Su entrambi i canali è andata in onda ieri, a reti berlusconiane “unificate” nel nome del crocifisso, anche se ad orari diversi, un vero e proprio linciaggio mediatico ai danni degli atei e della laicità. Linciaggio più soft e direi più gesuitico nell’Arena di Giletti, che si è dedicato all’umiliazione del giovane nella cui scuola è stato dato inizio alla procedura che ha portato poi alla sentenza della Corte di Strasburgo. Più violento su Canale 5 dove la sinergia fra Sgarbi, Santanchè e Meluzzi ha mostrato il vero volto feroce dei talibani cattolici che non hanno lasciato dire due parole in fila nè alla rappresentante dell’UAAR, nè al giudice Tosti anche lui vittima della persecuzione cattolica per aver chiesto di togliere il crocifisso dalla aule di giustizia. Sembrava veramente il Colosseo dove secondo false tradizioni gli antichi romani si sarebbero goduta la strage dei cristiani (mai avvenuta nell’anfiteatro Flavio). Ma ieri pomeriggio cristiani veri e cattolcii purissimi applaudivano come forsennati ogni volta che il trio della Santa Inquisizione mediatica di regime impedivano ai due ospiti atei addirittura di aprire bocca. Invitiamo i nostri visitatori a dare un’occhiata sui siti di Rai 1 e Canale 5 (se disponibili) alle registrazioni di quelle infami trasmissioni per giudicare da sè a quale livello di violenza sono capaci di arrivare. Rendiamo invece omaggio alla teologa cattolica che, contro il parere dei gerarchi vaticani e dei loro scherani mediatici, ha dato prova di coraggio morale e intellettuale affermando che il significato del crocifisso è solo ed esclusivamente religioso e che trasformarlo in un simbolo di cultura e di tradizione per poterlo affiggere nei pubblici edifici è soltanto un volgare imbroglio.
Articoli marcati con tag ‘crocifissi obbligatori’
Linciagggio degli atei nel nome del crocifisso a reti unificate RAI 1 – Canale 5 .
lunedì, 9 novembre 2009Per il momento solo una multa di 500 euro…
sabato, 7 novembre 2009…ma poi, forse, anche le manette per chi non espone il crocifisso. Che bello, finalmente i catto-talibani gettano la maschera e vogliono imporre la fede cattolica con la forza. Chi non si adegua commette reato.
Qui la fonte della notizia da il Giornale di Berlusconi LEGGI
…Siamo nello Stato italiano. E il crocifisso è veicolo di significati universali. Esporlo in tutti gli edifici pubblici è un obbligo. Così recita l’ordinanza emessa da Riccardo Roman, sindaco combattivo di Galzignano Terme, paesino di poco più di 4mila abitanti a venti chilometri da Padova. Non esponi il crocifisso? Paghi una multa di 500 euro. E ora l’auspicio del primo cittadino è che l’ordinanza si moltiplichi in tutti i comuni del Veneto e non solo: Galzignano bandiera della difesa del crocifisso.
5/11/09 – La fine della religione
giovedì, 5 novembre 2009Il pastore cerca sempre di persuadere il gregge che il loro interesse e il suo coincidono (Stendhal)ù
La religione è l’oppio dei popoli. Lo ha detto Marx a Bruno Vespa per il suo ultimo libro (www.francesco-nardi.com)
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 della Costituzione)
Il crocefisso diventò obbligatorio quando il fascismo decise che la religione cattolica era di Stato. La Costituzione nel 1948 sancì l’uguaglianza delle religioni davanti alla legge, successivamente la revisione del Concordato nel 1984 migliorò la situazione, ma solo formalmente. I vantaggi della revisione, tra cui la fine della congrua obbligatoria sostituita dall’8 per mille opzionale o l’obbligo dell’ora di religione trasformata in facoltativa, sono stati vanificati da modifiche legislative e da cavillosità burocratiche.
La decisione della Corte di Strasburgo è ineccepibile, anche se sappiamo già che non verrà rispettata. Per il momento però, perché la religiosità che viene difesa coi simboli inchiodati ai muri, con i preti che a pasqua benedicono addirittura la porta che non gli apri, che scampanano fastidiosamente, che difendono l’ora di religione nella scuola attribuendogli poteri taumaturgici, sono morenti. Quando si accredita che un simbolo religioso rappresenta la tradizione, l’abitudine, la consuetudine, addirittura l’identità, quando si sostiene che se non ti piace non lo guardi tanto non significa niente, vuol dire che non c’entra con la religione, e che presto finirà come finiscono le usanze. Una mattina ci sveglieremo e ci accorgeremo che imbiancando i muri dei tribunali, delle scuole, degli uffici pubblici, non è stata riappesa l’immagine, e constateremo che era una cosa che non serviva , inopportuna, come oggi la mia cartella di (vera) pelle verde delle elementari sarebbe fuori epoca sulle spalle dei ragazzini che utilizzano zainetti colorati.
E’ evidente che alla politica italiana non frega nulla di questo, le tante pagine della sentenza di Strasburgo non le leggeranno neanche sotto tortura come non leggono né studiano anche altre cose e si vede. Chiacchiereranno per un po’ dell’inamovibilità del suppellettile con la stessa superficialità di cui parlano delle nostre vite. Ben più politiche le prese di posizione dell’altro Stato italiano, quello del Vaticano, che per bocca del cardinale Walter Kasper , presidente del pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, avverte che “la laicità è legittima perché viviamo in una società pluralista nella quale convivono diverse idee e dobbiamo avere tolleranza e rispetto verso gli altri”. Da crisi diplomatica l’intervento del Segretario di Stato che ha inteso rispondere addirittura all’Europa per una condanna che riguarda l’Italia.
I nuovi crociati del cattolicesimo, quelli che accreditano il simbolo come un pezzo di legno con su un pupazzo (tra l’altro offendendo i sentimenti religiosi dei veri cattolici), pensano di usarlo come una arma contro l’invadenza islamica. Non li sfiora nemmeno che la barriera agli Stati teocratici è promuovere “il principio di laicità, l’unico che possiede quella compiuta universalità e assolutezza che le fedi pretendono per se stesse”. Su questo modo di trattare uno dei loro simboli religiosi, i cattolici non rispondono. E’ forse un segno che sono molto meno numerosi di quel che si pensa.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
Potrebbe interessare i lettori di nogod questo incontro
Democrazia, Laicità, Diversità – 11 novembre ore 17.30, Camera dei Deputati, Sala della Mercede, Via della Mercede 55 www.hansjonas.it
Scrocifiggiamo l’Italia
lunedì, 12 ottobre 2009Scrocifiggiamo l’Italia (slogan storico dell’UAAR).
Un articolo sul Manifesto ricorda come l’imposizione di crocifissi e croci nei pubblici edifici (scuole, aule dei tribunali, luoghi assembleari di Regioni, Province, Comuni, eccetera) faccia parte di un preciso disegno di assoggetamento del Paese al potere dei preti-padroni.
Clara Gallini
Il ritorno delle croci
2009 pp.136 14,00 € manifestolibri
La questione delle croci nelle scuole, negli uffici pubblici, negli
ospedali è tornata, in una società divenuta ormai multiculturale, al
centro di polemiche e casi giudiziari. Ma questa guerra simbolica ha una
lunga storia di cui questa originale analisi ricostruisce gli episodi e
i passaggi più significativi. La narrazione storica di Clara Gallini
prende le mosse dal ritorno trionfale delle croci ad opera del fascismo
nei luoghi pubblici e simbolici da cui erano state fisicamente rimosse
dopo l’unità d’Italia. A partire dal Colosseo e dalla Torre capitolina
di Roma. Retoriche di regime, populismo clericale, uso politico della
religione si intrecciano in questa vicenda ricca di episodi inconsueti e
poco noti. Ma che, al di là della distanza storica, testimoniano delle
passioni, degli opportunismi, delle manipolazioni politiche che ancora
oggi si mascherano dietro i simboli e le icone della tradizione religiosa.
Restituzioni
“Se fosse una roba che puzza, direi di no. Ma come ci sto io, ci può
stare anche lui”.
Nel carcere di Turi, Antonio Gramsci avrebbe risposto con queste parole
alla guardia che avendo ricevuto l’ordine di apporre il crocifisso nelle
celle si era rivolta a lui “un po’ impacciata”.
(Testimonianza resa da Ercole Piacentini, in: Gramsci l’ho visto così,
di Gianni Amico e Giorgio Baratta, Rai3 1988) 1.
Rimozioni e restituzioni
In Italia, i luoghi dove si forma il cittadino e si esercita la
giustizia sono marcati dalla presenza, per legge obbligatoria, di un
simbolo religioso che a molti sembra sia “da sempre lì”. La storia che
sto per ricostruire è ben diversa. Il crocifisso che vediamo campeggiare
sui muri sopra le cattedre delle scuole e dei tribunali, la grande croce
che troneggia sul Campidoglio o nel cuore del Colosseo, monumenti
rappresentativi della Capitale, non sono “da sempre lì”. Al contrario,
furono “restituiti” al Regno d’Italia e alla città di Roma perché già
erano stati rimossi o era in atto uno scontro politico, in un certo
senso comparabile a quello cui stiamo assistendo ancora oggi.
“Restituzione” fu il termine correntemente impiegato tra il 1922 e il
1926 — gli anni della scalata del fascismo al potere — per indicare la
natura di un gesto, che implicava l’idea che ci fosse un mal-tolto da
far tornare nella piena legittimità. Ministeri emanarono norme di
“restituzione”, altre ne furono solennemente concelebrate in pubbliche
cerimonie officiate da autorità civili e religiose: interventi tutti che
furono capaci di rifondare un ordine simbolico per radicarlo sia nei
principi obbliganti di una legge sia nel più o meno generalizzato
consenso dei soggetti.
Le icone sacre — proprio perché “sacre” sono diventate in virtù di un
gesto consacrante — hanno la caratteristica di presentarsi ai nostri
occhi come sempre date: è sempre stato così, e non può essere
diversamente. E il “per sempre” del loro messaggio può pesare come un
macigno, perché sottolinea posizioni, inclusioni ed esclusioni. Eppure
il loro statuto non è per sempre valido. Proprio in quanto intendono
essere legittimanti, sono esse stesse sottoposte a prove di
legittimazione, che ne discutono i fondamenti. E come sono entrate in
scena, possono anche uscirne. Oppure, al contrario, uscirne per poi
rientrare. Comunque, mai motu proprio: ci sono sempre persone dietro le
immagini e le parole che ne definiscono la natura. E certe immagini
possono essere imposte per legge.
Guardiamo allora alle “rimozioni”, come momenti forti di rottura col
passato, e ritroviamo in esse quelle ragioni che si vollero civili.
Bersaglio primo delle “restituzioni” normative fu il diffondersi nelle
scuole, nei tribunali, persino negli ospedali di una pratica ribellione
nei confronti di una presenza considerata indebita per quanto legale:
ribellione che non adottò quel linguaggio anticlericale pur presente e
diffuso negli anni di cui stiamo parlando. Profonde ragioni etiche,
politiche e pedagogiche portavano a disegnare un futuro di autonomia dei
soggetti che avesse come pre-condizione la netta separazione di Chiesa e
Stato, anche sul piano simbolico, in una società che già a quei tempi
veniva segnalata come pluriconfessionale (e comprendente anche i non
credenti). È una storia sommersa, di cui ho potuto ricostruire un
episodio, fallimentare per diversi aspetti, persin tragico nelle sue
conclusioni, ma proprio per questo rivelatore. Forse altre potrebbero
riemergere da vecchi casellari giudiziari…
