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8/1/11 – Kifaya (Basta)

sabato, 8 gennaio 2011

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. E allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.” (Antonio Gramsci, 1891-1937. Fondatore del Partito comunista italiano, 1921)

Arabian Business è una rivista che ogni anno stila una lista dei cento uomini più potenti del Medio Oriente e quest’anno – a sorpresa – c’è il nome di Wael Abbas, un blogger egiziano.

Abdel Kareem Nabil Suleiman, noto con il nome di Wael Abbas,  arrestato il 6 novembre 2006 con l’accusa di avere irriso l’islam e offeso il presidente egiziano Hosni Mubarak, è stato scarcerato nel novembre del 2010. Gli appelli, soprattutto quelli internazionali, hanno contribuito alla scarcerazione anche se, come ha denunciato Reporter senza frontiere, quattro anni hanno lasciato il segno su Abbas. Wael Abbas ha scoperto l’importanza della rete nel 2004 quando decise di conoscere gli attivisti di Kifaya (Basta) movimento di lotta contro il potere di Mubarak, e da quel giorno decise di scrivere tutto quello che vedeva. Impegnato da sempre nella denuncia, Abbas si è presto reso conto che le sue opinioni erano inascoltate e ha capito che doveva riprendere gli eventi e lanciarli nella blogosfera, l’unico luogo dove può avvenire un vero dibattito pluralista.
Prima del 2006 Abbas era stato arrestato un paio di volte per aver postato qualche critica di troppo sugli eccessi religiosi e autoritari nel Paese, oltre ad essere espulso dalla prestigiosa università di Alessandria dove frequentava la facoltà di legge inseguendo il sogno di diventare avvocato dei diritti umani. L’arresto del 2006 invece è stato determinato da un filmato particolarmente crudo di un fatto che sconvolse il Cairo. Era la fine del Ramadan e una folla di uomini stava aspettando di vedere Dina, una famosa ballerina di danza del ventre, che si esibiva in occasione dell’uscita di un suo film. Nell’agitazione generale un gruppo di uomini ha incominciato ad inseguire le donne che passavano lì accanto molestandole pesantemente. Il tutto tra l’indifferenza della polizia.
Le autorità egiziane temono come la peste i blogger, anzi il solo fatto di avere un blog porta chiunque sotto la lente di ingrandimento. Oggi non tutti i blog sono politici, ma sono la voce di vari settori discriminati, tra cui donne, omosessuali, copti. E i giovani, considerati una minaccia per l’integrità del paese.  Dice Abbas: “in Arabia Saudita, in Libano, nel Bahrein sta succedendo quel che è successo in Egitto. La sfera virtuale è una rete senza confini che si infila nelle fessure lasciate libere dai regimi. Sappiamo che la nostra lotta non porta a cambiamenti immediati, ma informando la coscienza delle persone si sveglia. Speriamo che il genere umano si accorga che ci sono cose che bisogna cambiare”.

Il dottor Ala al-Aswany è un dentista con un bello studio medico al Cairo. E’ conosciuto (anche da noi) per Palazzo Yacoubian edito da Feltrinelli.  Al-Aswany dice che le forze di sicurezza in Egitto si preoccupano solo di proteggere Mubarak e hanno ignorato le minacce di al Qaeda rivolte alla comunità copta. Lo scrittore-dentista è un attivista di Kifaya e dice: “una rivoluzione scoppia, non si programma a tavolino. Io personalmente sono per le rivoluzioni perché sono uno degli aspetti più importanti del genere umano. Non solo le rivoluzioni storiche, ma anche quelle quotidiane di ogni individuo”.  Sul risultato elettorale delle elezioni parlamentari dello scorso novembre e nelle quali il partito nazionale-democratico del presidente ha avuto il 90% dei suffragi, al-Aswany da un giudizio netto: “le elezioni devono essere un processo trasparente attraverso cui i cittadini possano esprimersi. Quelle di novembre sono state l’ennesimo crimine del regime sulla popolazione”.
Attualmente è lo scrittore arabo più letto nel Medio Oriente, compreso Israele dove però i suoi libri vengono letti in inglese o arabo perché al-Aswany, pur dicendosi non contrario ad una traduzione in ebraico, non vuole trattare con editori israeliani in linea con la posizione governativa. Tanto per ricordare che c’è sempre qualcuno più a sud.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

21 /9/10 – “vecchi bavosi”

martedì, 21 settembre 2010

“Lerner ha scritto che sono un vecchio bavoso” (Bruno Vespa)
Presidente siamo con te, meno male che Silvio c’è

Avrebbe reagito con tanta scompostezza il “galletto francese” se a fargli la giusta reprimenda fosse stato monsieur Reding invece che madame? I fatti: in calo di consenso principalmente per la crisi economica, il presidente francese Sarkozy ha stabilito che gli zingari devono essere respinti soddisfacendo così il bisogno di sicurezza che anima l’elettorato impaurito dall’incerto futuro. La signora Viviane Reding, vicepresidente della Commissione europea con delega alla Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza, il 14 settembre ha accusato il governo francese per il respingimento degli zingari. Il passaggio che ha mandato via di testa il presidente francese è stato “pensavo che l’Europa non sarebbe più stata testimone di questo genere di situazioni dopo la seconda Guerra mondiale. Le discriminazioni etniche o razziali non hanno posto in Europa. Sono convinta che alla Commissione non resta altra scelta che avviare una procedura di infrazione contro la Francia per non avere rispettato la legislazione dell’Unione europea”.
E’ sempre brutto avere delle accuse così dure specie quando chi le fa ha ragione, ma deve essere pesante quando vengono da una donna. Non occorre essere misogino, anzi il presidente pare che sia portato a scegliersi come mogli donne forti e intelligenti, ma un uomo è pur sempre un uomo.
Reding è stata nomignolata la signora in rosso per l’abito che indossava durante l’intervento critico nei confronti della Francia, dama di ferro, palle d’acciaio, e via col solito corredo che si usa con le donne che non piacciono.
Viviane Reding, a differenza della maggior parte dei nostri politici che siedono nel Parlamento italiano ed europeo, ha un curriculum.
59enne con tre figli maschi, divorziata, è commissaria dal 1999. Nata in una piccola città del Lussemburgo (uno staterello che Sarkozy giudicherà - probabilmente – da operetta) ha studiato alla Sorbona conseguendo un dottorato in Scienze umane. Era il ’68 e Reding partecipa alle rivolte studentesche, ma mal tollera il ruolo secondario riservato alle donne e sceglie di militare nel movimento femminista. A 27 anni diventa editorialista di punta del Luxemburger Wort e si fa la nomea di tosta e battagliera. Viene votata presidente dell’Unione giornalisti Lussemburgo e nel 1979 è eletta al Parlamento lussemburghese nelle fila dei cristiano sociali. Approda nel Parlamento europeo nel 1989 e guida la delegazione del suo Paese nel Ppe. Il Lussemburgo la indica come Commissario europeo (nel 1999 durante la guida di Romano Prodi) e riceve la delega per l’Istruzione media e sport. Nel 2004 (guida Barroso) ricopre l’incarico Informazione e media. Tutti noi consumatori le dobbiamo la riduzione dei costi sul roaming, per cui possiamo ricevere e fare telefonate e sms dalla Lituania o dall’Armenia senza avere costi proibitivi. Oggi col suo nuovo incarico si occupa dei deboli e conta di portare a termine durante il suo mandato la Carta europea per le donne “per sancire una dichiarazione politica volta ad affermare i valori di noi tutte”.
Questa è la signora che ha sgrullato monsieur le président.

http://80.241.231.25/ucei/PDF/2010/2010-09-19/2010091916677746.pdf

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

31/8/10 – Giornalisti

martedì, 31 agosto 2010

Quando non ci sei dormo con due cuscini
Uno per te… oppure uno è te?
Ho il letto pieno di appunti
Mi addormento sul computer
Bisogna innamorarsi per scrivere
Bisogna avere il letto pieno di carta e di persone
Poggio il dizionario sul tuo cuscino
Lascia un’impronta come la tua testa
Probabilmente non potrò averti
Ma avrò parole e storie
Le cose più dolci che ho
Dopo di te.

Nel ’92 l’Espresso dedicò una copertina a Giovanni Forti, un giornalista del settimanale morto di Aids. Qualche mese prima quel giornalista firmò un lucido reportage sulla malattia che lo aveva colpito.
A soli 19 anni Forti lavorava al manifesto, poi fece l’inviato di Reporter, un piccolo quotidiano fondato da Adriano Sofri. Per L’Espresso diventerà corrispondente da New York.
E’ stato fidanzato per un po’ con Giovanna Pajetta – figlia del leader comunista Giancarlo e marito di Miriam Mafai – e con lei ha avuto un figlio. Presto però si riconosce omosessuale, e organizza a Genova un incontro di gay militanti nella sinistra extraparlamentare. Conosce Brett Shapiro, insegnante newyorchese che ha appena adottato Zach, e decidono di vivere insieme. Nel 1991 l’Espresso pubblica le foto di Forti e Shapiro che si sono sposati in una sinagoga riformata. Le foto di loro due sotto la ketuba fanno molto impressione. Anche in Italia ormai ci sono rabbini che benedicono le coppie omosessuali, ma il tutto si svolge molto sobriamente, quasi nascostamente, e il baldacchino e la rottura dei bicchieri , che sono parte del complesso rito del matrimonio ebraico, è riservata esclusivamente alle coppie eterosessuali.
Dopo il matrimonio religioso, Forti e Shapiro vengono a vivere a Roma per dare l’opportunità a Giovanni di passare i suoi ultimi giorni, morirà il 16 febbraio ’92 a 38 anni, tra i suoi parenti.
Tutti i giornalisti devono qualcosa a Forti, perché riuscì a imporre l’estensione della copertura Casagit, l’assicurazione sulla salute dei cronisti, al convivente – prima bisognava essere sposati – indipendentemente dal sesso. E’ stata la prima assicurazione a recepire questo cambiamento sociale.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

15/10/08 – Fuori dal coro ma senza stonare

domenica, 25 luglio 2010

“La faccia esangue, gli occhi verdognoli… un individuo squallido e sgradevole. Questo giovanotto ispira una incontrollata e irragionevole sensazione di ripugnanza”. Così sul Borghese Gianna Preda, nel 1961, descrive il prof. Luigi De Marchi.
Non solo, un anno prima l’Osservatore romano ne aveva chiesto l’arresto, mentre i responsabili di una delle tante opere assistenziali ecclesiastiche – sentendosi offese dal suo lavoro – gli fanno la posta sotto casa; e infastidiscono Maria Luisa Zardini, allora sua moglie, impegnata a spiegare la contraccezione nelle periferie.
Ma, che cosa aveva mai fatto questo signore?
Pioniere del controllo delle nascite, De Marchi individua tra i suoi avversari la sessuofobica Chiesa, e una bella domenica se ne va a piazza San Pietro con un camioncino dal quale disinvoltamente scarica una pillolona di polistirolo e la fa rotolare fin sotto l’obelisco. Viene fermato dai carabinieri, il pillolone sequestrato dalla gendarmeria vaticana, e la foto del professore si fa un bel giro. Inventore dell’AIED (Associazione italiana educazione demografica), vive amori e disamori con i radicali. E’ un personaggio chiave nella storia dei diritti civili, ed è la dimostrazione di come parlare di sessualità e diritti riproduttivi ti inimica il sistema dei partiti e tutte le Chiese. Si inventa un modo accattivante per parlare di sessualità e contraccezione, facendo il regista di fotoromanzi interpretati dai giovani Paola Pitagora e Ugo Pagliai. Lo scrittore Luciano Bianciardi gli dedica un bel racconto: in una ipotetica città dove tutti sono costretti a mangiare semolino, il prof. Marco De Luigi, dalla gola anarchica, si batte perché tutti possano scegliere di mangiare spaghetti, polpette e patatine. Il professore, venuto da Brescia dove è nato nel ’37, si becca ben sei processi per violazione dell’art. 553 c.p. per le sue conferenze scientifiche sulla contraccezione. Ma il “tignoso” non smette, e nel corso degli anni i suoi interventi diventano libri, programmi tv, rubriche radiofoniche.
Tanti sono i motivi per cui riconosciamo quasi ogni giorno di vivere in un paese anormale. Incontrare il prof. De Marchi alla Sma di via Livorno, sempre con il suo cappello a metà tra un basco e una coppola, e non vedere uomini e donne (e si che gli dobbiamo tutte qualcosa) che lo salutano con reverenza, è uno.
Ma forse lui lo sa che non essere sempre compresi è il prezzo che pagano quelli che hanno ragione prima degli altri.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

29/6/10 – Simply the best*

martedì, 29 giugno 2010

Di nuovo fui come una bambina,
colle unghie annerite dal lavoro
e dallo scavare canali di sabbia.
Dovunque si posassero i miei occhi, nastri di porpora.
E tanti occhi luccicavano come grani in collane d’argento.
Di nuovo fui come una bambina,
di quelle che di notte fanno il giro del mondo
e vanno fino in Cina
e nel Madagascar,
o quelle che rompono i piatti e le tazze
del troppo amore
del troppo amore
del troppo amore.
(Daliyah Ravikovitch)

I sondaggi dicono che in tandem Martine Aubry e Dominique Strauss-Khan oggi sconfiggerebbero Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 2012. DSK coprirebbe il fianco destro, mentre Aubry rastrellerebbe il voto giovanile e quello della sinistra-sinistra. Ma il ticket non è previsto per le presidenziali francesi, e Martine Aubry, oggi a capo dell’inquieto partito socialista francese, è il candidato naturale alle prossime presidenziali. Tanto più che DSK, oggi potente presidente del Fondo monetario internazionale e che quasi sicuramente sarà riconfermato a fine mandato, non è convinto di gettarsi in una lunga battaglia per le primarie. E anche, dicono le gole profonde, è troppo compromesso con vicende sessual-sentimentali non gradite ai francesi che desiderano sobrietà all’Eliseo.
Martine Aubry, nata a Parigi l’8 agosto del 1950, non ha avuto una strada in discesa nella politica francese. Iscrittasi al partito socialista nel 1974 da subito non suscitò grandi simpatie. Intanto l’essere figlia di Jacques Delors le creava una aurea di familismo non conforme alla politica francese, poi l’avere avuto una formazione cattolica non ha deposto a suo favore. Ha studiato come molti dirigenti politici francesi all’Ena, e, sorprendente per chi ha dato il meglio di sé nel sociale, viene bocciata nel concorso d’uscita della prestigiosa scuola in diritto sociale. E’ stata il braccio destro del direttore generale di una grande multinazionale della siderurgia (Pechiney) dove si fa immediatamente notare. Intanto tagliando riunioni estenuanti dichiarando che lei a casa ha un marito e una figlia e non intende lavorare oltre le 17.30.
Nel 1997 Lionel Jospin è premier, Strauss-Kahn è coordinatore e responsabile di tutta la politica economica, Aubry della politica sociale. Lei si occuperà di dossier importanti e passerà alla storia (si, alla storia) per essere stata l’artefice della riduzione della durata del lavoro settimanale a 35 ore. In quel governo Ségolène Royal è la sua sottosegretaria con la delega alla famiglia. La strapazza un po’, le fa fare lunghe attese, liquida le sue proposte come irrilevanti, la definisce l’oie blanche. Nel 2008 nel congresso del ps a Reims, Royal ottiene il 28% dei voti precongressuali, Aubry il 25%. Rinunciare? Il buon senso lo avrebbe consigliato, ma il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe (anche lui 25%) e Benoit Hamon (20), decidono una cosa né usuale né facile in casa socialista: la sintesi. I militanti saranno chiamati a scegliere direttamente e scelgono Aubry. Pochi voti di scarto che destano il malcontento di Royal e dei suoi sostenitori.
La vita in rue Solférino (sede del ps) non è facile. I sostenitori di Ségolène la marcano stretto e le rimproverano perfino di essere più larga che lunga. In effetti Martine è alta 1.64 centimetri non ben distribuiti, diciamo pure che ha una figura tozza. Ma la violenza stupida e gratuita maschilista, anche se viene dalle donne – ahimè ancora troppo spesso dalle donne – se non uccide rafforza. Le elezioni regionali di marzo hanno messo lo stop alle chiacchiere. Il partito socialista ha vinto in quasi tutte le regioni. Quando va nelle piazze la gente la acclama come “quella delle 35 ore”, anche se adesso la legge non ha più corso. Lei affila le armi per l’Eliseo. E’ nata sotto il segno del leone, ma stiano attenti i suoi avversari perché il suo ascendente è lo scorpione.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

* http://www.youtube.com/watch?v=bMbtzalS3u8

19/4/10 – Quando la morte mi chiamerà…

lunedì, 19 aprile 2010

…forse qualcuno protesterà/quando avrà letto nel testamento quel che gli lascio in eredità/non maleditemi non serve a niente tanto all’inferno ci sarò già. (Faber)

Che cosa ci fa paura della morte? Il dolore che l’accompagna sicuramente. E poi di non potere più godere del profumo dell’erba, della dolcezza del miele, del calore di un corpo amico… ma anche che si faccia strame dei nostri pensieri, delle nostre idee. In breve, che di noi si tramandi un ricordo che non ci somiglia. Qualche giorno fa ad 88 anni – un’età che mi fa aggricciare la pelle perché è quella della persona di cui più patirei la fine – è morto Raimondo Vianello. Comico surreale nel lungo sodalizio con Ugo Tognazzi, ha incarnato lo stereotipo del maschio italico in coppia con Sandra Mondaini collega e moglie, interpretando il marito annoiato dalla compagna gelosa noiosa esigente. Pare che abbia patito quando Luciano Salce girò Il Federale, affidando a Tognazzi il ruolo del titolo; avrebbe desiderato interpretare il professore antifascista che lo sciocco federale è incaricato di condurre a Roma. Probabilmente sarebbe stato perfetto nel ruolo. Fu un bersagliere, poi aderì alla Repubblica di Salò. Come Dario Fo, Luciano Salce, Giorgio Albertazzi, Ugo Tognazzi, Walter Chiari… E’ stata ricordata la tendenza british e la sua eleganza, ma nei coccodrilli – per simpatia? - si è preferito ignorare la sua caduta di stile quando, durante un programma sportivo che conduceva, dichiarò che avrebbe votato per la neonata Forza Italia incoraggiando la valletta Antonella Elia a dichiararsi. A cadavere ancora caldo i sempiterni Costanzo, Parietti, Baudo, Zanicchi si sono buttati a dichiararsi amici discepoli eredi. Ma, ormai, come è accaduto qualche mese fa per Bongiorno per cui addirittura si allestì il funerale di Stato (religioso ovviamente) lo spettacolo si consuma in chiesa. Diretta tv su canale 5, primi piani impietosi sulla “povera Sandrina”, Berlusconi incerto se ridere – come sempre fa quando si accende la telecamera – o piangere accarezzando gli inconfondibili capelli biondi di Mondaini, commenti entusiastici dei giornalisti conduttori sulla retorica predica del prete. Sacerdoti che compiacenti accettano che si dia del paradiso la simpatica lettura di Lavazza dove i morti si fanno insieme un bicchierino, Pippo Baudo che chiede ai fedeli fans l’applauso per Raimondo, mentre una Parietti in gramaglie e tacco 12 guadagna un posto accanto alla sindaco Moratti. Dell’ennesimo funerale show ricorderemo i piedi nudi e gonfi della dolente Sandra, la tristezza dei due figliocci della coppia, sempre chiamati dai media “i filippini” mentre quasi sicuramente i due ragazzi nati a Milano sono italiani, il prete, che sceso dall’altare ha volto il culo a Cristo che fino a pochi momenti prima aveva pregato, per inchinarsi davanti al premier.
Che la terra ti sia lieve, signor Vianello, leggera come i sorrisi che ci hai regalato negli anni.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

29/12/09 – Famiglie coi fiocchi

martedì, 29 dicembre 2009

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota. (Giulio Cesare, Shakespeare)

Una scaletta traballante, un albero di natale troppo alto, la voglia di mettere una palla proprio su quel ramo lassù… e l’inevitabile caduta. Una costola puntuta perfora il pancreas e la vita finisce in un soffio, in un modo che pare pure cretino raccontare. Gianni Pennacchi, è morto così un paio di settimane fa: una morte curiosa come un po’ tutta la sua vita. Gianni aveva 64 anni e faceva il cronista parlamentare: prima alla Stampa, poi negli anni ’70 virò a destra e passò all’Indipendente e infine a Il Giornale. Nell’affettuoso necrologio del collega Stefano Di Michele leggiamo “poteva scrivere di tutti, capi politici, tromboni dimezzati, mezzecalzette, impettiti di sinistra e di destra, ma nessuno si salvava dallo sberleffo, dallo sguardo da cui traspariva un principio di saggezza alla Totò: lei è un imbecille, s’informi…”
Gli ultimi giorni della sua vita li ha passati a litigare con Alessandra Mussolini, perché lui è stato l’autore dello scoop imbecille del video hard tra la deputata e il fascista Fiore. Nei mille talk che sono seguiti alla cretinissima vicenda, Mussolini furente lo chiamava pernacchia, e lui aveva un po’ l’aria di quello che dice che tocca fa pe’ campà, con l’occhio nostalgico, chissà, alla libertà della latitanza giovanile. Nel ’68 era maoista e, si racconta, era il più bello del movimento. Può essere vero, visto che sullo schermo lo ha interpretato Riccardo Scamarcio nel film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico. La storia è tratta dal bel libro Il Fasciocomunista (edito da Mondadori) scritto da Antonio Pennacchi, suo fratello. Anche lui personaggio singolare e complicato noto per aver litigato con tutto il mondo. Operaio meccanico, durante la cassa integrazione si è laureato, cinquantenne, in lettere avviando dispute furiose con il supponente e ideologico Asor Rosa. E’ stato iscritto al msi, poi è diventato comunista, stalinista, cigiellino, dalemiano… E’ un urbanista esperto anche se autodidatta, e ha scritto il raffinatissimo Viaggio per le città del Duce (edito da Laterza) che è un atto d’amore per il piatto Agro pontino e per Latina, la sua città che non ha mai lasciato. Uno dei momenti memorabili della vita di Antonio, rendicontato dal giornalista Gianni, è la lite avuta con Vattimo durante un convegno. “Ce stavamo a raccontà le fregnacce. Berlusconi ha vinto perché aveva un’idea di Paese mentre noi no. Quello ha detto alla gente: faccio due autostrade e il ponte de Messina. Noi dovevamo di’: e noi facciamo pure il ponte di Cagliari. Davanti a me Vattimo ha cominciato a strillà e io j’ho detto, a Vattimo statte zitto. Quello continuava, e allora j’ho detto d’annà affanculo, Anche lui mi ha mandato affanculo, e io non ci ho visto più. Un vaffanculo generale. C’era Miriam Mafai che pareva ‘na matta e urlava a Vattimo , statte zitto, c’ha ragione lui”.
Nel film Mio fratello è figlio unico c’è anche una sorella. E’ Laura Pennacchi, laureata in filosofia con una tesi sul marxismo supervisionata dal filosofo Gyorgy Lukacs. E’ stata eletta due volte al Parlamento (con il Pds-Ds), ed è stata sottosegretario al bilancio e al tesoro nei governi Prodi e D’Alema.
Tre così in una famiglia di sette figli è un bel record, anche perché è solo grazie alle loro capacità che si sono affermati, non certo per la loro nascita né per il loro nome.
Domanda: ma uno incazzoso e vitale e generoso come Gianni, proprio così doveva morì?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.youtube.com/watch?v=7rZJF8o_ZV0
http://www.genteviaggi.it/shopping/guideelibri/perch%C3%A9-fascio-e-martello-viaggio-le-citt%C3%A0-del-duce.html
http://falmax85.wordpress.com/2009/12/16/in-ricordo-di-pennacchi-lo-splendido-omaggio-del-collega-scafi/

13/10/08 – Ritratto di (signor) sindaco

mercoledì, 9 dicembre 2009

Klaus Wowereit è sindaco di Berlino, città dove è nato, dal 2001. E’ dell’ala sinistra dell’SPD e molti osservatori prevedono per lui un futuro da primo ministro, specie se il prossimo anno l’attuale capo del dicastero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (SPD) dovesse perdere le elezioni dell’anno prossimo contro Angela Merkel.
In contrasto col suo partito ha formato una coalizione rossa-rossa (SPD-Linke) attirandosi gli anatemi dell’allora cancelliere Gerhard Schroeder. Ma i fatti gli hanno dato ragione: sette anni fa Wowereit ha preso in mano una città con 60 miliardi di € di debiti, e oggi può annunciare che dall’inizio del prossimo anno Berlino sarà in attivo. Inoltre la città è in fiore: gallerie d’arte, musei, discoteche, centri culturali. In seguito alle difficoltà economiche del dopo Muro (’89), Berlino oggi ha imprese leader a livello nazionale e internazionale specialmente nel settore delle nuove tecnologie. Gli stranieri sono tanti e ben il 51% di questi sono disoccupati. Non ci sono stati ad oggi gli scontri che si sono verificati nelle banlieu parigine, anche se a Neukolln, uno dei quartieri più poveri ed a più alta densità di stranieri, i problemi sono lontani dall’essere risolti.
Certamente Wowereit ama la sfida: nel 2006, all’indomani dell’omicidio di una giovane turca uccisa dal fratello che la considerava troppo occidentale, il sindaco (cattolico), ha voluto l’abolizione in tutte le scuole della città dell’ora di religione come materia obbligatoria (può essere richiesta, ma le scuole devono garantirla fuori dall’orario scolastico), sostituendola con una ora di etica. Qualche mese fa si è battuto per la chiusura dell’aeroporto cittadino di Tegel, noto perché lì atterravano gli aerei americani per rifornire Berlino ovest durante il blocco sovietico, ma accettando comunque un referendum indetto da cittadini che lo volevano mantenere. Per la cronaca il referendum è andato nel senso dei desiderata del sindaco. Sicuramente però i berlinesi sono stati messi alla prova nel 2001 quando decise di rivelare la sua serena omosessualità. Decisione che scosse i vertici del suo partito ma che ha lasciato totalmente indifferenti i cittadini. A 56 anni molto ben portati, ha avuto anche una copertina su Men’s Health che l’ha eletto uomo politico meglio vestito della Germania. Insieme ai colleghi Bertrand Delanoe (Parigi), Boris Johnson (Londra), Michael Bloomberg (NY), e il “defunto” Walter Veltroni, fa parte di quei sindaci la cui influenza politica va ben oltre la sfera locale.
Lo vedremo prima o poi Cancelliere? Nel frattempo Berlino diventa sempre più bella, anche grazie alla campagna Be Berlin alla quale tutti i cittadini sono chiamati a contribuire. E sempre più persone, anche nel resto della Germania, lo chiamano Wowi.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

25/11/09 – Piove o c’è il sole… (er papa magna)

mercoledì, 25 novembre 2009

Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barbe lunghe, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. (O. Fallaci, Intervista con la Storia, 1974)

Cicero è un sobborgo di Chicago, noto per aver dato i natali ad Al Capone e a Paul Casimir Marcinkus. Nato nel 1922 da una famiglia di immigrati lituani, il padre è un lavavetri che mantiene con fatica i cinque figli. A 13 anni si iscrive ad una scuola della diocesi e successivamente si trasferisce nel seminario di Munderlein (Illinois) dove studia filosofia e teologia. Nel 1947 è sacerdote in una parrocchia di quartiere a Chicago. Nel 1950 è a Roma a studiare Diritto canonico. Nel 1952 viene invitato a frequentare uno stage presso la sezione inglese della Segreteria di Stato su segnalazione dei professori dell’Università Gregoriana che avevano indicato il suo nome al segretario particolare di Pio XII, monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Durante il Concilio Vaticano II si occupa della logistica dei vescovi che, da tutto il mondo, giungono a Roma. La sua carriera spicca il volo con i viaggi apostolici di papa Paolo VI, al quale intanto ha insegnato l’inglese. Nel 1969 è vescovo e viene trasferito allo Ior. Nel 1972 è coinvolto in uno scandalo per titoli azionari falsificati che il Vaticano ha acquistato dalla mafia. L’indagine, svolta dalla Fbi, si conclude con un proscioglimento di Marcinkus, ma da il la alla negativa reputazione del prelato. Sono gli anni di Michele Sindona e poi di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, con cui lo Ior è in affari. I modi di agire di Paul Marcinkus sono così spicci che si attira parecchie critiche. Una su tutte è quella del patriarca di Venezia Albino Luciani che, nel ’75, ebbe con lui degli scontri inerenti la cessione della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano senza essere neanche avvertito. Quando Luciani divenne papa col nome di Giovanni Paolo I manifestò l’intenzione di rimuovere Marcinkus, opera non portata a termine per la prematura scomparsa del papa che, in molti, anche per questo, videro con sospetto. Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, successore di Giovanni Paolo I, che pur conosceva la spregiudicatezza di Marcinkus, lo prende in estrema simpatia, lo nomina arcivescovo e nel 1981 lo promuove presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Il finanziere si occupa della vita economica dello Stato e, in questa veste, è ricordato con grande affetto dai lavoratori, che godono grazie al suo operato di enormi privilegi economici e fiscali. La banca vaticana fa da intermediaria alle società fantasma per le operazioni di Calvi che nel 1992 muore impiccato sotto un ponte a Londra. Marcinkus viene tirato in ballo per le lettere di patrocinio che lo legano alle società e sulle quali, indirettamente, il banchiere di Dio esercita il controllo. Prove che portano gli inquirenti a chiedere il suo arresto per concorso in bancarotta fraudolenta, mai concesso dal Vaticano. Il cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, negozia con il governo italiano un accordo con il quale lo Ior versa 244 milioni di $ ai creditori dell’Ambrosiano quale risarcimento. Praticamente una ammissione di colpevolezza. La cifra viene raccolta anche grazie all’aiuto dell’Opus Dei che, come compenso, riceve lo status di prelatura personale del papa (attraverso una modifica del diritto canonico). Giovanni Paolo II indice nell’83 un Anno santo straordinario per rimpinguare le casse vaticane, dissanguate dopo il pagamento ai creditori. Nonostante i danni provocati, Marcinkus è rimasto a capo dello Ior fino all’89, sempre difeso da Giovanni Paolo II. In molti, probabilmente per nobilitarlo, dicono che abbia finanziato Solidarnosc. Pecunia non olet, e senza soldi – forse – la storia dell’Occidente avrebbe potuto essere diversa. Tracce di una “operazione Polonia” sono state trovate nei verbali del consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano.
Ad oggi, nonostante le voci sulla vita ambigua di Marcinkus, sono acclarate solo le sue operazioni finanziarie funamboliche. Nulla è emerso sull’assassinio di papa Luciani, nulla sulla sua relazione amorosa con una nota attrice francese, e probabilmente nulla emergerà su eventuali legami con la triste vicenda di Emanuela Orlandi. E’ morto in una cittadina dell’Arizona dove aveva funzione di viceparroco (ma in molti dicono di averlo visto durante il suo “esilio americano” a passeggio nelle strade romane o attovagliato nel ristorante di via della Rosetta).

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-11086.htm

7/10/09 – Scusatemi se, con nessuno di voi, non ho niente in comune

mercoledì, 7 ottobre 2009

Quando una trota attirata dalla mosca abbocca all’amo e si scopre incapace di nuotare liberamente, comincia a dibattersi e a guizzare fra gli spruzzi, e a volte riesce a fuggire. Spesso, s’intende, soccombe alla sorte ineluttabile. Nello stesso modo l’essere umano impegna la lotta con le circostanze ambientali, con gli ami cui resta agganciato. A volte supera le difficoltà, a volte ne viene sopraffatto. Il mondo altro non vede che il suo lottare, e naturalmente lo fraintende. Il pesce libero stenta a capire ciò che sta succedendo al pesce preso all’amo. (Karl A. Menninger)

“Molto spesso sono visto come un malefico nano”, dice di sé nella sua autobiografia il regista Polanski. La vicenda, secondo il critico Mereghetti “sembra un suo film: una persona si presenta per ricevere un premio e ad accoglierlo ci sono le guardie per arrestarlo”. Nato a Parigi nel ’33 da una famiglia polacca, Roman Polanski, al secolo Lieblin, tornò nel 1937 in Polonia e, con il nazismo, finì con la famiglia nel ghetto di Varsavia. Lui, bambino, riuscì a fuggire, sua madre invece fu portata ad Auschwitz, dove morì. Finita la guerra gli Usa diventarono la sua casa. Il 10 marzo del 1977 Polanski invitò una Samantha di 13 anni – su pressione della madre secondo l’autobiografia – a posare per lui per una sessione fotografica per l’edizione francese di Vogue. E finì per usarle violenza dopo averle fatto bere champagne insieme a una dose di quaalude, un barbiturico. Quando avvenne il fatto il regista, che otto anni prima aveva perso la moglie Sharon Tate incinta di otto mesi, per mano della furia omicida della setta satanica di Charles Manson, era all’apice della sua popolarità. Film come Chinatown e Rosemary’s Baby ne avevano fatto uno dei registi più acclamati e ricercati di Hollywood. Scrive Soria su La Stampa “Portò la giovane Samantha a casa di Jack Nicholson dove non c’era nessuno. La invitò a spogliarsi, a entrare insieme nell’idromassaggio. Lo sorprese Anjelica Houston (allora compagna di Nicholson)”. Seguì la denuncia alla polizia e Polanski si trovò con sei capi di imputazione, tra cui stupro, sodomia, sesso orale con una minorenne. Alcuni amici provarono a sostenere che la ragazza era una specie di Lolita e il giudice sembrò accettare una pena ridotta. Ma poi rinnegò le sue promesse e il regista scelse la fuga. Nel 2003, in una lettera aperta al Los Angeles Times, Samantha Geiger, oggi 45enne con tre figli residente alle Hawaii, e che ha risolto con un accordo economico la sua causa civile contro il regista, chiese alla procura distrettuale di Los Angeles che il caso fosse archiviato. “Ho avuto una vita felice e altrettanto auguro a Polanski. Anche se ero giovanissima mi resi conto che non avrebbe avuto un processo equo”, scrisse la donna nella lettera aperta. Un paio d’anni fa, parlando del suo orrendo crimine, il regista disse: “l’unica cosa che voglio è lasciarmi alle spalle quella storia. Credo di aver pagato il mio sbaglio. Tornerei negli Usa per affrontare il processo, ma credo che i media americani si sovrappongano alla giustizia, e credo che l’esito del processo sarebbe un inferno, non per colpa del sistema giudiziario ma dei media”. Fino ad oggi l’unico rischio reale di arresto il regista lo aveva corso in Israele dove fu acclamato per Il Pianista, ma che lasciò in maniera rocambolesca appena ebbe sentore di fermo dai suoi legali. Si dice che gli svizzeri avrebbero voluto accontentare gli americani dopo il braccio di ferro sui conti segreti e lo scandalo Ubs, fiumi di $ sottratti al fisco americano. Oggi è in prigione a Zurigo, non ha ottenuto gli arresti domiciliari perché potrebbe fuggire. 700 artisti hanno sottoscritto un appello per la sua immunità, firmato, tra gli altri, da Barbareschi, Monicelli, Tornatore, Placido, Bellocchio, Sorrentino. Aspesi su la Repubblica ha scritto: “arte e pedofilia si sono spesso intrecciate, suscitando dibattiti fumosi e, nel dubbio, si è sempre preferito pensare che se l’artista era devoto alle adolescenti o addirittura alle bambine, era esclusivamente per ragioni intellettuali. Carrol fotografa bambine per immortalarne l’innocenza, Balthus dipingeva bambine con le gambette spalancate per pura passione grafica…” . “No, il lodo Polanski no. D’accordo, come regista è un genio, ma non può evitare una condanna per questo”, ha scritto Rodotà sul Corriere della Sera. In sintonia col buon senso del ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpfsuch: “la biografia di una persona non deve definire un trattamento di favore davanti alla legge”. Dopo l’arresto, il regista ha parlato con la moglie, l’attrice Emmanuelle Seigner, madre di Morgana ed Elvis, i figlioli ai quali ha dedicato Oliver Twist: “sono arrivato e mi hanno arrestato, ne ho passate tante, stai tranquilla, anche questa si risolverà”.
Barbara Saltamartini, presidente della Commissione Parità della Camera dei Deputati, con la collaborazione del quotidiano Libero sta raccogliendo firme perché gli Stati Uniti condannino in maniera esemplare il regista. Tutte le iniziative sono consentite, ma ci sembra questa particolarmente ridicola, anche perché pare palese che gli Stati Uniti agiranno come è giusto che sia.
Sarebbe opportuno che la sensibilità della politica si esprimesse per le violazioni all’interno del nostro Paese. Mi riferisco alla recentissima sentenza con una condanna di appena sei anni (con i benefici vari due anni effettivi) per lo stupro di una quindicenne romana. Purtroppo, probabilmente per la mancanza di libertà di stampa, i romani non sono informati quotidianamente del processo in corso del presunto pedofilo don Ruggero Conti, parroco della Chiesa della Natività di Maria Santissima di Selva Candida.

Tiziana Ficacci
, www.nogod.it

Per il processo a don Ruggero Conti guarda il 18/6/09,
pagina Tiziana
http://www.nessundio.net/blog/2009/06/18/1963/

http://www.mymovies.it/trailer/?id=33960