col cuore pieno di terrore per il turco e che tornano
a casa a raccontare storie sulla benevolenza che hanno scoperto nelle case
turche. Fanno parte di quel mondo sempre più esteso nella società turca che
ne ha abbastanza dei miti di odio religioso e nazionale. Miti su cui si
fonda ancora in larga parte il pregiudizio delle masse musulmane contro
l’infedele. Che si tratti del cristiano nelle sue varie denominazioni, o
dell’ebreo vestito da israeliano.

*LIBERO –

Carlo Panella : “  L’Europa senza testa non può permettersi una Turchia islamica”*
* Carlo Panella*

«Sia l’Unione Europea che la Turchia non credono ormai più tanto al processo
di integrazione»: questa valutazione, espressa Carlo Corazza, direttore
della rappresentanza Ue di Milano è forte, ma ha un grande fondo di verità.
Dal punto di vista tecnico, l’evo – luzione della trattativa tra l’Ue e
Ankara parla chiaro: dal 2005, dei 35 capitoli di negoziato per conformare
le norme turche con quelle dell’Ue, è stato concluso solo quello sulla
scienza. Altri 8 sono bloccati dal 2006, 11 sono aperti e i restanti ancora
da aprire. Senza contare il contenzioso che si è aperto per la questione del
genocidio degli armeni. Su tutti poi incombe la controversia su Cipro, rebus
insolubile perché la Repubblica di Cipro, membro dell’Ue, grecofona, ha
rifiutato la soluzione di mediazione dell’Onu, che però è stata accettata
dallo Stato cipriota turcofono. Ma, al di là della trattativa, è sempre più
chiaro che l’ingresso della Turchia in Europa (avversato peraltro dal
baricentro dell’Ue: Germania a Francia) è del tutto fallito per colpa
dell’Eu – ropa. Ormai è inutile schierarsi con chi sostiene (come faccio da
anni) che è indispensabile che l’Europa inglobi la Turchia come strategico
interfaccia politico con il mondo musulmano, con l’Asia e con la sponda nord
del Mediterraneo (perno peraltro della strategia di George W. Bush).
Esattamente come è inutile schierarsi con chi afferma che la Turchia è uno
stato asiatico, influenzato dalla cultura islamica, e che i suoi 6 milioni
di immigrati in Germania e negli altri paesi, una volta diventati cittadini
europei a pieno titolo, costituirebbero addirittura un’emergenza. È un
contenzioso sorpassato da una drammatica constatazione di fondo: l’Europa
politica non esiste e quindi non può sviluppare nessuna strategia politica
alta (come far entrare la Turchia), ha un mercato e una moneta uniche (che a
fronte di una vera crisi hanno dimostrato di non saper esprimere nessuna
regia unitaria), ma manca totalmente di cervello politico. L’Ue è come la
Germania occidentale, la Rft: un gigante economico ma un nano politico. La
prova definitiva l’abbiamo proprio oggi: lady Ashton, ministro degli Esteri
Ue, ha deciso di fare una forzatura e di recarsi a Gaza da un governo di
Hamas che pure l’Ue iscrive nella lista dei terroristi e che ha sempre
rifiutato ogni accordo non solo con Israele (che continua a voler
distruggere), ma anche con la Anp di Abu Mazen, di cui ha massacrato
centinaia di militanti e dirigenti. Mossa azzardata e imprudente che infatti
è stata accolta come meritava: ieri mattina un razzo sparato da Gaza (il
primo dall’operazione Piombo Fuso del 2009), ha ucciso un contadino
israeliano in un kibbutz. Nel momento stesso in cui mette piede a Gaza, lady
Ashton si trova così in una situazione indecente e indifendibile. Ma non
basta: l’Ue ha imposto alla Turchia di modificare il baricentro stesso del
suo assetto istituzionale, abolendo il ruolo di difesa della laicità e della
democrazia assegnato dalla Costituzione di Atatürk ai vertici militari e
peraltro assolto egregiamente con ben 4 apparenti “golpe” che però hanno
sempre ripristinato dopo pochi mesi il pieno quadro democratico. Ovviamente,
Tayyp Erdogan e la sua Akp, hanno obbedito toto corde a questa “imposizione”
europea, e ora il loro islamismo dilaga perché non trova più l’antidoto e il
freno laico garantito dai generali turchi. Ma il vero disastro è che questo
è accaduto perché l’Ue non ha mai analizzato il semplice fatto che la
Turchia è l’unico paese pienamente democratico del pianeta, solo e
unicamente grazie al ruolo di sentinella della democrazia svolto dai
generali. Non ha cercato di capire che in un paese a tradizione islamica la
“divisione dei poteri” di Montesquieu non funziona, perché è addirittura
antagonista al cuore della cultura politica islamica. L’Ue ha così imposto
alla Turchia i parametri di Copenhagen, definiti nel 1992 per l’in – gresso
dei paesi ex comunisti in Europa: altre storie, tutt’altre dinamiche,
favorendo così la regressione islamista in una Turchia in cui i generali
vengono oggi arrestati a decine con accuse false e pretestuose di attività
golpiste. Un record.

La Turchia in Europa, dibattito in corso.

venerdì, 20 novembre 2009

Su segnalazione del nostro amico Marcus Prometheus

Scalfari: sette ragioni per dire “no” alla Turchia in Europa
*http://www.internetica.it/Scalfari-Turchia.htm*

*Eugenio Scalfari*
In vista del Consiglio europeo sulla Turchia, il 16 e il 17 dicembre a
Bruxelles, Francia e Austria stanno premendo sulla presidenza olandese
dell’Unione affinché ponga condizioni all’apertura del negoziato con la
Turchia e affinché ne aggiunga di ulteriori nella sua conduzione. Italia e
Inghilterra alle quali si è aggiunta anche la Germania hanno chiesto che i
negoziati si aprano presto e “chiaramente con lo scopo dell’adesione”.
Pubblichiamo il pensiero di Eugenio Scalfari, fondatore di”Repubblica”

Entrata *sì* o adesione *no* della Turchia nella Comunità europea?

Sono tra quelli decisamente contrari all’ingresso della Turchia nell’Unione
europea e concordo su quanto ha lucidamente scritto pochi giorni fa su
Repubblica l’ambasciatore Salleo che ha lunga esperienza sull’argomento. Le
motivazioni a sostegno di questa mia tesi sono le seguenti.

1. La Turchia è geograficamente fuori dell’Europa, salvo la sottile striscia
dl terra al di qua del Bosforo. Un allargamento dell’Europa al di là dei
confini del continente creerebbe un precedente per ulteriori sconfinamenti
nei vicino Oriente e nel Maghreb, dal Libano a Israele, Egitto e a tutta la
sponda del Mediterraneo. Associare questi Paesi con trattati di
collaborazione economica e altre forme di amichevole alleanza può essere un
utile obiettivo; promuoverne l’ingresso a pieno titolo nell’Unione avrebbe
invece la conseguenza di annacquarne definitivamente i caratteri originali e
trasformarli in una zona di libero scambio anziché in un vero e proprio
soggetto politico.

2. La Turchia confina con l’Iraq, l’Iran, la Siria, l’Armenia. Ha rilevanti
interessi in tutta la zona caucasica. È alle prese da tempo con la questione
curda. Porta con sé insomma molti e molto gravi problemi che diventerebbero
di pertinenza di tutta l’Europa, ivi compresi quelli del terrorismo curdo e
dell’instabilità delle repubbliche ex sovietiche di religione musulmana.

3. Quel paese è in fase di forte crescita demografica. Alla fine del
prossimo decennio conterà cento milioni di abitanti. Sarebbe, dal punto di
vista demografico, il paese più popolato dell’UE, con immediate
ripercussioni sulla composizione del Parlamento europeo e di tutti gli
organi dell’Unione. La Germania, che conta attualmente 96 seggi nel
Parlamento di Strasburgo e che è il maggior finanziatore del bilancio
comunitario, non accetterà mai l’ingresso della Turchia che
destabilizzerebbe il già difficile equilibrio raggiunto all’interno dei vari
organi dell’Unione.

4. Quella della Turchia è una storia di guerre e di invasioni dell’Europa e
se ne vedono ancora ampie tracce nei Balcani.

5. Dal punto di vista economico si tratta d’un paese molto povero. Tutto il
sistema dei contributi europei alle regioni depresse e all’agricoltura
salterebbe, con conseguenze assai gravi per il nostro Mezzogiorno, per i
Paesi dell’Est europeo da poco entrati nell’Unione, della Grecia, della
Spagna e della Francia.

6. La Turchia è un paese islamico. Per certi aspetti questo può essere un
aspetto positivo per l’Europa, ma per altri aspetti rappresenta invece un
elemento fortemente negativo. Il costume oltreché la religione sono in
contraddizione con i valori e il costume dell’Europa.

7. Infine, l’ingresso della Turchia è fortemente voluto dagli Usa, dalla
Gran Bretagna e dall’Italia berlusconiana. Dagli Usa soprattutto, che
avrebbero a quel punto un paese strettamente alleato e pronto a seguire le
indicazioni della Casa Bianca dentro agli organi dirigenti dell’Unione
europea.

Come si vede c’è abbondanza di argomenti per opporsi all’ingresso della
Turchia nell’Unione europea.

La Francia contro l’ingresso della Turchia in Europa.

martedì, 28 aprile 2009

La polemica innescata dai turchi al recente vertice della Nato contro la nomina del segratrio danese è all’origine del ripensamento francese. Infatti le motivazioni addotte dai turchi sono veramente scandalose e denunciano il reale pericolo di una quinta colonna nazi-slamista nel cuore dell’ Europa se alla fine dovessere entrare nell’UE con questa mentalità. Infatti al vertice Nato pretendevano l’esclusione del danese perchè a suo tempo, quando era capo del governo del suo paese, non impedì la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto. Pensate che ondata di integralismo islamista porterebbero in Europa se alla fine i turchi dovessere entrare armati di furore liberticida in nome di Allah. Mi dispiace per Pannella e Bonino che ho sempre votato alle europee, ma se non mi spiegano la loro insistenza a favore della Turchia, alla luce di questo episodio, difficilmente NO GOD suggerirà di votarli questa volta.

Qui la fonte della notizia.

Le manovre turche per la Ue  “…che tenta di imporre le sue politiche islamiste e censorie a un altro stato europeo” • da Corriere della Sera del 28 aprile 2009, pag. 38
di Christopher Hitchens

La notizia che è passata inosservata di recente è l`annuncio del ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, di aver ritirato il sostegno all`adesione della Turchia all`Unione Europea. Il suo ragionamento appare molto semplice e logico ed avrà importanti ripercussioni per la nuova diplomazia di apertura e disponibilità inaugurata da Barack Obama. Al vertice della Nato a Strasburgo, nella prima settimana di aprile, la votazione per confermare la nomina di Anders Fogh Rasmussen, primo ministro della Danimarca, alla carica di nuovo segretario generale, era stata considerata una semplice formalità. Ma all`improvviso la delegazione turca ha minacciato di apporre il veto alla proposta. Le motivazioni della Turchia sono apparse molto significative, e si riferivano alla pubblicazione su un giornale danese, nel 2005, di alcune vignette satiriche che prendevano di mira il profeta Maometto. Malgrado la campagna di violenza e boicottaggio organizzata contro il suo Paese, e malgrado le richieste presentate da una delegazione di ambasciatori provenienti da Paesi cosiddetti «islamici», Rasmussen aveva sostenuto senza cedimenti che la legge danese non gli consentiva di interferire con la stampa del suo Paese. Anni dopo, il rancore covato contro la sua decisione ha spinto la Turchia – che in virtù della propria costituzione non è nemmeno definita un Paese «islamico» – a sfruttare l`occasione dell`incontro Nato per tentare nuovamente di impicciarsi degli affari interni di uno stato membro. Vale la pena riflettere anche sulla seconda obiezione sollevata dalla Turchia. Dal territorio danese, un canale televisivo trasmette in lingua curda ai curdi in Turchia e altrove nel mondo. Il governo di Ankara, convinto forse che tutti i governi europei possano agire in modo altrettanto sbrigativo, senza troppi giri di parole ha preteso dalla Danimarca quello che avrebbe voluto fare direttamente, cioè chiudere la trasmittente. Ancora una volta, ignorando tutti i principi di libertà e legalità – se la trasmittente fomenta il terrorismo, come sostiene Ankara, ci sono procedure specifiche da seguire le autorità turche pretendono di imporre agli altri stati la loro volontà. Le conseguenze di tutto ciò, come ha dichiarato Kouchner in un`intervista, sono gravissime. «Sono rimasto molto scioccato dalle pressioni che abbiamo subito – ha detto -. Sono seriamente preoccupato dalla svolta della Turchia verso una direzione più religiosa, verso una laicità per così dire meno convinta». Più diplomatico di così… Ma non si tratta soltanto di un partito politico turco che tenta di scalzare il secolarismo storico della Turchia: qui si tratta della Turchia che tenta di imporre le sue politiche islamiste e censorie a un altro stato europeo, anzi all`intera alleanza atlantica. E se si comporta in questo modo prima ancora di essere ammessa all`Unione Europea, non è il caso di chiedersi che cosa accadrà quando potrà esercitare il suo diritto di veto in seno agli organismi e alle istituzioni europee? Per contrasto, si potrebbe fare l`esempio della Germania riunificata, chiaramente la potenza economica trainante dell`Unione Europea, che con grande sforzo si è adattata ai suoi vicini, fino a rinunciare al marco in favore dell`euro e a lanciare lo slogan «Non un`Europa germanizzata, ma una Germania europeizzata»

. Con la Turchia, assistiamo all`opposto. Le sue truppe occupano già un terzo del territorio di un Paese membro dell`Ue (Cipro), e oggi vorrebbe sfruttare la partecipazione alla Nato per esercitare la sua prepotenza contro uno dei Paesi più piccoli, al quale tuttavia è legata dall`impegno di difesa comune. Per stare sul sicuro, continua a mostrare un atteggiamento ambiguo nel riconoscere l`esistenza di un popolo non turco – i curdi – all`interno dei suoi confini. Le doti concilianti del presidente americano si sono fatte ammirare al summit della Nato, dove Obama è riuscito alla fine a convincere i turchi a rinunciare al veto sulla nomina di Rasmussen. Circolano voci discordi sul prezzo dell`accordo, ma pare che un buon numero di ghiotti incarichi sia stato assegnato ai candidati turchi. Più importante, tuttavia, appare il fatto che il ministro degli esteri francese sia tornato sui suoi passi e abbia dichiarato: «Non spetta agli americani decidere chi entra in Europa e chi no. Qui i padroni di casa siamo noi». Mettiamola così: la «diplomazia tranquilla» di Obama per il momento ha placato i turchi, ma forse si è alienata per sempre i francesi, e oggi l`obiettivo americano – l`ammissione della Turchia all`Europa – appare meno probabile che mai. E questo è il governo che ha scommesso tanto sull`idea di ritrovare credibilità sull`altra sponda dell`Atlantico. Per far ciò, evidentemente non bastano le buone maniere. Sulla questione dell`adesione turca all`Ue, vedo pro e contro su ambedue i versanti. Accogliere la Turchia significherebbe incoraggiare il Paese verso la modernizzazione, mentre l`esclusione rischia di generare risentimenti e instabilità, se non addirittura un ritorno al potere dei militari, con il pretesto di difendere gli ideali di Ataturk. Dall`altro lato, l`adesione della Turchia spingerebbe i confini dell`Europa a contatto con Iran, Iraq e la volatilità del Caucaso, e così, anziché fungere da «ponte» tra Est e Ovest (per tornare al solito cliché), la Turchia si trasformerebbe in un tunnel La crisi di Strasburgo ha chiarito il panorama attuale e dovremmo essere contenti di aver ricevuto l`avvertimento con così largo anticipo. La Turchia esige tutti i privilegi della partecipazione alla Nato e all`Unione Europea, ma continua a occupare Cipro, a negare i diritti civili ai curdi e a mentire sul genocidio armeno. Inoltre, oggi vorrebbe agire come rappresentante dell`islamizzazione e osa sprecare il tempo di un`alleanza difensiva nel tentativo di censurare la stampa di un Paese membro! Kouchner ha avuto perfettamente ragione a esprimersi come ha fatto, e le autorità turche potranno addossare il fallimento del loro progetto di adesione alla Ue non alle congiure dei loro nemici, bensì al risveglio – per quanto tardivo – degli ex amici.