Archivi per la categoria ‘Teocrazie e Menzogna Globale’

Estremisti cattolici.

lunedì, 26 ottobre 2009

Un sindaco integralista cattolico si rifiuta di celebrare matimoni civili perchè contrari alla sua fede. E probabilmente se qualcuno lo denuncerà gli daranno anche ragione in quanto i cittadini italiani battezzati sono soggetti a due giurisdizioni ugualmente valide : quella dei codici della Repubblica e quella del Codice Canonico. Una sentenza della Corte di Appello di Firenze del 1965 riconosce ufficialmente che i cittadini italiani, battezzati con rito cattolico, sono “sudditi” del Papa Re e, in quanto tali, posso essere giudicati in base alla giurisdizione vaticana che prevale su quella italiana. Ma intanto sul caso del sindaco cattolicissimo che fa obiezione di coscienza contro i matrimoni civili ci ha inviato questo duro commento un nostro cortese e assiduo lettore.

26 Ottobre 2009

Diritto morale Vs dovere istituzionale

Non sono pochi i disperati allarmi di presunta “deriva anticlericale” lanciati dai diversi ranghi delle fila vaticane, riecheggiando puntualmente fin dal balcone più famoso che le domeniche religiose conoscano.

Non è lontana la crociata portata avanti da tutti i vescovi d’Italia che hanno fatto fronte comune su un piano meramente civile e che riguarda uno Stato fondato (fino a quando la Costituzione prevarrà sulla Bibbia) sulla laicità delle sue Istituzioni.

Lunga, e incredibilmente silenziosa, è ancora la questione del crocefisso nelle aule scolastiche e nei tribunali italiani.

Ma fino a questo punto si è ancora, con le dovute precisazioni del caso, nell’ambito della libera espressione delle idee che è propria dei religiosi quanto dei laici.

Ben diversa è invece la posizione di  coloro che, indipendentemente dal proprio credo religioso, vengono chiamati a rispondere di doveri istituzionali.

Il caso, pare non unico, è quello di un sindaco di Sedriano (MI) che si rifiuta di celebrare matrimoni con il rito civile in virtù della sua fede cattolica che riconosce la sola unione davanti a Dio (il suo).
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_ottobre_24/sindaco-sedriano-alfredo-celeste-matrimoni-civili-fagnani-1601913385379.shtml

Nonostante il suo non sia un divieto ai matrimoni di rito civile, ci mancherebbe pure altro, delegando la materia ad una sua Consigliere, si tratta in ogni caso di una obiezione ad un dovere d’ufficio che è compreso nei tanti doveri di un primo cittadino. Il rifiuto di un obbligo istituzionale in virtù del proprio credo religioso è al limite del razzismo.

Se mi si permette un paragone ardito, è come se un sindaco leghista rifiuta la residenza di un cittadino straniero regolare perché straniero, è come se un Ministro degli esteri comunista non firmasse il passaporto di un elettore di destra.

La coerenza alla quale si appella il Sindaco inadempiente avrebbe dovuto portarlo a non accettare una carica istituzionale propria di uno Stato laico che prevede, tra le varie “immoralità laiche”, quella di unire civilmente due persone. La coerenza, sig. Sindaco, non è relativa ma assoluta.

Questa forma di discriminazione è inaccettabile come inaccettabile è il silenzio dei diversi (troppi) opinionisti che non pensano alla gravità di questo genere di inadempienze dolose agli obblighi d’ufficio, concentrandosi su più gustose vicende personali del politico di turno.

Per carità, anche quelle sono più che gradite, specie se volte a palesare l’inaccettabile contraddizione del soggetto privato con il proprio ruolo istituzionale.

Richiamandomi ad un altro (ennesimo), palese quanto scandaloso, invito dello Stato Vaticano a non osservare le leggi italiane, ribadisco il mio più totale rifiuto di credere che questi casi non siano interferenze gravi nella normale amministrazione di uno Stato. L’ultimo appello accorato  della CEI, sconfitta senza appello sulla vicenda della Pillola RU-486, è rivolto ai farmacisti “cattolici” italiani ad avvalersi di un presunto diritto di non fornire prodotti che avrebbero una non meglio precisata controindicazione di immoralità, appellandosi ad una inesistente obiezione di coscienza.
http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_23/aborto-obiezione-farmacisti_37cc1038-bfb9-11de-856b-00144f02aabc.shtml

Non potendo aprire troppi fronti di guerra, questa sono deciso a non combatterla ma ad assecondarla con una proposta di legge che mi piacerebbe fosse corredata da 499 mila sostenitori:
Distinguiamo le farmacie “laiche” dalle farmacie “religiose” (estendendo però la possibilità anche ad altri farmacisti di improntare sui propri principi religiosi a loro specializzazione).

Quindi chi è alla ricerca di preservativi, o di prodotti simili all’indice come “immorali”, sarà libero di andarseli a cercare in una farmacia dove l’interesse primo del medico è quello di curarlo e non di condannarlo alle fiamme eterne. Questa differenziazione potrebbe essere adottata anche per i medici italiani, i quali, nonostante il terrore informatico della CEI, sono e restano gli unici abilitati dalla legge a somministrare la RU-486 in ospedale.

Comunque vadano le cose, avrei bisogno di capire di quale deriva sono più vittima. Di quella laica che è (o che dovrebbe) essere un diritto sancito nella mia Carta costituzionale o invece di quella orribile e razzista che permette a fondamentalisti religiosi di negarsi ai propri doveri istituzionali.

Non oso immaginare cosa accadrebbe se anche quelle religioni che più palesano la propria avversità alla libertà laica delle persone cominciassero un giorno a richiamare al proprio ordine morale tutti quei medici appartenenti a quella specifica fede.

DC

Come i media vaticaliani hanno nascosto il clamoroso fiasco di Ratzinger a Praga.

sabato, 10 ottobre 2009

Ce lo fanno vedere sempre trionfante e coloratissimo nei sui smaglianti paludamenti da cerimonia e poi mandano immagini di sovraffollamenti popolari, anche quando ci sono quattro gatti. E così le TV del regime dei preti ci fanno credere che in tutto il mondo la gente pende dalle sue labbra. E invece anche lui fa fiasco, e anche spesso. L’ultimo è stato a Praga.

Da il Manifesto

Il flop praghese di papa Ratzinger

Tra le tante operazioni ideologiche che vedono impegnati i media, inesorabilmente c’è l’esaltazione, comunque e dovunque, del viaggio papale. Una specie di topos narrativo. E celebrativo. Così la tre giorni del papa nella Repubblica ceca che avrebbe dovuto essere resocontata per il flop che è stata, viene rappresentata invece come una specie di trionfo di Ratzinger. L’ennesimo, del resto. Invece, al di là dei messaggi subliminali e delle citazioni colte, proprio di un flop questa volta si è trattato.
Vediamo perché. L’Osservatore romano ha parlato di “confronto con i non credenti”, il portavoce del papa padre Federico Lombardi di “missione per rilanciare la fede”, Benedetto XVI stesso ha insistito sul ruolo di “minoranza creativa” per i cattolici in terra di Boemia e Moravia, con un messaggio ai giovani (“non fatevi ammaliare dai paradisi artificiali e dalle false e alienanti prospettive del consumismo”) e all’Europa – perché i leader siano “credenti e credibili” – e si sprecano le interpretazioni sulla parola del papa, per l’occasione all’assalto, improbabile, di Berlusconi.
Su tutte, emerge la preoccupazione del cardinale di Cracovia, già segretario di Wojtyla che, accorso dalla Polonia, ha ricordato che questo è per il vecchio continente “un momento cruciale… il comunismo è caduto ma adesso il momento è più difficile e il nemico più pericoloso”.
Messaggi a parte, chi ha davvero ascoltato la parola del papa e perché è arrivato in missione a Praga? Papa Ratzinger, il pastore tedesco, è arrivato nel cuore inconcluso d’Europa che, nonostante siano passati venti anni dal crollo del socialismo reale nell’89, non ha ancora un concordato, un patto politico, istituzionale e legale con il Vaticano e i suoi interessi nella Repubblica ceca. Essendo fallita, tra l’altro l’operazione politica che vedeva nel Partito dei popolari cattolici l’interlocutore diretto di questa prospettiva quando scambiarono il loro voto di appoggio per l’elezione a presidente della repubblica di Vaclav Klaus: ora quel partito è fuori dal governo e si è scisso. E lo scambio, nonostante le promesse, non c’è mai stato. Né risulta essere nelle prospettive politiche, tantomeno di quelle presidenziali, visto che le autorità politiche che il papa ha incontrato di questo non han voluto parlare.
C’è in gioco la rivendicazione da parte della Chiesa cattolica di una serie di beni fondiari che ancora contraddicono l’autonomia amministrativa di molti comuni cechi e, soprattutto c’è la richiesta dell’immensa Cattedrale di San Vito che si trova all’interno del Castello di Praga. Il Vaticano la rivendica al cattolicesimo, in un paese che istituzionalmente, dal dopoguerra e fino ad oggi, non si dichiara nemmeno cristiano. Anche se è forte il protestantesimo riformatore hussita – di Jan Hus che, poco prima del protestantesimo di Lutero, pagò con il rogo l’idea di un “cattolicesimo dal volto umano”. E in un paese che, dai sondaggi recenti, si dichiara per più del 66% agnostico e ateo. E che nella sua parte minoritaria e credente ritiene che la chiesa di San Vito appartenga a tutte le comunità cristiane, non a Roma – anche perché è stata costruita nell’epoca in cui i cristiani erano uniti.
Tant’è che l’attuale primate della chiesa ceca, il cardinale, Vaclav Maly, ha recentemente dichiarato l’intenzione di dimettersi perché l’obiettivo del concordato che lui si era dato come ineludibile per il suo mandato, è stato ormai fallito.
Veniamo ora ai richiami storici e alle greggi che sarebbero accorse alla testimonianza papale. La folla di Brno è stata data per “130mila persone”: erano due settimane che si annunciavano dai media e dalla Santa sede che sarebbero accorse proprio “130mila persone”. Il numero è stato incredibilmente indovinato. Senza però tenere conto del fatto che Brno, prima tappa del viaggio, è alla frontiera di Austria e Ungheria, e la cattolicissima Polonia è a 250 chilometri. Da tutti queste realtà infatti è arrivata una multiforme presenza organizzata. Che è invece visibilmente mancata il giorno dopo sulla spianata di Stara Boleslav, a soli 35 km da Praga, ma ahimé in giorno non festivo e nonostante pullman arrivati anche stavolta da Varsavia e Budapest. Per questo secondo appuntamento, le agenzie locali e internazionali hanno oscillato a descrivere una presenza sulle “15-20mila persone”, per arrivare alla fine alle “30-50mila”. Assai poco per il Vicario di Roma.
Comunque, nei tre giorni di viaggio, ha ricordato i martiri del comunismo – a dire il vero la maggior parte dei martiri del “comunismo” erano nella repubblica Cecoslovacca unita soprattutto i comunisti, fin dalla fine degli anni Quaranta. Purtroppo papa Ratzinger, ancora una volta, ha perso un’occasione importante per denunciare e ricordare almeno due vergognose malefatte della Chiesa cattolica romana. La prima, non avere detto mezza parola sul terribile ruolo del Vaticano che mantenne nella Chiesa cattolica monsignor Jozef Tiso, primo ministro della Slovacchia – prontamente separatasi dai cechi dopo l’annessione dei nazisti della regione dei sudeti e diventata con lui un regime nazifascista schierato con la Germania di Hitler dalla fine degli anni Trenta fino al ’41, favorevole inoltre all’invasione della repubblica ceca. E, quindi ha mancato una denuncia della corresponsabilità nella deportazione e sterminio degli ebrei slovacchi – 58.000 ebrei (il 75% degli ebrei slovacchi) furono inviati nei campi di concentramento in questo periodo, sono sopravvissuti solo in 700 – e cechi. Poteva incontrare, con questo peso di responsabilità, quel che resta della comunità ebraica di Praga, invece si è limitato a stringere la mano a due rappresentanti in fila tra gli altri esponenti delle religioni locali.
Alla fine non è nemmeno servito che, come ultimo tentativo di modernità, i salmi adattati a musica rock e il silenzio del papa su “omosessualità e preservativi”: decine di giovani a piazza Venceslao – come la chiamano a Praga, volutamente omettendo il “San” – hanno chiesto a Ratzinger proprio sui preservativi proibiti dalla Chiesa romana: “Papa, non predicare la morte”. Più d’un flop. Un disastro, papale papale.

Il Manifesto

Un pastore tedesco…

domenica, 27 settembre 2009

… cerca di riportare all’ovile romano le pecorelle ceke… accecate dall’ateismo. Per accogliere il papa con adeguate masse di fedeli mobilitati i cattolici tedeschi, polacchi e austriaci che rimpolpano alla messa di Brno le scarse adesioni dei cattolici locali. Nella Repubblica Ceka il 60% dei cittadini si dichiara ateo o comunque non credente in alcuna delle variegate versioni della Menzogna Globale . Significativo in questa circostanza l’ammorbidimento dei toni di Benedetto XVI non certo verso gli atei, da sempre al centro dei suoi anatemi, quanto verso gli agnostici, come si può rilevare da questa intervista sul Corriere della Sera

LEGGI

Santità, la Repubblica Ceca è un Paese molto secolarizzato in cui la Chiesa cattolica è una minoranza. In tale situazione, come può contribuire questa Chiesa effettivamente al bene comune del Paese?

«Sono normalmente le minoranze creative che determinano il futuro. In questo senso la Chiesa Cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha una eredità di valori che non sono una cosa del passato ma sono una realtà molto viva e attuale e si devono attualizzare, rendere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace. Così si può contribuire in diversi settori. Il primo direi che è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti. Ambedue hanno bisogno dell’altro: l’agnostico non può esser mai contento di non sapere ma deve essere in ricerca della grande verità della fede; il cattolico non può essere contento di avere la fede ma deve essere in ricerca di Dio ancora di più e nel dialogo con gli altri reimparare Dio in modo ancora più profondo. Questo è il primo livello, il grande dialogo intellettuale, etico e umano. Nel settore educativo la Chiesa ha molto da fare e da dare nell formazione. In Italia parliamo del problema dell’emergenza educativa, un problema comune a tutto l’Occidente, qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, concretizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità. Un terzo settore è la Caritas: la Chiesa ha sempre avuto questo come un segno della sua identità, essere in aiuto dei poveri, essere organo della carità. La Caritas nella Repubblica Ceca fa moltissimo per le diverse comunità, nelle situazioni di bisogno, e offre molto anche alla umanità sofferente nei diversi continenti e dà così un esempio della responsabilità per gli altri, della solidarietà internazionale che è condizione anche della pace».

La chiesa fa catenaccio.

mercoledì, 2 settembre 2009

Scende in campo addirittura Ratzinger che con una messaggio a Bagnasco chiude la difesa a riccio. Inizia una pantomima di baci e abbracci curiali per evitare gli schizzi di merda che rischiavano di esplodere con l’esondazione della cloaca maxima vaticana. Le dimissioni date da Boffo e respinte dalla CEI fanno parte della messinscena dopo che proprio dalla lotta fra i gruppi di potere interni al Vaticano, secondo alcuni (LEGGI), sarebbe nata tutta la clamorosa vicenda. Ma adesso calerà il sipario e pure la famosa sentenza del Tribunale di Terni con cui qualcuno (ma chi ?) fu condannato (ma perchè ?) resterà confinata nel gran libro dei misteri della Repubblica vaticaliana.

Qui i particolari sulle dimissioni di Boffo. LEGGI

Civiltà arabo-islamica : poche verità e molte balle.

venerdì, 21 agosto 2009

Le valutazioni molto (diplomaticamente) esagerate di Obama nella recente visita al Cairo vengono puntualmente ridimensionate in questo articolo segnalatoci dal nostro amico Marcus Prometheus.

Al Presidente Obama: a proposito di islàm e scienza
di Fjordman (8 Giugno 2009)

http://www.jihadwatch.org/archives/026496.php
(traduzione di Paolo Mantellini)
Nel suo ultimo saggio, Fjordman esamina ciò che Barak Obama ha definito: “il
debito della civiltà
all’islàm”.
Il discorso del Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, pronunciato
all’Università del Cairo, in
Egitto, il 4 Giugno 2009, era così pieno di mezze verità, distorsioni ed
evidenti falsità che è quasi
impossibile discuterle tutte in un unico saggio. Io qui mi concentrerò
specificamente sulla parte
scientifica. Esaminiamo questa citazione:
“Come studente di storia, sono al corrente del debito della civiltà
all’islàm. Fu l’islàm – in
luoghi come l’Università al-Azhar – che tenne alta la luce del sapere lungo
così tanti secoli,
spianando la via al Rinascimento dell’Europa e all’Illuminismo. Fu
l’innovazione nelle
comunità musulmane che sviluppò il calcolo algebrico, la nostra bussola
magnetica e gli
strumenti per la navigazione, la nostra maestria nello scrivere e nella
stampa, la nostra
comprensione di come si diffondono le malattie e di come le si possono
curare. La cultura
islamica ci ha donato maestosi archi e guglie svettanti, poesia immortale e
musica
coinvolgente, eleganti calligrafie e luoghi di contemplazione pacifica. E
lungo tutto il corso
della storia, l’islàm ha dimostrato con parole e fatti le potenzialità della
tolleranza religiosa e
dell’uguaglianza tra le razze”.
C’è una sola cosa vera in questo intero paragrafo? Forse i musulmani hanno
qualche decente opera calligrafica, e qualche loro studioso ha compiuto
qualche progresso nell’algebra, ma, a parte questo, sono solo fesserie. La
bussola magnetica fu inventata dai cinesi e forse indipendentemente anche
dagli Europei. Anche la stampa dei libri fu inventata dai Cinesi e fu
cocciutamente e continuamente rifiutata dai musulmani per un migliaio di
anni o più, a causa della opposizione religiosa islamica.
A loro piacque molto di più l’invenzione cinese della polvere da sparo.
Non sono mai stati provati legami tra la stampa di Gutenberg e la stampa
dell’Asia Orientale, benché sia
ipotizzabile che l’idea alla base della stampa sia stata importata in
Europa. Al contrario, quello che è
certo al 100 % è che i musulmani conoscevano la stampa dell’Asia Orientale,
ma la rifiutarono
violentemente. Lo studioso Thomas Allsen nel suo libro “Cultura e Conquista
nell’Eurasia Mongola” ha
descritto come le autorità, in Iran, al tempo della dominazione dei Mogul,
nel 1294, cercarono di
introdurre banconote stampate alla maniera dei Cinesi, ma fallirono a causa
della resistenza popolare:
“Certamente il mondo musulmano mostrò una opposizione attiva e sostenuta
contro le
tecnologie di stampa a caratteri mobili che provenivano dall’Europa nel
quindicesimo secolo
e successivamente. Questa opposizione, motivata da considerazioni sociali,
religiose e
politiche, continuò fin quasi alla fine del diciottesimo secolo. Solo allora
le macchine da
stampa di fabbricazione Europea furono introdotte nell’Impero Ottomano e
solo nel secolo
successivo la stampa si diffuse nel mondo Arabo ed in Iran. Questa
riluttanza di lunga durata,
il disinteresse verso la tipografia di origine Europea, e l’incapacità di
utilizzare le tradizioni
tipografiche locali dell’Egitto dimostrano con certezza l’esistenza di
qualche tipo di antipatia
di fondo, strutturale o ideologica, contro questa specifica tecnologia”.
E’ probabile che a causa del commercio, i Medio Orientali fossero a
conoscenza della stampa secoli
prima di questo evento, ma a causa dell’opposizione religiosa islamica non
adottarono questa
invenzione straordinaria se non dopo mille o più anni da quando fu inventata
in Cina. Minoranze, come
gli Ebrei o i Cristiani Greci e Armeni furono i primi ad usare le macchine
da stampa nell’Impero
Ottomano. Il primo libro stampato in lingua Persiana fu probabilmente un
Pentateuco Giudeo Persiano.
Per quanto riguarda la musica, invece, la teoria Greca sull’argomento
originò da Pitagora, prima del
500 AC. Nell’Europa post-Romana, fu la Chiesa l’istituzione principale ad
attingere dalla filosofia Greca
e dalla teoria musicale. Alcuni elementi della liturgia Cristiana possono
anche derivare da tradizioni
Ebraiche, in particolar modo la recitazione delle Scritture e il canto dei
Salmi, poemi di lode dal Libro dei Salmi. I Cristiani integrarono la musica
nella loro liturgia. Nella Chiesa Occidentale, il canto
Gregoriano e lo sviluppo della musica polifonica fu considerato una
decorazione, un concetto centrale
dell’arte e dell’architettura medioevali. Secondo “Una Storia della Musica
Occidentale”

, Settima
Edizione, di Donald J. Grout, Peter J. Burkholder e Claude V. Palisca, “le
esecuzioni polifoniche
esaltarono la grandezza del canto e quindi della stessa liturgia”. Questo
diede origine ad una
tradizione musicale che condusse a Bach, Mozart e Beethoven. Nulla di simile
avvenne nel mondo
islamico, a dispetto del fatto che i musulmani ebbero accesso da subito a
gran parte dello stesso
materiale. Ho descritto questo fatto nel mio saggio: “Perché i musulmani
amano Hitler, ma non
Mozart” (http://www.brusselsjournal.com/node/3911).
Lo storico Bernard Lewis scrive nel suo “Il Medio Oriente: una breve storia
degli ultimi 2000 anni”:
“Poiché la liturgia musulmana, con l’unica eccezione di alcuni ordini
Dervisci, non usa la
musica, ai musicisti, in terra musulmana, è mancato l’immenso vantaggio
goduto dai
musicisti Cristiani, mediante il sostegno della Chiesa e dei suoi alti
dignitari. Il sostegno della
Corte e delle grandi casate, senza dubbio molto utile, fu solo intermittente
ed episodico e
pericolosamente soggetto ai capricci dei potenti. I musicisti musulmani non
escogitarono
alcun sistema di notazione e quindi le loro composizioni sono conosciute
soltanto mediate il
fallibile e variabile strumento della memoria. Non è stato tramandato alcun
“corpus” di
musica islamica classica paragonabile a quello della tradizione musicale
Europea. Tutto
quello che ci rimane è soltanto una abbondante letteratura teorica sulla
musica, alcune
descrizioni e ritratti di musicisti ed eventi musicali fatte da scrittori o
artisti, un certo numero
di antichi strumenti in vari gradi di conservazione, e il ricordo imperituro
di rappresentazioni
del lontano passato”.
C’è chi critica il Sig. Lewis e non lo considera uno studioso; di
conseguenza ritiene che non dovrebbe
essere citato come un’autorità degna di fiducia. Bisogna sempre esercitare
una sana valutazione critica
su ogni scrittore, ma so, da altre fonti, che la citazione sopra-menzionata
è perfettamente corretta.
Nell’islàm sono vietate molte forme di musica. “The Reliance of the
Traveller” di Ahmad Ibn Lulu Ibn
Al-Naqib and Noah Ha Mim Keller [un classico trattato di legislazione
islamica, tradotto recentemente
in Inglese, N.d.T] è stato formalmente approvato dall’Università al-Azhar in
Egitto, la più importante
istituzione di studi religiosi dei musulmani sunniti. Cita numerosi ahadith,
autorevoli detti di Maometto
e dei suoi compagni, che costituiscono il nocciolo delle scritture
islamiche, secondi solo al Corano, tra i
quali uno dice testualmente: “Ci sarà gente della mia Comunità che
considererà leciti la
fornicazione, la seta, il vino e gli strumenti musicali …”. Un’altra
citazione recita: “Nel giorno della
Resurrezione, Allah verserà piombo fuso nelle orecchie di chiunque sta
seduto ad ascoltare una
cantante”. La conclusione degli studiosi è che “tutto questo è una prova
testuale esplicita e vincolante
c che gli strumenti musicali di ogni tipo non sono leciti”. Un’altra norma
legale stabilisce che “Non è
lecito usare strumenti musicali – come quelli per cui sono noti i bevitori,
come il mandolino, il liuto, i
cimbali e il flauto – o ascoltarli. E’ consentito suonare il tamburello ai
matrimoni, alla circoncisione
e in altre circostanze, anche se ha delle campanelle sui lati. Percuotere il
“kuba”, un lungo tamburo
stretto al centro, non è legale”.
Per quanto io talvolta non concordi assolutamente col Sig. Lewis, secondo
me, quando scrive della
cultura islamica, qualche volta sbaglia per essere troppo a favore, non per
essere troppo contrario. Se si
deve credere a Lewis, “Le prime affermazioni specificamente anti-Semite in
Medio Oriente si
verificarono tra le minoranze Cristiane da cui si può facilmente risalire
alle origini Europee”.
Questa idea si integra perfettamente col moderno pregiudizio anti-Europeo e
multiculturalista dei
mezzi di comunicazione di massa e del mondo accademico, ma è assolutamente e
completamente
sbagliata, come il Dr. Andrew Bostom (http://www.andrewbostom.org/) ha
dimostrato in modo inoppugnabile
nel suo documentatissimo libro “L’eredità dell’anti-Semitismo islamico”(
http://www.amazon.com/Legacy-
Islamic-Antisemitism-Sacred-History/dp/1591025540).
Non affermo assolutamente che nel mondo islamico, nel periodo medioevale,
non si sia conseguito
alcun risultato erudito o scientifico, ma affermo che questi risultati sono
oggi enormemente esagerati
(http://www.jihadwatch.org/archives/025798.php) per ragioni politiche.
Dividiamo gli studiosi in tre categorie.
Categoria 1: è quella di chi ha partecipato al progresso della conoscenza
solo con contributi minori.
Categoria 2: gli autori di contributi di media importanza. Categoria 3:
studiosi, autori di progressi
fondamentali e di grande rilevanza a importanti branche della scienza o che
hanno fondato una
disciplina scientifica completamente nuova. Dell’ultima categoria dovrebbero
far parte personalità
quali Newton. Einstein, Copernico, Aristotele, Cartesio o Galileo. Non un
solo studioso di questa
levatura è mai stato prodotto nel mondo islamico neppure nei suoi momenti
migliori. Trovare qualche
studioso musulmano che produsse minori contributi al progresso della
matematica o della chimica non
è molto difficile, e io posso elencare probabilmente da una mezza dozzina a
una dozzina di individui che
possono essere inclusi nella categoria 2.
A mio parere, il più importante contributo tra tutti gli studiosi musulmani
è quello di
Alhazen (Ibn al- Haytham; http://www.jihadwatch.org/archives/025359.php)
nell’Ottica
(http://gatesofvienna.blogspot.com/2009/03/history-of-optics-and-modern-science.html).
Il matematico Muhammad al-Khwarizimi non “inventò” l’algebra; gli antichi
popoli di Egitto, Mesopotamia, India, Cina e altri avevano già primitive
forme di algebra; il più importante matematico pre-moderno fu
presumibilmente Diofanto di Alessandria nel terzo secolo DC mentre
l’algebra moderna fu creata in Europa. Nonostante ciò, proprio come non si
può scrivere una storia dell’Ottica senza menzionare Alhazen, non si può
correttamente scrivere una storia dell’algebra senza citare al-Khwarizimi.
Nella storiografia, possiamo ricordare Ibn Khaldun, benché abbia
condiviso il disprezzo per tutte le culture non musulmane che impedì nel
mondo islamico lo sviluppo
della storia, dell’archeologia e della linguistica comparata.
Gli studiosi islamici non si occuparono seriamente delle altre culture con
curiosità e non le descrissero con imparzialità;
gli scritti di al-Biruni a proposito dell’India sono una delle pochissime
maggiori eccezioni a questa regola.

Geber (Jabir ibn Hayyan) per i suoi tempi fece un buon lavoro in chimica e
potrebbe essere stato il
primo a creare alcuni acidi, ma non è assolutamente paragonabile a Lavoisier
e a coloro che
svilupparono la chimica moderna alla fine del diciottesimo e all’inizio del
diciannovesimo secolo in
Europa.
Il Persiano Omar Khayyam fu un matematico creativo e il suo compatriota
Persiano Avicenna
(Ibn Sina) così come ar-Rhazes (al-Razi) furono ottimi medici per i loro
tempi, ma Khayyam era, per
non dire altro, un musulmano molto “eterodosso” e al-Razi non credeva una
parola della religione
islamica.
Qualsiasi contributo essi abbiano prodotto, fu più a dispetto che non per
merito dell’islàm.
Inoltre, nonostante io sia convinto che al-Razi sia stato un ottimo medico,
la più grande rivoluzione nella
storia mondiale della medicina fu la teoria infettiva delle malattie,
sostenuta dal Francese Pasteur e dal
Tedesco Koch alla fine del diciannovesimo secolo in Europa.
In questo furono aiutati dall’uso del microscopio, che fu un’invenzione
esclusivamente Europea.

E’ vero che alcuni testi furono reintrodotti in Europa mediante le
traduzioni in Arabo, almeno
inizialmente, prima che fossero integrati da traduzioni fatte direttamente
dagli originali Greco-
Bizantini, e che ciò lasciò traccia in alcune parole. Per esempio, non poche
stelle nelle lingue Europee
moderne conservano i loro nomi Arabi o la versione Arabizzata dei più
antichi nomi Greci. Tuttavia, è
importante ricordare che l’Astronomia nel mondo islamico, con alcune
eccezioni dovute ad influenze
Indiane, fu basata su un contesto teorico Greco-Tolemaico, proprio come lo
fu in Europa. Dopo l’attività
di traduzione, è impressionante notare quanto rapidamente gli Europei
abbiano sopravanzato ogni
conquista scientifica fatta nel Medio Oriente.
I migliori scienziati musulmani furono abili osservatori astronomici, primo
fra tutti, Ulugh Beg. Alcuni
di loro, tra cui Nasir al-Din al-Tusi e Ibn al-Shatir, fecero alcuni
aggiustamenti della teoria astronomica
Tolemaica, ma nessuno di loro fece mai un’enorme svolta concettuale
paragonabile a quella di
Copernico nel 1543, quando pose il sole, e non la terra, al centro del
nostro sistema solare. Con il lavoro
di Tycho Brahe e, successivamente, di Giovanni Keplero, l’astronomia
Tolemaica era in realtà obsoleta
in Europa anche prima che Galileo ed altri introducessero l’astronomia
telescopica nel 1609.
Invece, i musulmani si opposero all’eliocentrismo copernicano in qualche
caso fino al ventesimo secolo.
Lo studioso Toby E. Huff lo spiega nel suo eccellente volume
“The Rise of Early Modern Science: Islam, China and the West”, seconda
edizione:
“Nel sub-continente Indiano, Sayyd Ahmad Khan (1817-1898) fu
all’avanguardia della
riforma intellettuale in India, incoraggiando l’India ad adottare gli
standard educativi Occidentali.
All’inizio della sua carriera, verso il 1840, egli difese la visione
Tolemaica contro
l’eliocentrismo Copernicano, credendo che ciò fosse doveroso per ogni
musulmano devoto.
Ma, continuando ad approfondire l’argomento, si accorse della necessità di
adottare la teoria
eliocentrica e di conciliare questa visione della realtà con le
interpretazioni tradizionali del Corano.
Appena iniziò a sostenere la teoria eliocentrica, si scontrò con una
travolgente opposizione, in particolare gli attacchi di Jamil al-Din
al-Afghani (morto nel 1897) verso il 1880.
A questo punto Ahmad Khan riconobbe pienamente lo scontro tra la visione
della realtà della scienza moderna e il pensiero tradizionale islamico.
I suoi sforzi di esprimere una nuova sintesi dovettero affrontare tempi
durissimi.
Tra le più grandi regioni del pianeta, le due con il punto di partenza
medioevale più simile furono il
Medio Oriente e l’Europa. Nell’epoca pre-moderna, la geometria Greca era
sconosciuta nell’Asia
Orientale. Questo costituì uno svantaggio molto rilevante per gli studiosi
Cinesi, Giapponesi e Coreani
nei campi dell’ottica e dell’astronomia.
Le uniche regioni in cui si produceva in modo estensivo il vetro trasparente
erano il Medio Oriente e l’Europa.
Il vetro trasparente fu usato dagli Europei per produrre occhiali per la
correzione della vista e, successivamente per la costruzione di microscopi e
telescopi consentendo la nascita della moderna medicina e della moderna
astronomia. I Maya nell’America Centrale pre-Colombiana non sapevano
produrre il vetro e non poterono quindi usare il vetro per la costruzione di
microscopi e telescopi. I Musulmani del Medio Oriente avrebbero potuto
farlo, ma non lo fecero. Allo stesso modo, gli Europei del Medio Evo
inventarono gli orologi meccanici
(http://
layijadeneurabia.com/2009/04/20/a-history-of-mechanical-clocks%E2%80%8F-by-fjordman/
),
mentre i musulmani non lo fecero, a dispetto del punto di partenza molto
simile.
I musulmani avevano accesso alla teoria ottica dei Greci, ecco la ragione
per cui Alhazen potè compiere
ciò che in effetti compì. Ed è inspiegabile che il suo “Libro dell’Ottica”,
probabilmente il più grande
lavoro scientifico mai scritto in Arabo, fu quasi totalmente ignorato nel
mondo Arabofono, mentre fu
studiato con grande interesse in Europa. Fu scritto al Cairo, Egitto, ma non
fu studiato all’Università al-
Azhar, vicinissima al luogo in cui Alhazen visse per molti anni. Ibn
al-Nafis al Cairo descrisse la
circolazione polmonare del sangue nel tredicesimo secolo, ma la sua scoperta
passò inosservata
nonostante il fatto che visse e operò in una delle più grandi città del
mondo islamico.
Anche se al-Azhar fu un centro di educazione del mondo islamico, fu un
centro di studi religiosi e di
legge islamica (shariah) e non un centro di studi laici e scientifici.
Invece, la filosofia naturale Greca e
gli studi laici furono insegnati nelle Università Europee medioevali, oltre
agli argomenti religiosi,
ragion per cui l’ottica fu studiata dagli intellettuali delle Università
Europee. Il grande storico della
scienza, Edward Grant, lo spiega nel suo libro “Scienza e Religione”
(http://www.jihadwatch.org/dhimmiwatch/ archives/022433.php).
Mentre le persone con una educazione universitaria erano una frazione
minuscola della popolazione
Europea, la loro influenza cumulativa non deve essere sottovalutata. Un
numero impressionante dei
principali scienziati dell’Europa moderna degli inizi, da Copernico a
Galileo e Newton, studiarono in
queste istituzioni. Benché la Rivoluzione Scientifica sia iniziata nel
diciassettesimo secolo con l’uso
sistematico del metodo sperimentale, e una rivalutazione più critica del
sapere degli antichi,
esemplificato da personalità come Galileo, la base istituzionale iniziale
per questi sviluppi fu posta dai
filosofi naturali delle Università del Medio Evo.
Fuori dell’Europa, prima dell’Evo Moderno, ho visto solo pochissime
istituzioni che avrei potuto
definire come “Università” di tipo Occidentale. Una delle candidate migliori
fu il Grande Monastero di
Nalanda in India, che era un’istituzione Buddista.
Non fu costruito dai musulmani, ma fu distrutto da loro, così come furono
distrutti da loro innumerevoli tesori culturali in India e in Asia Centrale.

Al- Azhar fu creata nel decimo secolo DC ed è spesso acclamata come una
delle più antiche “Università” del
mondo. Eppure, all’inizio del ventesimo secolo, lo scrittore Egiziano cieco,
Taha Husayn, si lamentava
della totale mancanza di spirito critico all’interno di questa istituzione:
“I quattro anni trascorsi [ad al-Azhar] mi sembrarono come quaranta, per
quanto furono assolutamente noiosi …
Fu una vita di costanti ripetizioni, senza mai una cosa nuova, da quando
iniziarono gli studi fino a quando finirono. Dopo la preghiera dell’alba,
c’era lo studio del “Tawhid”, la dottrina dell’unicità [di Allah]; poi il
“fiqh”, o giurisprudenza, dopo che il sole era sorto; poi, nel primo
pomeriggio, lo studio della grammatica Araba, dopo un pasto scipito; poi
ancora più grammatica in attesa della preghiera del tardo pomeriggio. Dopo
ciò
finalmente, ma con riluttanza, una breve ricreazione, e poi, ancora, un
altro briciolo di cattivo cibo finché, dopo la preghiera serale, andavo alla
lezione di logica, tenuta da uno sceicco o da qualcun altro. Durante questi
anni di studio, si trattò esclusivamente di ascoltare parole ripetute senza
sosta e vecchi discorsi che non eccitavano alcuna corda nel mio cuore né
stimolavano alcun gusto per il mio appetito. Non c’era alcun nutrimento per
l’intelletto, nessun nuova conoscenza da aggiungere al proprio bagaglio”.

Taha Husayn era il tipo di intellettuale che non trovava assolutamente
spazio per una ricerca libera in
questa eminente “madrasa” islamica. Si iscrisse allora alla Università del
Cairo, istituzione laica,
fondata nel 1908 sul modello delle Università Europee, e continuò la sua
educazione alla Sorbona a
Parigi. Benché meglio conosciuto all’estero per la sua autobiografia
“Al-Ayyam” (I Giorni), scatenò una
diatriba in Egitto, sostenendo che alcuni passi del Corano non avrebbero
dovuto essere interpretati in
modo letterale e affermando che alcune poesie pre-islamiche erano state
falsificate per dare credibilità
alla tradizionale storia islamica. Per questo fu accusato di eresia. Fosse
vissuto nella più aggressiva
atmosfera di qualche generazione successiva, avrebbe potuto essere
facilmente ammazzato.
Lo scrittore Egiziano Naguib Mahfouz fu pugnalato al collo e quasi ucciso da
musulmani infuriati nel 1994.
I testi Greci che furono tradotti in Arabo furono solitamente copiati da
manoscritti di Cristiani Bizantini
di lingua Greca. Come scrive Timothy Gregory (
http://www.jihadwatch.org/dhimmiwatch/archives/019529.php)
nella sua “Una Storia di Bisanzio”:
“Si sottolinea spesso che gli Arabi utilizzarono gli scritti e le idee dei
filosofi, dei matematici e
degli scienziati Greci, e che giocarono un ruolo fondamentale nella
trasmissione di questo
sapere all’Occidente del Medio Evo (nel dodicesimo secolo). Quello che
spesso non viene
riconosciuto è che, per gli Arabi, questi libri erano ‘Bizantini’ e che
questi libri provenivano
dalle biblioteche Bizantine, dove i manoscritti erano stati conservati,
copiati e tradotti in
Arabo, come importante fondamento per la conservazione della loro propria
scienza e cultura”.
I musulmani rifiutarono la maggior parte dell’eredità Romana e molti aspetti
di quella Greca, dal vino,
la scultura, le arti pittoriche fino al teatro;
l’unico aspetto della civiltà Greco-Romana che fu più conciliabile con la
civiltà islamica rispetto a quella Cristiana fu la schiavitù. L’ho
ampiamente spiegato nel mio saggio
“Perché i Cristiani Accettarono la Filosofia Naturale Greca, Ma i Musulmani
No”
(http://www.brusselsjournal.com/node/3934).
In medicina abbiamo il fenomeno del “rigetto del trapianto”, che compare
quando un organo è
trapiantato in un altro corpo e il sistema immunitario di quel corpo lo
respinge come una intrusione
aliena. Questa è una utile analogia da ricordare quando si esamina il modo
con cui musulmani e
Cristiani trattarono la filosofia naturale Greca durante il Medio Evo.
I musulmani accettarono l’eredità Greca, ma solo in parte, e, alla fine,
anche questa piccola accettazione fu rifiutata da teologi come al- Ghazali.
Il sistema immunitario della cultura islamica considerò le idee filosofiche
dei Greci come un elemento estraneo nel suo corpo, le combatté e alla fine
le espulse.
Al contrario, per la cultura Cristiana, l’eredità filosofica dei Greci non
costituì qualcosa di estraneo.
I Cristiani non accettarono come valida tutta l’eredità culturale dei Greci,
ma in gran parte non ritennero di per sé alieni ed ostili la logica dei
Greci, il loro modo di pensare e le loro definizioni filosofiche.
Potremmo dire che il Cristianesimo fu un rampollo dell’Ebraismo, battezzato
con acqua infarcita di locuzioni filosofiche Greche e cresciuto in un
ambiente Greco-Romano.
Questa nuova sintesi fu personificata da San Paolo, un Ebreo di lingua
Greca,
seguace degli insegnamenti di Gesù di Nazareth e cittadino Romano.
Lo scrittore Francese Rémi Brague
(
http://gatesofvienna.blogspot.com/2008/02/west-japan-and-cultural-secondarity.html)

ritiene che particolarmente ai musulmani sia di solito mancato l’istinto
Europeo di autocritica e di
apprezzamento dell’Altro. Essi, o meglio, i non-musulmani sotto il loro
dominio, tradussero in Arabo i
lavori scientifici dal Greco e da poche altre lingue, ma non si
preoccuparono di conservare gli originali.
Questo rese impossibile nel mondo islamico il “Rinascimento”, cioè l’atto di
ritornare alle sorgenti
iniziali e di reinterpretarle. E questo rese anche impossibile l’emersione
di qualcosa lontanamente
simile alla scienza linguistica dell’Europa moderna.
Gli studiosi Europei, non solo tradussero i testi dal Greco, e poi anche dal
Persiano e dal Sanscrito; ma
procedettero ad esplorare e a spiegare in primo luogo come queste lingue si
formarono, cosa molto oltre
ciò che mai alcuno studioso musulmano neppure lontanamente concepì di
intraprendere.
Il Greco condivide una storia comune col Persiano e il Sanscrito: sono tutte
lingue Indo-Europee, come l’Inglese
e il Tedesco. La famiglia Indo-Europea
(http://atlasshrugs2000.typepad.com/atlas_shrugs/2008/11/fjordman-essay.html)
è la più grande e la più influente famiglia linguistica della storia umana e
risale indietro nel tempo fino ad una ipotetica singola lingua
Proto-Indo-Europea che dovrebbe essere esistita migliaia di anni fa.
Tra il 1600 e il 1200 AC si possono trovare carri trainati da cavalli in uso
in tutta l’Eurasia, dalle regioni
di confine della Cina della Dinastia Shang, attraverso Egitto ed Anatolia
fino al Nord Europa.
Ciò corrisponde al periodo degli antichi Veda e alla comparsa del Sanscrito
Vedico in India.
I popoli di lingua Proto-Indo-Europea giocarono un ruolo vitale nella
diffusione dei veicoli a ruota.
La lingua Proto-Indo-Europea (PIE), che è stata ricostruita da eminenti
linguisti Europei ed Occidentali negli
ultimi due secoli, contiene parole di un complesso di tecnologie che
probabilmente non esistevano
prima del 4000 AC, forse neppure prima del 3500 AC. PIE quindi, con ogni
probabilità era una lingua
viva nel quarto millennio AC.
E’ probabile che una molto precoce forma di PIE esistesse anche prima del
4000 AC e una forma
tardiva appena dopo il 3000 AC. Prima del 3000 AC, la PIE cominciò ad
espandersi rapidamente e
geograficamente, probabilmente aiutata dalle prime forme di veicoli a ruota
e gradualmente si
frantumò in ciò che poi sarebbero diventate le differenti branche
Indo-Europee. Gli studiosi J.P.
Mallory e D.Q. Adams ci raccontano tutta la storia nel loro “The Oxford
Introduction to Proto-Indo-
European” e “The Proto-Indo-European World”:
“Esistono testimonianze di gruppi Indo-Europei diversi dal 2000 AC. Pertanto
si potrebbe
stabilire una data teorica circa del 4500-2500 AC per il Proto-Indo-Europeo.
Il linguista
noterà che le date ipotizzate con questo metodo per l’esistenza del
Proto-Indo-Europeo sono
congruenti con quelle stabilite mediante la ‘stima informata’ dei linguisti.
Le due tecniche di
datazione, linguistica e d archeologica, sono per lo meno indipendenti e
congruenti tra loro.
Se si riesaminano le discussioni sulle date in cui emersero i vari gruppi
Indo-Europei,
riscontriamo un fenomeno interessante anche se, in certo qual modo, strano.
Dal 2000 AC
abbiamo tracce dell’Anatolico, per cui i linguisti ritengono di stabilire
l’emergenza del Proto-
Anatolico al 2500 AC o considerevolmente prima. Abbiamo già differenziato
l’Indo-Ariano
mediante il trattato di Mitanni del 1500 AC così un indifferenziato
Proto-Indo-Iraniano
dovrebbe essere antecedente, ed essere datato nell’ordine del 2500-2000 AC,
come è stato
spesso suggerito. Il Greco Miceneo, la lingua delle tavolette Lineari B, è
noto dal 1300 AC, se
non da prima, ed è abbastanza diverso dai suoi contemporanei dell’età del
Bronzo (Indo-
Iraniano o Anatolico) e dal PIE ricostruito, da consentire a un linguista di
supporre una data
di circa il 2000 AC o precedente per lo stesso Proto-Greco”.
Prima dell’islàm, il Greco era ancora una delle più diffuse lingue del
Mediterraneo Orientale e oltre,
inclusa l’Anatolia o Asia Minore, attualmente occupata da musulmani di
lingua Turca e chiamata
“Turchia”. I musulmani hanno passato 1400 anni spazzando via
(http://www.brusselsjournal.com/node/3854) le comunità di lingua Greca da
tutta la regione,
un processo continuato fino al ventunesimo secolo nell’isola di Cipro,
eppure adesso pretendono il merito “di aver preservato l’eredità culturale
Greca”.
Quando i Turchi Ottomani gradualmente conquistarono il cuore della terra
Greca, i Balcani e il Vicino
Oriente, non mostrarono alcun interesse per lo studio della cultura e della
storia dei loro nuovi sudditi.
Come scrive Bruce G. Trigger in “Una Storia del Pensiero Archeologico” (
http://www.amazon.com/History-
Archaeological-Thought-Bruce-Trigger/dp/0521840767/), seconda edizione:
“Tuttavia, un lavoro archeologico serio non cominciò in Grecia fino a dopo
l’indipendenza del paese dalla Turchia, all’inizio del diciannovesimo
secolo”.
Ibn Warraq, nel suo ben documentato libro “Defending the West”
(http://
search.barnesandnoble.com/Defending-the-West/Ibn-Warraq/e/9781591024842),
spiega perché l’archeologia fu inventata dagli Europei nel periodo
post-Illuministico.
I musulmani, a dispetto del fatto che controllassero le culle delle più
antiche civiltà del pianeta, furono indifferenti o attivamente ostili alle
loro vestigia.
Austen Henry Layard, che operò in Mesopotamia (Iraq) a metà del
diciannovesimo secolo, racconta la
storia di Claudius Rich, un pioniere nel campo dell’archeologia e Residente
Britannico a Baghdad:
“Rich seppe dagli abitanti di Mosul che, un po’ di tempo prima della sua
visita, una scultura
rappresentante varie forme di uomini e animali era stata estratta da una
collinetta parte del
più grande comprensorio. Lo strano oggetto era stato causa di meraviglia
generale e tutta la
popolazione era uscita dalle mura per osservarlo. Poiché gli ulema [i saggi
religiosi] avevano
ripetutamente affermato che queste immagini erano idoli degli infedeli, i
maomettani, come
discepoli ubbidienti, le avevano distrutte così completamente che il Sig.
Rich non fu in grado
di recuperarne neppure un frammento”.
Dopo la breve spedizione Napoleonica in Egitto all’inizio del 1800, nel
diciannovesimo secolo iniziò in
Europa una nuova mania per l’antico Egitto. Ciò prese i musulmani del luogo
completamente di
sorpresa, poiché non riuscivano a capire perché qualcuno dovesse essere
interessato a pietre senza
valore degli infedeli. Il libro riccamente illustrato “Egyptian Treasures
from the Egyptian Museum in
Cairo” (http://www.amazon.com/Egyptian-Treasures-Museum-Cairo/dp/0810932768)
lo spiega in dettaglio: “All’inizio gli Egiziani non conoscevano le
motivazioni alla base dell’interesse degli Occidentali per ciò che per loro
erano soltanto pietre che emergevano dal terreno. Poi cominciò a
circolare una diceria secondo cui queste pietre contenevano indicibili
tesori.
Gli abitanti dei villaggi vicini ai siti archeologici cominciarono a colpire
statue, tombe e templi nella speranza
di estrarre gioielli e oggetti preziosi. Presto, tuttavia, gli Egiziani
cominciarono a capire che
gli stranieri erano interessati proprio alle pietre piuttosto alle cose che
si favoleggiava
contenessero. Per quanto non avessero alcuna attrazione per pezzi di roccia
scolpita,
diventarono esperti nella ricerca e nella scoperta delle antichità.
Quando non avevano abbastanza reperti autentici non provavano alcuna
esitazione nel produrre delle copie, così ben fatte da ingannare anche gli
Egittologi del tempo”.
La spedizione Francese del 1798-1801 potò in Egitto molti studiosi per
catalogare gli antichi
monumenti, fondando così la moderna Egittologia. La Stele di Rosetta,
scritta in tre lingue, scoperta nel
1799, fu impiegata dal grande filologo Francese, Jean-François Champollion,
per decifrare i geroglifici
Egiziani nel 1822. Per riuscire, utilizzò il linguaggio Copto. I musulmani
Arabi e Turchi ebbero il
controllo dell’Egitto per più di mille anni, eppure non pare che siano mai
riusciti a decifrare i
geroglifici, né mostrarono alcun interesse a farlo. Gli Europei lo fecero
nello spazio di una sola
generazione dopo essere riapparsi in forze in Egitto, e lo fecero con
l’aiuto della lingua liturgica dei
Copti, i Cristiani Egiziani, un diretto legame con l’antico Egitto che gli
invasori Arabi non erano riusciti
ad eliminare completamente.
Lo studioso Francese Auguste Mariette durante un soggiorno in Egitto si
convinse che il paese
necessitava di una legislazione più efficace per la conservazione dei suoi
monumenti. Egli fu il
responsabile della costruzione del Servizio Egiziano delle Antichità e della
fondazione del primo Museo
Egiziano al Cairo. Fu sepolto nel giardino prospiciente questo museo e i
suoi resti riposano in un
sarcofago di pietra che somiglia a quelli dell’antico Egitto.
Non è una coincidenza che il mondo islamico sia stato spesso molto lento ad
adottare le invenzioni
culturali del mondo esterno. I musulmani, al meglio, tendono ad essere
indifferenti verso le culture non
musulmane, passate o presenti, al peggio, sono attivamente ostili. Al Cairo,
nel 2006, un attacco contro
le statue di un museo da parte di una donna velata al grido di “Infedeli,
infedeli!” (http://www.jihadwatch.org/
dhimmiwatch/archives/011889.php) lasciò il mondo esterno esterrefatto.
Questa donna era stata ispirata dal Gran Mufti Egiziano, Ali Gomaa, che citò
un detto di Maometto che gli scultori avrebbero ricevuto il castigo
più duro nel giorno del giudizio.
Secondo il molto influente studioso Egiziano Yusuf al-Qaradawi, sul suo sito
“Islàm online”
(
http://www.islamonline.net/servlet/Satellite?pagename=IslamOnline-English-Ask_Scholar/FatwaE/
FatwaE&cid=1119503545880):
“l’islàm proibisce statue e figure tridimensionali di creature viventi”
eccetto le bambole per i bambini.
“Pertanto, le statue degli antichi Egizi sono proibite”.
Gli immensi Buddha di Bamiyan, in Afganistan, furono demoliti nel 2001, con
l’aiuto di ingegneri
Pachistani e Sauditi, dal regime dei Talebani che dichiarò che avrebbe
distrutto ogni immagine che
riteneva “offensiva per l’islàm”.
Si sarebbe tentati di concludere che l’unica ragione per cui le famose
Piramidi dell’Egitto sono sopravvissute fino ad oggi è solo perché erano
così enormi che i musulmani conclusero che distruggerle fosse troppo
complicato, troppo costoso e troppo lungo.
Altrimenti potrebbero aver fatto la stessa fine di innumerevoli templi Indù
in India, statue Buddhiste in Asia
Centrale e luoghi di culto Cristiani o Ebrei dall’Indonesia al Kosovo.
In effetti, la più piccola delle tre Piramidi di Giza, appena fuori dalla
moderna città del Cairo, subì evidenti danni a causa del tentativo di un
governatore musulmano medioevale di demolire questo monumento degli
infedeli.

Il Presidente degli Stati Uniti, barak Obama, pretende che “lungo tutto il
corso della storia, l’islàm ha
dimostrato con parole e fatti le potenzialità della tolleranza religiosa e
dell’uguaglianza tra le razze”.
In realtà, è molto difficile trovare tali esempi in qualsiasi regione del
mondo con una presenza islamica
significativa. Le dottrine islamiche stabiliscono chiaramente che i
musulmani non possono considerare
i non-musulmani come loro pari; anzi, devono muovere guerra contro di loro
fino a quando si
convertono o si sottomettono.
Su questo argomento, raccomando al Sig. Obama la lettura della grande opera
della studiosa Bat Ye’or. L’eminente storico dell’India dei Mogul, Sir
Jadunath Sarkar, così scrisse circa la “dhimmitudine”, l’umiliante sistema
di segregazione imposto ai non musulmani sotto il dominio dell’islàm:
“La conversione all’islàm di intere popolazioni e la soppressione di ogni
forma di opposizione è
l’ideale per lo Stato musulmano.
Tollerare la presenza di qualche infedele nella comunità, è un male
necessario, ma solo per un periodo transitorio.
Un non-musulmano, pertanto, non può essere un cittadino dello Stato; egli è
un membro di una classe oppressa, il suo stato è una forma modificata di
schiavitù.
Vive vincolato a un contratto (dhimma) con lo Stato… In breve, la
continuazione della sua esistenza nello Stato, dopo la conquista del suo
Paese da parte dei musulmani, è subordinata all’utilità della sua persona e
delle sue proprietà alla causa dell’islàm”.
Questa “modificata forma di schiavitù” è spesso applaudita oggi come
l’apice della “tolleranza”.
Ma se i mezzi schiavi si ribellano contro il sistema e pretendono
uguaglianza di diritti e autodeterminazione, il
jihad ricomincia. Ciò accadde con i Greci, i Serbi, i Bulgari ed altri
“dhimmi” Cristiani sudditi dell’impero Ottomano, che furono repressi con
massacri culminati col genocidio degli Armeni, compiuto dai musulmani
Turchi e Curdi all’inizio del ventesimo secolo.
Anche in quelle regioni che non furono sotto la diretta dominazione
islamica, le continue scorrerie della
jihad sconvolsero le normali comunicazioni tra gran parte delle regioni
Europee e l’Impero Bizantino,
dove i testi Classici erano ancora conservati.
Come lo storico Ibn Khaldun dichiarò orgogliosamente all’inizio del Medio
Evo: “I Cristiani non possono più far galleggiare in mare neppure un asse”.
Il Dr. Mahatir, il Primo Ministro uscente della Malesia, durante un vertice
dell’OIC (Organizzazione della Conferenza Islamica), nel 2003, si augurò il
ritorno dei giorni gloriosi in cui “gli Europei dovevano inginocchiarsi ai
piedi dei saggi musulmani per avere accesso alla loro propria eredità
scientifica”.
La pirateria jihadista, la schiavitù e gli attacchi ai paesi Europei furono
una minaccia costante dal
settimo secolo fino agli Stati Barbareschi (
http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_barbareschi) del Nord Africa nel
diciannovesimo secolo. Qualcuno potrebbe sostenere che questa situazione sta
riemergendo oggi.
L’ho spiegato nei miei saggi online “Europei come vittime del Colonialismo”
(http://gatesofvienna.blogspot.com/2009/05/europeans-as-victims-of-colonialism.html)
e “Quattordici Secoli di Guerra contro la Civiltà Europea”
(http://
gatesofvienna.blogspot.com/2008/09/fourteen-centuries-of-war-against.html),
inclusi nel mio libro “Defeating Eurabia” (
http://www.lulu.com/content/4730263).
Paul Fregosi nel suo libro “Jihad in Occidente: Conquiste musulmane dal 7°
al 21° Secolo”
(http://
www.amazon.com/Jihad-West-Muslim-Conquests-Centuries/dp/1573922471/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1250512238&sr=8-1)

definisce la jihad: “il maggior evento più dimenticato e trascurato della
storia.
In realtà, è stato largamente ignorato” benché sia stato un normale fatto
della vita in Europa, Asia ed Africa per almeno 1400 anni.
Come dice Fregosi: “il colonialismo Occidentale delle vicine terre musulmane
durò 130
anni, dal 1830 fin verso il 1960. Il colonialismo musulmano delle vicine
terre Europee durò 1300
anni, dal 600 a circa il 1960. Eppure, stranamente, sono i musulmani ad
essere più risentiti contro il
colonialismo e l’umiliazione a cui sono stati costretti; e sono gli Europei
che si umiliano per la
vergogna e la colpa. Ma dovrebbe essere esattamente il contrario”.

Se esaminiamo nel suo complesso il periodo successivo a quello Romano,
emerge un quadro in cui, per
la maggior parte del tempo, l’Europa era assediata da stranieri ostili,
eppure, contro ogni pronostico,
ebbe successo.
Già prima del 1300 DC, gli Europei avevano creato una rete di Università,
una istituzione che non ebbe l’eguale in nessun altro luogo, e aveva
inventato l’orologio meccanico e gli occhiali da vista.
E’ facile sottovalutare l’importanza di questo fatto, ma la capacità di
eseguire misure accurate dei fenomeni naturali fu di importanza vitale
durante la Rivoluzione Scientifica e la Rivoluzione Industriale.
La fabbricazione degli occhiali condusse indirettamente a sviluppare i
microscopi e i telescopi,
aprendo le porte alla moderna medicina e alla moderna astronomia.
La rete di Università facilitò la diffusione delle informazioni, favorì la
discussione e servì da incubatrice per molti
ulteriori progressi scientifici.
Tutti questi progressi furono realizzati secoli prima che iniziasse il
colonialismo Europeo, anzi, in un periodo in cui l’Europa stessa era ancora
vittima del colonialismo, di cui era già stata vittima per moltissimo tempo.

Parti della Spagna erano ancora sotto il giogo islamico, una jihad
aggressiva era condotta dai Turchi contro i resti delle terre Bizantine e le
coste di Francia e Italia fino alla Russia, erano state soggette per secoli
alle razzie islamiche.
E’ ben vero che il traffico transatlantico di schiavi è un capitolo nero
della storia Occidentale, ma uno dei motivi che consentì di iniziare questo
traffico è che poté connettersi al grande e ben consolidato traffico
islamico di schiavi in questa regione.
Fin dai tempi dell’antico Egitto, la schiavitù era una componente importante
del commercio dell’Africa con gli altri continenti. Eppure, secondo Robert
O. Collins e James M. Burns nel loro libro: “Una Storia dell’Africa
Sub-Sahariana” (http://www.amazon.com/History-Sub-Saharan-Africa-Robert-Collins/dp/052168708X):
“L’avvento dell’era islamica coincise con un rapido incremento del traffico
Africano di schiavi”.
L’espansione del traffico di schiavi fu la risposta all’aumento della
domanda nei mercati del Nord Africa:
“La giustificazione morale per la riduzione in schiavitù da parte dei
musulmani degli Africani a Sud del Sahara era basata sul fatto che erano
‘infedeli’ (kafirin) che praticavano le loro religioni tradizionali con
molti dei, e non veneravano l’unico Dio dell’islàm. La necessità di schiavi,
sia acquisiti con mezzi violenti o mediante scambi commerciali, ridiede
vitalità all’antico ma sonnolento commercio trans-Sahariano che diventò il
maggior fornitore di
schiavi per il Nord Africa e la Spagna Islamica.
Il primo resoconto musulmano di schiavi che attraversano il Sahara, dal
Fezzan, nel Sud della Libia, a Tripoli, sulla costa del Mediterraneo, fu
scritto nel settimo secolo, ma dal nono al diciannovesimo secolo, c’è una
moltitudine di rapporti di razzie militari negli Stati del Sahel, noti in
Nord Africa come bilad as-sudan (terra dei neri), di Africani pagani, che
venivano venduti a mercanti musulmani e marciavano attraverso il deserto,
costituendo una delle mercanzie più redditizie della loro complessa rete
commerciale.
Alla fine del decimo secolo c’era un continuo flusso di schiavi catturati
nei regni del Sudan Occidentale e nel il bacino del Chad, che attraversavano
il Sahara. Molti morivano lungo la via, ma i sopravvissuti garantivano un
ingente guadagno negli animati mercati di Sijilmasa, Tripoli, e il Cairo”.
Contrariamente all’Occidente, non ci fu mai un movimento abolizionista
musulmano, dato che la schiavitù è consentita dalla shariah, la legge
religiosa islamica, e rimane lecita anche oggi.
Quando la pratica della schiavitù fu finalmente abolita in gran parte del
mondo islamico, questo fu solo causato da pressioni esterne dell’Occidente,
dalla guerra Americana contro i Pirati Barbareschi del Nord Africa musulmano
al potere navale dell’Impero Britannico.
Lungo tutta la storia islamica, la schiavitù fu un fenomeno dato per
scontato e durò più a lungo di quanto non fece il traffico di schiavi
Occidentale.
Robert Spencer lo spiega in dettaglio nel suo libro: “Religione di Pace?
Perché il Cristianesimo lo è e
l’Islàm No”
(
http://search.barnesandnoble.com/A-Religion-of-Peace/Robert-R-Spencer/e/9781596985155/):

“Né ci fu un movimento abolizionista musulmano, non un Clarkson, non un
Wilberforce né un
Garrison. Quando la tratta degli schiavi finì, non fu abolita da sforzi
musulmani, ma a causa
delle forze militari Britanniche.
Anche così, ci sono ancora prove che il traffico di schiavi continua sotto
la superficie in alcuni paesi musulmani – in particolare l’Arabia Saudita,
che abolì la schiavitù solo nel 1962, lo Yemen e l’Oman, che abolirono
entrambi la schiavitù legale nel 1970 e il Niger che non la abolì fino al
2004.
Nel Niger il divieto è largamente ignorato e oltre un milione di persone
rimane in schiavitù.
Gli schiavi sono allevati, spesso stuprati, e in generale trattati come
animali.
Ci sono pure casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti.
Un Saudita di nome Homaidan al-Turki fu condannato a 27 anni di prigione nel
Settembre 2006 per aver tenuto una donna come schiava nella sua casa in
Colorado. Da parte sua al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio
anti-islamico”.
Ci sono molti nomi per definire Iran, Iraq, Giordania e Siria. Uno di questi
è “Vicino Oriente”.
Un altro è “Asia Occidentale”, che esclude l’Egitto, un paese con forti
legami storici con questa regione.
Io preferisco il termine “Medio Oriente” perché ricorda che questa regione è
nel mezzo dell’Eurasia.
E’ stata l’unica regione che ha avuto contatti regolari con con tutte le
maggiori civiltà dell’Antichità,
dall’Europa Mediterranea, attraverso l’India, fino all’Asia Orientale.
I Cinesi non ebbero molti rapporti con la matematica e la filosofia naturale
dei Greci, mentre i musulmani erano molto familiari con le loro idee e la
loro geometria.
L’Europa subì gli svantaggi peggiori avendo minimi contatti diretti con
l’Asia del Sud, del Sud-Est e dell’Est, in quanto bloccata dai musulmani.
La favorevole posizione geografica del Medio Oriente è dimostrata dal
precoce accesso alla carta dei Cinesi e al sistema dei numeri Indiani, per
citare solo due delle più importanti invenzioni.
Gli Europei però, alla fine superarono di gran lunga i musulmani nelle
scienze, a dispetto del molto peggiore punto di partenza.
Oltre a ciò, lo Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca e uno dei cinque pilastri
dell’islàm, avrebbe potuto essere una grande opportunità per lo scambio di
informazioni scientifiche e tecniche tra tutte le regioni del Vecchio Mondo.

Ciò avvenne solo saltuariamente; alcune invenzioni furono trasferite in
questo modo all’Africa Occidentale sub-Sahariana. Ma più che altro,
tuttavia, servì a diffondere informazioni su come condurre la jihad contro
gli infedeli o come realizzare la shariah.
I musulmani ebbero una posizione geografica molto favorevole, dominarono su
di un gran numero di
non-musulmani ed ebbero accesso alle conoscenze accumulate dalle più antiche
civiltà del mondo.
La sfida qui non è spiegare perché ci fu una breve esplosione di creatività
nei primi secoli di dominazione islamica; la sfida è spiegare perché questo
non continuò.
La tanto decantata “Età dell’Oro” dell’islàm in realtà non fu che il
crepuscolo delle culture pre-islamiche conquistate, un eco del tempo che fu,
in una regione che fu, ancora per un po’, a maggioranza non musulmana.
Il Maggiore Medio Oriente fu la sede delle più antiche civiltà conosciute di
tutta la terra e la sorgente di
molte delle più importanti invenzioni della storia umana, includendo
l’alfabeto e la scrittura.
Non è certamente una coincidenza che la prima civiltà del sub-continente
Indiano sia sorta nella valle
dell’Indo, nel Nord Ovest, vicino alla Mesopotamia Sumerica, così come non è
una coincidenza che la
civiltà Europea della lingua scritta abbia messo radici in terre
geograficamente prossime all’Egitto e alla
Mezzaluna Fertile: la civiltà Minoica di Creta, più tardi la Grecia e i
Balcani, infine Roma.
Ciò contrasta coi tempi odierni, in cui i Balcani sono il punto caldo numero
uno dell’Europa.
Lo stesso vale per la sede della prima civiltà Indiana, in Pakistan e
Kashmir.
Ho recentemente riletto il best-seller del biologo evoluzionista Americano
Jared Diamond: “Guns,
Germs, and Steel”. Ciò che mi ha colpito è come Diamond, occupandosi
particolarmente di geografia e
malattie, sia incapace di spiegare l’ascesa dell’Occidente e specialmente
perché l’Inglese, e non
l’Arabo, il Cinese, il Sanscrito o il Maya, sia diventato la lingua franca
del mondo.
La sua pecca maggiore è l’incapacità di spiegare perché il Medio Oriente,
dopo essere stato il centro della civiltà
globale, è finito col diventare quel centro di anti-civiltà globale che è
oggi.
Ciò non fu causato dal morbillo o dal fatto che le zebre si addomesticano
con più difficoltà dei bufali d’acqua; ciò fu provocato dall’islàm, che
rimane la causa più importante dell’arretratezza di questa regione.

21/8/09 – Benedetto XVI e il nazismo

giovedì, 20 agosto 2009

La battuta “eu nao creio”, pronunciata dal protagonista prima di sprofondare nelle acque del lago, fu ridoppiata e sostituita con “Deus, Deus… è a verdade”, su suggerimento amichevole del censore (dal Dizionario dei film di Mereghetti, Baldini Castoldi Dalai editore, voce dedicata al film brasiliano Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere)

Secondo Benedetto XVI la Shoah è responsabilità di un manipolo di atei e non dei nazisti. La convinzione del papa potrebbe essere liquidata sbrigativamente con l’affermazione che il papa è un teologo confuso che a parole condanna l’antisemitismo ma riaccoglie nella sua Chiesa il vescovo negazionista Williamson accettandone le condizioni. Probabilmente il papa vuole minimizzare le responsabilità del nazismo al quale aderì militando nella hitlerjugend (da giovane naturalmente, ma non tutti i giovani aderirono). E della Chiesa cattolica di cui oggi è il massimo rappresentante.
La ricerca storica ha evidenziato come in Germania l’opinione pubblica fosse al corrente di quel che stesse succedendo. Forse in molti non condividevano il progetto dello sterminio degli ebrei europei, ma erano al corrente dei massacri e accettavano, come del resto in gran parte dell’Italia cattolica, che gli ebrei sparissero pian piano dalla vita sociale. Le affermazioni di Benedetto XVI creano imbarazzo soprattutto alla Germania che sta faticosamente seguendo un percorso di rilettura della propria storia, analizzando le effettive responsabilità del popolo tedesco. Basta per questo ricordare le forti reazioni del cancelliere Angela Merkel e di parte della Chiesa cattolica tedesca per il rientro del vescovo Williamson nell’alveo della Chiesa cattolica.
Attribuire la responsabilità della Shoah a una nazione nichilista è un modo facile per buttare sbrigativamente nella spazzatura gli orrori del nazismo, nato in una Europa cristiana (e osservato da una Italia cattolica).
Poche le reazioni di sostegno nei confronti degli atei, così attenti alla figura di Dio seppure per negarlo, vigliaccamente accusati dal teocrate vaticano.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

http://www.nessundio.net/blog/2009/05/17/1674/intervista Di Segnihttp://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=N40N3

http://www.ibs.it/code/9788804442417/goldhagen-daniel-j-/volenterosi-carnefici-hitler.htmlhttp://www.uaar.it/news/2009/08/10/nuovo-sondaggio-sul-sito-uaar-77/

Cazzari divini.

venerdì, 14 agosto 2009

Un teologo noto ai più solo perchè contesta le cazzate teologiche pontificie con le sue personali cazzate, si associa al sommo (maddechè ?) pontefice nell’attaccare l’ateismo, persino nella sua formulazione soft, accreditata con la definizione di “umanesimo ateo”. Giova ricordare che la definizione corretta di “teologia” è “scienza (?) del nulla fondata sulle favole”. Ma questo non impedisce a chi della teologia fa un mestiere di continuare a emettere giudizi e a sputare sentenze contro chi non crede alle loro immaginarie entità soprannaturali. Entità che peraltro gratificano di spirituali orgasmi i mestieranti del ramo che, quando sono affetti anche da turbe mentali (cosa che spesso li porta a essere santificati), si trasformano in veri e propri orgasmi fisici. Ora il sullodato teologo, al secolo Vito Mancuso, si è esercitato in antitesi ad Adriano Sofri nell’accademica separazione/condivisione dell’attaco di Ratzinger alla libertà di pensiero che in altri tempi avrebbe immediatamente riacceso i roghi sotto il culo di eretici ed atei. Ma per nostra fortuna, di noi atei intendiamo, il Mancuso riconosce almeno che alcuni atei sono buoni. Forse quelli che dietro l’esempio di Giuliano Ferrara e Marcello Pera, con Massimo Cacciari in lista di attesa, stanno costituendo le truppe pontificie di complemento degli “atei devoti”.

Da La Repubblica LEGGI

Il Sindacato del papa si chiama “Divina Provvidenza”…

lunedì, 20 luglio 2009

… e sistemerà tutti i disoccupati. Lo ha reso noto ieri Ratzinger in persona. A migliaia vorrebbero iscriversi, ma per il momento non esiste nè il modulo di iscrizione e nemmeno un telefono a cui rivolgersi. Qualcuno prova accendendo moccoli, altri inviando moccoli (d’altro genere) all’indirizzo del papa.

Qui la fonte della notizia sul Corriere della Sera LEGGI

Il Giornale e le bufale.

martedì, 30 giugno 2009

Fra i tanti commenti entusiastici che danno per certo il ritrovamento dei resti di Paolo, il fantasioso ebreo che si inventò la figura del Cristo sulla base delle leggende fiorite intorno a uno o più terroristi nazirei giustiziati dai romani, si distingue soprattutto il Giornale di Berlusconi. Leggendo questo articolo vale la pena di fare il confronto tra l’apodittica certezza espressa dal giornalista sulla reale presenza di Paolo (e anche di Pietro) a Roma e le parole molto più misurate dello stesso papa Paolo VI che, per esempio, pur nell’entusiasmo del presunto ritrovamento delle ossa di Pietro nel 1968, non dette per certa e certificata la sua reale presenza a Roma. Del resto gli storici più avvertiti di provata fede cattolica, a proposito di quella presenza, parlano solo e sempre di “tradizione” e non già di certezze storiche conclamate e da tutti accettate. E non già di certezze storiche conclamate ed accettate. Infatti di Pietro dai testi canonici (e solo negli Atti degli Apostoli) si sa solo che “dopo Antiochia si recò in altri luoghi”. Mentre di Paolo, che nelle sue Lettere non fa mai il minimo accenno alla presenza di Pietro a Roma, non è nemmeno accertata la morte per decapitazione. Almeno fino a quando le ossa a lui attribuite non riveleranno i segni del decollamento. E se quei segni non ci fossero dovranno inventarsi qualche altra bufala per continuare a spacciare il presunto martirio del grande inventore del cristianesimo.

Qui la fonte della notizia da il Giornale LEGGI

28/06/08 – The Pope in Red, l’Anno Paolino e un trono per due.

venerdì, 26 giugno 2009

Ieri pomeriggio, per la gioia dei telespettatori italiani orfani di Michele Cocuzza, Rai Uno ha trasmesso in diretta l’inaugurazione dell’ Anno Paolino dalla Basilica di San Paolo in Roma. Con una star assoluta, Benedetto XVI, e una guest star, Bartolomeo I arcivescovo di Costantinopoli. Spettacolare reality religioso iniziato con una solenne processione che, dopo il periplo del quadriportico, entra poi in Basilica fra gli sguardi ammirati di prestigiosi spettatori fra i quali la telecamera coglie un sindaco Alemanno sbadigliante a ganasce spalancate, per la gioia di Blob e Striscia la Notizia. Ma naturalmente tutta l’attenzione è rivolta ai due protagonisti del reality. Sotto una sfolgorante mitria dorata Benedetto è ammantato e quasi soffocato da una pesantissimo e arabescato mantello in rosso valentino, ma alcune signore esperte giurano che ci sono almeno due gradazioni di nuances in più rispetto al colore amato dal noto stilista. Chiude il mantello sul petto una pesantissima, enorme, aurea borchia ovale da cui emergono prepotenti tre grossi speroni d’oro spiraliformi. La prima impressione è che il costumista vaticano si sia ispirato alla placca ovale fissata sulla fronte del negrone che interpreta Star Gate, popolarissima serie su la 7. Bartolomeo invece ha un mantello apparentemente più modesto ma -sorpresa- è talmente lungo che lo strascico deve essere sorretto da un pope in modestissimo abito nero. 1 a 0 per Bartolomeo, almeno per quanto riguarda il mantello. La star e la guest star procedono appaiate e apparentemente in sorridente e complice armonia, ma quando alla fine arrivano alla meta in fondo alla Basilica, ci accorgiamo che non ci sono due troni gemelli, come sarebbe ovvio vista la celebrazione in condominio. Purtroppo il Trono è uno solo, e accanto ad esso, sulla sinistra di chi guarda, c’è solo uno strapuntino. E allora l’impressione dello spettatore è che le due star accelerino il passo, come se solo la più veloce dovesse vincere la corsa al trono. A questo punto le chiese sorelle, quella di Roma e quella di Costantinopoli, diventano improvvisamente cugine. Più o meno come Elisabetta Tudor e Maria Stuarda. Solo che in questo caso Elisabetta acchiappa il trono e Maria, poverina, per non perdere la testa sul patibolo si deve accontentare dello strapuntino. E là si accuccia. Così impara a venire qua con il mantello a strascico, ‘sta fanatica !