Notizia pescata in una mailing list.
Roma. All’indomani dell’11 settembre 2001, le televisioni di tutto il mondo
trasmisero un video di propaganda di al Qaida. Si vede un drappello di
terroristi che fa irruzione in una casa, marcia sotto lo stendardo nero, si
addestra e spara contro un bersaglio. E’ una croce cristiana. Come quella
piccola, di legno, che portava al collo Ishtiaq Masih. Immaginate di
percorrere in autobus la valle pachistana del Punjab. Vi fermate per una
sosta in una locanda. Ordinate un tè. Poi andate a pagare e il proprietario
nota che portate la croce al collo, perché siete uno dei tanti cristiani
pachistani, come il vescovo anglicano Michael Nazir-Ali. Alcuni scagnozzi
islamici vi dicono che all’ingresso del locale c’era una insegna che
avvertiva: “Qui serviamo soltanto musulmani”. Avete reso “impura” una tazza
da tè riservata ai musulmani. Iniziano a colpirvi con bastoni e sassi,
implorate pietà. Morirete poco dopo per le lesioni. E’ successo a Ishtiaq.
Undici anni fa, in occasione dell’apertura in Vaticano del sinodo dei
vescovi dell’Asia, Joseph Coutts, vescovo pachistano di Hyderabad, pronunciò
parole tragiche sui cristiani orientali: “L’atteggiamento predominante nei
paesi islamici è quello di considerare i cristiani come ‘dhimmi’, traditori.
L’islam non può e non deve essere messo nelle stessa categoria
dell’induismo, del buddismo, dello shintoismo. L’islam è una forza
politico-religiosa con tendenze espansionistiche”. Pochi giorni prima la
relazione di Coutts, il vescovo di Faisalabad John Joseph si era sparato
alle tempie davanti a un tribunale in cui era stato condannato a morte un
cristiano accusato di blasfemia. Oggi, come allora, le ciglia del mondo
libero si sono abbassate sulla tetra sorte dei cristiani nei paesi islamici.
La loro persecuzione sistematica è oggi accompagnata da un silenzio assoluto
e connivente da parte della comunità internazionale, degli attivisti dei
diritti umani, dei mass media e delle organizzazioni non governative. Pochi
giorni dopo che Papa Ratzinger aveva parlato di “stato palestinese”,
militanti islamici deturpavano settanta tombe di cristiani palestinesi.
Accade nel villaggio di Jiffna, non lontano da Ramallah, il regno
dell’Autonomia palestinese di Abu Mazen. La Madonna di Jiffna, vandalizzata
alla testa e alle mani, è il simbolo di quella che Benjamin Sleiman,
arcivescovo cattolico di Baghdad, ha chiamato “l’estinzione della
cristianità in medio oriente”. Dalla Prima Guerra mondiale dieci milioni di
cristiani sono stati costretti a emigrare da tutto il medio oriente. E come
spiega Monsignor Philippe Brizard, direttore generale dell’Oeuvre d’Orient,
la celebre organizzazione francese dedita ai cristiani del medio oriente,
“la radicalizzazione dell’islam è la principale causa dell’esodo cristiano”.
I territori palestinesi un tempo erano al venti per cento cristiani, oggi lo
sono al cinque. Nel 1920 in Turchia vi erano due milioni di cristiani, ne
rimangono solo alcune migliaia. All’inizio del secolo scorso i cristiani
costituivano un terzo della popolazione siriana; oggi meno del dieci per
cento. Nel 1932, i cristiani costituivano il 55 per cento della popolazione
libanese, oggi sono sotto la soglia del 30. In Iran è in corso la fase più
oscurantista dei rapporti fra il cristianesimo e la Rivoluzione islamica, da
quando nel 1979 l’ayatollah Khomeini chiese la chiusura immediata delle
scuole cristiane e concesse a tutti i religiosi stranieri un mese di tempo
per lasciare il paese. Al Parlamento iraniano si dovrà ora votare una legge
che prevede la pena di morte per chi, nato da padre musulmano, decida di
convertirsi. Persino sul frontespizio del “Ketob-e Ta’limate Dini”, il
manuale di religione usato dai cristiani, campeggia ancora la foto di
Khomeini. E’ in corso la pulizia etnica dei popoli indigeni del medio
oriente. La tanto decantata eterogeneità mediorientale si ridurrà alla
piatta monotonia di un’unica religione, l’islam, e a una manciata di idiomi.
Alcune delle vittime trucidate lunedì nello Yemen appartenevano a una
missione evangelica. In un comunicato diffuso a marzo, dopo un attentato
contro un altro gruppo di sudcoreani, i qaedisti avevano spiegato in modo
chiaro la loro posizione: “Portano la corruzione nella nostra terra e
giocano un ruolo pericoloso nella diffusione del cristianesimo”. Intanto
l’International Christian Concern ha reso noto che il corpo di un giovane
cristiano pachistano è stato ritrovato martirizzato in un canale di scolo
del Punjab. Si chiamava Litto e si era innamorato di una giovane musulmana.
I fratelli della ragazza gli avevano imposto di convertirsi all’islam. Litto
si è rifiutato. Lo hanno pugnalato allo stomaco e ai genitali. Intanto a
Karachi, una delle grandi metropoli pachistane, un bambino cristiano di
undici anni, Irfan, veniva giustiziato alle tempie davanti alla chiesa. A
rendere nota la notizia è stato Mario Rodriguez, il direttore delle
Pontificie opere missionarie in Pakistan, che ha lanciato un appello al
mondo: “I talebani si aggirano minacciosi nei quartieri cristiani di Karachi
terrorizzando le donne e invitando la gente a convertirsi all’islam, pena la
morte”. A Quetta una scuola pentecostale è stata chiusa dopo una minaccia di
attentato kamikaze. A Bannu Cantt una storica chiesa intitolata a San
Giorgio è stata attaccata, le Bibbie bruciate, la croce smembrata e l’altare
distrutto. Dopo gli attacchi ai cristiani i guerriglieri se ne vanno
lasciando simili scritte sui muri delle chiese: “Taliban zindabad” (Lunga
vita ai talebani), “Islam zindabad” (Lunga vita all’islam) e “Christians
Islam qabol karo” (Cristiani, convertitevi all’islam”). I non-musulmani
devono pagare una tassa ai talebani se vogliono restare a vivere nelle loro
case. La “jizya” imposta a cristiani, indù e sikh consiste in un versamento
annuale di mille rupie a testa, poco più di otto euro; sono esentati donne,
bambini e handicappati. Tutte i membri delle minoranze devono pagarla per
avere il diritto alla vita, altrimenti sono costretti ad abbandonare le case
e i villaggi in cui vivono da sempre. Si chiama Nermeen Mitry l’ultima
ragazzina copta rapita e convertita a forza all’islam. E’ stata recuperata
il giorno stesso dalla sua famiglia, che aveva lanciato le sue ricerche per
ritrovarla. Nermeen era stata rapita nel villaggio di El Mahalla da un
musulmano, Hossam Hamouda, con la complicità della zia Leila Attia. Un
centinaio di islamici, armati di spade e di bastoni, hanno attaccato i
cinque membri della famiglia della ragazza e hanno lasciato il villaggio
soltanto dopo che i copti erano stati costretti a riconciliarsi con l’autore
del rapimento. “Per ogni colpo che ci davano, cantavano ‘c’è un solo Allah’.
Ci tiravano fuori dall’automobile dicendoci ‘uscite! seguaci della religione
del cane!’”. Due cristiani copti sono stati appena uccisi a Hagaza, sulle
rive del Nilo, mentre tornavano dalla chiesa. Questo accadeva mentre al
Cairo, non lontano dal villaggio copto, Barack Obama pronunciava le sue
altisonanti parole sul rispetto reciproco. E’ dal Cairo che è fuggita nel
1955 Bat Ye’or, in ebraico significa “Figlia del Nilo” ed è l’autrice del
best seller “Eurabia” (Lindau). Per le stesse edizioni è appena tornata in
libreria con il saggio “Il califfato universale”. E’ la cronista della
“dhimmitudine”, la sorte dei non musulmani nell’islam. Oriana Fallaci
riprese nei suoi scritti la parola “Eurabia” e diede a essa una risonanza
mondiale. “Cos’è la dhimmitudine? E perché nessuno ne parla? Sono due
domande per me legate”, dice Bat Ye’or al Foglio. “La dhimmitudine è parte
del jihad, è una condizione teologica, politica e giuridica. L’oppressione e
la persecuzione degli infedeli, compresi ebrei e cristiani, è la giusta
punizione riservata ai ‘kuffar’ (infedeli) che rifiutano di riconoscere la
verità dell’islam. Sono ‘popoli vinti’, vittime del jihad, spossessati della
propria storia, cultura, identità, tradizione, non hanno riferimenti, hanno
perduto la propria storia, come i copti in Egitto. Si sentono inferiori ai
musulmani, vengono cacciati alimentando il sentimento di sottomissione e
inferiorità, diventano umili. E’ un sentimento di vulnerabilità permanente.
Per oltre un millennio, il jihad ha costituito la forza militare e politica
che ha sottomesso e, nella maggior parte dei casi, annientato le civiltà
zoroastriana, cristiana, indù e buddista in Africa, Europa e Asia. Tutti
questi aspetti hanno trasformato questi popoli. Se si va da loro a spiegare
la dhimmitudine, rifiutano questa visione, hanno paura, sono condizionati
alla subalternità. Non si mettono in relazione di eguaglianza ai musulmani.
E’ lecito affermare che la negazione delle sofferenze delle vittime del
jihad e dell’imperialismo islamico è una forma di razzismo che scaraventa i
perseguitati in una umanità di serie B”. Perché non se ne parla? “Perché il
mondo islamico, rappresentato dalla Organizzazione della conferenza
islamica, che è una sorta di califfato moderno, non accetta che si critichi
il jihad, come guerra perfetta, e la dhimmitudine. Perché il jihad, la
sunna, la sharia, tutto l’islam è perfetto, non criticabile. L’umiliazione
dei cristiani e dei dhimmi non può essere criticata. L’occidente ha paura
del califfato e vive alla sua ombra. La dhimmitudine è una storia proibita
in Europa. E così finiamo per essere incapaci di aiutare il mondo islamico
nella critica della politica verso i non musulmani. Siamo noi a obbligare il
mondo islamico a continuare in questa direzione. Non si deve parlare della
dhimmitudine, per anni io stessa sono stata boicottata perché volevo parlare
di questa storia. Ci sono musulmani che mi hanno ringraziato perché ho
raccontato la dhimmitudine. C’è chi, come Obama al Cairo, si pone
nell’atteggiamento verso il mondo islamico non per proteggere i cristiani,
ma per ragioni politiche, economiche, tattiche. Poi ci sono cristiani che
vivono nel mondo islamico, i sopravvissuti del mondo arabo, e che hanno
paura di finire in pericolo perché queste comunità vivono in situazione di
grande vulnerabilità. Prima di pubblicare i miei scritti ho chiesto il
permesso ai miei amici egiziani. Ero pronta a non pubblicarli, sapevo che
avrei potuto metterli in pericolo. Ma mi hanno detto: ‘Se non lo scrivi,
siamo persi’”. Bat Y’or racconta l’attuale clima d’odio e persecuzione.
“L’Egitto conserva la legge che punisce l’apostasia con la morte; i
cristiani convertiti all’islam non possono ritornare al cristianesimo;
coloro che ‘denigrano’ l’islam vengono arrestati; i copti, costantemente
sfiancati, minacciati, umiliati, sono costretti ad abbandonare la loro
antica patria; per costruire e riparare le chiese è necessario un permesso,
che raramente viene concesso; i cristiani vengono spesso attaccati, i loro
negozi saccheggiati e le donne rapite. Gli ebrei originari dell’Egitto, che
tornano da turisti nei luoghi di una presenza ultramillenaria, non sono
neanche autorizzati a fotografare le vestigia della loro storia. La
religione bahái non è riconosciuta e i suoi seguaci sono privati dei loro
diritti. Queste leggi millenarie derivate dalla sharia vengono applicate in
tutti i paesi musulmani in modo più o meno severo. La condizione di
dhimmitudine trasformò popoli liberi e maggioritari nei loro paesi, creatori
delle civiltà più raffinate e potenti della loro epoca, in minoranze
amnesiche di superstiti sottomessi all’umiliazione, all’insicurezza e alla
paura nelle loro patrie islamizzate, infarcite delle rovine della loro
storia. La colonizzazione islamica operò la distruzione di popoli e culture
indigene attraverso conquiste, riduzione degli abitanti in schiavitù,
espulsioni, espropri, massacri, conversioni forzate e dhimmitudine, vale a
dire un insieme di leggi discriminatorie e umilianti non molto dissimili
dall’assoggettamento”. Oggi la dinamica e l’ideologia che diedero impulso a
queste trasformazioni sono ancora attive a tutti i livelli. “Ma pochi
riescono a distinguerle fra i mutamenti attualmente in corso in Europa,
poiché ne ignorano la storia e i meccanismi. Oggi la storia della
dhimmitudine, e cioè l’analisi delle interconnessioni politiche, economiche
e sociali che condussero ineluttabilmente i popoli bersaglio del jihad al
decadimento e alla disgregazione, è una storia proibita in Europa. Questo
occultamento è motivato dal rifiuto degli stati musulmani di riconoscere la
loro storia fatta di imperialismo, colonizzazione, riduzione in schiavitù e
oppressione come hanno fatto gli storici e gli stati europei e statunitensi
rispetto al loro passato. E’ molto importante dunque avere il coraggio di
parlarne, altrimenti saremo noi, il mondo occidentale, i prossimi dhimmi.
Questa sarà la nostra punizione, perché siamo stati insensibili alla
sofferenza dei nostri fratelli. Io credo nella giustizia, se non siamo
generosi verso quella storia di persecuzione, il nostro egoismo verrà
punito”. A Dubai ci sono addirittura duemila cristiani originari di Gaza.
Profughi indegni persino di essere menzionati, come gli ebrei fuggiti in
massa dai paesi arabi. Chi conosce il nome di Rami Ayyad? Era il direttore
dell’unica libreria cristiana di Gaza, legata all’organizzazione protestante
Palestinian Bible society. E’ stato pugnalato a morte. I fratelli lo hanno
dovuto sollevare sopra un carro funebre senza croce che lo portava al
cimitero di san Porfirio. La moglie Pauline ha scritto una lettera
bellissima. Si intitola “Al mio dolce marito, martire Rami Ayyad