Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare/così solita e banale che non merita nemmeno/due colonne sul giornale (F. Guccini)
Don Piero Gelmini è noto per essere a capo di un grande centro di recupero per tossicodipendenti maschi, per utilizzare invece di psicoterapia e/o farmaci il rivoluzionario metodo detto cristoterapia, per avere come responsabile della comunicazione Alessandro Meluzzi, già deputato di Forza Italia e opinionista di punta dei talk show più trash della tv nostrana, per avere tra i più cari amici ed estimatori sottosegretari come Giovanardi, deputati come Gasparri, e per godere di donazioni cash da parte del premier. Solo i più attenti però sanno che Piero Gelmini non può più fregiarsi del titolo di don in quanto tornato allo stato laicale per meglio affrontare le pesanti accuse di molestie mossegli da parecchi ragazzi che hanno frequentato i suoi centri.
Molti romani hanno conosciuto don Ruggero Conti durante la campagna elettorale che ha portato Alemanno al Campidoglio. Il prete era in pole position per ricoprire il ruolo di assessore ai servizi sociali ma non se ne fece più nulla solo perché si erano accumulate denunce di molestie e pedofilia ai danni dei ragazzini che frequentavano l’oratorio. Come è noto il Comune di Roma da parecchi anni si costituisce parte civile nei casi che maggiormente destano sconcerto nella popolazione, ma per un motivo misterioso, o meglio miracoloso, il sindaco non diede mandato per costituire parte civile la città. Il processo a don Conti , così come quello a Gelmini, sono avvolti in una nube densa che li nasconde ai giornalisti. Il diritto all’informazione, a giornalisti che non siano solo e sempre servi garantiti dalla fnsi, dall’usigrai e dall’ordine (l’ordine dei giornalisti esiste in Italia e in qualche altro paese d’operetta) per fortuna ha casa in altri paesi, guarda caso quelli da dove sono partite le commissioni d’inchiesta per i preti pedofili. Se non ci fosse stata una stampa libera, e in Irlanda e negli Stati Uniti c’è stata, il Vaticano non sarebbe stato costretto a guardare in faccia la realtà che le gerarchie avrebbero volentieri continuato ad ignorare. Nel libro Il Peccato nascosto (ed. Nutrimenti, € 12, di Anonimo) si rende conto delle indagini giornalistiche che hanno portato all’emersione degli scandalosi fatti consumati nelle muffose sacrestie. Di particolare interesse la storia dell’arcivescovo Bernard Law che in seguito ai servizi del Boston Globe – che vinse un Pulitzer per le inchieste sulla pedofilia – nel 2002 dovette rifugiarsi precipitosamente in Vaticano da Boston. Oggi è arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore (una delle 4 basiliche romane, le altre sono san Pietro, san Giovanni, san Paolo) ed è la prova vivente degli insabbiamenti vaticani. Grande spazio è dedicato al capitolo irlandese con il rapporto Murphy che analizza gli abusi che, nella solo Dublino, dal ’75 al 2004 hanno fatto 320 vittime, e il cui lavoro è stato monitorato dai telegiornali e dalla stampa. C’è anche una sezione del libro dedicata all’Italia. Bella e simbolica la copertina dove è ritratto un papa che ha il volto coperto dalla mozzetta rossa alzata dal vento.
Va anche detto che nei paesi dove è emerso lo scandaloso comportamento occultato dalle gerarchie, i governi non sono stati a guardare e le popolazioni sono turbate e scosse dagli avvenimenti. In Belgio, dove c’è da molti anni una crisi di identità che mette a rischio la continuazione della convivenza fra valloni e fiamminghi, le dimissioni del vescovo pedofilo di Bruges (fiammingo) hanno dato un ulteriore colpo al dialogo tra i due gruppi etnici che avevano come punto d’incontro l’essere entrambi cattolici.
In Italia invece tutto scorre tranquillamente. Gli spot per l’8 per mille rimandano immagini celestiali, con una faccia di bronzo il papa dalla finestra parla del buon pastore…
Del resto l’Italia è un paese bizzarro. Mentre sto scrivendo vedo su la7 il presidente della Camera con la sua orribile cravatta rosa che agita il dito sotto il naso del premier, ma, scrive il radicale Rocco Berardo sul suo blog, che nel resoconto della Direzione nazionale sul sito del Pdl Fini è stato cancellato. Dopo il caso Radek epurato dalle fotografie di Stalin eccetto che per le mani, nel sito Pdl cancellato il presidente della Camera ma non il premier che gli risponde. Ma il Pdl non è un partito, P sta per popolo… o forse per Perimetro.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
