Articoli marcati con tag ‘bossi’

Capitan Fracassa agita lo spadone.

lunedì, 22 agosto 2011

Ieri grande esibizione di Bossi che con lo spadone nella mano malferma cercava di interpretare al meglio il personaggio più grottesco del teatro dell’arte all’antica italiana, quello che finisce immancabilmente a calci nel culo in tutte le farse di cui abbiamo documentazione storica. La performance è stata allietata anche da una pernacchia destinata al segretario del PDL Alfano oltre che da gustosi insulti inidirizzati alla categoria dei giornalisti. Un’esibizione imbarazzante che arricchisce una raccolta infinita di frizzi, lazzi, sberleffi, gestacci, cachinni e insulti feroci come quello che dedicò al Prof Miglio (una scorreggia nello spazio) quando ci fu fra loro una frattura politica. Un triste finale per un personaggio che dopo aver rappresentato per venti anni l’eroe eponimo di un immaginario popolo padano oggi rischia il posto nella riunione al vertice del suo partito. Sarà il 25 luglio del Duce della Lega ?

Cazzari Padani.

lunedì, 20 giugno 2011

Si è svolta ieri a Pontida il 15° Festival del Flatus Vocis Leghista, con un leader stanco e malato che non ha saputo far altro che ripetere vaghe minacce a destra e sinistra senza nessuna proposta concreta sui problemi reali dell’economia e del lavoro. Le solite stanche litanie su Roma ladrona tanto per riscaldare le frattaglie dei seguaci, ma nessuna risposta compromettente alla richiesta dei facinorosi che invocavano in coro la secessione. E’ stato invece Roberto Maroni a spingersi fino a una pericolosa e inaccettabile esclamazione per una “Padania libera e indipendente”, che detta dal ministro dell’Interno sembra un pesante tradimento della Costituzione unitaria su cui ha giurato. Ma Bossi una cosa giusta l’ha detta, quando ha parlato dei cicli storici di 15 / 20 anni in cui hanno dominato particolari ideologie e i relativi gruppi di potere: la destra storica di fine ottocento, il giolittismo, il fascismo, la democrazia cristiana, il consociativismo catto-comunista e il berlusconismo. Ma nel dirlo voleva far credere che il prossimo ventennio dovrebbe essere quello dominato dalla Lega, senza rendersi conto che proprio nel ventennio berlusconiano il suo partito personale, co-responsabile del berlusconismo, ha esaurito ormai tutte le sue potenzialità. E chiamando in causa anche Tremonti con accenti severi ha di fatto messo nelle mani del ministro la risposta vera ai problemi che ci riguardano tutti. E sarà proprio lui nei prossimi giorni che uscirà vincitore dal caos attuale o imponendo una manovra di 40 miliardi da lacrime e sangue o, per restare al potere, accontentando i demagoghi di destra e sinistra mandano a picco il paese. Se Tremonti salverà l’Italia dalla crisi simil-greca sarà solo lui il vincitore e nessun altro; se fallirà sranno travolti quelli che l’hanno messo al potere, primi fra tutti Berlusconi e Bossi. Ed ecco l’ampio minestrone di aria fritta che la Lega ha distribuito come “dodecalogo” per il governoLEGGI – Le solite vecchie proposte che tornano a galla da almeno venti anni e che nessun governo, compresi quelli degli ultimi 20 anni con la Lega dentro, è mai riuscito a realizzare. Ma per illudere il popolo bue della Padania va bene anche questo. Ciliegina sulla torta nella migliore tradizione del teatro dell’arte la rivelazione di Capitan Fracassa Bossi che Brighella Berlusconi era pronto a firmare per il trasferimenti di alcuni ministeri al Nord, ma “poi si è cagato sotto”.

Totò e Peppino provano a comprarsi i milanesi.

lunedì, 23 maggio 2011

Noio, volevan canceller le contravvension e porter du’ minister a Milan. Punto, punto e virgole, punto a capo“.
Pur di raccattare i voti necessari per vincere il ballottaggio il duo comico composto dal Barzellettiere d’Italia e Capitan Fracassa promettono la sanatoria sulle multe e due ministeri a Milano. Non sappiamo come voteranno quelli che le multe le hanno già pagate e quelli che hanno capito benissimo che le prossime saranno raddoppiate per compensare il mancato gettito. Resta il fatto che l’immagine data da B&B è veramente quella squallidissima dei venditori di fumo, anzi peggio. Perchè lo spostamento dei ministeri (e non solo quelli che andrebbero a Milano ma anche quelli che per il “decentramento” di cui parla esplicitamente Berlusconi finirebbero a Napoli e forse in altre Regioni) prelude anche alla dissoluzione dello Stato unitario. Ma chissenefrega, l’importante e salvare il culo a DuceSilvio e arrivare alla secessione del Nord. Vedremo domenica prossima se i milanesi si venderanno a questo prezzo.

20/5/11 – Schigerùn (=nebbione a Milàn)

venerdì, 20 maggio 2011

Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione
La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona
Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. (I, II e III legge fondamentale della stupidità. Carlo M. Cipolla – Allegro ma non troppo, il Mulino, € 8.80)

Dice Bossi che con Pisapia Milano si riempirà di minareti e di zingari.
Il candidato sindaco si è proposto di costruire piccole case per alloggiare i rom milanesi su modello di quanto fatto con successo a Venezia, utilizzando i fondi messi a disposizione proprio per questo dalla Ue. Pisapia vorrebbe anche costruire una grande moschea con annesso centro islamico. Bossi dovrebbe sapere che i musulmani che vivono in Italia, se vogliono pregare pregano indipendentemente dal fatto che ci sia o no la moschea. Confinarli nei garage e nei sottoscala, oltre ad essere una violazione alla Costituzione italiana che prevede la libertà religiosa e la possibilità di praticarla, è pericoloso da parecchi punti di vista. Solo la struttura fisica e giuridica della moschea consente alla comunità islamica di discutere e negoziare con le istituzioni e tutta la società.
I cittadini vogliono tranquillità e persone moderate nelle istituzioni. Sono stufi delle esasperazioni della Lega e del Pdl che stanno continuamente con la pistola in mano davanti alla gente normale, sempre a fare la guerra del più forte contro il debole approfittando dello status di privilegio che gli da la politica. Giuliano Pisapia, che è bene ricordarlo sempre è un candidato senza partito anche se inizialmente proposto da Sel, incarna una tradizione che è stata a lungo presente nella sinistra – purtroppo oggi abbandonata – di attenzione ai diritti delle persone, dei più deboli, di garantismo reale, cioè quello che pone attenzione alle prevaricazioni degli inquirenti e alle garanzie per gli imputati.
Vediamo il bicchiere mezzo pieno e godiamoci l’idea che Giuliano Pisapia riesca ad imporsi al ballottaggio (noi romani abbiamo avuto un amaro risveglio con la vittoria di Alemanno su Rutelli che pure aveva una percentuale più alta di voti), ma per non scolare fino all’ultima goccia quel calice riempito da Pisapia, sarebbe opportuno che leader e leaderini di decotti partiti si nascondessero fino alla fatidica data dello scrutinio decisivo. La sortita di Massimino D’Alema, anche noto come il corvo della sinistra che impiomba le ali di chi prova a spiccare il volo, che annuncia che “il successo di Fassino a Torino è un buon segnale per noi della vecchia guardia”, stronca le gambe a chi cerca il nuovo. Gli abboccamenti del pd alla potente ma deludente presidente della Regione Lazio che ha presentato sue liste personali oggi al ballottaggio con liste pdl, per tacere dei corteggiamenti alla Lega dimenticando che è un partito barricadiero e razzista che dipinge le scuole di verde. Silenzio assoluto dovrebbero poi mantenere i vari leader che si sono frammentati in diverse denominazioni e che sono stati anche la concausa della caduta del governo Prodi, che non sarà stato l’ottimo ma era mille volte meglio dell’esistente.
Si sente la voglia di politici che al di là del proprio colore sappiano essere moderati. Basta con i fondamentalismi di Alemanno che da fondo alle casse del Campidoglio per fare un mese di festeggiamento per la beatificazione di Giovanni Paolo II (che la Santa Sede ha già bello e archiviato mentre ai romani rimane sul groppo il debito e l’inopportuna statua di bronzo) , e le frenesie di Moratti che si aspetta migliaia di persone a Milano per l’Expo e ha paura di costruire una moschea che – poi si sorprenderà – sarà quasi sempre vuota. Perché un po’ di gente prega pure, però ha bisogno soprattutto di vivere serenamente e in tranquillità.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://salon-voltaire.blogspot.com/2011/05/rivalse-clericali-uninquietante-statua.html?showComment=1305813209545#c4882458904991522965
http://www.linkiesta.it/ecco-sinistra-milanese-spaventa-berlusconi
http://www.avantidelladomenica.it/site/artId__1043/408/408-Marina_Lombardi_Sindaco_di_Stella.aspx

21/1/11 – Alzare il prezzo (2)

venerdì, 21 gennaio 2011

Ai miei fratelli cattolici ricorderei solo questo: che san Paolo ci ha sempre chiesto di pregare per re e principi non in misura della loro coerenza morale e assenza di vizi, ma in misura che garantisse al popolo “pace e tranquillità di vita”. Venendo all’osso è dirimente questo: da una parte, anche il solo atto di governo come il cassato decreto per graziare Eluana da morte per fame e per sete, firmato dal reprobo. Dall’altra un premier cattolicissimo che, in quel di Roma, su territorio italiano, per invito di istituzioni italiane, in un tempio della libera ricerca e della sapienza, non è stato capace nemmeno di garantire la libertà di parola al papa. (Luigi Amicone, direttore Tempi, settimanale di Comunione e Liberazione)
Sono anni che il cardinale Bagnasco chiede coerenza e serietà ai politici cattolici e monsignor Crociata è arrivato proporre loro Maria Goretti, come esempio. La Chiesa condanna i comportamenti e lo fa in modo severo. Non ci si può aspettare che faccia dei j’accuse alle persone, verso le quali tiene sempre un atteggiamento improntato alla misericordia. (Paola Binetti, deputato Udc e membro dell’Opus Dei)
Il Vaticano non si commenta, ma penso che per loro sia più facile parlare. Berlusconi si è trovato la casa circondata. Controllavano tutti quelli che entravano e che uscivano. Perché non hanno controllato anche lì? (Umberto Bossi, Ansa, 20.1.11 ore 17.53)
Il papa… il papa… Lei è il direttore dell’Unità e mi cita il papa. (Daniela Santanchè, Annozero)

Lunedì al Consiglio episcopale permanente della Cei che si terrà ad Ancona, il presidente dei vescovi italiani, il card. Angelo Bagnasco, dirà parole chiare forti e inequivocabili sulla vicende porcellone (e ahimè gravissime) del premier. La fretta di traversare il Ruby-cone secondo il gossip dei sacri palazzi, è stato determinato dalla copertina di un settimanale inglese dove Elton John e David Furnish sono ritratti insieme al figlio e il terrore di arrivare anche in Vaticalia a simili “degenerazioni da disordine sessuale”. Ma una paura di questo tipo forse percorre le vene di qualche parroco di sperduta provincia (che probabilmente non esiste più) mentre i gerarchi S.S. sanno benissimo che una simile fotografia in Italia non la vedranno nel breve periodo con nessun governo. Almeno fino a che la Chiesa cattolica continuerà ad essere l’istituzione che fornisce la scala dei valori di riferimento della società italiana, e che l’eccesso di arroganza del premier sembrerebbe porgergli su un piatto d’argento. L’opposizione, a cui come spesso accade fa da mosca cocchiera la stampa “amica”, non si scandalizza dell’ennesima ingerenza della Chiesa, ma anzi la incita. Il cesarista Vendola – intervistato da Gruber – ha detto che i laici devono collaborare con la Chiesa che da utili indicazioni etiche. Bypartisanamente si avvera la prima omelia di Giovanni Paolo II (22 ottobre 1978) : “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di civiltà, di sviluppo”. Sarebbe opportuno a questo punto che la gerarchia invece di mettere il cappello (e le catene) sui diversi partiti, se ne facesse uno tutto suo. Un partito confessionale che abbia una analogia assoluta tra fede e politica, che è si un passo indietro sulla via dell’occidente, ma è un modo per contarsi in maniera definitiva. Nel frattempo, invece di rimanere appesi alle mozzette del clero, sarebbe opportuno che l’opposizione – magari guidata dal segretario Pd Bersani che sembra essere quello col maggiore buon senso – non perdesse tempo ed energie a spiegare che non si fa sesso con le minorenni, ma crei alleanze, prepari una squadra di governo, compili una agenda con pochi punti precisi su economia, lavoro, ambiente. Occupandosi dei dolori del Paese e lasciando la valutazione sui divertimenti del premier e la sua inconcludenza nell’azione di governo al giudizio degli elettori. E soprattutto, tenendo ben lontano qualsiasi ulteriore ingerenza della Chiesa cattolica.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

10/1/11 – Al mio via, scatenate l’inferno

domenica, 9 gennaio 2011

Tutti a dire che prima o poi la globalizzazione costringerà gli operai Fiat-Fiom a cedere. Possibile che la globalizzazione valga solo per gli operai Fiat e non per il variegato gruppo delle sanguisughe (gli ultraprotetti, gli ultragarantiti, buona parte dei dirigenti della pubblica amministrazione e dei liberi professionisti, quel mezzo milione di italiani che vivono di politica)? (T.Vinco, da un blog)
Mentre il presidente della Repubblica rendeva omaggio alla lapide dei fratelli Cervi, a Modena la Lega chiedeva di realizzare una lapide in memoria dei nazifascisti, ossia “i caduti della guerra civile del 1943-1945”. E di affiancarla alla stele dedicata alle vittime dell’olocausto, danneggiata a martellate a capodanno… (ste.san, Il Fatto quotidiano)
Bossi non si è limitato a mancare di rispetto alla bandiera. Ha scelto di mancare di rispetto anche al presidente della Repubblica. Cosa dirà Fini, leader di una forza che si ispira al patriottismo repubblicano? E cosa farà il Pd, partito che è stato fin troppo indulgente in tema di federalismo, fino al punto di votare in aula una riforma della quale ancora adesso non si conoscono cifre e coperture? E Casini, al quale continuano ad arrivare profferte di scambio per il suo ingresso in maggioranza? (P. Caldarola, Mambo)

Pare che il Gran Consiglio abbia applaudito più volte gli sforzi del ministro Brunetta per la riforma della pubblica amministrazione che dovrebbe andare a regime da questo mese (e non, come sarebbe opportuno il 1° aprile). Sembra – se vogliamo rimanere nel mondo reale - difficile che “la riforma” riuscirà a far funzionare meglio di oggi la burocratica macchina statale.
Secondo le cifre presentate dal ministro, nel quinquennio 2008-2013 si risparmieranno 62 miliardi di €. I lavoratori, già sfrondati di 70mila persone con pensionamenti e prepensionamenti, dovrebbe diminuire ancora di 300mila unità entro il 2012. Meno dipendenti potranno fornire servizi più efficienti? Il sindacato dei medici Anaao sostiene che nel 2018 mancheranno 22mila dottori per la mancata sostituzione del personale che andrà in pensione.
Il ministro Brunetta si è esaltato, durante un convegno Ocse a Venezia, perché nel 2008 le politiche di alleggerimento hanno portato un risparmio di 5,5 miliardi di €. Con tutta evidenza il ministro contava su un pubblico sonnacchioso, perché è palese che i risparmi sono stati determinati dal governo precedente (il governo delle “elite di merda” guidate da Prodi).
Il professore Renato Brunetta patisce un malefico peccato originale: è convinto che la macchina burocratica pubblica è perfetta, specialmente con le dotazioni informatiche e tecnologiche meravigliose da lui personalmente fornite (sicuro?), ma il buon funzionamento è ostacolato dal fannullone. Sicuramente nella pubblica amministrazione – così come nelle banche, nelle redazioni, nelle fabbriche…, ci sono degli squallidi lavativi. Ma per uno che vanta di avere nel suo curriculum un passaggio alla Fondazione Brodolini (ministro del Lavoro e padre dello Statuto dei lavoratori) e ricorda di essere – stato aggiungerei io – socialista (ma è equo ricordarlo, sempre nelle seconde e terze file), parlare dei lavoratori come mangiapane a tradimento è una cosa schifosa.
La legge brunettiana prevede che il 25% del personale che si condurrà benissimo avrà un 50% di soldi in più (il salario accessorio) e percorsi preferenziali per eventuali avanzamenti di carriera, il 50% del personale che si comporterà bene avrà una parte del salario accessorio, il rimanente 25%, cioè gli scansafatiche, nulla. Chi giudicherà i bravissimi i bravi e gli sfaticati? Per il momento le tre categorie saranno valutate insindacabilmente dal loro dirigente, anche se sarebbe più giusto dire sarnno in balia. Quel che è certo, è che il dinamico Brunetta ha il bastone, ma non la carota. Con i tagli di Tremonti, come potrà avere il salario accessorio per il personale modello? Appare probabile che l’impiegato che si prenderà la bastonata in testa ricorrerà al Tar per vedere disconosciuto il metro di valutazione del suo diretto superiore. A quelli che si aspettavano la carota non rimarrà che andare a palazzo Vidoni e sputargli addosso appena esce. Sempre che, come costume dei politici italiani, non si chiuda in una macchina blu con vetri oscurati inforcando largo Argentina contromano, solo per il gusto di dire lo posso fare e lo faccio.
E’ evidente che efficienza, burocrazia snella, merito… sono aspirazioni di chi lavora nella pubblica amministrazione e dei tanti noi che quotidianamente ce ne serviamo. Ma le nozze coi fichi secchi non si sono mai viste, così come non c’è mai stato un ministro della Pubblica amministrazione che tratta come paria “il suo esercito”.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
12/12/10 – La destra romana non è spiegabile in poche parole: è reazionaria, è papalina, è pagana, è salottiera, è borgatara, è golpista, è qualunquista, è ministeriale, è ultras del calcio. Il sindaco Alemanno ne è la sintesi. Si vanta di indossare la croce celtica, ha ripristinato concerti anacronistici (29 giugno) in onore del papa e apre gratis i musei romani per l’immacolata (e non per il 20 settembre), ha, nonostante la forte crisi economica, fatto erogare prestiti ai dipendenti capitolini per finanziare i pellegrinaggi a Lourdes. Pensando di onorare l’architettura fascista – appena insediato organizzò ben due convegni sulla via dei Fori Imperiali addirittura spingendosi a scrivere via dell’Impero nell’invito – ha deciso di dargli il colpo di grazia con l’assurdo progetto della Formula 1 all’Eur, dimostrando che gli epigoni sono sempre peggio dei precursori. Ha esaltato oltre ogni buonsenso la figura di un tifoso laziale per la cui morte tutti siamo rimasti sgomenti così come per la sua beatificazione. Ha portato corone a qualsiasi camerata morto di malattia o ucciso negli anni bui (dal Sessanta all’Ottanta), ha apposto lapidi – che hanno sorpreso gli studiosi della storia romana e della toponomastica – ai presunti passaggi di santi in varie zone della città. Ha lanciato idee grandiose (ad esempio radere al suolo e ricostruire Tor Bella Monaca, una borgata insana) dal palco di Cortina InConTra. Ha informato durante la Conferenza sulla famiglia che non farà più (del resto non ha mai iniziato) asili nido perché è meglio fare delle convezioni coi privati.
Ha dimostrato come pochi di essere fedele agli amici: ne ha assunti in posti di responsabilità parecchi, senza mostrare nessun pregiudizio per la fedina penale macchiata di alcuni. Ha un conflitto di interessi enorme come una casa dentro casa. Infatti il sindaco è il marito di Isabella Rauti – la intelligente della coppia – che già titolare di un incarico al ministero delle Pari Opportunità, con Pollastrini ieri e oggi con Carfagna, è ora anche consigliere della Regione Lazio. Non sorprende che l’appetito domestico si sia esteso anche alle aziende comunali. Che per la verità sono state sempre un grande serbatoio per chiunque abbia amministrato, ma che con l’attuale sindaco ha raggiunto livelli paradossali, tanto più in presenza di un palpabile degrado dei servizi erogati e dell’aumento del deficit. Si dice che il sindaco non è responsabile personalmente di parentopoli, perché aspirante statista nazionale – è stato l’ascaro di cui si è servito Silvio ad agosto per la tentata ricucitura coi futuristi (sic) – e quindi disinteressato a queste piccolezze locali. Ma gli assessori e i presidenti delle municipalizzate che hanno imbucato mogli figli amanti fidanzati cugini sorelle fratelli generi e nuore li ha scelti lui. E se, come si racconta, Alemanno aspira a ruoli più alti, vuol dire che non ha compreso che amministrare in maniera almeno sufficiente, lo avrebbe aiutato ad uscire dal sottoscala politico da cui, di fatto, proviene (nessuno ama ricordare le sue gesta di ministro dell’Ambiente, manco lui). Serviva portare Alemanno al Campidoglio per capire che la destra romana è incapace di azione politica? Non è bastata l’esperienza della Regione Lazio con Storace che ha prodotto un buco nella sanità di proporzioni inaudite (con la sua presidenza addirittura si arrivò a pagare un plus sul ticket per farmaci e analisi)? Nella mia giovinezza, quando all’uscita di scuola ci si fronteggiava in viale delle Milizie con i camerati, gli si gridava “fascisti carogne tornate nelle fogne”. Riconosco che non era un granché. Molti di noi si sono lasciati alle spalle le guerriglie di strada, molti topi sono usciti dalle fogne e spesso sono rimasti accecati dalla luce del giorno.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

30/9/10 – S.P.Q.R. (2)

giovedì, 30 settembre 2010

…di Fini ormai sappiamo tutto e la sua vita privata è stata sezionata a vivo. Fini, con le sue debolezze e i suoi guai familiari, non ha più segreti per l’opinione pubblica. Ed è la terza carica dello Stato. Invece si vuole che la stessa opinione pubblica ignori che cosa abbia davvero fatto il premier nelle vicende che lo vedono imputato. Tutta la verità su Montecarlo e nessuna verità sul caso Mills? … Questa volta il premier e il suo staff si sono dati, come si suol dire, la zappa sui piedi. Non possono più invocare indulgenze o salvacondotti. “Trattamento Fini” anche per Berlusconi. Se l’è cercato. (Peppino Caldarola, Mambo)

Nonostante i numeri (342) che il premier ha avuto per continuare la sua (in)azione di governo, la Lega si sta portando avanti con la campagna elettorale e prende al balzo la palla tirata in campo dal senatùr con l’offesa suina ai romani che il Pd vorrebbe sfiduciare e che determinerebbe la loro uscita dal governo. Come si sa i politici arrivano in ritardo a comprendere quello che la gente comune afferra immediatamente. Fini, ad esempio, ha impiegato 50 anni per capire che il fascismo è il male assoluto e 15 per dire che il cav. è inattendibile. Il premier solo adesso inizia a intendere che la Lega Nord Padania non può essere domata con le zollette di zucchero. Il ministro delle Riforme Bossi (cioè un fancazzista del nord considerato il livello di riforme attuate da questo governo) non demorde sull’SPQR declinato come porci romani, e recita un intervento fiume da Radio Padania col sottofondo musicale di una canzone di Alberto Fortis “e vi odio a voi romani, io vi odio a tutti quanti, distruttori di finanze e nati stanchi, siete un peso alla nazione, siete proprio brutta gente, io ti odio grande Roma decadente”. L’assurdo è che “il Bossi” ha pure un po’ di ragione. Non c’è romano, neanche tra quelli che hanno salutato romanamente (cioè a braccio teso) l’ascesa del sindaco moretto, che non si sia accorto come Roma sprofondi ogni giorno di più nel degrado e nella sporcizia. In compenso Alemanno, antipatico fin dal nome, si vanta di fare il mediatore tra Fli e Pdl, propone la città per assurdità padane come la Formula 1, è convinto che la città sia in grado di organizzare le Olimpiadi, ha trasformato il festival del Cinema di Roma – che secondo il precedente sindaco doveva essere una kermesse sul cinema – in un competitore della Mostra di Venezia riuscendo così ad indebolire entrambi gli appuntamenti a favore di Cannes. All’ombra di questi campioni della buona amministrazione del Pdl, il partito dei padani si è gonfiato a dismisura. Anche perché si è diffusa l’idea che i leghisti sono bravi e amministrano bene: per cui invece di guardare i marchi della scuola di Adro titolata a Miglio (e pensare che lì nacquero Emilio ed Enrico Dandolo che combatterono nelle Cinque Giornate di Milano e nella difesa di Roma nel 1849 dove Enrico cadde eroicamente) si dovrebbe guardare l’ampiezza della mensa e la funzionalità della palestra. Perfino i preti rimangono in silenzio nonostante i limiti posti alla Fiera del Rosario che dal 1865 si tiene a San Donà del Piave, perché non vogliono far sfilare le chilometriche cosce delle miss padane vicino ai gonfaloni delle madonne e dei cristi. E che dire del Veneto di Luca Zaia, la regione dello ius sanguinis, del prima i veneti dello statuto regionale, dell’inno nazionale da suonare solo in casi rarissimi… anche in quella terra felice 100mila posti di lavoro si sono persi e a fine dicembre scadranno le casse integrazione straordinarie. La sanità ha un buco consolidato di un miliardo di €, prodottosi in dieci anni ma di cui nessuno ha mai parlato. E a guidare la sanità nella regione sono stati negli ultimi anni Flavio Tosi oggi sindaco di Verona, e Francesca Martini oggi sottosegretario alla Salute. Non sapevano del buco? Intanto la commissione statuto lavora alacremente allo statuto della regione, al regolamento della regione, all’inno della regione.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Morire per Bergamo ?

giovedì, 27 maggio 2010

Alla fine degli anni ’30 l’Europa si interrogava se valesse la pena di “morire per Danzica” di cui Adolf Hitler rivendicava l’assoluta proprietà. Oggi in quel Gran Teatro dell’Arte che è l’Italia ci si interroga se valga la pena di morire per Bergamo su cui Umberto Bossi, nelle vesti della buffonesca maschera di Capitan Fracassa, agita lo spadone protettore di Alberto da Giussano. La provincia di Bergamo non si tocca, altrimenti sarà guerra civile ! Sbagliando pure copione, dal momento che nè quella di Bergamo e probabilmente nessuna provincia sarà abolita. E’ proprio vero che, quando la storia si ripete, la tragedia del primo evento si presenta sotto forma di farsa.

Fonte della notizia da La Repubblica LEGGI

…E’ proprio a questo che qualche ora prima si riferiva Umberto Bossi con l’aria di quello che un po’ sta scherzando, usando però l’espressione “guerra civile” che in una battuta ci sta stonata. Guerra civile “se toccano Bergamo”, dice infatti il Senatur dopo la conferenza stampa con la quale Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi hanno illustrato i contenuti della manovra. Il leader del Carroccio risponde ai cronisti che gli chiedono della proposta, avanzata dai parlamentari finiani con una lettera aperta sul Secolo d’Italia, di “tagliare” tutte le province (mentre la manovra si è fermata a quelle inferiori ai 220 mila abitanti con l’esclusione di quelle frontaliere). Ma sulla questione “non ci sono novità”, commenta Bossi, aggiungendo che “andare oltre sarà difficile” e che “se uno prova a tagliare la provincia di Bergamo, scoppia la guerra civile”….

Il Barbarossa voluto da Bossi esce nei cinema.

sabato, 10 ottobre 2009

Dopo la presentazione di alcuni giorni fa esce nelle sale il film che dovrà rappresentare l’archetipo della propaganda nel futuro regime padano. Peccato che l’eroe eponimo della Lega non sia mai esistito nella realtà storica e sia solo un mito letterario. Che però fa comodo per costruirci sopra un bel successo politico, etnico e mediatico.

Esce domani il kolossal di Renzo Martinelli su Alberto da Giussano
Un polpettone di oltre due ore fra sentimentalismi e sequenze sanguinolente
Il Barbarossa voluto dalla Lega
amore e sangue, fiction da fumetto
di NATALIA ASPESI

MILANO – Basterebbe che alla fine del film, anziché informare l’esausto spettatore che, come nelle fiabe, “Alberto da Giussano sposò Eleonora ed ebbero molti figli”, gli comunicassero che quel bell’eroe che mai si lava i capelli è un personaggio di cui non esiste un solo accenno storico se non nella cronaca scritta da un frate domenicano due secoli dopo la famosa battaglia di Legnano. Forse ci divertiremmo di più, perché mica si pretende che i film ci raccontino la realtà, le bugie e le fantasie al cinema vengono benissimo, se dichiarate tali. Invece se si pretende di fare di un kolossal anche costoso un manifesto politico, allora bisogna scostarsi un po’ dalla fiction sentimentale e fumettara e osare, pur nel polpettone, qualche autenticità, come nell’epico Braveheart (5 Oscar nel 1995) di Mel Gibson, storia del ribelle scozzese William Wallace che nel XIII secolo finì giustiziato dagli inglesi.

Insomma si capisce che la Lega è poco adusa alle trappole del cinema, tanto che all’anteprima solo per politica e tv, la nuova aristocrazia italiana, hanno tutti giudicato Barbarossa un capolavoro. Mentre il regista Renzo Martinelli che ne sa più del diavolo è riuscito ad avere 30 milioni di euro, l’appoggio di Rai Fiction e Rai Cinema, per fare il filmone astorico che voleva, talmente pieno di sederoni di cavalli caracollanti per tutta la Padania e stramazzanti a decine nelle sanguinose battaglie, da superare un nostro capolavoro d’epoca fascista quale Ettore Fieramosca di Blasetti.

Per il resto, il furbo Martinelli dà alla Lega quel che è della Lega, cioè numerosi invocazioni contro le tasse e pro la libertà dalla Germania Ladrona da parte di gruppuscoli sempre vestiti di sacco comprese le loro signore, il formarsi della potente Lega Lombarda tra città che sino al giorno prima si erano alternativamente distrutte (Milano contro Lodi, Lodi contro Bergamo, Pavia contro Como ecc.), il famoso simbolico Carroccio i vessilli bianchi con la croce rossa.

E naturalmente la vittoriosa battaglia di Legnano (vedi il dipinto ottocentesco di Amos Cassioli alla Galleria d’arte Moderna di Firenze), quando l’Imperatore del Sacro Romano Impero Federico I detto il Barbarossa, scese per la quinta volta in Italia e dopo che Alba, Acqui, Pavia e Como si erano arrese, nel maggio del 1176 fu disastrosamente sconfitto dalla Lega Lombarda e nel film, dalla Compagnia della Morte fondata dal cinematografico Alberto.

Martinelli ne approfitta per mostrarci un gran finale di macellerie molto sanguinolente, del resto già sparse lungo tutto il film, tipo mano o orecchio mozzato in primo piano, palle infuocate che arrostiscono le facce del nemico, gole tagliate con conseguenti gorgoglii, ecc.

Poi per noi signore, della Lega o no, c’è l’amore. Un tipo magrebino che è l’israeliano Raz Degan, ex Gesù in Centochiodi di Olmi ed ex pubblicità l’Oreal, diventato il milanese Alberto proveniente da Giussano, s’innamora della anche lei sempre infangata Eleonora, che è la davvero molto bella Kasia Smutniak, sospetta strega e perseguitata da lampi e tuoni che le fanno vedere un futuro menagramo. Però lui le preferisce la battaglia, e, sporchissimo, se ne va, intanto la di lei soave sorella Federica Martinelli (figlia del regista?), bramata dal crudele traditore F. Murray Abraham di eccezionale bruttezza, si rifugia in convento.

Peggior sorte ha lo stesso Barbarossa, che pur possedendo il fascino invecchiato ma irresistibile di Rutger Hauer, e magnifiche armature di cuoio e pelliccia stile Fendi, sposa in seconde nozze (vedi Giovanni Battista Tiepolo nel castello vescovile di Wurzburg) una bimba di 11 anni, Beatrice di Borgogna (la francese Cecile Cassel, cognata di Monica Bellucci, che si è dissociata dal film), gli dà 11 figli, il primo a 15 anni (tipo Polanski?), muore a 38, ma intanto, nel film sempre con la corona in testa, lo comanda nervosamente a bacchetta.

Poi lungo tutto il lunghissimo film, non manca nulla, a partire dalle mura di Milano fin troppo cartonate e da una musica assordante che non dà tregua un secondo, procurando stordimento e nausea: poi ritrovamento di reliquie dei re magi, rogo con strega, frecce e lance a non finire, realtà storica poca. Comunque siamo al cinema e va benissimo che alla fine dopo la vittoria di Legnano vivano tutti felici e contenti: se mai Martinelli potrebbe dirigere un sequel, su quella Milano, rasa al suolo da Barbarossa e ricostruita dai milanesi, in cui ricominciarono subito gli scontri tra il popolo, con le milizie popolari, e i “gagliardi” dell’aristocrazia. Anche la seconda Lega Lombarda non riposò in pace: scese in Italia Federico II di Svevia, e gliele suonò in una disastrosa battaglia a Castelnuovo sull’Oglio. Non c’era un Bossi a trascinare il popolo e a gridare, se fermano il federalismo, facciamo la guerra.

(8 ottobre 2009)

Cristo e il Dio Po

sabato, 26 settembre 2009

ispirano un nuovo sincretismo politico-religioso. Umberto Bossi, Gran Sacerdote del culto del Dio Po ha incontrato a Roma il Cardinale Bertone, plenipotenziario del Sommo Pontefice del Dio Cattolico. Dal punto di vista della rirualità riti non risultano accordi particolari, le Sacre Acque del Dio Po raccolte alle sorgenti sotto il Monviso continueranno a essere versate dai gallo-padani nel bacino di San Marco a Venezia senza dare origine a ritualità parallele. Ma i sacri interessi della politica saranno coltivati in pieno accordo fra i sommi sacerdoti del Cristo cattolico e quelli del Dio Po.

Articolo tratto da Notizie Radicali

La situazione. L’incontro Bertone-Bossi.
Simonia elettorale
di Valter Vecellio

Il Vaticano detta le sue condizioni su testamento biologico, pillola RU 486
e in generale i cosiddetti temi etici; e puntualmente si candidano zelanti
esecutori: a Palazzo Madama tra i più attivi il presidente dei senatori del
PdL Maurizio Gasparri, che è riuscito a imporre la commissione parlamentare
d’inchiesta sulla RU 486; contemporaneamente la Lega di Umberto Bossi,
perfetta riedizione degli zuavi di pontificia memoria, corre in Vaticano per
“offrire” quello che è un vero e proprio baratto. Bossi e la Lega intendono
infatti dimostrare a Silvio Berlusconi che sono in grado di avere un proprio
canale autonomo e diretto con il Vaticano; il segretario di Stato Tarciso
Bertone ne approfitta per portare avanti la sua strategia: incondizionato
appoggio al ministro Maurizio Sacconi e alla sottosegretaria Eugenia
Roccella, per riaffermare che nutrizione e idratazione artificiali sono
obbligatori, e ottenere il massimo ottenibile da un Berlusconi indebolito e
screditato a livello internazionale; contemporaneamente si manda un preciso
“segnale”: per il Vaticano l’attuale inquilino di palazzo Chigi non è l’unico
interlocutore. Che sappia, il presidente del Consiglio, che nonostante i
buoni uffici assicurati da Gianni Letta, le gerarchie possono guardare
altrove, e anzi, già lo fanno: la Lega appunto, dimentica dei suoi passati
furori, e ora devota sostenitrice delle ragioni clericali; e l’UdC di
Pierferdinando Casini, o altre formazioni e gruppi, costituiti o in via di
costituzione.

La partita che si sta giocando appare chiara: mancano pochi mesi alle
elezioni amministrative, in palio molte regioni chiave per i futuri assetti
di potere. La Lega si offre per un “patto”: difesa incondizionata degli
interessi e dei “desiderata” d’oltretevere; in cambio il consenso e l’appoggio
dei vescovi almeno nelle regioni del Nord, quell’appoggio e quel consenso
che alle passate elezioni vennero dirottati sul candidato berlusconiano in
Sardegna e su Gianni Alemanno a Roma.

Un baratto evidente, avvilente e mortificante, di potere sulla pelle del
paziente e di tutti noi. Una vera e propria simonia elettorale, e come tale
va denunciata.