Questo è il complicato apparato giuridico, pronto a funzionare con efficacia pratica anche se non confessato nella Costituzione, nel quale si trova immessa una repubblica democratica governata da un partito di cattolici, qual è oggi l’Italia: i suoi governanti dovrebbero essere soltanto espressione e strumento della sovranità popolare interna, ma in realtà, come appartenenti al più vasto ordinamento internazionale dei fedeli, possono essere regolati da quella suprema autorità esterna i cui ordini non ammettono discussioni. …Si ha così il singolarissimo fenomeno di una repubblica democratica i cui governanti sono, spiritualmente ma non per questo meno rigorosamente, alle dipendenze di una monarchia assoluta: di un sovrano assoluto che ha il potere di dettare legge, attraverso questa compenetrazione dei due ordinamenti, a uno Stato che formalmente si regge a repubblica (Piero Calamandrei, Repubblica pontificia, Il Ponte, giugno 1950)
Dopo tutto nella stessa forma cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, la “libertà” della Chiesa sembra essere uguale alla “libertà” dello Stato, ma è in realtà assai privilegiata in confronto. Per lo Stato , infatti, essere “libero”, significa essere “liberale”, cioè rispettoso della libertà di tutti i cittadini, e quindi anche dei cattolici e delle loro organizzazioni; mentre per la Chiesa essere “libera” significa essere franca da controlli, e quindi anche dall’obbligo di essere “liberale” nel suo interno (Guido Calogero, Introduzione a La Conciliazione, Parenti, 1957)
Finalmente gli italiani possono tirare un sospiro di sollievo per la chiusura agostana del parlamento. Un mese e più di tregua da leggi personali, da deliberazioni agghiaccianti che toccano i nostri cuori come quella sul biotestamento, da provvedimenti che infangano la nostra integrità di cittadini come la bocciatura sulle norme che escludono l’aggravante nei reati per omofobia, da norme sul lavoro che fanno strame della emancipazione dei lavoratori nell’ultimo secolo, etc. etc.
Per chiudere in bellezza, come usa dire, gli scriteriati membri della commissione Affari costituzionali hanno dato il via libera per la eventuale trasformazione in legge, di un provvedimento che proibisce l’uso di burqa e niqab* nei luoghi pubblici ma con l’eccezione di alcuni casi particolari (!). Previsto il carcere e niente cittadinanza per chi costringe le donne a indossare il velo, introducendo così un nuovo reato. In Italia, come è noto, esiste una legge che vieta di coprirsi il volto in pubblico per ragioni di sicurezza, ed è la 152 del 1975. Per mostrare che esistono, i volenterosi membri della Commissione hanno modificato l’art. 1 del testo esistente, aggiungendo a “celare il volto”, le parole “anche con indumenti etnici e culturali come il niqab e il burqa”. I superficialissimi membri della Commissione ritengono che queste cinque parole siano un passo avanti verso l’integrazione, un gesto di libertà nei confronti delle donne. Le persone più imbarazzanti della politica italiana come Santanchè, ne rivendicano la primogenitura. Tra le mille e più cose che l’opposizione poteva dire, si è limitata ad un generico il burqa non lo indossa nessuno, il che francamente è una cosa stupidissima da dire anche se, per il momento, vera. Speriamo ma non contiamo che siano più preparati quando il provvedimento arriverà in aula forse ad ottobre. Ad esempio, perché non accelerare la pratica della cittadinanza che potrebbe essere l’unico baluardo per proteggere le donne da retaggi di culture diverse dalla nostra?** E siamo certi che il Parlamento non abbia niente di importante da fare sulla dignità delle donne anche italiane? Evocare l’islam invece è più facile e può portare qualche voto sollecitando la pancia degli islamofobi, intrisi a tal punto dal germe del cattolicesimo di ritenersi superiori a tutto e tutti. Chi è sicuro della propria identità e integrità non teme certo una religione, ma piuttosto la teocrazia e il non rispetto delle leggi uguali per tutti. (E, giova ripeterlo, non è previsto che in Italia si possa circolare col volto coperto)
Ha un po’ sorpreso la sorpresa di molti media, che i parlamentari vorrebbero le ferie anche per fare il pellegrinaggio (che va avanti dal 2004) in terrasanta (e almeno per non offendere la geografia sarebbe opportuno dire che i parlamentari si recano in Israele e nelle zone amministrate dall’Autorità palestinese per visitare i luoghi della tradizione religiosa cristiana snobbando quelli dell’ebraismo e dell’islam che sono anche di più e non meno suggestivi), mentre nella Commissione Affari costituzionali hanno legiferato in ottemperanza alla religione per loro di riferimento, ponendo mano ad una legge di buon senso e utile per la sicurezza di tutti come quella del 1975. I riferimenti al Belgio e alla Francia sono totalmente fuori sincrono, considerato che in quei paesi sono proibiti i simboli che ostentano una religione, pur avendo il Belgio una maggioranza cattolica. La minoranza laica italiana, ahimè sempre più lasca, non ha niente da dire che la Commissione Affari costituzionali ha legiferato in modo religiosamente corretto? (che qui vuol dire sottostare al cattolicesimo).
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
*Il burqa, particolarmente usato in Afghanistan, copre completamente il corpo femminile dalla testa ai piedi, incluso il volto, con una griglia di tessuto all’altezza degli occhi. Il niqab è un tipo di velo integrale molto utilizzato nei Paesi del Golfo. Esiste in diversi stili e lunghezze, copre il capo e il volto ma non gli occhi.
** Tra l’altro acquisizioni recenti per l’Italia. Nel 1963 viene abolita l’esclusione delle donne dal lavoro negli uffici pubblici; nel 1996 cancellato il reato di adulterio che puniva le donne con due anni di carcere; nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia che stabilisce la parità tra marito e moglie, abrogando la patria potestà e la potestà maritale; nel 1981 è abolito il delitto d’onore che puniva con la carcerazione da tre a sette anni il marito “offeso”; nel 1996 viene riconosciuta la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale.
