“Bisogna sapere che nel Paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra, l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e, la mattina dopo, di levata, tornando nel campo che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro quanti chicchi di grano può avere una bella spiga” (C.Collodi,Le avventure di Pinocchio, cap. 18)
Le vittime del raid punitivo in un campo nomadi torinese e l’omicidio di due senegalesi in un mercato di Firenze, meriterebbero almeno le parole giuste. La cronaca italiana di questi anni è prodiga di episodi più o meno gravi che recano un indubbio stigma razzista. La adolescente torinese che si è inventato uno stupro da parte di uno zingaro è intrisa di pregiudizi, i torinesi che hanno partecipato al pogrom hanno agito al posto di istituzioni che ritengono inefficaci, l’omicida dei senegalesi ha agito spinto dalle sue convinzioni nenonaziste e negazioniste. Sono episodi gravi, ancora più pericolosi in un periodo di dura crisi che nutre rancori, invidie, tabù. La timidezza nel denunciare a piena gola il razzismo montante, è una forma di complicità.
Non è un segno d’amore negare che il nostro Paese ha coperto e approvato secoli di antigiudaismo cattolico, ha praticato un colonialismo feroce e predatorio, e, negli ultimi decenni, ha emanato leggi e circolari discriminatorie e meschine nei confronti dei migranti.
Nessuno di noi ama sentirsi dire che è razzista, ma se ci facessimo un breve e sincero esame, ci renderemmo conto di quante preclusioni abbiamo. Soprattutto nei confronti degli zingari rom nomadi sinti, anche se è caricaturale sforzarsi di usare la definizione giusta quando da destra a sinistra si pensa che siano un popolo di ladri. Nei loro confronti è viva una forma di razzismo etnico: è ovvio che ci sono zingari onestissimi, ma a nessuno frega niente, i rom sono un problema sociale che va estirpato, non meritano né un futuro né hanno diritto a poter sperare in una vita alternativa per sé e i loro figli. I nazisti sterminarono gli zingari e gli ebrei insieme, perché razze inferiori neanche buone per la sudditanza ma solo per la morte. Della Shoah gli ebrei hanno – con fatica – testimoniato, del Porrajmos manca pure la memoria. Quelli tra di loro che ce l’hanno fatta, i Togni gli Orfei, cercano di farlo dimenticare che appartengono a quell’etnia lì.
Non ci porta nelle strade il fuoco che viene usato per mandarli via: per loro mai una parola, neanche da quei leader di partito che non perdono una piazza. Anche la Chiesa cattolica, che ha la superbia di affermare che protegge gli ultimi, sulle etnie non scherza, e ripete, per silenzi reticenze e tardive prese di posizione, le pagine più schifose della sua storia: antisemitismo, pedofilia, complicità con le dittature, furto. I media di regime, come sempre volenterosi carnefici, non risparmiano caratteri cubitali: nel maggio del 2008 raccontavano che nel quartiere di Ponticelli a Napoli gli zingari volevano rubarsi una bambina. Niente vero, ma un manipolo di giustizieri picchiò un romeno che neanche conosceva quel campo nomadi che venne smantellato dalla furia delle brave persone. Così come tanta enfasi venne riservata a due rom accusati immotivatamente di un brutto stupro ai danni di una coppietta romana; così appetibile il fatto che, nonostante il veloce rilascio, ai due non si diede pace continuando il massacro nei laidi programmi televisivi. O i due arrestati a Catania per un inesistente rapimento, scarcerati dopo 4 mesi senza neanche le scuse dei media che ci avevano campato sopra.
Ma non solo. La scorsa estate a Roma un membro della comunità ebraica venne assassinato mentre rientrava a casa e l’omicidio velocemente attribuito a un giro d’usura. Le indagini presero un’altra strada e i giornalisti dovettero scusarsi per il riflesso condizionato dovuto ad antichi stereotipi sul commerciante ebreo. E l’assassinato non era neanche un commerciante. O anche una interlocutrice infantile e grossolana che credendo che sei ebrea vuole da te conto dell’omicidio di Arrigoni (crudelmente ucciso per un regolamento di conti fra organizzazioni palestinesi). Che fare? Le sbarri le porte di casa tua, ma il razzismo di cui è imbevuta continua a suppurare con lei.
E cosa è se non razzismo, la faccia feroce ostentata ai giovani nordafricani che sbarcavano in massa lo scorso marzo? Eppure l’Italia avrebbe potuto esibire un volto gentile a quei giovani disperati, esaminare le posizioni di ognuno, accogliere gli aventi diritto e rimpatriare gli altri, mostrando un paese accogliente ma rispettoso delle leggi, mentre si è preferito gridare al feroce Saladino.
E’ meglio abbandonare il mito di italiani brava gente. E l’unica strada è riconoscere quanto percorrere caparbiamente strade sbagliate ci porti nel baratro. Pubblico e privato.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
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E’ morto Vittorio (Wicky) Hassan stroncato da un brutto tumore. Aveva 57 anni ed era un amico. Era molto conosciuto a Roma, soprattutto per il suo lavoro. Era il titolare del marchio di abbigliamento Sixty e Murphy e Nye. Nel 1983 il suo negozio Energie di via del Corso stupì i passanti con le vetrine realizzate da Andrea Pazienza. Wicky era un ebreo osservante, omosessuale, legato da anni a Stefano col quale aveva adottato 3 bambini. Il dolore per la sua perdita è mitigato dal ricordo di una persona appassionata alla libertà.
