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13/03/10 – Osservatorio sull’islam

sabato, 13 marzo 2010

13/03/10

San Francisco. Terroristi islamici anti-gay sparano in faccia a un uomo che”sembrava” gay.
E filmano l’attentato.

La condanna a morte degli omosessuali prevista dal Corano
trova fedeli esecutori non solo in Iran e negli altri paesi in cui vige la sharìa, ma anche dove gli integralisti musulmani trovano ospitalità.

PST SAN FRANCISCO — Three cousins from Hayward have been charged in San Francisco with a hate crime and assault for allegedly firing a BB rifle at the face of a man they believed was gay, an attack the men videotaped, authorities said Wednesday.

http://komunistelli.oknotizie.virgilio.it/go.php?us=597400a0ac0fda89

Mohammad Habibzada, Shafiq Hashemi and Sayed Bassam, all 24, are scheduled to be arraigned today in San Francisco Superior Court. They are free on $50,000 bond apiece. The victim of Friday’s attack was walking on the 3200 block of 16th Street near Guerrero Street about 10 p.m. when a car pulled up and someone inside opened fire with a BB rifle, police said. The man was hit in the face but refused medical treatment, said Lt. Lyn Tomioka, spokeswoman for the Police Department. He reported the shooting to police, who pulled over a car that matched the assailants’ vehicle a short distance away and arrested the three Hayward men. Investigators believe the assailants chose the victim because he appeared to be gay. When the men were pulled over, police found a video camera that was used to film the shooting, investigators said. Assistant District Attorney Victor Hwang, the prosecutor in the case, said the men are cooperating in the investigation. Authorities are looking into whether the attack was isolated or whether there have been similar BB gun shootings elsewhere in the Bay Area. Police have been unable to find victims to support any additional allegations, but Hwang said, “We believe we have the evidence to show that there was targeting of individuals who they believed to be gay.” He added, “We know about this one case. We want to know about if there are any other cases.”

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Un sito pro Hamas diffonde false notizie di “fonti palestinesi”

Una sinagoga nel cuore dell’area di al-Aqsa?

JERUSALEM – PIC. Fonti palestinesi a Gerusalemme affermano che le autorità occupanti stanno distribuendo inviti per l’apertura di una sinagoga, il 16 marzo, nel cuore dell’area della moschea al-Aqsa.
Le stesse fonti riferiscono che i preparativi per questa inaugurazione sono in atto e che in base ad una profezia di un rabbino del XVIII sec. questa sinagoga dovrebbe essere costruita proprio nella data summenzionata sulle rovine della moschea al-Aqsa.
Israele ha serie intenzioni di demolire la moschea al-Aqsa, ma le condizioni ancora non sembrano essere favorevoli.
Le medesime fonti palestinesi di Gerusalemme affermano che vi è un accordo tra il governo e i partiti israeliani per l’apertura della sinagoga, con l’Anp che collaborerebbe nel favorire la cerimonia d’inaugurazione impedendo ai musulmani di difendere la moschea.
Alla luce delle manovre israeliane per evitare che quel giorno i musulmani difendano la moschea, le autorità di Gerusalemme hanno vietato l’accesso all’area ai fedeli d’età inferiore ai cinquanta anni e, nel frattempo, stanno conducendo vari arresti tra i giovani palestinesi della città.
Dal canto loro, le milizie di Abbas hanno sequestrato martedì scorso, nelle province di Tulkarem, Nablus, Jenin e Qalqiliya quattordici palestinesi da esse ritenuti appartenenti ad Hamas.

(Infopal, 12 marzo 2010)

Commento di Marcus Prometheus:

Ecco come si incita all’odio ed alla guerra fra religioni: con notizie  assolutamente inventate a scopo incendiario.
Ecco il complotto piu’ spudorato, ecco la disinformazione piu’ velenosa e traditrice, ecco il bellicismo insensato ed aggressivo, ed ecco la messa in pratica delle 2 teorie islamiche della dissimulazione e  della guerra eterna fino a genocidio finale che ammette solo tregue temporanee e mai pace duratura con gli infedeli, cosi’ come e’ nello statuto di Hamas.
Gravissime NOTIZIE FALSE escogitate a tavolino senza nessuna base nel reale ma  solo per allontanare ipotesi di pace fra religioni.
E sono propagate proprio da chi si lamenta perche’ altri farebbero “allarmismo” parlando del sangue e delle lacrime sparsi dal supremazzismo islamista con terrorismo e fatwe incivili. Falsita’  propagate chi ha fatto approvare da una commissione ONU  l’equazione assurda fra critica alla religione islamica ed islamofobia dichiarando illecita la liberta’ di parola.
Da chi accusa sempre di razzismo “tendenziosita” e di incitazione all’odio gli altri  che invece si limitano a riportare fatti veri cioe’  proprio i continui  delitti degli islamisti, in primo luogo contro i mussulmani stessi, eppoi anche contro credenti di altre fedi, cristiani, ebrei, indu’ buddisti o Allah non voglia i piu’ pericolosi di tutti, gli apostati, gli atei, i blasfemi.
Si tratta di una media di 1500 aggressioni (attentati od uccisioni) all’anno in tutto il mondo, e, ripeto, soprattutto contro i mussulmani,  tutte al grido di Allah e’ grande lanciato dagli aggressori/assassini, prima che riportato dai giornalisti o da commentatori “tendenziosi” o allarmisti o islamofobi ..
Vogliamo scommettere  che nessuno il 16 Marzo costruira’ niente “sulle rovine di El Aqsa” ?

Ma che cosa attenderci dai giornalisti pennivendoli asserviti ai petro dollari o dagli antisemiti ideologici, pacifinti unilaterali odiatori dell’occidente?
Da coloro che si credono anticolonialisti e sono proprio gli utili idioti dell’ultimo colonialismo in azione.

Neppure in questo caso si permetteranno di condannare gli incendiari
Neppure in questo caso smetteranno di accusare noi commentatori, semplici fotografi e i cronisti della situazione di essere i cattivi e gli allarmisti
Posso scommettere tranquillamente senza rischio di smentita   anche su questo:

Nessun pacifinto antisemita odiatore dell’occidente levera’ la sua voce contro questo vero crimine di guerra, l’ incitamento all’odio all’assassinio ed alla guerra di religione basato solo su calunnie.
Eppure continueranno a denigrare come allarmisti  solo noi che abbiamo il torto di non volere chiudere gli occhi e soprattutto la bocca di fronte alla guerra santa islamista all’umanita’ intera.

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Come salvarsi la pelle se catturati dai terroristi islamici di Al Qaeda.

Mali/ Al Qaida: Spagnola liberata dopo sua conversione all’Islam
“Ha assunto nome musulmano di Aicha”

Il Cairo, 12 mar. (Ap) – L’ex ostaggio spagnolo, Alicia Gamez, è stato
liberato dall’organizzazione terroristica Al Qaida nel Maghreb, perché si “è
convertita volontariamente all’Islam”. Lo afferma lo stesso gruppo
terroristico in un comunicato diffuso oggi su un sito web precisando che la
donna ha assunto il nome musulmano di Aicha dopo aver seguito lezioni di
Islam dai suoi sequestratori. La cooperante spagnola è stata rapita lo
scorso 29 novembre in Mauritania assieme ad altri due membri della Ong
Barcelona Acciò Solidaria dal gruppo terroristico al Qaida nel Maghreb
islamico (Aqmi) ed è stata rimessa in libertà dai suoi sequestratori
mercoledì scorso, 10 marzo

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Tutti contro Geert Wilders, il politico olandese che denuncia il pericolo nazi-islamista.

Dal blog “La Sentinella della Libertà” blog liberale, laico, libertario.

http://lasentinelladellalaicita.wordpress.com/2010/03/12/lo-spauracchio/

Da qualche tempo chi osa infrangere i sacri tabù del benpensantismo europeista viene immediatamente,se non passato per le armi,sottoposto ad una sorta di gogna mediatica con epiteti poco gratificanti come quelli di fascista,xenofobo,egoista e via salmodiando.

La liturgia si è ripetuta anche dopo la straordinaria affermazione del Partito della Libertà di Geert Wilders nelle recenti elezioni municipali olandesi,preludio alle ben più importanti legislative in calendario per il prossimo 9 giugno a seguito dell’inopinata caduta dell’esecutivo Balkeneende sul prolungamento della missione in Afghanistan………. il seguito qui

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12/3/10 – Chiese

venerdì, 12 marzo 2010

Burqa – Secondo me non c’è bisogno di specificare. Basta fare una legge che dica semplicemente: non si possono usare copricapo che rendano impossibile l’identificazione nei luoghi pubblici. Il problema religioso non c’è; Oriente e Occidente – Occorre capire che quello in corso non è uno scontro di civiltà né di religione. E’ una lotta tra dittature e democrazie (Cristina Sivieri Tagliabue, Alfabeto Bonino, € 14)
Italia - nel 1963 viene abolita l’esclusione delle donne dal lavoro negli uffici pubblici; nel 1996 è cancellato il reato di adulterio che puniva le donne con due anni di carcere; nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia che stabilisce la parità tra marito e moglie, abrogando la patria potestà e la potestà maritale; nel 1981 è abolito il delitto d’onore che puniva con la carcerazione da tre a sette anni il marito “offeso”; nel 1996 viene riconosciuta la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale (Caterina Soffici, Ma le donne no, Feltrinelli, €14)

Nei giorni scorsi è morto l’imam Mohammed Sayed Tantawi, guida dell’Università teologica di Al Azhar, figura preminente per il miliardo e più di musulmani sunniti sparsi nel mondo. Nel 2003 durante la Conferenza organizzata da Emma Bonino al Cairo sul tema delle mutilazioni genitali femminili, proclamò che la pratica era contraria all’islam. Dando così un grande impulso alla campagna per abolirla in Egitto, sostenuto da Susanna, moglie di Hosni Mubarak che lo nominò e che a giorni indicherà il suo successore (forse Ali Jumaa, attuale Grande Mufti d’Egitto, sulle stesse posizioni di Tantawi), e dalle ostetriche e infermiere addirittura scese in sciopero per difendere la salute e l’integrità del corpo femminile. Lo scorso anno si schierò contro il niqab, a favore dei trapianti d’organi, per l’aborto anche se solo in casi particolari, e per la maggior presenza delle donne in politica. E’ stato accusato dai fanatici di essere “un crociato anti islam” per aver raccomandato ai musulmani di Francia di seguire le leggi di quel paese compreso il divieto di velo, per aver stretto la mano a Shimon Peres e condannato i kamikaze.
Solo qualche giorno fa la candidata alla guida della Regione Lazio per i berlusconi (destra è parola nobile che è meglio non utilizzare per i disonesti) Renata Polverini , si è recata in visita al Centro islamico di Roma e si è bardata con uno sciarpone a coprirle anche la frangia pure nei locali esterni alla moschea. Polverini si è mossa come quasi tutti i politici italiani mostrando subalternità alle istituzioni religiose, anche quando non esiste da parte loro esplicita richiesta.
Come è noto la Carta costituzionale è considerata ormai obsoleta e carta straccia, tranne che per l’art.7 , quello che stabilisce che lo Stato italiano è subalterno alla Chiesa cattolica. Tanto abituati sono gli italiani a chinare il capo ai potenti della Chiesa che lo chinano pure all’islam. Ma come gli animali da soma, non si inchinano ad un eventuale credo o alla spiritualità, ma capiscono solo la frusta. Quindi si cercano gli esponenti più improbabili, fondamentalisti e fanatici, condannando i musulmani laici – sicuramente la maggioranza – e i cattolici laici – sicuramente la maggioranza – a marionette disarticolate alle quali viene tolta la voce. Noi che diamo troppo spazio e peso ai singoli conati del papa prendendoci anche lo scomodo di controbattere le sue sciocchezze, ci siamo condannati a vivere in un Paese dove il tricolore è meno rappresentativo dell’identità italiana del crocefisso, ora estendiamo l’arroganza dei gerarchi religiosi, ma quelli più fanatici beninteso, ai musulmani, che magari arrivano nel nostro Paese oltre che per sbarcare il lunario per liberarsi dal peso di un regime teocratico. A meno che non viviamo in una landa deserta qualche cittadino del Bangladesh , del Pakistan, del Marocco, dell’Albania, lo conosciamo e sappiamo quanto è legato ad Allah. Lo scorso ramadan perfino i sindacati entrarono in fibrillazione impauriti di ritrovarsi qualche disidratato nei campi, quando, come suggeriscono gli imam, il digiuno si può interrompere in caso di lavoro faticoso. Non mi stanco mai di ricordare la mia personale esperienza per il Comune di Roma all’assessorato alla multietnictà (cassato dal sindaco Alemanno) dove mai in più anni uno straniero ha chiesto di avere spazi di preghiera, ma campi da cricket, disbrigo pratiche burocratiche, manifestazioni culturali, e – esattamente come i romani – autobus, case, pulizia. Purtroppo la maggior parte delle persone ha una informazione solo televisiva, per cui adesso si porta bene il terrorismo islamico – che esiste certo, ma non riguarda tutti come i giornali e le tv del padrone tendono ad accreditare – per cui lo Sposini di turno casca dalla montagna del sapone quando commenta il caso di un padre che segrega a casa la figlia (gravissimo certo), ignorando che in Italia il nuovo diritto di famiglia è stato varato solo nel ’75 (leggi i dati nel titolo). Il pericolo grande è che qualche persona più ingenua o in malafede possa cadere nelle spire dei Wilders e simili, promuovendo qualsiasi pensiero antimoderno: islamofobia, omofobia, antisemitismo, segregazione delle donne… in una parola: solo cristiani, bianchi, biondi. E questo l’abbiamo già vissuto solo qualche decennio fa.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

P.S.
Il nostro premier non ha trovato neanche il tempo per andare in Parlamento a discutere del legittimo impedimento che lo dichiara troppo impegnato per frequentare i tribunali. In effetti Silvio fa mille cose: spende un’ora del suo tempo per leggere una memoria legale sui fatti della lista Pdl nel Lazio, partecipa a manifestazioni per ricordare che Emma è radicale e, soprattutto, ci moltiplica i Sabatinelli… e questo non ci dispiacerebbe!

12/03/10 – Osservatorio sull’islam.

venerdì, 12 marzo 2010

12/03/10

12/3/10 – Chiese

Burqa – Secondo me non c’è bisogno di specificare. Basta fare una legge che dica semplicemente: non si possono usare copricapo che rendano impossibile l’identificazione nei luoghi pubblici. Il problema religioso non c’è; Oriente e Occidente – Occorre capire che quello in corso non è uno scontro di civiltà né di religione. E’ una lotta tra dittature e democrazie (Cristina Sivieri Tagliabue, Alfabeto Bonino, € 14)
Italia - nel 1963 viene abolita l’esclusione delle donne dal lavoro negli uffici pubblici; nel 1996 è cancellato il reato di adulterio che puniva le donne con due anni di carcere; nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia che stabilisce la parità tra marito e moglie, abrogando la patria potestà e la potestà maritale; nel 1981 è abolito il delitto d’onore che puniva con la carcerazione da tre a sette anni il marito “offeso”; nel 1996 viene riconosciuta la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale (Caterina Soffici, Ma le donne no, Feltrinelli, €14)

Nei giorni scorsi è morto l’imam Mohammed Sayed Tantawi, guida dell’Università teologica di Al Azhar, figura preminente per il miliardo e più di musulmani sunniti sparsi nel mondo. Nel 2003 durante la Conferenza organizzata da Emma Bonino al Cairo sul tema delle mutilazioni genitali femminili, proclamò che la pratica era contraria all’islam. Dando così un grande impulso alla campagna per abolirla in Egitto, sostenuto da Susanna, moglie di Hosni Mubarak che lo nominò e che a giorni indicherà il suo successore (forse Ali Jumaa, attuale Grande Mufti d’Egitto, sulle stesse posizioni di Tantawi), e dalle ostetriche e infermiere addirittura scese in sciopero per difendere la salute e l’integrità del corpo femminile. Lo scorso anno si schierò contro il niqab, a favore dei trapianti d’organi, per l’aborto anche se solo in casi particolari, e per la maggior presenza delle donne in politica. E’ stato accusato dai fanatici di essere “un crociato anti islam” per aver raccomandato ai musulmani di Francia di seguire le leggi di quel paese compreso il divieto di velo, per aver stretto la mano a Shimon Peres e condannato i kamikaze.
Solo qualche giorno fa la candidata alla guida della Regione Lazio per i berlusconi (destra è parola nobile che è meglio non utilizzare per i disonesti) Renata Polverini , si è recata in visita al Centro islamico di Roma e si è bardata con uno sciarpone a coprirle anche la frangia pure nei locali esterni alla moschea. Polverini si è mossa come quasi tutti i politici italiani mostrando subalternità alle istituzioni religiose, anche quando non esiste da parte loro esplicita richiesta.
Come è noto la Carta costituzionale è considerata ormai obsoleta e carta straccia, tranne che per l’art.7 , quello che stabilisce che lo Stato italiano è subalterno alla Chiesa cattolica. Tanto abituati sono gli italiani a chinare il capo ai potenti della Chiesa che lo chinano pure all’islam. Ma come gli animali da soma, non si inchinano ad un eventuale credo o alla spiritualità, ma capiscono solo la frusta. Quindi si cercano gli esponenti più improbabili, fondamentalisti e fanatici, condannando i musulmani laici – sicuramente la maggioranza – e i cattolici laici – sicuramente la maggioranza – a marionette disarticolate alle quali viene tolta la voce. Noi che diamo troppo spazio e peso ai singoli conati del papa prendendoci anche lo scomodo di controbattere le sue sciocchezze, ci siamo condannati a vivere in un Paese dove il tricolore è meno rappresentativo dell’identità italiana del crocefisso, ora estendiamo l’arroganza dei gerarchi religiosi, ma quelli più fanatici beninteso, ai musulmani, che magari arrivano nel nostro Paese oltre che per sbarcare il lunario per liberarsi dal peso di un regime teocratico. A meno che non viviamo in una landa deserta qualche cittadino del Bangladesh , del Pakistan, del Marocco, dell’Albania, lo conosciamo e sappiamo quanto è legato ad Allah. Lo scorso ramadan perfino i sindacati entrarono in fibrillazione impauriti di ritrovarsi qualche disidratato nei campi, quando, come suggeriscono gli imam, il digiuno si può interrompere in caso di lavoro faticoso. Non mi stanco mai di ricordare la mia personale esperienza per il Comune di Roma all’assessorato alla multietnictà (cassato dal sindaco Alemanno) dove mai in più anni uno straniero ha chiesto di avere spazi di preghiera, ma campi da cricket, disbrigo pratiche burocratiche, manifestazioni culturali, e – esattamente come i romani – autobus, case, pulizia. Purtroppo la maggior parte delle persone ha una informazione solo televisiva, per cui adesso si porta bene il terrorismo islamico – che esiste certo, ma non riguarda tutti come i giornali e le tv del padrone tendono ad accreditare – per cui lo Sposini di turno casca dalla montagna del sapone quando commenta il caso di un padre che segrega a casa la figlia (gravissimo certo), ignorando che in Italia il nuovo diritto di famiglia è stato varato solo nel ’75 (leggi i dati nel titolo). Il pericolo grande è che qualche persona più ingenua o in malafede possa cadere nelle spire dei Wilders e simili, promuovendo qualsiasi pensiero antimoderno: islamofobia, omofobia, antisemitismo, segregazione delle donne… in una parola: solo cristiani, bianchi, biondi. E questo l’abbiamo già vissuto solo qualche decennio fa.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Omicidio Ilan Halimi: il caso del Daniel Pearl francese
*Se questo è un ebreo: per non urtare la “sensibilità” della comunità
musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un
registro basso.*

*Il caso Ilan Halimi: decine di persone sapevano che stavano torturando un
ragazzo ebreo francese*

*Il caso del Daniel Pearl francese. Al processo contro gli islamisti che
hanno torturato e giustiziato Halimi s’è alzato un grido: “Allah vincerà”*

*di Giulio Meotti*

“Se questo è un ebreo”, recita il titolo del
bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso
contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla
sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle
mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali
gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini
di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni”
(Seuil edizioni).

Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo
che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato
fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa. “Quando li
osservo, non vedo odio, ma una tristezza immensa”, dice il padre, Didier
Halimi. Ruth ripete che l’uccisione di suo figlio è “senza precedenti dalla
Shoah”.

*Youssouf Fofana, il capo “dei barbari”, è entrato in aula con il sorriso,
ha alzato un pugno verso l’alto e gridato: “Allah vincerà”. Testa rasata e
maglietta bianca, Fofana alla domanda sulla sua data di nascita ha risposto:
“Il 13 febbraio 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois”. E’ il giorno in cui il
corpo di Ilan è stato trovato, nudo e straziato. Quando gli viene chiesto il
nome, Fofana risponde: “Africana barbara armata rivolta salafista”.*

La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo
islamico, che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane. *Sei
anni fa, Sebastien Selam, un dj di Parigi di 23 anni, uscito
dall’appartamento dei genitori per andare al lavoro, venne aggredito nel
garage del parcheggio dal vicino musulmano Adel*, che gli ha tagliato la
gola due volte, quasi decapitandolo, gli ha squarciato il volto e gli ha
cavato gli occhi. Adel è corso sulle scale del condominio, grondando sangue
e urlando:* “Ho ucciso il mio ebreo. Andrò in paradiso”.*

*Nella stessa città, in quella stessa sera, un’altra donna ebrea veniva
assassinata, in presenza della figlia, da un altro musulmano.* Erano i
prodromi di una “tendenza” e i mezzi di comunicazione amano le tendenze.

Eppure, nessuna delle principali testate francesi riportò il fatto.

Lo zio di Ilan racconta che durante le telefonate per il riscatto alla
famiglia venivano fatte sentire le urla del ragazzo ebreo bruciato sulla
pelle, mentre “i suoi torturatori leggevano ad alta voce versi del Corano”.

I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia di
Halimi avrebbe pagato il riscatto. *Non sapevano che la madre era una
centralinista*. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio
di telefoni cellulari. *Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato
all’ottanta per cento*, vicino alla stazione di Saint-Geneviève-des-Bois.
Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette ovunque sulla carne viva e in
tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale.

Ruth nel suo libro denuncia che, *per non urtare la sensibilità della
comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su
un registro basso*, la polizia negava l’intento religioso del sequestro e
l’identità islamica di tutti i rapitori; la stessa polizia che chiese alla
famiglia di non farsi pubblicità e che fece poco, molto poco, per scardinare
la rete di famiglie che proteggeva la gang. *Decine di persone sapevano
delle torture inflitte per tre settimane a quel ragazzo ebreo* che sognava
di vivere in Israele.

Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in
questa storia è *il coinvolgimento di parenti e vicini,* al di là del
circolo della gang, *a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si
precipitarono a partecipare alla tortura”*.

Divenne tutto più chiaro quando l’allora ministro dell’Interno Nicolas
Sarkozy annunciò che a casa del rapitore erano stati trovati scritti di
Hamas e del Palestinian Charity
Committee.<http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/UnpoliticallyCorrect/IlanHalimi.jpg>

Intanto la magistratura francese ha ritirato le copie del magazine “Choc”
che ha appena pubblicato la fotografia di Halimi in ostaggio, giudicandola
“offensiva”. *Si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una
copia di un giornale. La stessa, identica posa d’una famigerata fotografia
di sette anni fa con Daniel
Pearl<http://www.focusonisrael.org/2009/02/22/daniel-pearl-ucciso-sette-anni-fa-perche-ebreo/>
*,<http://www.focusonisrael.org/2009/02/22/daniel-pearl-ucciso-sette-anni-fa-perche-ebreo/>il
corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato da al Qaida in
Pakistan.

Il New York Times scrive che “in due settimane e mezzo di processo poco è
filtrato sul procedimento”. Si svolge a porte chiuse. Quel che è emerso è
senz’altro *il tentativo del governo francese di occultare l’odio islamico
contro gli ebrei come movente della esecuzione di Halimi*. Si è parlato poi
della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento
fatto in casa”.

Il reporter francese Guy Millière scrive che *”le grida venivano sentite dai
vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la
carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e
alla fine gli hanno dato fuoco con del liquido infiammabile”*. La madre di
Ilan aggiunge che durante una delle telefonate alla famiglia i sequestratori
trasmisero un nastro: “Sono Ilan, Ilan Halimi. Sono figlio di Didier Halimi
e di Ruth Halimi. *Sono ebreo.* E sono tenuto in ostaggio”. “Come si fa a
non pensare a Daniel Pearl?”, domanda Ruth.

Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, ha scritto per le edizioni
Michalon uno straordinario libro sul significato dell’uccisione di Halimi.
“Non è stato facile fare il verso a Primo Levi”, dice al Foglio a proposito
del titolo del suo saggio, “Se questo è un ebreo”. “Si fatica oggi a capire
la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io
stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo
antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo
criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli
stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del
sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno. L’affaire Halimi significa che
il tabù è caduto e l’antisemitismo si sta diffondendo ovunque in Francia”.

Barrot critica la visione pedagogica dell’antisemitismo. “E’ troppo
astratta, fondata su un’immagine stereotipata. Siamo resi incapaci di
identificare ciò che il crimine ‘dei barbari’ ci mette sotto gli occhi, la
cellula germinativa dell’orrore che la nostra ‘memoria’ non cessa
ritualmente di esorcizzare. *Ilan non portava un lungo caffettano nero, un
cappello di feltro, le frange rituali, non portava neppure la kippà. Ilan
Halimi portava soltanto il suo nome e fu sufficiente a fare di lui una
preda.* E’ allora che ho compreso che ormai era ridiventato difficile essere
ebreo in questo paese”.

La retorica pseudoeducativa sull’antisemitismo è incapace di penetrare
l’odio che l’islamismo predica contro gli ebrei. “La memoria
dell’antisemitismo è evocata per impedire, proibire, riconoscere la realtà
attuale, di chiamare le cose con il loro nome. Eccesso, abuso, dittatura
della memoria? Memoria inutile? Memoria vuota piuttosto, che ha immesso
nella coscienza pubblica soltanto una nozione completamente astratta. *Come
se i soli buoni ebrei, gli ebrei degni di essere difesi, fossero gli ebrei
morti,* trasportati in una sfera astratta e pura, non contaminata da tutto
ciò che, nella vita, li espone all’odio. *C’è una relazione sinistra tra la
morte atroce di Ilan Halimi e l’assenza di mobilitazione massiccia che l’ha
seguita. *La nostra vigilanza veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla
violenza”.

Al processo, i carcerieri di Ilan hanno raccontato che la prima settimana
del sequestro Halimi l’ha trascorsa in un appartamento prestato ai rapitori
da un concierge. Youssouf Fofana ha pensato a decorarlo di tele “con motivi
arancione per coprire i muri”. Ammanettato, con addosso soltanto una
vestaglia comprata all’Auchan, alimentato con proteine liquide attraverso
una cannuccia, Ilan passò così molti giorni. Per entrare nell’appartamento
ci voleva un codice: bussare due volte e poi ancora una. Poi Fofana si è
caricato Ilan in spalla e l’ha portato nella caldaia: “Pisciava in una
bottiglia e faceva la cacca in una busta di plastica”, racconta uno dei
carcerieri, Yahia. Le botte sono iniziate dopo che è fallito il primo
tentativo di riscatto.

Ma gli episodi più significativi sono avvenuti quando si è trattato di
scattare le foto destinate a spaventare la famiglia della vittima, compresa
la simulazione di una sodomia con il manico della scopa e uno sfregio alla
faccia fatto con il coltello di un imputato, Samir Ait Abdelmalek. Il giorno
in cui venne giustiziato, racconta Fabrice, “gli ho tagliato i capelli, Zigo
e Nabil (altri due carcerieri, ndr) hanno detto che non erano abbastanza
corti e l’hanno rasato con un rasoio a due lame”. Gli hanno tagliato anche i
peli del corpo. Per non lasciare alcuna traccia nel covo. Ilan venne
asciugato e avvolto in un telo viola, comprato al supermercato all’angolo.
Fofana è arrivato nel profondo della notte. *Quando Ilan è riuscito a
guardarlo in faccia, l’islamista lo ha colpito con un coltello alla gola,
alla carotide, poi un altro affondo. Poi gli ha dato un taglio alla base del
collo, e al fianco. E’ tornato con una tanica di benzina, gli ha versato il
combustibile e gli ha dato fuoco.*

Finiva così la vita di un ragazzo di 23 anni nel primo paese nella storia ad
aver dato agli ebrei diritti civili. Ieri, in tribunale, Ruth ripeteva:
“Chiedo ogni giorno a mio figlio di perdonarmi”.

Il Foglio.it <http://www.ilfoglio.it/zakor/61>

12/03/10 – Osservatorio sull’islam

venerdì, 12 marzo 2010

12/03/10

Omicidio Ilan Halimi: il caso del Daniel Pearl francese
*Se questo è un ebreo: per non urtare la “sensibilità” della comunità
musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un
registro basso.*

*Il caso Ilan Halimi: decine di persone sapevano che stavano torturando un
ragazzo ebreo francese*

*Il caso del Daniel Pearl francese. Al processo contro gli islamisti che
hanno torturato e giustiziato Halimi s’è alzato un grido: “Allah vincerà”*

*di Giulio Meotti*

“Se questo è un ebreo”, recita il titolo del
bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso
contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla
sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle
mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali
gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini
di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni”
(Seuil edizioni).

Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo
che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato
fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa. “Quando li
osservo, non vedo odio, ma una tristezza immensa”, dice il padre, Didier
Halimi. Ruth ripete che l’uccisione di suo figlio è “senza precedenti dalla
Shoah”.

*Youssouf Fofana, il capo “dei barbari”, è entrato in aula con il sorriso,
ha alzato un pugno verso l’alto e gridato: “Allah vincerà”. Testa rasata e
maglietta bianca, Fofana alla domanda sulla sua data di nascita ha risposto:
“Il 13 febbraio 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois”. E’ il giorno in cui il
corpo di Ilan è stato trovato, nudo e straziato. Quando gli viene chiesto il
nome, Fofana risponde: “Africana barbara armata rivolta salafista”.*

La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo
islamico, che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane. *Sei
anni fa, Sebastien Selam, un dj di Parigi di 23 anni, uscito
dall’appartamento dei genitori per andare al lavoro, venne aggredito nel
garage del parcheggio dal vicino musulmano Adel*, che gli ha tagliato la
gola due volte, quasi decapitandolo, gli ha squarciato il volto e gli ha
cavato gli occhi. Adel è corso sulle scale del condominio, grondando sangue
e urlando:* “Ho ucciso il mio ebreo. Andrò in paradiso”.*

*Nella stessa città, in quella stessa sera, un’altra donna ebrea veniva
assassinata, in presenza della figlia, da un altro musulmano.* Erano i
prodromi di una “tendenza” e i mezzi di comunicazione amano le tendenze.

Eppure, nessuna delle principali testate francesi riportò il fatto.

Lo zio di Ilan racconta che durante le telefonate per il riscatto alla
famiglia venivano fatte sentire le urla del ragazzo ebreo bruciato sulla
pelle, mentre “i suoi torturatori leggevano ad alta voce versi del Corano”.

I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia di
Halimi avrebbe pagato il riscatto. *Non sapevano che la madre era una
centralinista*. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio
di telefoni cellulari. *Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato
all’ottanta per cento*, vicino alla stazione di Saint-Geneviève-des-Bois.
Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette ovunque sulla carne viva e in
tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale.

Ruth nel suo libro denuncia che, *per non urtare la sensibilità della
comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su
un registro basso*, la polizia negava l’intento religioso del sequestro e
l’identità islamica di tutti i rapitori; la stessa polizia che chiese alla
famiglia di non farsi pubblicità e che fece poco, molto poco, per scardinare
la rete di famiglie che proteggeva la gang. *Decine di persone sapevano
delle torture inflitte per tre settimane a quel ragazzo ebreo* che sognava
di vivere in Israele.

Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in
questa storia è *il coinvolgimento di parenti e vicini,* al di là del
circolo della gang, *a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si
precipitarono a partecipare alla tortura”*.

Divenne tutto più chiaro quando l’allora ministro dell’Interno Nicolas
Sarkozy annunciò che a casa del rapitore erano stati trovati scritti di
Hamas e del Palestinian Charity
Committee.<http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/UnpoliticallyCorrect/IlanHalimi.jpg>

Intanto la magistratura francese ha ritirato le copie del magazine “Choc”
che ha appena pubblicato la fotografia di Halimi in ostaggio, giudicandola
“offensiva”. *Si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una
copia di un giornale. La stessa, identica posa d’una famigerata fotografia
di sette anni fa con Daniel
Pearl<http://www.focusonisrael.org/2009/02/22/daniel-pearl-ucciso-sette-anni-fa-perche-ebreo/>
*,<http://www.focusonisrael.org/2009/02/22/daniel-pearl-ucciso-sette-anni-fa-perche-ebreo/>il
corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato da al Qaida in
Pakistan.

Il New York Times scrive che “in due settimane e mezzo di processo poco è
filtrato sul procedimento”. Si svolge a porte chiuse. Quel che è emerso è
senz’altro *il tentativo del governo francese di occultare l’odio islamico
contro gli ebrei come movente della esecuzione di Halimi*. Si è parlato poi
della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento
fatto in casa”.

Il reporter francese Guy Millière scrive che *”le grida venivano sentite dai
vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la
carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e
alla fine gli hanno dato fuoco con del liquido infiammabile”*. La madre di
Ilan aggiunge che durante una delle telefonate alla famiglia i sequestratori
trasmisero un nastro: “Sono Ilan, Ilan Halimi. Sono figlio di Didier Halimi
e di Ruth Halimi. *Sono ebreo.* E sono tenuto in ostaggio”. “Come si fa a
non pensare a Daniel Pearl?”, domanda Ruth.

Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, ha scritto per le edizioni
Michalon uno straordinario libro sul significato dell’uccisione di Halimi.
“Non è stato facile fare il verso a Primo Levi”, dice al Foglio a proposito
del titolo del suo saggio, “Se questo è un ebreo”. “Si fatica oggi a capire
la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io
stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo
antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo
criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli
stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del
sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno. L’affaire Halimi significa che
il tabù è caduto e l’antisemitismo si sta diffondendo ovunque in Francia”.

Barrot critica la visione pedagogica dell’antisemitismo. “E’ troppo
astratta, fondata su un’immagine stereotipata. Siamo resi incapaci di
identificare ciò che il crimine ‘dei barbari’ ci mette sotto gli occhi, la
cellula germinativa dell’orrore che la nostra ‘memoria’ non cessa
ritualmente di esorcizzare. *Ilan non portava un lungo caffettano nero, un
cappello di feltro, le frange rituali, non portava neppure la kippà. Ilan
Halimi portava soltanto il suo nome e fu sufficiente a fare di lui una
preda.* E’ allora che ho compreso che ormai era ridiventato difficile essere
ebreo in questo paese”.

La retorica pseudoeducativa sull’antisemitismo è incapace di penetrare
l’odio che l’islamismo predica contro gli ebrei. “La memoria
dell’antisemitismo è evocata per impedire, proibire, riconoscere la realtà
attuale, di chiamare le cose con il loro nome. Eccesso, abuso, dittatura
della memoria? Memoria inutile? Memoria vuota piuttosto, che ha immesso
nella coscienza pubblica soltanto una nozione completamente astratta. *Come
se i soli buoni ebrei, gli ebrei degni di essere difesi, fossero gli ebrei
morti,* trasportati in una sfera astratta e pura, non contaminata da tutto
ciò che, nella vita, li espone all’odio. *C’è una relazione sinistra tra la
morte atroce di Ilan Halimi e l’assenza di mobilitazione massiccia che l’ha
seguita. *La nostra vigilanza veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla
violenza”.

Al processo, i carcerieri di Ilan hanno raccontato che la prima settimana
del sequestro Halimi l’ha trascorsa in un appartamento prestato ai rapitori
da un concierge. Youssouf Fofana ha pensato a decorarlo di tele “con motivi
arancione per coprire i muri”. Ammanettato, con addosso soltanto una
vestaglia comprata all’Auchan, alimentato con proteine liquide attraverso
una cannuccia, Ilan passò così molti giorni. Per entrare nell’appartamento
ci voleva un codice: bussare due volte e poi ancora una. Poi Fofana si è
caricato Ilan in spalla e l’ha portato nella caldaia: “Pisciava in una
bottiglia e faceva la cacca in una busta di plastica”, racconta uno dei
carcerieri, Yahia. Le botte sono iniziate dopo che è fallito il primo
tentativo di riscatto.

Ma gli episodi più significativi sono avvenuti quando si è trattato di
scattare le foto destinate a spaventare la famiglia della vittima, compresa
la simulazione di una sodomia con il manico della scopa e uno sfregio alla
faccia fatto con il coltello di un imputato, Samir Ait Abdelmalek. Il giorno
in cui venne giustiziato, racconta Fabrice, “gli ho tagliato i capelli, Zigo
e Nabil (altri due carcerieri, ndr) hanno detto che non erano abbastanza
corti e l’hanno rasato con un rasoio a due lame”. Gli hanno tagliato anche i
peli del corpo. Per non lasciare alcuna traccia nel covo. Ilan venne
asciugato e avvolto in un telo viola, comprato al supermercato all’angolo.
Fofana è arrivato nel profondo della notte. *Quando Ilan è riuscito a
guardarlo in faccia, l’islamista lo ha colpito con un coltello alla gola,
alla carotide, poi un altro affondo. Poi gli ha dato un taglio alla base del
collo, e al fianco. E’ tornato con una tanica di benzina, gli ha versato il
combustibile e gli ha dato fuoco.*

Finiva così la vita di un ragazzo di 23 anni nel primo paese nella storia ad
aver dato agli ebrei diritti civili. Ieri, in tribunale, Ruth ripeteva:
“Chiedo ogni giorno a mio figlio di perdonarmi”.

Il Foglio.it <http://www.ilfoglio.it/zakor/61>

11/03/10 – Osservatorio sull’islam

giovedì, 11 marzo 2010

11/03/10

Da Informazione Corretta del 6/03/10

*La terribile verità sull’islam secondo Mosab Hassan Yousef, il “figlio di
Hamas”
*Riportiamo da un sito italiano la traduzione di un articolo comparso in
origine sul blog francese “Bivouac-ID”.*

Ha salvato un gran numero di vite umane ed ha permesso di far fallire decine
di attentati. E’ il figlio di uno dei fondatori di Hamas, lo sceicco Hassan
Yousef, e ciononostante lavorava come agente per i servizi della sicurezza
israeliana.
Il giovane Mosab Hassan Yousef si è convertito al cristianesimo ed ora vive
in California dove si è trasferito nel 2007.
E’ stato invitato da Sean Hannity a raccontare, nella trasmissione Fox-News,
la sua verità su Hamas e sull’islam.

“Io paragono l’islam ad una scala – ha spiegato – e sul primo gradino vedo
il musulmano tradizionale; sul gradino più in alto vi è la guerra santa che,
come dice il Corano, è il dovere più importante e più sacro nei confronti di
Dio”.

Alla domanda postagli dal giornalista: “E’ forse l’esistenza di Israele che
crea un problema ad Hamas? Lo scopo ultimo è davvero la distruzione di
questo paese?” Mosab risponde: “Il Dio del Corano odia comunque gli ebrei,
che ci sia l’occupazione o che non ci sia, e quindi gli ebrei hanno un
problema col Dio dell’islam, e non (soltanto) coi musulmani”. Mosab spiega
quindi che suo padre e tutti i leaders di Hamas giustificano gli attentati
suicidi.

Alla domanda di Sean Hannity: “In passato lei pensava che uccidendo delle
persone innocenti con indosso una cintura piena di esplosivo sarebbe andato
in Paradiso?”, Mosab risponde: “Assolutamente sì. E’ quello che ogni
musulmano crede. E’ una promessa che arriva dalla più alta autorità della
società musulmana; se si muore per la gloria del Dio del Corano si va in
Paradiso”.

Il giornalista gli chiede: “Ed ha anche pensato di trovare le 72 vergini?”,
e Mosab risponde, sorridendo: “Vi è stato un momento in cui vi ho creduto,
come tutti.

Nel suo libro dal titolo “Son of Hamas” Mosab spiega che, all’inizio, era
stato incaricato da suo padre di cercare di entrare in contatto con lo Shin
Beth israeliano per infiltrarvisi in qualità di agente doppio per conto di
Hamas. E spiega come finì per rivoltarsi contro lo stesso movimento di
Hamas, “per essere onesto mi sono rivoltato contro il male, non contro i
palestinesi. Ho pensato che il bene consiste nel salvare delle vite umane,
israeliane e palestinesi, comprese quelle di mio padre e dei leaders
palestinesi”.

Sean Hannity domanda: “Che genere di informazioni passava agli israeliani?
Diceva forse: ci sarà un attacco suicida? oppure: ci sarà il tale attacco?
Quali informazioni passava agli israeliani?” “Io non ero un membro di Hamas,
ma ero vicino al movimento. Se fossi stato membro a tutti gli effetti, non
avrei potuto compiere che un’unica missione. Dovevo restare esterno al
movimento, ma abbastanza vicino allo stesso per poter essere in grado di
risolvere diverse questioni. Sono figlio di questa cultura, di questa
religione, e comprendo la mentalità dei terroristi, ne conosco i nomi,
capisco quello che pensano; è in questo modo che abbiamo potuto avere i
diversi successi ottenuti”.

A questo punto Hannity fa la grande domanda che raramente si sente alla
televisione: “Pensava che il jihad fosse il gradino più in alto dell’islam?
La maggior parte delle persone della vostra fede sono d’accordo con questo?
E’ un’idea comune? Noi infatti continuiamo a fare la distinzione tra islam
radicale ed islam moderato”. “E’ proprio questo il grande sbaglio, risponde
Mossab. Non si può distinguere tra islam moderato e islam radicale…
secondo me tutti i musulmani si assomigliano. In fin dei conti essi credono
nel Dio del Corano, e credono che il Corano ci arrivi proprio da questo Dio.

Hannity insiste allora: “Vuole forse dire che per la maggior parte dei
musulmani il jihad è proprio quello che devono fare? E Mosab risponde: “Non
hanno scelta, dal momento che credono che il Corano sia stato dettato da Dio
parola per parola”.

Hannity: “Ma qualcuno parla di un islam moderato, e lei dice che questo non
esiste?” Mosab risponde: “Ma questo semplicemente non esiste; i musulmani
sono più morali, hanno più logica e sono più responsabili del loro stesso
Dio. Il peggior terrorista, il peggiore criminale dei musulmani è più morale
di questo Dio. Questo Dio è un terrorista ed un ignorante”.

Alla fine dell’intervista Hannity gli chiede in quali rapporti sia con suo
padre, e Mosab risponde che suo padre gli aveva perdonato il fatto di
lavorare per i servizi israeliani, ma che quando questo è diventato di
pubblico dominio non è più riuscito a reggere alle pressioni esercitate su
di lui da Dio e dalla società. “Il suo Dio gli ha strappato la sua umanità
ed ora ci ha separati”.

*(Informazione Corretta, 6 marzo 2010)

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Dal Corriere della Sera – Articolo di Ennio Caretta

Arrestata la prima jihadista americana
Una donna minuta di 46 anni dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che reclutava terroristi in Europa

WASHINGTON – È forse la prima jihadista americana, una donna minuta di 46 anni dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che reclutava terroristi in Europa e – si sospetta – era stata incaricata da Al Qaeda di assassinare il vignettista svedese Lars Vilks, l’autore delle sacrileghe effigi di Maometto del 2007. Il suo nome di guerra è «Jihad Jane», o anche «Fatima LaRose» quello vero Colleen Renee LaRose. La Procura di Filadelfia ha rivelato di averla arrestata lo scorso ottobre, al ritorno dalla Svezia dove era riuscita a rintracciare Vilks. In una sua email, ha precisato, Jihad Jane definì «un onore e piacere uccidere» il vignettista, aggiungendo: «Adesso che sono così vicina al bersaglio solo la morte mi fermerà».

QUINTA COLONNA – La rivelazione ha scosso l’America, che si è trovata con una quinta colonna nemica in casa. LaRose, che pesa meno di 50 chili ed è alta circa 1 metro e mezzo, avrebbe reclutato uomini e donne con passaporto americano o europeo per la Jihad islamica, muovendosi insospettata da un continente all’altro. Il Washington Post s’è impadronito di un’altra sua email del giugno 2008: «Voglio aiutare i musulmani», dice. Il giornale ha anche accertato che lo scorso agosto si recò in Svezia «per vivere e addestrarsi con una cellula jihadista», portando con sé il passaporto americano del compagno, identificato solo come K. G, da consegnare ai «fratelli» terroristi.

«MINACCIA GRAVE» – Jihad Jane ha trascorsi da balorda. Negli anni Ottanta fu ripetutamente arrestata per emissioni di assegni falsi e guida di un’automobile in stato di ubriachezza, si sposò e divorziò due volte. Ma per la Procura di Filadelfia «è una minaccia grave». Un funzionario, David Kris, ha spiegato che raccolse fondi per i terroristi islamici, e si disse pronta a sposarne uno per farlo entrare negli Stati Uniti. In una delle tante email, LaRose si sarebbe vantata di sapere mescolarsi tra la folla per passare inosservata, in un’altra avrebbe citato alcuni «fratelli» irlandesi (la polizia li ha arrestati martedì). Stando alla Procura, Jihad Jane fu subito incriminata, ma il caso fu tenuto segreto per consentire a Fbi e Cia di indagare sui suoi possibili legami con Al Qaeda e su altri jihadisti negli Stati Uniti.

SOSPETTI – Il suo avvocato, Mark Wilson, ha rifiutato qualsiasi commento. Secondo Kris il caso è indicativo di «come stia cambiando il volto del terrorismo». LaRose sembrava al di sopra di ogni sospetto, ha asserito, conduceva in apparenza un’esistenza normale in un sobborgo di Filadelfia, era una cittadina qualunque. La sua attività rimase nascosta per anni, incominciò al più tardi nel 2007.

Ennio Caretto
10 marzo 2010

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9/03/10 – Osservatorio sull’islam

martedì, 9 marzo 2010

9/03/10

Dal Sole – 24 ore Idee – Islam radicale

ISLAM RADICALE – SOCIOLOGIA DEGLI ATTORI / Il terrorista parte per la tangente
di Moisés Naím (Direttore di Foreign Policy)

Secondo voi, qual è la causa principale del terrorismo islamico? a) la povertà; b) l’ingiustizia; c) l’assenza di democrazia; d) la mancanza di fiducia; e) il conflitto israelo-palestinese; f) la religione; g) cause sconosciute.

La risposta esatta a questa domanda è tanto importante quando sorprendente. È importante perché fino a quando non saremo in grado di capire le cause del terrorismo islamico, sarà impossibile cercare soluzioni. Ed è sorprendente perché di fatto non si conosce molto sulle ragioni per cui una persona decide di suicidarsi uccidendo degli innocenti. Quindi, la risposta esatta alla domanda è la g): non si sa.

Se le cause del terrorismo fossero la povertà e la disuguaglianza, il mondo sarebbe pieno di terroristi brasiliani. E se la democrazia fosse un antidoto efficace, l’India, che è la più grande democrazia al mondo, dovrebbe subire meno attentati rispetto a dittature come la Cina o la Libia. Ma non è così. Le democrazie sono più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto lo siano i regimi autoritari. E se la causa fosse il conflitto tra israeliani e palestinesi, per quale motivo i terroristi suicidi in Afghanistan distruggono le scuole femminili, o alcuni sunniti in Iraq si trasformano in bombe umane che scoppiano in un mercato gremito di sciiti?

Neppure la religione sembra offrire una spiegazione convincente. Jessica Stern, ricercatrice ad Harvard, riferisce che il governo dell’Arabia Saudita ha interrogato migliaia di terroristi catturati sulle motivazioni del loro comportamento. Risulta che una schiacciante maggioranza non aveva ricevuto un’educazione religiosa approfondita, e che la sua conoscenza dell’islam era molto limitata. Il 25% dei partecipanti ai programmi di riabilitazione per terroristi in Arabia Saudita ha precedenti penali e solo il 5% aveva condotto in precedenza una vita religiosa attiva. La varietà e complessità tra i terroristi sono molto spiccate, come in qualsiasi altro gruppo umano. In genere, sono poche le notizie certe sulle origini dei terroristi e sul loro profilo psicologico. Tranne che molti di loro sono ingegneri.

È questa la sorprendente conclusione di un articolo pubblicato di recente dall’European Journal of Sociology, intitolato «Perché ci sono tanti ingegneri tra gli islamici radicali». Diego Gambetta e Steffen Hertog sottolineano che «tra gli islamici radicali violenti, gli ingegneri sono ampiamente rappresentati, tra le tre e quattro volte di più rispetto ad altri professionisti». Gli autori hanno studiato i precedenti di oltre 400 membri di gruppi violenti di radicali islamici in più di trenta paesi del vicino Oriente e dell’Africa. Gli studiosi confermano i risultati di ricerche precedenti in cui si affermava che i terroristi possiedono generalmente entrate più sostanziose e un’istruzione superiore rispetto alla media degli abitanti del paese, oltre al fatto che il 44% dei violenti era ingegnere o studente d’ingegneria.

Nei paesi di origine degli individui considerati, gli ingegneri scarseggiano: rappresentano appena il 3,5% della popolazione. Tuttavia, nei gruppi terroristici islamici costituiscono quasi la metà del totale. Nel campione analizzato, la seconda area universitaria più diffusa è quella degli studi islamici, seguita da medicina, scienze ed educazione, e ognuna di queste raggiunge tassi molto inferiori rispetto al 44% dell’area “ingegneria”. Inoltre, il 60% dei terroristi islamici nati e cresciuti nei paesi occidentali ha effettuato studi di ingegneria.

Come si spiega questo fenomeno? Gambetta e Hertog analizzano e respingono varie ipotesi, tra cui la possibilità che l’abilità degli ingegneri li porti a essere un bersaglio attraente per chi recluta terroristi, oppure che tutto ciò sia semplicemente un’anomalia della storia. I ricercatori sono giunti alla conclusione che le cause della presenza spropositata di questi professionisti siano dovute alla relazione della cosiddetta “mentalità” degli ingegneri con determinate condizioni socio-economiche prevalenti nei paesi islamici. Secondo questo studio, l’ingegneria attrae individui che preferiscono risposte chiare e modelli mentali che minimizzano l’ambiguità. Nelle università statunitensi, per esempio, la probabilità di essere allo stesso tempo religioso e conservatore è sette volte maggiore nelle scuole di ingegneria che in quelle di scienze sociali.

Gambetta e Hertog dimostrano che vi è una forte affinità tra la struttura mentale degli ingegneri e l’ideologia che promuove le azioni dei terroristi radicali islamici. Questa tendenza interagisce ed è potenziata dal fatto che gli ingegneri – intelligenti e ambiziosi in campo professionale – si scontrano e si radicalizzano nell’affrontare la stagnazione economica, la mancanza di opportunità per i giovani e la repressione politica abituale nei paesi islamici.
Le spiegazioni del fenomeno degli ingegneri terroristi sono controverse. Ciò che non è controverso è il fatto che tra i terroristi islamici vi siano molti ingegneri. Come pure il fatto che sui terroristi islamici si creino molti aneddoti, pregiudizi e generalizzazioni stereotipate, ma al contempo ci siano pochi dati scientificamente attendibili.

(Traduzione di Graziella Filipuzzi)

14 febbraio 2010

Su questo articolo il Commento di Marcus Prometheus

ISLAM RADICALE – SOCIOLOGIA DEGLI ATTORI / Il terrorista parte per la tangente
di Moisés Naím (Direttore di Foreign Policy)

Secondo voi, qual è la causa principale del terrorismo islamico? a) la povertà; b) l’ingiustizia; c) l’assenza di democrazia; d) la mancanza di fiducia; e) il conflitto israelo-palestinese; f) la religione; g) cause sconosciute.

La risposta esatta a questa domanda è tanto importante quando sorprendente. È importante perché fino a quando non saremo in grado di capire le cause del terrorismo islamico, sarà impossibile cercare soluzioni. Ed è sorprendente perché di fatto non si conosce molto sulle ragioni per cui una persona decide di suicidarsi uccidendo degli innocenti. Quindi, la risposta esatta alla domanda è la g): non si sa.

Marcus Prometheus:
Dissento. Per me la risposta e’ in modo chiaro la F , ovvero
la religione secondo l’interpretazione e la predicazione effettuata da quel vero e proprio nuovo culto della morte scismatico dell’islam che e’ il
TANATO – ISLAM JIHADISTA e TERRORISTA (da tanathos in greco = morte).

Se le cause del terrorismo fossero la povertà e la disuguaglianza, il mondo sarebbe pieno di terroristi brasiliani.

Marcus Prometheus:
Questo e’ corretto. Brasiliani, Filippini, Indiani, eccetera, invece costoro non fanno la jihad.

M. Naim:

E se la democrazia fosse un antidoto efficace, l’India, che è la più grande democrazia al mondo, dovrebbe subire meno attentati rispetto a dittature come la Cina o la Libia. Ma non è così. Le democrazie sono più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto lo siano i regimi autoritari.

Marcus Prometheus:
Mi sembra un ragionamento fallace parlare di quanti attentati subiscano.
Le Democrazie fanno meno attentati,

M. Naim:

E se la causa fosse il conflitto tra israeliani e palestinesi, per quale motivo i terroristi suicidi in Afghanistan distruggono le scuole femminili, o alcuni sunniti in Iraq si trasformano in bombe umane che scoppiano in un mercato gremito di sciiti?

Marcus Prometheus: Corretto.

M. Naim:

Neppure la religione sembra offrire una spiegazione convincente. Jessica Stern, ricercatrice ad Harvard, riferisce che il governo dell’Arabia Saudita ha interrogato migliaia di terroristi catturati sulle motivazioni del loro comportamento. Risulta che una schiacciante maggioranza non aveva ricevuto un’educazione religiosa approfondita, e che la sua conoscenza dell’islam era molto limitata.

Marcus Prometheus:
Non e’ la conoscenza della religione ma la fede in una certa interpretazione della religione che produce il tanato islamismo terrorista.
Quindi religione si’ come fede e fanatizzazione ed invece religione no, se intesa come conoscenza seppure delle interpretazioni conservatrici, che comunque non prevedevano il martirio suicida fino alle ondate di bambini iranaiani mandati a sminare in massa i campi minati iraqeni con l’esplosione dei loro corpi da Khomeini in persona.

M. Naim:
Il 25% dei partecipanti ai programmi di riabilitazione per terroristi in Arabia Saudita ha precedenti penali e solo il 5% aveva condotto in precedenza una vita religiosa attiva. La varietà e complessità tra i terroristi sono molto spiccate, come in qualsiasi altro gruppo umano. In genere, sono poche le notizie certe sulle origini dei terroristi e sul loro profilo psicologico. Tranne che molti di loro sono ingegneri.

Marcus Prometheus:

Sono neofiti neo convertiti alla nuova forma di islam il tanato-islamismo, e come tutti i neofiti o born again sono piu’ fanatici e piu’ fanatizzabili di chi acquisisce piu’ tranquillamente la fede dei padri.

M. Naim:
È questa la sorprendente conclusione di un articolo pubblicato di recente dall’European Journal of Sociology, intitolato «Perché ci sono tanti ingegneri tra gli islamici radicali». Diego Gambetta e Steffen Hertog sottolineano che «tra gli islamici radicali violenti, gli ingegneri sono ampiamente rappresentati, tra le tre e quattro volte di più rispetto ad altri professionisti». Gli autori hanno studiato i precedenti di oltre 400 membri di gruppi violenti di radicali islamici in più di trenta paesi del vicino Oriente e dell’Africa. Gli studiosi confermano i risultati di ricerche precedenti in cui si affermava che i terroristi possiedono generalmente entrate più sostanziose e un’istruzione superiore rispetto alla media degli abitanti del paese, oltre al fatto che il 44% dei violenti era ingegnere o studente d’ingegneria.

Nei paesi di origine degli individui considerati, gli ingegneri scarseggiano: rappresentano appena il 3,5% della popolazione. Tuttavia, nei gruppi terroristici islamici costituiscono quasi la metà del totale. Nel campione analizzato, la seconda area universitaria più diffusa è quella degli studi islamici, seguita da medicina, scienze ed educazione, e ognuna di queste raggiunge tassi molto inferiori rispetto al 44% dell’area “ingegneria”. Inoltre, il 60% dei terroristi islamici nati e cresciuti nei paesi occidentali ha effettuato studi di ingegneria.

Come si spiega questo fenomeno?

Marcus Prometheus:
Pari pari come il fenomeno dei ri-nati nel cristianesimo USA solo che la’ i pastori non li mandano a farsi esplodere ma dicono loro di smettere di bere e poco piu’.

M. Naim:

Gambetta e Hertog analizzano e respingono varie ipotesi, tra cui la possibilità che l’abilità degli ingegneri li porti a essere un bersaglio attraente per chi recluta terroristi, oppure che tutto ciò sia semplicemente un’anomalia della storia. I ricercatori sono giunti alla conclusione che le cause della presenza spropositata di questi professionisti siano dovute alla relazione della cosiddetta “mentalità” degli ingegneri con determinate condizioni socio-economiche prevalenti nei paesi islamici. Secondo questo studio, l’ingegneria attrae individui che preferiscono risposte chiare e modelli mentali che minimizzano l’ambiguità. Nelle università statunitensi, per esempio, la probabilità di essere allo stesso tempo religioso e conservatore è sette volte maggiore nelle scuole di ingegneria che in quelle di scienze sociali.

Gambetta e Hertog dimostrano che vi è una forte affinità tra la struttura mentale degli ingegneri e l’ideologia che promuove le azioni dei terroristi radicali islamici. Questa tendenza interagisce ed è potenziata dal fatto che gli ingegneri – intelligenti e ambiziosi in campo professionale – si scontrano e si radicalizzano nell’affrontare la stagnazione economica, la mancanza di opportunità per i giovani e la repressione politica abituale nei paesi islamici.
Le spiegazioni del fenomeno degli ingegneri terroristi sono controverse. Ciò che non è controverso è il fatto che tra i terroristi islamici vi siano molti ingegneri. Come pure il fatto che sui terroristi islamici si creino molti aneddoti, pregiudizi e generalizzazioni stereotipate, ma al contempo ci siano pochi dati scientificamente attendibili.

(Traduzione di Graziella Filipuzzi)

14 febbraio 2010

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9/03/10

Femministe e musulmane?

Sarah Di Nella

[4 Marzo 2010]

Carta in edicola dal 5 marzo dedica la copertina a un fenomeno sconosciuto ma
diffuso, quello del femminismo islamico.

Di questi tempi, le donne musulmane non godono esattamente di una buona
pubblicità in Italia, né del resto in alcun paese europeo. Mentre in Francia
si discute di identità nazionale, con gli scivoloni razzisti che
l’istituzione di un «ministero dell’immigrazione e dell’identità
nazionale» lasciava presagire con largo anticipo, in Italia comuni piccoli e
grandi scoprono una non meglio precisata «ispirazione cristiana della vita»,
tanto da escludere dall’asilo bambini le cui famiglie non vi si riconoscono.
È accaduto a Goito, un paese del mantovano, e sicuramente accadrà altrove.

Accade anche, però, che le edizioni Al Hikma pubblichino in Italia alcuni
libri di Asma Lamrabet, una delle esponenti di spicco di un movimento nato
vent’anni fa e che da allora non ha smesso di crescere: il femminismo
islamico: quasi un ossimoro, per i luoghi comuni correnti, a cui Carta dedica
la copertina del numero in edicola da venerdì 5 marzo. Si tratta di un
movimento complesso, che a volte fatica a riconoscersi in questa definizione ed
è animato da donne di fede musulmana. Un movimento globale, che riunisce donne
dei paesi arabo-musulmani, convertite europee e statunitensi, musulmane
africane e asiatiche, che hanno deciso di rileggere il Corano, smontando
versetto per versetto le letture patriarcali, misogine e maschiliste che per
secoli ne sono state date e rivendicando una giustizia di genere che –
affermano – non è affatto osteggiata dalla lettera dei testi sacri
dell’Islam, ma dalle letture storiche che ne sono state fatte.

Questo movimento, racconta Renata Pepicelli in «Femminismo islamico», un
saggio appena pubblicato da Carrocci – che usa internet per diffondersi e
connettersi, e che agisce su due piani: quello intellettuale e quello
dell’attivismo sociale. Mentre nel primo caso le donne si concentrano
sull’esegesi dei testi sacri, nel secondo si impegnano contro
l’analfabetismo, i matrimoni forzati o la discriminazione. Al centro
dell’azione delle femministe islamiche, in molti paesi, è il diritto di
famiglia, proprio perché è in quell’ambito che i diritti delle musulmane
vengono più calpestati. Anche se la battaglia dall’interno dell’islam
sarà ancora lunga e faticosa, perché sono per ora ben pochi gli uomini
convinti dalla rilettura dei testi, alcuni dei quali non esitano a dichiararsi
a loro volta «femministi islamici». Molti altri preferiscono continuare a
usufruire dei privilegi che la lettura tradizionale del Corano gli conferisce.

Per le musulmane occidentali, i temi principali sono invece l’accesso
condiviso da uomini e donne alla moschea, il diritto a indossare liberamente il
velo, o la lotta contro gli stereotipi razzisti.
In Italia, le associazioni di donne musulmane non hanno accolto le istanze di
quel movimento. Come spiega Patrizia Khadija del Monte, dell’European muslim
network, sono così occupate a difendersi dal governo, dalle istituzioni e dal
clima ostile che si respira nel paese, che hanno preferito affermare la propria
identità in modo piuttosto conservatore. La principale associazione di donne
musulmane, l’Admi [Associazione delle donne musulmane in Italia], aderisce
tuttavia all’European forum of muslim women, che si dà da fare perché le
donne possano svolgere un ruolo di primo piano nell’Islam.

Resta il nodo, affrontato su Carta da Lucia Sorbera, del Centro
interdipartimentale di ricerca e studi sulle politiche di genere
dell’Università di Padova, del rapporto – spesso conflittuale – di
questo movimento con gli altri femminismi. Sono molte le reticenze nei
confronti di chi propone la religione come orizzonte possibile di
emancipazione. Piano piano però questo filone di pensiero traccia la sua
strada. E sulla scia del Marocco, dove la mobilitazione delle femministe laiche
e poi di tutta la società, ha portato nel 2004 alla riforma del codice di
famiglia, molte lavorano per ottenere più diritti. È il caso di molti
collettivi, primo tra tutti quello delle Sisters in Islam malesiane, che hanno
lanciato una piattaforma per l’uguaglianza dei diritti, Musawah, alla quale
aderiscono una cinquantina di organizzazioni. Di sicuro, il femminismo –
laico o islamico che sia – sta smuovendo qualcosa in tutti gli Islam.

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7/03/10 – Osservatorio sull’ islam.

domenica, 7 marzo 2010

7/03/10

Geert Wilders alla Camera dei Lord di Londra
*Il Giornale informa, il Sole24Ore disinforma*

*Testata*:Il Giornale-Il Sole 24 Ore
*Autore*: Le Redazioni
*Titolo*: «Wilders: Islam e democrazia ? Incompatibili-La marea anti-Islam
invaderà l’Europa ?»

*Geert Wilders ha presentato il suo film “Fitna” (vedibile nell’archivio
video di IC) alla Camera dei Lord di Londra. Pubblichiamo la cronaca del
GIORNALE di oggi, 06/03/2010, seguita da una nostra critica al SOLE24ORE,
che grossolanamente disinforma i suoi lettori.*

*Il Giornale- “Wilders: Islam e democrazia ? Incompatibili “*

Geert Wilders non usa giri di parole. «L’Islam e la democrazia sono
incompatibili». Così il deputato olandese, leader del partito della Libertà
trionfatore nelle recenti elezioni locali, fa sentire la sua voce. E dalle
sale della Camera dei Lord di Londra, dove ieri ha presentato il film Fitna
su invito della baronessa Cox e del UK Independence Party, ha ribadito le
sue posizioni: «Più islamismo – ha detto Wilders dopo la proiezione -
significa perdita di libertà. E su questo punto vale la pena combattere».
Il controverso politico olandese, nella conferenza stampa successiva
all’incontro con deputati e pari del Regno, ha in realtà usato bastone e
carota. «Ai musulmani che restano dico: seguite le nostre leggi e sarete i
benvenuti». Anche se poi ha chiesto lo stop agli ingressi in Europa per i
cittadini delle nazioni dove vige la religione islamica. Quindi l’affondo
sul tema della libertà di parola: ha promesso che, se mai verrà eletto primo
ministro, cercherà d’introdurre in Olanda un emendamento che garantisca
l’espressione del libero pensiero: «La libertà di parola si applica in
particolar modo quando qualcuno dice qualcosa che non vogliamo sentire».
Tutto l’evento ruotava infatti intorno al tema della libertà d’espressione.
Lady Cox ha definito la visita di Wilders come una vittoria del libero
pensiero. «In questo Paese – ha detto – crediamo profondamente nella libertà
di parola. Non è necessario condividere ma è importante poter avere un
dibattito che sia responsabile e condotto secondo regole democratiche». Lo
scorso febbraio questo dibattito fu troncato sul nascere quanto Wilders
venne dichiarato dall’allora ministro dell’Interno britannico Jacqui Smith
«persona non grata». Il politico venne fermato al suo arrivo a Heathrow e
rispedito in Olanda dopo tre ore. All’epoca la Smith disse che la presenza
del politico olandese avrebbe «messo in pericolo l’armonia delle comunità
locali e quindi minacciato l’ordine pubblico». Wilders è noto per le sue
posizioni «poco concilianti» ed è considerato l’erede di Pym Fortuyn, il
politico olandese assassinato per aver denunciato i pericoli
dell’islamizzazione del suo Paese. Il provvedimento contro Wilders è stato
però ritirato lo scorso ottobre. E ieri ad attenderlo davanti al palazzo di
Westminster c’erano due manifestazioni contrapposte: da una parte centinaia
di membri del movimento xenofobo English Defence League, fasciati nella
croce di San Giorgio, la bandiera dell’Inghilterra; dall’altra qualche
dozzina di sostenitori di Unite Against Fascism. In mezzo un folto cordone
di polizia, per evitare disordini. Quasi nelle stesse ore ad Almere,
Amenacher El Ossein, l’imam della moschea locale, ha parlato ai fedeli
musulmani per la prima volta dopo il voto che ha destato tanto scalpore. Lì,
a trenta chilometri ad est di Amsterdam, il Partito della libertà (Pvv), la
formazione di Geert Wilders, si è imposto come prima forza politica locale,
con il 21,6% dei voti, 9 seggi su 39. Dopo questo scrutinio «choc» El
Ossein, di origine marocchina, nella consueta preghiera del venerdì ha usato
parole di apertura. «Apriamo i nostri cuori» ha spiegato poi El Ossain
all’agenzia Ansa. «Ieri, oggi e domani, non smetterò mai di ripetere che
dobbiamo aprire i nostri cuori al prossimo». Per lui, al di là dei risultati
elettorali, sui quali non vuole intervenire direttamente («ognuno è libero
di votare per chi vuole, questo è il bello della democrazia», dice l’imam) è
proprio questa la ricetta migliore per rispondere all’ostilità.
«Rinchiuderci in noi stessi sarebbe drammatico», spiega l’imam.
Duro invece nei confronti di Wilders è l’amministratore della moschea,
Boujemaa Motia, che dice di aver invitato più volte il leader di
ultradestra. «Così, tanto per avere uno scambio, un dialogo, nel tentativo
di migliorare insieme la nostra società» spiega Motia. Ma sostiene che «la
risposta è sempre stata no». E di fronte al successo di Wilders il
responsabile della moschea vuole sottolineare invece che «circa l’80% dei
cittadini ha votato per altri partiti».

*Il Sole 24 Ore- “La marea anti-Islam invaderà l’Europa ? “*

*Che il quotidiano della Confindustria sia Wilders-ostile non è una novità.
Basta vedere quale immagine ha scelto per illustrare il servizio. Sul suo
discorso alla Camera dei Lord a Londra neanche una parola. Si chiama censura
? Seguono le opinioni di tre intervistati, la prima di Daniele Atzori, della
Fondazione Eni, tutt’altro che negativa su Geert Wilers, ma titolata
“Rischio contagio in Danimarca e GB “, seguono due trombettieri dell’islam
italico, Younis Tewfik e Farian Sabahi, che, da bravi trombettieri, ripetono
la vulgata pro-islam.
In sostanza, un pessimo servizio che non rende un buon servizio alla
correttezza nell’informazione.
Ecco la presentazione, a firma M.L.C.*

L o chiamano Mozart, ma con la musica e la bellezza non ha nulla a che
vedere. Geert Wilders guida il partito xenofobo olandese Pvv ed è stato il
protagonista delle elezioni amministrative. Il Pvv, con il 21% dei voti, è
il primo partito di Almere, dove vivono 200mila persone, per un terzo
immigrati di 130 nazionalità. All’Aia il Pvv si è piazzato secondo con il
18% dei voti. L’ascesa del Partito della libertà, fondato nel 2006, non si
arresta: nel 2009 alle Europee il Pvv aveva conquistato il secondo posto in
Olanda e ottenuto quattro seggi all’Europarlamento.
Wilders, che si sente un discriminato, canta vittoria: «Quello che è stato
possibile all’Aia e ad Almere lo è in tutto il paese. Toglieremo l’Olanda
all’élite di sinistra che coccola i criminali e appoggia l’islamizzazione ».
Il successo dell’anti-islamismo del partito olandese contagerà l’Europa?
M.L.C.
Leader. Geert Wilders, 46 anni, contestato ieri a Londra. Nel 2006 ha
fondato il Pv

Daniele Atzori
Fondazione Eni Enrico Mattei
Rischio contagio in Danimarca e GB
Il partito di Wilders non è un tradizionale movimento di destra, non ha
tratti da destra statalista, è filoisraeliano e filoamericano, con un’agenda
neoliberista. Il tratto distintivo è l’ostilità verso l’islam, più che verso
gli immigrati in generale. Ora il rischio è che il partito venga emulato,
soprattutto in Danimarca e nel Regno Unito: Wilders, infatti, ha avuto
contatti con il Danish People’s Party (Df)e l’United Kingdom Independence
Party (Ukip).

Younis Tawfik
Università di Genova
La Lega cavalcherà le paure della piazza
Fino al 1992, l’Olanda ha accolto rifugiati da ogni dove: molti dall’Iraq ai
quali ha concesso sussidi. Poi, tra alta concentrazione di immigrati, crisi
e delinquenza, il clima è precipitato, nonostante ogni città olandese abbia
due-tre moschee. Il successo della destra olandese avrà forti ripercussioni
in Europa: crescerà l’odio verso l’islam.In Italia potrebbe verificarsi un
fenomeno simile: la Lega viaggia sull’umore della piazza, che oggi, più
chemai, hafobia dell’islam e del terrorismo.

Farian Sabahi
Università di Torino
Sedotte anche le seconde generazioni di musulmani
Wilders ama le provocazioni, ma le provocazioni sono pericolose. A febbraio
2009 il ministero degli Interni britannico gli aveva vietato l’ingresso nel
paese. I partiti xenofobi non sono prerogativa dell’Olanda. In Italia gli
xenofobi non mancano. A votare Lega sono gli italiani e le seconde
generazioni di musulmani: giovani che godono di un certo benessere e si
sentono minacciati dalla presenza dei nuovi immigrati (poveri). Temono che
la gente li accomuni ai nuovi arrivati.

Ecco Roberto Giardina, il primo eroe eurabico
*Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli*

*Testata*: Informazione Corretta
*Data*: 06 marzo 2010
*Pagina*: 1
*Autore*: Ugo Volli
*Titolo*: «Ecco Roberto Giardina, il primo eroe eurabico»

*Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli*

*” Ecco Roberto Giardina, il primo eroe eurabico “*

*Roberto Giardina*

Cari amici, che cos’è l’eroismo? Io penso che sia andare oltre i propri
limiti, superare le convenzioni, le regole comuni, le abitudini
professionali, tutto, in nome di un ideale. Siete d’accordo? Dunque oggi vi
voglio presentare un eroe del giornalismo, che nel nome dell’ideale di
Eurabia non ha paura a abbandonare tutti i limiti della sua professione.
L’eroe si chiama Roberto Giardina e ha pubblicato ieri su un paio di
giornali provinciali (Nazione, Carlino, Il Giorno) che di solito non sono
recensiti su IC un pezzo che va tanto al di là del normale giornalismo da
meritare senza dubbioun premio per il carattere eroico.

Già il titolo è straordinario: “Quel fan di Hitler che seduce l’Olanda
tradita dai partiti” Il fan di Hitler sarebbe Geert Wilders, che è
sottoposto a processo per aver paragonato il Corano a Mein Kampf e quindi
con ogni evidenza considera Hitler il paradigma del male; lo capirebbe anche
un bambino, ma per un eroe questo non conta.

Ho deciso di cedere tutta la cartolina a questo eroe di Eurabia, perché
oltre a essere eroico è anche troppo divertente:

” Riconquisteremo la nostra Olanda, che la sinistra ha regalato ai
musulmani». Con questo slogan, semplice quanto brutale, Geert Wilders, il
leader dell’estrema destra si è imposto alle elezioni comunali, test per il
voto nazionale di giugno. Come previsto, il suo successo rischia di rendere
ingovernabile il paese. Non si potrà formare una coalizione stabile con il
suo Pvv, ovviamente il partito della libertà, e neanche senza. All’Aja è la
seconda forza, a livello nazionale è risalito dalla quinta posizione alla
terza, superato per un incollatura dai laburisti. Nessuno chiede a Geert, 47
anni, dall’aria pasciuta, sempre in giacca e cravatta (verde come
Calderoli), che cosa mai farebbe della patria sua dopo la riconquista. Ma
queste non sono domande da porre ai populisti, che amano annunciare
l’apocalisse, e non sanno risolvere i problemi quotidiani. Perché invece un
paese che era un simbolo delle libertà democratiche, della tolleranza, e
della convivenza, si fa sedurre dalle parole di un Wilders? E l’Europa
rischia di seguire gli olandesi? La tentazione di ricorrere al professor
Freud è forte. La madre del patriottico e ariano Geert è un indiana di
Giava. I suoi capelli biondi alla Marilyn sarebbero di natura corvini e
lisci. il padre l’ha allevato nell’odio della vicina Germania nazista, e lui
si vanta di avere molti ebrei in famiglia. Però si ispira al Meim Kampf di
Adolf Hitler. E nella Vienna che respinse il giovane Adolf a pronunciare
slogan razzisti, era Jorg Haider, a cui piacevano sembra i bei giovani.
Anche questo sarebbe non insolito tra i superuomini ariani. Scomparso Jorg,
non sono svaniti i suoi seguaci.” Eccetera eccetera.

Avete mai visto un’insalata del genere? Un nemico del nazismo e amico di
Israele, che definisce l’Europa per le sue libertà tradizionali definito fan
di Hitler e accostato senza ragione a Heider; di quest’ultimo, fra le molte
ragioni di parlarne male, si sceglie l’unica che è sbagliata, cioè
l’orientamento sessuale; del programma di Wilders non si dice nulla, ma
della sua famiglia sì e naturalmente non manca un bell’accenno razziale.
Insomma un esempio di onestà intellettuale e di informazione completa e
onesta assolutamente eccezionale. Eroica. Merita certamente un premio. Ma
quale? Chi consigliava di “mentire, mentire, continuare a mentire, perché
qualcosa resterà”? Il dottor Goebbels, credo. Uno che di giornalismo e
comunicazione se ne intendeva Ecco, il premio Eurabia potremmo dedicarlo a
suo nome.

Ugo Volli

Souad Sbai avvelenata, 2a puntata, a chi interessa ?
*La cronaca di Andrea Morigi*

*Testata*: Libero
*Data*: 06 marzo 2010
*Pagina*: 16
*Autore*: Andrea Morigi
*Titolo*: «Veleno all’islamica buona, l’attentato all’onorevole Sbai
ignorato dai colleghi-E’ la tecnica di Al Qaeda per far fuori i nemici»

*Su LIBERO di oggi, 06/03/2010, a pag.16, continua l’inchiesta di Andrea
Morigi sul tentativo di uccidere l’On. Souad Sbai (PdL) per avvelenamento.
Una notizia che dovrebbe essere su tutti i giornali, invece no, interesse
zero. Il cammino verso Eurabia si fa sempre più breve.
Ecco i due pezzi:*

*Veleno all’islamica buona, l’attentato all’onorevole Sbai ignorato dai
colleghi*

*Souad Sbai Andrea Morigi*

L’avvelenamento di Souad Sbai paralizza la politica. Anche se la
parlamentare italo-marocchina del PdL conferma ad Aki-Adnkronos
International la notizia anticipata ieri in esclusiva da Libero «circa un
tentativo di avvelenamento da me subito», tutto quel che si nota dai palazzi
è l’assenza di messaggi di solidarietà, almeno in pubblico. Tranne Enzo
Bianco, che si dichiara «molto preoccupato» per «una parlamentare
coraggiosa, una donna che ha dimostrato, con le sue battaglie, come sia
possibile un dialogo ed un approccio diverso verso l’islam, nessun altro si
esprime. Bianco, leader dei Liberal Pd, si augura «che le autorità
competenti mettano in atto ogni azione possibile per individuare e punire i
responsabili, perché un gesto gravissimo come questo non si debba più
ripetere». Tace il governo. Silenzio assordante anche dalla Camera dei
Deputati, di cui la Sbai è membro. Lei stessa preferisce non aggiungere
altro «in attesa dell’esito delle indagini», anche perché «dispiaciuta per
il fatto che sia uscita la notizia». Si dichiara «comunque fiduciosa nella
giustizia e nel lavoro delle forze dell’ordine». Qualche particolare in più
lo rivela al sito stranieriinitalia.it, parlando di «sostanze insapori e
inodori, già utilizzate in passato dagli integralisti pakistani». È un
riferimento preciso, concreto. Non a lontane cronache orientali, quanto
all’Italia dell’immigrazione. Nel 2003 – lo aveva rivelato sempre Libero -
Sobia Noreen, 15enne pakistana residente a Palidano, in provincia di
Mantova, era rimasta vittima di un avvelenamento dovuto a «frammenti
granulosi, cristallizzati, verde smeraldo di origine vegetale», come aveva
accertato l’autopsia un anno più tardi. Era rimasta incinta e i genitori le
avevano somministrato quella sostanza per ucciderla e vendicare così la
lesione dell’onore. In quel caso, si trattava di momordica charantia,
estratto di una pianta selvatica comune nei Paesi asiatici e in Africa. E
anche i «caustici» ingeriti da Souad Sbai, secondo gli specialisti
potrebbero provenire da quelle latitudini. È pur sempre una traccia, dalla
quale gli investigatori potrebbero risalire all’importatore e all’acquirente
finale. All’interno del mondo islamico, scosso dalla notizia, si guardano
bene dal parlarne. Si cerca di sapere di più. Chi è stato, come, quando le
hanno offerto quel cous cous mortale? Si teme possa accadere ancora. Chi ha
preparato quel composto è ancora libero di agire e, se non era solo, anche i
suoi complici sono in circolazione. La prudenza, anche quella delle
istituzioni, è più che mai d’obbligo. Soprattutto dopo l’allarme lanciato,
solo pochi giorni fa, dal Dipartimento per le Informazioni per la Sicurezza
sul rischio che aspiranti terroristi di Al Qaeda, impossibilitati a
raggiungere i teatri di crisi, possano decidere di colpire anche personalità
istituzionali o personaggi noti accusati di essere “nemici dell’islam”.

*E’ la tecnica di Al Qaeda per far fuori i nemici*

Tutte le ricette letali per avvelenare i nemici di Allah sono raccolte in un
manuale di Al Qaeda, sequestrato nel 2000 a Manchester. Si varia dagli
estratti tossici vegetali, dai semi di ricino all’abrus precatorius fino
all’estratto di cicuta e all’olio della pianta del Tani, ma in mancanza di
sostanze naturali si può ricorrere a composti alcalini altrettanto efficaci,
da ricavare dal tabacco e dai germogli di patate. Si spiegano le modalità di
preparazione, fornendo anche alcuni consigli su come esporre gli “infedeli”
ai loro effetti, senza lasciare traccia. Libero ne aveva pubblicati ampi
stralci il 16 settembre 2001, pochi giorni dopo gli attentati alle Torri
Gemelle e al Pentagono, allo scopo di documentare gli esiti dell’ideologia
fondamentalista islamica. Da lì a poco, nel febbraio del 2002, era stato
scoperto un piano per avvelenare l’acquedotto di Roma con il ferricianuro.
Dei quindici immigrati musulmani accusati di voler portare a termine
l’attentato, diretto in particolare contro l’ambasciata degli Stati Uniti,
soltanto uno sarà condannato per ricettazione. Ma i dubbi sollevati
dall’indagine rimangono. Non si è riusciti a risalire ai veri protagonisti
della vicenda, le cui voci sono state catturate dalle intercettazioni
ambientali nella pseudo-moschea Al-Harmini di via Gioberti, al rione
Esquilino. Così la tesi dell’accusa crolla. Rimangono le registrazioni che
riportano conversazioni in cui si parla di armi, bombe, strage e assassinio.
Ed effettivamente un pacco di ferricianuro è stato sequestrato, cosìcome le
mappe di condutture idriche e l’orario delle preghiere stampato nella
pseudo-moschea di Centocelle, sempre nella Capitale. Sembra essersi arenata
anche l’inchiesta più recente, che alla fine del febbraio scorso ha portato
all’arresto di cinque militari musulmani statunitensi nella base di Fort
Jackson, nella Carolina del Sud. Sospettati in un primo tempo di aver
progettato di uccidere tutto il personale della struttura avvelenando la
mensa, sono stati “separati” amministrativamente dall’Esercito Usa. Avevano
soltanto espresso delle minacce, senza mettere in atto il loro piano.
Comunque, li hanno congedati e le autorità giudiziarie militari continuano a
cercare sui loro computer. Ma, dopo la strage di Fort Hood del 5 novembre
2009, quando un militare musulmano uccise 13 persone e ne ferì 30, il
livello di attenzione è particolarmente elevato. E, a quanto pare, la
minaccia non è limitata all’America.

6/03/10 – Hanno tentato di avvelenare Souad Sbai

sabato, 6 marzo 2010

*La cronaca di Andrea Morigi*

*Testata*: Libero
*Data*: 05 marzo 2010
*Pagina*: 15
*Autore*: Andrea Morigi
*Titolo*: «Combatte l’islam fanatico, veleno alla deputata»

*Su LIBERO di oggi, 05/03/2010, a pag.15, con il titolo ” Combatte l’islam fanatico, veleno alla deputata” Andrea Morigi racconta il tentativo, per fortuna fallito di eliminare Suoad Sbai, deputata del Pdl al Parlamento.
Ecco il pezzo:*

*Souad Sbai*
*Hanno avvelenato Souad Sbai. Sta in piedi per miracolo, la parlamentare marocchina del PdL, dopo un’operazione chirurgica che le ha sistemato provvisoriamente i danni all’esofago.* Ma ne dovrà subire almeno un’altra, e intanto da mesi si alimenta come riesce con yogurt, pappine, miele e gelato. Ma talvolta il suo stomaco non riesce a reggere nemmeno un bicchiere d’acqua. Ha perso il sonno ed è calata di quattordici chili. In attesa di tornare sotto i ferri, rischia la vita per aver mangiato un solo cucchiaino di cous cous, mischiato a una sostanza di cui nonsi era accorta. Glieloavevaofferto – spiega in una denuncia presentata il 15 febbraio scorso al comando provinciale dei Carabinieri di Roma – una ragazza «frequentatrice della moschea di Roma Centocelle» nei locali del centro culturale che ha fondato lei stessa, intitolato al filosofo Averroè. «Mi accorsi che era insolitamente molto piccante», ma non poteva certo immaginare che se avesse consumato tutto quel cibo, preparato appositamente per ucciderla, sarebbe
morta stecchita. E probabilmente nemmeno l’autopsia avrebbe rivelato la causa violenta del decesso. L’ha salvata un sms provvidenziale, richiamandola a Montecitorio, per una votazione in Aula che poi era stata
annullata. Intanto, il veleno agisce. «Due ore e mezza dopo aver mangiato il cous cous, ho accusato un forte dolore allo stomaco, sono andata in bagno e, viste le mie condizioni, decidevo di andare presso l’infermeria dove, per circa due ore, ho avuto conati di vomito, tachicardia e sudorazione». Rigetta tutto, o quasi. E forse per questo se la cava, per il momento. Iniezioni e flebo non aiutano. Perciò «venivo trasportata d’urgenza presso l’ospe – dale Gemelli dove sono rimasta per circa quattro giorni in stato di ricovero». Viene dimessa, ma senza una diagnosi precisa. Si elencano i sintomi, non la loro causa. Non migliorano però le sue condizioni. Non mangia, soffre e nessuno capisce perché. Gli esami e una quarantina di specialisti consultati non arrivano a capo di nulla finché decide di andare all’estero. Le hanno segnalato il professor Kevin M. Cahill, di New York, che la visita il 5 gennaio scorso poi le rilascia un certificato, ora
allegato alla denuncia, in cui scrive che «l’improvviso verificarsi di una restrizione esofagea può essere dovuto al deliberato (o accidentale) avvelenamento con un numero di forti composti acidi o basici». Si è
consultato anche con il dottor Lewis R. Goldfrank, direttore del Centro Veleni di New York, secondo ilquale«i cristalli di acido solforico, idrossido di sodio o acido idrocloridrico possono essere ingeriti con il
cibo senza causare lesioni orali o laringeali, ma sviluppano restrizioni esofagee o gastriche o anche perforazioni». Non è l’unico caso: la letteratura scientifica ne conosce già in Nigeria. Ma non c’è bisogno di
andare così lontano. È sufficiente dare un’occhiata alle radiografie di Souad Sbai per verificare un decorso clinico identico. Fino al novembre scorso, non compare nessun segno di degenerazione. Poi, l’esofago inizia ad assottigliarsi sempre più, fino a rendere urgente il ricovero E induce a presentare la denuncia, prima di andare in sala operatoria, a futura memoria. «Sarebbe stato meglio essere colpiti da una pallottola», dice la
Sbai a Libero, «ma forse hanno cambiato tattica. Oppure portano avanti contro i singoli individui il piano di chi voleva avvelenare l’acquedotto romano». Con lei non ci sono riusciti. E ora qualcuno dovrà pure assumersi la responsabilità di un tentato omicidio che sembratolto direttamente da una congiura di palazzo ottomana. Alla procura di Roma, c’è già un fascicolo aperto sul caso, che attende un esito. Lei intanto non si arrende: *«Mollerò solo da morta. È questo il prezzochesi paga a lottare contro il fondamentalismo islamico e a difendere i diritti delle donne immigrate * », spiega facendo riferimentoalle battaglie politiche e civili che l’hanno già messa *nel mirino dei salafiti che sono in Italia*. I segnali sono ancora sul web, con video che la bollano come nemica dell’islam. E qualche mese fa, la stessa deputata aveva denunciato un’intrusione nel suo condominio. L’hanno colpita ma non affondata e ora è peggio per quelli che accusa di essere «musulmani soltanto a parole, ma di islamico hanno solo la parte malvagia, senza scrupoli, che fa tagliare le teste. *Bisogna combatterli di più*, proprio per questo».

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Marcus Prometheus:

Gli assassini ed avvelenatori della democrazia sono fra noi.
La Laicita’ e la civilta’ democratica sono sotto attacco: ovunque in
Europa. Ci vogliono sottomettere e dhimmizzare
Suad Sbai deputata mussulmana laica al Parlamento italiano avvelenata dagli
islamisti salafiti in jihad contro l’Italia e contro i moderati.
L’islamismo colpisce per primi i mussulmani moderati, ma l’islamismo
avvelena anche te ed il tuo mondo, digli di smettere

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06.03.2010

Finalmente Bat Ye’or sul Corriere.
*Ma le viene attribuita un’opinione su Wilders che stravolge il suo
pensiero*

*Testata*: Corriere della Sera
*Data*: 06 marzo 2010
*Pagina*: 55
*Autore*: Maria Antonietta Calabrò
*Titolo*: «L’Europa è sottomessa all’islam»
<http://www.informazionecorretta.com/zoom.php?w=33664&t=N>

*Basta avere pazienza, poi l’olio buono viene galla, diceva qualcuno. Ci
auguriamo che la pagina dedicata a Bat Ye’or oggi, 06/03/2010, dal CORRIERE
della SERA, con una intervista di Maria Antonietta Calabrò, possa farla
conoscere a un pubblico il più vasto possibile. Accurato il titolo ”
L’Europa è sottomessa all’islam”. Solo una domanda, e un invito ai nostri
lettori di porla al CORRIERE della SERA, perchè evidenziare all’interno
della pagina una frase non contenuta nel testo ? Eccola ” le emergenze: …
l’ultima ondata xenofoba in Olanda”. Conoscendo bene Bat Ye’or, non può
averla pronunciata, infatti non compare nell’intervista. L’opinione di Bat
Ye’or su Geert Wilders l’opposto di quella che le viene attribuita. Una
grave scorrettezza, in un pezzo che non lo merita.
Ecco l’articolo:*

*I libri di Bat Ye’or sono pubblicati in italiano da LINDAU*

Il Medio Oriente si sta svuotando di cristiani. E l’Europa si sta riempiendo
di musulmani. Altri cinquanta milioni sono attesi, secondo le stime
ufficiali della Commissione europea, entro cinquant’anni, nel 2060, per
«rimpiazzare» il 15 per cento della popolazione europea lavoratrice, ormai
invecchiata. Ciò avverrà attraverso al Hijra, il concetto islamico di
migrazione.
In un senso o nell’altro, in Oriente e in Occidente, il cristianesimo deve
fronteggiare il suo declino, mentre l’islam procede nella sua avanzata. «Le
Monde Diplomatique» di qualche settimana fa ha affrontato in un ampio saggio
di Patrick Haenni e Samir Amghar il tema dell’«islam conquistatore, un mito
che ritorna». La scorsa estate «Newsweek» ha dedicato la copertina al
concetto di «Eurabia», negandolo, sull’onda dell’ottimismo generato dalla
nuova politica di Obama nei confronti dei musulmani. Ma il fallito attentato
contro i «crociati» che avrebbe dovuto far saltare in aria un aereo,
decollato dall’Europa e diretto negli Usa, proprio il giorno di Natale, ha
smorzato gli entusiasmi e riproposto domande e interrogativi. E così pure
gli omicidi dei cristiani in Medio Oriente e in Africa (che sono ormai
cronaca quotidiana) e le polemiche sui minareti e sul velo in Svizzera e
Francia, per non parlare dell’avanzata xenofoba in Olanda, notizia proprio
di ieri.

Bat Ye’or è la studiosa dell’islam cui si deve l’elaborazione del concetto
di «Eurabia», reso celebre in Italia dagli scritti di Oriana Fallaci. È
l’islam- sostiene – la causa del declino del cristianesimo, a cominciare dal
Medio Oriente. Poi lancia un appello – nel corso di questa intervista- a
cristiani ed ebrei a non lottare l’uno contro l’altro, facendo così il gioco
jiadista.

*Perché i cristiani sono sempre meno in Medio Oriente? *

«Il declino della popolazione cristiana e ebrea indigena è la conseguenza di
molti fattori. I principali mi sembrano la totale espropriazione dei vinti e
l’islamizzazione delle loro terre conquistate dalla jihad, in conformità ai
dettami della sharia; la conversione forzata; imassacri nelle campagne e
nelle città, la schiavitù; la deportazione in massa, lo sfruttamento
fiscale, la disumanizzazione, la vulnerabilità. Ma anche le costanti guerre
tribale fra musulmani come accade oggi in Iraq. Ho definito l’insieme di
questi fattori legati alla politica musulmana verso i non-musulmani con la
parola dhimmitudine. Questo concetto rappresenta una condizione religiosa e
legale iscritta nella legge della jihad valida anche oggi. La pirateria
aerea e marittima, il rapimento di ostaggi, le minacce terroriste sono nella
tradizione di ben 13 secoli di jihad, da quando cioè i cristiani e gli ebrei
europei erano costantemente vittime sulle coste del Mediterraneo di
aggressione, assassini o cattura per i mercati di schiavi. La jihad
costituisce un’ideologia che unisce religione, legge e politica. Regola ogni
comportamento dei musulmani con i non-musulmani, sia in tempo di guerra, di
tregua o di sottomissione (appunto dhimmitudine) ».

*Qual è la differenza tra la jihad islamica e l’estremismo e la violenza in
altre religioni, compresa quella praticata nel corso della storia dai
cristiani?*

«La jihad contro gli infedeli è una guerra permanente che può essere
combattuta con mezzi militari o pacifici: proselitismo, propaganda,
corruzione. Tuttavia la tregua deve sempre essere uno stato di non-guerra, e
mai di vera pace. Ne è un esempio il terrorismo internazionale che oggi
impone all’Occidente uno stato di paura constante e la disorganizzazione
della vita normale. Il mondo, per l’islam, si divide infatti in dar al-islam
e dar al-harb » . Che cosa significa? «I territori del dar al-islam sono
quelli retti dalla legge islamica, mentre i non-musulmani sono gli harbi,
ossia i “cittadini del dar al-harb” o “territorio della guerra”, designato
in tal modo perché è destinato a passare sotto la giurisdizione islamica o
con la guerra ( harb), o attraverso la conversione dei suoi abitanti. C’è
un’altra possibilità: il territorio è lasciato in una pace relativa a
condizione che l’islam si possa sviluppare. La pace è raggiunta solo con la
sottomissione o la conversione. Le altre religioni non hanno questa visione
imperialistica» .

*L’opinione pubblica vede la jihad come una versione musulmana delle
crociate cristiane. È così? *

«In realtà la jihad e le crociate sono ideologie radicalmente differenti,
persino opposte, emergenti da due visioni del mondo. La guerra c’è in ogni
società, ma non ha il carattere di un obbligo eterno, condotto secondo leggi
teologiche rigide e immodificabili considerate parola di Dio. Guerra,
crudeltà e violenza esistono in ogni società ma possono essere criticate e
respinte come sbagliate proprio in base ai vari credo religiosi. Non così la
jihad» .

«Gli ebrei sono isolati in un’Europa culturalmente e politicamente
palestinizzata, che sostiene l’ideologia jihadista contro Israele, e fa
rivivere l’alleanza nazi-palestinese tra Hitler e il Gran Mufti di
Gerusalemme. Purtroppo immagino che in futuro ebrei e cristiani si
combatteranno perché entrambi saranno strumentalizzati dalle forze jihadiste
che li manipolano per distruggerli entrambi. Ciò significherà la fine della
nostra civiltà, faciliterà l’islamizzazione dell’Europa e favorirà gli eredi
spirituali delle ideologie totalitarie opposte alla libertà e alla dignità
umana. Si rallegreranno gli antisemiti che odiano la Chiesa a causa delle
sue radici giudaiche e che lavorano per islamizzarla e raggiungere, non
sembri eccessivo, lo scopo del Terzo Reich» .

*Quale deve essere la posizione della Chiesa a suo giudizio?
*
«Vedo la relazione della Chiesa con Israele centrale per la sua stessa
spiritualità: la Chiesa deve decidere se è fondata su valori biblici o
coranici. È una scelta politica difficile quando le scimitarre islamiche
pesano sulle teste cristiane. La domanda è quanto a lungo i cristiani
possono permettere la demonizzazione di Israele e che si invochi la sua
distruzione senza essere loro stessi distrutti dal vero nemico che
supportano. Quanto più i cristiani negano la jihad e la dhimmitudine, tanto
più la cristianità sarà dominata. Benedetto XVI in modo molto mite e
diplomatico ha cercato di alludere a questa lunga storia di agonia
cristiana, che l’islam nega, nel suo discorso di Ratisbona, a un livello
altamente filosofico e storico».

5/03/10 – Osservatorio sull’islam

venerdì, 5 marzo 2010

Egitto: velo vietato nei locali pubblici

di Matteo Buffolo

Bar e ristoranti non ammettono più le clienti coperte: “È arcaico e simbolo dei ceti bassi. E rovina anche gli affari”. E ora c’è chi prevede una norma che istituisca un bando più ampio e diffuso

Ora anche in Egitto c’è chi pensa di dire no al burqa. Nel paese nord-africano, dove il 90% della popolazione è musulmana, molti locali, specialmente al Cairo, hanno deciso di vietare l’ingresso alle donne velate. Il motivo è semplice: principalmente economico. I proprietari di bar e ristoranti della capitale sarebbero preoccupati che un indumento considerato da molti «arcaico» e simbolico «dell’appartenenza ai segmenti sociali più bassi» non crei l’atmosfera necessaria a realizzare un buon incasso e c’è già chi mormora di locali divisi in due, come avviene in Italia per i fumatori: una zona hijiab per le donne velate e una non hijab dove il velo sarebbe vietato. Poi c’è il risvolto sociale. Da quando c’è stata la polemica sul velo all’università, la questione è sempre rimasta all’ordine del giorno. E in Egitto aumenta la fetta di popolazione che vorrebbe un bando più ampio che riguardi anche gli uffici pubblici.
Già nel 2006, Farouk Hosni, il ministro della Cultura e pittore famoso per le sue uscite contro Israele, ha protestato duramente contro il burqa in un’intervista telefonica. «Abbiamo conosciuto un’epoca – ha detto – in cui le nostre madri frequentavano le università e i luoghi di lavoro senza essere velate. È in questo spirito che siamo cresciuti. Perché dunque oggi vi è questo ritorno al passato?». Affermazioni non di poco conto, in un paese dove i Fratelli musulmani sono una delle organizzazioni più importanti. E se Hosni, grazie all’intervento della First lady Suzanne Mubarak non dovette dimettersi, come i Fratelli musulmani avevano richiesto, ha comunque dovuto precisare di «non vietare a nessuno di portarlo».
Le sue parole non sono comunque cadute nel vuoto e hanno trovato sponde, sia governative che istituzionali. «Mi rifiuto di nominare delle consigliere (delle moschee, ndr) che indossino il burqa – ha tuonato appena qualche mese dopo Hamdi Zaqzuq, ministro per i Beni religiosi – perché ciò incoraggerebbe la diffusione della sua cultura: il velo integrale è un costume e non ha niente a che vedere con la religione». Un’altra riprova? Arriva dall’università Al Azhar, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’islam sunnita: il grande imam, Mohammed Said Tantawi, stava visitando un’aula ed è rimasto colpito dalla presenza di una studentessa al secondo anno di liceo che indossava il niqab (la versione integrale del velo che lascia scoperti solo gli occhi). Una situazione che lo ha fatto adirare, al punto da obbligare la studentessa, alquanto restia, a toglierlo: la giovane, infatti, ha provato a resistere ma la risposta di Tantawi è stata dura e secca. «Il niqab è un’usanza tribale che non ha niente a che vedere con l’islam e io – ha aggiunto rivolto alla studentessa – mi intendo di religione molto più di te e dei tuoi genitori», prima di annunciare una circolare di divieto. A vietare l’uso del niqab nelle scuole sono anche altri Paesi di tradizione musulmana, come la Turchia e la Tunisia, mentre lo scorso anno anche le autorità marocchine avevano annunciato di non ammettere donne completamente velate nei luoghi pubblici prendendo spunto dal dibattito sorto in Francia.
Certo, c’è anche chi, come la deputata afghana Malai Joya, è convinta che sia solo una strategia «per distrarre l’attenzione della gente da cose più importanti». Eppure i numeri parlano chiaro: più della metà degli europei, secondo un sondaggio del Financial Times fatto in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito, è contraria, con punte del 70% a Parigi e del 63% nel nostro Paese.
(il Giornale, 4 marzo 2010)

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A Gaza coiffeur per donne vietati a parrucchieri

Nuova stretta nei costumi imposta da Hamas

GAZA, 4 mar. – Nuova stretta nei costumi imposta dal movimento islamico Hamas nella Striscia di Gaza, dove vive oltre un milione e mezzo di palestinesi. L’organizzazione estremista, al governo dal 2007, ha stabilito il divieto per i parrucchieri di lavorare nei coiffuer riservati alle donne. Oggi, il ministero dell’Interno di Gaza ha annunciato il nuovo divieto, forte della tradizione islamica che consente alle donne di mostrare i capelli solo ai mariti e ai parenti consanguigni. Chi violerà la misura, ha sottolineato il dicastero in una nota, subirà conseguenze legali.
(Apcom, 4 marzo 2010)

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Germania, condannati aspiranti terroristi islamici

Tra i quattro condannati, anche due cittadini tedeschi convertitisi all’Islam – Quattro cittadini musulmani, due dei quali tedeschi convertiti all’Islam, sono stati condannati a pene tra i cinque e i dodici anni, per aver pianificato attacchi contro siti statunitensi in Germania. Il giudice della corte d’appello di Düsseldorf ha dichiarato che il loro obiettivo sarebbe stato un “secondo 11 settembre”, uccidendo civili e militari americani in attacchi a luoghi come la base aerea di Rammstein e l’aeroporto di Francoforte. I quattro condannati apparterrebbero ad una cellula tedesca dell’Islamic Jihad Union, gruppo legato ad al-Qaeda, responsabile degli attentati alle ambasciate di Usa e Israele in Uzbekistan nel 2004. Nel corso del processo, durato dieci mesi, gli imputati hanno ammesso di appartenere ad una rete terroristica, di aver pianificato attentati e di aver preparato ordigni esplosivi. Conosciuti come il “gruppo di Sauerland”, i quattro sono stati addestrati in campi in Pakistan.

(PeaceReporter, 4 marzo 2010)