Quand’anche sia provato che il genere umano abbia a lungo progredito e possa ancora progredire, nessuno può sostenere che non possa ora cominciare il suo regresso (Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà, 1798)
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Qualche giorno fa è finito il mese di ramadan, una festa importante per molti italiani che hanno quella fede e per molti stranieri musulmani. Lo scorso anno sindacati e imprenditori temevano che per il caldo la produttività dei lavoratori, specie quelli impiegati nell’agricoltura, sarebbe diminuita. Quest’anno non ci sono state frenesie, i produttori hanno capito che non tutti i musulmani sono così osservanti e molti usufruiscono delle deroghe al digiuno suggerite dal corano. Un passo avanti considerato che lo scorso anno gli imprenditori pretendevano delle liberatorie contrattuali per il mese di ramadan.
E’ vero che la fede islamica rimanda ad un universo di valori e di significati che investono l’intera esistenza della persona; non solo un insieme di concetti astratti comuni a tutte le religioni, ma convincimenti dai quali derivano abitudini, costumi, abbigliamento… che scandiscono ogni atto della vita. Il confronto con le culture dei paesi occidentali è complesso, a tratti difficile, a volte impossibile. La secolarizzazione che è alla base delle società occidentali, dove la religione è una sfera separata dalla politica (con l’eccezione dell’Italia dove la società civile è ampiamente secolarizzata, ma per convenzione e convenienza la politica rimane il braccio esecutivo della Santa Sede. Una realtà che dovrebbe farci contare almeno fino a 10mila prima di trinciare giudizi) è assente nel pensiero musulmano più tradizionale. Molti degli immigrati musulmani che vengono in Italia portano con sé questa impostazione di fondo che si riflette nel modo di intendere la vita quotidiana e le relazioni sociali, decidendo le priorità alle quali uniformare le proprie scelte. Ma sono tantissimi, probabilmente la maggioranza, quelli che lasciano il loro paese alla ricerca del cambiamento. Molte donne denunciano che la loro condizione, una volta arrivate in Italia, muta peggiorando per effetto dell’isolamento in cui sono costretti i musulmani.
I sindaci che celebrano le festività religiose delle comunità musulmane presenti nel loro territorio, farebbero meglio a provvedere alle vere richieste di questi cittadini che non sono difformi da quelle dei nativi. Più “politicamente corretto” e di alta visibilità, togliersi le scarpe e fingersi immersi nella preghiera, parlare con i capi religiosi, magari con la segreta convinzione di acquisire immunità da eventuali attacchi di gruppi fondamentalisti religiosi. Col risultato di tagliare fuori le maggioranze laiche delle comunità di immigrati che in caso di fondamentalismo periscono per prime. E’ impensabile però che un sindaco – prendiamone uno a caso, quello di Roma – che nella sua agenda di lavoro (consultabile alla pagina 618 del televideo rai-regione) ogni giorno partecipa d una messa e/o ad un incontro con esponenti delle gerarchie vaticane – spesso in tandem con la sua vice o con un paio di assessori – abbia una lettura della vita al di fuori della religione. Del resto l’Italia non è mai stato un vero paese laico, perché la laicità nasce dalla pluralità delle visioni della morale e riesce a contenerle tutte. Noi invece, come ci ricorda il filosofo Marramao, siamo vissuti nel contesto che tratteggiò Machiavelli, con santa madre chiesa che ripara l’Italia dalle guerre religiose soffocandola in una incubatrice storica.
Si è molto discusso nei siti simili a questo, del dubbio intervento della vicesindaco di Milano che non solo ha partecipato alla cerimonia religiosa, ma ha anche promesso diversi luoghi per sunniti, sciti … (si sbrigassero invece di perdersi in chiacchiere di consentire la costruzione di un luogo di culto come è in qualsiasi città del mondo civile). Ancora peggio ha fatto l’irrisolto Alemanno che ha organizzato la cena dello sdigiuno al Campidoglio, invitando non i rappresentanti della comunità musulmana, ma gli ambasciatori dei Paesi musulmani. Sancendo così che Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Libia… siano paesi islamici, contribuendo a posare una lastra tombale su quei tentativi di primavera araba che certamente vedeva tra i manifestanti religiosi e no. Poi ci si preoccupa ipocritamente se la Libia virerà sul fondamentalismo! Sarebbe più sensato accreditare che tra Oriente e Occidente non è in corso uno scontro di civiltà né di religione, ma piuttosto una lotta tra dittature (cosa sono le teocrazie?) e democrazie.
E’ evidente che il farsesco gesto del sindaco Alemanno – che probabilmente replicherà con altre religioni gettando lo scompiglio all’interno delle comunità, perché è pericoloso politicamente per una minoranza rifiutare un invito del genere, specie da un sindaco così prono ai diktat cattolici, anche se se ne riconosce la ridicolaggine – intendeva scimmiottare le cene alla Casa Bianca che il presidente Obama ha organizzato con le diverse comunità di fede (e con altre minoranze, tra cui gli omosessuali). Ma quello che ha fatto grande, tra luci e ombre, quel Paese è stato proprio non avere una religione di riferimento alla quale inchinarsi. Gli Stati Uniti, culla dell’Occidente, hanno sempre guardato con sospetto alla Chiesa cattolica che percepiscono come una minaccia ai loro valori, quelli che noi chiamiamo, spesse volte con sprezzo, la religione civile dell’America che guarda più, forse, all’eroismo delle figure epiche dell’antico testamento che ai miracoli del vangelo. Due mesi prima della sua storica elezione come primo presidente cattolico nel 1960, John Kennedy pronunciò a Houston un discorso per rassicurare la sua indipendenza dalla Chiesa: “Credo in una America in cui la separazione della Chiesa e dello Stato è assoluta, in cui nessun prelato cattolico dica al presidente che cosa fare, e nessun pastore protestante dica ai suoi per chi votare; un Paese in cui nessuna Chiesa o scuola confessionale riceva fondi pubblici o goda di privilegi, dove a nessuna persona venga negato l’accesso alla vita pubblica perché la sua religione è diversa da quella del presidente che ha il diritto di nominarlo o degli elettori che potrebbero eleggerlo. Credo in una America che non è ufficialmente né cattolica, né protestante, né ebrea, nella quale nessun uomo pubblico chiede o accetta istruzioni , su questioni di pubblico interesse, dal papa, dal Consiglio nazionale delle chiese o da qualsiasi fonte ecclesiastica, dove nessun organo religioso cerca d’imporre la propria volontà direttamente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pubblici dei suoi funzionari, e dove la libertà religiosa è così indivisibile che ogni azione contro una Chiesa è un’azione contro tutte” . Non è un caso che uno dei presidenti che ha creato più danni agli americani e non solo, sia stato Bush jr., che aveva come faro il cristianesimo fondamentalista. L’applicazione del discorso del presidente cattolico rappresenterebbe una svolta per il nostro disgraziato Paese. Avere regole certe per ogni cittadino senza tenere conto né del paese d’origine né della religione, che – va sempre ribadito – per la maggioranza delle persone del mondo così come per gli italiani – statisticamente quasi tutti cattolici – non ha nessuna rilevanza. Ma anche alla Chiesa cattolica dovrebbe essere chiesto un passo indietro evitando le intromissioni continue e le pretese economiche, che non consentono uno sviluppo armonioso ed imparziale della società. Intanto cancellando l’art. 7 della Costituzione che neanche i gruppi di atei o le microbiche organizzazioni laiche hanno rinunciato a fare. Perché purtroppo anche molto mondo laico ha paura di vivere senza religione. In troppi si arrabattano cercando qualcosa che pensano meno peggio – e tra le religioni delle intese sicuramente nessuna ha l’arretratezza culturale del cattolicesimo – ma si può serenamente parlare del furto dell’otto per mille quando si accetta che anche le altre religioni – sebbene le molliche – si spartiscano la torta? Sarebbe il caso, ad esempio, di essere un po’ più netti con i valdesi che hanno inaugurato la stagione delle intese con lo Stato (le metastasi del cancro concordatario) e si sono battute fieramente prima per ottenere l’8 e poi la truffaldina ripartizione della quota non espressa. Non che le altre non si siano accodate, ma c’è un plus di colpa per l’iniziatore. Anche con questa malleveria da parte dei laici si assolvono le religioni che invadono lo Stato, ritenendole portatrici di valori positivi.
E’ legittimo essere pessimisti nei confronti di ciò che continuerà a fare la partitocrazia italiana con gli stranieri classificati in base alla religione di maggioranza del loro paese, ed è legittimo da parte nostra essere timorosi per il futuro, per l’esplosione dei ghetti che i nostri politici dilettanti costruiscono. Certamente ripercorreremo gli errori, fatti probabilmente in buona fede mentre noi non avremo neanche quella scappatoia, dai paesi del nord Europa. E anche ad alimentare in questo modo quei partiti xenofobi razzisti egoisti che stanno riportando il Vecchio continente nell’incubo dell’arianità.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
