Articoli marcati con tag ‘gaza’

5/7/10 – Epilogo

lunedì, 5 luglio 2010

Chi vive in un’isola deve farsi amico il mare (Antico proverbio arabo)

Un mese fa la vicenda della Freedom Flotilla partita dalla Turchia per forzare il blocco israeliano a Gaza, teneva banco animando le piazze e rinfocolando, ad esempio in Italia, i mai sopiti livori antiebraici traducendo la protesta in attacchi mirati nell’antico ghetto di Roma. Senza eccessivo scandalo neanche nel mondo politico, usualmente pronto a dare la sua opinione su tutto.
Nel frattempo Israele ha deciso di allentare un po’ il blocco e aumentare le quantità di merci che, prima della vicenda della imbarcazione turca, erano fissate in 15.000 tonnellate alla settimana e che escludevano troppi prodotti, dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come gelatine e creme. Il valico di Rafiah, cioè il confine egiziano, è stato aperto dall’Egitto solo per pochi giorni e con il contagocce. Delle promesse di aiuto per il controllo ai confini israeliani offerto dall’Ue ad oggi sono solo documenti scritti e parole.
Uno studio della rivista inglese Lancet ha diffuso i risultati di una inchiesta che dimostra, dopo un anno dall’azione militare israeliana “piombo fuso” a Gaza (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), che la chiusura del confine continua ad avere un effetto devastante sulle condizioni di salute della popolazione. Solo il 26% dice di avere dei pasti regolari tre volte al giorno, scarso l’accesso al latte che viene consumato regolarmente solo da ¼ degli intervistati . Secondo il ricercatore Niveen Abu-Rmeileleh della Università di Birzeit (Cisgiordania) il 70% delle famiglie non è in grado di procurasi il cibo. Gaza è amministrata da Hamas che ha imposto la sharia sulla striscia rendendo molto disagevoli le condizioni della parte laica o meno fanatica della popolazione. Perfino una colonia estiva per i bambini, finanziata dall’Unhcr, è stata smantellata violentemente perché ritenuta troppo occidentale. I paesi arabi continuano una strategia adottata da sempre con i palestinesi, cioè tenerli in miseria per usarli come una arma contro Israele. Sembra che anche l’Ue abbia sposato questa tattica. La Ong israeliana Gisha per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla difficile situazione di Gaza, ha prodotto una simulazione on line: safe passage come il nome del corridoio previsto dagli accordi di Oslo 1993 che doveva collegare, via Israele, Gaza con la Cisgiordania. Si digita www.spg.org.il e si tenta di arrivare in Cisgiordania. Ma il risultato è sempre lo stesso: la strada è sbarrata. Grazie anche alla comunità internazionale che ha rimosso Gaza da qualsiasi road map.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

2/6/10
– La Flotilla pacifista non era animata dalle migliori intenzioni, ma in uno scontro tra militari e civili, sono i militari che hanno torto. Non si abborda una flottiglia di pacifisti ben disposti ad usare coltelli e bastoni sui soldati calati dagli elicotteri senza calcolare tra le probabili conseguenze la carneficina. Un errore tecnico si trasforma in una sciagura politica e umana in un soffio. E su questo c’è l’unanimità, soprattutto all’interno di Israele che ha inondato di pesantissime critiche il governo Netanyahu. La mattanza dei cosiddetti pacifisti resterà incollata addosso agli israeliani - non al governo - per parecchio tempo: mediaticamente niente di nuovo, perché quel paese ha sempre avuto una pessima stampa. L’unica possibilità che rimane al Paese per abilitarsi è togliere l’assedio a Gaza. Tre anni dopo l’avvento di Hamas (quando Ismail Haniyeh dichiarò finita la laicità perseguita dall’Anp), Gaza rimane sigillata. Israele garantisce 15.000 tonnellate di aiuto ogni settimana, ma secondo le Nazioni Unite è poco perché i beni vietati (dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come balsami per capelli e gelatine) sono troppi. Non è più praticabile che solo Israele risponda di questa situazione. La comunità internazionale ha rimosso Gaza da qualsiasi road map, l’Egitto apre con il contagocce il valico di Rafiah perché teme l’invasione di palestinesi nel suo territorio, i pacifisti invece di fare pressione sulla Lega araba (che mai li ascolterebbe) preferiscono associarsi a missioni dubbie. Del resto la Turchia non nega che alla partenza delle navi i militanti hanno inneggiato al jihad ricordando Khaybar (una città saudita dove Maometto sconfisse una tribù ebraica). Lo sconsiderato attacco della scorsa notte ha isolato ancora di più il governo Netanyahu che, non va dimenticato, è stato eletto dopo le chiusure europee poste alla bravissima e moderata Tzipi Livni. L’attuale ministro degli Esteri Lieberman ha incarognito i rapporti con la Turchia (anche se con Erdogan il paese si sta islamizzando e si sta scegliendo nuovi partner) tagliandosi i ponti con uno storico amico. La Turchia sfrutta la situazione nel tentativo di assumere una leadership nel Medioriente (ma non è detto che i suoi desiderata andranno a buon fine). L’azione di forza israeliana ha prodotto una ondata di consensi ad Hamas assestando un duro colpo all’Autorità palestinese accusata dai seguaci di Hamas di tradire la causa nazionale perché negozia col nemico sionista, indebolendo la posizione di Abu Mazen e sfibrando sempre più il processo di pace. Al solito turba, ma non sorprende, la veloce posizione di condanna del Vaticano. Che ci piacerebbe sentire per una volta che si è pentita di riconoscere qualche anno fa quel Paese di cui, come del resto molti, non comprende l’esistenza. Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi, ma ha il dovere di non sbagliare.

Tiziana Ficacci,www.nogod.it

15 anni fa, il 3 luglio del ’95, Alexander Langer
si suicidò provocando una grande emozione in tutti quelli che conobbero la sua militanza e il suo impegno. Vogliamo ricordarlo con un passo su Mani Pulite scritto per la rubrica “Lettere dall’Italia” che teneva sulla rivista tedesca Kommune: “Ciò che i giudici hanno fatto è stato giusto e aderente al loro mandato, ma non può portare a concludere che la politica scacciata dal tempio debba essere sostituita dalla giustizia e che l’onestà da sola possa in futuro garantire l’agire politico: questo sarebbe un cortocircuito. Il potere dei giudici, o addirittura il giustizialismo come surrogato della politica, non è certo la soluzione. Le rivendicazioni democratiche e libertarie non possono finire in pasto a scorciatoie demagogiche o al nuovo potere delle toghe. E tanto meno a processi spettacolo di stampo giacobino”.

Il sito della fondazione dedicata a Langer è www.alexanderlanger.org

13/01/09 – Israele, Gaza, gerarchie cattoliche, D’Alema, gli Usa. E l’Europa ?

martedì, 13 gennaio 2009

13/1/09 –

Il peccato originale

Qualsiasi cosa faccia Israele sbaglia, perché è l’unico Paese al mondo che è nato, come i cattolici, col peccato originale. E’, secondo la vulgata, uno Stato che non esisteva e che si è inserito con forza in una terra di altri. Ma neanche la Palestina c’era sessanta anni fa – né il sogno né l’idea – e per affermarsi ha dovuto combattere soprattutto con i paesi arabi che rifiutarono la suddivisione del ’48. Oggi siamo davanti ad un quesito: chi vuole perseguire il sogno di due popoli due stati? Hamas che ha nel suo statuto l’obiettivo della distruzione dello Stato di Israele, o Israele che con l’Autorità nazionale palestinese ha già firmato accordi per la nascita di uno stato palestinese? L’altra domanda che non possiamo eludere è: può riaprirsi la fessura nella quale si impianta il seme antisemita? La Chiesa cattolica sembra divisa fra il suo antico sentimento antigiudaico e la paura del fanatismo religioso dei musulmani arabi (che pregano, e va bene, ma nel contempo bruciando le bandiere del nemico). Infine, sorprende una posizione come quella di Massimino D’Alema che sembra non essersi accorto del tempo che è passato e che continua a pensare come mezzo secolo fa, ignorando i nuovi attori (Iran) e le nuove parole d’ordine (jihad), e fingendo di non sapere che ormai lo scontro è diventato politico-religioso.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Quale futuro per Israele

In troppi si illudono che lo “splendido isolamento” di Israele sul contorto e complesso scenario mediorientale sia di per sé elemento necessario e sufficiente a garantire la sicurezza e il futuro del giovane Stato. A tal proposito vanno citate due opzioni “isolazioniste” che lasciarono il tempo che trovarono. La dottrina Monroe, elaborata dal quinto presidente degli Stati Uniti James Monroe (1817-1825) nel 1823: “l’America agli americani” affermava che l’Europa non doveva ingerirsi nelle vicende statunitensi e stabiliva le basi dell’isolazionismo. La storia si è incaricata di capovolgere tale impostazione. E la posizione dell’Inghilterra che, senza il provvidenziale aiuto di Franklin Delano Roosvelt, presidente statunitense dal 1931 al 1945, non avrebbe certamente potuto far fronte alle armate hitleriane. Eppure, fino a quel momento, la “solitudine” inglese rappresentava quanto di meglio ci fosse per cercare di imitarla o, perlomeno, per tentare di carpirne le diversità.
Tradotto in termini più pratici: inutile battersi il petto ogni 27 gennaio e poi avere espressioni condiscendenti verso chi non solo brucia le bandiere con il Magen David ma ogni giorno scarica decine di missili contro le città israeliane.

I 60 anni dello Stato di Israele dovrebbero avere insegnato, ai suoi dirigenti e al suo popolo e al mondo chi gli è veramente amico, che il Pese non può rimanere isolato come è oggi, con catastrofiche prospettive di annientamento. Il minaccioso aumento demografico arabo è tutto a suo, e non solo, svantaggio. E la questione che il numero fa la forza, principio caro ai totalitarismo del ‘900, è oggi reso ancora più pericoloso dalla capacità di stati preto-dittatoriali sovrappopolati come l’Iran, di dotarsi dell’arma atomica, un tempo alla portata esclusiva di Usa e Urss. Ora, se agli Stati Uniti e alla defunta Unione Sovietica va almeno riconosciuto il merito del cosiddetto “equilibrio del terrore”, pur con tutti i limiti che ciò comportava, con gli squilibrati di Teheran e dintorni non ci si può sentire tranquilli: né noi europei, né a maggior ragione Israele.

Fino ad oggi lo Stato ebraico ha potuto contare sull’appoggio esclusivo, non sempre disinteressato, degli Stati Uniti. Tiepidissimi gli inglesi, assolutamente distratta l’Europa. Può essere questo lo scenario di totale sicurezza? Gli Stati Uniti hanno i loro acciacchi, economici e militari; hanno eletto Barack Obama ma è una scommessa dagli esiti imprevedibili, almeno a medio termine. Certo, il petrolio arabo è ancora oggi una arma potente e i traffici – più o meno leciti – con certi stati, depongono più contro che non a favore di un rinnovato e migliore interesse europeo verso Israele. Però, è il caso dell’Italia, se ci sono solo pochissime persone, autorevoli, intelligenti ancorché bizzarre come Marco Pannella, allora non si fa una lunga strada.
Dovrebbe essere il governo italiano nel suo complesso a porsi in Europa come il primo e autentico sostenitore dell’ingresso di Israele nella Unione europea. E non sarebbe male se l’opposizione, una tantum, convenisse anche se in essa la parte sedicente cattolica potrebbe impennarsi circa il rapporto con i deicidi… Una linea, quella dell’ingresso di Israele in Europa, che il presidente del Consiglio Berlusconi potrebbero gestire, con ampi margini di visibilità e consenso, proprio adesso che è presidente dell’ex G8 ampliato a 20. Anche le imminenti elezioni israeliane dovrebbero chiarire il loro interesse, in considerazione del fatto che molti cittadini di quel Paese gradirebbero entrare in Europa.
Non sempre i dirigenti politici israeliani hanno ragione, ma diecimila volte meglio i loro errori (a patto che non siano eterni) piuttosto che gli integralismi arabi assassini e schiavistici.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello per www.nogod.it

4/1/09 – E’ la stampa bellezza !

domenica, 4 gennaio 2009

“Ora che la legislatura europea volge al termine, credo si possa concludere anche la mia esperienza di giornalista prestata alla politica. Agli elettori che mi hanno sostenuto con il loro voto, vorrei dire che, con lo stesso spirito di servizio e analoghi obiettivi, cercherò di affrontare anche il mio vecchio mestiere, accettando la proposta di prendere il timone di 8 ½ su La7” . Detto fatto. La nuova skipper di quello che fu il vascello di Ferrara e Armeni si tuffa ogni sera sui temi dell’attualità con l’inconfondibile vis pedagogica di chi insegna a una classe di somari. Li fa parlare, ma solo per sincerarsi che abbiano studiato. Si irrita se non capiscono. Li sculaccia se commettono errori di giudizio. Sorride quando disgelano una rozzezza che lei condivide. Una giornalista prestata alla politica non potrebbe fare meglio (Paolo Macry, Calendario)

Spesso mi sono chiesta come si concilia l’interesse che in molti hanno per il mondo ebraico, la curiosità di conoscere cibi e riti, l’esagerato interesse per film e libri che rievocano la Shoah (al punto di pompare fino all’oscar il mediocre La vita è bella), la massiccia partecipazione alle discutibilissime parate per la giornata della memoria ecc. ecc., con l’insofferenza che il 99.9% della popolazione italiana ha nei confronti di Israele, un paese dove vivono insieme molti ebrei (ma meno che in Canada e negli Stati Uniti). In breve, piace l’aspetto sentimentale e pietistico mentre disturba tutto il resto. Nel nostro paese c’è sempre stato un atteggiamento filopalestinese e in generale filoarabo di politici di diversi orientamenti: si pensi alle recenti rivelazioni del presidente emerito Cossiga sull’accordo stretto coi palestinesi da Aldo Moro, o all’appoggio di Craxi a Gheddafi e all’Olp, fino ai militanti di Rc e di Milizia (destra estrema) che partecipano ai roghi delle bandiere, per arrivare alle posizioni di D’Alema che sono sempre vicino al punto di negare la legittimità dell’esistenza dello Stato di Israele. Ma è soprattutto l’informazione, quotidiani come la Repubblica, il manifesto, l’Osservatore romano, l’Avvenire e gran parte della rai, che esercita una azione propagandistica fortemente sfavorevole a Israele. Giudizio legittimato dal forte pregiudizio antiebraico di papa Benedetto XVI. Giuseppe Giannotti, giornalista del Secolo XIX, ha recentemente pubblicato un libro (Israele, verità e pregiudizi, ed. De Ferrari), dove analizza le reazioni di alcune tra le più importanti testate italiane rispetto agli eventi cruciali della seconda intifada. In particolare viene analizzata la guerra asimmetrica scatenata dall’Olp di Arafat dopo che aveva fatto fallire le trattative di pace di Camp David (un fallimento che Clinton e i democratici (e il mondo intero) hanno pagato dando il via all’era Bush), l’uccisione del bambino palestinese Al Doura, il linciaggio di due riservisti israeliani a Ramallah ripreso da una troupe di mediaset, trasmesso anche dalla rai, fatto che indignò moltissimo l’allora corrispondente rai Riccardo Cristiano che mandò una lettera di scuse alla dirigenza palestinese, l’assedio della basilica della natività a Betlemme, la battaglia di Jenin e la guerra del Libano. Giannotti ha dalla sua il fatto di scrivere a freddo, quando, pur non disponendo della assoluta verità, si hanno comunque maggiori informazioni. Da molte inchieste e da una sentenza di un tribunale francese si sa oggi con certezza che il povero Al Doura non venne ucciso dal fuoco di un avamposto israeliano ma da “fuoco amico”. Una inchiesta dell’Onu ha stabilito che a Jenin per fortuna non ci fu una strage, ma una guerriglia urbana piegata faticosamente dall’esercito israeliano, con molte perdite di soldati, per non coinvolgere i civili. Da testimonianze di giornalisti anche italiani (obtorto collo) che sono entrati subito dopo la conclusione dei fatti di Betlemme, sappiamo che non vi erano rifugiati militanti ricercati ma una banda di terroristi armata e violenta anche con i monaci. Da testimonianze di giornalisti (dalla BBC, alla CNN passando per la stampa europea) molte delle notizie sul Libano erano organizzate da un efficiente servizio propagandistico. Sarei portata a credere che posizioni nettamente contrarie ad Israele, che seppur peccando di un eccesso di forza si muove per autodifesa (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&sez=120&id=27210), siano determinate dalla cultura cattolica fortemente antisemita di cui siamo imbevuti, anche quelli di noi che credono di non essere sfiorati da questa superstizione. O anche la paura dell’avanzata islamica, o un generico anticapitalismo identificato con la parte più negativa dell’occidente. La battaglia si svolge soprattutto sul terreno delle rappresentazioni, e non è per nulla detto che Israele la possa vincere data l’altrui potenza di fuoco.

Tiziana Ficacci, per www.nogod.it