Porta Pia – Sulla base del monumento dedicato ai fanti piumati, in corrispondenza di una frase attribuita al fondatore del corpo Alessandro La Marmora, “nulla resiste al bersagliere”, qualcuno con vernice spray rossa, ha aggiunto “tranne Rosalba”.
I sampietrini – Inventati nel Cinquecento per agevolare il passo delle carrozze, pavimentano le strade cittadine. Si tratta di cubetti di basalto tagliati a forma di piramide tronca, I più grandi misurano 12 x 12 x 18. Detti anche serci sono, si, un simbolo di Roma, eppure molti residenti gioiscono quando, periodicamente, l’autorità preposta decide di sostituirli con l’asfalto.
Souvenir – Cosa portare con sé da Roma al momento d’andare via? Personalmente andrei sul classico, quindi opterei per un bambolotto di panno Lenci, un bersagliere, un carabiniere, una guardia svizzera con alabarda… volendo spaziare, una maxi penna tipo Carioca tempestata di vedute romane. Lo stesso modello di quella che papa Wojtyla donò a Lec Walesa, e quest’ultimo usò per firmare uno storico patto con il generale Jaruzelski nella sua Polonia. Andrei sul classico perché non mi pare che Roma abbia prodotto nel frattempo nulla di nuovo, nulla di più moderno (Fulvio Abbate, ROMA guida non conformista alla città, Cooper, € 12)
In un bel palazzo a piazza Grazioli vive lo scrittore Raffaele La Capria. Ha un bel gattone che è spesso sdraiato sul davanzale a prendersi il caldo e il fresco. Nella stessa piazza c’è Palazzo Grazioli, reso celebre dal pendolare milanese costretto, per mettere una toppa a certi suoi affari, a scendere in campo a Roma. Sfortunatamente per il gatto, che dalla sua finestra sarà costretto pure a vedersi le cene eleganti del premier, la piazza, tranquillissima nonostante sia ad un passo da piazza Venezia, è diventato uno dei punti più putrefatti della città.
Prima, lo scrittore Raffaele La Capria, sottobraccio a sua moglie, scendeva da uno dei 18 autobus che fermavano in via del Plebiscito e rientrava a casa sua. Poi, il pendolare milanese ha ordinato al sindaco e al prefetto che per la sua sicurezza – e per consentire ai suoi amici di percorrere contromano il pezzo di strada che da via degli Astalli (dove ha abitato fino alla sua morte Anna Magnani) porta all’ingresso del Plebiscito – gli autobus non fermano più. A quasi due anni dalla censura della fermata, dopo migliaia di lettere di protesta, raccolte di firme, proteste dei commercianti della strada, qualche giorno fa il portavoce dei servizi per la mobilità di Roma attraverso una lettera aperta al Corriere della Sera ha risposto a Raffaele La Capria. E gli ha detto che si, la soppressione determina disagi, “ma lo stato dei luoghi e le discipline viarie non offrono alcuna ubicazione adeguata a realizzare una valida fermata alternativa”. Chiunque conosca la pianta della città sa che non è una questione di lana caprina, perché piazza Venezia è grandissima e la soppressione della fermata per ben 18 linee è un abuso enorme per i già maltrattati utenti dei mezzi pubblici.
Questo è un fatto. Uno dei fatti. Roma è morta davanti ai nostri occhi.
E’ possibile che in ogni romano ci sia una memoria di bellezza che gli consente di resistere a questo degrado. Perché la bellezza della città è reale. Quella dei gatti ad esempio, che cercano di salvarsi dall’aggressività dei grassi piccioni che li insidiano in largo Argentina e che non sanno che alla Piramide quegli uccelli non ci sono. Ma, incredibilmente, ci crescono i capperi, come a Pantelleria.
L’ombra cupa delle mille chiese, il camminare sudaticcio dei troppi preti e suore che con i loro vestiti sintetici fanno del corpo la loro dolorosa prigione, le stradine intorno al Pantheon infestate dai parlamentari che strillano nei telefoni e vestono perennemente in cachemire anche d’estate. E non si accorgono che in quella bolgia di bar per cafoni, suonatori, bancarelle, lavori in corso, quella cupola a qualche romano fa stringere il cuore per la sua perfezione. Del resto, niente sanno della vita dei cittadini comuni e dell’affanno del vivere. E al centro vicoli aggrovigliati che la notte diventano l’inferno dei residenti, rinascimento luccicante, bei palazzi e sventramenti dell’era fascista, poche costruzioni moderne, lo splendido Maxxi per esempio, che ancora non si sono integrate col resto della città. E ovunque sfascio, buche nell’asfalto, abusi pubblicitari, tubi innocenti rugginosi con appesi cartelli scoloriti dei lavori in corso, i cantieri delle piscine per i mondiali di nuoto ancora chiusi… forse per quelli che si svolgeranno? , le macchine ovunque, gli scivoli utilizzati per parcheggiarsi ovunque, perfino le biciclette a Roma sono un carico che attenta alla tranquillità. Gli autobus in via Nazionale stracarichi, con i volenterosi che spingono a braccia le persone dentro il 64 nel tentativo di entrarci pure loro e farlo ripartire… Dolore e rabbia. Forse si, nel cuore dei romani c’è un piccolo frutto di bellezza e di grazia che gli consente di vivere.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
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22/2/10 – Via Padova a Milano è una via lunga, semicentrale abitata soprattutto da stranieri extracomunitari dove, qualche giorno fa, un ragazzo egiziano è stato ucciso per futilissimi motivi. Un episodio di cronacaccia, tipico delle grandi metropoli, ma che ha scatenato la furia leghista che pure governa la città e la regione da tantissimi anni. A Roma invece via Padova è una strada di circa 400 metri che va da via delle Province a via Catanzaro, dritta come una spada, tranquilla fino alla noia. Una prima parte è più sciccosa, con dei palazzoni bellissimi costruiti negli anni Trenta e ben mantenuti e un secondo tratto più caotico, anche per il fatto che un brutto cinema è diventato una sinagoga di rito tripolino. Grazie alle frenesie governative sulla sicurezza la sobria volante dei carabinieri che lì davanti stazionava, è stata rimpiazzata da una jeep con tre soldati, peraltro quasi sempre bei ragazzi, con mimetica e fucile spianato. Quindi, anche chi passasse lì per caso – ma per quale caso si passa in via Padova? – si accorgerebbe che lì c’è una sinagoga, e magari si chiederebbe anche perché. In realtà la zona Bologna, un quartiere destinato al ceto medio, piccolo ma con pretese, è diventato il territorio d’elezione degli ebrei espunti dalla Libia quaranta anni fa, probabilmente per caso, verosimilmente per imitare un amico già lì da tempo. E così, ignorata dalla più parte degli abitanti del quartiere, nella zona c’è una enclave di ebrei che vive come se non avesse ancora lasciato Tripoli. Se esci la mattina presto in via Padova incontri giovani maschi con la chippà che vanno al tempio, poi dopo un po’ si tuffano nel kosher bakery café, poggiano l’astuccio dei tefillin sui tavolini e si buttano sui cornetti e dolci senza lievito animale, che io mangio ma che riconosco pesanti come sassi. Ci sono parecchi lubavich con il cappello duro e gli tzizit che spuntano dal soprabito, che spingono passeggini mentre le loro mogli, quasi sempre incinte, comprano il pane e i dolcetti al miele e corrono al lavoro. Lasciando via Padova finiscono i ragazzi con la chippà, e i lubavich camminano rasente il muro e a passo svelto. Le scale della chiesa di sant’Ippolito a pochi metri di distanza, sembrano ergersi come un confine di sicurezza . Appena poco più su, piazza Bologna, con l’ufficio postale littorio, le scale fanatiche ma ancora, nonostante le richieste dei residenti, inaccessibili per chiunque abbia un handicap o anche solo una gamba ingessata. Bologna è anche una delle principali stazioni della metro B; a volte mi è capitato di vedere tutte le scale mobili funzionanti, ma soprattutto mi sorprende perché puntualmente l’8 dicembre il personale della metro allestisce albero di natale e presepio! Dalla piazza parte via Sambucuccio d’Alando, una strada corta che porta le ferite della guerra: da un lato un paio di palazzi crivellati dai colpi di fucile dei mitragliatori tedeschi , dall’altro la casa di Pilo Albertelli, professore di filosofia che insegnava agli studenti “la fedeltà socratica alla verità e al dovere” prima di morire alle Fosse Ardeatine, e come è scritto nella lapide che i suoi compagni di Giustizia e Libertà gli hanno dedicato. Lo scorso anno il 24 marzo, mi sono trovata per caso alla sua commemorazione quando due vigili hanno portato una corona, l’hanno appesa e sono ripartiti velocemente anche per togliere la vettura dalla doppia fila. Eravamo in tre… compresi i due vigili. Macchine ovunque, anche perché ci sono genitori che accompagnano bambini alla scuola Fratelli Bandiera dove insegnò il maestro Manzi, l’inventore della trasmissione Non è mai troppo tardi, che permise a milioni di italiani di ottenere la licenza elementare. Erano i tempi della rai servizio pubblico sul serio, oggi neanche il direttore della scuola sa più chi era Manzi. Speriamo che ai bambini dicano chi erano i fratelli Bandiera. Parallela corre via Livorno dove c’è la lapide rotta di Eugenio Colorni, strada conosciuta perché c’era la sezione più nera dell’msi, poi diventata di tutto, oggi addirittura Milizia. La zona infatti è piena di fascisti molesti che disegnano svastiche e celtiche sui muri, attaccano manifesti ovunque sull’anniversario dei vari fascisti morti, sull’onore all’rsi ecc., ma questo, per il momento, non ha un riscontro elettorale, considerato che, con grande scherno di tutti questi odiosi facinorosi attivisti, il municipio è in mano al cosiddetto centrosinistra. Oltre ai nomi delle province (ma via Torino è in via Nazionale e via Perugia sta al Pigneto) la toponomastica è ricca di donne: via Stamira, Piccarda Donati, Eleonora d’Arborea, Duchessa di Galliera, Isabella d’Aragona, Contessa Bertinoro… In questo quartiere è cresciuta la fascistissima Francesca Mambro e tanti fascisti ora in rai, alla Camera, al Campidoglio. Passeggiando si incontra Alessandra Mussolini e sua madre, grandi frequentatrici delle bancarelle dei bangla; entrambe tirano sul prezzo delle finte pashmine e delle finte prada. Ma anche Luigi De Marchi allo sma che compra il latte e che è una gioia salutare e Remo Remotti che qui è nato e riempie gli occhi coi suoi vestiti coloratissimi. In via Arezzo ha abitato Aldo Fabrizi, in via Monaci nell’immediato dopoguerra ci fu il delitto Fenaroli che interessò molto i romani. E’ un quartiere romano come tanti.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it