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28/6/10 – Evangelizzare

lunedì, 28 giugno 2010

“I vescovi sono stati trattenuti per nove ore senza bere né mangiare, non sono mica bambini” (card. Bertone)
L’articolo Sette/Togliatti ce lo dette/Guai a chi ce lo toglie/Dice al marito la moglie (Mino Maccari)

Benedetto XVI ha istituito il ministero per la evangelizzazione dell’Occidente, un continente che, a detta del papa, sta perdendo la propria identità religiosa. Come è noto l’idea venne per prima al fondatore di Comunione e Liberazione don Giussani il quale propose l’idea a Giovanni Paolo II che non riuscì o non volle attuare l’idea. Mentre Benedetto XVI, ancora da cardinale nel 2000, aveva parlato della indispensabilità di portare il messaggio cristiano all’occidente distratto e secolarizzato. E per amore dell’idea stava per scatenare l’ennesima guerra di religione col discorso di Ratisbona che proprio di evangelizzazione trattava.
Questa idea della ri-evangelizzazione è veramente assurda. L’occidente ha avuto anche una storia cristiana fatta di poche luci e molte ombre, ma ha poi avuto uno sviluppo che lo ha portato ad una scelta diversa, assegnando alla religione un posto spesso importante, ma scegliendo la laicità come cardine dello Stato.
Comunione e Liberazione in Italia garantisce che il cambiamento intervenuto in Occidente, e cioè la laicizzazione delle istituzioni pubbliche, del costume, dell’istruzione, non si dispieghino liberamente in Vaticalia. Nota è soprattutto la gestione della sanità lombarda, regione roccaforte del movimento ecclesiale, e notissime le posizioni oscurantiste del vicepresidente della Camera Lupi. E’ questo che si vuole esportare anche nel resto del continente? La gerarchia vaticana è viziata evidentemente dal fatto che da noi, a parte un breve periodo di cui non a caso si preferisce non parlare, ancora gode dei privilegi di quando era Stato pontificio. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi la vicenda legata al card. Sepe e alla spregiudicata gestione di Propaganda fide – e che nella sua ragione sociale ha l’evangelizzazione – su cui velocemente è stata messa la sordina (grazie anche alla volenterosa distrazione dei giornalisti). Abituati alla sottomissione dello Stato italiano le gerarchie vaticane mal tollerano quando fuori dai confini dello stivale ci si azzarda a trattarli come i comuni mortali. E così la perquisizione della diocesi di Bruxelles-Malines è stata deplorata dai numeri 1 e 2 della Santa Sede, e la stampa amica ha scavato a fondo sulla vita del giudice De Troy che fu molle nei confronti di un grave reato finanziario… screditare le persone quando si ha il carbone bagnato in casa è una strategia di attacco pericolosa. Il rapporto tra il giudice e la Chiesa belga è iniziato negli anni ’90. In quel periodo il Belgio tremava per i delitti del pedofilo Dutroux, e si iniziava a parlare di abusi commessi da preti. La Chiesa si vide costretta a creare una “Commissione sul trattamento delle denunce”, e il governo accettò che fosse questa a vagliare i rapporti e a interrogare “pastoralmente” gli accusati e a scegliere quali dossier trasmettere alla magistratura. Ma, considerata la scarsa collaborazione dimostrata dai prelati, la procura, non vincolata dal patto stabilito tra Chiesa e governo, ha proceduto. Non impulsivamente, giacché il giudice De Troy aveva inviato nel lontano 1998 una lettera alla conferenza episcopale che elencava 87 preti accusandoli di abusi alla quale nessuno ha mai risposto.
La domanda è: la rievangelizzazione serve per mettere tagliole e mordacchie? E ancora, qual è il modello che la Chiesa vuole diffondere?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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NoGod ai Mondiali di calcio

Se è consueto saltare sul carro del vincitore, è normale scendere di corsa dal carro del perdente. E il calcio, ahimè, è archetipo del costume italico.
Ma la nazionale esclusa dai Mondiali è l’immagine del Paese morente?
L’Italia vinse due titoli mondiali consecutivi nel 1934 e nel 1938. Mussolini poteva ricavarne: “le prodezze sportive accrescono il prestigio della nazione e abituano gli uomini alla lotta in campo aperto”. Ma per più di qualcuno, la mia famiglia ad esempio, quegli anni non furono memorabili. Poi si rivinse in Spagna nel 1982: c’era Pertini a tifare per gli azzurri, presidente partigiano, socialista, laico, simpatico. In quell’anno vennero ammazzati dalla mafia Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, il terrorismo sterminò sedici persone, i fedayn palestinesi spararono agli ebrei romani che uscivano dalla sinagoga uccidendo un bambino. Altro titolo mondiale nel 2006: gli azzurri accolti a Roma trionfalmente a Palazzo Chigi, da dove una carinissima ministro dello Sport Melandri, salì fisicamente sul camion aperto che attraversò (immobilizzandolo) il centro cittadino per una intera serata. Niente quella vittoria portò alla politica e al paese. Ma è giusto così, il calcio è un gioco, e ogni parallelismo è risibile. Non sembrano capirlo i nostri insignificanti politici che hanno sgomitato per lasciare il loro inutile epitaffio sulla sconfitta (un po’ annunciata) della nazionale italiana. Anche il Segretario di Stato vaticano ha detto la sua.
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