L’ipotesi che la velocità della luce non sia un limite invalicabile viene strumentalmente utilizzata su l’Avvenire per criticare lo “scientismo” e rilanciare surrettiziamente l’immaginaria entità soprannaturale chiamata “dio”. La risposta del blog “scientista” Galileo. LEGGI
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I neutrini di dio.
martedì, 4 ottobre 2011Eletto per la terza volta il sindaco gay di Berlino.
lunedì, 19 settembre 2011Sarà lui ad accogliere il papa al suo arrivo a Berlino, ma non sappiamo se in quella occasione, oltre alle personalità del suo seguito, gli presenterà anche il suo compagno. Sarebbe la prima volta che assisteremmo al riconoscimento ufficioso di una coppia gay da parte di un pontefice dell’omofoba chiesa cattolica romana che contro quelle unioni d’amore ha scatenato una compagna planetaria. Forse potrebbe essere trovata una via d’uscita diplomatica se il compagno del sindaco si presentasse con i tacchi a spillo e velato rigorosamente di nero. Ricordiamo che nei due precedenti viaggi del papa la città di Berlino è stata accuratamente evitata, ma stavolta essendo prevista una visita al Parlamento Ratzinger non può fare a meno di visitare la capitale e incontrare il suo sindaco.
Ecco qui un bel Ritratto del sindaco curato da Tiziana Ficacci.
13/10/08 – Ritratto di (signor) sindaco
Klaus Wowereit è sindaco di Berlino, città dove è nato, dal 2001. E’ dell’ala sinistra dell’SPD e molti osservatori prevedono per lui un futuro da primo ministro, specie se il prossimo anno l’attuale capo del dicastero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (SPD) dovesse perdere le elezioni dell’anno prossimo contro Angela Merkel.
In contrasto col suo partito ha formato una coalizione rossa-rossa (SPD-Linke) attirandosi gli anatemi dell’allora cancelliere Gerhard Schroeder. Ma i fatti gli hanno dato ragione: sette anni fa Wowereit ha preso in mano una città con 60 miliardi di € di debiti, e oggi può annunciare che dall’inizio del prossimo anno Berlino sarà in attivo. Inoltre la città è in fiore: gallerie d’arte, musei, discoteche, centri culturali. In seguito alle difficoltà economiche del dopo Muro (’89), Berlino oggi ha imprese leader a livello nazionale e internazionale specialmente nel settore delle nuove tecnologie. Gli stranieri sono tanti e ben il 51% di questi sono disoccupati. Non ci sono stati ad oggi gli scontri che si sono verificati nelle banlieu parigine, anche se a Neukolln, uno dei quartieri più poveri ed a più alta densità di stranieri, i problemi sono lontani dall’essere risolti.
Certamente Wowereit ama la sfida: nel 2006, all’indomani dell’omicidio di una giovane turca uccisa dal fratello che la considerava troppo occidentale, il sindaco (cattolico), ha voluto l’abolizione in tutte le scuole della città dell’ora di religione come materia obbligatoria (può essere richiesta, ma le scuole devono garantirla fuori dall’orario scolastico), sostituendola con una ora di etica. Qualche mese fa si è battuto per la chiusura dell’aeroporto cittadino di Tegel, noto perché lì atterravano gli aerei americani per rifornire Berlino ovest durante il blocco sovietico, ma accettando comunque un referendum indetto da cittadini che lo volevano mantenere. Per la cronaca il referendum è andato nel senso dei desiderata del sindaco. Sicuramente però i berlinesi sono stati messi alla prova nel 2001 quando decise di rivelare la sua serena omosessualità. Decisione che scosse i vertici del suo partito ma che ha lasciato totalmente indifferenti i cittadini. A 56 anni molto ben portati, ha avuto anche una copertina su Men’s Health che l’ha eletto uomo politico meglio vestito della Germania. Insieme ai colleghi Bertrand Delanoe (Parigi), Boris Johnson (Londra), Michael Bloomberg (NY), e il “defunto” Walter Veltroni, fa parte di quei sindaci la cui influenza politica va ben oltre la sfera locale.
Lo vedremo prima o poi Cancelliere? Nel frattempo Berlino diventa sempre più bella, anche grazie alla campagna Be Berlin alla quale tutti i cittadini sono chiamati a contribuire. E sempre più persone, anche nel resto della Germania, lo chiamano Wowi.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
Verso un XX Settembre sempre più clericale.
martedì, 13 settembre 2011Come ricorderete, la storica data della riunificazione di Roma all’Italia con l’abbattimento del potere temporale della chiesa fu celebrata l’anno scorso del Segretario di Stato vaticano Cardinale Bertone che, messe in fila e sull’attenti tutte le autorità civili e militari presenti davanti alla Breciia di Porta Pia, riportò Roma e l’Italia sotto la tiara pontificia. Con l’unanime consenso di tutti i partiti, tranne i radicali. Non sappiamo ancora se e come verrà ricordato il 141° anniversario di quell’evento ma, nella speranza che non sia celebrato con una messa solenne in Vaticano con il sindaco Alemanno a fare il chierichetto, vogliamo ricordare gli eventi rivoluzionari del 1867 che a Roma si conclusero con l’eccidio del Lanificio Ajani e l’assassinio dalla patriota romana Giuditta Tavani Arquati da parte dei sanguinari zuavi del papa Pio IX, assassino di italiani.. Con questa pubblicazione vogliamo ricordare oltre all’evento che perpetua nei secoli la ferocia di cui sono capaci le teocrazie, ivi compresa quella cattolica, anche il nostro compagno di lotta politica e di resistenza laica, Gianni Lubrano, recentemente scomparso, che per noi scrisse queste pagine qualche anno fa.
In ricordo di Gianni Lubrano, nostro compagno socialista e laico.
ALLA RINFRESCATA MUOVEREMO !
Verso l’eccidio nel lanificio Ajani – 25 ottobre 1867
La Convenzione del settembre 1864 tra Italia e Francia è quella che impegna il governo italiano a “non attaccare il territorio attuale del Santo Padre” e “ad impedire, anche con la forza qualunque attacco esterno contro quel territorio”. In compenso Roma, entro l’11 settembre 1866, sarebbe stata libera da truppe francesi. I francesi, tuttavia, appena sottoscritto il patto, pensano subito ad eluderlo con la costituzione di un grosso corpo di volontari cattolici. La Legione di Antibo, dal luogo della sua formazione, Antibes. Proprio nei primi giorni del ’67 la legione è definitivamente formata, ricca di tutti i maggiori rappresentanti del clericalismo e del legittimismo francese. Non solo – osserva Piero Pieri nella sua “Storia militare del Risorgimento” – ma erano stati chiamati a farne parte anche soldati dell’esercito francese che figuravano come volontari che avevano terminato la ferma ma che conservavano, nei loro libretti personali, persino il numero del loro reggimento. Gli ufficiali erano poi tutti francesi e indossavano la divisa dell’esercito imperiale. I democratici italiani sono indignati da questa provocazione, ma una scappatoia si presenta pure a loro: la Convenzione non prevede l’intervento italiano qualora si fosse prodotta una sollevazione all’interno dello Stato pontificio e che le popolazioni di Roma e del Lazio avessero di conseguenza, con un plebiscito, proclamato di volersi annettere al regno d’Italia.
Nel febbraio del ’67 Bettino Ricasoli ha sciolto la Camera: i democratici sperano in un futuro governo di sinistra. Garibaldi si lancia generosamente nella battaglia elettorale. A Firenze, Bologna, Ferrara, Venezia, in Veneto, Lombardia, Piemonte, i suoi discorsi battono sempre sulla “questione romana”.
Ma qual è la situazione a Roma?
Qui ci sono due comitati clandestini: il Comitato nazionale dei moderati e il Centro di insurrezione repubblicano. Naturalmente, sono in contrasto tra loro. I repubblicani sono per l’insurrezione in città, gli altri frenano. I repubblicani si appellano a Garibaldi perché assuma la direzione dei moti popolari e della guerra di volontari per la liberazione di Roma. E a farsi appoggiare da un comitato di emigrati romani. Garibaldi, il 22 marzo, accetta l’incarico. Il 1° aprile il Centro di insurrezione diffonde nello Stato pontificio un proclama eccitante alla rivolta ed emette dei buoni a prestito, formalmente per aiutare la popolazione bisognosa, in realtà si tratta di una misura mirante a raccogliere denaro per la vicina lotta. La situazione è talmente in movimento che il Comitato romano dei moderati decide di fondersi con quello repubblicano. Nasce la Giunta nazionale e romana che riunisce i Patrioti di tutte le tendenze col solo, immediato scopo di provocare l’insurrezione a Roma.
Incombono le elezioni del 10 aprile.
Doccia fredda elettorale: vince Rattazzi, l’uomo di Aspromonte che con la sua politica ha illuso per troppo tempo Garibaldi, fino al punto di fargli sparare addosso dalle regie truppe sugli altipiani di Calabria. Rattazzi, di fronte a quanto si muove per Roma, non si smentirà. Per le proteste di Napoleone III, allarmato dalla piega che stanno prendendo gli eventi, il capo del governo assicura il francese che la Convenzione del ’64 sarà rispettata. E spedisce Crispi da Garibaldi, per calmarlo. L’agitazione per Roma sembra attenuarsi. Ma Garibaldi insiste nella sua propaganda. Afferma a Siena: “Alla rinfrescata, muoveremo!”
Spedisce a Roma il bergamasco Francesco Cucchi per dirigere il movimento popolare; il figlio Menotti nel Mezzogiorno per iniziare l’arruolamento dei volontari, e Giovanni Acerbi alla frontiera tosco-umbra perché raccolga i giovani che affluiscono dal nord. A Ginevra (congresso della Lega della Pace e della Libertà) Garibaldi rilancia con veemenza il tema della questione romana e, tornato in Italia, dichiara che si muoverà a sostegno degli insorti: la Giunta nazionale lo aveva assicurato che, qualora fossero giunti denaro e armi, l’insurrezione non sarebbe mancata. Rattazzi cerca di convincere il Generale a tornarsene a Caprera, ma Garibaldi da quell’orecchio non ci sente; è convinto che quanto più i romani vedranno come certo l’aiuto in caso di insurrezione, tanto più saranno spinti ad agire. Rimanda Cucchi a Roma, Menotti a Terni, Acerbi a Orvieto e Nicotera verso Frosinone. Lo scopo del movimento è, secondo le intenzioni di Garibaldi, di rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano libero sulle proprie condizioni di plebiscito.
Garibaldi le cose le organizza in modo che lo sforzo bellico si sviluppi con azione concentrica con epicentro il Lazio settentrionale. Teme – e ha ragione – di essere arrestato. Il che puntualmente avviene a Sinalunga, nel senese. Riesce però, a Pistoia, mentre lo stanno trasferendo nella fortezza di Alessandria, a passare al fidato Vecchio un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle intenzioni, romani e Italiani…”
Rattazzi, di fronte alle proteste che si levano altissime per l’arresto di un deputato – e che deputato – in violazione dell’immunità parlamentare, decide allora di rispedire Garibaldi a Caprera. Lo trattano come un pacco postale. Menotti, Canzio, Acerbi e Nicotera sono scettici: non credono che i romani, pur con denaro e armi, faranno subito per primi una grande insurrezione, tale che possa trionfare o, almeno, sostenersi per vari giorni. In tal caso non si potrebbe eludere la Convenzione italo-francese. Ma la differenza di opinioni con Crispi, Cairoli, Cucchi, Guerzoni, non impedisce che i combattimenti inizino il 3 ottobre ad Acquapendente, a nord del lago di Bolsena. Il 7 ottobre, Menotti occupa Nerola e Montelibretti. E si muove anche Acerbi da Torre Alpine tra Orvieto e Acquapendente. Nicotera, con 800 uomini, sconfina a Frosinone.
Pur con tutti i suoi limiti, la macchina da guerra si è mossa. Obiettivo: Roma.
Rattazzi, vista la piega che hanno preso gli eventi, tenta di correre ai ripari:crea una legione romana con sudditi del territorio pontificio e ne affida il comando a un certo Ghirelli, al quale fa arrivare denaro tramite Crispi. E’ un tentativo maldestro di partecipare, in qualche modo, alla eventuale presa di Roma. Il Ghirelli non vuole però sottostare ad alcuna autorità e agisce in modo così scorretto e disonesto da far persino sospettare di essere un agente provocatore governativo con l’incarico di screditare tutti i volontari. Garibaldi riesce ad “evadere” da Caprera, grazie alla paranza di Stefano Canzio: non si fida più della mediazione di Crispi tra lui e Rattazzi, e vuole partecipare direttamente alla lotta. L’Eroe e Canzio sbarcano il 19 a Vada e il 20 ottobre sono a Firenze, accolti con entusiasmo. Ma, il 17 ottobre, il governo francese ha deciso di intervenire a Roma poiché quello italiano è impotente ad impedire l’invasione del territorio pontificio. Rattazzi si dimette il 19 di fronte alla minaccia francese. Intanto “il re galantuomo” Vittorio Emanuele II promette a Napoleone III che l’esercito italiano non sarebbe intervenuto a Roma. Il 22 ottobre, il generale Cialdini cui il Savoia ha conferito l’incarico di formare il nuovo ministero (non ce la farà… ), tenta di convincere Garibaldi a desistere dall’azione ma il Generale è inflessibile e dichiara: “Redimere l’Italia o morire”. E, in un successivo proclama, in cui scrive che già a Roma i fratelli innalzano barricate e dalla sera prima si battono contro gli sgherri papali, così conclude: “L’Italia spera da noi che ognuno faccia il proprio dovere”. Purtroppo Garibaldi non è bene informato sui fatti reali.
In quello stesso 22 ottobre a Roma dovrebbe essere effettivamente scoppiata l’insurrezione che il Cucchi preparava da tempo. Circolano notizie false o esagerate: che Roma è piena di barricate, che l’insurrezione trionfa, che la popolazione si batte da due giorni. Ma non è così: troppo complessa si presenta l’azione e troppo se ne è parlato. La polizia è ormai da tempo in stato d’allarme. Tuttavia i Patrioti ci provano: una grossa schiera, quella di Cucchi, deve assalire il Campidoglio; un’altra attaccare il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni, con 100 uomini, prova a forzare Porta San Paolo e introdurre in città un carico d’armi e distribuirle; il muratore Giuseppe Monti deve minare la caserma Serristori. Francesco Zoffetti e altri sette cannonieri tentano di inchiodare le artiglierie di Castel Sant’Angelo così che non possano funzionare. Inoltre i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli(che però non agivano in accordo con il Comitato romano) devono scendere lungo il Tevere con 75 compagni fino a Ripetta con un carico di armi. Nel frattempo il generale Zappi, governatore di Roma, fa murare sei delle dodici porte della città. Tutti i tentativi falliscono: Guerzoni, che invece di 100 compagni se ne trova accanto solo sette, viene sorpreso e assalito da zuavi, gendarmi e dragoni pontifici e, dopo breve lotta, abbandona al nemico il carico d’armi. Pure l’assalto al Campidoglio si trasforma in un insuccesso e quello a Piazza Colonna, dispersi i congiurati prima dell’ora fissata, non poteva nemmeno essere tentata.
La caserma Serristori, minata dai due muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati dagli ex emigrati Ansiglioni e Silvestri, rimane rovinata in parte e l’esplosione provoca vari feriti. Ma il grosso degli zuavi era già uscito per correre contro la colonna di Guerzoni. I Cairoli, del cui arrivo né Cucchi né altri erano stati avvertiti , giunti in ritirata all’altezza del ponte Milvio e avvertiti della difficoltà della sollevazione, si nascondono tra i canneti della riva; all’alba si avviano verso Villa Glori. Nel pomeriggio del 23 ottobre la schiera è assalita da un nemico triplo di numero. Giovanni Cairoli è crivellato da ben dieci ferite, il fratello Enrico colpito a morte. Gli altri valorosi, che si sono difesi strenuamente, sono uccisi, o feriti, o fatti prigionieri.
Scrivono Montanelli-Nozza nel loro “Garibaldi” : “Enrico Cairoli si accasciò tra le braccia del fratello Giovanni, che due anni dopo doveva morire anche lui per le ferite riportate in quello scontro. E così, di cinque fratelli, tutti garibaldini, sarebbe rimasto il solo Benedetto, futuro presidente del Consiglio. Perché in Italia ci sono anche di queste famiglie”.
Un ultimo episodio si avrà il 25 ottobre alla Lungaretta ed era il solo che valeva a salvare l’onore del popolo romano. Nel lanificio Ajani un gruppo di ardenti repubblicani sta preparando cartucce. All’avanzare dei gendarmi pontifici, pare che partisse per errore un colpo d’arma da fuoco e allora i papalini assaltarono l’edificio. Li accoglie una resistenza accanita. Anima di essa sono i Patrioti Francesco Arquati con l’eroica moglie Giuditta Tavani Arquati e i tre figli. I pontifici riescono peraltro a penetrare nel lanificio ma i pochi difensori, rincuorati dall’eroina, continuano a resistere. Alla fine, più che mai inferociti, riescono a passare e cadono massacrati l’Arquati, Giuditta, i tre figli e altri quattro Patrioti.
In tal modo si spegneva l’insurrezione romana su cui i Patrioti di tutta Italia tanto avevano sperato. Purtroppo, la popolazione romana mostrò nell’insieme un ben diverso spirito dai tempi di Ciceruacchio, della giornata del 30 aprile 1849 e delle prime settimane della difesa della Repubblica Romana.
E, come non s’era mossa Roma, così neppure si mosse la popolazione della campagna. Episodi di alto valore, come quello della Lungaretta, non furono però sufficienti a ribaltare la situazione a favore degli insorti. I diversi comitati romani non riuscirono a mobilitare più di 8000 uomini. Garibaldi stesso non ritrovò i suoi momenti migliori. Pochi giorni dopo a Mentana gli venne meno quella meravigliosa celerità di manovra e quella ricchezza di risorse nei suoi movimenti che turbava e sconcertava gli avversari.
(Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it )
Come trasformare l’ateismo in una para-religione.
lunedì, 12 settembre 2011Curiose proposte di uno scrittore ateo che hanno suscitato l’ironia di un commentatore su il Foglio dell’ateo devoto Giuliano Ferrara. LEGGI
Non avendo ancora letto il libro, ma basandoci solo su questo commento molto parziale e pregiudizialmente malizioso, non ci sembra che le proposte di Alain De Botton siano del tutto peregrine. E’ certo che oltre alla fede in una qualsiasi immaginaria entità soprannaturale, che accomuna tutti i sistemi religiosi della Menzogna Globale, il collante di quei sistemi è costituito anche dalla comunione (socialità fra correligionari) e dalla ritualità. Ebbene, secondo l’autore del saggio, il desiderio di stare insieme a chi ha weltanshauung simili o assimilabili (un mondo senza fantasiose divinità) e il compimento di periodiche riunioni amichevoli e conviviali potrebbero costituire per gli atei elementi costituitivi di una ritualità non sacralizzata, utile a cementare amicizie e costruire un baluardo di libero pensiero contro la deriva clericale (di tutte le religioni) che sta travolgendo il pianeta. Ci sembra però che questo ruolo unificante venga già svolto dalle associazioni degli atei e degli umanisti, anche se le occasioni di incontro, più che da distensive cenette, sono dedicate pravalentemente alla programmazione di lotte civili e iniziative culturali.
Curiose proposte di uno scrittore ateo che hanno suscitato l’ironia di un commentatore su il Foglio dell’ateo devoto Giuliano Ferrara. LEGGI – Non avendo ancora letto il libro, ma basandoci solo su questo commento molto parziale e pregiudizialmente malizioso, non ci sembra che le proposte di Alain De Botton siano del tutto peregrine. E’ certo che oltre alla fede in una qualsiasi immaginaria entità soprannaturale, che accomuna tutti i sistemi religiosi della Menzogna Globale, il collante di quei sistemi è costituito anche dalla comunione (socialità fra correligionari) e dalla ritualità. Ebbene, secondo l’autore del saggio, il desiderio di stare insieme a chi ha weltanshaung simili o assimilabili (un mondo senza fantasiose divinità) e il compimento di periodiche riunioni amichevoli e conviviali potrebbero costituire per gli atei elementi costituitivi di una ritualità non sacralizzata, utile a cementare amicizie e costruire un baluardo di libero pensiero contro la deriva clericale (di tutte le religioni) che sta travolgendo il pianeta. Ci sembra però che questo ruolo unificante venga già svolto dalle associazioni degli atei e degli umanisti, anche se le occasioni di incontro, più che da distensive cenette, sono dedicate pravalentemente alla programmazione di lotte civili e iniziative culturali
Ma quale libertà viaggia con la Freedom Flotilla? E per chi?
domenica, 10 luglio 2011Una riflessione di Marco Taradash per far luce sul barbaro assassinio di Vittorio Arrigoni che i mentitori abituali “de sinistra” cercano di attribuire in ogni modo agli israeliani.
C’è qualcosa su Vittorio Arrigoni che ci hanno nascosto e che getta una luce sinistra sul funerale di stato deciso da Hamas. Vale a dire la dura condanna di Arrigoni nei confronti delle violenze della polizia di Hamas contro i giovani palestinesi di Gaza, scesi in piazza il 15 marzo scorso. Ci sono arrivato per caso. Mi chiedevo cosa Arrigoni, così preciso e compassionevole verso le vittime delle ritorsioni israeliane, avesse scritto all’indomani dell’eccidio di Itamar, la colonia israeliana dove il 12 marzo scorso furono trovati morti nella loro casa, colla gola tagliata, padre madre e tre bambini israeliani. Stranamente tutte le raccolte degli ultimi scritti di Arrigoni, pubblicate sui siti amici, non andavano oltre l’ultimo mese. Sono andato allora sul sito di Arrigoni, Guerrilla Radio, e, come immaginavo, non c’era nemmeno una parola sulla strage di Itamar. Ma ho trovato qualcosa di più interessante. Arrigoni si era schierato con i giovani di Gaza che il 15 marzo scorso avevano indetto una manifestazione interrotta da un brutale attacco della polizia di Hamas, e ne aveva scritto il 17 marzo su Peace Reporter in questi termini: “Ne è nato per alcuni minuti un furibondo parapiglia che ha visto alcuni feriti, finché i ragazzi sono riusciti a ricacciare indietro i facinorosi di Hamas dalla manifestazione. Alle 19 circa, quando ho lasciato Katiba square, la nuova Tahrir palestinese, la situazione era tranquilla: manifestanti e paramedici della mezza luna rossa avevano montato le tende e si preparavano per la notte. Molte famiglie con bimbi al seguito si susseguivano in visita l’accampamento dei giovani portando cibo, bevande calde e coperte. Meno di un’ora dopo Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici, dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo. Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso. Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita. Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno”. Cosa chiedevano i giovani del GYBO che avevano promosso la manifestazione? Qualcosa cui tutti noi dovremmo prestare grande attenzione. Ecco un passaggio del loro manifesto che si apre con queste parole: “Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!”. Qualche paragrafo più avanti si spiega il perché: “Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia! Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace”. Arrigoni, per il suo sostegno ai ragazzi del GYBO era stato accusato di raccontare “bufale” dal cosiddetto Campo Antimperialista, e ne era nata una dura polemica (di cui però non ho trovato traccia sul sito del Campo, dove resta invece il testo di un faticoso tentativo di riconciliazione). Quale sia stata invece la reazione ddl governo di Hamas non è dato sapere. Così come non sappiamo come sia stato giudicato il fatto che il 18 marzo il suo blog riportasse un documento del Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) dove si puó leggere fra l’altro: “PCHR condanna con forza questi attacchi contro le donne. Secondo attivisti per i diritti umani del PCHR presenti sulla scena, poliziotti in divisa e agenti in borghese hanno duramente picchiato con pugni, calci e bastoni i manifestanti che fuggivano dalla piazza. La polizia ha inseguito fotografi e giornalisti che lavorano per le agenzie di stampa che erano presenti alla scena, sequestrando un numero di telecamere. Un certo numero di giornalisti sono stati duramente picchiati e hanno sostenuto contusioni e fratture. Mohammed al-Baba, fotografo dell’AFP, è stato duramente picchiato e ha subito una frattura nella mano sinistra”. Arrigoni tornerà ancora sull’argomento. Questi suoi scritti gettano una luce sinistra sul funerale di stato organizzato da Hamas in sua memoria. Se questi articoli nulla ci possono dire sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio, almeno ci aiutano a capire come nella mente efferata dei suoi aguzzini possa essere balenata l’idea che Arrigoni fosse, come hanno proclamato nel video del rapimento, un collaborazionista venuto a spargere disordine e corruzione.
Marco Taradash
Money Flotilla.
sabato, 9 luglio 2011Da una parte la Freedom Flotilla vuol portare la libertà ai palestinesi di Gaza, ma una ben più ricca Flotilla del tutto legale e con il consenso e la protezione di tutte le autorità internazionali porta un fiume di soldi agli stessi destinatari. Soldi dei contribuenti e pensionati anche italiani che stanno per essere ulteriormente impoveriti dalla manovra di Berlusconi e Tremonti.
Articolo di Ugo Volli segnalato dal nostro amico Marcus Promtheus.
*Dieci centesimi, per carità*
Cari amici,
ce l’avete un salvadanaio? Qualche spicciolo in tasca? “Che, ce l’hai cento lire”? Certo che sì, mi leggete su internet, quindi siete ricchi. Bene, è il momento di tirar fuori i vostri risparmi, di essere generosi. “Perché?” chiedete voi: non c’è perché, vi rispondo è sempre bene essere generosi. In questo caso poi è obbligatorio La domanda è per chi. E la risposta anche in questo caso è chiara. Per i palestinesi, naturalmente, che hanno tanto bisogno. Ma come, senza dubbio replicherete voi, in tre o quattro milioni che sono prendono più aiuti internazionali di tutta l’Africa messa insieme: “l’aiuto pubblico allo sviluppo è cresciuto da 179 milioni di dollari nel 1993 a 2,6 miliardi di dollari nel 2008, con un aumento del 1.350%”, come scrive una pagina chiaramente filopalestinese e antisraeliana, http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2244). Calcolando l’aumento negli ultimi tre anni siamo ormai vicini ai 1000 dollari di aiuto internazionale a testa, bambini e miliardari inclusi. Un record mondiale assoluto.
Be’, non importa, bisogna aiutarli, poveri palestinesi. Non ce la fanno. In particolare non ce la fa l’Autorità Palestinese, che ha deciso di pagare solo la metà degli stipendi di luglio ai suoi dipendenti (http://www.statesman.com/news/world/palestinian-authority-to-cut-in-half-employee-pay-1579782.html?cxtype=rss_news) . Naturalmente, voi dite, la colpa è dei cattivi israeliani, che boicottano l’accordo con Hamas e negano all’AP i dazi che Israele raccoglie sulle merci dirette nei territori palestinesi. No, non è così, purtroppo. Quel boicottaggio è stato un atto dimostrativo, durato solo qualche giorno, un paio di mesi fa (a proposito, avete più sentito parlare di questa famosa unificazione, annunciata con tanta enfasi? Il presidente Mahmoud Abbas ha per caso messo piede su quella metà secessionista del suo “stato” che è la striscia di Gaza? No, nada, missing, non se ne sa più nulla…).
Ciò che manca all’Autorità palestinese, sono gli aiuti, in particolare quelli dei paesi arabi. (http://blogs.cfr.org/abrams/2011/07/04/on-palestinians-pledges-and-budgets/) L’America fa la sua parte, dà al buon Abbas 600 milioni di dollari l’anno, l’Europa 275. Ma per esempio l’Arabia Saudita, che ha un avanzo di bilancio quest’anno di 25 miliardi di dollari (grazie al petrolio), due anni fa diede all’AP 241 milioni, l’anno scorso 146 milioni, quest’anno ancora niente. Insomma, di solidarietà a parole tanta, di soldini sempre meno. E i poveri impiegati dell’AP tirano la cinghia. Avete mica un soldino per fare la carità?
Ugo Volli
PS 1: Io non sono tanto preoccupato per gli impiegati dell’anagrafe di Ramallah o vigili urbani di Jenin. C’è una categoria che mi preoccupa di più. L’autorità palestinese ha di recente approvato una legge che garantisce un salario a tutti gli arabi prigionieri nelle carceri israeliane, per qualunque ragione e dunque in particolare per terrorismo. Gli assassini, i bombaroli, gli stragisti, i tagliagola, sono tutti dipendenti dall’autorità palestinese (http://undhimmi.com/2011/05/21/palestinian-authority-to-pay-salaries-to-terror-prisoners-in-israeli-jails/). Per esempio anche quelli che hanno ammazzato la famiglia Fogel qualche mese fa: padre, madre, bambini, fino a una neonata di otto mesi sgozzata senza pietà. I colpevoli sono stati scoperti e incarcerati e hanno un giusto diritto a ricevere lo stipendio dell’AP. Non vorrete che restino senza? Su, fate l’elemosina, tanto sono soldi che comunque paghiamo noi occidentali.
PS2: Rischiano di restare senza suldi anche le scuole dell’odio palestinese, che comunque paghiamo noi. Se volete un’analisi su questa importante fuzione degli aiuti pubblici alla “palestina”, leggete qui:http://tpa.typepad.com/home/files/funding_hate_proof6_cors.pdf
PS3: Ma comunque, non temete, la crisi finanziaria, cioè il fatto di non essere autosufficiente sul piano economico come su quello territoriale e della popolazione, non impedirà i piani di riconoscimento del nuovo stato palestinese da parte dell’Onu, alla faccia del diritto internazionale. Lo dice il primo ministro Fayyad (la faccia moderna del regime, quella che non piace ad Hamas):http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=228189.
Sgarbi… tutto Dio, Patria e Famiglia.
giovedì, 19 maggio 2011E’ mancato solo il segno della croce ma la nuova trasmissione di Vittorio Sgarbi su Rai Uno è sembrata la copia conforme delle rubriche cattoliche che infestano a tutte le ore, per ore e ore, tutti i programmi delleTV pubbliche e private. Esordisce in compagnia del vescovo di complemento inventandosi le radici cristiane anche nella cultura pagana di greci e romani. Poi rispolvera Benedetto Croce mistificando il significato del suo “non possiamo non dirci cristiani” sapendo benissimo che Croce si riferiva ai riflessi condizionati di cui noi tutti soffriamo, atei compresi, dopo essere stati manipolati fin dall’infanzia da catechismo, famiglie bigotte, cresime, comunioni e condizionamenti religiosi di tutti tipi. Ma lui va anche oltre affermando che “non possiamo non essere cristiani” come se dovessimo obbligatoriamente allinearci alle sue stesse convinzioni. Poi all’improvviso perde il filo della trasmissione sconvolgendo tutto il programma e si lancia in una intemerata contro giornali e persone che lo hano criticato, a torto secondo lui. Ma il meglio della trasmissione, dopo la sua dichiarazione d’amore alla Patria di cui lui difende la bellezza deturpata, arriva quando introduce il tema del “padre” e quindi della famiglia. Chiama in causa il vescovo di complemento, addobbato con un enorme crocione fuori misura, coinvolgendolo sul concetto di “padre” non prima di aver richiamato la famosa affermazione di Papa Luciani che Dio è Padre e…Madre. Forse perché non se lo aspettava il povero vescovo si è arrampicato sugli specchi di una spiegazione metafisica, metareligiosa e metaparacula senza capo né coda, talmente arzigogolata che alla fine non sapeva più nemmeno lui come uscirne. E tanto per restare in tema di sacra famiglia il divo Sgarbi non si fa mancare niente e presenta all’Italia cristiana suo padre e suo figlio in una apoteosi familista a cui mancava solo il Mulino Bianco in fondo alla scenografia. In sostanza una trasmissione caotica, confusa, ma soprattutto noiosa, senza nemmeno i lampi di interesse culturale che a volte Sgarbi riesce meritatamente a suscitare quando il suo eloquio è rivolto all’arte e agli artisti. Ma le benemerenze cristianiste che il neo-conduttore ha sicuramente accumulato ieri lo mettono al riparo per la continuazione di tutte le trasmissioni previste.
Giulio C. Vallocchia
La Russa, un vero gentleman…
domenica, 8 maggio 2011Meriterebbe il secondo posto nella lista maschile della serie “più belli che intelligenti” che l’altro ineffabile gentleman, Berlusconi, ha inaugurato dedicandola però alle donne donne. Anzi, proviamo a stilare una classifica al maschile cominciando proprio da questi due, con culoflaccido Silvio al primo posto, naturalmente…..
1) – Silvio Berlusconi
2) – Ignazio La Russa
3) – Carlo Giovanardi
Habemus papam.
martedì, 19 aprile 2011HABEMUS PAPAM, una bella avventura di Peter Boom
Ho vissuto nella parte di un cardinale la lavorazione del film Habemus Papam come una bellissima avventura, ricca di un’autentica e sentita interpretazione artistica e professionale di Nanni Moretti e di tutti gli attori. Il primo ciak per me era per esprimere la paura e la disperazione di venir eletto. E certamente non era per l’enorme responsabilità che in fondo nessun papa è in grado di affrontare e questo si è visto nella storia della chiesa di Roma, ma laddove i cardinali godono ancora di certe libertà i papi sono troppo esposti a controlli e critiche dal interno e da tutta la società. Il personaggio del papa eletto, interpretato in modo splendido da Michel Piccoli, invece sente profondamente questa responsabilità e non sa come affrontarla in modo giusto e cristiano. Pensiamo ad una morale veramente cristiana, che parla di povertà, di non giudizio e già ci si convince che non è per niente in sintonia con una chiesa che si è dimostrata agli opposti. Il Vaticano infatti non sa affrontare nemmeno un dibattito per un eventuale cambiamento nel senso puramente cristiano e rimane arroccato su politiche anticristiche.
Habemus Papam viene accusato di essere una offesa alla fede cristiana. Sarà un mio parere personale, ma sono proprio i papi ad offendere la figura di un Gesù Cristo, esistito realmente o invece no. Zeffirelli, che ho conosciuto dai tempi di Rocco e i suoi fratelli (1960) del grande Visconti, parla di un insulto alla fede dei cattolici ed al papa e di un’arruffianata di un regista (Moretti) di sinistra. Ha dimenticato tutto d’un botto che a destra ci stanno molti laici, come a sinistra ci stanno molti cattolici (finti o meno). Visconti era coraggiosamente omosessuale, questo vale anche per Zeffirelli ed io stesso sono un fervente attivista gay o meglio detto “pansessuale” e mi chiedo come faccia Franco Zeffirelli a rispettare una chiesa che lo accusa per omosessualità e blatera a destra e a sinistra allucinanti e fuorvianti giudizi sulla sessualità in genere. Un teologo tedesco ha parlato apertamente dell’omosessualità di papa Ratzingher. Ho letto l’interessante giudizio del nobile Sforza Ruspoli che dichiara che è lo spirito santo a scegliere i pontefici, dimentico forse che allora le crociate, la caccia alle streghe, l’inquisizione, le atroci torture, il rogo di Giordano Bruno, lo IOR, l’imposizione del segreto sulla pedofilia dei preti e molte altre cose carine sarebbero state ordite ed inspirate in origine da questo loro spirito santo.
Un’altra illuminante esternazione dice che “non è la psicanalisi che salva l’uomo”. Infatti, nel film anche Moretti prende un po’ in giro la psicanalisi che invece può aiutare ad approfondire la condizione psichica dell’uomo senza mettere regole o dogmi asfissianti. Pericolosa è invece l’affermazione “gioca con i fanti e lascia stare i santi”, proprio in vista della santificazione di un papa che per diventare santo non avrebbe dovuto sapere niente di ciò che avveniva dentro il Vaticano (IOR, pedofilia, etc., etc.). Forse papa Luciani è morto proprio perché si sentiva più responsabile e volle cambiare certi comportamenti.
Giusta infine la risposta di Nanni: “Vedete prima il film, poi giudicate liberamente!” L’auspicato boicottaggio del film ricorda soltanto il rogo dei libri effettuata dai nazisti nel 1933.
Peter Boom – http://www.pansexuality.it
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Chi vincerà il “Bugiardone d’Oro” di Aprile ?
giovedì, 7 aprile 2011Berlusconi o il Corrierone ?
Trascriviamo questo post trovato in una mailing-list di cui non conosciamo l’autore.
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La balla del premier sulla villa di Lampedusa è solo l’ultima e la meno rilevante della lunga carriera del presidente del Consiglio. La vera notizia di oggi è come il più importante quotidiano nazionale racconta ai suoi lettori questa vicenda grottesca. Un esempio di giornalismo all’italiana che sorprende ancor di più perché a sollevare in televisione il caso era stato l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, un uomo molto importante nella Rizzoli Corriere della Sera Spa. Mieli, già direttore del Corrierone per dieci anni (dal 1992 al 1997, e dal 2004 al 2009) e tuttora presidente di Rcs libri, a Ballarò aveva detto sostanzialmente: “Berlusconi ha detto una bugia. Conosco il proprietario della villa di Lampedusa e il premier non l’ha comprata”.
Dopo una smentita dell’avvocato-onorevole Ghedini, in serata ieri è arrivata la conferma di Berlusconi: non compro più. La retromarcia è stata giustificata con la seguente motivazione addebitabile al venditore: la casa sorge su terreno del Demanio. Peccato che, come riportato sul Fatto Quotidiano in edicola oggi, la scusa di Berlusconi è smentita oltre che dal proprietario anche dalla conservatoria.
Il Corriere della Sera oggi opera una chiara scelta di campo. Tra Mieli e Berlusconi, tra la verità del suo ex direttore e la menzogna dell’attuale premier, non esita a schierarsi dalla parte del secondo.
L’articolo, pubblicato a pagina 8 è firmato R.R. (qui la versione online), andrebbe studiato nelle scuole di giornalismo.
…La visita di sabato offrirà anche l’occasione per cercare una nuova villa da acquistare. Quella che in un primo tempo era stata prescelta non possiede i requisiti giusti. Lo ha rivelato lo stesso Cavaliere durante la riunione a Palazzo Chigi alla quale hanno preso parte i rappresentanti delle Regioni e i ministri che compongono la cabina di regia sull’immigrazione.
La villa, che si trova in una zona limitrofa all’aeroporto, sorge su un terreno demaniale. «L’ho scoperto – ha detto Berlusconi – dopo che sono state fatte alcune verifiche e quindi trattandosi di un terreno che appartiene a tutti noi non posso più acquistarla. Ne cercherò un’altra». A parte questo dettaglio, il governo sta esaminando una serie di progetti per fare decollare Lampedusa da un punto di vista economico.
La versione di Silvio Berlusconi viene riportata come se fosse la verità rivelata: “la villa sorge su un terreno demaniale”.
Così all’indicativo, senza virgolette, senza un minimo dubbio, senza dare la possibilità al proprietario di replicare, senza sentire l’ufficio tecnico di Lampedusa, senza fare una visura catastale storica, senza fare un’ispezione in conservatoria. Tutte attività che richiedono una spesa di pochi euro e pochi minuti. Le visure si possono fare online con una spesa di 12 euro. Mentre il proprietario De Stefani non era difficile da rintracciare essendo amico di Mieli, che certamente avrebbe aiutato il suo giornale a rintracciarlo. Le conseguenze di questo modo di fare giornalismo non sono irrilevanti.
I lettori del Corriere della Sera che hanno visto lo show del premier il 30 marzo a Lampedusa, grazie all’articolo di oggi del loro giornale, resteranno convinti di avere un presidente del Consiglio che mantiene la parola data. Anche a beneficio dei lettori e dei colleghi del Corriere che fossero interessati a conoscere lo stato reale della pratica “Villa due palme”, pubblichiamo le visure catastali e ipotecarie dalle quali risulta che la villa è dei legittimi proprietari.
