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Questi o quelli per me pari son !

lunedì, 5 luglio 2010

E’ stata pubblicizzata un’applicazione per iPhone grazie alla quale atei e credenti possono trovare domande e risposte preconfezionate da usare in occassione di dibattiti sull’eterna questione dell’esistenza o meno di dio o di consimili immaginarie entità soprannaturali.

Stralci di un simpatico articolo tratti da il Riformista

Sull’iPhone il duello atei vs. credenti

… è l’ultima mania sul mercato americano: una serie di applicazioni per l’iPhone che insegnano come condurre un duello retorico se ci si trova in difficoltà con degli atei o con dei credenti. L’eterna battaglia dell’uomo ridotta in pochi pixel. Le grandi domande dell’universo corredate da risposte strategiche, per segnare punti in proprio favore durante una discussione. I movimenti cristiani negli Usa sono scatenati e hanno realizzato una serie di programmi facilmente scaricabili per poter rispondere agli assedi dei “non credenti”.  Per par condicio, anche gli atei si sono attrezzati, creando delle apllicazioni ad hoc che smontano l’architettura dei versetti biblici.

Il BibleThumper (lo smontabibbia),  sta spopolando tra i miscredenti…  permette agli atei di tenere nel taschino i versetti più irrazionali della Bibbia… se qualcuno crede nella separazione delle acque di Mosè, l’iPhone ricorda che “è irragionevole credere che quell’evento sia accaduto perché nella storia dell’uomo non si è più verificato”. La riproducibilità di un evento ne prova la sua fondatezza.

I credenti si difendono pugnacemente. Il programmino “Fast Facts, Challenger & Tactics” , suggerisce che se si discute con un ateo è necessario evocare il “principio antropico” che suppergiù dice che il mondo, così come lo conosciamo, è improbabile che sia una mera casualità.

In una epoca che ha ampiamente metabolizzato l’idea che Dio è morto, ora la Apple allena a riportarlo in vita.

Anna Mazzone, Il Riformista, 4 luglio .

5/7/10 – Epilogo

lunedì, 5 luglio 2010

Chi vive in un’isola deve farsi amico il mare (Antico proverbio arabo)

Un mese fa la vicenda della Freedom Flotilla partita dalla Turchia per forzare il blocco israeliano a Gaza, teneva banco animando le piazze e rinfocolando, ad esempio in Italia, i mai sopiti livori antiebraici traducendo la protesta in attacchi mirati nell’antico ghetto di Roma. Senza eccessivo scandalo neanche nel mondo politico, usualmente pronto a dare la sua opinione su tutto.
Nel frattempo Israele ha deciso di allentare un po’ il blocco e aumentare le quantità di merci che, prima della vicenda della imbarcazione turca, erano fissate in 15.000 tonnellate alla settimana e che escludevano troppi prodotti, dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come gelatine e creme. Il valico di Rafiah, cioè il confine egiziano, è stato aperto dall’Egitto solo per pochi giorni e con il contagocce. Delle promesse di aiuto per il controllo ai confini israeliani offerto dall’Ue ad oggi sono solo documenti scritti e parole.
Uno studio della rivista inglese Lancet ha diffuso i risultati di una inchiesta che dimostra, dopo un anno dall’azione militare israeliana “piombo fuso” a Gaza (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), che la chiusura del confine continua ad avere un effetto devastante sulle condizioni di salute della popolazione. Solo il 26% dice di avere dei pasti regolari tre volte al giorno, scarso l’accesso al latte che viene consumato regolarmente solo da ¼ degli intervistati . Secondo il ricercatore Niveen Abu-Rmeileleh della Università di Birzeit (Cisgiordania) il 70% delle famiglie non è in grado di procurasi il cibo. Gaza è amministrata da Hamas che ha imposto la sharia sulla striscia rendendo molto disagevoli le condizioni della parte laica o meno fanatica della popolazione. Perfino una colonia estiva per i bambini, finanziata dall’Unhcr, è stata smantellata violentemente perché ritenuta troppo occidentale. I paesi arabi continuano una strategia adottata da sempre con i palestinesi, cioè tenerli in miseria per usarli come una arma contro Israele. Sembra che anche l’Ue abbia sposato questa tattica. La Ong israeliana Gisha per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla difficile situazione di Gaza, ha prodotto una simulazione on line: safe passage come il nome del corridoio previsto dagli accordi di Oslo 1993 che doveva collegare, via Israele, Gaza con la Cisgiordania. Si digita www.spg.org.il e si tenta di arrivare in Cisgiordania. Ma il risultato è sempre lo stesso: la strada è sbarrata. Grazie anche alla comunità internazionale che ha rimosso Gaza da qualsiasi road map.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

2/6/10
– La Flotilla pacifista non era animata dalle migliori intenzioni, ma in uno scontro tra militari e civili, sono i militari che hanno torto. Non si abborda una flottiglia di pacifisti ben disposti ad usare coltelli e bastoni sui soldati calati dagli elicotteri senza calcolare tra le probabili conseguenze la carneficina. Un errore tecnico si trasforma in una sciagura politica e umana in un soffio. E su questo c’è l’unanimità, soprattutto all’interno di Israele che ha inondato di pesantissime critiche il governo Netanyahu. La mattanza dei cosiddetti pacifisti resterà incollata addosso agli israeliani - non al governo - per parecchio tempo: mediaticamente niente di nuovo, perché quel paese ha sempre avuto una pessima stampa. L’unica possibilità che rimane al Paese per abilitarsi è togliere l’assedio a Gaza. Tre anni dopo l’avvento di Hamas (quando Ismail Haniyeh dichiarò finita la laicità perseguita dall’Anp), Gaza rimane sigillata. Israele garantisce 15.000 tonnellate di aiuto ogni settimana, ma secondo le Nazioni Unite è poco perché i beni vietati (dai materiali da costruzione alle sostanze vischiose come balsami per capelli e gelatine) sono troppi. Non è più praticabile che solo Israele risponda di questa situazione. La comunità internazionale ha rimosso Gaza da qualsiasi road map, l’Egitto apre con il contagocce il valico di Rafiah perché teme l’invasione di palestinesi nel suo territorio, i pacifisti invece di fare pressione sulla Lega araba (che mai li ascolterebbe) preferiscono associarsi a missioni dubbie. Del resto la Turchia non nega che alla partenza delle navi i militanti hanno inneggiato al jihad ricordando Khaybar (una città saudita dove Maometto sconfisse una tribù ebraica). Lo sconsiderato attacco della scorsa notte ha isolato ancora di più il governo Netanyahu che, non va dimenticato, è stato eletto dopo le chiusure europee poste alla bravissima e moderata Tzipi Livni. L’attuale ministro degli Esteri Lieberman ha incarognito i rapporti con la Turchia (anche se con Erdogan il paese si sta islamizzando e si sta scegliendo nuovi partner) tagliandosi i ponti con uno storico amico. La Turchia sfrutta la situazione nel tentativo di assumere una leadership nel Medioriente (ma non è detto che i suoi desiderata andranno a buon fine). L’azione di forza israeliana ha prodotto una ondata di consensi ad Hamas assestando un duro colpo all’Autorità palestinese accusata dai seguaci di Hamas di tradire la causa nazionale perché negozia col nemico sionista, indebolendo la posizione di Abu Mazen e sfibrando sempre più il processo di pace. Al solito turba, ma non sorprende, la veloce posizione di condanna del Vaticano. Che ci piacerebbe sentire per una volta che si è pentita di riconoscere qualche anno fa quel Paese di cui, come del resto molti, non comprende l’esistenza. Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi, ma ha il dovere di non sbagliare.

Tiziana Ficacci,www.nogod.it

15 anni fa, il 3 luglio del ’95, Alexander Langer
si suicidò provocando una grande emozione in tutti quelli che conobbero la sua militanza e il suo impegno. Vogliamo ricordarlo con un passo su Mani Pulite scritto per la rubrica “Lettere dall’Italia” che teneva sulla rivista tedesca Kommune: “Ciò che i giudici hanno fatto è stato giusto e aderente al loro mandato, ma non può portare a concludere che la politica scacciata dal tempio debba essere sostituita dalla giustizia e che l’onestà da sola possa in futuro garantire l’agire politico: questo sarebbe un cortocircuito. Il potere dei giudici, o addirittura il giustizialismo come surrogato della politica, non è certo la soluzione. Le rivendicazioni democratiche e libertarie non possono finire in pasto a scorciatoie demagogiche o al nuovo potere delle toghe. E tanto meno a processi spettacolo di stampo giacobino”.

Il sito della fondazione dedicata a Langer è www.alexanderlanger.org

Qualcosa si muove sul fronte occidentale:

lunedì, 5 luglio 2010

…Cesare vuol processare (il vicario di) Dio.  Un interessante articolo sui rapporti fra la legge dello Stato e quella della Chiesa nel corso dei secoli, con un commento del Segreario di LiberaUscita. http://www.liberauscita.it/online/

QUANDO CESARE VUOLE GIUDICARE DIO – DI AGOSTINO PARAVICINI BAGLIANI

da: “la Repubblica” di domenica 4 luglio 2010

I rapporti tra la Chiesa e la giustizia,
che accompagnano la storia del cristianesimo fin dalla sua affermazione storica sotto l’imperatore Costantino († 337), hanno conosciuto da sempre oscillazioni e situazioni conflittuali. Pur considerando il cristianesimo religione di stato, Costantino ordinò che le cause dottrinali dei donatisti fossero portate davanti al giudice imperiale. L’imperatore Giustiniano intervenne in modo ancor più incisivo nella vita interna della Chiesa, garantendo sì protezione ma anche il rispetto di sanzioni in caso di violazione della legge. Il suo Codice (533) regolava in modo dettagliato i problemi disciplinari anche di preti e diaconi. L’imperatore permise persino a ciascuno di denunciare all’imperatore contravvenzioni alla legge.
Costantino aveva però anche concesso ai vescovi di poter giudicare le cause civili riguardanti i semplici chierici, e così si comporteranno i concili fin dal Quarto secolo. Il Concilio di Ippona (393), di cui Agostino era il vescovo, minacciò di deporre il chierico che avesse sottomesso una causa, civile o criminale, al giudice secolare. Nacque dunque già nel Quarto secolo quello che i giuristi del Medioevo e dell’età moderna chiameranno il «privilegio del foro».
Anche Carlomagno legiferò con i suoi numerosi “capitolari” sulla disciplina del clero, pur concedendo ai vescovi ampi spazi giurisdizionali.
La situazione cambiò radicalmente nell’Undicesimo secolo, in seguito alla volontà del papato romano di liberarsi dalla tutela dei grandi signori laici. Uno dei punti fermi della lotta contro le investiture fu proprio la “libertà della Chiesa” anche in termini giurisdizionali. Papi come Alessandro III (1159-1181) e Innocenzo III (1198-1216) estesero alle autorità ecclesiastiche tutte le cause civili e criminali riguardanti il clero, lasciando alle autorità civili il diritto di giudicare le cause di natura feudale. Nacquero così nuovi gravi conflitti con i poteri laici che tentarono sovente di opporsi, giungendo in molte regioni dell’Europa medievale a una sorta di compromesso.
Si distinse infatti tra la deposizione e la degradazione dei chierici colpevoli dei più gravi delitti. La deposizione, che non comportava la perdita dei privilegi, fu riservata alla giustizia ecclesiastica. Con la deposizione si sanzionavano crimini come la lussuria. La degradazione, ancora più severa, veniva invece decisa anche da giudici laici. Il rituale prevedeva che con un coltello o un vetro si raschiasse la pelle delle dita del chierico (che servono a consacrare l’Eucarestia) e si scalfisse con delle forbici la tonsura (simbolo della sua dignità).
L’esecuzione della sanzione finale (generalmente il rogo) spettava all’autorità civile.
Come ebbe ad affermare Gregorio VII (1075-1084), «il papa non poteva essere giudicato da nessuno» (Dictatus pape). Soltanto in caso di eresia, poteva però essere deposto da un concilio. Ed è proprio per farlo deporre da un concilio che Guglielmo di Nogaret, in compagnia di Sciarra Colonna, catturò ad Anagni (settembre 1303) papa Bonifacio VIII (1294-1303) cui aveva rivolto fin dal 1302 gravissime accuse, come quella di adorare gli idoli, di essersi dato a pratiche magiche e quant’altro. Accuse storicamente insostenibili ma che avrebbero permesso al re di Francia di trasformare il concilio parigino in un vero e proprio tribunale.
L’affermarsi del diritto canonico medievale, e poi il Concilio di Trento, confermarono l’eccezionalità delle prerogative giurisdizionali ecclesiastiche, dovendo però sempre fare i conti con forti resistenze e tradizioni locali. Del resto, anche il Codice di diritto canonico del 1917 prevedeva la possibilità di deroghe locali che tra Otto e Novecento furono sovente oggetto di negoziati concordatari.

Commento.

Abbiamo riportato questo interessante articolo-saggio di Agostino Paravicini Bagliani (Scriptor della Biblioteca Apostolica Vaticana dal 1969 al 1981, professore ordinario di Storia medievale all’Università di Losanna dal 1981, Direttore della «Rivista di storia della Chiesa in Italia»dal 2003) perché ripercorre nei secoli la questione della giurisdizione separata fra Stato e Chiesa. A parte il periodo dello Stato Pontificio, in cui la giurisdizione fu unificata sotto il Papa-Re (Giordano Bruno docet), sinora la Chiesa ha di fatto evitato che lo Stato giudicasse i reati commessi da religiosi. Per questo le recenti vicende dei preti pedofili, le perquisizioni avvenute in Belgio e la pronuncia della corte di appello federale degli Stati Uniti che ha dato il via libera ad un processo contro il Vaticano per presunti casi di abusi sessuali, rappresentano molto di più di un semplice fatto di cronaca in quanto potrebbero costituire l’inizio di un nuovo corso in cui i reati, da chiunque e ovunque siano commessi, sono giudicati dallo Stato. E non solo i reati di pedofilia. Sotto questo punto di vista, il titolo dell’articolo non dovrebbe essere “Cesare che vuole giudicare Dio”, bensì “la Chiesa che vuole sottrarsi alle leggi dello Stato”.  (gps)

Israele, laici e ultraordossi.

venerdì, 25 giugno 2010

La difficile convivenza di due mondi opposti e separati.

Di seguito riportiamo stralci di un utile articolo di Stefano Jesurum tratto dal magazine Sette in questi giorni in edicola

Quando qualcuno con responsabilità pubbliche denuncia gli integralismi della propria parte senza tener conto che ciò lo danneggerà politicamente, compie un atto di coraggio e di lealtà. Cosa che da noi accade di rado, praticamente mai. Ma che in Medio Oriente ogni tanto succede, e per via del clima che là si respira ci autorizza a chiamarli gesti di semi-eroismo. Due  storie esemplari sono quella della Principessa di Riyad e del sindaco di Tel Aviv.

Lei si chiama Basma bint Saud bin Abd al-Aziz Al Saud, appartiene alla famiglia reale saudita e dalle colonne del giornale Al Madinah Daily lancia un attacco frontale alla polizia religiosa del suo Paese, la famigerata Autorità per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. L’accusa di avere instaurato un vero e proprio terrorismo religioso, di operare in maniera selvaggia e indiscriminata contro i civili invece di dedicarsi a indagare e combattere la corruzione di ogni genere presente all’interno del governo…

Lui si chiama Ron Huldai. Ha vissuto in un kibbutz socialista che si chiama Hulda e per questo la famiglia di Ron (pionieri polacchi giunti in Palestina da Lodz) presero il cognome Hudai. Ron, nato nel 1944, due lauree, è stato un pilota di caccia da combattimento e in seguito ha fatto parte dello staffi di comando dell’Aviazione. Eletto sindacodi Tel Aviv  nel 1998, confermato nel 2003 con il 62% dei suffragi, e di nuovo nel 2008. Ora, a rischio di compromettere una vita di successi, il sindaco socialista scatena una tempesta politica , invitando i laici a ribellarsi agli haredim – gli ebrei ultraortodossi – e al loro peso sociale ed economico.

Un appello alla maggioranza silenziosa degli israeliani “in difesa della democrazia”. Perché l’8-10% iper religioso della popolazione non contribuisce né alla  difesa del Paese né al suo sviluppo.  Perché gli allievi delle yeshivòt (scuole religiose) sono indirizzati esclusivamente a studi talmudici ed esentati dalle materie umanistiche e scientifiche. Così la locomotiva delle industrie high.tech deve trainare sempre più vagoni zavorra, pesanti e improduttivi. Il  risultato, secondo il sindaco di Tel Aviv, è un aumento impressionante e pericoloso del mondo ultraortodosso oltre che un danno enorme per la società israeliana. sjesurum@corriere.it

Festa dell’idolatria ieri a Roma.

venerdì, 25 giugno 2010

E’ stata inaugurata alla presenza di Ratzinger la Madonna (rifatta) di Monte Mario che Giove Pluvio aveva fulminato due anni fa danneggiandola seriamente. La lite fra le due divinità aveva colpito il popolo romano il cui antico e fortissimo amore per gli idoli si è trasferito nel corso dei millenni dalle centinaia di divinità familiari, locali, cittadine e planetarie ai loro cloni post-pagani : cristi, santi e madonne aventi significati e compiti protettivi identici ai precedenti. Immutata anche l’abitudine di adorare gli idoli. Ricordiamo che per consentirne la liceità i papi arrivarono persino ad abolire il terzo comandamento dell’ originale lista di Mosè : “non ti farai idoli …“. E per riportarne a 10 l’originale numero raddoppiarono quello dei desideri proibiti : non solo la roba, ma anche le donne d’altri. L’abitudine a falsificare anche la parola del loro dio, come a mentire spudoratamente, è la caratteristica principale della chiesa di Roma che asseconda volentieri la cosiddetta “volontà popolare”, Fu così nel 1953 anche per la Madonna di Monte Mario per la cui costruzione pare che siano state raccolte a suo tempo alcune migliaia di firme. La motivazione, dicono le cronache, deriverebbe dal fatto che quella Madonna sarebbe intervenuta (personalmente ?) sulle autorità miltari belligeranti durante l’ultima guerra per convincerle a non bombardare Roma. Quindi a differenza di altre Madonne che fanno miracoli a singole persone questa avrebbe miracolato addirittura un’intera città. Non potevano mancare alla nuova inaugurazione del manufatto rifatto le autorità civili locali, con in testa il sindaco Alemanno a cui bisogna riconoscere che non si perde una cerimonia o una messa semplice o solenne in cui sia presente un gerarca della SS Vaticana. Un po’ scarso come presenze ufficiali il Presidente della Provincia Zingaretti, mentre la Governatrice del Lazio Polverini sta rapidamente scalando la classifica delle presenze di precetto insidiando il primato del Sindaco. Quest’ultimo però ha avuto l’idea più otiginale di tutti: inserire la Madoona d’oro di Monte Mario nei percorsi turistici. Ipotesi niente affatto peregrina in considerazione del fatto che a Roma c’è Cinecittà e dell’aspetto hollywoodiano dell’idolo che pare ispirato alla famosa statua vivente della Ceiad-Columbia, la casa distributrice di film nel cui logo appare una madonna laica con il braccio destro in alto come quella di Monte Mario.

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La prostituzione sarà finalmente regolamentata ?

martedì, 22 giugno 2010

Dopo decenni di stucchevoli e ipocrite diatribe finalmente un passo, anzi due, verso una regolamentazione della prostituzione in Italia.
Due proposte con targhe politiche diverse, ma sostanzialmente risolutive. Già prevediamo i lamenti dei gerachi sessuofobici della SS Vaticana, come nella migliore tradizione dei sepolcri imbiancati, e anche delle femministe storiche “de sinistra” in nome di un vittimismo al femminile che non tiene conto della libera volontà dei soggetti (maschi e femmine) il cui diritto a gestire il proprio corpo come meglio credono verrebbe finalmente regolamentato.

Due disegni di legge. uno del centrodestra e l’altro del centrosinistra.

per il centrodestra Malan :

http://www.asca.it/news-MANOVRA__PDL__PROSTITUZIONE_LEGALE_IN_CASE_CHIUSE_E_OBBLIGO_PROFILATTICO-925324-POL-.html

(ASCA) – Roma, 21 giu – Tornano le case chiuse e arriva il profilattico obbligatorio nei rapporti mercenari. E’ quanto prevede un emendamento del Pdl a firma Lucio Malan alla manovra finanziaria, in cui si delega il governo a procedere entro il 31 dicembre 2010 a disciplinare la legalizzazione della prostituzione.

La proposta emendamentiva fissa alcuni criteri di riferimento per le disposizioni del governo (che dovrebbe agire su proposta del ministero del lavoro e dell’economie, sentiti i ministeri della salute, e delle pari opportunita’, nel rispetto delle competenze di regioni e provincie autonome): tutela della liberta’ della persona che si prostituisce rispetto all’accettazione dei singoli clienti e alla possibilita’ di lasciare in qualsiasi momento l’attivita’ di prostituzione; controllo sanitario periodico; esercizio della prostituzione solo in locali non aperti al pubblico fuori dalla prossimita’ di luoghi di culto e scuole; obbligo di protezione profilattica dei rapporti; divieto per i minori dell’esercizio di prostituzione e di ingresso nei locali dove si esercita; copertura previdenziale per chi esercita la prostituzione; tassazione dell’attivita’ di prostituzione; inasperimenti delle pene per tutti i reati connessi con la prostituzione, abrogazione delle norme contrastanti con le norme adottate.

————–

per il centrosinistra Donatella Poretti:

http://blog.donatellaporetti.it/?p=1536

Sono sempre stata dell’idea che sia necessario intervenire a livello normativo per un pieno riconoscimento dell’attivita’ di prestazione di servizi sessuali e remunerati tra persone maggiorenni consenzienti.
Più volte ho proposto al Parlamento di affrontare la questione: l’ho fatto con la presentazione di un disegno di legge ed ora con un emendamento alla manovra economica sottoscritto anche dai senatori Emma Bonino e Marco Perduca: legalizzare significa anche e soprattutto regolarizzare in termini economici l’attivita’ meretricia, che potra’ essere svolta in forma autonoma, dipendente o associata.
Con un semplice calcolo approssimativo, su 70mila prostitute presenti nel nostro Paese (50% straniere, 20% minorenni) per 9 milioni di clienti, costo medio per prestazione di 30 euro -con ampia approssimazione per difetto-, con un giro d’affari di 90 milioni al mese, oltre un miliardo l’anno. Naturalmente se leviamo a questo miliardo le minorenni e le straniere irregolari si arriverebbe alla cifra di 300 milioni di euro annui per un totale di aliquota al 26% di 80 milioni di euro annui. Cifra che spero il Parlamento non sottovaluti anche perchè -ripeto- si tratta di stime assolutamente al ribasso.
Inoltre, da un tale provvedimento sarebbe notevole anche il risparmio in termini di risorsa lavoro da parte di forze di polizia e magistratura, che non dovrebbero più impegnarsi nel contrasto ad una prostituzione legalizzata e sottoposta a regime fiscale, e potrebbero concentrarsi con più efficacia nel contrasto dello sfruttamento della prostituzione anche minorile, ed altre tipologie di crimine.
E non ci si scandalizzi sul fatto che l’attivita’ possa essere tassata visto che gia’ oggi accertamenti fiscali e redditometri nei fatti lo fanno. Se fosse legalizzata ci sarebbero non solo doveri pagare le tasse- ma anche diritti: assistenza sanitaria, previdenziale, ecc…

Incredibile !

domenica, 20 giugno 2010

A Torre del Greco (Napoli) un premio in denaro del Comune solo ai poveri che si sposano in chesa.

L’incredibile notizia è stata diffusa e denunciata dal Coordinatore del Circolo UAAR di Napoli.

/Al Sig. Sindaco di Torre del Greco/

/Al dr. Raffaele Benevento/

Dirigente della 3° Area Servizi Socio-Culturali del Comune di Torre del
Greco

/Agli Organi di stampa/

Apprendiamo che questo Comune, con Avviso pubblico inserito nel sito  istituzionale e datato 7/6/2010, ha istituito un “PREMIO MARITAGGIO A  FAVORE DI FANCIULLE BISOGNOSE”. Troviamo l’iniziativa encomiabile e  degna di ogni stima; un’Amministrazione comunale che si adopra acciocché  le persone in difficoltà abbiano un sollievo è un’Amministrazione  moralmente integra e politicamente progressista.
Tuttavia, fra le richieste di documentazione del predetto Avviso, ce ne  sono tre (su otto) che hanno colpito la nostra attenzione; quelle  relative ai punti:

4. Certificato di buona condotta morale e civile dello sposo e della
sposa rilasciata (/che sarà «rilasciato», nda/) dalla chiesa;

5. Scambio di promessa di matrimonio rilasciata (/idem/) dalla chiesa;

8. Certificato di avvenuto matrimonio rilasciato dalla chiesa.

È immediato evincere da tali reiterate precisazioni che le coppie a cui  si rivolge il Premio non siano tutte le coppie, ma solo ed  esclusivamente quelle che possono dimostrare di essersi sposate in  chiesa, supponiamo con rito cristiano cattolico; e che queste debbano  pure possedere un certificato di buona condotta, che non è quello  rilasciato dal Tribunale penale come per ogni normale cittadino ma –  ancora — quello che rilascerebbe la chiesa (ma davvero esiste e fa  punteggio in graduatoria un tale certificato?).

Cosicché, questo Comune lascia volontariamente fuori dalle possibilità  di accesso al Premio Maritaggio ogni altra forma di «coppia»: quella che  ha celebrato il solo rito civile (che è l’unico a valere a tutti gli  effetti di legge), quella che convive senza formalizzazione, quella  formata da due persone non eterosessuali, quella formata da semplici  amici, parenti, consanguinei, nonché ogni altra singola persona.

Un’unica macroscopica e decisa distinzione è stata fatta, ed è quella in  base al credo religioso.

Questo è pleonastico ricordare che cozza violentemente contro la nostra  Costituzione e le leggi che tutelano i cittadini da ogni  discriminazione; ma non solo; è un atto di arcaico e intollerabile  asservimento alla chiesa cattolica che invece, secondo buongusto,  ragionevolezza e secondo i Patti Lateranensi, deve stare fuori dai  meccanismi dello Stato.

Per tutte queste obiezioni, il Circolo Uaar di Napoli protesta  formalmente e condanna in modo netto lo strumento discriminatorio e  l’esempio di clericalismo che il Comune di Torre del Greco ha voluto  porre in essere chiamandolo «Premio Maritaggio».

Chiede quindi ai responsabili di tale iniziativa di correggere in senso  democratico, laico e legale l’intero impianto del Premio, oppure di  ritirarlo a stretto giro.

Nel contempo, informa che la UAAR — Unione degli Atei e degli Agnostici  Razionalisti (www.uaar.it), si è attivata per un’azione legale contro  tale discriminazione.

Calogero Martorana /Coordinatore del Circolo Uaar di Napoli/

Questa mi mancava : cantare “bella ciao” è disdicevole.

mercoledì, 2 giugno 2010

Lo dice la preside di una scuola romana il cui coro, al termine di una esibizione di canti vari, ha intonato la canzone simbolo della Resistenza. Orrore ! L’hanno fatto alla presenza di autorevoli esponenti del governo Berlusconi e  rappresentanti della ministra Gelmini.

Da La Repubblica del 2/06/10, articolo di Laura Mari

A fine concerto, pensando di fare cosa gradita, hanno improvvisato le note di “Bella Ciao” davanti ai rappresentanti del ministero dell’Istruzione. Ma il fuori programma degli studenti di una scuola media di Roma ha scatenato la reazione indignata della preside. E il Pd insorge, con un’interrogazione parlamentare, contro la dirigente scolastica, sostendo che “”Bella ciao” è un simbolo dei valori che stanno alla base della nostra convivenza civile, della nostra costituzione, della nostra Repubblica nata dalla Resistenza”.
Protagonisti dell’episodio sono gli alunni dell’istituto Giuseppe Gioacchino Belli. Gli studenti che compongono l’orchestra della scuola, il 27 maggio sono stati invitati ad esibirsi alla presenza del sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza, del capo della segreteria del ministro, Pasquale Capo, e di due direttori generali del ministero. Al termine del concerto, i ragazzi hanno deciso di concedersi un fuori programma e hanno accennato le note di “Bella ciao”. L’iniziativa non è piaciuta alla preside dell’istituto Belli, che in una lettera inviata a tutti i docenti, agli alunni e alle famiglie, ha espresso la sua amarezza per quello che definisce “un atto deplorevole, di certo non una semplice ragazzata”.
Una reazione contro cui polemizzano i deputati Pd Maria Coscia e Walter Verini, che in un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini chiedono quali provvedimenti intenderà prendere il ministro contro la preside.
Nella lettera, la dirigente dell’istituto Belli ha rimproverato gli alunni sottolineando che “non vanno mai dimenticati i doveri verso chi ospita, a cui ci si deve rapportare con rispetto”. Parole che hanno sorpreso a loro volta genitori e alunni. La preside però è convinta che il suo richiamo sia stato doveroso. “Sollecito gli adulti a scusarsi – ha scritto nella lettera – e far capire agli studenti che, se è giusto e importante esprimere le proprie convinzioni, è altrettanto giusto e importante non assumere iniziative che travalicano i limiti del rispetto delle persone, della correttezza e del buon gusto”.

(02 giugno 2010)

Un assegno per non abortire che suscita perplessità.

martedì, 1 giugno 2010

La Lombardia ha deliberato di concedere un “bonus” di 250 Euro per 18 mesi per convincere a non abortire le donne che dichiarano di volerlo fare solo per difficoltà economiche. Ma la gestione dell’opera di convincimento anzichè ai soli Consultori pubblici è stata delegata anche a una organizzazione privata impegnata da sempre ad eliminare la Legge che consente alle donne di decidere sulla propria maternità. Inoltre il “bonus” così esiguo aiuta ben poco al mantenimento decente di un neonato. Alla fine servirà solo ad aiutare (e noi lo riteniamo anche giusto) quelle donne che, pur in ristrettezze economiche, avevano comunque già intenzione di tenere il bambino e che grazie al bonus faranno finta di voler abortire solo per ottenerlo.

Qui la fonte della notizia da LEGGO
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Anche gli ebrei si confrontanto con l’integralismo di casa propria.

sabato, 15 maggio 2010

Succede a Torino, dove la rigida ortodossia del rabbino capo Alberto Somekh ha provocato la sua rimozione. Caso unico in Italia e forse anche in Europa, ma il rabbino non è stato ritenuto capace di misurarsi con la modernità e con la laicizzazione generalizzata che riguarda la comunità ebraica come quella cristiana. La differenza è che nel caso dei cristiani cattolici un papa iper-tradizionalista (e nemmeno un vescovo integralista) potrà essere mai rimosso dal basso, dal momento che il, potere assoluto proviene dall’alto verso il basso e non viceversa.

Dal Corriere della Sera del 14/05/10
articolo di Marco Ivarisio

Anche le storie complicate si possono raccontare con un’immagine semplice. L’immagine è quella di Tullio Levi che alle nove di sera entra in sinagoga da una porticina laterale dopo aver attraversato l’omonima piazzetta dedicata a Primo a testa bassa, con una faccia sulla quale si leggono tutti questi anni di tensione sotterranea e nessuno dei sorrisi che si addicono ai vincitori. Tocca a lui, il presidente della comunità ebraica torinese, annunciare al Consiglio che è finita, il rabbino capo Alberto Somekh è stato infine rimosso.

«Almeno adesso è tutto più chiaro», dice. Ci sono strappi che durano anni, si protraggono nel tempo, ma quando ottengono i timbri dell’ ufficialità lasciano dietro di sé una sensazione di sconfitta generale. Non era mai successo, nella storia centenaria dell’ebraismo italiano, che un rabbino venisse cacciato. E a memoria di Levi anche in Europa dovrebbe essere la prima volta. La decisione è stata comunicata ieri da Roma, dove l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane aveva istituito una commissione fatta apposta per dirimere la disputa. Ha ragione il Consiglio di Torino che ne aveva chiesto la revoca dall’incarico, è stato il verdetto definitivo, il rabbino se ne deve andare.

Ci sono voluti anni per arrivare a una decisione definitiva, perché dietro alla «incompatibilità ambientale» di Somekh, così l’aveva definita il Consiglio, si agita una questione che ormai percorre come un fiume carsico l’ebraismo italiano, quella di una ortodossia che fatica a confrontarsi con le esigenze di Comunità sempre più piccole e al tempo stesso sempre più «miste» che chiedono ai loro maestri atteggiamenti più inclusivi. Levi rivendica l’ortodossia degli ebrei di Torino, ma al tempo stesso racconta di un contrasto che trova le sue radici proprio nell’incapacità presunta del rabbino di leggere i tempi che cambiano. «Noi siamo ortodossi – dice -, e ci teniamo a ribadirlo. Piuttosto, Somekh ha enormi difficoltà a rapportarsi con la complessità di una comunità come la nostra. Non è questione di rigidità o di troppa ortodossia. Ma un rabbino deve tenere presenti le multiformi realtà nella quale vive e lavora. Deve avvicinare, e non allontanare dalla sinagoga. Negli ultimi anni, ha dimostrato invece diessere insensibile nei confronti dei sentimenti e dei problemi dei nostri giovani».

Nel gennaio del 2007 Levi si era dimesso, e con lui il Consiglio, per protesta contro l’operato del rabbino. Il suo estremo rigore era individuato come causa del disamore di molti ebrei torinesi, cresciuti in una comunità tradizionalmente laica. Somekh, nato a Milano nel 1961, padre iracheno e madre polacca, dottore in studi talmudici alla Yeshiva University di New York, era arrivato a Torino nel 1992 e subito aveva introdotto tesi che scartavano con la tradizione locale, come il dissenso su una Scuola ebraica aperta a tutti. I suoi rifiuti a celebrare Bar Mitzvah – la cerimonia che segna l’ingresso nella vita adulta – di famiglie non completamente osservanti, erano diventati una consuetudine. Ne aveva fatto le spese anche il nipote di Primo Levi, e basta il nome.

L’atteggiamento del rabbino verso le famiglie miste, quelle in cui la madre non è di religione ebraica, è sempre stato di totale chiusura. I riti del sabato intanto andavano deserti, destando la preoccupazione della Consulta rabbinica italiana. Solo una settantina di fedeli in sinagoga, su 870 iscritti alla comunità, la terza più grande d’Italia dopo Roma e Milano. «In questi anni – è l’accusa di Tullio Levi – i comportamenti contraddittori del rabbino hanno alimentato drammi individuali e familiari. Ma la tendenza in atto proprio nell’ebraismo ortodosso non è volta all’emarginazione delle famiglie miste, bensì al loro recupero». Era il 23 marzo del 2009 quando il Consiglio della Comunità ebraica di Torino ha votato la revoca del mandato di rabbino capo a Somekh. Dopo dimissioni date e ritirate, lettere e petizioni, ricorsi e cause, il conflitto è andato avanti fino a ieri.

«Una questione profonda e delicata» dice Claudia De Benedetti, torinese, vicepresidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane. Non aggiunge altro, perché sa bene che quel che è successo non è una bega locale. Non riguarda solo la sua città ma l’intero ebraismo italiano, alle prese da tempo con una emorragia di aderenti che gli studiosi attribuiscono alla laicizzazione della società, alla difficoltà di educare i figli nel rispetto di regole antiche e complesse. E’ successo qui, una lacerazione che conduce a una prima volta assoluta. «Ne avremmo fatto volentieri a meno, di questo record» è il congedo amaro di Tullio Levi. E sulla sua faccia non si legge alcun sollievo per l’allontanamento di un «nemico». Ma solo tanta preoccupazione per un cambio di stagione che si annuncia comunque incerto.

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