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15/10/08 – Fuori dal coro ma senza stonare

domenica, 25 luglio 2010

“La faccia esangue, gli occhi verdognoli… un individuo squallido e sgradevole. Questo giovanotto ispira una incontrollata e irragionevole sensazione di ripugnanza”. Così sul Borghese Gianna Preda, nel 1961, descrive il prof. Luigi De Marchi.
Non solo, un anno prima l’Osservatore romano ne aveva chiesto l’arresto, mentre i responsabili di una delle tante opere assistenziali ecclesiastiche – sentendosi offese dal suo lavoro – gli fanno la posta sotto casa; e infastidiscono Maria Luisa Zardini, allora sua moglie, impegnata a spiegare la contraccezione nelle periferie.
Ma, che cosa aveva mai fatto questo signore?
Pioniere del controllo delle nascite, De Marchi individua tra i suoi avversari la sessuofobica Chiesa, e una bella domenica se ne va a piazza San Pietro con un camioncino dal quale disinvoltamente scarica una pillolona di polistirolo e la fa rotolare fin sotto l’obelisco. Viene fermato dai carabinieri, il pillolone sequestrato dalla gendarmeria vaticana, e la foto del professore si fa un bel giro. Inventore dell’AIED (Associazione italiana educazione demografica), vive amori e disamori con i radicali. E’ un personaggio chiave nella storia dei diritti civili, ed è la dimostrazione di come parlare di sessualità e diritti riproduttivi ti inimica il sistema dei partiti e tutte le Chiese. Si inventa un modo accattivante per parlare di sessualità e contraccezione, facendo il regista di fotoromanzi interpretati dai giovani Paola Pitagora e Ugo Pagliai. Lo scrittore Luciano Bianciardi gli dedica un bel racconto: in una ipotetica città dove tutti sono costretti a mangiare semolino, il prof. Marco De Luigi, dalla gola anarchica, si batte perché tutti possano scegliere di mangiare spaghetti, polpette e patatine. Il professore, venuto da Brescia dove è nato nel ’37, si becca ben sei processi per violazione dell’art. 553 c.p. per le sue conferenze scientifiche sulla contraccezione. Ma il “tignoso” non smette, e nel corso degli anni i suoi interventi diventano libri, programmi tv, rubriche radiofoniche.
Tanti sono i motivi per cui riconosciamo quasi ogni giorno di vivere in un paese anormale. Incontrare il prof. De Marchi alla Sma di via Livorno, sempre con il suo cappello a metà tra un basco e una coppola, e non vedere uomini e donne (e si che gli dobbiamo tutte qualcosa) che lo salutano con reverenza, è uno.
Ma forse lui lo sa che non essere sempre compresi è il prezzo che pagano quelli che hanno ragione prima degli altri.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

29/6/10 – Simply the best*

martedì, 29 giugno 2010

Di nuovo fui come una bambina,
colle unghie annerite dal lavoro
e dallo scavare canali di sabbia.
Dovunque si posassero i miei occhi, nastri di porpora.
E tanti occhi luccicavano come grani in collane d’argento.
Di nuovo fui come una bambina,
di quelle che di notte fanno il giro del mondo
e vanno fino in Cina
e nel Madagascar,
o quelle che rompono i piatti e le tazze
del troppo amore
del troppo amore
del troppo amore.
(Daliyah Ravikovitch)

I sondaggi dicono che in tandem Martine Aubry e Dominique Strauss-Khan oggi sconfiggerebbero Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 2012. DSK coprirebbe il fianco destro, mentre Aubry rastrellerebbe il voto giovanile e quello della sinistra-sinistra. Ma il ticket non è previsto per le presidenziali francesi, e Martine Aubry, oggi a capo dell’inquieto partito socialista francese, è il candidato naturale alle prossime presidenziali. Tanto più che DSK, oggi potente presidente del Fondo monetario internazionale e che quasi sicuramente sarà riconfermato a fine mandato, non è convinto di gettarsi in una lunga battaglia per le primarie. E anche, dicono le gole profonde, è troppo compromesso con vicende sessual-sentimentali non gradite ai francesi che desiderano sobrietà all’Eliseo.
Martine Aubry, nata a Parigi l’8 agosto del 1950, non ha avuto una strada in discesa nella politica francese. Iscrittasi al partito socialista nel 1974 da subito non suscitò grandi simpatie. Intanto l’essere figlia di Jacques Delors le creava una aurea di familismo non conforme alla politica francese, poi l’avere avuto una formazione cattolica non ha deposto a suo favore. Ha studiato come molti dirigenti politici francesi all’Ena, e, sorprendente per chi ha dato il meglio di sé nel sociale, viene bocciata nel concorso d’uscita della prestigiosa scuola in diritto sociale. E’ stata il braccio destro del direttore generale di una grande multinazionale della siderurgia (Pechiney) dove si fa immediatamente notare. Intanto tagliando riunioni estenuanti dichiarando che lei a casa ha un marito e una figlia e non intende lavorare oltre le 17.30.
Nel 1997 Lionel Jospin è premier, Strauss-Kahn è coordinatore e responsabile di tutta la politica economica, Aubry della politica sociale. Lei si occuperà di dossier importanti e passerà alla storia (si, alla storia) per essere stata l’artefice della riduzione della durata del lavoro settimanale a 35 ore. In quel governo Ségolène Royal è la sua sottosegretaria con la delega alla famiglia. La strapazza un po’, le fa fare lunghe attese, liquida le sue proposte come irrilevanti, la definisce l’oie blanche. Nel 2008 nel congresso del ps a Reims, Royal ottiene il 28% dei voti precongressuali, Aubry il 25%. Rinunciare? Il buon senso lo avrebbe consigliato, ma il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe (anche lui 25%) e Benoit Hamon (20), decidono una cosa né usuale né facile in casa socialista: la sintesi. I militanti saranno chiamati a scegliere direttamente e scelgono Aubry. Pochi voti di scarto che destano il malcontento di Royal e dei suoi sostenitori.
La vita in rue Solférino (sede del ps) non è facile. I sostenitori di Ségolène la marcano stretto e le rimproverano perfino di essere più larga che lunga. In effetti Martine è alta 1.64 centimetri non ben distribuiti, diciamo pure che ha una figura tozza. Ma la violenza stupida e gratuita maschilista, anche se viene dalle donne – ahimè ancora troppo spesso dalle donne – se non uccide rafforza. Le elezioni regionali di marzo hanno messo lo stop alle chiacchiere. Il partito socialista ha vinto in quasi tutte le regioni. Quando va nelle piazze la gente la acclama come “quella delle 35 ore”, anche se adesso la legge non ha più corso. Lei affila le armi per l’Eliseo. E’ nata sotto il segno del leone, ma stiano attenti i suoi avversari perché il suo ascendente è lo scorpione.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

* http://www.youtube.com/watch?v=bMbtzalS3u8

19/4/10 – Quando la morte mi chiamerà…

lunedì, 19 aprile 2010

…forse qualcuno protesterà/quando avrà letto nel testamento quel che gli lascio in eredità/non maleditemi non serve a niente tanto all’inferno ci sarò già. (Faber)

Che cosa ci fa paura della morte? Il dolore che l’accompagna sicuramente. E poi di non potere più godere del profumo dell’erba, della dolcezza del miele, del calore di un corpo amico… ma anche che si faccia strame dei nostri pensieri, delle nostre idee. In breve, che di noi si tramandi un ricordo che non ci somiglia. Qualche giorno fa ad 88 anni – un’età che mi fa aggricciare la pelle perché è quella della persona di cui più patirei la fine – è morto Raimondo Vianello. Comico surreale nel lungo sodalizio con Ugo Tognazzi, ha incarnato lo stereotipo del maschio italico in coppia con Sandra Mondaini collega e moglie, interpretando il marito annoiato dalla compagna gelosa noiosa esigente. Pare che abbia patito quando Luciano Salce girò Il Federale, affidando a Tognazzi il ruolo del titolo; avrebbe desiderato interpretare il professore antifascista che lo sciocco federale è incaricato di condurre a Roma. Probabilmente sarebbe stato perfetto nel ruolo. Fu un bersagliere, poi aderì alla Repubblica di Salò. Come Dario Fo, Luciano Salce, Giorgio Albertazzi, Ugo Tognazzi, Walter Chiari… E’ stata ricordata la tendenza british e la sua eleganza, ma nei coccodrilli – per simpatia? - si è preferito ignorare la sua caduta di stile quando, durante un programma sportivo che conduceva, dichiarò che avrebbe votato per la neonata Forza Italia incoraggiando la valletta Antonella Elia a dichiararsi. A cadavere ancora caldo i sempiterni Costanzo, Parietti, Baudo, Zanicchi si sono buttati a dichiararsi amici discepoli eredi. Ma, ormai, come è accaduto qualche mese fa per Bongiorno per cui addirittura si allestì il funerale di Stato (religioso ovviamente) lo spettacolo si consuma in chiesa. Diretta tv su canale 5, primi piani impietosi sulla “povera Sandrina”, Berlusconi incerto se ridere – come sempre fa quando si accende la telecamera – o piangere accarezzando gli inconfondibili capelli biondi di Mondaini, commenti entusiastici dei giornalisti conduttori sulla retorica predica del prete. Sacerdoti che compiacenti accettano che si dia del paradiso la simpatica lettura di Lavazza dove i morti si fanno insieme un bicchierino, Pippo Baudo che chiede ai fedeli fans l’applauso per Raimondo, mentre una Parietti in gramaglie e tacco 12 guadagna un posto accanto alla sindaco Moratti. Dell’ennesimo funerale show ricorderemo i piedi nudi e gonfi della dolente Sandra, la tristezza dei due figliocci della coppia, sempre chiamati dai media “i filippini” mentre quasi sicuramente i due ragazzi nati a Milano sono italiani, il prete, che sceso dall’altare ha volto il culo a Cristo che fino a pochi momenti prima aveva pregato, per inchinarsi davanti al premier.
Che la terra ti sia lieve, signor Vianello, leggera come i sorrisi che ci hai regalato negli anni.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

29/12/09 – Famiglie coi fiocchi

martedì, 29 dicembre 2009

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota. (Giulio Cesare, Shakespeare)

Una scaletta traballante, un albero di natale troppo alto, la voglia di mettere una palla proprio su quel ramo lassù… e l’inevitabile caduta. Una costola puntuta perfora il pancreas e la vita finisce in un soffio, in un modo che pare pure cretino raccontare. Gianni Pennacchi, è morto così un paio di settimane fa: una morte curiosa come un po’ tutta la sua vita. Gianni aveva 64 anni e faceva il cronista parlamentare: prima alla Stampa, poi negli anni ’70 virò a destra e passò all’Indipendente e infine a Il Giornale. Nell’affettuoso necrologio del collega Stefano Di Michele leggiamo “poteva scrivere di tutti, capi politici, tromboni dimezzati, mezzecalzette, impettiti di sinistra e di destra, ma nessuno si salvava dallo sberleffo, dallo sguardo da cui traspariva un principio di saggezza alla Totò: lei è un imbecille, s’informi…”
Gli ultimi giorni della sua vita li ha passati a litigare con Alessandra Mussolini, perché lui è stato l’autore dello scoop imbecille del video hard tra la deputata e il fascista Fiore. Nei mille talk che sono seguiti alla cretinissima vicenda, Mussolini furente lo chiamava pernacchia, e lui aveva un po’ l’aria di quello che dice che tocca fa pe’ campà, con l’occhio nostalgico, chissà, alla libertà della latitanza giovanile. Nel ’68 era maoista e, si racconta, era il più bello del movimento. Può essere vero, visto che sullo schermo lo ha interpretato Riccardo Scamarcio nel film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico. La storia è tratta dal bel libro Il Fasciocomunista (edito da Mondadori) scritto da Antonio Pennacchi, suo fratello. Anche lui personaggio singolare e complicato noto per aver litigato con tutto il mondo. Operaio meccanico, durante la cassa integrazione si è laureato, cinquantenne, in lettere avviando dispute furiose con il supponente e ideologico Asor Rosa. E’ stato iscritto al msi, poi è diventato comunista, stalinista, cigiellino, dalemiano… E’ un urbanista esperto anche se autodidatta, e ha scritto il raffinatissimo Viaggio per le città del Duce (edito da Laterza) che è un atto d’amore per il piatto Agro pontino e per Latina, la sua città che non ha mai lasciato. Uno dei momenti memorabili della vita di Antonio, rendicontato dal giornalista Gianni, è la lite avuta con Vattimo durante un convegno. “Ce stavamo a raccontà le fregnacce. Berlusconi ha vinto perché aveva un’idea di Paese mentre noi no. Quello ha detto alla gente: faccio due autostrade e il ponte de Messina. Noi dovevamo di’: e noi facciamo pure il ponte di Cagliari. Davanti a me Vattimo ha cominciato a strillà e io j’ho detto, a Vattimo statte zitto. Quello continuava, e allora j’ho detto d’annà affanculo, Anche lui mi ha mandato affanculo, e io non ci ho visto più. Un vaffanculo generale. C’era Miriam Mafai che pareva ‘na matta e urlava a Vattimo , statte zitto, c’ha ragione lui”.
Nel film Mio fratello è figlio unico c’è anche una sorella. E’ Laura Pennacchi, laureata in filosofia con una tesi sul marxismo supervisionata dal filosofo Gyorgy Lukacs. E’ stata eletta due volte al Parlamento (con il Pds-Ds), ed è stata sottosegretario al bilancio e al tesoro nei governi Prodi e D’Alema.
Tre così in una famiglia di sette figli è un bel record, anche perché è solo grazie alle loro capacità che si sono affermati, non certo per la loro nascita né per il loro nome.
Domanda: ma uno incazzoso e vitale e generoso come Gianni, proprio così doveva morì?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.youtube.com/watch?v=7rZJF8o_ZV0
http://www.genteviaggi.it/shopping/guideelibri/perch%C3%A9-fascio-e-martello-viaggio-le-citt%C3%A0-del-duce.html
http://falmax85.wordpress.com/2009/12/16/in-ricordo-di-pennacchi-lo-splendido-omaggio-del-collega-scafi/

13/10/08 – Ritratto di (signor) sindaco

mercoledì, 9 dicembre 2009

Klaus Wowereit è sindaco di Berlino, città dove è nato, dal 2001. E’ dell’ala sinistra dell’SPD e molti osservatori prevedono per lui un futuro da primo ministro, specie se il prossimo anno l’attuale capo del dicastero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (SPD) dovesse perdere le elezioni dell’anno prossimo contro Angela Merkel.
In contrasto col suo partito ha formato una coalizione rossa-rossa (SPD-Linke) attirandosi gli anatemi dell’allora cancelliere Gerhard Schroeder. Ma i fatti gli hanno dato ragione: sette anni fa Wowereit ha preso in mano una città con 60 miliardi di € di debiti, e oggi può annunciare che dall’inizio del prossimo anno Berlino sarà in attivo. Inoltre la città è in fiore: gallerie d’arte, musei, discoteche, centri culturali. In seguito alle difficoltà economiche del dopo Muro (’89), Berlino oggi ha imprese leader a livello nazionale e internazionale specialmente nel settore delle nuove tecnologie. Gli stranieri sono tanti e ben il 51% di questi sono disoccupati. Non ci sono stati ad oggi gli scontri che si sono verificati nelle banlieu parigine, anche se a Neukolln, uno dei quartieri più poveri ed a più alta densità di stranieri, i problemi sono lontani dall’essere risolti.
Certamente Wowereit ama la sfida: nel 2006, all’indomani dell’omicidio di una giovane turca uccisa dal fratello che la considerava troppo occidentale, il sindaco (cattolico), ha voluto l’abolizione in tutte le scuole della città dell’ora di religione come materia obbligatoria (può essere richiesta, ma le scuole devono garantirla fuori dall’orario scolastico), sostituendola con una ora di etica. Qualche mese fa si è battuto per la chiusura dell’aeroporto cittadino di Tegel, noto perché lì atterravano gli aerei americani per rifornire Berlino ovest durante il blocco sovietico, ma accettando comunque un referendum indetto da cittadini che lo volevano mantenere. Per la cronaca il referendum è andato nel senso dei desiderata del sindaco. Sicuramente però i berlinesi sono stati messi alla prova nel 2001 quando decise di rivelare la sua serena omosessualità. Decisione che scosse i vertici del suo partito ma che ha lasciato totalmente indifferenti i cittadini. A 56 anni molto ben portati, ha avuto anche una copertina su Men’s Health che l’ha eletto uomo politico meglio vestito della Germania. Insieme ai colleghi Bertrand Delanoe (Parigi), Boris Johnson (Londra), Michael Bloomberg (NY), e il “defunto” Walter Veltroni, fa parte di quei sindaci la cui influenza politica va ben oltre la sfera locale.
Lo vedremo prima o poi Cancelliere? Nel frattempo Berlino diventa sempre più bella, anche grazie alla campagna Be Berlin alla quale tutti i cittadini sono chiamati a contribuire. E sempre più persone, anche nel resto della Germania, lo chiamano Wowi.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

25/11/09 – Piove o c’è il sole… (er papa magna)

mercoledì, 25 novembre 2009

Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barbe lunghe, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. (O. Fallaci, Intervista con la Storia, 1974)

Cicero è un sobborgo di Chicago, noto per aver dato i natali ad Al Capone e a Paul Casimir Marcinkus. Nato nel 1922 da una famiglia di immigrati lituani, il padre è un lavavetri che mantiene con fatica i cinque figli. A 13 anni si iscrive ad una scuola della diocesi e successivamente si trasferisce nel seminario di Munderlein (Illinois) dove studia filosofia e teologia. Nel 1947 è sacerdote in una parrocchia di quartiere a Chicago. Nel 1950 è a Roma a studiare Diritto canonico. Nel 1952 viene invitato a frequentare uno stage presso la sezione inglese della Segreteria di Stato su segnalazione dei professori dell’Università Gregoriana che avevano indicato il suo nome al segretario particolare di Pio XII, monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Durante il Concilio Vaticano II si occupa della logistica dei vescovi che, da tutto il mondo, giungono a Roma. La sua carriera spicca il volo con i viaggi apostolici di papa Paolo VI, al quale intanto ha insegnato l’inglese. Nel 1969 è vescovo e viene trasferito allo Ior. Nel 1972 è coinvolto in uno scandalo per titoli azionari falsificati che il Vaticano ha acquistato dalla mafia. L’indagine, svolta dalla Fbi, si conclude con un proscioglimento di Marcinkus, ma da il la alla negativa reputazione del prelato. Sono gli anni di Michele Sindona e poi di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, con cui lo Ior è in affari. I modi di agire di Paul Marcinkus sono così spicci che si attira parecchie critiche. Una su tutte è quella del patriarca di Venezia Albino Luciani che, nel ’75, ebbe con lui degli scontri inerenti la cessione della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano senza essere neanche avvertito. Quando Luciani divenne papa col nome di Giovanni Paolo I manifestò l’intenzione di rimuovere Marcinkus, opera non portata a termine per la prematura scomparsa del papa che, in molti, anche per questo, videro con sospetto. Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, successore di Giovanni Paolo I, che pur conosceva la spregiudicatezza di Marcinkus, lo prende in estrema simpatia, lo nomina arcivescovo e nel 1981 lo promuove presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Il finanziere si occupa della vita economica dello Stato e, in questa veste, è ricordato con grande affetto dai lavoratori, che godono grazie al suo operato di enormi privilegi economici e fiscali. La banca vaticana fa da intermediaria alle società fantasma per le operazioni di Calvi che nel 1992 muore impiccato sotto un ponte a Londra. Marcinkus viene tirato in ballo per le lettere di patrocinio che lo legano alle società e sulle quali, indirettamente, il banchiere di Dio esercita il controllo. Prove che portano gli inquirenti a chiedere il suo arresto per concorso in bancarotta fraudolenta, mai concesso dal Vaticano. Il cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, negozia con il governo italiano un accordo con il quale lo Ior versa 244 milioni di $ ai creditori dell’Ambrosiano quale risarcimento. Praticamente una ammissione di colpevolezza. La cifra viene raccolta anche grazie all’aiuto dell’Opus Dei che, come compenso, riceve lo status di prelatura personale del papa (attraverso una modifica del diritto canonico). Giovanni Paolo II indice nell’83 un Anno santo straordinario per rimpinguare le casse vaticane, dissanguate dopo il pagamento ai creditori. Nonostante i danni provocati, Marcinkus è rimasto a capo dello Ior fino all’89, sempre difeso da Giovanni Paolo II. In molti, probabilmente per nobilitarlo, dicono che abbia finanziato Solidarnosc. Pecunia non olet, e senza soldi – forse – la storia dell’Occidente avrebbe potuto essere diversa. Tracce di una “operazione Polonia” sono state trovate nei verbali del consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano.
Ad oggi, nonostante le voci sulla vita ambigua di Marcinkus, sono acclarate solo le sue operazioni finanziarie funamboliche. Nulla è emerso sull’assassinio di papa Luciani, nulla sulla sua relazione amorosa con una nota attrice francese, e probabilmente nulla emergerà su eventuali legami con la triste vicenda di Emanuela Orlandi. E’ morto in una cittadina dell’Arizona dove aveva funzione di viceparroco (ma in molti dicono di averlo visto durante il suo “esilio americano” a passeggio nelle strade romane o attovagliato nel ristorante di via della Rosetta).

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-11086.htm

7/10/09 – Scusatemi se, con nessuno di voi, non ho niente in comune

mercoledì, 7 ottobre 2009

Quando una trota attirata dalla mosca abbocca all’amo e si scopre incapace di nuotare liberamente, comincia a dibattersi e a guizzare fra gli spruzzi, e a volte riesce a fuggire. Spesso, s’intende, soccombe alla sorte ineluttabile. Nello stesso modo l’essere umano impegna la lotta con le circostanze ambientali, con gli ami cui resta agganciato. A volte supera le difficoltà, a volte ne viene sopraffatto. Il mondo altro non vede che il suo lottare, e naturalmente lo fraintende. Il pesce libero stenta a capire ciò che sta succedendo al pesce preso all’amo. (Karl A. Menninger)

“Molto spesso sono visto come un malefico nano”, dice di sé nella sua autobiografia il regista Polanski. La vicenda, secondo il critico Mereghetti “sembra un suo film: una persona si presenta per ricevere un premio e ad accoglierlo ci sono le guardie per arrestarlo”. Nato a Parigi nel ’33 da una famiglia polacca, Roman Polanski, al secolo Lieblin, tornò nel 1937 in Polonia e, con il nazismo, finì con la famiglia nel ghetto di Varsavia. Lui, bambino, riuscì a fuggire, sua madre invece fu portata ad Auschwitz, dove morì. Finita la guerra gli Usa diventarono la sua casa. Il 10 marzo del 1977 Polanski invitò una Samantha di 13 anni – su pressione della madre secondo l’autobiografia – a posare per lui per una sessione fotografica per l’edizione francese di Vogue. E finì per usarle violenza dopo averle fatto bere champagne insieme a una dose di quaalude, un barbiturico. Quando avvenne il fatto il regista, che otto anni prima aveva perso la moglie Sharon Tate incinta di otto mesi, per mano della furia omicida della setta satanica di Charles Manson, era all’apice della sua popolarità. Film come Chinatown e Rosemary’s Baby ne avevano fatto uno dei registi più acclamati e ricercati di Hollywood. Scrive Soria su La Stampa “Portò la giovane Samantha a casa di Jack Nicholson dove non c’era nessuno. La invitò a spogliarsi, a entrare insieme nell’idromassaggio. Lo sorprese Anjelica Houston (allora compagna di Nicholson)”. Seguì la denuncia alla polizia e Polanski si trovò con sei capi di imputazione, tra cui stupro, sodomia, sesso orale con una minorenne. Alcuni amici provarono a sostenere che la ragazza era una specie di Lolita e il giudice sembrò accettare una pena ridotta. Ma poi rinnegò le sue promesse e il regista scelse la fuga. Nel 2003, in una lettera aperta al Los Angeles Times, Samantha Geiger, oggi 45enne con tre figli residente alle Hawaii, e che ha risolto con un accordo economico la sua causa civile contro il regista, chiese alla procura distrettuale di Los Angeles che il caso fosse archiviato. “Ho avuto una vita felice e altrettanto auguro a Polanski. Anche se ero giovanissima mi resi conto che non avrebbe avuto un processo equo”, scrisse la donna nella lettera aperta. Un paio d’anni fa, parlando del suo orrendo crimine, il regista disse: “l’unica cosa che voglio è lasciarmi alle spalle quella storia. Credo di aver pagato il mio sbaglio. Tornerei negli Usa per affrontare il processo, ma credo che i media americani si sovrappongano alla giustizia, e credo che l’esito del processo sarebbe un inferno, non per colpa del sistema giudiziario ma dei media”. Fino ad oggi l’unico rischio reale di arresto il regista lo aveva corso in Israele dove fu acclamato per Il Pianista, ma che lasciò in maniera rocambolesca appena ebbe sentore di fermo dai suoi legali. Si dice che gli svizzeri avrebbero voluto accontentare gli americani dopo il braccio di ferro sui conti segreti e lo scandalo Ubs, fiumi di $ sottratti al fisco americano. Oggi è in prigione a Zurigo, non ha ottenuto gli arresti domiciliari perché potrebbe fuggire. 700 artisti hanno sottoscritto un appello per la sua immunità, firmato, tra gli altri, da Barbareschi, Monicelli, Tornatore, Placido, Bellocchio, Sorrentino. Aspesi su la Repubblica ha scritto: “arte e pedofilia si sono spesso intrecciate, suscitando dibattiti fumosi e, nel dubbio, si è sempre preferito pensare che se l’artista era devoto alle adolescenti o addirittura alle bambine, era esclusivamente per ragioni intellettuali. Carrol fotografa bambine per immortalarne l’innocenza, Balthus dipingeva bambine con le gambette spalancate per pura passione grafica…” . “No, il lodo Polanski no. D’accordo, come regista è un genio, ma non può evitare una condanna per questo”, ha scritto Rodotà sul Corriere della Sera. In sintonia col buon senso del ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpfsuch: “la biografia di una persona non deve definire un trattamento di favore davanti alla legge”. Dopo l’arresto, il regista ha parlato con la moglie, l’attrice Emmanuelle Seigner, madre di Morgana ed Elvis, i figlioli ai quali ha dedicato Oliver Twist: “sono arrivato e mi hanno arrestato, ne ho passate tante, stai tranquilla, anche questa si risolverà”.
Barbara Saltamartini, presidente della Commissione Parità della Camera dei Deputati, con la collaborazione del quotidiano Libero sta raccogliendo firme perché gli Stati Uniti condannino in maniera esemplare il regista. Tutte le iniziative sono consentite, ma ci sembra questa particolarmente ridicola, anche perché pare palese che gli Stati Uniti agiranno come è giusto che sia.
Sarebbe opportuno che la sensibilità della politica si esprimesse per le violazioni all’interno del nostro Paese. Mi riferisco alla recentissima sentenza con una condanna di appena sei anni (con i benefici vari due anni effettivi) per lo stupro di una quindicenne romana. Purtroppo, probabilmente per la mancanza di libertà di stampa, i romani non sono informati quotidianamente del processo in corso del presunto pedofilo don Ruggero Conti, parroco della Chiesa della Natività di Maria Santissima di Selva Candida.

Tiziana Ficacci
, www.nogod.it

Per il processo a don Ruggero Conti guarda il 18/6/09,
pagina Tiziana
http://www.nessundio.net/blog/2009/06/18/1963/

http://www.mymovies.it/trailer/?id=33960

14/9/09 – Lavare l’onta

lunedì, 14 settembre 2009

Oh se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota. (Giulio Cesare, Shakespeare)

Era nato a Londra nel 1912 e nella sua breve carriera accademica aveva pubblicato lavori che hanno cambiato la nostra vita, dando impulso, con la sua ricerca, all’intelligenza artificiale. Veniva da una famiglia della middle class, non uno studente brillante ma piuttosto un bambino prima e un ragazzo poi, solitario, molto sensibile, affascinato dai misteri della natura. Respinto dal preside della sua scuola perché utilizzava metodi non convenzionali per risolvere complessi quesiti matematici. Fortunatamente la scuola finì e il giovane entrò al King’s College di Cambridge, un ambiente dove la matematica e le scienze che amava erano il pane quotidiano. E neppure essere diversi sembrava un gran problema. Il giovane seguì le lezioni di Keynes, e di Wittgenstein e si applicò al “problema della decisione”, arrivando alla “macchina di Turing” un sistema in grado di svolgere alcune funzioni della mente umana. Era un originale che, come ha ricordato Piergiorgio Odifreddi, lavorava a maglia e giocava a tennis completamente nudo, e per queste stramberie il sistema accademico non lo premiò come il suo genio avrebbe imposto. Arrivò la guerra mentre il matematico lavorava alle sue macchine. L’intelligence lo assunse per decrittare i codici con i quali comunicavano i comandi nazisti. Dalla necessità di gestire una quantità elevata di numeri e combinazioni presero il via, nel corso degli anni successivi, le elaborazioni scientifiche che aprirono la porta alla progettazione dei primi computer.
Nel 1952 un amorazzo occasionale gli rubò il portafoglio. Lui lo denunciò, nel contempo denunciando la sua omosessualità. Venne processato e condannato: o la prigione o la castrazione chimica. Scelse la seconda opzione, ma gli estrogeni stravolsero la sua vita. Si suicidò mangiando una mela dopo averla intrisa nel cianuro, in ricordo di Biancaneve, una favola che amava.
Il primo ministro Gordon Brown* dopo mezzo secolo, su sollecitazione di scienziati, studiosi, cittadini, associazioni lgbt mobilitate dall’informatico John Graham-Cumming e dal Daily Telegraph, ha chiesto scusa ad una persona che ha contribuito al buon esito della storia decifrando i codici di Hitler. Il suo nome era Alan Turing** il cui dramma si consumò negli anni in cui primo ministro era Winston Churchill e che, fino ad oggi, era ricordato solo da una brutta statua nei giardini di Manchester.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

* “A nome del governo britannico e di coloro che vivono liberamente grazie al lavoro di Alan, sono fiero di dire: perdonaci “ Gordon Brown
**Alan Turing (1912-1954) è uno dei grandi matematici del XX secolo, pioniere dell’intelligenza artificiale.
Durante la guerra lavorò a Bletchley Park alla decifrazione dei codici militari di Hitler.

10/9/09 – Fiato alle trombe

giovedì, 10 settembre 2009

E’ morto l’unico amico di Silvio che faceva domande (F d’E.)

Bongiorno Mike : Sedicenne, cittadino americano, era in Italia con la madre di nazionalità italiana, sfollato l’8 settembre sulle Alpi piemontesi, attraversava nei mesi invernali i valichi alpini innevati, recando messaggi in Svizzera per conto della Resistenza. Catturato dai tedeschi e incarcerato a Milano, a San Vittore, venne scambiato con prigionieri tedeschi in seguito a trattative tra i comandi alleato e germanico, potendo così raggiungere il padre a New York e collaborare alle emissioni radiofoniche in italiano La voce dell’America.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Dal “Dizionario della Resistenza italiana”, Editori Riuniti, a cura di Massimo Rendina

17/6/09 – Lo yogurt è buono e fa bene

mercoledì, 17 giugno 2009

Qualche giorno fa, alla bella età di 103 anni, è morto il sig. Daniel Carasso. Suo padre, che faceva il medico a Salonicco, si chiamava Isaac Carasso; nel 1912, per sfuggire alle guerre balcaniche, lasciò la Grecia per la Spagna stabilendosi a Barcellona. Ai suoi pazienti che soffrivano di digestione lenta, il dott. Isaac consigliava di mangiare lo yogurt come aveva appreso dalle popolazioni balcaniche. Avendo l’uzzolo per gli affari cominciò a importare il prodotto dalla Bulgaria facendolo commercializzare dalle farmacie. Lo yogurt ebbe talmente tanto successo che il dott. Isaac iniziò, nel 1919, a produrlo direttamente dando vita all’industria Danone, il nomignolo col quale veniva chiamato affettuosamente suo figlio Daniel. Che continuò l’impresa del padre in Francia dove quest’anno si festeggiano i 100 anni del marchio, come ricordano i divertenti spot mostrati sulla tv francese.
Oggi solo una piccola quota è ancora nelle mani dei Carasso, ma ciò non ha impedito, in Italia ad esempio, di chiamare al boicottaggio del prodotto in chiave antisraeliana, anche se gli yogurt Danone non arrivano nei supermercati israeliani nonostante il consumo di yogurt sia altissimo, e i Carasso siano rispettabilissimi cittadini francesi che onorano e rispettano il loro paese. Non vogliamo pensare ad un pregiudizio per la loro etnia. (e invece è così e non potrebbe essere altrimenti in un paese che si chiama Vaticalia)
Testimonial del marchio è il calciatore francese di origine algerina Zinedine Zidane, oggi dirigente del Real Madrid, e che si rese protagonista insieme (e alla pari) all’italiano Materazzi di un episodio di rara sgradevolezza nel pur antipatico mondo del calcio. Lo yogurt è buono e fa anche bene, come testimonia la lunga vita del sig. Daniel Carasso. Ma se avete compiuto 50 anni e avete problemi di digestione, una volta ogni due anni fate una colonscopia. Dobbiamo arrivare almeno a 103 anni, se non altro per provare a buttare giù qualche stupido pregiudizio.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Questa sera Nogod parteciperà alla serata di vicinanza con l’Iran, indetta da il Riformista e Radio Radicale, in piazza Farnese a Roma dalle 18,30 http://www.ilriformista.it/publisher/Prima%20pagina/section/. In Iran si spara su chi protesta, si mandano a morte gli oppositori, si impiccano gli omosessuali, si arrestano le donne che non accettano di sottomettersi. Quando si alza la voce delle persone che chiedono la libertà non possiamo tapparci le orecchie. Probabilmente lo faranno i governi, compreso il nostro. E’ la realpolitik che accarezza i dittatori dal verso del pelo sperando di essere mangiata per ultima. Ma si sa, nella palude si salva solo il coccodrillo.
Ci vediamo a piazza Farnese, e non solo per la paura di essere mangiati.