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Napolitano e Ratzinger parlano con linguaggio affine.

lunedì, 5 gennaio 2009

(4.1.09) A fine dicembre avevamo indirizzato, da umili cittadini, una lettera aperta al nostro Presidente della Repubblica illudendoci che potesse reagire – già nel suo messaggio di fine anno – ai ripetuti attacchi vaticani alla nostra sovranità riaffermando, sia pure di passaggio,  i corretti rapporti tra i due Stati sanciti dall’art. 7 della Costituzione. Non solo così non è stato ma il giorno dopo, da Napoli, il Presidente ha avuto modo di esprimere il suo compiacimento per il fatto che lui e il Pontefice parlino “da tribune diverse ma con un linguaggio necessariamente affine”. Certo, si trattava di due discorsi riguardanti il modo di uscire dalla crisi – con soluzioni più egualitarie, capaci di tutelare maggiormente i più deboli – ma forse il Presidente avrebbe potuto evitare quel “necessariamente”. E forse avrebbe potuto  aggiungere qualcosa tipo “anche se su talune materie possiamo poi pensarla in modo diverso”. Tanto da dare almeno l’idea di un minimo di eventuale, ipotetica, marginale, timida, eccezionale, temporanea diversità di giudizio di fronte a temi come quelli bioetici e alle continue invasioni di campo del Vaticano. Non sarebbe stata certo una mancanza di riguardo ma la giusta riaffermazione della necessaria, questa sì, distinzione tra ambito laico e ambito religioso della politica. Cosa del tutto ovvia, peraltro, in qualunque Stato non sottomesso alla Sharia. Non lo ha fatto, e allora ci sono venute in mente le parole dell’antico capo del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, al momento di votare le norme della Costituzione sui rapporti tra Stato e Chiesa.

di Giancarlo Fornari