Articoli marcati con tag ‘freedom flotilla’

Money Flotilla.

sabato, 9 luglio 2011

Da una parte la Freedom Flotilla vuol portare la libertà ai palestinesi di Gaza, ma una ben più ricca Flotilla del tutto legale e con il consenso e la protezione di tutte le autorità internazionali porta un fiume di soldi agli stessi destinatari. Soldi dei contribuenti e pensionati anche italiani che stanno per essere ulteriormente impoveriti dalla manovra di Berlusconi e Tremonti.

Articolo di Ugo Volli segnalato dal nostro amico Marcus Promtheus.

*Dieci centesimi, per carità*

Cari amici,

ce l’avete un salvadanaio? Qualche spicciolo in tasca? “Che, ce l’hai cento lire”? Certo che sì, mi leggete su internet, quindi siete ricchi. Bene, è il momento di tirar fuori i vostri risparmi, di essere generosi. “Perché?” chiedete voi:  non c’è perché,  vi rispondo è sempre bene essere generosi. In questo caso poi è obbligatorio La domanda è per chi. E la risposta anche in questo caso è chiara. Per i palestinesi, naturalmente, che hanno tanto bisogno. Ma come, senza dubbio replicherete voi, in tre o quattro milioni che sono prendono più aiuti internazionali di tutta l’Africa messa insieme: “l’aiuto pubblico allo sviluppo è cresciuto da 179 milioni di dollari nel 1993 a 2,6 miliardi di dollari nel 2008, con un aumento del 1.350%”, come scrive una pagina chiaramente filopalestinese e antisraeliana, http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2244). Calcolando l’aumento negli ultimi tre anni siamo ormai vicini ai 1000 dollari di aiuto internazionale a testa, bambini e miliardari inclusi. Un record mondiale assoluto.

Be’, non importa, bisogna aiutarli, poveri palestinesi. Non ce la fanno. In particolare non ce la fa l’Autorità Palestinese, che ha deciso di pagare solo la metà degli stipendi di luglio ai suoi dipendenti (http://www.statesman.com/news/world/palestinian-authority-to-cut-in-half-employee-pay-1579782.html?cxtype=rss_news) . Naturalmente, voi dite, la colpa è dei cattivi israeliani, che boicottano l’accordo con Hamas e negano all’AP i dazi che Israele raccoglie sulle merci dirette nei territori palestinesi. No, non è così, purtroppo. Quel boicottaggio è stato un atto dimostrativo, durato solo qualche giorno, un paio di mesi fa (a proposito, avete più sentito parlare di questa famosa unificazione, annunciata con tanta enfasi? Il presidente Mahmoud  Abbas ha per caso messo piede su quella metà secessionista del suo “stato” che è la striscia di Gaza? No, nada, missing, non se ne sa più nulla…).

Ciò che manca all’Autorità palestinese, sono gli aiuti, in particolare quelli dei paesi arabi. (http://blogs.cfr.org/abrams/2011/07/04/on-palestinians-pledges-and-budgets/) L’America fa la sua parte, dà al buon Abbas 600 milioni di dollari l’anno, l’Europa 275. Ma per esempio l’Arabia Saudita, che ha un avanzo di bilancio quest’anno di 25 miliardi di dollari (grazie al petrolio), due anni fa diede all’AP 241 milioni, l’anno scorso 146 milioni, quest’anno ancora niente. Insomma, di solidarietà a parole tanta, di soldini sempre meno. E i poveri impiegati dell’AP tirano la cinghia. Avete mica un soldino per fare la carità?

Ugo Volli

PS 1: Io non sono tanto preoccupato per gli impiegati dell’anagrafe di Ramallah o vigili urbani di Jenin. C’è una categoria che mi preoccupa di più. L’autorità palestinese ha di recente approvato una legge che garantisce un salario a tutti gli arabi prigionieri nelle carceri israeliane, per qualunque ragione e dunque in particolare per terrorismo. Gli assassini, i bombaroli, gli stragisti, i tagliagola, sono tutti dipendenti dall’autorità palestinese (http://undhimmi.com/2011/05/21/palestinian-authority-to-pay-salaries-to-terror-prisoners-in-israeli-jails/). Per esempio anche quelli che hanno ammazzato la famiglia Fogel qualche mese fa: padre, madre, bambini, fino a una neonata di otto mesi sgozzata senza pietà. I colpevoli sono stati scoperti e incarcerati e hanno un giusto diritto a ricevere lo stipendio dell’AP. Non vorrete che restino senza? Su, fate l’elemosina, tanto sono soldi che comunque paghiamo noi occidentali.

PS2: Rischiano di restare senza suldi anche le scuole dell’odio palestinese, che comunque paghiamo noi. Se volete un’analisi su questa importante fuzione degli aiuti pubblici alla “palestina”, leggete qui:http://tpa.typepad.com/home/files/funding_hate_proof6_cors.pdf

PS3: Ma comunque, non temete, la crisi finanziaria, cioè il fatto di non essere autosufficiente sul piano economico come su quello territoriale e della popolazione, non impedirà i piani di riconoscimento del nuovo stato palestinese da parte dell’Onu, alla faccia del diritto internazionale. Lo dice il primo ministro Fayyad (la faccia moderna del regime, quella che non piace ad Hamas):http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=228189.

21/6/11 – Siamo umani, per favore (2)

martedì, 21 giugno 2011

Le cornacchie affermano che basta una sola cornacchia a distruggere il cielo. La cosa è indubitabile, ma non dimostra nulla contro il cielo, poiché il cielo significa appunto incompatibilità con le cornacchie (Franz Kafka, Gli otto quaderni in ottavo)

Alla fine del mese un gruppo di attivisti pacifisti italiani salirà sulle navi di Freedom Flotilla 2 per recarsi a Gaza. Ai pacifisti vanno tutti i nostri auguri per la buona riuscita della loro missione, e, soprattutto, li ringraziamo per il bello slogan “restiamo umani”. Se possiamo avanzare una richiesta ai nostri connazionali che a giorni si imbarcheranno, è di ricordare il soldato Gilad Shalit – l’anno scorso i passeggeri della flottiglia rifiutarono l’incontro con i famigliari del giovane – che venne rapito e non catturato da un commando che lo consegnò ad Hamas, cinque anni fa su territorio israeliano in una operazione di guerra.
Non c’è motivo di contestare la critica dura, per certi aspetti anche condivisibile, che i pacifisti muovono ai governi israeliani, ma lo slogan restiamo umani avrà più senso e forza se non presterà il fianco ai signori della guerra intrisi da fanatismo religioso violento e maschilista, e a regimi che ignorano sistematicamente i diritti delle persone, soprattutto delle donne.
Sarebbe equo che sulla Freedom Flotilla, oltre alle bandiere palestinesi, campeggiasse un vessillo che ricordi come non è propriamente umano trattenere un prigioniero senza processo, senza visite di organizzazioni internazionali, colpevole, in definitiva, solo di esistere. Sarebbe una dimostrazione, oltre che di intelligenza, di essere umani.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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18/4/11 – Siamo umani, per favore
Il coraggio intellettuale della verità e l’attività politica sono due cose incompatibili in Italia (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975)
Dove c’è vita c’è compromesso. L’opposto del compromesso non è l’integrità bensì il fanatismo e la morte (Amos Oz)
Lo scorpione deve attraversare il torrente e chiede alla rana di portarlo in groppa. La rana si rifiuta perché, dice allo scorpione, quando arriveremo tu mi pungerai a morte. Lo scorpione rassicura la rana che non lo farà. La rana si persuade e lo porta in groppa, ma arrivati a destinazione lo scorpione la punge a morte e gli dice, mi spiace, ma è la mia natura.

C’è qualcosa di più scandaloso che morire per mano dei tuoi amici, essere tradito, avere la mano morsa da chi hai nutrito? E’ quello che è accaduto al nostro Vittorio Arrigoni, attivista dichiarato per la causa del popolo palestinese (“per vocazione non per lavoro” si legge nel suo blog guerrillaradio.iobloggo.com). Vik scriveva “non credo ai confini e alle barriere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, alla stessa famiglia umana”. E’ quello che in molti pensiamo nei nostri confini e che ci muove all’ammirazione per chi ha il coraggio di dirlo da una porzione di terra sovrappopolata e sigillata, che riesce a vivere con estrema difficoltà per concessione dei vicini israeliani che li teme e li controlla, e l’indifferenza assoluta degli egiziani che hanno blindato il confine. Nel dolore per una morte tanto violenta, avrebbe fatto fare un passo alla difficile situazione di quella sfortunata area del mondo un po’ di sinerità. La denuncia, ad esempio, oltre che delle sofferenze del popolo palestinese, di organizzazioni violente ai fianchi e fiancheggiatrici di Hamas, coordinate da paesi arabi-musulmani e spesso in combutta fra di loro. Dire a voce piena che Vittorio Arrigoni è stato ucciso crudelmente per un regolamento di conti fra le organizzazioni palestinesi avrebbe contribuito alla causa del pacifismo ricercata dall’attivista. Raccontare che le fazioni palestinesi, eterodirette da organizzazioni arabe-musulmane coordinate dall’esterno e che non hanno nessun interesse a disinnescare la potenziale bomba della Striscia, sarebbe utile soprattutto per i palestinesi che hanno diritti indipendentemente da chi li governa.
Anche questa volta i commentatori italiani hanno preferito tenere infilati gli occhiali dell’ideologia, inebriandosi del profumo mediorientale e non sentendo l’odore rancido delle violazione dei diritti delle persone – delle donne soprattutto – dando una mano ai signori della guerra pervasi da un fanatismo religioso violento e maschilista. Pure stavolta i pacifisti nostrani hanno percorso il sentiero di disprezzare tutto ciò che viene dall’Occidente (non sempre perfetto ovviamente) e stordirsi coll’aroma d’Oriente.
Il solito pacifismo silente davanti ai ragazzi di piazza Tahir in Egitto, alle onde verdi iraniane, agli sbarchi dei tunisini. Ahimè sono gli stessi esponenti che trovano spesso punti di congiunzione con la Chiesa cattolica italiana (è appena il caso di ricordare come un presidente della Camera comunista inveì contro un ministro dell’Economia della sua coalizione che voleva eliminare l’iniquo privilegio dell’Ici alla Cei).
Leggo che una delle citazioni preferite dall’attivista italiano era dello scrittore americano Henry David Thoreau, ispiratore dei movimenti non violenti: “Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.
Il corpo torturato di Vik uscirà dalla Striscia dalla parte egiziana. Quel confine che il grande paese arabo non apre per i fratelli palestinesi.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

5/7/10 – Epilogo http://www.nessundio.net/blog/2010/07/05/4192/

5/7/10 – Epilogo

lunedì, 5 luglio 2010

Chi vive in un’isola deve farsi amico il mare (Antico proverbio arabo)

Un mese fa la vicenda della Freedom Flotilla partita dalla Turchia per forzare il blocco israeliano a Gaza, teneva banco animando le piazze e rinfocolando, ad esempio in Italia, i mai sopiti livori antiebraici traducendo la protesta in attacchi mirati nell’antico ghetto di Roma. Senza eccessivo scandalo neanche nel mondo politico, usualmente pronto a dare la sua opinione su tutto.
Nel frattempo Israele ha deciso di allentare un po’ il blocco e aumentare le quantità di merci che, prima della vicenda della imbarcazione turca, erano fissate in 15.000 tonnellate alla settimana e che escludevano troppi prodotti, dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come gelatine e creme. Il valico di Rafiah, cioè il confine egiziano, è stato aperto dall’Egitto solo per pochi giorni e con il contagocce. Delle promesse di aiuto per il controllo ai confini israeliani offerto dall’Ue ad oggi sono solo documenti scritti e parole.
Uno studio della rivista inglese Lancet ha diffuso i risultati di una inchiesta che dimostra, dopo un anno dall’azione militare israeliana “piombo fuso” a Gaza (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), che la chiusura del confine continua ad avere un effetto devastante sulle condizioni di salute della popolazione. Solo il 26% dice di avere dei pasti regolari tre volte al giorno, scarso l’accesso al latte che viene consumato regolarmente solo da ¼ degli intervistati . Secondo il ricercatore Niveen Abu-Rmeileleh della Università di Birzeit (Cisgiordania) il 70% delle famiglie non è in grado di procurasi il cibo. Gaza è amministrata da Hamas che ha imposto la sharia sulla striscia rendendo molto disagevoli le condizioni della parte laica o meno fanatica della popolazione. Perfino una colonia estiva per i bambini, finanziata dall’Unhcr, è stata smantellata violentemente perché ritenuta troppo occidentale. I paesi arabi continuano una strategia adottata da sempre con i palestinesi, cioè tenerli in miseria per usarli come una arma contro Israele. Sembra che anche l’Ue abbia sposato questa tattica. La Ong israeliana Gisha per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla difficile situazione di Gaza, ha prodotto una simulazione on line: safe passage come il nome del corridoio previsto dagli accordi di Oslo 1993 che doveva collegare, via Israele, Gaza con la Cisgiordania. Si digita www.spg.org.il e si tenta di arrivare in Cisgiordania. Ma il risultato è sempre lo stesso: la strada è sbarrata. Grazie anche alla comunità internazionale che ha rimosso Gaza da qualsiasi road map.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

2/6/10
– La Flotilla pacifista non era animata dalle migliori intenzioni, ma in uno scontro tra militari e civili, sono i militari che hanno torto. Non si abborda una flottiglia di pacifisti ben disposti ad usare coltelli e bastoni sui soldati calati dagli elicotteri senza calcolare tra le probabili conseguenze la carneficina. Un errore tecnico si trasforma in una sciagura politica e umana in un soffio. E su questo c’è l’unanimità, soprattutto all’interno di Israele che ha inondato di pesantissime critiche il governo Netanyahu. La mattanza dei cosiddetti pacifisti resterà incollata addosso agli israeliani - non al governo - per parecchio tempo: mediaticamente niente di nuovo, perché quel paese ha sempre avuto una pessima stampa. L’unica possibilità che rimane al Paese per abilitarsi è togliere l’assedio a Gaza. Tre anni dopo l’avvento di Hamas (quando Ismail Haniyeh dichiarò finita la laicità perseguita dall’Anp), Gaza rimane sigillata. Israele garantisce 15.000 tonnellate di aiuto ogni settimana, ma secondo le Nazioni Unite è poco perché i beni vietati (dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come balsami per capelli e gelatine) sono troppi. Non è più praticabile che solo Israele risponda di questa situazione. La comunità internazionale ha rimosso Gaza da qualsiasi road map, l’Egitto apre con il contagocce il valico di Rafiah perché teme l’invasione di palestinesi nel suo territorio, i pacifisti invece di fare pressione sulla Lega araba (che mai li ascolterebbe) preferiscono associarsi a missioni dubbie. Del resto la Turchia non nega che alla partenza delle navi i militanti hanno inneggiato al jihad ricordando Khaybar (una città saudita dove Maometto sconfisse una tribù ebraica). Lo sconsiderato attacco della scorsa notte ha isolato ancora di più il governo Netanyahu che, non va dimenticato, è stato eletto dopo le chiusure europee poste alla bravissima e moderata Tzipi Livni. L’attuale ministro degli Esteri Lieberman ha incarognito i rapporti con la Turchia (anche se con Erdogan il paese si sta islamizzando e si sta scegliendo nuovi partner) tagliandosi i ponti con uno storico amico. La Turchia sfrutta la situazione nel tentativo di assumere una leadership nel Medioriente (ma non è detto che i suoi desiderata andranno a buon fine). L’azione di forza israeliana ha prodotto una ondata di consensi ad Hamas assestando un duro colpo all’Autorità palestinese accusata dai seguaci di Hamas di tradire la causa nazionale perché negozia col nemico sionista, indebolendo la posizione di Abu Mazen e sfibrando sempre più il processo di pace. Al solito turba, ma non sorprende, la veloce posizione di condanna del Vaticano. Che ci piacerebbe sentire per una volta che si è pentita di riconoscere qualche anno fa quel Paese di cui, come del resto molti, non comprende l’esistenza. Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi, ma ha il dovere di non sbagliare.

Tiziana Ficacci,www.nogod.it

15 anni fa, il 3 luglio del ’95, Alexander Langer
si suicidò provocando una grande emozione in tutti quelli che conobbero la sua militanza e il suo impegno. Vogliamo ricordarlo con un passo su Mani Pulite scritto per la rubrica “Lettere dall’Italia” che teneva sulla rivista tedesca Kommune: “Ciò che i giudici hanno fatto è stato giusto e aderente al loro mandato, ma non può portare a concludere che la politica scacciata dal tempio debba essere sostituita dalla giustizia e che l’onestà da sola possa in futuro garantire l’agire politico: questo sarebbe un cortocircuito. Il potere dei giudici, o addirittura il giustizialismo come surrogato della politica, non è certo la soluzione. Le rivendicazioni democratiche e libertarie non possono finire in pasto a scorciatoie demagogiche o al nuovo potere delle toghe. E tanto meno a processi spettacolo di stampo giacobino”.

Il sito della fondazione dedicata a Langer è www.alexanderlanger.org

2/6/10 – Ragione e sentimento

mercoledì, 2 giugno 2010

Un crimine di guerra presuppone che ci siano dei militari che aprono il fuoco, deliberatamente e senza preavviso, su persone inermi che subiscono solamente. Qui, non sono sicuro che le cose siano andate così. C’è stato uno scambio di violenze, anche se ovviamente di proporzioni diverse (Amos Oz)

La Flotilla pacifista non era animata dalle migliori intenzioni, ma in uno scontro tra militari e civili, sono i militari che hanno torto. Non si abborda una flottiglia di pacifisti ben disposti ad usare coltelli e bastoni sui soldati calati dagli elicotteri senza calcolare tra le probabili conseguenze la carneficina. Un errore tecnico si trasforma in una sciagura politica e umana in un soffio. E su questo c’è l’unanimità, soprattutto all’interno di Israele che ha inondato di pesantissime critiche il governo Netanyahu. La mattanza dei cosiddetti pacifisti resterà incollata addosso agli israeliani - non al governo – per parecchio tempo: mediaticamente niente di nuovo, perché quel paese ha sempre avuto una pessima stampa.
L’unica possibilità che rimane al Paese per abilitarsi è togliere l’assedio a Gaza.
Tre anni dopo l’avvento di Hamas (quando Ismail Haniyeh dichiarò finita la laicità perseguita dall’Anp), Gaza rimane sigillata. Israele garantisce 15.000 tonnellate di aiuto ogni settimana, ma secondo le Nazioni Unite è poco perché i beni vietati (dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come balsami per capelli e gelatine) sono troppi. Non è più praticabile che solo Israele risponda di questa situazione. La comunità internazionale ha rimosso Gaza da qualsiasi road map, l’Egitto apre con il contagocce il valico di Rafiah perché teme l’invasione di palestinesi nel suo territorio, i pacifisti invece di fare pressione sulla Lega araba (che mai li ascolterebbe) preferiscono associarsi a missioni dubbie. Del resto la Turchia non nega che alla partenza delle navi i militanti hanno inneggiato al jihad ricordando Khaybar (una città saudita dove Maometto sconfisse una tribù ebraica). Lo sconsiderato attacco della scorsa notte ha isolato ancora di più il governo Netanyahu che, non va dimenticato, è stato eletto dopo le chiusure europee poste alla bravissima e moderata Tzipi Livni. L’attuale ministro degli Esteri Lieberman ha incarognito i rapporti con la Turchia (anche se con Erdogan il paese si sta islamizzando e si sta scegliendo nuovi partner) tagliandosi i ponti con uno storico amico. La Turchia sfrutta la situazione nel tentativo di assumere una leadership nel Medioriente (ma non è detto che i suoi desiderata andranno a buon fine). L’azione di forza israeliana ha prodotto una ondata di consensi ad Hamas assestando un duro colpo all’Autorità palestinese accusata dai seguaci di Hamas di tradire la causa nazionale perché negozia col nemico sionista, indebolendo la posizione di Abu Mazen e sfibrando sempre più il processo di pace. Al solito turba, ma non sorprende, la veloce posizione di condanna del Vaticano. Che ci piacerebbe sentire per una volta che si è pentita di riconoscere qualche anno fa quel Paese di cui, come del resto molti, non comprende l’esistenza.
Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi , ma ha il dovere di non sbagliare.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Quella che faceva rotta su Gaza non è una Flotilla di pacifisti, sostiene il governo israeliano. E non ha tutti i torti. Basti pensare che il Free Gaza Movement ha risposto picche al padre di Gilad Shalit – il soldato israeliano prigioniero nella Striscia da quattro anni – che aveva chiesto loro di premere su Hamas affinché fosse permesso al soldato di ricevere una visita dalla Croce Rossa o lettere dalla famiglia (L. Spinola, Il Riformista))

Delle sei navi della flottiglia attaccata da Israele, tre sono state fornite dalla Ong turca Insani Yardim Vakfi (Fondazione per l’aiuto umanitario), legata al governo. L’organizzazione ha stretti legami con il leader di Hamas a Damasco Khaled Meshaal e con i Fratelli musulmani in Egitto. A Gaza ha aperto una sede. Il 7 aprile scorso Yildirim, fondatore del gruppo, durante una conferenza stampa a Istanbul disse che la flottiglia sarebbe stata una prova per lo stato ebraico: “se Israele dovesse opporsi alla flottiglia – aveva detto – sarebbe come una dichiarazione di guerra di quei paesi i cui attivisti si trovano a bordo delle navi”. Dopo i tragici fatti si potrebbe affermare che Yildirim è stato preveggente.

Orsetta Calamai, www.nogod.it