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28/11/11 – Pinkwashing

lunedì, 28 novembre 2011

La visione scientifica dell’esistenza è poetica fino a risultare quasi trascendentale. Siamo incredibilmente fortunati ad avere avuto il privilegio di vivere per alcuni decenni su questa terra prima di morire per sempre. E noi che viviamo oggi siamo ancora più fortunati, perché possiamo comprendere, apprezzare e godere l’universo come nessuna delle generazioni precedenti ha potuto fare. Abbiamo il beneficio di secoli di scoperte e progressi scientifici alle spalle. Ecco cosa da significato alla vita. E il fatto che questa vita abbia un limite, e sia l’unica vita che abbiamo, ci rende ancora più determinati ad alzarci ogni mattina e cercare di partecipare al meraviglioso ciclo della natura (Richard Dawkins, nell’Illusione di Dio)

Sull’onda del premio assegnato lo scorso anno da Mtv a Tel Aviv come città più gay-friendly, l’Ente del turismo israeliano ha deciso di avviare una campagna mirata ad attrarre le persone omosessuali a visitare la città. E noto che il Paese è stato il primo a non avere riserve su donne e uomini omosessuali nell’esercito, a proteggere dagli assalti dei fanatici ultraortodossi i festosi gay pride, a consentire l’adozione. Lo scorso anno il ministro degli Affari sociali intervenne per condannare le critiche che venivano da alcune frange di religiosi gerosolimitani che trovavano scandaloso che la rete nazionale trasmettesse Ballando sotto le stelle (da noi è su Rai 1), dove si esibiva una coppia di ballerine (la vip era una giornalista sportiva, che ha adottato una bambina con la sua compagna con la quale ha siglato una unione riconosciuta dallo Stato. La sua partner di ballo, eterosessuale, aveva già vinto la scorsa edizione del reality in coppia con un uomo). Una vacanza a Tel Aviv, per vedere la spiaggia bianca e il lungomare pieno di negozietti, il boulevard piantumato a cipressi che sbocca verso il mare, i palazzi Bauhaus degli anni ’30, i ristoranti e i locali notturni… tutto ciò anche vivendo serenamente la propria omosessualità. Dove sta lo scandalo? Secondo un editoriale del NYT trattasi di pinkwashing, ovvero una operazione di lavaggio attraverso una politica liberal per coprire le violazioni dei diritti dei palestinesi. E ancora, l’editoriale si spinge ad affermare che molti omosessuali che temono (giustamente) il fondamentalismo islamico e cristiano, guardano ad Israele come un paese che potrebbe unirli e proteggerli, sottovalutando che il subdolo scopo del sionismo è quello di armarli in una sorta di crociata contro l’islam. Un discorso delirante – seppure consentito e soprattutto senza pericolo di ritorsioni – ma che è parso realistico a molti commentatori nostrani che usualmente dipingono quel paese in preda ad un delirio religioso. Un editoriale razzista e omofobo perché dipinge gli omosessuali, anche israeliani, come persone che non hanno a cuore i palestinesi, che come tutti hanno diritto a tutti i diritti, compreso quello di avere uno Stato e poter vivere la loro sessualità liberamente, cosa che oggi gli viene negata. Per la cronaca, il claim della campagna è Tel Aviv una estate senza fine.
Però abbiamo imparato una nuova parola : pinkwashing.
Una bella lavatura in rosa non dispiacerebbe in molte questioni della vita. Ad esempio un cretto di meringa che ci protegga nel difficile rapporto con la morte e la sensazione che siamo smarriti sopravvissuti alla rovina. Esiste una continuità tra ciò che passa e quel che resta? E’ possibile essere meno soli davanti alla morte, oppure bisogna rassegnarsi al fatto che ognuno deve gestire da solo il dolore della separazione? Come si esce dalla sofferenza fisica di essere i superstiti mentre ci si aspettava che i nostri morti fossero le nostre guide? E se si può comprendere la morte, come è possibile accettare la consunzione del corpo, la malattia, il male, il supplizio che, sedato il dolore fisico, è vissuto dalla mente? Come si fa a continuare normalmente la vita di tutti i giorni quando si ha la cognizione del dolore?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Fino all’8 gennaio presso il Museo di Roma in Trastevere, piazza sant’Egidio 1,
Cento Volte Primavera, Fotografie di Tel Aviv dal 1909 ad oggi. Il 7 dicembre alle 18, visita guidata da Roly Kornblit, curatore della mostra (nella sua vita quotidiana dentista)

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3/1/11 Gli haredim (timorati) passano la maggior parte della loro vita a studiare la Torah e il Talmud, in genere preferiscono far lavorare le mogli, si sposano giovani e fanno tanti figli. Sono una minoranza che in un paese laico come Israele è, vengono vissuti come un ostacolo, non tanto per il loro stile di vita – ogni volta che qualcuno di loro, specialmente haredim gerosolimitani, si spinge sfacciatamente a imporre regole religiose alla società viene represso, talvolta anche brutalmente, dalla polizia – ma per il peso economico che i loro usi comportano. A gettare napalm sul fuoco ha contribuito un provvedimento voluto fortemente dal premier Benjamin Netanyahu che ha aumentato il budget di 5 milioni di € all’anno (era di 25) per le loro esigenze. Da ormai più di trenta anni qualsiasi governo concede finanziamenti ai gruppi religiosi per finanziare le yeshivot (scuole religiose), quasi sempre perché il piccolissimo ma determinante e ricattatorio partito religioso (Shas) fa da ago della bilancia. Ma adesso la Corte suprema ha chiesto di porre dei limiti perché è intollerabile una disparità di trattamento verso i cittadini. Netanyahu ritiene di aver fatto una vera rivoluzione liberale, perché pur destinando più risorse economiche, per la prima volta è stato fissato che gli studenti delle scuole rabbiniche possono percepire denaro solo per un periodo di cinque anni e comunque non oltre i 29 anni di età. Dopo quell’età i religiosi dovranno cercarsi un lavoro. Ma gran parte degli israeliani trovano che ci siano delle gravi falle nel provvedimento che, ad esempio, non è retroattivo. Su 22 ministri otto hanno votato contro il provvedimento (tutti i laburisti), che – è doveroso ricordarlo – quando hanno governato da soli (in questo momento sono in coalizione con il Likud, che definiamo –impropriamente -destra)) si sono guardati dal tagliare i privilegi ai religiosi. Il capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi ha chiesto di revocare l’esenzione al servizio di leva agli haredim che ritiene ingiusta rispetto ai tre anni (due per le ragazze) di vita militare a cui i giovani sono chiamati obbligatoriamente. La situazione si è fatta così esplosiva – secondo il quotidiano Haaretz fra meno di dieci anni gli haredim potrebbero essere il 20% della popolazione, e avere una popolazione così alta che non partecipa ai processi produttivi e di difesa potrebbe mettere in ginocchio il Paese – che addirittura un rabbino del partito ultraortodosso, Chaim Amsellem, ha dichiarato che pur essendo la Torah la cosa più importante del mondo, il suo studio finanziato dallo Stato dovrebbe essere riservato solo a grandi studiosi e non, come oggi, a chiunque decida di definirsi religioso pur di non lavorare. Per tutta risposta è stato espulso dal partito e definito un Amelek (Deuteronomio, 25:17,18). Eppure proprio i religiosi potrebbero salvare la situazione. E’ di questi giorni una intelligente campagna pubblicitaria del movimento conservative (masorti) israeliano apparsa su giornali e manifesti. L’inserzione simula le Pagine gialle con i molti maestri della tradizione ebraica, divisi in categorie merceologiche dei mestieri che praticavano pur studiando e insegnando la Torah: falegnami, calzolai, medici… Ma ancora più grande clamore ha suscitato la presa di posizione di Dov Halbertal, già direttore dell’ufficio del rabbino capo di Israele. Che dice: “Proprio come l’occupazione corrompe, allo stesso modo la politica corrompe la religione. L’istituzione religiosa corrompe il tessuto dello Stato, mentre lo Stato corrompe il tessuto della religione. L’unica soluzione possibile, per il bene della religione e il bene dello Stato, è quella di adottare il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e separare Stato e Chiesa”. E ancora: “Non è etico che i laici finanzino gli studenti delle yeshivot e l’alto tasso di natalità degli ebrei ultraortodossi. Gli ultraortodossi si oppongono ai valori di una società laica – il sionismo, la creatività, l’arruolamento nell’esercito, l’uguaglianza tra i sessi e altro ancora. Tuttavia essi non esitano a chiedere e ricevere denaro da questa società, intensificando così l’animosità dell’opinione pubblica nei loro confronti… Non c’è nessuna ragione per cui l’opinione pubblica laica debba finanziare coloro che mostrano disprezzo per i suoi valori. Non voglio far parte di una società in cui vi è istigazione al razzismo, e non voglio far parte di una società religiosa ingrata”. Non solo: “è giunto il momento di dire basta con i partiti religiosi, con la loro vergognosa preoccupazione concentrata sui bilanci, ignorando il resto del mondo. Sogno di appartenere ad una società religiosa moderata, con ampi orizzonti, il cui slogan è vivi e lascia vivere. Ad ogni essere umano, ebreo o gentile, deve essere consentito vivere secondo le sue convinzioni, con pari diritti, sulla base di un riconoscimento effettivo dei diritti umani concessi a tutti coloro che sono stati creati a immagine di Dio. Una cosa è chiara: non esiste combinazione peggiore del mix di religione e politica”. Come spesso capita, la parte più sensibile e attenta tra gli ultraortodossi sono le donne che, lavorando, a differenza dei loro sfaccendati mariti, mostrano una maggiore propensione ad integrarsi con il resto della avanzata società israeliana. Tiziana Ficacci, www.nogod.it

27/9/11 – Il popolo

martedì, 27 settembre 2011

Quando esisterà uno Stato palestinese, tutti riconosceranno i due Stati, che coopereranno  tra loro invece di farsi la guerra. Solo allora la regione diventerà un luogo di prosperità, invece che di terrorismo (Ekmeleddin Ihsanoglu, segretario Organizzazione conferenza islamica)
In Israele molti hanno paura e non vedono nulla di primaverile nelle rivolte arabe, ma solo una crescita d’odio contro di noi. In Egitto hanno cercato di linciare degli israeliani nella nostra ambasciata. Chiamiamola primavera solo quando vedremo fiorire germogli di cambiamento, di democrazia non violenta, di pazienza nel dialogo (Alon Hilu, scrittore israeliano, autore di La tenuta Rajani – Einaudi)
Gli uomini governati dalla ragione non desiderano per se stessi nulla che non desiderino anche per il resto dell’umanità (Baruch Spinoza)

All’inizio di questa estate appena finita, una pagina facebook dedicata all’aumento del prezzo del cottage cheese – una via di mezzo tra lo jocca e il primo sale sempre presente nel frigo degli israeliani –  ha innestato una rivolta popolare. Pressate dallo scontento le aziende casearie hanno abbassato i prezzi dei formaggi, ma ormai il sentiero della protesta popolare era imboccato. Eroina della rivolta sociale è Daphne Leif, 25enne di Tel Aviv, che, sfrattata, ha deciso di piantare un tenda in Rothschild Boulevard, la strada più chic della città. In pochi giorni la via si è riempita di tende con migliaia di giovani, famiglie, anziani che lamentano di non arrivare alla fine del mese e di essere continuamente indebitati con le banche. La protesta si è estesa presto nelle altre città, Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva, e periodicamente dalle tendopoli partono manifestazioni.  Clamorose, perché hanno visto la partecipazione anche di 300mila persone, un numero straordinario per un paese di sette milioni di abitanti.  Numeri così alti e proteste così compatte, si erano viste solo per l’assassinio di Rabin o per il massacro di Sabra e Chatila nell’82.  L’atmosfera della tendopoli di Tel Aviv ricorda vagamente Woodstock: si organizzano corsi di yoga, sedute di analisi offerte gratuitamente dagli psicologi, dibattiti politici, concerti, spazi per i bambini. Ma il clima di allegria è solo apparente: Israele, al momento, sembra essere immune dalla crisi economica mondiale con un Pil in crescita del 4,8%. Gli stipendi secondo l’Ocse sono nella media europea (e quindi più alti di quelli italiani), ma il costo della vita è altissimo. Affitti, ma anche cibo, e soprattutto tasse che rappresentano il 50% del reddito. A questo va aggiunto che il cittadino israeliano passa tre anni a fare il servizio militare e poi diverse settimane all’anno nei miluim, il servizio di riserva. Il premier Netanyahu – che in governi passati è stato un bravo ministro delle Finanze – ha promosso una commissione di studio, ma nei sondaggi più della metà degli israeliani disapprova il suo operato. In Israele è la prima volta che si protesta per il disagio sociale, per la disparità tra classi, per il peso economico della difesa (il 7% del Pil) e del fastidio ormai non più sopportabile che comporta quel 25% di popolazione composta da haredim (ebrei ultraortodossi) che non lavorano e vivono di sussidi statali.
Gli indignati sembrano avere l’impegno di una generazione senza passato politico, e che, paradossalmente, nelle loro laiche proteste ricordano che l’ebraismo parla di equità (tzedek), anche nell’economia. Quello che sta accadendo a Tel Aviv è un sintomo importante per Israele e il suo progetto. Dalle tende si guarda con distacco ad Abu Mazen, Netanyahu, Erekat, Barak che negoziano da sempre, e del resto gli israeliani sono abituati a guardare al palazzo dell’Onu come “alla vetrina delle certezze e delle ambiguità del mondo”.  Sarebbe opportuno usare ogni mezzo occidentale perché la parte migliore dei popoli è stanca e svuotata dalla guerra, e vorrebbero crescere in pace in un mondo equilibrato, equo e acculturato. Intanto condividiamo lo slogan degli indignati israeliani ha’am doresh tzedek hevrati (il popolo chiede equità sociale).
Tutti noi abbiamo bisogno di incoraggiamento e di auguri. Agli israeliani, popolo delle tende, che si accingono ad entrare nell’anno 5772 , Shanà Tovà.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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3/1/11 - Gli haredim (timorati) passano la maggior parte della loro vita a studiare la Torah* e il Talmud**, in genere preferiscono far lavorare le mogli, si sposano giovani e fanno tanti figli. Sono una minoranza che in un paese laico come Israele è, vengono vissuti come un ostacolo, non tanto per il loro stile di vita – ogni volta che qualcuno di loro, specialmente haredim gerosolimitani, si spinge sfacciatamente a imporre regole religiose alla società viene represso, talvolta anche brutalmente, dalla polizia – ma per il peso economico che i loro usi comportano. A gettare napalm sul fuoco ha contribuito un provvedimento voluto fortemente dal premier Benjamin Netanyahu che ha aumentato il budget di 5 milioni di € all’anno (era di 25) per le loro esigenze. Da ormai più di trenta anni qualsiasi governo concede finanziamenti ai gruppi religiosi per finanziare le yeshivot (scuole religiose), quasi sempre perché il piccolissimo ma determinante e ricattatorio partito religioso (Shas) fa da ago della bilancia. Ma adesso la Corte suprema ha chiesto di porre dei limiti perché è intollerabile una disparità di trattamento verso i cittadini. Netanyahu ritiene di aver fatto una vera rivoluzione liberale, perché pur destinando più risorse economiche, per la prima volta è stato fissato che gli studenti delle scuole rabbiniche possono percepire denaro solo per un periodo di cinque anni e comunque non oltre i 29 anni di età. Dopo quell’età i religiosi dovranno cercarsi un lavoro. Ma gran parte degli israeliani trova che ci siano delle gravi falle nel provvedimento che, ad esempio, non è retroattivo. Su 22 ministri otto hanno votato contro il provvedimento (tutti i laburisti), che – è doveroso ricordarlo – quando hanno governato da soli (in questo momento sono in coalizione con il Likud, che definiamo –impropriamente -destra)) si sono guardati dal tagliare i privilegi ai religiosi. Il capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi ha chiesto di revocare l’esenzione al servizio di leva agli haredim che ritiene ingiusta rispetto ai tre anni (due per le ragazze) di vita militare a cui i giovani sono chiamati obbligatoriamente. La situazione si è fatta così esplosiva – secondo il quotidiano Haaretz fra meno di dieci anni gli haredim potrebbero essere il 20% della popolazione, e avere una popolazione così alta che non partecipa ai processi produttivi e di difesa potrebbe mettere in ginocchio il Paese – che addirittura un rabbino del partito ultraortodosso, Chaim Amsellem, ha dichiarato che pur essendo la Torah la cosa più importante del mondo, il suo studio finanziato dallo Stato dovrebbe essere riservato solo a grandi studiosi e non, come oggi, a chiunque decida di definirsi religioso pur di non lavorare. Per tutta risposta è stato espulso dal partito e definito un Amelek***. Eppure proprio i religiosi potrebbero salvare la situazione. E’ di questi giorni una intelligente campagna pubblicitaria del movimento conservative (masorti) israeliano apparsa su giornali e manifesti. L’inserzione simula le Pagine gialle con i molti maestri della tradizione ebraica, divisi in categorie merceologiche dei mestieri che praticavano pur studiando e insegnando la Torah: falegnami, calzolai, medici… Ma ancora più grande clamore ha suscitato la presa di posizione di Dov Halbertal, già direttore dell’ufficio del rabbino capo di Israele. Che dice: “Proprio come l’occupazione corrompe, allo stesso modo la politica corrompe la religione. L’istituzione religiosa corrompe il tessuto dello Stato, mentre lo Stato corrompe il tessuto della religione. L’unica soluzione possibile, per il bene della religione e il bene dello Stato, è quella di adottare il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e separare Stato e Chiesa”. E ancora: “Non è etico che i laici finanzino gli studenti delle yeshivot e l’alto tasso di natalità degli ebrei ultraortodossi. Gli ultraortodossi si oppongono ai valori di una società laica – il sionismo, la creatività, l’arruolamento nell’esercito, l’uguaglianza tra i sessi e altro ancora. Tuttavia essi non esitano a chiedere e ricevere denaro da questa società, intensificando così l’animosità dell’opinione pubblica nei loro confronti… Non c’è nessuna ragione per cui l’opinione pubblica laica debba finanziare coloro che mostrano disprezzo per i suoi valori. Non voglio far parte di una società in cui vi è istigazione al razzismo, e non voglio far parte di una società religiosa ingrata”. Non solo: “è giunto il momento di dire basta con i partiti religiosi, con la loro vergognosa preoccupazione concentrata sui bilanci, ignorando il resto del mondo. Sogno di appartenere ad una società religiosa moderata, con ampi orizzonti, il cui slogan è vivi e lascia vivere. Ad ogni essere umano, ebreo o gentile, deve essere consentito vivere secondo le sue convinzioni, con pari diritti, sulla base di un riconoscimento effettivo dei diritti umani concessi a tutti coloro che sono stati creati a immagine di Dio. Una cosa è chiara: non esiste combinazione peggiore del mix di religione e politica”. Come spesso capita, la parte più sensibile e attenta tra gli ultraortodossi sono le donne che, lavorando, a differenza dei loro sfaccendati mariti, mostrano una maggiore propensione ad integrarsi con il resto della avanzata società israeliana.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

* Insegnamento. E’ la legge data da Dio a Mosè sul Sinai. Contenuta nel Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio)
**Il complesso delle discussioni giuridiche ed esegetiche sulla Bibbia e sulla legge tradizionale,come si svolgevano nelle accademie rabbiniche palestinesi e babilonesi nel secondo-quinto secolo d.C. Il Talmud si compone della Mishnah (codice delle leggi) e della Ghemarà (l’interpretazione).
***ricordati di ciò che ti fece Amalek quando eri in viaggio, allorché uscisti dall’Egitto, che ti assalì sulla strada e colpì tutti coloro che affranti erano rimasti indietro mentre tu eri stanco e sfinito, e non temette Iddio (Deuteronomio, 25:17,18)

L’articolo integrale di Halbertal qui

http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/israel-must-separate-religion-from-politics-1.331937

18/9/11  – I confini del ’67  

23/5/11 – I confini del ’67

lunedì, 23 maggio 2011

Quando Yitzkak Rabin è stato ucciso, il 4 novembre 1995, la Roadmap aveva fatto costanti passi avanti per tre anni e mezzo. La gente ci credeva, accorreva nelle piazze a centinaia di migliaia, com’è avvenuto la sera in cui è stato assassinato Rabin… In prima fila c’erano soprattutto giovani e giovanissimi. Studenti, soldati di leva, liceali. Figli di una Tel Aviv laica e liberale, ragazzi cresciuti all’ombra dell’Intifada, della guerra in Libano e della disillusione generale verso gli ideali sionisti dei padri fondatori. Era la prima generazione lontana dalle ideologie. … Aviv Geffen decise di cantare Livkòt Lehà (piangendo la tua morte) : “è una canzone dedicata a tutti coloro che hanno lottato per la pace ma che non sono qui per vederla”, disse. Finito il numero di Geffen, Rabin e sua moglie Leah andarono a complimentarsi con la rockstar … davanti a tutti il primo ministro gli stampò un bacio in fronte: “Sharta nehedar” disse, “hai cantato benissimo”. Quelle furono le sue ultime parole. Pochi secondi più tardi, un altro giovane, il venticinquenne Ygal Amir, prese la mira e sparò quattro colpi: due colpirono il premier, altri due la guardia del corpo. Erano le nove e mezza di sera. Due ore più tardi la morte di Rabin fu annunciata davanti alla folla raccolta davanti all’ospedale Ichilov di Tel Aviv (Anna Momigliano, Karma Kosher, Marsilio, €13)
http://www.youtube.com/watch?v=Pc1awM0Q_gw

Ha detto Barak Obama che “i territori del ’67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e Palestina”.
I territori del ’67 sono quelli che lo Stato di Israele ottiene nel ’48, dopo che l’Onu decide di dividere l’area del mandato britannico fra arabi ed ebrei, con Gerusalemme città internazionale. Israele approva la soluzione delle Nazioni Unite e il presidente David Ben Gurion proclama l’indipendenza e la nascita dello Stato. I palestinesi la rifiutano e con altri paesi arabi dichiarano guerra al neo Stato perdendola. Per gli israeliani è lo Yom ha Azmaùth (giorno dell’indipendenza) per i palestinesi è la Nakba (catastrofe). Con la risoluzione Onu Israele aveva metà del territorio mandatario, dopo la guerra ne raggiunge quasi i ¾. Questi ¾ (o Green line) sono i territori del ’67. Intanto Gaza viene occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania. Anche durante la crisi di Suez (’56) i confini restano invariati. Durante la guerra dei Sei giorni (’67) Israele occupa tutta l’attuale Cisgiordania , Gerusalemme, Gaza, il Golan e il Sinai. Il Sinai verrà riconsegnato quasi subito, in cambio di un trattato di pace, all’Egitto. Le conquiste territoriali del ’67 non saranno riconosciute dall’Onu. Le risoluzioni 242 e 338 chiedono il ritiro dai territori precedenti al ’67 riconoscendo invece le conquiste del ’48 (i ¾ ). Quei territori sono uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace (almeno da parte israeliana).
Alla metà degli anni Novanta si registra un significativo passo verso la pace: fra il ’94 e il ’96 vengono redatti gli accordi di Oslo con l’impegno di Israele a riconoscere la Palestina e la Palestina a riconoscere Israele. Le speranze muoiono con la bocciatura da parte palestinese della proposta di pace di Camp David nel 2000 – c’era il presidente Usa Bill Clinton, il palestinese Arafat e l’israeliano Barak – e l’avvio dell’intifada. Le immagini che ricordiamo sono Arafat che scende dalla scaletta dell’aereo facendo il gesto della vittoria, le elezioni americane vinte anche per questa sconfitta da Bush, un cinismo tra gli israeliani che ha portato, quasi ininterrottamente, a governi molto litigiosi e di destra in Israele.
Oggi i palestinesi vivono praticamente allo sbando, gli israeliani sono in gran parte disillusi e stanchi. Il presidente Obama sembra incamminato su una montagna di sapone, ma gli israeliani dovrebbero considerare questa proposta. Pragmatica, concreta, realistica.
Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi , ma ha il dovere di non sbagliare.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Segnaliamo agli attenti, curiosi e intelligenti lettori di NoGod la Settimana della cultura islamica dal 23 al 31 maggio, rassegna promossa dal Comune di Roma insieme al Centro culturale islamico. Arte, musica, cibo, cinema, convegni. Le mattine del 25, 26, 28 apertura straordinaria della Grande moschea. Info 060608

22/12/10 – Zona rossa (3)

mercoledì, 22 dicembre 2010

… non si vuole coinvolgere Alemanno nei crimini commessi a Roma, a opera della destra eversiva. Ma fu nell’82 che all’attuale sindaco di Roma capitò di finire in carcere per poi essere regolarmente assolto dall’accusa di aver lanciato bottiglie incendiarie contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica. E’ mai possibile che Alemanno odi se stesso, o almeno una parte di sé, a tal punto da infierire su tutto ciò che quella parte di sé evoca, magari nell’opposto campo ideologico? Insomma, perché mai i La Russa e gli Alemanno devono invocare la forca contro gli studenti che fanno – eventualmente – le medesime cose da loro fatte? Ah come deve essere potente e insidioso il complesso di inferiorità che li pervade e che li induce a inseguire una rispettabilità borghese-istituzionale che, palesemente, sembra sfuggire loro, facendoli apparire sempre un po’ goffi, con la cravatta e la sintassi malferme, con la mano che sembra irresistibilmente tesa a scattare nel saluto romano. (Luigi Manconi, rubrica Politicamente correttissimo, Il Foglio, 21 dicembre)
“Possiamo fermare il progresso e la modernità perché gli abitanti dell’Eur hanno paura del rumore dei bolidi della Formula 1? E’ possibile che i figli delle famiglie dei romani non possano avvantaggiarsi della crescita economica perché una parte della città vuole dormire e non si vuole mettere i tappi nelle orecchie per cinque giorni all’anno? Possiamo stare sempre a pensare al rumore, agli alberi, a quello che forse crolla?” (il sindaco Alemanno all’incontro con i cittadini a Eur Spa, Sala Quaroni, 21dicembre)

Gran casino in Erez come di consueto. No, non per le ennesime rivelazioni di Wikileaks che raccontano le richieste dell’Anp ad Israele per proteggersi da Hamas. Quello gli israeliani – e pure il resto del mondo senza paraocchi – lo sapevano anche senza i file diffusi da Assange, ma per la annosa e tremenda questione degli ultraortodossi.
Gli haredim (timorati) passano la maggior parte della loro vita a studiare la Torah e il Talmud, in genere preferiscono far lavorare le mogli, si sposano giovani e fanno tanti figli. Sono una minoranza che in un paese laico come Israele è, vengono vissuti come un ostacolo, non tanto per il loro stile di vita – ogni volta che qualcuno di loro, specialmente haredim gerosolimitani, si spinge sfacciatamente a imporre regole religiose alla società viene represso, talvolta anche brutalmente, dalla polizia – ma per il peso economico che i loro usi comportano.
A mettere napalm sul fuoco ha contribuito un provvedimento voluto fortemente dal premier Benjamin Netanyahu che ha aumentato il budget di 5 milioni di € all’anno (era di 25) per le loro esigenze. Da ormai più di trenta anni qualsiasi governo concede finanziamenti ai gruppi religiosi per finanziare le scuole rabbiniche, quasi sempre perché il piccolissimo ma determinante e ricattatorio partito religioso fa da ago della bilancia, ma adesso la Corte suprema ha chiesto di porre dei limiti perché è intollerabile una disparità tra i cittadini. Netanyahu ritiene di aver fatto una vera rivoluzione liberale, perché pur aumentando il budget, per la prima volta ha stabilito che gli studenti delle scuole rabbiniche possono percepire denaro solo per un periodo di cinque anni e comunque non oltre i 29 anni di età. Dopo i religiosi dovranno cercarsi un lavoro. Ma gli oppositori trovano che ci siano delle gravi falle nel provvedimento che, ad esempio, non è retroattivo. Su 22 ministri otto hanno votato contro il provvedimento (tutti i laburisti). Il capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi ha chiesto di revocare l’esenzione al servizio di leva agli haredim, perché ritiene che diversamente è impossibile chiedere un sacrificio di tre anni ai ragazzi che obbligatoriamente devono svolgere il servizio militare. Secondo il quotidiano Haaretz fra meno di dieci anni gli haredim potrebbero essere il 20% della popolazione; e avere una parte così cospicua della popolazione che non partecipa ai processi produttivi e di difesa metterebbe a rischio – insieme a tutte le altre note cose – l’esistenza dello Stato. La parte più sana degli ultraortodossi è rappresentata dalle donne che, lavorando, tendono ad integrarsi con la società.
Gli israeliani che si godono la vita nella terra del latte e del miele e che lavorano e pagano le tasse, non hanno nulla contro chi prega e promuove interessanti pilpul (dibattiti), anzi. Solo che non tollerano di dover pagare per chi fa scelte così personali.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

5/7/10 – Epilogo

lunedì, 5 luglio 2010

Chi vive in un’isola deve farsi amico il mare (Antico proverbio arabo)

Un mese fa la vicenda della Freedom Flotilla partita dalla Turchia per forzare il blocco israeliano a Gaza, teneva banco animando le piazze e rinfocolando, ad esempio in Italia, i mai sopiti livori antiebraici traducendo la protesta in attacchi mirati nell’antico ghetto di Roma. Senza eccessivo scandalo neanche nel mondo politico, usualmente pronto a dare la sua opinione su tutto.
Nel frattempo Israele ha deciso di allentare un po’ il blocco e aumentare le quantità di merci che, prima della vicenda della imbarcazione turca, erano fissate in 15.000 tonnellate alla settimana e che escludevano troppi prodotti, dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come gelatine e creme. Il valico di Rafiah, cioè il confine egiziano, è stato aperto dall’Egitto solo per pochi giorni e con il contagocce. Delle promesse di aiuto per il controllo ai confini israeliani offerto dall’Ue ad oggi sono solo documenti scritti e parole.
Uno studio della rivista inglese Lancet ha diffuso i risultati di una inchiesta che dimostra, dopo un anno dall’azione militare israeliana “piombo fuso” a Gaza (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), che la chiusura del confine continua ad avere un effetto devastante sulle condizioni di salute della popolazione. Solo il 26% dice di avere dei pasti regolari tre volte al giorno, scarso l’accesso al latte che viene consumato regolarmente solo da ¼ degli intervistati . Secondo il ricercatore Niveen Abu-Rmeileleh della Università di Birzeit (Cisgiordania) il 70% delle famiglie non è in grado di procurasi il cibo. Gaza è amministrata da Hamas che ha imposto la sharia sulla striscia rendendo molto disagevoli le condizioni della parte laica o meno fanatica della popolazione. Perfino una colonia estiva per i bambini, finanziata dall’Unhcr, è stata smantellata violentemente perché ritenuta troppo occidentale. I paesi arabi continuano una strategia adottata da sempre con i palestinesi, cioè tenerli in miseria per usarli come una arma contro Israele. Sembra che anche l’Ue abbia sposato questa tattica. La Ong israeliana Gisha per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla difficile situazione di Gaza, ha prodotto una simulazione on line: safe passage come il nome del corridoio previsto dagli accordi di Oslo 1993 che doveva collegare, via Israele, Gaza con la Cisgiordania. Si digita www.spg.org.il e si tenta di arrivare in Cisgiordania. Ma il risultato è sempre lo stesso: la strada è sbarrata. Grazie anche alla comunità internazionale che ha rimosso Gaza da qualsiasi road map.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

2/6/10
– La Flotilla pacifista non era animata dalle migliori intenzioni, ma in uno scontro tra militari e civili, sono i militari che hanno torto. Non si abborda una flottiglia di pacifisti ben disposti ad usare coltelli e bastoni sui soldati calati dagli elicotteri senza calcolare tra le probabili conseguenze la carneficina. Un errore tecnico si trasforma in una sciagura politica e umana in un soffio. E su questo c’è l’unanimità, soprattutto all’interno di Israele che ha inondato di pesantissime critiche il governo Netanyahu. La mattanza dei cosiddetti pacifisti resterà incollata addosso agli israeliani - non al governo - per parecchio tempo: mediaticamente niente di nuovo, perché quel paese ha sempre avuto una pessima stampa. L’unica possibilità che rimane al Paese per abilitarsi è togliere l’assedio a Gaza. Tre anni dopo l’avvento di Hamas (quando Ismail Haniyeh dichiarò finita la laicità perseguita dall’Anp), Gaza rimane sigillata. Israele garantisce 15.000 tonnellate di aiuto ogni settimana, ma secondo le Nazioni Unite è poco perché i beni vietati (dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come balsami per capelli e gelatine) sono troppi. Non è più praticabile che solo Israele risponda di questa situazione. La comunità internazionale ha rimosso Gaza da qualsiasi road map, l’Egitto apre con il contagocce il valico di Rafiah perché teme l’invasione di palestinesi nel suo territorio, i pacifisti invece di fare pressione sulla Lega araba (che mai li ascolterebbe) preferiscono associarsi a missioni dubbie. Del resto la Turchia non nega che alla partenza delle navi i militanti hanno inneggiato al jihad ricordando Khaybar (una città saudita dove Maometto sconfisse una tribù ebraica). Lo sconsiderato attacco della scorsa notte ha isolato ancora di più il governo Netanyahu che, non va dimenticato, è stato eletto dopo le chiusure europee poste alla bravissima e moderata Tzipi Livni. L’attuale ministro degli Esteri Lieberman ha incarognito i rapporti con la Turchia (anche se con Erdogan il paese si sta islamizzando e si sta scegliendo nuovi partner) tagliandosi i ponti con uno storico amico. La Turchia sfrutta la situazione nel tentativo di assumere una leadership nel Medioriente (ma non è detto che i suoi desiderata andranno a buon fine). L’azione di forza israeliana ha prodotto una ondata di consensi ad Hamas assestando un duro colpo all’Autorità palestinese accusata dai seguaci di Hamas di tradire la causa nazionale perché negozia col nemico sionista, indebolendo la posizione di Abu Mazen e sfibrando sempre più il processo di pace. Al solito turba, ma non sorprende, la veloce posizione di condanna del Vaticano. Che ci piacerebbe sentire per una volta che si è pentita di riconoscere qualche anno fa quel Paese di cui, come del resto molti, non comprende l’esistenza. Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi, ma ha il dovere di non sbagliare.

Tiziana Ficacci,www.nogod.it

15 anni fa, il 3 luglio del ’95, Alexander Langer
si suicidò provocando una grande emozione in tutti quelli che conobbero la sua militanza e il suo impegno. Vogliamo ricordarlo con un passo su Mani Pulite scritto per la rubrica “Lettere dall’Italia” che teneva sulla rivista tedesca Kommune: “Ciò che i giudici hanno fatto è stato giusto e aderente al loro mandato, ma non può portare a concludere che la politica scacciata dal tempio debba essere sostituita dalla giustizia e che l’onestà da sola possa in futuro garantire l’agire politico: questo sarebbe un cortocircuito. Il potere dei giudici, o addirittura il giustizialismo come surrogato della politica, non è certo la soluzione. Le rivendicazioni democratiche e libertarie non possono finire in pasto a scorciatoie demagogiche o al nuovo potere delle toghe. E tanto meno a processi spettacolo di stampo giacobino”.

Il sito della fondazione dedicata a Langer è www.alexanderlanger.org

5/6/10 – L’odore dei soldi

sabato, 5 giugno 2010

Mio zio era il compianto mons. Pedica, di cui mi onoro di portare il cognome e di cui conservo gelosamente la foto con papa Wojtyla. Mia zia era madre badessa a Rossano Calabro. E’ colpa mia se vengo da una famiglia molto legata alla Chiesa? Aggiunga che dentro l’Idv, ho fondato i teo-leg, cattolici per la legalità. Le dico questo per spiegare i miei rapporti col Vaticano. Con Propaganda Fide ho avuto i primi contati nel ’93. Io faccio una vita da cattolico. Vado a messa e, quando capita, frequento con entusiasmo il Vaticano (Stefano Pedica, senatore dell’Italia dei Valori, trovacase per i suoi colleghi)

Mi rendo conto che sto invecchiando quando mi sorprendo a ricordare che quello che mi sembrava così orrendo allora, era molto meglio dell’oggi. Non mi riferisco alle pene d’amore o alle discussioni con i genitori (anche quello per la verità, che l’età insegna la misura) ma piuttosto alla vita civile e politica. Non credo che oggi sarebbe possibile confrontarsi su temi quali il nuovo diritto di famiglia o l’aborto. O la revisione concordataria che, ben lungi dall’estirpare quel cancro, mise fine alla religione di Stato che, oltre ad essere un ossimoro, metteva in seria difficoltà la vita di chi, per nascita o scelta, seguiva una fede diversa da quella cattolica. Gli esempi sono tanti: dalla legge 40 che, di fatto, divide le italiane in classi, quelle che possono recarsi all’estero per la fecondazione eterologa e quelle che non possono partire e restano frustate nel loro desiderio di maternità. Al testamento biologico diventato un terreno di scontro medioevale mentre, solo nel 2005, la commissione Sanità del Senato aveva approvato all’unanimità un articolato – poi decaduto – che non vedeva divieto di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale e considerava le dichiarazioni anticipate di trattamento impegnative per le scelte sanitarie del medico*. Ai programmi televisivi, dove è ormai obbligatorio ostentare la fede cattolica oltre ad una dose di moralismo da sacra famiglia che non ha rispondenza nella società. Alla maternità, che deve essere vissuta come una missione e non più come una opzione, con i media che esaltano l’allattamento al seno per tanto tempo e le madri in casa dal lavoro ad accudire il pupo.
Eravamo già nel gorgo quando nel 2007 Paola Binetti, allora in versione Pd, dichiarò che l’omosessualità era una devianza della personalità, creando un certo stupore, non scandalo per carità, tra i suoi colleghi. L’ennesimo ragazzo malmenato a Roma perché omosessuale, ha chiesto – velleitariamente – di approvare una legge sull’omofobia. E non ha destato meraviglia che il sindaco Alemanno – eletto anche perché aveva promesso tolleranza zero sulla microcriminalità oggi in aumento - ha dichiarato di essere contrario a questa richiesta perché ideologica. Abbiamo toccato con mano come i fatti di pedofilia clericale** abbiano lasciato freddi e indifferenti gli italiani, anzi. Li smuoveranno, forse, le notizie sulle immense proprietà immobiliari vaticane affittate sottomercato a politici, giornalisti, sindacalisti… Ma ci credo poco anche se, mi dice l’amico Sandro Masini*** sconsolato come me dal presente, la gente si sente toccata solo quando gli insidiano il portafoglio. Sarà, l’idea che mi sono fatta è che purtroppo l’italiano ammira e invidia pure chi i soldi li ha e li fa anche senza capire come. Ma questa è una opinione e, come va di moda in molti ambienti, non parlatemi di fatti che ho già le mie opinioni. Non sorprenderà i lettori di questa rubrica che le opinioni a cui mi riferisco oggi sono quelle che riguardano Israele da un lato – per cui i convincimenti sui gravi delitti si danno sempre a caldo senza valutare i fatti neanche per un secondo – e sulla Santa Sede, che con il suo passato e presente ardisce indicare strade etiche al mondo accodandosi a liberi e democratici paesi come il Sudan e il Pakistan. Detto ciò sono soddisfatta che l’Italia abbia votato alle Nazioni Unite come Obama, e mi auguro che quanto prima sia eliminata la stretta a Gaza, ma con il contributo della comunità internazionale che fino ad oggi se n’è fottuta. A meno che non si preferisca che quella fetta di Medioriente diventi la succursale di Teheran (di giorno mi pento di averti incontrato di notte ti vengo a cercare). E giacché siamo in argomento non sarebbe male che la comunità internazionale (che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa) buttasse un occhio, magari il viaggio papale li aiuterà, sul nord di Cipro che la Turchia sempre più ottomana, ha trasformato in uno stato fantoccio. Richieste velleitarie come quelle del povero omosessuale picchiato la cui storia è stata raccontata nei tg solo perché è stato colpito in via del Fagutale proprio sotto le finestre dell’ex ministro Scajola. Ahi serva Italia…

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

*Antonio Del Pennino, Di che vita morire, Gaffi, € 13.50
** http://www.caramellabuona.org/
*** Sandro Masini, presidente dell’Associazione Giuditta Tavani Arquati

http://www.nessundio.net/giudittatavaniarquati.htm

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Lunedì 7 giugno 2010, ore 21.00

Palazzo della Cultura – via del Portico d’Ottavia 72 – Roma

dall’Ungheria all’Olanda chi sono e dove sono le nuove camicie brune

VIAGGIO ALL’INTERNO DELLA GALASSIA NERA

intervengono

Stefano Gatti, responsabile del portale Osservatorio sull’antisemitismo del CDEC – Umberto Ranieri, coordinamento nazionale PD – Filippo Rossi, direttore Fare Futuro web magazine – Giacomo Kahn, direttore Shalom

28/5/10 – Loro boicottano

venerdì, 28 maggio 2010

Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò qui sotto (G. Leopardi, Pensieri)

I fatti: qualche giorno fa Coop e Conad hanno annunciato che non venderanno più nei loro supermercati prodotti provenienti dai territori occupati in Cisgiordania. La decisione è stata rivendicata da una rete di associazioni (capofila è l’associazione cattolica Pax Christi) che si chiama Stop Agrexco formatasi un anno fa per boicottare tutte le merci made in Israel.
Bene così, ognuno è libero di aderire alle campagne che crede.
Però Coop e Conad hanno voluto fare delle precisazioni, addirittura comprando pagine sui principali quotidiani, per chiarire che i punti vendita delle due catene distribuiscono regolarmente i prodotti provenienti da Israele, e che “il boicottaggio è azione estranea ai valori che sono solidarietà eticità cooperazione trasparenza”, ma sono in corso verifiche solo su datteri e erbe aromatiche. E ancora, la Coop parla di “decisione obbligata”, facendo riferimento a disposizioni fiscali e amministrative Ue, ma gli alimenti Agrexco sono in regola con la normativa comunitaria sull’origine dei prodotti: che si sappia se vengono dai territori è informazione non richiesta dalla Ue. La Conad invece ha precisato che i pompelmi sono stati sospesi in quanto la stagionalità è finita in aprile (tra l’altro i pompelmi israeliani non vengono dalla Cisgiordania) e quando le produzioni riprenderanno le forniture proseguiranno regolarmente. La questione è diventata un caso politico: il ministro degli Esteri Frattini ha parlato di provvedimento razzista e sono arrivate molte critiche anche da sinistra capeggiate da Furio Colombo. A favore del boicottaggio invece Cgil e Fiom che hanno diffuso una dichiarazione di sostegno ribadendo l’illegalità della politica israeliana. Il direttore amministrativo della Agrexco, il sig. Shimon Alchasov, ha spiegato che solo lo 0,4% dei prodotti della società provengono dalle comunità della valle del Giordano (territori occupati) e lì lavorano quasi esclusivamente palestinesi e stagionali che arrivano dal confine (cioè dalla Giordania). Certamente se gli israeliani si ritirassero da quei territori, come molti israeliani auspicano, il problema sarebbe risolto, la Agrexco non si occuperebbe della produzione ortofrutticola e magari i palestinesi produrrebbero datteri da soli. Purtroppo per loro a Gaza, territori che per fortuna gli israeliani hanno liberato, Hamas ha preferito distruggere le serre riducendo sul lastrico gli operai. Ma è giusto che ognuno si determini da sé perché niente è più prezioso dell’indipendenza e della libertà. E anche di scegliere l’integralismo di Hamas.
Le contraddittorie dichiarazioni di Coop e Conad , pongono una domanda. Perché le due aziende giustificano quello che sembra essere un boicottaggio ideologico? Per quanto sia un ossimoro agire nel mercato e operare boicottaggi economici, è nel pieno diritto delle due catene farlo. Anzi, sarebbe auspicabile che un metodo rigoroso venisse applicato ad ampio raggio; sapere se l’uvetta turca proviene dal Kurdistan, o se il made in China include il Tibet, o anche, e su questo i sindacati italiani attenti alla legalità potrebbero dare una mano, se le succose arance calabresi sono state raccolte a Rosarno. Tracciabilità totale, per tutti, non solo per i soliti. Altrimenti pare un pregiudizio.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

11/5/09 – terrasanta

lunedì, 11 maggio 2009

Rabbi Yeoshua intervenne nella discussione sostenendo che nella bibbia è detto “la Legge non è in cielo”*. Gli studenti gli chiesero cosa intendesse dire. “Significa che dal momento in cui la Legge ci venne data sul Monte Sinai, non abbiamo più bisogno di voci celesti per decidere, perché è scritto “segui la maggioranza”**. E gli studenti chiesero, come la prese Dio? E il Rabbi rispose che non si adirò affatto, ma sorrise e disse: “i miei figli mi hanno messo in minoranza”. Non so di altra religione i cui libri sacri abbiano osato arrivare a una conclusione come questa. (Martin Buber, Racconti )
*Deuteronomio 30,12
** Esodo 23,2

La questione è nota e ampiamente trattata su questo sito: le incomprensioni tra ebrei e cattolici si sono accentuate per la liberalizzazione fortemente voluta da Benedetto XVI dell’antico messale di san Pio V che, nella versione precedente a quella rivista nel 1962 da Giovanni XXIII contiene l’invocazione pro perfidis iudaeis. E’ sembrato ai più una prova dell’antisemitismo mai estirpato completamente dal cattolicesimo. A questo si è aggiunta la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebrviani (tra cui Williamson, sostenitore di tesi negazioniste sulla shoah) e la possibilità che il papa sblocchi il processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII.
E’ comprensibile quindi che gli ebrei che vivono nella diaspora, guardino con attenzione, apprensione, speranza, al viaggio del papa in Israele (e ci aspettiamo che i giornalisti vaticaliani chiamino Israele col suo nome e non terrasanta). Ma se gli ebrei, che sono esigua minoranza nel mondo, guardano al dialogo tra le religioni, gli israeliani sono completamente disinteressati all’argomento e, come scrive il quotidiano Haaretz, pregano tanto in questi giorni, ma solo perché tutto fili liscio considerate anche le enormi spese per la sicurezza e l’accoglienza che hanno fatto storcere il naso praticamente a ogni cittadino. Per Amnon Ramon, esperto di relazioni tra lo Stato di Israele e la Santa Sede, anche i membri del governo non considerano il viaggio fondamentale. Come è noto il governo si è insediato da poco e, ad eccezione del ministro del Welfare, il laburista Yitzhak Herzog da sempre impegnato nel dialogo inter-religioso, gli altri ministri hanno in mente solo argomenti pratici. Ad esempio la sovranità dei luoghi santi del cristianesimo che il Vaticano rivendica e che rappresentano un rilevante problema economico.
Le maggiori domande che si fanno i media israeliani riguardano ciò che Benedetto XVI dirà sulla questione palestinese: tutti si aspettano belle parole sulla pace ma nessuno crede che potranno sortire un qualche risultato. Si sa, e lo sa anche lo staff vaticano che pure sceglie l’ambiguità, che i problemi dei cristiani palestinesi che aspettano con gioia la visita del papa, difficilmente potranno giovarsi dell’incontro, perché i loro problemi sono determinati da hamas non certo dagli israeliani. La visita invece potrebbe portare qualche beneficio ai cristiani israeliani che vivono in maniera pacifica con gli ebrei (che si dichiarano laici al 70%) ma che scontano un problema di mancata integrazione economica rispetto al resto della popolazione, arabi compresi.
Accennavamo prima alle aspettative degli ebrei della diaspora. Soffermiamoci per un attimo sugli ebrei italiani che vivono, compostamente, in un paese che solo sulla carta non ha una religione di Stato e dove è un prerequisito fondamentale che un politico si dichiari, prima che capace e onesto, cattolico. Pensate a cosa vuol dire per una piccola ma antichissima minoranza religiosa, una legislazione ispirata dalla Chiesa cattolica. Qualche sera fa ho partecipato ad un incontro, promosso dalla comunità ebraica romana, sul testamento biologico, argomento tabù nel parlamento italiano. Come si sa la gestione della fine della vita – o per chi crede il passaggio da questa vita ad un’altra – da un grande potere a chi riesce a convincere di saperla controllare. Riccardo Di Segni, medico presso l’ospedale san Giovanni e rabbino capo di Roma, ha spiegato un brano della Torah (Emòr) che prescrive che i sacerdoti non debbono avere rapporti con i cadaveri. Si pensi che gli ebrei erano appena usciti dall’Egitto dove tutta la religione e il sacerdozio erano basati sulla gestione della morte e dell’aldilà. La Torah, ha detto il rabbino, è religione di vita e non di speculazione sulla morte.
Il pensiero unico del cattolicesimo, oltre a privare gli italiani di una maggiore cultura e conoscenza degli altri mettendo uno scivolo a posizioni insopportabili sulla società multietnica, unito alla scarsa laicità del Paese, è un limite per tutti i cittadini – che siano credenti o no – e una fonte di sofferenza continua per chi confida nell’equità e nella giustizia.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Altro interessante articolo sul tema

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=4&sez=120&id=29348

24/2/09 – Prima che sia notte

martedì, 24 febbraio 2009

24/2/09 – Prima che sia notte

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=29391

http://www.ibs.it/code/9788882463052/arenas-reinaldo/prima-che-sia

Lior Shlein, il comico israeliano conduttore di un programma notturno che ha l’audience del monoscopio rai, ha ben reagito alle critiche vaticane rafforzando il suo sketch. Ha chiesto infatti scusa agli spettatori che involontariamente aveva offeso chiedendogli se era più oltraggiosa la battuta surreale su Maria che se la faceva coi compagni di scuola (sic), o il fatto vero che c’è posto nella Chiesa cattolica per chi nega la Shoah. Il premier Olmert si è scusato, mostrando superiorità politica sulla Santa Sede che, anche in questo caso, da maiale ha dato dello sporcaccione al gatto. La libertà religiosa è un punto della dichiarazione della fondazione dello Stato di Israele (1948); per cui ogni comunità religiosa è libera di esercitare la propria fede, osservare le proprie festività e il giorno di riposo settimanale. E’ vero però che in questi ultimi tempi le posizioni del papa stanno irritando molto gli israeliani che non sono per niente desiderosi di vederlo calcare quella che lui chiama, impropriamente, terrasanta*.

I media italiani hanno archiviato in maniera frettolosa i tirannici comportamenti del teocrate vaticano, cosa che, per fortuna anche nostra, il resto del mondo non sta facendo. Dopo il Financial Times (rottweiller di Dio) anche il Sunday Times stigmatizza le scelte pontificie (uno stile regale e distaccato che ignora qualsiasi critica), aggiungendosi alle osservazioni dell’episcopato francese, tedesco, austriaco, svedese, svizzero, inglese.

E’ il caso del vescovo negazionista graziato dal pontefice che ha fatto emergere il malcontento: la richiesta di chiarimenti (senza precedenti) da parte di Merkel, l’appello di 50 membri cattolici al Congresso Usa, le critiche (è inammissibile e choccante) di Sarkozy, le proteste del Gran Rabbinato di Gerusalemme.

Le parole di scuse pronunciate da Benedetto XVI a proposito della Shoah testimoniano il vuoto. Innanzitutto per il tempo (lungo) che hanno richiesto per essere pronunciate e poi per l’ennesimo “mai più” che lascia intravedere una generica navigazione a vista. Parole di scuse dette perché qualcuno si acquieti, ma che non sgombrano il terreno dalle macerie e che, soprattutto, non garantiscono il ripetersi degli eventi. Meglio sarebbe stato che il papa avesse ascoltato le parole del premio Nobel per la pace Elie Wiesel che avrebbe voluto una ri-scomunica del lefevriano, per far si che il giudizio sul prelato negazionista non fosse più affare interno del Vaticano. Più di un commentatore ha accostato l’impopolarità di Benedetto XVI al suo predecessore Pio XII, che, non a caso, questo papa vorrebbe beatificare.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

*…Ma, come si comporterebbe B16 in “terrasanta”? Sarebbe anche lui un pellegrino che incentra il suo viaggio solo sui percorsi di Gesù? Si comporterebbe come quei pellegrini che si recano in quel paese e che a malapena sanno che atterreranno in un aeroporto che si chiama David Ben Gurion ignorando del tutto la storia dello Stato ebraico? Farebbe come quei pecoroni che mentre fanno la fila agli sportelli dei passaporti – sempre un po’ lunghetta in verità – la loro guida, in genere un prete, si affanna a spiegargli che non devono farsi mettere il timbro, altrimenti non saranno più liberi di andare da nessuna parte. In realtà sono “alcuni altri paesi” ad impedire l’ingresso se sul passaporto c’è il timbro di Israele. Nei programmi di viaggio dei pellegrini non c’è nessun luogo ebraico significativo da visitare (il Muro del Pianto, la Tomba di Rachele, la Grotta di Machpelà, le tombe di Maimonide…) ma solo la Via dolorosa, la Sala dell’Ultima Cena, il Santo Sepolcro… Raramente in questi viaggi è compreso lo Yad Vashem. Ovviamente le guide scelte sono sempre di religione cattolica, e malmostose nei confronti del Paese. Vogliamo aggiungere qualcosa sul famoso viaggio dei partitanti italiani guidati da mons. Fisichella? In quel pellegrinaggio era compreso un tour allo Yad Vashem, e sotto la famosa didascalia i membri della casta in gita, si sono ribellati alla guida chiedendo che venissero citati i religiosi che aiutarono gli ebrei italiani (mai rinnegati, tanto che molti religiosi sono ricordati con alberi e targhette nella via dei Giusti). E così ogni anno molti pellegrini si recano in Israele senza sapere che hanno visitato un paese dove i cattolici sono una sparuta minoranza e dove i luoghi che visitano sono accessibili grazie al governo israeliano che li amministra e li manutiene, a differenza di Betlemme dove con l’amministrazione Hamas anche il giorno della natività è in sottotono. E siccome Benedetto XVI non è solo un leader spirituale ma è anche capo dello Stato Vaticano, sarebbe esigibile che Israele venisse chiamato col suo nome e non terrasanta. I rapporti diplomatici devono essere chiari e talvolta hanno bisogno di spiegazioni.
Questo è uno di quei casi. (volendo si può leggere tutto su http://www.nessundio.net/tiziana2008.htm, 20/10/08)

No, no e no…. sulla madonna non si può.

venerdì, 20 febbraio 2009

Dal Vaticano parte l’ ordine di censurare uno show tv dissacrante e Israele obbedisce. Curioso scambio di cortesie censorie in nome dei ristabiliti rapporti di cordialità fra la SS vaticana e il governo che accoglierà presto il papa in visita.

Qui la fonte della notizia LEGGI