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Nel nome di Neda.

mercoledì, 24 giugno 2009

Lettera aperta al Ministro Frattini dai dissidenti iraniani in Italia

martedì 23 giugno 2009
A NOME DI NEDA DUE PAROLE COL MINISTRO FRATTINI

Il mondo guarda sbalordito alle donne e alle ragazze iraniane e al loro
sangue che colora le strade di Teheran, annafiando la speranza e la
ferrea volontà di coltivare per sempre i profumati fiori della libertà
e della democrazia, e Lei singnor ministro degli esteri italiano ancora
guarda speranzosa al lancio di una piccola apertura del regime
agonizzante dei mullah verso di Lei e verso la G8. Che brutta delusione
da parte Sua. Non vorrei essere assolutamente al posto Suo.
Il mondo ammira la volonta e il coraggio dei giovani iraniani e in
particolare la volontà delle donne che alla fine tocca loro a sferrare
il colpo mortale sulla testa del regime dei mullah, e lei come uomo si
dispiace perchè il regime terrorista dei mullah che è anche il
responsabile numero uno della morte dei vostri soldati in Iraq e in
Afghanistan, “ha perso un’opportunità”!!!
Quali opportunità signor ministro?
Il regime dei mullah sta perdendo, grazie ai ragazzi e
ragazze iraniane come Neda, il suo terreno di battaglia e Lei lo invita
al G8 per trascinarlo in una inutile discussione diplomatica che è in
realtà un perdi tempo totale per tutti gli attori in campo. Signor
ministro guardi per favore agli occhi di Neda e si vergogni. Si vergono
di essere un uomo e di rappresentare una nazione che merita molto di
più di quanto Lei sta offrendo come ministro degli esteri.
Signor Frattini, Invitare il rappresentante del regime dei mullah al G8 è un oltraggio e
un’offesa al popolo iraniano e al sangue di Neda, uccisa barbaramente
alcuni giorni fa.
Signor Frattini se le Sue intenzioni sono
quelle di costituire uno scudo protettivo attorno ai soldati italiani
presenti in Afganistan, invitando il carnefice dei vostri soldati in
Iraq alla conferenza di G8 Lei sbaglia di grosso anche perchè cosi
facendo incoraggia il terrorismo iraniano a proseguire sulla sua strada
di interferenza in Afghanistan.
Signor ministro Lei deve sapere
che il regime dei mullah ha assai poca considerazione nei confronti del
vostro governo e inparticolar modo nei suoi confronti perchè vi
considerano indipendenti dagli ordini “d’altrui”.
Concludo e Le suggerisco di abbandonare l’idea di conquistare il cuore dei mullah
anche perchè loro al posto del cuore hanno una miniera di odio e di
violenza nei confronti del genere umano!
A nome di Neda e di tutti i
caduti di questi ultimi giorni La invito di prendere una dura posizione
contro le barbarie del regime e di dimostrare che il popolo italiano è
più sensibile ai diritti umani che agli inetressi economici e di
riconoscere la volontà dei giovani iraniani per un cambio radicale del
quadro politico attuale che è quello di ripristinare la libertà e la
democrazia in Iran. Due elementi di cui la realizzazione dipende
esclusivamente alla caduta del regime dei mullah di cui i primi
beneficiari siete anche Voi italiani.
Grazie e cordiali saluti
Karimi Davood, presidente dell’Associazione rifugiati politici iraniani
residenti in Italia

24/6/09 – Come direbbe la Sentinella *: chapeau

mercoledì, 24 giugno 2009

Il mio primo impegno sarà di andare a pregare sulla tomba di La Pira (Matteo Renzi, neosindaco Pd di Firenze)
L’arretramento del centrodestra lascia ben sperare ed emerge l’importanza positiva degli accordi Pd-Udc (Francesco Rutelli, Pd)
Franceschini è il segretario di un partito surreale: perde alle europee e festeggia, perde ora ed è contento (Daniele Capezzone, Pdl)

Monsieur le Président probabilmente è il politico europeo che ha più cose in comune con Barack Obama. Come lui non viene dalle élites tradizionali, come lui è un avvocato, come lui è figlio di divorziati, come lui ha origini esotiche (figlio di migranti ungheresi con una goccia di ebraismo), come lui ha una moglie bella e parlante. Nicolas Sarkozy in campagna elettorale denunciò i ritardi della società francese a sostenere il principio della discriminazione positiva all’americana. Appena eletto volle con sé, fra i ministri, molte donne con sperimentati curricula tra cui due maghrebine e una senegalese. E poi Francia e Stati Uniti sono democrazie presidenziali che hanno scritto nella Storia i valori e i diritti fondamentali dell’uomo.
Nella bella provincia italiana, tendenza intellettualoide sinistrese, il presidente francese viene dipinto come un questurino e assimilato ai nostri peggiori fascisti. In realtà è un moderno politico di destra. Il suo discorso di Versailles è il frutto di una modifica costituzionale da lui fortemente voluta e che gli ha consentito di parlare ai due rami del Parlamento in seduta comune. Secondo il portavoce dei Socialisti Benoit Hamon è stata una mera operazione di immagine, permessa dal successo riportato nelle recenti elezioni europee. Che hanno anche fruttato il 16% ai Verdi guidati dall’inossidabile Cohn Bendit, un boom che ha motivato Sarkozy ad annunciare un impegno ecologista, oltre ai consueti temi attinenti la sanità, la revisione dell’età pensionabile, l’implementazione del settore pubblico nel mercato finanziario. Tra le misure nuove, sollecitato dalla forte richiesta di un minisindaco (comunista) della cintura parigina che si è rifiutato di celebrare un matrimonio a una donna col burqa, ha definito l’abito un segno di asservimento che nulla ha a che fare con la religione. In Francia, come in tutta Europa, le donne imprigionate nella gabbia di stoffa è in aumento, qualcuna lo sceglie, le altre? La ministro alle Politiche delle periferie Fadela Amara, fondatrice del gruppo Ni putes ni soumises, ha chiesto di vietarlo. In molti hanno visto in questa nuova battaglia per il riconoscimento della superiorità dello Stato laico una sottile contrapposizione con Obama che al Cairo ha affermato che chi vuole può portare il velo. Già ora in Francia i funzionari pubblici non devono avere segni visibili di appartenenza religiosa (per salvaguardare lo spazio pubblico). Dice Alain Touraine, sociologo francese e membro della commissione Stasi istituita per garantire la neutralità dello Stato repubblicano, la sottile differenza tra Usa e Francia risiede nel fatto che la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti gettò le basi per un ordinamento laico della società americana e per una rigorosa separazione delle autorità civili da quelle religiose. Questa separazione si è affermata più tardi in Francia, rafforzata dalla Rivoluzione, ed è diventata la strada per emancipare la formazione delle classi dirigenti dall’influenza delle chiese. Le decisioni assunte dalla Commissione Stasi (2005) che hanno riaffermato la neutralità della sfera pubblica, si è resa indispensabile per le pressioni provenienti dalle periferie dove i gruppi etnici tendono ad affermare la propria identità religiosa e culturale, soprattutto in difesa delle donne, quasi sempre obbligate a seguire le tradizioni religiose del gruppo di appartenenza.
Riuscirà Nicolas a salvare le islamiche di Francia? Prima di storcere il naso sul presidente blin blin, pensiamo per un attimo alle nostre congeneri che vivono (vivono?) a Kabul e a Teheran.
Chissà come affronteremo (presto saremo obbligati a farlo) qui nella provinciale Italia questo dibattito, schiacciati come siamo dall’egemonia politico-culturale della Chiesa cattolica?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

* http://lasentinelladellalaicita.wordpress.com/ (blog amico)

Deborah Fait commenta la visita di Gheddafi in Italia.

lunedì, 15 giugno 2009

Deborah Fait da www.informazionecorretta.com

Mamma mia, che mal di pancia!

Sapevamo che ormai il femminismo era scomparso mangiato, pappato, succhiato dalla sudditanza all’islam.

Sapevamo che erano finiti i tempi de l’utero e’ mio e che  ormai  non e’ nostra nemmeno la testa troppo spesso  staccata dal corpo dalla legge della Sharia che si fa strada anche in Europa.

Mi meravigliavo in passato, ricordando le nostre antiche lotte per la liberta’ e la dignita’ della donna, di non sentire proteste  per come venivano trattate le donne islamiche.

Ero scandalizzata per il silenzio delle donne quando un musulmano, in Olanda,  taglio’ la pancia a Theo Van Ghogh per il suo film sulla condizione della donna nel mondo islamico.

Mi viene voglia di urlare di fronte alle immagini di donne iraniane o arabe  appese alla forca o lapidate nel silenzio  di tutte le donne del mondo occidentale.

Il femminismo e’ morto, ragazzi miei, e ieri abbiamo dovuto assistere al suo ridicolo funerale con 700 donne imprenditrici cinguettanti intorno a un dittatore terrorista nello spettacolo piu’ triste e servile dall’epoca di Arafat.

Abbiamo visto Emma Marcegaglia per manina con Muhammar Gheddafi, abbiamo sentito Marta Marzotto in brodo di giuggiole gridare che il colonnello ama l’Italia, erano tutte la’,  700 donne per un dittatore terrorista assassino, forse drogato, forse ubriaco, di sicuro sporco e untuoso, di una bruttezza imbarazzante.

Solo Arafat poteva superarlo in bruttezza e schifezza e anche Arafat era amatissimo dalle donne progressiste italiane, Luisa Morgantini in prima fila, innamorata e fedele fino all’ ultimo puzzolente respiro del rais e poi inconsolabile di fronte alla sua morte, per noi benedetta .

Ci sono molte analogie tra i due dittatori, bruttezza e viscidume a parte, entrambi  crudeli e spietati, entrambi terroristi, entrambi antiebraici e antioccidentali, entrambi furbi  come il demonio nella loro paranoia, entrambi, pare, viziosetti l’uno colle donne l’altro coi maschietti.

Un particolare li differenziava, Gheddafi oggi e’ amato a causa dei soldi e delle risorse della sua Terra, Arafat era amato perche’  ammazzava gli ebrei e i soldi lui li prendeva, a vagonate, non li dava quindi  chi ha amato Arafat lo ha fatto di vero amore, disinteressato, motivato solo dall’odio per Israele…………

il resto dell’articolo è qui
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=29813

12/6/09 – Sgradevole salamelecco

venerdì, 12 giugno 2009

Vorrei dire qualcosa sulle sue incantevoli amazzoni, ma in sala c’è mia moglie (il rettore della Sapienza Luigi Frati motteggia Silvio)
Il popolo è sovrano, e quindi non ha bisogno di votare (il colonnello)

Per fortuna (anche degli sciagurati Nicola Latorre e Massimino D’Alema che non vedevano scandalo) il colonnello Gheddafi non ha parlato in Senato. Nella più appartata Sala Zuccari ha espresso giudizi antioccidentali e la veloce presa di distanza del ministro degli Esteri Frattini ha scongiurato (forse) un serio incidente diplomatico con gli Stati Uniti alla vigilia dell’incontro di Berlusconi con Obama.
C’è stata troppa fretta nel promuovere a statista il leader libico. Come in troppi paesi africani, in quel paese non ci sono tracce di democrazia; lì non esiste un parlamento e i dissidenti sono perseguitati. L’Assemblea del popolo è guidata dal capo dello Stato e Gheddafi ha auspicato che anche in Italia si dissolvano i partiti per qualcosa di analogo. E se erano doverose le tardive scuse al popolo libico per il passato colonialista dei nostri bisnonni, qualche parola sarebbe stata gradita per le migliaia di italiani scacciati dalla Libia senza alcun risarcimento. E’ ancora in dubbio che una rappresentanza, che dovrebbe essere guidata dalla signora Ortu, sia ricevuta. Niente neanche per gli ebrei (che nulla avevano a che fare con la politica coloniale) allontanati dalla Libia di re Idris nel 1967 dopo la guerra dei Sei giorni, costretti a una fuga precipitosa quando salì al potere Gheddafi (1 settembre 1969). Non un aaa sui missili che nell’86 vennero sparati su Lampedusa.
L’invito dell’Italia a Gheddafi era nell’ordine naturale delle cose, e per questo giorno hanno lavorato schieramenti trasversali per anni (gran feste nelle tende beduine da Pisanu a Latorre passando per Sgarbi). Ma sarebbe stato utile un rapporto tra pari, le nostre scuse si, ma anche qualche domanda. Ad esempio, perché non chiedere che fine fanno i rimpatriati dei gommoni respinti dalla nostra marina che opera davanti a Tripoli con le unità militari libiche?
Il cerimoniale pomposo organizzato da Palazzo Chigi, al quale ha dato una robusta e imbarazzante dose di servilismo il sindaco di Roma (che terrorizzato dall’effetto piazza vuota già sperimentato con Benedetto XVI ha fatto organizzare pulmini dalle municipalizzate, dimostra una totale mancanza di equilibrio tra l’Italia che ha voltato pagina e la Libia che non ha neanche cominciato a girarla. Un sussiego eccessivo per il colonnello che ha presieduto nel 2003 la Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite, e che continua a incarcerare i dissidenti e aiuta Omar al Bashir il presidente del Sudan accusato di crimini di guerra in Darfur. Ci piacerebbe comunque avere una risposta dai volenterosi politici italiani, che condividono solo in parte ciò che ha raccontato il colonnello, sul passaggio Vaticano = teocrazia

Tiziana Ficacci, www.nogod.it
guarda anche http://www.nessundio.net/blog/2009/06/10/1883/

Obama e i Fratelli Musulmani.

venerdì, 12 giugno 2009

C’è chi parla di resa.

Da Il Foglio

*Il dialogo tra Obama e i Fratelli musulmani è un segno di pace o di resa ? *di Giulio Meotti *

* ROMA. Prima dell’ambizioso viaggio al Cairo, Barack Obama ha incontrato a
Washington importanti esponenti dei Fratelli musulmani. Su richiesta
esplicita della Casa Bianca, a sentirlo parlare al Cairo c’erano anche
undici rappresentanti della fratellanza islamica, un fatto assolutamente
nuovo per gli Stati Uniti. “Obama è pronto ad adottare la violenza, non
l’ideologia islamista, come discriminante nell’attitudine americana verso
simili organizzazioni”

, si legge in un’analisi appena uscita sul sito
Internet dei Fratelli, Ikhwanweb. In Europa i Fratelli musulmani, che sono
anche il movimento più diffuso nelle moschee italiane, lavorano già oggi con
il governo inglese, olandese e francese sui temi dell’integrazione. A
Washington numerosi analisti, fra cui Fareed Zakaria su Newsweek,
suggeriscono da tempo a Obama di cancellare la messa al bando non scritta
nei confronti della storica organizzazione islamista, che si interseca con
la clandestinità fondamentalista, che predica la distruzione di Israele e
lavora per l’espansione della sharia in tutto l’occidente.
Dall’ideologia dei Fratelli musulmani, nati nel 1928 in Egitto e ancora
oggi fuorilegge al Cairo, sono nati gruppi terroristici come al Jamaa al
Islamiya e Hamas, presenti sulla lista nera di Washington e Bruxelles. Nel
maggio di due anni fa, il Foglio per primo intercettò un simile mutamento
all’interno della diplomazia americana. Allora la discussione fu avviata da
due studiosi del Nixon Center, Robert Leiken e Steven Brooke, che sulla
rivista Foreign Affairs pubblicarono il saggio “The moderate muslim
brotherhood”. I due chiesero al dipartimento di stato di avviare il dialogo
con la fratellanza sulla base della sua “evoluzione non violenta”. Ma Zeyno
Baran, analista della Hoover Institution e collaboratrice dell’Herald
Tribune, liquida così ogni tentativo di dialogo con i Fratelli: “Per loro il
Corano non è fonte di legge, è l’unica fonte. La fratellanza crea una quinta
colonna per indebolire i sistemi occidentali. La Fratellanza ritiene
necessario diffondere concetti islamici che rigettano la sottomissione e
incitano alla lotta”.
Il primo consigliere di Obama per i Rapporti con il mondo islamico,
Mazen Asbahi, si dimise quando emersero i suoi legami con la Fratellanza
islamista. “Gli Stati Uniti devono considerare quando e come parlare con
movimenti politici che hanno un consenso pubblico sostanziale e hanno
rinunciato alla violenza, i Fratelli musulmani potrebbero essere in questa
categoria”, è scritto in un rapporto del The Project on U.S. Engagement with
the Muslim World. Ne fa parte Dalia Mogahed, il primo velo islamico della
Casa Bianca. Egiziana di nascita a capo del Gallup Center for Muslim Studies
e tra le massime sostenitrici del dialogo fra Washington e lo storico
movimento islamista, oggi Mogahed è a capo dell’Advisory Council on
Faith-Based and Neighborhood Partnerships voluto da Obama. Laurea in
Ingegneria e master in Business administration, Dalia è vicina alla Muslim
American Society, l’organizzazione storicamente affiliata alla Fratellanza
musulmana. Appena scelta da Obama come consigliera alla Casa Bianca, Dalia
ha rilasciato una lunga intervista a Islamonline, il sito internet dello
sceicco Yusuf al Qaradawi, che della Fratellanza è il guru e che sintetizza
così il programma del movimento in occidente: “La conquista non sarà con la
spada, ma con il proselitismo”. Anche l’altro membro islamico del board
obamiano sulla fede, Eboo Patel, è legato al Council on American Islamic
Relations, organismo finanziato dai sauditi e legato ai Fratelli.
Ad aprile Obama ha visitato la Turchia per partecipare all’Alleanza
delle civiltà, un forum vicino ai Fratelli musulmani con affiliazioni
europee e americane, del cui board fa parte John Esposito, il mentore di
Dalia Mogahed, l’islamologo della Georgetown University che da anni sostiene
il dialogo con i Fratelli musulmani e la sua filiera americana. L’Alleanza
delle civiltà a cui ha partecipato Obama non fa mistero di essere uno
strumento dell’Organizzazione della conferenza islamica, che ha sede a Gedda
in Arabia Saudita ed è non da oggi il più potente blocco di votanti alle
Nazioni Unite, dominando anche il Consiglio dei diritti umani. E’ sua la
risoluzione al Palazzo di Vetro che criminalizza l’islamofobia e rende
sempre più tormentata e difficile la libertà d’espressione e di critica
sull’islam in occidente. Lo scorso 15 settembre, alcuni membri dello staff
di Obama, allora candidato alla guida degli Stati Uniti, si incontrarono a
Washington con alcuni esponenti del Council on American Islamic Relations e
della Muslim American Society, entrambe emanazione dei Fratelli musulmani.
Quando nel 1928 nacquero in reazione all’abolizione del califfato, i
Fratelli aprirono scuole, ambulatori, moschee. Gli uomini iniziarono a farsi
crescere la barba, le donne a portare il velo. Come quello di Dalia Mogahe.

*(Il Foglio, 9 giugno 2009) *

Obama e l’islam.

giovedì, 11 giugno 2009

Qualcuno scopre alcune incongruenze nelle aperture di Obama per il dialogo con l’islam.

CORRIERE della SERA – Christopher Hitchens: “ Le parole di Obama sul velo: un favore agli integralisti islamici “

Esiste un collegamento intrigante tra quanto detto dal presidente Barack Obama a pro­posito del velo delle donne musulmane nel suo di­scorso del 4 giugno al Cairo e le polemiche che infuriano sui pri­gionieri di Guantánamo, di re­cente liberati e tornati a ingrossa­re le file dei talebani e di Al Qae­da. Non cercate di indovinare: proseguite la lettura.
Da quando l’ex vicepresidente Dick Cheney ha saputo sfruttare al meglio i titoli del New York Ti­mes del 21 maggio, ricorrendo al­le statistiche del dipartimento della Difesa per insinuare che uno su sette dei rilasciati di Guantánamo aveva «fatto ritor­no al terrorismo o alla militanza armata», è scoppiato un pande­monio nel tentativo di capire se le cose stanno effettivamente co­sì e, nel caso affermativo, per­ché. Non potrebbe essere il caso, tanto per fare un esempio, che un innocente sottoposto al trita­carne di Guantánamo si sia tra­sformato in un «fondamentali­sta » e abbia deciso di arruolarsi nella Jihad per la prima volta?
Quest’ultima spiegazione non vale per diversi recidivi che sono stati realmente identificati, dei quali conosciamo vita, morte e miracoli. Durante una mia visita a Guantánamo, mi è stata conse­gnata una lista — che conteneva solo undici nomi, per la verità— di ex militanti talebani, come Ab­dullah Mehsud, arrestato nel feb­braio del 2002 e rilasciato nel marzo 2004, il quale in seguito ha preferito togliersi la vita piut­tosto che arrendersi alle forze di sicurezza pachistane. Se costitui­sce un oltraggio alla giustizia in­carcerare individui che potrebbe­ro essere vittima di falsa identità o di vendetta per mano di altre fazioni, allora è un oltraggio alla giustizia anche il rilascio di crimi­nali psicopatici, convinti di aver
ricevuto ordine da Dio di gettare acido in faccia alle ragazzine che vogliono andare a scuola.
Eppure, se pensiamo che sia probabile o possibile che un uo­mo possa trasformarsi in un si­mile mostro dopo aver vissuto l’esperienza di Guantánamo, allo­ra vorrei azzardare una spiegazio­ne. Non immaginavo mai di sco­prire che in quel luogo le autori­tà hanno consentito agli elemen­ti più fanatici di organizzare la giornata degli altri detenuti. Im­maginate di essere un individuo laico, o semplicemente non estremista, che si è ritrovato im­pigliato nelle maglie del sistema per errore; ebbene, anche voi sa­reste obbligati a pregare cinque volte al giorno (le guardie non possono interferire), tenere in cella una copia del Corano, e con­sumare
cibi preparati secondo le norme halal (o della Sharia). For­se potreste far richiesta di essere esonerato ma, in questo caso, du­bito che sareste ascoltato. Gli uf­ficiali responsabili erano talmen­te orgogliosi di sfoggiare la loro grande apertura mentale nei con­fronti dell’Islam che hanno fatto una faccia quasi offesa quando ho chiesto come potevano giusti­ficare l’impiego dei soldi dei con­tribuenti per mettere in piedi un’istituzione dedicata alla fervi­da pratica della versione più fon­damentalista di un’unica religio­ne. Al lungo elenco dei motivi va­lidi per chiudere Guantánamo ag­giungiamo anche questo: è una madrassa (scuola islamica) spon­sorizzata dallo Stato americano.
La stessa insistenza, quasi ma­sochistica, nel prendere l’estre­mo
come norma si ritrova nel­l’eloquente discorso di Obama nella capitale egiziana. Parte di quanto enunciato era dettato da informazioni inesatte, malgrado le migliori intenzioni. Oggi chiunque, per quanto piccolo il suo bagaglio culturale, sa benissi­mo che non esiste un luogo né un’entità che possa definirsi «il mondo musulmano», perché es­so consiste di molti luoghi e mol­te realtà (è precisamente l’obietti­vo degli jihadisti ridurre il tutto sotto la medesima autorità, nel progetto di imporre l’Islam co­me unica religione planetaria).
Esaminiamo l’unico caso in cui il presidente ha sfiorato la più nota caratteristica del «mon­do » islamico: la tendenza a vede­re nelle donne dei cittadini di se­conda classe. E lo ha fatto solo per dire che i «Paesi occidentali» praticano la discriminazione con­tro le donne musulmane! E co­me viene imposta tale discrimi­nazione? Limitando l’uso del ve­lo o
hijab (parola che Obama ha pronunciato hajib — figuriamo­ci le risate, se l’avesse detto Geor­ge Bush). È stato un chiaro attac­co alla legge francese che proibi­sce di indossare abiti o simboli religiosi nelle scuole statali. Ma alle donne che sono costrette a vestirsi secondo i precetti altrui, Obama non ha avuto nulla da di­re, quasi che il loro unico diritto in questione fosse quello di ob­bedire a una regola che — in real­tà — non si trova nemmeno nel Corano. Crede forse il nostro pre­sidente che velo e burqa siano in­dumenti che le donne scelgono liberamente per essere alla mo­da? Tale manifestazione di inge­nuità è a dir poco sconcertante e non c’è da meravigliarsi se tra il pubblico musulmano globale og­gi le persone sbagliate sghignaz­zano alle nostre spalle, mentre a coloro che dovrebbero essere no­stri amici e alleati non resta che piangere.

E’ arrivato un circo beduino :

mercoledì, 10 giugno 2009

…..tendone, cammelli, amazzoni e due clown.

Qui una raccolta di notizie al riguardo.

.hmmessage P { margin:0px; padding:0px } body.hmmessage { font-size: 10pt; font-family:Verdana } Riflettori dei media puntati oggi sull’inizio della visita in Italia del colonnello Gheddafi. Il ministro degli Esteri Frattini ha già definito l’evento “di portata storica”. Tutti i giornali dedicano ampio spazio alla delineazione di un programma di incontri che si snoderà fittissimo per quatto giorni e si soffermano in valutazioni analitiche che certo continueranno nel corso della settimana (Repubblica, Corriere della Sera, Sole 24 Ore, Messaggero, Avvenire, Unità, Manifesto, Tempo). E il clamore continua se sfogliamo le pagine locali romane, perché l’installarsi del Presidente libico a Villa Doria Pamphili suscita proteste da sinistra come da destra (E polis-Roma, Repubblica Roma, altre pagine di cronaca). Ma qual è il motivo del rilievo tutto particolare riservato a questo confronto a più voci con un personaggio tanto controverso? Qual è il senso di un’accoglienza improntata alla scenografia teatrale (la tenda nel bel mezzo dello storico parco romano) e all’avvenimento da celebrare? Le risposte sono molteplici e di varia natura, come ci ricorda con lucidità ma in toni un po’ ufficiali Nino Cirillo sul Messaggero. Prevalente è l’aspetto politico, a cui sono legati gli incontri col presidente Napoletano, col presidente del Consiglio Berlusconi vero regista di tutta l’operazione, coi presidenti di Senato e Camera: è urgente bloccare o almeno rallentare il flusso migratorio, e l’apporto della Libia può in questo senso risultare decisivo. Il governo riprende insomma il filo degli accordi già siglati in Libia l’anno scorso. Le grandi accoglienze al personaggio fanno parte allora di un preciso calcolo, sono il fio da pagare per la sua accondiscendenza. Così si spiega il clima di eccezionalità, così si spiega il discorso di Gheddafi previsto in Senato per domani (eccesso contro cui giustamente protesta la vicepresidente di Palazzo Madama Emma Bonino, come nota Maurizio Caprara sul Corriere della Sera). Dietro la politica d’oggi c’è la storia, il tardivo mea culpa sulle pesanti responsabilità dell’Italia coloniale e fascista in Libia, alla luce delle quali la visita del leader libico assume il senso di un definitivo voltare pagina nei rapporti tra i due Paesi. E accanto alle esigenze politiche italiane d’oggi condite dalla storia c’è la politica internazionale, nell’ambito della quale vuole essere proprio l’Italia del centrodestra a portare la Libia a pieno titolo entro il quadro degli accordi mondiali, a traghettarla in occasione del prossimo G8 dell’Aquila verso l’America di Obama. A completare l’operazione gli interessi economici, ai quali sono riservati spazi notevoli nell’ambito della quattro giorni romana di Gheddafi: incontri con la Confindustria e il mondo imprenditoriale in genere, certo fruttuosi in vista di futuri accordi commerciali.
Tutto molto ben costruito e certo utile all’immagine del governo Berlusconi. Restano però forti perplessità. Pur con tutte le esigenze politico-economiche del caso, non si poteva essere un po’ più discreti ed evitare i toni celebrativi e inneggianti nei confronti di un personaggio ambiguo e assai controverso, un satrapo in passato complice del terrorismo internazionale e oggi artefice di repressione in casa sua? Sensate dunque le proteste dei collettivi di studenti e degli intellettuali di sinistra che coinvolgono Gheddafi nella pesante repressione nei confronti dei migranti (esemplare lo striscione a Villa Pamphili con la scritta: “No camping. Gheddafi, la tenda piantala a Villa Certosa” riportato dall’
Unità). Sensate anche le richieste di risarcimento da parte degli italiani cacciati dalla Libia negli anni Settanta, istanze che verranno presentate dalla loro associazione durante un incontro col leader arabo. Sensate anche le argomentazioni ebraiche, non tanto contro l’espulsione della comunità libica voluta ancora da re Idriss nel 1967 (ma la questione dei risarcimenti non è mai stata risolta) quanto rispetto al coinvolgimento del colonnello nell’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982. Peccato che l’invito alla Comunità di Roma nella tenda del satrapo sia previsto per sabato, ciò che è equivalente a negarlo o a voler umiliare gli ebrei romani, come ha giustamente notato Riccardo Pacifici.

Viva Israele !

lunedì, 8 giugno 2009

Sequestrati beni della SS Vaticana perchè non paga le tasse. Quando riusciranno gli italiani a far pagare le tasse ai gerarchi cattolici ?

Qui la fonte della notizia da La Repubblica
LEGGI

ROMA - A poche settimane dalla visita di Benedetto XVI in Israele, il governo israeliano ha bloccato i conti correnti della Custodia di Terra Santa e di altri enti cattolici in Israele per costringere le istituzioni ecclesiastiche a pagare le tasse, senza attendere le conclusioni del negoziato che verte in particolare sullo statuto fiscale della Chiesa in Israele.

Il provvedimento, firmato da Yehezkel Abrahamoff, capo dell’esattoria, manifesta di fatto un cambiamento di rotta del governo Natanyahu e avrà pesanti ricadute sulla gestione di scuole e ospedali cattolici………

Una road map per incontrare l’islam moderato.

domenica, 7 giugno 2009

Dopo la presidenza di Bush e l’ irrigidimento e rafforzamento dell’islam integralista e terrorista, ora Obama tenta la carta del dialogo: Apre così il mondo a molte speranze, ma anche a molti dubbi in chi ritiene che la Jihad, la guerra santa contro chiunque non condivide la religione islamica, sia una scelta irreversibile del mondo musulmano perchè connaturata intimamente alle loro sacre scritture.

Qui la fonte della notizia tratta da il Foglio del 6/06/09

L’islam immaginario

L’islam tollerante, umanitario e rispettoso della libertà religiosa oltre che della dignità della donna, dipinto nel discorso di Obama è puramente illusorio. Basterebbe ricordare che il massimo responsabile culturale dell’Egitto, paese islamico tra i più “moderati”, ha ripetutamente affermato anche recentemente che i libri scritti da ebrei debbono andare al rogo. Obama lo sa ma ha scelto di mettere tra parentesi il terrorismo di matrice islamica, perché probabilmente è convinto che l’appello alla lotta antiterroristica ormai viene inteso da vasti settori delle popolazioni islamiche come un appello alla guerra contro i loro principi. Questo significa che si è convinto che la battaglia culturale tra i regimi moderati e le tendenze estremistiche vede in netto vantaggio le seconde sui primi. Ne ha indotto che invece di un confronto tra civiltà è necessario realizzare un confronto all’interno dell’islam, delle grandi masse dei credenti in Allah, tra un’interpretazione tollerante e umanitaria e quella dominante che è di tutt’altro segno. Si tratta di capire se questa strategia, che sarebbe ingenuo considerare ingenua, ha qualche possibilità di successo. L’islam finora ha visto come alternativa solo la secolarizzazione e ha reagito con un ritorno al tradizionalismo identitario che ha striature fondamentaliste. Obama propone una sorta di protestantesimo islamico, facendo appello non alla forza del consumismo ma a una diversa interpretazione dei valori morali. Si vede che è convinto che sia matura una crisi interna all’islam, della quale però mancano tracce visibili.

(Il Foglio, 6 giugno 2009)

Ombre su Obama.

venerdì, 5 giugno 2009

Trionfale accoglienza e generale consenso mondiale per il discorso di Obama al Cairo, ma qualcuno ne rileva incongruenze e sbilanciamenti.

Qui la fonte della notiza tratta da Il Giornale
LEGGI

Il Giornale – E ora l’America si interroga sul presidente pro-islam – n. 134 del 04-06-2009

E ora l’America si interroga sul presidente pro-islam di Marcello Foa

Polemiche sul voltafaccia di Obama: in campagna elettorale fedelissimo di Israele e devoto cristiano, ora fierissimo delle origini musulmane

Qual è il vero Obama? Quello che in campagna elettorale si presentava come un ex ateo convertito al cristianesimo e convinto sostenitore dello Stato ebraico o quello di oggi, fiero delle proprie origini islamiche e sempre più esigente nei confronti di Gerusalemme? Tra i due c’è un abisso. E l’America inizia a interrogarsi sul significato autentico della spettacolare apertura del presidente verso il mondo musulmano, enfatizzata dalla visita di ieri e oggi a Riad e al Cairo. È solo realismo politico dettato dalla necessità di ricostruire in Medio Oriente il prestigio di un Paese scalfito dall’era Bush o è il sintomo di una convinzione personale, profonda, duratura, ma fino ad oggi sapientemente celata?
Di certo nel 2008 Obama faceva di tutto per nascondere le proprie radici religiose. Quando declamavano il suo nome per intero – Barack Hussein Obama – reagiva furiosamente, accusando i suoi nemici di voler spaventare gli elettori. Già, Hussein come Saddam Hussein. Nella sua biografia aveva descritto il padre come un idealista che, sebbene formalmente musulmano, non praticava la religione; anzi, non era nemmeno credente. Sapeva che questo era il suo punto debole (e potenzialmente fatale), in un’America ancora traumatizzata dall’11 settembre e dall’incubo del fondamentalismo islamico.
Ma a salvarlo fu, paradossalmente, John McCain, che, da gentiluomo qual è, decise che la religione non doveva diventare un tema di campagna. Niente fango sulla fede. E costrinse i suoi spin doctor a disarmare.
Trascorsi cinque mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, Obama può essere finalmente se stesso e i suoi portavoce parlare liberamente dei suoi trascorsi. Oggi ricordano che il presidente «ha avuto esperienze di islam in tre continenti», ha dichiarato il viceconsigliere per la Comunicazione strategica Denis McDonough. Quali? «Ha vissuto parte dell’infanzia in Indonesia», con il secondo marito della madre, frequentando le scuole locali. «Suo padre, africano, era musulmano», come «i numerosi islamici dell’Illinois e del Chicago». Una realtà che Barack evidentemente conosceva bene.
Obama non nasconde più le proprie origini, ma le esalta. «Così può conquistare la fiducia e il rispetto dei governi arabi», assicurano i suoi collaboratori. Come dire: niente paura, si tratta solo di un’operazione simpatia. Marketing diplomatico, insomma.
Ma i dubbi aumentano, soprattutto considerando la sua politica nei confronti di Israele, che al Congresso molti giudicano squilibrata. Ben 329 parlamentari hanno firmato un appello, promosso da una lobby filoebraica, che chiede al presidente di collaborare intensamente e, soprattutto, privatamente con il governo di Gerusalemme, rinunciando a esercitare pressioni in pubblico, come avvenuto recentemente.
E tra i 329, molti erano democratici. «Penso che il presidente difenderebbe meglio gli interessi dell’America se obbligasse gli iraniani a eliminare la minaccia nucleare iraniana, anziché imbarazzare i nostri alleati e soprattutto l’unica democrazia in Medio Oriente», lo ha sferzato la compagna di partito Shelley Barkley.
In realtà il presidente si è limitato a chiedere il congelamento delle colonie israeliane in Cisgiordania e a difendere il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato. Nulla di rivoluzionario, ma colpisce la differenza di toni. Agli arabi riserva lusinghe e attenzioni, anche a regimi che calpestano i diritti umani, come l’Arabia Saudita, o formalmente nemici, come l’Iran. Agli israeliani avvertimenti e critiche indispettite. Due pesi e due misure. A che cosa mira davvero Obama?