Era questo il tradizionale grido di allarme con cui gli abitanti delle coste meridionali della nostra penisola si allertavano appena venivano avvistate le imbarcazioni dei predatori provenienti dai paesi musulmani che razziavano beni e persone vendute poi come schiave sui mercati mediorientali. Secondo alcuni osservatori e politologi molte perplessità suscita in Europa la futura ammissione della Tuchia, optimo iure, all’interno dell’Unione. Non certo perchè i turchi moderni possano razziare e depredare inermi cittadini, quanto per la diffusione ulteriore di un islamismo aggressivo e pervasivo che abbattendo prima la laicità consolidata in Turchia dal padre fondatore Ataturk, dilaghi poi in Europa con le gambe di 80 milioni di nuovi cittadini musulmani. Su queste preoccupazioni vi proponiamo due interessanti articoli.
*Il GIORNALE – R. A. Segre :
” Dietro le parole del premier turco il grande
scontro tra laicismo e islamismo “*
*
R. A. Segre*
Chi sono i 100mila armeni residenti in Turchia che il premier Erdogan
vorrebbe cacciare dal suolo turco a causa dell’insistenza degli armeni (in
Armenia e nella grande diaspora armena) a voler chiamare genocidio la strage
armena fatta dagli ottomani nella prima guerra mondiale? Sono una nuova mina
che il leader del partito islamico Giustizia e Sviluppo (Akp) al governo sta
mettendo sulla strada della riconciliazione storica fra i due popoli. Poiché
la ripresa dei contatti diplomatici fra Turchia e Armenia aveva fatto
pensare il contrario solo qualche mese fa, come spiegare questa svolta del
governo di Ankara? L’impressione è che, nonostante il costo interno e
internazionale di questo nuovo irrigidimento turco sulla questione
dell’Olocausto armeno, la svolta sia legata al grande scontro in corso in
Turchia fra laicismo e islamismo.
Il costo interno è dovuto al fatto che almeno 70mila dei 100mila minacciati
di espulsione sono persone indispensabili alla società arricchita turca.
Sono nella loro stragrande maggioranza donne, impiegate come cameriere o
badanti di anziani nelle città. Ora i centri urbani, contrariamente alla
Turchia tradizionalista e in gran parte analfabeta delle campagne, sono le
cittadelle del laicismo, non meno di come l’esercito, per Costituzione, è il
custode dell’ataturkismo. Il costo esterno, come si è visto con la recente
approvazione alla commissione del Congresso di Washington, dell’accusa di
«olocausto» armeno contro la Turchia (che violentemente lo nega) ha
provocato il ritiro dell’ambasciatore turco da Washington, il non intervento
della lobby israeliana (per la prima volta in anni) a sostegno dei turchi (a
causa del raffreddamento delle relazioni fra Ankara e Gerusalemme). Sono
«munizioni» che i due grandi opposti movimenti per il «controllo» dell’anima
turca – il partito di Erdogan e l’esercito – stanno da mesi combattendo nel
quadro di un presunto «colpo di Stato» militare contro il governo.
Questo «golpe» (che se fosse riuscito, sempre che non si trattasse di una
montatura degli islamici, sarebbe stato il terzo nella storia della Turchia
moderna in difesa della laicità della Repubblica) ha dimostrato con
l’arresto di almeno 60 ufficiali, in servizio e di riserva, che la casta
degli ufficiali non è più inviolabile. D’altra parte quando nel 2007 un
giovane nazionalista assassinò Hrant Dink, direttore turco armeno di un
giornale che aveva osato parlare dello «olocausto armeno», oltre 100mila
persone di ogni origine e fede hanno seguito la sua bara. L’omicidio, lungi
dall’aumentare l’odio per gli armeni, ha aumentato le critiche al governo
per il perseguimento di una politica che non solo appare storicamente
ingiustificata ma anche come un appello del partito islamico nella sua lotta
contro il laicismo e soprattutto contro il ruolo dei militari a difesa della
laicità turca.
La minaccia del premier Erdogan di espellere gli armeni illegalmente
residenti in Turchia fa parte dello stesso conflitto sulla identità turca
che continua ad agitare la politica e la coscienza del paese. Questi armeni,
o piuttosto armene, da espellere sono gli umili tessitori della tela comune
della nazione turca. Sono – come scriveva il 14 scorso l’Economist londinese
- persone che arrivano col cuore pieno di terrore per il turco e che tornano
a casa a raccontare storie sulla benevolenza che hanno scoperto nelle case
turche. Fanno parte di quel mondo sempre più esteso nella società turca che
ne ha abbastanza dei miti di odio religioso e nazionale. Miti su cui si
fonda ancora in larga parte il pregiudizio delle masse musulmane contro
l’infedele. Che si tratti del cristiano nelle sue varie denominazioni, o
dell’ebreo vestito da israeliano.
*LIBERO –
Carlo Panella : “ L’Europa senza testa non può permettersi una Turchia islamica”*
* Carlo Panella*
«Sia l’Unione Europea che la Turchia non credono ormai più tanto al processo
di integrazione»: questa valutazione, espressa Carlo Corazza, direttore
della rappresentanza Ue di Milano è forte, ma ha un grande fondo di verità.
Dal punto di vista tecnico, l’evo – luzione della trattativa tra l’Ue e
Ankara parla chiaro: dal 2005, dei 35 capitoli di negoziato per conformare
le norme turche con quelle dell’Ue, è stato concluso solo quello sulla
scienza. Altri 8 sono bloccati dal 2006, 11 sono aperti e i restanti ancora
da aprire. Senza contare il contenzioso che si è aperto per la questione del
genocidio degli armeni. Su tutti poi incombe la controversia su Cipro, rebus
insolubile perché la Repubblica di Cipro, membro dell’Ue, grecofona, ha
rifiutato la soluzione di mediazione dell’Onu, che però è stata accettata
dallo Stato cipriota turcofono. Ma, al di là della trattativa, è sempre più
chiaro che l’ingresso della Turchia in Europa (avversato peraltro dal
baricentro dell’Ue: Germania a Francia) è del tutto fallito per colpa
dell’Eu – ropa. Ormai è inutile schierarsi con chi sostiene (come faccio da
anni) che è indispensabile che l’Europa inglobi la Turchia come strategico
interfaccia politico con il mondo musulmano, con l’Asia e con la sponda nord
del Mediterraneo (perno peraltro della strategia di George W. Bush).
Esattamente come è inutile schierarsi con chi afferma che la Turchia è uno
stato asiatico, influenzato dalla cultura islamica, e che i suoi 6 milioni
di immigrati in Germania e negli altri paesi, una volta diventati cittadini
europei a pieno titolo, costituirebbero addirittura un’emergenza. È un
contenzioso sorpassato da una drammatica constatazione di fondo: l’Europa
politica non esiste e quindi non può sviluppare nessuna strategia politica
alta (come far entrare la Turchia), ha un mercato e una moneta uniche (che a
fronte di una vera crisi hanno dimostrato di non saper esprimere nessuna
regia unitaria), ma manca totalmente di cervello politico. L’Ue è come la
Germania occidentale, la Rft: un gigante economico ma un nano politico. La
prova definitiva l’abbiamo proprio oggi: lady Ashton, ministro degli Esteri
Ue, ha deciso di fare una forzatura e di recarsi a Gaza da un governo di
Hamas che pure l’Ue iscrive nella lista dei terroristi e che ha sempre
rifiutato ogni accordo non solo con Israele (che continua a voler
distruggere), ma anche con la Anp di Abu Mazen, di cui ha massacrato
centinaia di militanti e dirigenti. Mossa azzardata e imprudente che infatti
è stata accolta come meritava: ieri mattina un razzo sparato da Gaza (il
primo dall’operazione Piombo Fuso del 2009), ha ucciso un contadino
israeliano in un kibbutz. Nel momento stesso in cui mette piede a Gaza, lady
Ashton si trova così in una situazione indecente e indifendibile. Ma non
basta: l’Ue ha imposto alla Turchia di modificare il baricentro stesso del
suo assetto istituzionale, abolendo il ruolo di difesa della laicità e della
democrazia assegnato dalla Costituzione di Atatürk ai vertici militari e
peraltro assolto egregiamente con ben 4 apparenti “golpe” che però hanno
sempre ripristinato dopo pochi mesi il pieno quadro democratico. Ovviamente,
Tayyp Erdogan e la sua Akp, hanno obbedito toto corde a questa “imposizione”
europea, e ora il loro islamismo dilaga perché non trova più l’antidoto e il
freno laico garantito dai generali turchi. Ma il vero disastro è che questo
è accaduto perché l’Ue non ha mai analizzato il semplice fatto che la
Turchia è l’unico paese pienamente democratico del pianeta, solo e
unicamente grazie al ruolo di sentinella della democrazia svolto dai
generali. Non ha cercato di capire che in un paese a tradizione islamica la
“divisione dei poteri” di Montesquieu non funziona, perché è addirittura
antagonista al cuore della cultura politica islamica. L’Ue ha così imposto
alla Turchia i parametri di Copenhagen, definiti nel 1992 per l’in – gresso
dei paesi ex comunisti in Europa: altre storie, tutt’altre dinamiche,
favorendo così la regressione islamista in una Turchia in cui i generali
vengono oggi arrestati a decine con accuse false e pretestuose di attività
golpiste. Un record.
