Potrebbe avere lo stesso impatto rivoluzionario che lo spettro del comunismo provocò dal 1848 in Europa.
Giornalisti arabi coraggiosi
“Jasad”, il seme della libertà piantato
in terra libanese
di Andrea B. Nardi <http://www.loccidentale.it/user/Andrea+B.+Nardi>
2 Maggio 2009 [image: RivistaJasad_libano.jpg]
C’è un gruppo di giornalisti che, per via di qualche esaltato caduto vittima
di una cultura oscurantista, rischia la vita. C’è un gruppo di giornalisti
che, oltre a rischiare persecuzioni, denunce, incarcerazioni, processi in
sistemi giuridici non esattamente garantisti, sta affrontando una delle
maggiori sfide storiche all’interno delle società arabe. Sono i giornalisti
della redazione di “Jasad” <http://www.jasadmag.com/en/index.asp>
(*Corpo*in arabo), rivista patinata appena nata – siamo al secondo
numero -,
pubblicata in Libano e sempre più diffusa nei paesi arabi. Ma perché
*Corpo*è così importante, e perché i suoi giornalisti sono tanto
eroici?
Il sottotitolo recita: «Rivista culturale periodica specializzata nella
letteratura, le scienze e le arti del corpo», e, benché sia tutta scritta
rigorosamente in arabo, è nelle immagini che si palesa subito la sua carica
rivoluzionaria. Per la prima volta in assoluto in un periodico arabo vengono
stampate liberamente fotografie di nudi e di particolari anatomici maschili
e femminili senza alcun pudore, il tutto a corredo di serissimi articoli di
scienza, di costume, e di società. I collaboratori sono intellettuali,
scrittori, studiosi, giornalisti arabi, e devono firmarsi col proprio nome.
Gli argomenti di volta in volta affrontati appartengono a quella sfera che
tange l’erotismo ludico per fare in realtà informazione colta: esattamente
quanto di peggio per i tabù di società islamiche ossessionate dal sesso -
nell’ultimo numero il tema è “il pene”, con descrizioni, notizie
scientifiche, commenti, e molti ritratti espliciti.
Joumana Haddad è la fondatrice, editrice e direttrice; trentottenne,
giornalista collaboratrice di molti quotidiani libanesi, coltissima,
poliglotta, ha obiettivi ben precisi: «Avrei potuto scegliere di farla in
francese, ma ciò che è accettabile nelle lingue europee non lo è in arabo.
La scommessa – afferma la Haddad – è proprio quella di far riscoprire
l’antica eredità di questa lingua usata in passato per scrivere testi che
oggi farebbero arrossire il pubblico più smaliziato» (intervista di Lorenzo
Trombetta per Limes
<http://temi.repubblica.it/limes/erotismo-jasad-una-rivista-contro-loscurantismo/3641>).
La tiratura aumenta sempre più, arriva in abbonamento in tutto il mondo
arabo, compresa la super conservatrice Arabia Saudita, e i suoi lettori sono
uomini e donne.
Quindi, temi che in Occidente sarebbero ormai innocui, qui diventano
pericolosi: sessualità, erotismo, informazione scientifica, psicologia,
cultura varia (recensioni di mostre internazionali, libri e film altrimenti
censurati), ma anche denuncia sociale di alcune delle questioni più spinose
nell’islam: la violenza sulle donne, l’omosessualità, la pedofilia. In
pratica, tra la foto di un seno e l’intervista a uno psicologo, gli scopi di
*Corpo* sono squarciare l’arretratezza culturale delle società arabe
iniziando dallo sdoganamento delle tematiche sessuali, le più pregnanti in
civiltà bigotte, ma anche le più destabilizzanti per le stesse. Una specie
di “operazione Playboy” con cui Hugh Hefner nel 1953 iniziò a scardinare il
perbenismo della società americana protestante, facendone emergere
l’ipocrita repressione sessuale, esorcizzandola, e provocando così un
dibattito culturale libero e consapevole che sarebbe sfociato nella
maturazione sessuale della società, e di cui in primis avrebbe giovato in
seguito il femminismo occidentale.
Affrancare queste tematiche dalle pruderie clericali permette d’affrontarne
molte altre legate ai diritti umani e sociali; al contrario, lasciare tutto
sommerso ottiene soltanto la falsa rappresentazione di una società “pulita e
morigerata”, mentre al di sotto di questa striscia la degenerazione
dell’eros, la sua perversione e violenza, protetta da un’ignorante e
ingiustificata verecondia. Ricordiamoci che stupri, discriminazioni,
incomprensioni fra sessi e generazioni, provengono sempre dalla repressione
culturale.* *
Non è un caso che una rivista di tal tenore sia apparsa in Libano, che viene
spesso considerato un’oasi di libertà nel retrivo panorama arabo-islamico.
In questo c’è una parte di verità, risalente a quando il Libano veniva
definito la Svizzera del Medio Oriente. Patria di dissidenti, tribuna per
proclami politici, milieu interculturale e religioso, frontiera permeabile
alle idee occidentali, nel Paese dei Cedri, tuttavia, siamo ancora ben
distanti dalle concezioni libertarie europee. La censura governativa è per
il momento un sistema assai repressivo, e le sue mani colpiscono ogni
aspetto informativo e culturale. L’istituzione incaricata della censura
appartiene nientemeno che alla struttura militare, la Sicurezza Generale, e
gli argomenti fra i più pericolosi sono: Israele, la guerra civile, e
appunto il sesso.
Film, pièce teatrali, libri, notizie, tutto viene vagliato
dall’anacronistica (secondo i criteri occidentali) alleanza tra autorità
religiose musulmane, leader politici ex signori della guerra, vertici
militari spesso responsabili di crimini. Ecco che allora un barlume di
verità partorito attraverso un semplice magazine di sessualità e cultura
rischia da un momento all’altro di vedersi decapitato, ed ecco la ragione
per cui questi giornalisti sono eroici. Eppure questo è segno che nel mondo
arabo-musulmano il seme della libertà c’è, è stato piantato, ed è nostro
dovere proteggerlo, aiutarlo a crescere e diffonderlo dove ancora non c’è.
