Articoli marcati con tag ‘ducesilvio’

DuceSilvio, come lo vede Curzio Maltese su La Repubblica.

sabato, 1 maggio 2010

“L’ora delle vendette del partito dell’amore”, di Curzio Maltese

Con il manganello in una mano e il pugnale nell’altra, il partito dell’amore ha lanciato la stagione delle vendette. Obiettivo Gianfranco Fini e i suoi. Tutto scontato e avvilente come sempre. Ogni mattina il Giornale di famiglia, rovistando nella spazzatura, offre una variante del linciaggio al presidente della Camera.
Con notevole faccia di tolla, come si dice dalle sue parti, il premier finge di dissociarsi. Lo stesso Giornale, giorni fa, annunciava guarda caso che le epurazioni sarebbero cominciate da Italo Bocchino: «Sarà il primo a perdere la poltrona».
Puntuale è arrivato il siluro al vicepresidente del gruppo parlamentare del Pdl, che si è dimesso, con gesto inusuale. Con gesto ancora più inusuale, ha denunciato le pressioni personali di Berlusconi. Il presidente del consiglio l´avrebbe chiamato al telefono per dissuaderlo dal partecipare come ospite a Ballarò, proferendo minacce del tipo «farai i conti con me» e «io t´infilzo». A dar retta a Bocchino insomma avremmo un capo del governo che parla come un boss della ´ndrangheta. E meno male che Gomorra e la Piovra «danneggiano l´immagine dell´Italia all´estero». Ma a parte lo stile, stavolta c´è un enorme problema di sostanza: alla prima prova di confronto pubblico, il Partito del Popolo delle Libertà dimostra di essere peggio di una caserma. Chi non è d´accordo col Capo è fuori. Questo, oggi, dimostrano lo strappo di Fini e il caso Bocchino: nel Pdl c´è un enorme problema di democrazia interna. Era ovvio, nella dimensione del pensiero unico berlusconiano che prevede il consenso, predilige l´assenso, ma non può mai tollerare il dissenso.
C´è qualcosa di irrazionale, ma diciamo pure di follemente umorale, nella reazione del premier alle mosse di Fini. Del tutto prevedibili, da settimane, mesi e forse anni. Gianfranco Fini fa politica da una vita, ha vent´anni meno di Berlusconi, guarda avanti e vede una destra «normale», europea. Quindi, si muove di conseguenza. Non c´è quasi nulla di personale nella sua ribellione e questo rende molto efficaci gli argomenti del presidente della Camera. Berlusconi non fa più politica da anni. E´ soltanto una macchina elettorale. Al principio aveva una vaga idea di cambiare l´Italia, in qualche modo. Ma, l´ha abbandonata da tempo. Le riforme, promesse da quindici anni, sono ridotte a uno slogan da sfoderare a ogni vigilia elettorale e da rimettere subito nel cassetto il giorno dopo l´incasso di voti.
Le uniche cose che continuano a eccitare Berlusconi, al di là di vicende private, sono le vendette sui magistrati sotto forma di legge e l´ascesa al Quirinale, impossibile alle condizioni attuali. La totale assenza di un progetto politico qualsiasi da parte del leader si riflette sul partito. Il Pdl è più di plastica e più «personale» di quanto non fosse Forza Italia. Alla fine, nel partito azienda, per anni si sono confrontate anime diverse: gli ex democristiani alla Pisanu, gli ex craxiani, i laicisti radicali, i liberali storici come il professor Martino. Eppure si trattava di un partito inventato di sana pianta nelle riunioni ad Arcore, con i dirigenti selezionati da Marcello Dell´Utri a partire dai quadri di Publitalia, nato intorno al solo slogan «Berlusconi for president». In definitiva, una protesi del leader.
Il Pdl nasce invece come «partito federale», dalla fusione di Forza Italia e An, con due fondatori e, in teoria, un´ampia varietà di posizioni. Tuttavia si è rivelato paradossalmente assai meno libero e assai più anti-democratico di Forza Italia. I nuovi gerarchi importati da An, come Gasparri e La Russa, o presi sul mercato politico, come l´ineffabile ex mangiapreti Capezzone, si sono segnalati per un servilismo superiore a quello dei vecchi cortigiani del partito azienda. Neppure nei palazzi di Mediaset il capo aveva mai ottenuto una simile unanimità. Fedele Confalonieri o Gianni Letta, al confronto, sembrano guerriglieri.
Quanto poteva resistere in questa gabbia uno come Gianfranco Fini? Due anni gli saranno già parsi un´eternità. La ribellione di Fini a Berlusconi è il fatto più ovvio accaduto nella politica italiana negli ultimi anni. Com´è accaduto allora che soltanto Berlusconi e la sua corte ne siano rimasti sorpresi, al punto da annaspare oggi fra lagne puerili, maldestre vendette e grottesche campagne a mezzo stampa? Quale livello di dilettantismo politico, narcisismo e mitomania, allignano dunque nella banda che governa i destini del Paese? Fini pone questioni politiche serie, Berlusconi risponde con slogan. Ridotti come siamo, vinceranno sempre gli slogan. Chissà però a quale prezzo.

La Repubblica 30.04.10

Berluscazzate.

giovedì, 8 aprile 2010

Non è questo il titolo esatto ma una nostra arbitraria traduzione di Berlusconneries, titolo di un intero libro dedicato in Francia a DuceSilvio che fra i tanti titoli onorifici merita anche quello di Barzellettiere d’Italia. Delizioso commento trovato in una maling-list.

la lepre marzolina

BERLUSCONNERIES & COMPLICITA’

Con il titolo Berlusconneries, in Francia è stato pubblicato un volume che raccoglie le più clamorose scempiaggini pronunciate dal nostro Presidente del consiglio. A rileggerle non si crede ai propri occhi. Per presentare questa fiera delle castronerie che ci rendono famosi nel mondo, l’editore “Le cherche midi” in quarta di copertina scrive: “Quale capo di governo può paragonarsi a Napoleone e a Gesù Cristo, dire e ridire che Obama è ‘bello e abbronzato’, nominare come ministro della condizione femminile un’ex soubrette dont le mauvaises langues disent quell’elle en a une bonne [per la traduzione arrangiatevi n.d.r.], dare dell’ ‘ubriaco’ al suo miglior alleato e dei ‘coglioni’ agli elettori dei suoi oppositori?”

Come non dare un seguito a un libro così prezioso? Ma noi che abbiamo il privilegio di vivere in Italia sappiamo bene che un tale personaggio può allignare solo grazie al manganellamento pluridecennale del monopolio televisivo, ai suoi amici condannati per corruzione e per mafia, all’appoggio della chiesa cattolica, al cinismo nazionale, e soprattutto a una vastissima rete di complicità di cui fanno parte larghi settori dell’opposizione, quasi tutti ex-pci, e la corte di camerieri, inciucisti, maggiordomi, liberaloidi, lecchini, clericali, furbetti bipartisan, riformisti reazionari, collaborazionisti, terzisti, ex-stalinisti, cerchiobottisti, quintecolonne, ‘partito rai’, cortigiani, estremisti in cachemire, direttorissimi, ecc. ecc.. Così, oltre alle scemenze del nostro premier, cercheremo di raccogliere fior da fiore le citazioni conniventi della politica, della cultura e dell’informazione.

Il Presidente Taumaturgo Va In Bicicletta

Silvio Berlusconi: “E’ stato per amore che sono sceso in campo per il mio Paese”.

“Non voglio vivere in un Paese dove è a rischio la libertà”.

“Volete più verde e più piste ciclabili?”

“In questi tre anni vogliamo vincere anche il cancro!”

[Discorso a piazza S. Giovanni, 20 marzo 2010]

Un Portavoce Storico

Daniele Capezzone: “Il discorso di Silvio Berlusconi ha una valenza storica”.

[* portavoce del Pdl, 20 marzo 2010]


Stregoni e Professori

Stefano Zecchi: “Sì può, allora, contare sul magnetismo della voce, sulla qualità degli argomenti, sull’aggressività o sulla dolcezza dell’eloquio: importante è non perdere mai il contatto con l’interlocutore. E in questo, Berlusconi è un maestro”.

[Ecco come riesce a stregare la folla, “Il Giornale”, 22 marzo 2010]

*Professore ordinario di Estetica all’Università degli Studi di Milano


Lasciatela a Berlusconi

Pierluigi Battista: “Elettoralmente la Rai conta molto meno di quanto non siano disposti ad ammettere gli arcigni duellanti dei due schieramenti”.

[“Corriere della sera”, 22 marzo 2010]

Il Partito Immaginario

Silvio Berlusconi: “In un partito democratico, come il Pdl, ci si confronta, si discute, quando è necessario si vota”.

[La Stampa, 23 marzo 2010]



22/03/2010 la lepre marzolina

DuceSilvio tampina il papa

domenica, 27 settembre 2009

DuceSilvio tampina il papa e gli strappa 3 minuti 3 di benedizione mediatica, previo lungo e appassionato baciamano. Lo slinguazzamento dell’augusta estremità è avvenuto a Ciampino dove DuceSilvio ha esibito il canonico inchino a 90 gradi indispensabile a mostrare il perfetto appecoronamento. Ma per tanta benevola concessione pontificia quanto dovremo pagare noi italiani in termini di quattrini e di perdità di libertà ? Per prima cosa ci beccheremo una Legge sulla tortura obbligatoria fi fine vita.

Vignetta di Blog a 2 Giusti-Mangosi

Vignetta di Blog a 2 Giusti-Mangosi

La situazione. Simonia elettorale e doppio “realismo” vaticano e
berlusconesco
di Valter Vecellio

Un fugace incontro in aeroporto, un improbabile scambio di battute (quel:
“Le porto i saluti del presidente Obama” è fuffa per gonzi a cui far credere
un’intimità con la Casa Bianca che non c’è; e con un misto di indifferenza e
diffidenza che l’amministrazione americana guarda a palazzo Chigi), sono
sufficienti per far tornare al sereno i rapporti tra Vaticano e Berlusconi?
In molti hanno accreditato la velina della “pace ritrovata”, merito
soprattutto del Grande Mediatore Gianni Letta; che certo molto si è
adoperato, ma ancora più dovrà lavorare.

Al di là dei sorrisi di convenzione, il Vaticano pragmaticamente ha posto
precise condizioni: la legge sul testamento biologico e il fine vita così
come è uscita da palazzo Madama; l’opposizione alla pillola RU 486;
ulteriori, consistenti, finanziamenti alle scuole private, che in Italia
sono quelle cattoliche. Questi sono i “doni” che Berlusconi deve portare all’altare
di Ratzinger, se vuole sperare che sia rinnovato il patto simoniaco che lo
lega al Vaticano. Una “santa” alleanza più che mai indispensabile a un
Berlusconi, screditato come mai a livello internazionale, e ridotto ad aver
timore perfino di una trasmissione come “Anno Zero” di Michele Santoro. Del
resto, il Vaticano, oltre alle condizioni peraltro dettate fin dal primo
incontro tra Ratzinger e Berlusconi, in questi giorni ha inviato precisi
segnali senz’altro recepiti: i due incontri degli esponenti della Lega prima
con monsignor Bagnasco, poi con monsignor Bertone hanno fatto capire che già
in occasione delle prossime elezioni amministrative i vescovi potrebbero
volgere la loro “attenzione” verso il partito di Bossi; e le parole di
esponenti di primo piano della CEI alla vigilia dei lavori del sinodo, hanno
fatto intendere che anche altri attori sulla scena politica potrebbero
essere individuati come possibili, più affidabili interlocutori.

Al di là delle battute da Bagaglino sull’ “abbronzatura” di Obama e
consorte, domenica scorsa Berlusconi ha sostenuto che riconoscere legittimi
diritti agli extracomunitari che in Italia lavorano, producono e portano
ricchezza, fa parte di un ordito della sinistra: che così spererebbe di
captarne il voto e rovesciare gli equilibri politici favorevoli al
centro-destra. Una tesi non nuova, e che certamente è il risultato delle
libagioni del lunedì sera ad Arcore con lo stato maggiore leghista. Battuta
per battuta, si potrebbe dire che se questi sono gli effetti di quelle cene,
c’è da augurarsi che Berlusconi dedichi più tempo alle feste a palazzo
Grazioli con le sue escort. In realtà il discorso è serio: parlando del
“piano” della sinistra, Berlusconi ha scagliato un siluro contro il
presidente della Camera accompagnato ad un messaggio preciso, quel “non ci
lasceremo mai”, rivolto alla Lega. Il tutto a poche ore dal fragilissimo
armistizio stipulato proprio con Fini, che nei giorni scorsi aveva posto con
chiarezza la questione del rapporto preferenziale con Bossi, senza
nascondere tutta la sua insofferenza e ostilità.

Una partita delicata. Fini è ben consapevole che non c’è solo l’asse
Berlusconi-Lega. Il presidente del Consiglio da tempo si è dedicato in una
fruttuosa campagna acquisti nel partito stesso che era di Fini. Gli Ignazio
La Russa, i Maurizio Gasparri, gli Altero Matteoli da tempo guardano con
attenzione ad Arcore, sensibili alle ragioni e agli umori del Cavaliere. Se
è vero che Berlusconi ha garantito che su questo fronte non ha nulla da
temere, Fini ha tutte le ragioni per essere, proprio per questo, sospettoso
e inquieto.

E’ evidente che il chiarimento definitivo ci sarà dopo le elezioni
regionali, con i risultati sul tavolo a fare la differenza. Nel frattempo si
schierano pedoni e pedine; e qui si torna al ruolo che gioca e giocherà il
Vaticano. Nelle passate elezioni regionali in Sardegna e a quelle per il
comune di Roma, la mobilitazione di vescovi e curie furono determinanti e
decisivi per la vittoria del centro-destra. Berlusconi lo sa, la Lega lo sa,
il Vaticano lo ricorda ogni giorno; e tutti sanno che Berlusconi, nonostante
i patetici lifting, i capelli tinti e i tacchi rialzati, e un signore che la
mattina guardandosi allo specchio non può ignorare gli anni che ha, e
soprattutto non può nascondersi la differenza d’età tra lui, Fini e Giulio
Tremonti.

Ilvo Diamanti, autore di un recente e interessante “Sillabario dei tempi
tristi”, osserva che “una delle pochissime organizzazioni che dispone ancora
di una rete di relazioni fondata su valori condivisi e sulla fede è la
Chiesa. Ecco la ragione dell’attacco a Dino Boffo. Si voleva dire: anche la
Chiesa è come tutti gli altri, in questo paese non ci sono santi né maestri.
L’assenza di progetto si rispecchia nel ‘realismo’, nella cultura del fare
immediato: io (ndr.: Berlusconi) in poche settimane vi darò le case, in
pochi giorni risolverò la questione della spazzatura. Siamo un popolo che ha
fretta, e non ha tempo di aspettare il futuro. Il progetto vincente è l’assenza
di progetto: reagire allo stimolo immediato senza costruire un avvenire. Ci
vuole troppo tempo”. Discorso di ampio respiro, che merita attenzione e su
cui converrà tornare, soprattutto su quel “Ci vuole troppo tempo”. Sono in
molti a non averne. La chiave del doppio “realismo”, quello Vaticano e
quello berlusconesco, è qui. Un “doppio realismo” che produce (e ancor più
produrrà) effetti letali. Ce ne accorgeremo presto.

Oro, incenso e mirra in dono da DuceSilvio al Vicario di Cristo.

giovedì, 10 settembre 2009

Diamo un’occhiata a quello che Berlusconi si prepara a regalare ai gerarchi della SS Vaticana. Si comincia con la Legge sulla tortura obbligatoria di fine vita, tanto desiderata dai discepoli del turturatore Torquemada, e poi molto altro…

Da Notizie Radicali

La situazione. Biotestamento: il baratto è ormai è ufficiale. Le tre P del “felice” incontro tra Ratzinger e Berlusconi: ragioni pratiche, politiche, di potere di Valter Vecellio

Prima “l’Osservatore Romano” con un editoriale del suo direttore garantisce che i rapporti tra Vaticano e Stato italiano sono ottimi; poi l’incontro tra Joseph Ratzinger e il sottosegretario Gianni Letta, in un “clima di evidente serenità istituzionale”; infine le parole flautate di Silvio Berlusconi a “Mattino5″. Il Cavaliere assicura che il rapporto tra il Governo e la Chiesa “si consoliderà nei prossimi mesi anche su questioni molto importanti, come il testamento biologico”. Parole che sicuramente sono state ascoltate con
compiacimento, miele per le sensibili e attente orecchie d’oltretevere. Berlusconi assicura che sarà paladino dei principi basilari di civiltà che “sono alla base della dottrina cattolica”; principi che sono “la difesa
della vita umana che è al centro del testamento biologico”; legge sulla quale, evidentemente, Berlusconi punta per “consolidare” in futuro i rapporti con la Santa Sede.

Il partito vaticano e gli zuavi pontifici alla Sacconi e alla Roccella, hanno dunque di che essere soddisfatti; ora il banco di prova sarà costituito soprattutto dal comportamento dell’opposizione. Finalmente anche
dalle parti del PD mostrano di accorgersi di quello che accade. Finalmente il segretario del PD Dario Franceschini parla di “scambio politico”. Finalmente la presidente dei senatori del PD Anna Finocchiaro sembra accorgersi che “la legge sul testamento biologico sarà il pegno che Berlusconi darà alla Santa Sede per recuperare un rapporto politico”. Finalmente la vicepresidente dei deputati del PD Marina Sereni promette che si farà di tutto per impedire che “il delicatissimo tema del testamento biologico sia usato come filo per ricucire i lacerati rapporti con parti della gerarchia ecclesiastica”.

Tra qualche giorno la commissione affari Sociali della Camera comincerà a discutere il disegno di legge sul testamento biologico. Si vedrà, allora, se alle tante parole seguiranno comportamenti concreti ; se i tanti deputati laici del centro-destra che si oppongono a questo disegno di legge retrogrado e punitivo, decideranno di intervenire, e come, in Commissione: se daranno corpo e sostanza al loro NO a questa legge, e a quello che essa rappresenta e costituisce. Una loro massiccia partecipazione contribuirebbe
non solo ad arricchire il dibattito in commissione, ma lo renderebbe «appetibile» dal punto di vista mediatico; e sarebbe più difficile per i mezzi di comunicazione ignorare quanto vi accade.

Il ministro Sacconi, da zelante pontificio quale ha scelto di essere, propone di votare a colpi di maggioranza i punti della legge inaccettabili, come quelli relativi all’alimentazione e all’idratazione obbligatoria a prescindere; e poi votare con calma in resto. E una «fretta» che ha una sola spiegazione: si vuole, in tempi rapidi portare in dono alle gerarchie ecclesiastiche il testo di legge sul testamento biologico; in questo modo, offensivo per le coscienze di tantissimi cattolici, la PdL intende farsi
perdonare stili di vita e personali comportamenti dell’attuale presidente del Consiglio: in pubblico difensore di quelle virtù e di quella morale, che privatamente in modo plateale contraddice e smentisce.

Non sono gli unici “doni”. Il Governo fa sapere che si verificherà con rigore la compatibilità della legge 194 sull’aborto con l’uso della pillola RU486; ci sono poi le nuove linee guida sulla procreazione assistita, dopo l’intervento della Corte Costituzionale; le unioni civili; i finanziamenti alle scuole private cattoliche, le esenzioni fiscali e i finanziamenti a pioggia di cui il Vaticano beneficia senza vergogna.La sintonia tra Vaticano e Berlusconi si basa su questo: potere e denaro. Vale quello che ha rilevato il professor
Michele Martelli, docente di filosofia morale all’università di Urbino e autore dell’importante “Quando Dio entra in politica”: “Alle gerarchie ecclesiastiche non importa un bel nulla se Berlusconi sia o non sia un
cattolico devoto e praticante, se sia o no pluridivorziato o si circondi, da buon edonista paganeggiante, di vallette ed attricette, se sia stato un piduista o abbia avuto guai con la giustizia. Il felice incontro tra
Ratzinger e Berlusconi ha solo ragioni pratiche, politiche, di Realpolitik”.

Sono ragioni che dureranno almeno fino alle prossime elezioni amministrative; poi la probabile implosione; e per quel tempo è possibile che qualche altro “attore” più affidabile sia spuntato.

DuceSilvio, è il più grande !

domenica, 6 settembre 2009

Su YouTube l’intervista al “suo” canale. Il Cavaliere la rilasciò due settimane fa a “Nessma”
“La nascita di una nuova televisione è sempre un miracolo. Niente può influenzare le masse così”
Tunisi, in tv il Silvio-show
“Non devo pentirmi di nulla”
di RICCARDO STAGLIANO

IL “Silvio l’Africano Show” è stato un gran successo in sordina. Ma prima ancora del vero spettacolo il presidente del Consiglio, a Tunisi per il battesimo di un nuovo canale satellitare, si lascia andare a una confessione spontanea con i giornalisti locali: “La nascita di una nuova tv è sempre un miracolo. Oggi niente può influenzare le masse come la tv. La stampa è lontanissima dal farlo”. Non si capisce se, avendola pronunciata in francese, confidi che i radar italiani non la captino. O conti invece sulla natura privata della visita. Resta una candida interpretazione autentica del conflitto di interessi, la cui entità da noi più d’uno ancora fatica a capire.

Siamo a Tunisi, due settimane fa. E tra esibizioni di record diplomatici, fisici e di politica interna immaginaria, il premier inaugura il format dell’intervista con applauso non solo del pubblico in studio ma anche dei conduttori. Che, per inciso, sono suoi dipendenti. Nessma Tv ha nella sua struttura proprietaria Mediaset e il vecchio socio e sodale Tarak Ben Ammar. Gran lancio, en exclusivité mondiale: 40 minuti a ruota libera. Menu ricchissimo. Del presidente tunisino Ben Ali, su cui Human Rights Watch ha faldoni di denunce, il Cavaliere dice che è “un sincero democratico”

. In passato nutriva invece dubbi su Obama, “dovuti alla sua scarsa esperienza”, e poi “leggeva tutto dal gobbo, non sembrava farina del suo sacco”. Ora però si è ricreduto, e lo promuove: “Dal vivo dice cose intelligenti, crede nel futuro e ha senso dell’ironia. Sebbene in questo io sia il numero uno”.

Il conduttore in smoking e la conduttrice in tubino nero gli chiedono cos’abbia in comune con Ben Ammar, presente in studio. Il tycoon arabo sorride, quello italiano gongola: “La passione per l’altra metà del cielo!”. È l’antipasto del filone sessuale: “Cosa serve per una tv di successo? Un buon casting femminile. E su questo io ho una competenza incredibile”. Giù risate. Sebbene il fantasma del Noemigate sia evocato dallo stesso intervistato, i giornalisti si guardano bene dal lambirlo. E ancora: qual è la cosa di cui va più orgoglioso? “Di non aver nulla di cui dovermi pentire”.

Poi arrivano i temi forti. L’immigrazione? “Molti di quelli che arrivano sono in mano a organizzazioni criminali. Io voglio aumentare invece gli accessi legali. Tuttavia gli italiani sono un popolo di emigrati. Ciò ci dà il dovere di guardare a questa gente con una totale apertura di cuore. La politica del nostro governo è quindi di dar loro un lavoro, una casa, una scuola e l’assistenza sanitaria”. In due battute e quattro sorrisi, con buona pace della Lega, il pacchetto sicurezza sembra abrogato in diretta tv.

Le ricostruzioni controfattuali non si esauriscono qui. La crisi economica in Italia, per dire, non si sente perché “lo Stato dà a chi perde il lavoro l’80% del suo stipendio precedente”. Qualcuno dovrebbe spiegarlo agli operai che si arrampicano sui tetti, per evitar loro una fatica inutile. L’affascinante conduttrice però è visibilmente impressionata. Loda l’energia del premier: “È incredibile! Dove trova tutta questa determinazione?”. Provocato, lui non resiste: “Ora è il mio momento di fare una domanda. Qual è il suo numero di telefono?”. Standing ovation.

(6 settembre 2009)

I due ladroni.

lunedì, 24 agosto 2009

Non è il titolo di un film ma un’ovvia associazione di idee che scaturisce dalla lettura di questo articolo di Giuseppe D’Avanzo dedicato alle accuse di ladrocinio fiscale rivolte al defunto Gianni Agnelli da Vittorio Feltri. neo-direttore del Giornale di Berlusconi. Con irresistibile ironia D’Avanzo fa notare a Feltri (che giura di non guardare in faccia nessuno) che a proposito di ladrocinio anche DuceSilvio potrebbe meritare un apposito articolo di….Giornale.

L’Avvocato e il Cavaliere
di GIUSEPPE D’AVANZO

SI E’ insediato ieri alla direzione del Giornale della famiglia Berlusconi, Vittorio Feltri, un tipo che – a quanto dice di se stesso – “non ha la stoffa del cortigiano”. Lo dimostra subito.
Feltri scatena, fin dal primo editoriale, un violentissimo, sbalorditivo assalto a Silvio Berlusconi, suo editore e capo del governo. Per dimostrare che, nel lavoro che lo attende, non sarà né ugola obbediente né sgherro libellista, il neo-direttore sceglie un astuto espediente. Le canta a nuora perché suocera intenda. O, fuor di metafora, ad Agnelli (morto) perché Berlusconi (vivo) capisca e si prepari.

Feltri si dice stupefatto per “quanto sta avvenendo sul fronte fiscale”. Trasecola per quel che si dice abbia combinato in vita Gianni Agnelli che “avrebbe esportato o costituito capitali all’estero sui quali non sarebbero state pagate le tasse”. Decide di liberarsi una buona volta di quell’inutile fardello che è il garantismo, favola buona soltanto per il Capo e gli amici del Capo, e picchia duro, durissimo.

Questo “furfante” di un Agnelli, scrive Feltri, “ha sottratto soldi al fisco”, e quindi “ha procurato un danno allo Stato”, “ai cittadini che le tasse le pagano”; ha saccheggiato “per montagne di quattrini neri” le casse di società quotate in Borsa, “derubando gli azionisti”. E allora, si chiede, è più grave “rubare al popolo o toccare il sedere a una ragazza cui va a genio di farselo toccare”? Conclude quel diavolo di un Feltri: “Ne riparleremo”

.

E’ l’impegno che Feltri assume dinanzi ai suoi lettori e la minaccia che il neo-direttore del Giornale riserva, nel primo giorno, al suo povero editore. Feltri non è ingenuo e non è uno sprovveduto. E’ un professionista tostissimo e soprattutto ha memoria lunga. E statene certi – questo annuncia il suo editoriale – parlerà presto di quel “furfante” del suo editore. Gli getterà in faccia, senza sconti, le 64 società off-shore “All Iberian” che Berlusconi si è creato all’estero, governandole direttamente e con mano ferma.

Gli ricorderà, e lo ricorderà ai suoi lettori, come lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” siano transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri, sottratti al fisco con danno di chi paga le tasse; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come “i politici costano molto… ed è in discussione la legge Mammì”).

E ancora, la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle” ); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma che hanno messo nelle mani del capo del governo la Mondadori; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato e in spregio dei risparmiatori, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente.

In attesa di sapere se Agnelli sia stato o meno un “furfante”, Feltri, che non è un maramaldo, ricorderà quanto sia furfantissimo il suo editore, come al fondo della fortuna di Berlusconi ci siano evasione fiscale e falso in bilancio, corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; manipolazione, a danno degli azionisti, delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

E, giurateci, quel diavolo di Feltri non si fermerà qui. Ricorderà le diciassette leggi ad personam che hanno salvato il suo editore da condanne penali, protetto i suoi affari, alimentato i profitti delle sue imprese. Ricorderà, con il suo linguaggio concreto e asciutto, quanto quell’uomo che ci governa sia, oltre che “un furfante”, un gran bugiardo.

Rammenterà ai lettori del Giornale quando Berlusconi disse: “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l’esistenza” (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17). O quando giurò sulla testa dei figli: “All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità”.

La trama dell’offensiva di Feltri contro il suo editore già fa capolino. Presto leggeremo un altro editoriale, altri editoriali all’acido muriatico. Nel solco delle menzogne diffuse dal premier che evade le tasse, Feltri ricorderà che è stato Berlusconi a mentire agli italiani negando di frequentare o di aver frequentato minorenni, giurando sulla testa dei figli di condurre una vita morigerata da buon padre di famiglia, prossima alla “santità”, per intero dedicata alla fatica di governare il Paese.

Feltri concluderà che un uomo, un “furfante” che trucca bilanci, deruba i contribuenti e le casse dello Stato, si cucina legge immunitarie perché governa il Paese e per di più mente senza vergogna sull’origine della sua fortuna e sulla sua vita privata, diventata pubblica, non può essere affidabile quando parla del destino dell’Italia, qualsiasi cosa dica o prometta.

(23 agosto 2009)

DuceSilvio sta portando il paese sull’orlo della bancarotta.

venerdì, 7 agosto 2009

E insieme a Tremonti prende schiaffoni in faccia da Francoforte. Secondo noi non arriva a capodanno, e la fine sarà traumatica. Accettiamo scommesse.

Qui la fonte della notizia da La Repubblica  LEGGI

Ma leggete anche questo commento del leader della Destra Storace che sembra quasi diventato “comunista”…. Se le sue osservazioni sono vere e Berlusconi non saprà arginare il debito pubblico la fine di DuceSilvio rischia di diventare simile a quella di DuceBenito…. a Piazzale Loreto, perché il collasso del  pese sarà simile a quello conseguente alla seconda guerra mondiale.

http://www.storace.it/2009/08/04/dottor-usura/

Alla ripresa dell’attività postferiale, La Destra dovrà puntare molto sulla lotta a dottor usura, il sistema che si cela dietro le banche e che nessuno sanziona mai.
Ho intenzione di parlarne con Alberto Arrighi, che avrà la responsabilità dell’economia nel nuovo organigramma del partito. Sulle banche occorre una battaglia politica senza riguardi.A partire dallo scandalo di cui nessuno parla e che si chiama signoraggio.
E’ il potere imponente delle banche centrali, ormai associazioni fra ricchi privati alle spalle di tutti i popoli, ma nessuno ne parla. Rende schiave le persone, ma non c’è nessuno che incita alla ribellione.
Ufficialmente non esiste. Eppure il signoraggio bancario sta facendo sprofondare il mondo intero nel debito, giorno dopo giorno, inesorabilmente…. Ma debito (pubblico) nei confronti di chi? A chi dobbiamo dare tutti questi miliardi? Cosa lo provoca? E soprattutto: cos’è questo signoraggio?

Non sui giornali, ma sulla rete è spiegato molto bene che il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta (ovvero ciò che c’è scritto sopra la moneta, 1,2,5,10,20,50,100,200,500 euro) e il suo costo di produzione.
La moneta, come ogni bene, ha un suo costo di produzione: per le banconote si pensi al costo di carta e inchiostro; per le monete al costo delle leghe di metallo. L’emissione di moneta costa pochissimo, anche perché dal 1971, Nixon eliminò la convertibilità delle monete in oro.
Quindi l’emissione di moneta da quasi quarant’anni non ha più bisogno di un controvalore in metallo prezioso (oro, argento o rame).

Facciamo un esempio numerico: stampare un biglietto da 100 euro costa, più o meno, 30 centesimi di euro (tra carta e inchiostro). Una sciocchezza, vero? Ebbene questa banconota, che costa solamente 0,30 euro, viene “affittata” allo Stato al valore nominale, cioè a 100 euro più gli interessi. Questa differenza è il signoraggio.
La società privata che stampa ed emette la moneta in pratica “guadagna” per ogni banconota emessa la bellezza di 99,70 euro mentre lo Stato, sempre per ogni banconota, s’indebita di 100 euro più gli interessi.

Siamo o non siamo alla follia pura? Lo Stato, che potrebbe stamparsi una propria moneta, paga invece alla Banca Centrale “l’affitto” di questa moneta, (più gli interessi), con Titoli di Stato
Sono proprio gli interessi la causa della truffa, perché in circolazione ci sono solo i soldi per pagare il debito, ma i soldi per pagare gli interessi non sono ancora stati stampati…
Quindi lo Stato chiederà alla Banca Centrale di stampare nuove banconote (che produrranno nuovo debito e nuovi interessi) per pagare gli interessi del debito precedente e pertanto s’indebiterà in maniera spropositata e continua

DuceSilvio e i 35 miliardi spariti.

mercoledì, 5 agosto 2009

Sarà pure un grande scopatore, come DuceBenito, ma mentre a noi ci distrae con le sue avventure erotiche, spariscono 35 miliardi.

Chi ha visto i 35 miliardi
sperperati dal Tesoro?
di EUGENIO SCALFARI

SONO molti, anzi moltissimi gli italiani che di fronte allo scandalo Berlusconi
(non saprei chiamarlo altrimenti) rispondono: “A noi non importano i suoi vizi,
privati o pubblici che siano; a noi importa che governi bene nell’interesse del
paese e dei cittadini”.

Si può non essere d’accordo su questo modo di ragionare che reputa la coerenza
morale come un “optional” al quale un personaggio pubblico può sottrarsi.

Ma adattiamoci a questa diffusa indifferenza morale e seguiamo pure quel modo di
ragionare: sta governando bene? Poniamoci solo questa domanda e cerchiamo di
rispondervi con fatti e cifre.

Il governo ha varato un nuovo decreto legge per contenere la crisi e ha
presentato il bilancio di un anno e mezzo di attività. Possediamo dunque tutti i
dati per rispondere e non sono dati controversi perché è lo stesso governo a
fornirceli.

Il deficit è arrivato al 5,2 ed è molto probabile che salga ancora. In parte
questo pessimo risultato è dovuto a cause internazionali ma in altra parte è
dovuto a cause esclusivamente interne e cioè all’andamento della spesa pubblica
e delle entrate.

La spesa è aumentata in un anno del 4,9 per cento. In cifre assolute si tratta
di 35 miliardi di euro. Stiamo parlando di spesa corrente della Pubblica
amministrazione. Come è stato possibile uno sfondamento di queste dimensioni che
equivale ad una pesantissima manovra finanziaria?

Voglio citare il commento che di questo sfondamento sorprendente ha fatto Romano
Prodi in un articolo pubblicato sul “Messaggero” di mercoledì scorso: “Questo
dato mette in evidenza una non prevista espansione della spesa ordinaria della
pubblica amministrazione di fronte ad una preoccupante caduta degli
investimenti. Tutto questo in presenza di una diminuzione del peso degli
interessi sul debito pubblico per effetto della caduta dei tassi sui mercati
internazionali. Davvero viene da pensare che qualche “fannullone” si sia
dimenticato di esercitare il proprio compito di contenere la spesa corrente e
indirizzarla invece verso gli investimenti necessari per sostenere lo sviluppo
futuro del paese”.

Io capisco che il nostro premier non voglia rispondere sulle veline, sulle
“escort” e sul processo Mills. Ma qui stiamo ponendo a lui e al suo ministro
dell’Economia una domanda di tutt’altra natura: che ne avete fatto di quei 35
miliardi di maggiori spese in un anno di vacche magrissime?

In teoria ci potreste rispondere che quei miliardi li avete usati per
“stimolare” l’economia. Invece no, neppure quello avete fatto. I denari freschi
per stimolare o sostenere l’economia ammontano in tutto e per tutto in 3
miliardi, pari allo 0,2 per cento del prodotto nazionale lordo in confronto con
il 3 per cento che è la media dei paesi Ocse. Dieci volte meno di tutti gli altri.

Allora ripeto: che cosa ne avete fatto di quei 35 miliardi?

Altre domande non meno stringenti potrebbero esser fatte. Per esempio sul
piano-casa che prevede centomila alloggi per famiglie con basso reddito. I
progetti saranno certificati da un professionista di fiducia del committente.
Sono veramente necessarie queste case, con le quali il territorio sarà
definitivamente devastato mentre esiste una quantità di case sfitte per le quali
non c’è domanda di mercato?
Un altro esempio riguarda la messa sotto schiaffo (nel decreto approvato venerdì
dalla Camera) della Corte dei conti che il governo sta riducendo a un simulacro
manomettendo i suoi poteri di controllo sulla pubblica amministrazione.

Chi è il “fannullone operoso” che stravolge dall’interno il sistema delle
garanzie dilapidando risorse al punto che bisognerebbe segnalarlo al ministro
Brunetta per le opportune sanzioni?

* * *

Può darsi che i molti che se ne infischiano delle veline, delle “escort” e del
processo Mills se ne freghino anche della dilapidazione delle pubbliche risorse
se non sono loro ad esserne toccati e anzi se per caso ne sono addirittura
beneficiati. La comunità nazionale affonda ma i molti che appartengono alla
vasta cerchia clientelare ne godono. Il rampante Tarantini è solo uno dei tanti
e fa il nababbo tra la sua fattoria pugliese e la villa di Porto Cervo in
prossimità di Villa Certosa. Non saranno certo lui e i tanti come lui a
preoccuparsi del “fannullone” che sperpera a Roma.

Però non c’è solo questo, il catalogo è lungo. Adesso faremo parlare Mario
Draghi, governatore “pro tempore” della Banca d’Italia fino a quando i
“fannulloni” non lo sbatteranno fuori perché sta diventando troppo ingombrante.

* * *

Parlando mercoledì scorso davanti alle competenti commissioni parlamentari il
governatore ha sollevato un tema del quale finora sono in pochi ad essersi
accorti nell’ambito delle istituzioni e quei pochi si sono ben guardati di
renderlo oggetto di pubblico dibattito: l’usura nelle sue più varie forme, la
penetrazione della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta nel tessuto
imprenditoriale, specialmente nel settore delle aziende medio-piccole e piccole
che hanno poca capacità di resistere alla crisi.

Draghi ha lanciato un allarme rosso su questo fenomeno che sta penetrando
massicciamente nel tessuto produttivo non solo sotto forma di racket o di
prestiti usurari, ma anche di acquisto di aziende che non sono più in grado di
sostenersi e che vengono utilizzate dalla criminalità come preziose stazioni di
riciclaggio per capitali accumulati con il commercio della droga, gli appalti di
favore e l’usura vera e propria.

Interrogato sull’efficacia dei controlli per impedire l’estendersi del fenomeno,
il governatore ha detto a chiare lettere che i controlli esistenti sono assai
poco efficaci e andrebbero rapidamente revisionati.
Interrogato anche sullo scudo fiscale (che verrà istituito con il decreto in
corso di approvazione parlamentare) e sui suoi probabili effetti negativi sul
riciclaggio di capitali, il governatore, molto prudente nel pronunciarsi su una
legge in corso di approvazione, ha tuttavia manifestato un aperto scetticismo
sui controlli che lo scudo prevede per impedire il riciclaggio di capitali
mafiosi. Ha osservato che in altri paesi che hanno fatto ricorso in questi mesi
a provvedimenti analoghi non è stato concesso l’anonimato a chi decide di far
rientrare capitali, non sono state abbonate le tasse evase ed è stata prevista
una rigorosa certificazione sull’origine dei predetti capitali. Nulla di simile
è contenuto nella normativa predisposta nel decreto, sicché il rischio che
capitali di origine criminale rientrino in Italia beneficiando per di più della
robusta sanatoria che il decreto prevede, è ampiamente incombente.

All’allarme di Draghi si sono associate le parti sociali e in particolare la
Confindustria, i commercianti, gli artigiani e l’associazione bancaria Abi. Ma
le questioni sollevate dal governatore non si limitavano all’usura e al
riciclaggio. Riguardavano anche le norme previste nel decreto sulle banche. Si è
infatti scoperto che alcuni articoli della legge imponevano alle banche misure
molto pesanti che rischiavano di incepparne seriamente il funzionamento. Il
governo (i soliti “fannulloni”) non se ne erano evidentemente resi conto, ma
sotto le energiche proteste dell’Abi e della stessa Confindustria, ha deciso di
annullare quelle disposizioni rinviando di 48 ore il voto di fiducia.

Intanto si è saputo che le “sofferenze” bancarie, cioè i crediti che i debitori
non sono più in grado di restituire, sono aumentate in questi mesi del 125 per
cento rispetto al periodo precedente e tutto fa prevedere che continueranno ad
aumentare con ritmi ancor più intensi. La conseguenza inevitabile è una
valutazione ancor più rigorosa del merito del credito, specie nel settore delle
imprese medio-piccole, le più bisognose di sostegno.

* * *

Parole che direi definitive sono state dette in proposito dall’amministratore
delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, nell’intervista pubblicata venerdì
sul nostro giornale. La fonte è insospettabile per oggettività politica e
prudenza di giudizi: Passera è il banchiere che ha voluto e finanziato la nuova
Alitalia, così come aveva voluto e finanziato la nuova Telecom senza più il
controllo di Tronchetti Provera. Ed è quello stesso banchiere che ha già
stipulato con Confindustria il finanziamento delle Pmi con una linea di credito
complessiva di 500 miliardi di euro. Ed ecco il suo giudizio sulla situazione e
su ciò che ci aspetta a partire dal prossimo settembre.

“Oggi produzione, fatturato interno, export e investimenti sono tutti in
drammatico calo. Ciò che è stato fatto finora è nella direzione corretta, ma
affinché queste misure abbiano effetto ci vuole molto di più di fronte ad una
recessione di tale gravità. L’Italia ha ritardi infrastrutturali gravissimi.
L’efficienza del sistema-paese è il nostro vincolo più grave e poi lo scarso
dinamismo della società che viene da fattori che ci vedono in fondo a tutte le
classifiche mondiali: mobilità, meritocrazia, capacità decisionale. Qui c’è il
nostro problema maggiore che logora non solo l’economia ma anche la democrazia”.
Più prudente ma più chiaro e più sincero di così…!

* * *

La Lega punta sul federalismo ed ha la capacità politica di imporlo a
Berlusconi. La Lega è in grado di ricattare politicamente Berlusconi così come
una qualunque “escort” è e sarà in grado di fare su tutt’altro piano. Tra i due
tipi di ricatto, così diversi tra loro, c’è tuttavia un nesso evidente che
dimostra appunto la ricattabilità del premier.

Le conseguenze sul piano della governabilità sono sotto gli occhi di tutti. I
dati e i giudizi sopra riportati sono anch’essi sotto gli occhi di tutti e c’è
anche sotto gli occhi di tutti la necessità di quello che Corrado Passera ha
chiamato uno “shock positivo”, cioè un’immediata politica di rilancio che
contenga la gravissima recessione che non sta affatto alle nostre spalle ma
davanti a noi.

Se lo shock positivo non ci sarà – e non c’è alcun segno che possa arrivare in
tempo utile – avremo uno shock negativo che un paese economicamente prostrato e
politicamente imbambolito non è in grado di fronteggiare.

Il premier e i suoi sodali del partito guidato dall’avvocato Ghedini non
sembrano rendersene conto e daranno priorità ad una dissennata riforma della
giustizia che provocherà una traumatica torsione istituzionale. La Lega dal
canto suo vorrà portare a casa quanto più potrà di federalismo e di barriere
anti-immigrazione e soprattutto anti-integrazione.
Sono due mine vaganti ad altissimo contenuto esplosivo e questo spiega le
preoccupazioni del presidente della Repubblica e nell’ambito del centrodestra
del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Occorrerebbe arrestare qui ed ora questa deriva. Non è un complotto politico né
un catastrofismo perverso e infondato, ma una lucida visione dei fatti. L’esito
è nelle mani degli italiani se sapranno essere all’altezza del compito.

Berlusconi libidinoso.

domenica, 26 luglio 2009

Con questo simpatico appellativo DuceSilvio viene ricordato sulla stampa inglese che sottolinea come er mignottaro (appellativo più adatto per chi va a mignotte anche se le paga un altro) stia cercando di recuperare il consenso della casta religiosa che guida e controlla la repubblica vaticaliana. Previsti pellegrinaggi ai luoghi santi dove viene venerato l’idolo attualmente più amato dagli italiani, Padrepio. Più facile prevedere che il perdono dei catto-ayatollah d’oltretevere sarà ottenuto mediante lo sgancio di una barca di quattrini destinati ai preti a vario titolo e l’approvazione di leggi che affermino il dominio morale, politico e giuridico della chiesa cattolica, come la Legge sulla Tortura Obbligatoria di fine vita che sta tanto a cuore agli eredi di Torquemada, il capo storicamente più efficiente e spietato fra i giudici torturatori della Santa Inquisizione.

Qui la fonte dei simpatici appellativi con cui i giornali stranieri qualificano DuceSilvio e danno  informazioni sul suo tentativo di arruffianamento  verso la casta vaticana.
Dal Corriere della Sera  LEGGI

Papi, scopaci tutti !

giovedì, 23 luglio 2009

“Non sono un santo” dice DuceSilvio ammettendo implicitamente il suo priapismo incontenibile, e subito i suoi supporter, maschi e femmine, si mettono alla pecorina (metaforicamente) per testimoniare solidarietà al capo e inclinazione a soddisfare i suoi bisogni. Attenti però, che come risulta dai commenti della signora D’Addario, le sue prestazioni sono “dolorose”, quasi si trattasse di un concorrente dell’iperdotato Rocco Siffredi. Lui intanto prepara un viaggio di espiazione nei santi luoghi di Padrepio. Imperdibile commento di Giuseppe D’Avanzo.

Negare è la prima regola dei corifei azzurri. Salvo smentirsi o essere smentiti da altri
La seconda regola è banalizzare. E poi c’è la campagna di discredito contro la D’Addario
Il Cavaliere, Ghedini e Tarantini
al varietà delle contraddizioni
di GIUSEPPE D’AVANZO

Ghedini e Berlusconi in Parlamento

Lo ha negato ostinatamente, ha evocato trame oscure e complotti assassini, ma Silvio Berlusconi sapeva che Patrizia fosse una prostituta perché i patti prevedevano che dovesse pagarla. Il “regalo” del Cavaliere aveva promesso Gianpaolo Tarantini alla signora.

La voce di Silvio Berlusconi, le parole di Patrizia D’Addario, ascoltate ora nelle registrazioni messe a disposizione dall’Espresso, rendono onirici i discorsi, le parole e i gesti distribuiti nel corso del tempo dal capo del governo, dal suo avvocato Niccolò Ghedini, dai corifei azzurri, dai commessi obbedienti dell’informazione. Stiamo soltanto al presidente del Consiglio e al suo consigliere legale. Il fatto è stranoto a chi non guarda soltanto i telegiornali controllati dal “sultano” anche se pagati dal contribuente. Patrizia D’Addario racconta di aver fatto sesso a pagamento con il capo del governo, la notte del 4 novembre 2008 (la paga un ruffiano, Gianpaolo Tarantini, benvenuto e atteso ospite delle feste del premier).

La donna raccoglie, a Palazzo Grazioli, fotografie e registrazioni di quella notte. La sua testimonianza è fin dalle prime battute di una solidità che imporrebbe cautela, economia verbale. Ghedini muove per primo. Il suo passo, come sempre gli capita, pretende di eliminare l’evento, come se il fatto concreto (una prostituta a Palazzo Grazioli) potesse essere cancellato: è uno sgorbio sulla lavagna. “Non credo che la D’Addario sia mai andata a casa del premier”, dice Ghedini (Ansa, 17 giugno). C’è un metodo nella tecnica dell’avvocato e del suo Capo: non esiste alcun criterio di verità praticabile, soltanto opinioni e “credenze” che durano un giorno. E’ una credenza o un’opinione che la D’Addario sia stata a Palazzo. Le informazioni che gli giungono da Bari (occhio, le registrazioni sono state consegnate al pubblico ministero e sono inesorabili) devono consigliargli una maggiore prudenza.

Il secondo passo tende a minimizzare gli esiti giudiziari. “Ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza, e vere non sono, il premier sarebbe l’utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile”. (Affaritaliani.

it, 17 giugno). Escluso ogni danno legale, Ghedini passa a banalizzare quel che è accaduto: se pure fosse vero quel è accaduto ma non è vero quel che è accaduto (Ghedini sa essere psichedelico), Berlusconi “sarebbe soggetto inconsapevole”. Quella sera, ammesso che la D’Addario fosse lì ma non è vero che fosse lì, Berlusconi è stato soltanto affascinato dalla bellezza di quella donna che non sapeva si prostituisse. Gli dà manforte Gianpaolo Tarantini.

Intervistato dal quotidiano della Casa, il ruffiano nega di pagare le signore “per prestazioni intime” con il premier: “Il presidente non poteva immaginare che io rimborsassi a delle ragazze le spese che dovevano sostenere per venire a Roma. Se avessi saputo che Patrizia D’Addario faceva la escort non l’avrei mai frequentata e tantomeno l’avrei portata a cena col presidente. Si era presentata come figlia di un imprenditore del settore edile” (Il Giornale, 27 giugno).

Vediamo come vanno davvero le cose nei documenti sonori dell’Espresso. Tarantini chiama Patrizia: “Ti passo a prendere alle nove e un quarto, andiamo lì…”. Tarantini sa che Patrizia è una prostituta: “Lui non ti prende come una escort, capito? Lui ti prende come un’amica mia, che ho portato…”. Tarantini sa che c’è l’eventualità che Patrizia debba fare sesso con il “sultano”: “… Poi se lui decide rimani lì…”. Se viene “eletta” per una notte “favorita” del serraglio, sarà ospitata nel “letto grande”. Patrizia vuole essere pagata, beninteso: “Mille per la serata”. I patti sono chiari. Gianpaolo non paga l’intera posta, solo un gettone, il resto tocca al “sultano”. Dice “Mille te li ho già dati… poi se rimani con lui… ti fa il regalo solo lui…”. Dunque, “se fa il regalo” Berlusconi è consapevole del lavoro di Patrizia. Non è il povero diavolo raggirato da invitati ingrati. E’ questa la linea di difesa che il premier propone in pubblico. “Purtroppo abbiamo sbagliato l’ospite, e lui ha sbagliato l’ospite dell’ospite” (Ansa, 25 giugno).

Se ci sono limiti allo stravagante, si deve concludere al contrario che Berlusconi sollecita e sa qual è l’impegno di Tarantini e il lavoro professionale delle amiche che gli porta in casa. Gianpaolo conosce finanche le abitudini sessuali del premier (“Non usa il preservativo”). Prepara le “ragazze”. Le rassicura che Berlusconi “farà il regalo”. Patrizia D’Addario protesterà, il giorno dopo, che nessuna busta le è stata data. Tarantini se ne meraviglia.

Le registrazioni sgonfiano quel che ci è stato raccontato finora. Ghedini ci aveva rassicurato che nessuno poteva essere così sciocco da credere che il “sultano” dovesse pagarsi il sesso. “Il presidente non ha bisogno che qualcuno gli porti le donne. Pensare che Berlusconi abbia bisogno di pagare 2000 euro una ragazza, perché vada con lui, mi sembra un po’ troppo. Penso che potrebbe averne grandi quantitativi, gratis” (Corriere, 17 giugno). Falso. Come falso è quel che racconta Berlusconi a un salariato della Casa: “Ha mai pagato una donna perché restasse con lei?”. Risponde: “Naturalmente no. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia, se non c’è il piacere della conquista…” (Chi, 24 giugno).

Più che falso, è colpevolmente menzognero il Cavaliere quando la butta in politica, adombrando alle spalle della D’Addario un complotto e un partito. “C’è qualcuno che ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora D’Addario” (Chi, 24 giugno). Non c’è il mandato del ruffiano amico che ha ingaggiato Patrizia, e non solo, per animare le sue notti, ma addirittura il solito “progetto eversivo”.

Questa è la scena, questo il metodo. Primo, negare. Lo si è visto anche lunedì alla diffusione dei primi nastri. “Materiale senza pregio, del tutto inverosimile e frutto di invenzione”, dice Ghedini (Ansa, 20 luglio). Quel che sentivamo era “frutto di un’invenzione” meglio tapparsi le orecchie. Secondo, banalizzare. Nessun eccesso del Cavaliere, soltanto un invito infelice. Le parole di Tarantini liquidano anche questa: “… Poi ti fa il regalo solo lui…”. Terzo, il discredito contro la donna: “E’ stata mandata e retribuita benissimo”. Il solo che l’ha “retribuita” è stato Tarantini, Berlusconi se n’è dimenticato anche se lo doveva fare come era nei patti.

L’audio delle conversazioni a Palazzo Grazioli documenta che il capo del governo ha mentito a gola piena dal primo giorno di questa storia (terzo capitolo di uno scandalo cominciato con le Veline e continuato con Noemi). Non si può far torto a Luigi Zanda che ieri nell’aula di Palazzo Madama ha detto: “Gli ultimi scampoli di conversazione resi noti ieri e oggi sono lì a dimostrare quanto ci sia bisogno che chi governa il nostro Paese dica la verità. Anche nel dire il vero e il falso, il presidente Berlusconi ha superato ogni limite consentito. Non esiste alcuna nazione dove la menzogna dei governanti non corrompa pericolosamente la società e le istituzioni”.

(22 luglio 2009)