Quando Yitzkak Rabin è stato ucciso, il 4 novembre 1995, la Roadmap aveva fatto costanti passi avanti per tre anni e mezzo. La gente ci credeva, accorreva nelle piazze a centinaia di migliaia, com’è avvenuto la sera in cui è stato assassinato Rabin… In prima fila c’erano soprattutto giovani e giovanissimi. Studenti, soldati di leva, liceali. Figli di una Tel Aviv laica e liberale, ragazzi cresciuti all’ombra dell’Intifada, della guerra in Libano e della disillusione generale verso gli ideali sionisti dei padri fondatori. Era la prima generazione lontana dalle ideologie. … Aviv Geffen decise di cantare Livkòt Lehà (piangendo la tua morte) : “è una canzone dedicata a tutti coloro che hanno lottato per la pace ma che non sono qui per vederla”, disse. Finito il numero di Geffen, Rabin e sua moglie Leah andarono a complimentarsi con la rockstar … davanti a tutti il primo ministro gli stampò un bacio in fronte: “Sharta nehedar” disse, “hai cantato benissimo”. Quelle furono le sue ultime parole. Pochi secondi più tardi, un altro giovane, il venticinquenne Ygal Amir, prese la mira e sparò quattro colpi: due colpirono il premier, altri due la guardia del corpo. Erano le nove e mezza di sera. Due ore più tardi la morte di Rabin fu annunciata davanti alla folla raccolta davanti all’ospedale Ichilov di Tel Aviv (Anna Momigliano, Karma Kosher, Marsilio, €13)
La Palestina per troppi rappresenta una scusa per l’inazione. Forse la costituzione di uno Stato riconosciuto alle Nazioni Unite porterebbe quel Paese ad una seria discussione al proprio interno, a comprendere il tempo perso, a capire quali sono i leader arabi che li hanno strumentalizzati fino ad oggi, e, soprattutto, all’isolamento di gruppi fondamentalisti che non spiacciono all’Occidente. Ma, non tutti i palestinesi sono a favore del seggio alle Nazioni Unite: Abu Mazen è smentito dalle divergenze esistenti tra Fatah e Hamas.
Barak Obama, e la molto più preparata Hillary Clinton, dicono che “i territori del ’67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e Palestina”.
I territori del ’67 sono quelli che lo Stato di Israele ottiene nel ’48, dopo che l’Onu decide di dividere l’area del mandato britannico fra arabi ed ebrei, con Gerusalemme città internazionale. Israele approva la soluzione delle Nazioni Unite e il presidente David Ben Gurion proclama l’indipendenza e la nascita dello Stato. I palestinesi la rifiutano e con altri paesi arabi dichiarano guerra al neo Stato perdendola. Per gli israeliani è lo Yom ha Azmaùth (giorno dell’indipendenza) per i palestinesi è la Nakba (catastrofe). Con la risoluzione Onu Israele aveva metà del territorio mandatario, dopo la guerra ne raggiunge quasi i ¾. Questi ¾ (o Green line) sono i territori del ’67. Intanto Gaza viene occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania. Anche durante la crisi di Suez (’56) i confini restano invariati. Durante la guerra dei Sei giorni (’67) Israele occupa tutta l’attuale Cisgiordania , Gerusalemme, Gaza, il Golan e il Sinai. Il Sinai verrà riconsegnato quasi subito, in cambio di un trattato di pace, all’Egitto. Le conquiste territoriali del ’67 non saranno riconosciute dall’Onu. Le risoluzioni 242 e 338 chiedono il ritiro dai territori precedenti al ’67 riconoscendo invece le conquiste del ’48 (i ¾ ). Quei territori sono uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace (almeno da parte israeliana).
Alla metà degli anni Novanta si registra un significativo passo verso la pace: fra il ’94 e il ’96 vengono redatti gli accordi di Oslo con l’impegno di Israele a riconoscere la Palestina e la Palestina a riconoscere Israele. Le speranze muoiono con la bocciatura da parte palestinese della proposta di pace di Camp David nel 2000 – c’era il presidente Usa Bill Clinton, il palestinese Arafat e l’israeliano Barak – e l’avvio dell’intifada. Le immagini che ricordiamo sono Arafat che scende dalla scaletta dell’aereo facendo il gesto della vittoria, le elezioni americane vinte anche per questa sconfitta da Bush, un cinismo tra gli israeliani che ha portato, quasi ininterrottamente, a governi molto litigiosi e di destra in Israele.
Oggi i palestinesi vivono praticamente allo sbando, gli israeliani sono in gran parte disillusi e stanchi. Il presidente Obama sembra incamminato su una montagna di sapone, ma gli israeliani dovrebbero considerare questa proposta. Pragmatica, concreta, realistica.
Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi , ma ha il dovere di non sbagliare.
Sebbene non ci sia motivo di contestare la critica dura, per alcune parti anche condivisibile, che molti critici fanno ad Israele (in toto, non ai suoi governi), riesce difficile credere ad una Ue e ai sedicenti pacifisti che prestano il fianco a leader intrisi di fanatismo religioso, spesso violenti, sempre maschilisti, e a regimi che ignorano sistematicamente i diritti delle persone. C’entrerà pure qualcosa il fatto che l’Ue, in particolare paesi semiteocratici come il nostro, mostrano un attaccamento forte alla religione – che è una disciplina e non un valore spirituale – e vogliono espungere chiunque si trovi a nn condividere la stessa fede. In realtà nella Ue si discriminano anche i musulmani con motivi spesso, anche se non sempre, pretestuosi, che però sono temuti perchè parimenti violenti e quindi più rispettati. E’ incredibile che la religione debba determinare i comportamenti della maggioranza a scapito della democrazia
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
