Scrocifiggiamo l’Italia (slogan storico dell’UAAR).
Un articolo sul Manifesto ricorda come l’imposizione di crocifissi e croci nei pubblici edifici (scuole, aule dei tribunali, luoghi assembleari di Regioni, Province, Comuni, eccetera) faccia parte di un preciso disegno di assoggetamento del Paese al potere dei preti-padroni.
Clara Gallini
Il ritorno delle croci
2009 pp.136 14,00 € manifestolibri
La questione delle croci nelle scuole, negli uffici pubblici, negli
ospedali è tornata, in una società divenuta ormai multiculturale, al
centro di polemiche e casi giudiziari. Ma questa guerra simbolica ha una
lunga storia di cui questa originale analisi ricostruisce gli episodi e
i passaggi più significativi. La narrazione storica di Clara Gallini
prende le mosse dal ritorno trionfale delle croci ad opera del fascismo
nei luoghi pubblici e simbolici da cui erano state fisicamente rimosse
dopo l’unità d’Italia. A partire dal Colosseo e dalla Torre capitolina
di Roma. Retoriche di regime, populismo clericale, uso politico della
religione si intrecciano in questa vicenda ricca di episodi inconsueti e
poco noti. Ma che, al di là della distanza storica, testimoniano delle
passioni, degli opportunismi, delle manipolazioni politiche che ancora
oggi si mascherano dietro i simboli e le icone della tradizione religiosa.
Restituzioni
“Se fosse una roba che puzza, direi di no. Ma come ci sto io, ci può
stare anche lui”.
Nel carcere di Turi, Antonio Gramsci avrebbe risposto con queste parole
alla guardia che avendo ricevuto l’ordine di apporre il crocifisso nelle
celle si era rivolta a lui “un po’ impacciata”.
(Testimonianza resa da Ercole Piacentini, in: Gramsci l’ho visto così,
di Gianni Amico e Giorgio Baratta, Rai3 1988) 1.
Rimozioni e restituzioni
In Italia, i luoghi dove si forma il cittadino e si esercita la
giustizia sono marcati dalla presenza, per legge obbligatoria, di un
simbolo religioso che a molti sembra sia “da sempre lì”. La storia che
sto per ricostruire è ben diversa. Il crocifisso che vediamo campeggiare
sui muri sopra le cattedre delle scuole e dei tribunali, la grande croce
che troneggia sul Campidoglio o nel cuore del Colosseo, monumenti
rappresentativi della Capitale, non sono “da sempre lì”. Al contrario,
furono “restituiti” al Regno d’Italia e alla città di Roma perché già
erano stati rimossi o era in atto uno scontro politico, in un certo
senso comparabile a quello cui stiamo assistendo ancora oggi.
“Restituzione” fu il termine correntemente impiegato tra il 1922 e il
1926 — gli anni della scalata del fascismo al potere — per indicare la
natura di un gesto, che implicava l’idea che ci fosse un mal-tolto da
far tornare nella piena legittimità. Ministeri emanarono norme di
“restituzione”, altre ne furono solennemente concelebrate in pubbliche
cerimonie officiate da autorità civili e religiose: interventi tutti che
furono capaci di rifondare un ordine simbolico per radicarlo sia nei
principi obbliganti di una legge sia nel più o meno generalizzato
consenso dei soggetti.
Le icone sacre — proprio perché “sacre” sono diventate in virtù di un
gesto consacrante — hanno la caratteristica di presentarsi ai nostri
occhi come sempre date: è sempre stato così, e non può essere
diversamente. E il “per sempre” del loro messaggio può pesare come un
macigno, perché sottolinea posizioni, inclusioni ed esclusioni. Eppure
il loro statuto non è per sempre valido. Proprio in quanto intendono
essere legittimanti, sono esse stesse sottoposte a prove di
legittimazione, che ne discutono i fondamenti. E come sono entrate in
scena, possono anche uscirne. Oppure, al contrario, uscirne per poi
rientrare. Comunque, mai motu proprio: ci sono sempre persone dietro le
immagini e le parole che ne definiscono la natura. E certe immagini
possono essere imposte per legge.
Guardiamo allora alle “rimozioni”, come momenti forti di rottura col
passato, e ritroviamo in esse quelle ragioni che si vollero civili.
Bersaglio primo delle “restituzioni” normative fu il diffondersi nelle
scuole, nei tribunali, persino negli ospedali di una pratica ribellione
nei confronti di una presenza considerata indebita per quanto legale:
ribellione che non adottò quel linguaggio anticlericale pur presente e
diffuso negli anni di cui stiamo parlando. Profonde ragioni etiche,
politiche e pedagogiche portavano a disegnare un futuro di autonomia dei
soggetti che avesse come pre-condizione la netta separazione di Chiesa e
Stato, anche sul piano simbolico, in una società che già a quei tempi
veniva segnalata come pluriconfessionale (e comprendente anche i non
credenti). È una storia sommersa, di cui ho potuto ricostruire un
episodio, fallimentare per diversi aspetti, persin tragico nelle sue
conclusioni, ma proprio per questo rivelatore. Forse altre potrebbero
riemergere da vecchi casellari giudiziari…
