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E adesso c’è chi vuole pagare il pizzo pure agli invasori illegali.

domenica, 27 marzo 2011

Il ministro più bello e dannoso della Repubblica italiana, sostenuto peraltro da molte anime belle della politica e della religione di stato, vuole pagare un pizzo fra i 2000 e i 2500 dollari a tutti quelli che, venuti in Italia pagando il trasporto fra i 1200 e i 1500 dollari, siano disposti a tornare a casa loro. In sostanza, pur correndo qualche rischio, alcuni milioni di giovanotti residenti a sud della faglia islamica del mediterraneo, facendo avanti e indietro da Lampedusa potrebbero campare di rendita, almeno fino a quando ci sarà qualcuno così imbecille da stimolare l’andata e ritorno a spese dei contribuenti italiani. Sì, solo dei contribuenti italiani, perché c’è da giurare che l’Europa si guarderà bene da sganciare soldi per questa insana follia. E intanto Bossi, con le sue sparate un volta tanto giuste contro queste.follie, si guadagna qualche milione di voti in più per le prossime elezioni.

3/6/10 – delizie turche*

giovedì, 3 giugno 2010

“Poiché amo Israele, sono il primo a dire che lo Stato ebraico spesso si merita le dure condanne che gli piombano addosso. Però non è un segreto che il mondo presta una attenzione sproporzionata agli sbagli di Israele. Senza voler giustificare nessuno, dico che dovremmo fare più attenzione ai motivi dietro il nostro occhio critico” Jonathan Safran Foer

I sostenitori della Turchia nella Ue, Stati Uniti in testa, temono che una grande potenza islamica non integrata nell’Europa possa volgersi ai confinanti, l’Iran, la Siria, l’Iraq. Nel 2002 il partito Giustizia e Sviluppo (Akp) guidato da Recep Tayyp Erdogan ha vinto per la prima volta le elezioni dopo anni di governi a guida kemalista, cioè la formazione repubblicana ispirata da Kemal Ataturk, fondatore della Turchia moderna. L’Akp è un partito islamico moderato e ha creato immediatamente inquietudine tra gli alleati della Nato. I negoziati per l’adesione alla Ue, avviati nel 2005, prevedono 35 punti da osservare per conquistare un posto a Starsburgo, tra cui la riformulazione del codice penale che prevede la pena di morte, e la attenuazione del nazionalismo che penalizza (o cancella del tutto) le minoranze. Al momento dei 35 punti ne sono stati evasi otto, ma, nonostante gli sforzi turchi, sembra improbabile un ingresso considerata la netta opposizione di Francia e Germania. Ma il mondo non ruota intorno all’Europa, anzi, e non sembra proprio che i turchi elettori di Erdogan smaniano per entrare nella Ue. Il Transatlantic Trends che studia gli orientamenti dell’opinione pubblica in America e in Europa, mostra che (dati del 2008) il 55% della popolazione turca non si sente parte dell’Occidente. Il consigliere diplomatico di Erdogan, l’ambasciatore Ahmet Davutoglu oggi ministro degli Esteri, sta ridisegnando il paese. Ha ostentato la sua fede islamica, è stato in grado di normalizzare i rapporti con la Siria e ha rimesso in moto quelli difficilissimi con l’Armenia, ha rinsaldato i legami con l’Iran. In questo disegno la durezza nei confronti di Israele ha dato alla Turchia una rinnovata forza nel mondo musulmano. Le manifestazioni contro Israele di questi giorni traggono linfa dalla riscoperta delle radici religiose islamiche che col kemalismo erano represse. Radici religiose che Erdogan ha saputo cogliere e mettere a frutto ma che allontanano dall’Europa. Erdogan, ed è umanamente comprensibile, aspira a giocare un ruolo nel mondo musulmano sempre più affluente piuttosto che fare il numero nell’Europa divisa e debole che conosciamo.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

* dicesi delizie turche dei dolci zuccherosissimi che la maggiornaza della popolazione mondiale trova stucchevoli ma che io adoro

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Da La Stampa, un articolo di Marta Ottaviani : Tra gli ebrei di istanbul, al sicuro ma inquieti”
Istanbul, interno di una sinagoga

A poche ore dall’attacco di Israele alla Mavi Marmara il primo pensiero di molti in Turchia è andato a loro, ebrei di fede e turchi di nazionalità. Sono i sefarditi, che vivono nel Paese dalla Mezzaluna da quando era ancora impero ottomano, per la precisione dal 1492, quando la Reconquista di Isabella di Castiglia la Cattolica, e Ferdinando II di Aragona li costrinse alla fuga. Sospesi fra la loro fede e la loro madre patria vivono con apprensione queste ore. La Turchia è la loro casa, ma questo è il momento della calma. Proprio per questo il premier Erdogan due giorni fa ha pensato a loro, sottolineando che i Sefarditi sono «sotto la diretta protezione dello Stato». Come a dire che nessuno nel Paese gli farà mai del male.
Ma la situazione potrebbe scappare di mano, soprattutto a causa degli animi esacerbati. Due giorni fa un ciclista israeliano che partecipava a una competizione internazionale ha rischiato un pugno. Le prenotazioni negli alberghi sono state cancellate quasi tutte. Le autorità della comunità ebraica di Istanbul preferiscono non parlare. Sul loro sito hanno pubblicato un sintetico comunicato stampa con il quale partecipano con dolore alla notizia dell’attacco da parte della marina israeliana. Pochi giorni fa, prima dell’attacco, il rabbino capo della Turchia, Ishak Haleva, rispondendo al quotidiano islamico «Yeni Shafak», aveva definito «inappropriato» fare a lui domande sulla questione palestinese, sottolineando che gli ebrei di Turchia non avevano nulla che vedere con la situazione.
Incontrare i sefarditi in questi giorni non è facile. Si sa che sono circa 20 mila, distribuiti soprattutto a Istanbul e nella zona attorno al quartiere di Beyoglu, fin dai tempi dell’Impero Ottomano punto di riferimento per gente di ogni etnia e religione.
Per carpire qualche informazione sulla loro quotidianità ci si deve rivolgere alla redazione del quotidiano «Shalom», edito in turco e che tira circa 4000 copie. Gli scaffali sono pieni di Cd di musica, libri e giornali. E arriva la prima sorpresa. Sono tutti in turco e in spagnolo antico, la lingua che li contraddistingue e che hanno ereditato dai padri, tramandandola oralmente da secoli. In ebraico ci sono solo le scritte su alcuni oggetti sacri.
«I sefarditi di Istanbul sono fra i pochi gruppi di ebrei che non vivono in Israele a non parlare l’ebraico», spiega Gila Erbes, direttore della testata. Ha un tono pacato. «Mi sento sicura, ma il momento è difficile», ammette. Fuori da quelle stanze, ad Ankara, il premier turco islamico moderato sta tornando ad attaccare lo stato di Israele, parlando di «sanguinoso massacro» e di «punizione necessaria». Il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, sta chiedendo agli Stati Uniti una condanna ferma dell’attacco e tutti i giornali turchi, anche i più liberali, sono usciti con titoli duri contro Tel Aviv. La loro condizione di ebrei in Turchia, a chi non è turco e non conosce la storia del Paese sembra paradossale, invece da loro viene vissuta con grande naturalezza.
«Siamo arrivati qui 500 anni, abbiamo sempre vissuto bene – continua Erbes -. Abbiamo forti legami con Israele e siamo ebrei. Ma Istanbul è la nostra casa». La loro è una quotidianità «tranquilla e discreta», che ha risentito drammaticamente, in termini di sicurezza, in seguito agli attentati di Al Qaeda del novembre 2003, che costarono la vita a 66 persone fra cui 16 ebrei. «Siamo una comunità coesa e organizzata, i più religiosi parlano l’ebraico, la stragrande maggioranza osserva le feste. Con l’attività editoriale del nostro quotidiano e della nostra casa editrice cerchiamo di mantenere viva la nostra cultura e le nostre tradizioni. Soprattutto lo spagnolo antico la cui conoscenza purtroppo si sta perdendo. Abbiamo 4 centri fra parte europea e parte asiatica che usiamo per attività culturali e che difficilmente sono riconosciuti da chi non li conosce, lì allestiamo spettacoli e creiamo momenti conviviali per la comunità».
Una vita discreta ma non occulta. Uno dei cori di bambini più famosi, le Estreyikad de Estambul, sono composte da bambini sefarditi fra i 9 e i 14 anni. Ogni anno Istanbul partecipa alla Giornata europea per la promozione della cultura ebraica, a cui partecipano soprattutto persone esterne alla comunità. Una delle sinagoghe più belle di Beyoglu è la sinagoga italiana, a poca distanza dalla Torre di Galata e dove le vetrine di un venditore di arredi sacri ebraici convivono pacificamente da decenni con quelle di un venditore di kebab. Uno dei luoghi di culto più antichi e rappresentativi, dove appena due settimane fa è stata celebrata in un trionfo di rose bianche la festa dello Shavuot, che ricorda la consegna a Mosè delle tavole con i dieci comandamenti.
Di sinagoghe a Istanbul se ne contano a decine anche perché fino all’inizio del XX secolo i sefarditi qui erano circa 150 mila. Hanno una scuola, un ospedale sul Corno d’oro dove si curano anche tanti turchi. Il ristorante di cucina kosher ha chiuso di recente perché travolto dalla crisi. Una vita che corre tranquilla con i suoi ritmi e alcune tradizioni locali, soprattutto nel campo culinario e musicale, dove i sefarditi hanno melodie e piatti diversi da quelli ashkenaziti. «La cosa più strana – conclude Erbes – è quando andiamo in vacanza in Spagna e iniziamo a parlare: ci guardano come se tornassimo dal passato». Sorride. Che qualcosa possa cambiare per i sefarditi non ci vuole nemmeno pensare

Dorina Bianchi se ne va dal PD-Partitus Dei.

lunedì, 7 dicembre 2009

Povero Bersani, nemmeno l’essersi piegato a riconoscere il crocifisso come “simbolo” della tradizione italiana lo mette al riparo dalla diaspora dei fondamentalisti cattolici portati dentro al PD da Rutelli. Peccato che non se ne vanno tutti, così almeno il PD smette di essere il Partitus Dei, la nuova Democrazia Cristiana figlia del Compromesso Storico.

Fonte della notizia LEGGI

…..“Il Pd è stato una delusione – ha dichiarato la Bianchi – Bersani è stato eletto con il mandato di rafforzare l’ancoraggio del partito alla storia della sinistra italiana, lo spazio per una presenza identitaria dei moderati cattolici si è ridotto al lumicino. Non penso che che piangeranno molto per la mia uscita”. “Sono convinta – ha aggiunto a proposito della costruzione di un “grande centro” – che si possa e si debba collaborare con Rutelli per costruire un fronte comune dei moderati, ritengo erò che sia importante favorire l’aggregazione senza dividerci in altri contenitori”.

L’Iran mostra i muscoli a Israele,

martedì, 24 novembre 2009

e minaccia sfracelli se verrà attaccato. La parata militare dell’altroieri a Teheran ha arricchito di immagini bellicose l’ormai tradizionale scontro verbale e diplomatico della teocrazia iraniana con Gerusalemme. Ma stavolta Ahmadinejad, la voce degli ayatollah, aggiunge una fatica libraria che a qualcuno ha ricordato il “Mein Kampf” di Hitler.

Il “Mein Kampf ” di Ahmadinejad da non sottovalutare
Prima che Israele diventi il nuovo ghetto

di Giordano Masini
È stato pubblicato il nuovo Mein Kampf. In Iran.Tra il 1925 e il 1926 Adolf Hitler pubblicò un libro dal titolo Mein Kampf (la mia battaglia). L’aveva scritto nel 1924, quando era detenuto nel carcere di Landsberg Am Lech, dopo il suo tentativo fallito di colpo di stato a Monaco. Nella “bibbia del nazismo” (così veniva spesso chiamato) era contenuto per filo e per segno il programma di Adolf Hitler, dalla necessità di espansione territoriale della Germania, alla superiorità della razza ariana, allo sterminio del popolo ebraico. Nulla di quanto avvenne dopo non era stato già scritto su quelle pagine.

Il libro ebbe una popolarità straordinaria. Soltanto prima dell’ascesa al potere di Hitler ne furono vendute più di 270mila copie, passate subito dopo a un milione e mezzo, fino a raggiungere i dodici milioni complessivi. Ne veniva regalata una copia a ogni giovane coppia che convolava a nozze. Il numero di copie vendute e le numerose traduzioni (ne ho a casa una del 1934 edita da Bompiani) dimostrano quanto diffusa fosse in Germania e in Europa la conoscenza del programma politico di Hitler ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Eppure, nel 1938, tornando dalla famosa conferenza di Monaco, i primi ministri britannico e francese Chamberlain e Daladier dichiararono di aver «portato la pace nel nostro tempo» firmando un trattato che concedeva alla Germania hitleriana di occupare parte del territorio cecoslovacco e dando, di fatto, inizio alle danze.

Oggi, grazie al lavoro di Giulio Meotti de Il Foglio e della fondazione francese Projet Aladin, veniamo a sapere che è stata appena pubblicata l’ultima fatica letteraria del presidente iraniano. Il suo titolo non lascia molto spazio all’immaginazione: Disintegrazione del mito dell’Olocausto, le idee e i pensieri del dottor Mahmoud Ahmadinejad.

Sembra che l’opera, di cui si conoscono ancora solo pochissimi passaggi, sia divisa in otto capitoli: “Le dimensioni globali della questione palestinese”, “L’obiettivo dietro la creazione del regime sionista”, “La Palestina agli occhi delle potenze mondiali”, “La rivoluzione islamica in Iran e il dovere di sostenere la liberazione di al Quds (Gerusalemme)”, “Il sionismo oggi”, “Il Libano e la felice conclusione dell’aggressione sionista” e “Il regime sionista sulla strada della disintegrazione”. In essa Ahmadinejad rivendica di aver portato al centro del dibattito la questione palestinese: «La creazione del regime d’Israele nella storica e islamica patria della Palestina non è una questione che possa essere abbandonata all’oblio sotto il pretesto dei negoziati multilaterali» e cerca di negare la Shoah per negare la legittimità di Israele a esistere «una lettura nuova del falso mito dell’Olocausto e di come questo sia legato alla creazione del falso regime di Israele».

Nulla di nuovo, in realtà, da parte di un “presidente” che già da tempo ha auspicato la sparizione di Israele dalle mappe, e che si sta armando per raggiungere questo obbiettivo. Nulla di nuovo per chi ha orecchie per ascoltare e occhi per leggere. E un pizzico di memoria.

Dopo la guerra si è discusso a lungo su quanto era costato all’Europa e all’Occidente non aver preso sul serio il Mein Kampf, e non aver fermato Hitler finché c’era tempo per farlo. Oggi, prima che la terra di Israele si trasformi nel nuovo ghetto di Varsavia le cui fiamme potrebbero forse lambire le nostre coscienze tranquille, sarebbe forse il caso di tirare le somme.

Tempo fa il regime iraniano ha premiato una vignetta satirica. In essa si vede Anna Frank a letto con Hitler. Il dittatore tedesco, abusando di lei, le dice: «Racconta questo nel tuo diario». Noi cosa racconteremo?


22 novembre 2009

23/11/09 – Amori e disamori

lunedì, 23 novembre 2009

Fai le cose che sai fare e falle meglio che puoi, il resto linkalo (Jeff Jarvis)
Marcello Marchesi raccontava di un tale che affogò perché si vergognava a gridare aiuto

La delusione (dell’intero mondo politico, della presidente di Confindustria, di Pippo Baudo, di Platinette…) per la mancata nomina dell’italiano Massimino D’Alema al vertice della politica estera europea, dovrebbe lasciare il posto ad una riflessione meno emotiva e un po’ più politica.
Si può comprendere la dietrologia dei primi giorni che addossava al nostro premier un suo disimpegno, ma solo chi non ha idea di come funziona Bruxelles può continuare a sostenerlo. Berlusconi, dopo il goffo tentativo di imporre Mauro (pdl) alla presidenza del parlamento Ue – incarico che era riservato alla Polonia e che solo un presuntuoso errore di calcolo dovuto all’incompetenza o del premier o dei suoi consiglieri ha provocato – in questo frangente si è mosso con passo felpato e secondo le regole. Il gruppo Pse, soprattutto Schulz e Rasmussen, aveva chiesto la disponibilità a D’Alema per la candidatura a Mister Pesc, il governo italiano ha dato la sua apertura a sostenerlo con dichiarazioni reiterate del ministro degli Esteri Frattini. Per Roberto Gualtieri, eurodeputato di fede dalemiana, i socialisti europei hanno dimostrato la loro debolezza e la subalternità alla signora Merkel, in particolare Schultz che non ha opposto resistenza quando è saltata la candidatura italiana. Tutta colpa del Pse dunque? Certamente il gruppo ha dimostrato di essere secondo ai governi, ma non ci si può illudere che sia passata inosservata la sceneggiata dell’adesione del Pd al Pse ed è più che probabile che il Pd abbia pagato il prezzo dell’indecisione sull’affiliazione internazionale. Per il senatore Nicola Latorre, alter ego di Massimino (ma molto più fascinoso), nel gruppo Pse hanno prevalso scelte nazionaliste. Dice il senatore : “il traguardo del Pse deve essere la costruzione dell’Europa politica, se invece il Pse resta fermo ai riformismi nazionali allora sorge un problema e noi del Pd dobbiamo affrontarlo”. Auguri.
Onde evitare gli alti lai di chi trova politicamente scorretto che in queste righe non ci siano i soliti insulti al premier, rimedio subito ricordando che Berlusconi si trova bene con Putin e Gheddafi e che, pare sembra si dice, presto rincontrerà il presidente bielorusso già accolto a palazzo Grazioli in occasione della sua visita, qualche mese fa, al teocrate vaticano.
Francamente odioso invece l’atteggiamento della stampa e dei politici italiani sulle nomine di basso profilo. Se è vero che sarebbe stato molto meglio per l’Europa avere rappresentanti che dessero l’idea che l’Ue comprende il nuovo ordine mondiale, la scelta diversa non significa che il belga Van Rompuy e la britannica lady Ashton siano privi di talento.
Il presidente belga potrebbe essere in grado di costruire consenso tra i 27 anche se certamente vederlo a tu per tu con il presidente americano piuttosto che cinese sembra difficile. Più di lui conterà però Catherine Ashton: intanto controllerà un budget multimiliardario e uno staff di migliaia di persone disseminate nel mondo, e certamente i suoi studi prestigiosissimi nella London School of Economics, il suo passato semirivoluzionario (addirittura attenzionata dai servizi britannici), il suo interesse all’educazione (sottosegretaria all’’istruzione), al sociale, alle minoranze e in particolar modo ai diritti degli omosessuali, saranno utili nel momento in cui dovrà sintetizzare la posizione dei 27.
Quel che è certo è che oggi nell’Unione, come nella Fattoria di Orwell, tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. E al resto del mondo difficilmente questo è sfuggito.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Su questo argomento vedi anche :

3/11/09 – Mr. Europe
http://www.thefrontpage.it/?p=799
http://www.cronachelaiche.it/2009/11/d%e2%80%99alema-non-sara-ministro-degli-esteri-dell%e2%80%99unione-europea/

La Turchia in Europa, dibattito in corso.

venerdì, 20 novembre 2009

Su segnalazione del nostro amico Marcus Prometheus

Scalfari: sette ragioni per dire “no” alla Turchia in Europa
*http://www.internetica.it/Scalfari-Turchia.htm*

*Eugenio Scalfari*
In vista del Consiglio europeo sulla Turchia, il 16 e il 17 dicembre a
Bruxelles, Francia e Austria stanno premendo sulla presidenza olandese
dell’Unione affinché ponga condizioni all’apertura del negoziato con la
Turchia e affinché ne aggiunga di ulteriori nella sua conduzione. Italia e
Inghilterra alle quali si è aggiunta anche la Germania hanno chiesto che i
negoziati si aprano presto e “chiaramente con lo scopo dell’adesione”.
Pubblichiamo il pensiero di Eugenio Scalfari, fondatore di”Repubblica”

Entrata *sì* o adesione *no* della Turchia nella Comunità europea?

Sono tra quelli decisamente contrari all’ingresso della Turchia nell’Unione
europea e concordo su quanto ha lucidamente scritto pochi giorni fa su
Repubblica l’ambasciatore Salleo che ha lunga esperienza sull’argomento. Le
motivazioni a sostegno di questa mia tesi sono le seguenti.

1. La Turchia è geograficamente fuori dell’Europa, salvo la sottile striscia
dl terra al di qua del Bosforo. Un allargamento dell’Europa al di là dei
confini del continente creerebbe un precedente per ulteriori sconfinamenti
nei vicino Oriente e nel Maghreb, dal Libano a Israele, Egitto e a tutta la
sponda del Mediterraneo. Associare questi Paesi con trattati di
collaborazione economica e altre forme di amichevole alleanza può essere un
utile obiettivo; promuoverne l’ingresso a pieno titolo nell’Unione avrebbe
invece la conseguenza di annacquarne definitivamente i caratteri originali e
trasformarli in una zona di libero scambio anziché in un vero e proprio
soggetto politico.

2. La Turchia confina con l’Iraq, l’Iran, la Siria, l’Armenia. Ha rilevanti
interessi in tutta la zona caucasica. È alle prese da tempo con la questione
curda. Porta con sé insomma molti e molto gravi problemi che diventerebbero
di pertinenza di tutta l’Europa, ivi compresi quelli del terrorismo curdo e
dell’instabilità delle repubbliche ex sovietiche di religione musulmana.

3. Quel paese è in fase di forte crescita demografica. Alla fine del
prossimo decennio conterà cento milioni di abitanti. Sarebbe, dal punto di
vista demografico, il paese più popolato dell’UE, con immediate
ripercussioni sulla composizione del Parlamento europeo e di tutti gli
organi dell’Unione. La Germania, che conta attualmente 96 seggi nel
Parlamento di Strasburgo e che è il maggior finanziatore del bilancio
comunitario, non accetterà mai l’ingresso della Turchia che
destabilizzerebbe il già difficile equilibrio raggiunto all’interno dei vari
organi dell’Unione.

4. Quella della Turchia è una storia di guerre e di invasioni dell’Europa e
se ne vedono ancora ampie tracce nei Balcani.

5. Dal punto di vista economico si tratta d’un paese molto povero. Tutto il
sistema dei contributi europei alle regioni depresse e all’agricoltura
salterebbe, con conseguenze assai gravi per il nostro Mezzogiorno, per i
Paesi dell’Est europeo da poco entrati nell’Unione, della Grecia, della
Spagna e della Francia.

6. La Turchia è un paese islamico. Per certi aspetti questo può essere un
aspetto positivo per l’Europa, ma per altri aspetti rappresenta invece un
elemento fortemente negativo. Il costume oltreché la religione sono in
contraddizione con i valori e il costume dell’Europa.

7. Infine, l’ingresso della Turchia è fortemente voluto dagli Usa, dalla
Gran Bretagna e dall’Italia berlusconiana. Dagli Usa soprattutto, che
avrebbero a quel punto un paese strettamente alleato e pronto a seguire le
indicazioni della Casa Bianca dentro agli organi dirigenti dell’Unione
europea.

Come si vede c’è abbondanza di argomenti per opporsi all’ingresso della
Turchia nell’Unione europea.

3/11/09 – Mr. Europe

martedì, 3 novembre 2009

Ci sono dei momenti in cui il mondo si diverte, tutti ridono, scherzano, fanno casino. E invece tu ti senti sola, sola da morire. Pensi che nessuno ti capisce. Ma può bastare un attimo e ti senti di nuovo 3 metri sopra il cielo (dal trailer del film Amore 14, di Federico Moccia)

Massimino D’Alema da un po’ di giorni si sente tre metri sopra il cielo. Il premier infatti ha deciso, per una volta, di comportarsi come un politico normale e ha dichiarato che se ci sarà un gradimento europeo sponsorizzerà baffino all’importantissimo ruolo. Certamente toglierselo dalle scatole sarebbe una opportunità per la politica italiana, in primis per il neosegretario del Pd, altrimenti costretto a tenersi il corvaccio sul groppo. Perché pur se la leggenda dice che D’Alema è intelligentissimo, politicamente ha contribuito più a rompere che a costruire, distruggendo qualsiasi esperimento non lo vedesse al comando. Dovrà vedersela però con un altro leader del gruppo socialista europeo, obiettivamente molto più preparato di lui, che, secondo me, se avesse la meglio potrebbe stroncare definitivamente le gambe a Massimino. E’ David Miliband, ministro degli Esteri del governo Brown, nato nel ’65, figlio di Ralph uno dei più noti studiosi del marxismo, a sua volta figlio di un ebreo polacco che combatté i nazisti nell’Armata Rossa e sepolto accanto a Carlo Marx nel cimitero di Highgate. A vantaggio di D’Alema c’è il fatto che non ha nessun’altra ambizione né possibilità che quella di fare il ministro degli Esteri europeo, Miliband potrebbe aspirare alla leadership del suo partito.
L’italiano ha una visione piuttosto antiquata, che tiene molto alla realpolitik (ricordate la Serbia e i bombardamenti sui civili?), l’inglese sembrerebbe più attento alla dimensione etica. E’ molto probabile che l’inglese presto non avrà il suo partito al governo che – quasi sicuramente – andrà ai conservatori di Cameron i quali non considerano al centro del loro cuore l’Unione europea. Quel che è certo è che in Europa continuerà a dominare l’asse franco-tedesco che potrebbe lavorare meglio con D’Alema. Per entrambi i candidati conta il peso che i rispettivi paesi metteranno nella loro promozione, e come è noto il nostro premier è molto umorale e, va ricordato, promuovere D’Alema vuol dire rinunciare al commissario ai Trasporti, l’opaco ma fedele Antonio Tajani.
Il post comunista italiano non è stato, da ministro degli Esteri, molto equilibrato, anzi ha sempre parteggiato per una parte ad esempio nel conflitto israelo-palestinese (in linea con la tradizione d.c. – p.c.i. che è il brodo di coltura del politico).
A tutto ciò va aggiunto che D’Alema, nonostante le sue ambizioni, ha fatto pochi progressi nello studio dell’inglese, il che, con tutta evidenza, è un notevole svantaggio a meno che non voglia costantemente camminare con la bravissima interprete Chiara Ingrao nel taschino.
So che la mia opinione conta meno di nulla, esattamente come quella di qualsiasi cittadino costretto a subire una classe politica che non occorre descrivere visto che è sotto gli occhi di chiunque, ma voglio lo stesso scrivere che per me D’Alema dovrebbe salire sulla sua bella barca e circumnavigare la terra una volta poi un’altra e poi un’altra. Non solo per lui auspico un lungo periodo di riposo, è ovvio, ma da qualche parte bisognerà pur iniziare.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

21/7/09 – Risveglio

martedì, 21 luglio 2009

“Cos’è l’antisionismo? E’ negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. E’ una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole è antisemitismo. Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo” Martin Luther King

Hit’orerùt, risveglio, è il nome di un gruppo neonato a Gerusalemme perché sia rispettata la laicità da parte degli ultraortodossi che, specie negli ultimi mesi, si sono guadagnati spazi sui giornali per alcune illogiche proteste, tra le quali quelle per l’apertura durante lo shabbat (che va dal tramonto del venerdì a quello del sabato) di supermercati, negozi, parcheggi. Proteste che, per la verità, vedono la repressione da parte della polizia e le durissime reprimende degli amministratori locali. La città della pietra si è trasformata lentamente, mentre il resto degli abitanti pian piano si trasferiva verso Tel Aviv, la città della sabbia. La protesta che ha fatto traboccare il vaso è stata quella ai danni di un parcheggio gestito da copti. E se un ebreo laico può fare spallucce ma non trova scandaloso essere rimproverato da un suo correligionario, non può ammetterlo se le restrizioni sono rivolte a non ebrei. Il sindaco di Gerusalemme è Nir Barkat, eletto con grande maggioranza in una lista civica che si ispira al movimento politico di Tommy Lapid, molto forte negli anni ’90 e oggi sparito sotto i colpi del terrorismo subito e delle guerre patite e inflitte. Barkat ha concesso i permessi per l’apertura dei negozi e gli ultraortodossi hanno reagito manifestando scompostamente. Grandissimo spazio, anche in Italia, ha avuto la protesta degli ultraortodossi per l’arresto di una madre e per contrastare la presenza di assistenti sociali che erano intervenuti in un grave caso di maltrattamento a minore. Maltrattamento che, è bene chiarire, non rispondeva ad un rituale religioso ma a uno stato di depressione della madre. Questi episodi violenti riguardano una piccola porzione di haredim, che sono gli ebrei ultra ortodossi che vivono in comunità chiuse al mondo esterno e che, nella quasi totalità, non riconoscono l’autorità dello Stato di Israele. Una minoranza quindi in una minoranza. Ovviamente non devono essere confusi con gli ortodossi, che sono ebrei molto osservanti e che sono perfettamente inseriti nella società ultramoderna di quel paese. Anzi, vengono rispettati anche dagli ebrei non osservanti, e questo anche tra chi vive in diaspora. Per un ebreo laico, ad esempio romano, avere un amico o un vicino di casa ortodosso è un grande onore.
Episodi, questi, che non possono certo essere trascurati, anzi i media israeliani dedicano grande attenzione allo sconcerto che fatti di tale violenza creano nella popolazione, ma dispiace un po’ che lo Stato venga raccontato solo per questi fatti, significativi ma marginali e opportunamente contenuti. Intanto perché noi che siamo un paese semiteocratico, non condanniamo i comportamenti simili a quelli degli ultraortodossi gerosolimitani della maggioranza dei nostri parlamentari che addirittura prevengono i desiderata del Vaticano, imponendo regole assurde (lungaggini senza senso per il divorzio, incredibili difficoltà d’accesso alla l. 194, proibizione per la fecondazione assistita, mancanza di qualsiasi riconoscimento alle coppie omosessuali…) anche a chi cattolico non è.
Si pensi a come è stata affrontata la vicenda del testamento biologico. Nel dicembre 2005 la Knesset (parlamento unicamerale) ha approvato una legge che stabilisce le modalità per interrompere il sostegno artificiale alle persone senza speranza di guarigione. La legge prevede una volontà scritta, e inoltre obbliga i medici a chiarire con i malati fino a che punto vogliono spingersi in avanti con le cure. Se il malato decidesse di “finire”, il compito deve essere affidato a un timer per non gravare sulle coscienze di medici, personale sanitario e parenti. Pieno rispetto delle volontà individuali, quindi, una decisione che ha trovato d’accordo laici e religiosi. Apparentemente le questioni di bioetica, così come il riconoscimento delle coppie omosessuali (che in Israele vengono riconosciute al pari di quelle eterosessuali compresa l’adozione e la reversibilità della pensione) all’occhio viziato dell’italiano che riconosce solo il cattolicesimo come ombelico del mondo, sembrano questioni più complesse che una banale apertura di negozi il sabato. In realtà così non è, in quanto l’ebraismo è una religione che ha un piede nel passato e uno nella modernità. I testi rabbinici infatti non danno una unica regola su queste questioni e, soprattutto, quando sono stati scritti non potevano prevedere i progressi della medicina, mentre qualsiasi rabbino, pur l’assoluta maggioranza condannando le violenze degli ultraortodossi, concorda sulla necessità di rispettare il riposo sabbatico.
I giudizi che tutti noi possiamo dare sulle religioni è benvenuto, – del resto quello che il sito pensa sulla menzogna globale è noto ai lettori – anche provando a rispettare e comprendere i sentimenti di ognuno, ma prima di scriverli qua sotto è sempre bene essere un po’ informati. E se poi si tolgono le lenti affumicate del pregiudizio antisemita (quello è) ignorante e supponente parlando di Israele, magari sarebbe meglio.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

20/7/09 – Esportare anomalie

lunedì, 20 luglio 2009

Marcello Marchesi raccontava di un tale che affogò perché si vergognava a gridare aiuto

Ci piacerebbe che qualche volenteroso politico dell’opposizione, ma perché no anche della maggioranza, acquistasse una pagina di qualche prestigioso giornale straniero per denunciare come il nostro Paese stia sprofondando nel ridicolo. Non sto parlando dell’esuberanza di un uomo vecchio, né delle tante forzature alla Costituzione frutto di confusione mentale più che di scelte ideologiche, ma di una storia che si trascina da tempo e che da tanto tempo ha inchiodato l’Italia ad essere il paese dove è più complicato vivere.
In questi giorni il ministro degli Esteri Franco Frattini sta sondando i partner dell’Onu e dell’Ue per verificare le disponibilità e le aperture dei diversi Stati. Su cosa? Sulla moratoria sull’aborto, pensata dall’on. Buttiglione con un percorso simile a quello intrapreso per la moratoria sulla pena di morte. Buttiglione, che oltre a tutti i difetti noti è anche un fumatore di sigaro, con protervia da politico tenuto acceso anche all’interno dei musei, è pronto a fare un tour, accompagnato dalla signora Mary Ann Glendon per attivare i gruppi pro-life americani. Che sono quei movimenti che, non troppo raramente, assaltano cliniche, molestano donne, uccidono qualche medico. La signora Glendon, autorevole membro dell’Opus Dei, è stata ambasciatrice Usa presso la SS negli anni della presidenza Bush, molto amica di Giovanni Paolo II con il quale condivideva anche le origini polacche, ed è stata la prima donna scelta dal Vaticano per rappresentare la teocrazia alla conferenza Onu sulle donne (Pechino ’95). Buttiglione, che sostiene di sapere 55.000 lingue e di darsi del tu con tutti i filosofi del mondo, ignora che durante la Conferenza Onu sulla Popolazione (Cairo ’94) e quella sulle donne (Pechino ’95)i programmi d’azione firmati dalla quasi totalità dei paesi condannarono l’uso dell’aborto forzato, che, peraltro, è praticato soltanto dalla Cina che pure firmò i due documenti. A meno che l’onorevole dell’Udc, che in effetti ha sempre più l’aspetto di un pugile suonato, non parli a nuora perché suocera intenda e voglia revisionare la 194, una legge che in trenta anni ha dimezzato il numero di aborti. http://www.direfarepensare.it/dossier_194_2008.html
Spiace che l’Italia, che pure ha belle coste, penso alla Puglia che ha dato i natali a Buttiglione anche se certo non è il suo figlio più riuscito, bei monti e belle città, e tanta bella gente (qualche uomo e molte donne) senta il bisogno di esportare le idee più stronze e animalesche che passano nella testa dei suoi figli peggiori. E proprio in questi giorni in cui ci si muove verso l’estero per le vacanze siamo costretti a partire gravati dal pesante handicap che il cattolico fondamentalista che chissà che peccatacci ha fatto, deve farci scontare mettendoci in ridicolo davanti al mondo intero.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Promemoria per i contribuenti italiani :….

mercoledì, 24 giugno 2009

….oltre al mantenimento dei preti con l’ottopermille pochi sanno che paghiamo anche il mantenimento dei palestinesi. Ce lo ricorda indirettamente Fiamma Nierenstein in questo articolo in cui confronta il comportamento dei “profughi” ebrei e quello dei “profughi” palestinesi. Il mantenimento di questi ultimi è pagato dalle Istituzioni internazionali di cui fa parte anche l’Italia.

*Ho letto molte analisi sul discorso di Bibi Netaniahu della settimana scorsa,
analisi interessantissime ma nessuno ha messo in rilievo un passo
molto importante del discorso.*
*”Noi ci siamo presi cura del milione di profughi ebrei scacciati dai paesi
arabi nel 1948, Lo stesso devono fare i palestinesi e il problema dei loro
profughi deve essere risolto fuori dai confini di Israele.”*
*Standing Ovation per Bibi, il primo premier israeliano ad aver messo in
chiaro una cosa che dovrebbe essere logica e ovvia ma che pare non lo sia
per il resto del mondo, anzi, per gli arabi , americani, europei e molti
israeliani comunisti Israele dovrebbe farsi carico, non dei profughi del
1948 molti ormai morti, ma dei loro discendenti. *
*Ridicolo, addirittura ridicolo.*
*Per anni nessuno ha parlato degli ebrei scacciati dai paesi arabi dove
vivevano da piu’ di 1000 anni, sono stati gli unici profughi dimenticati
perche’ la cacciata degli ebrei e’ sempre stato un accadimento normale,
una specie di sport in voga nei paesi arabi e in Europa per qualcosa come 20
secoli. Chi se ne frega, sono ebrei, so’ giudii, fuori!*
*Profughi, ebrei profughi? ma se sono pieni di soldi!*
*Come pieni di soldi, e’ che lavorano come matti! Appena arrivano da qualche
parte si mettono a lavorare ma questo non toglie che siano profughi da 2000
anni.*
*Alla fine si sono ripresi Israele, hanno lavorato, sono morti nelle paludi,
hanno lavorato col fucile in spalla e i bambini nei rifugi perche’ milioni
di arabi volevano ammazzarli. *
*Hanno accolto i fratelli ebrei scacciati dal Marocco, Tunisia, Egitto,
Libia, Yemen e ancora ancora ancora e hanno continuato a lavorare nel fango,
piantando eucalipti per sanare le paludi malariche. Hanno lavorato e si sono
difesi dai nemici che li volevano annientare e che invece di dare asilo ai
loro fratelli arabi che scappavano dalla guerra li hanno chiusi nei campi e
la’ li hanno tenuti per 60 anni. Sessanta anni, nessun popolo e’ stato mai
mantenuto per tanto tempo, nessun popolo ha mai avuto cosi’ poca dignita’.
Nessuno.*
*E adesso ci chiedono di prenderli in Israele! Ehhhh no, occupatevene voi,
sono fratelli vostri , noi ci siamo occupati dei nostri senza chiedervi
niente.*
*Non vi abbiamo chiesto niente, signori arabi, per decenni, neanche un
mattoncino delle case ebree di cui vi siete appropriati, nemmeno un soldo
delle fortune e dei gioielli che avete rubato.*
*Forse e’ arrivato il momento che incominciamo a chiedere anche noi! *
*Forse e’ arrivatro il momento che, come dice Bibi, dei palestinesi si
occupino i palestinesi.*
*Forse e’ arrivato il momento che crescano, lasciateli crescere, fateli
lavorare, dategli responsabilita’.*
*E’ l’unico modo per farne delle persone. *
*Il mondo ha sempre trattato i palestinesi come poveri deficienti incapaci
di lavorare, incapaci di avere dignita’, pronti solo a piagnucolare e a
lamentarsi. Il mondo li ha viziati , non si sa bene perche’, forse per paura
e loro ne approfittano e ne hanno sempre approfittato facendosi mantenere e
colpevolizzando Israele in tutto e per tutto.*
*Non funziona cosi’, basta parassitismo, basta terrore, e’ ora di lavorare e
di costruire non di distruggere sempre tutto.*
**
*Oggi pero’ e’ all’Iran che si guarda, ai ragazzi e alle ragazze di
Teheran che stanno morendo ammazzati dalla polizia di Ahmadinejad e dei
pretacci maledetti, gli ayatollah.*
*I giovani di Teheran muoiono e noi siamo incollati alla TV per partecipare
alla loro disperazione come possiamo. Quello che fa male e’ che questi
ragazzi e queste ragazze stanno morendo in nome di uno che non e’ meglio di
Ahmadinejad. *
*Mousavi non e’ un moderato!*
*Giornalisti, usate i termini esatti. Non potete definire Avigdor Liberman
un fascista perche’ parla nell’interesse di Israele e dire che un
khomeinista come Mousavi sia un *
*moderato. *
*Mousavi e’ un fascista. *
*Mosavi era primo ministro in Iran quando il suo governo mando’ 100.000
bambini a ripulire i campi dalle mine, ammazzandoli tutti.*
*Mousavi ha fatto ammazzare migliaia di dissidenti, di donne e di
omosessuali e per questo mostro i giovani iraniani si fanno uccidere. Come
e’ possibile?*
*Quando li vedo manifestare mi piange il cuore, sono coraggiosi,
orgogliosi, pieni di dignita’ ma dove li portera’ tutto questo? Dove sta il
resto del mondo? Dove e’ Barak Obama? Dormono tutti per svegliarsi, come
dice la barzelletta, come io ho scritto tante volte, non appena qualcuno
dira’ che Israele ha costruito una casa nei territori.*
*Dove siete??????*
*Oggi una ragazza, una bella ragazza in jeans e’ morta per la strada,
colpita al cuore dalla polizia dei pretacci, l’abbiamo vista tutti, mal di
stomaco, mal di testa. *
*Dove siete vigliacchi del mondo? *
*Uomini , dove siete? perche’ nessuno aiuta quei ragazzi e quelle ragazze,
laggiu’ a Teheran? perche’ li lasciate morire per niente?*
*Li guardo, il mio cuore piange e penso ad altri giovani, molti ancora in
carcere, altri torturati, altri morti, altri fuggiti dalla loro patria e
ricordo le loro parole:*
**
*Per il benessere*
*della mia gente,*
*per il futuro della*
*mia patria, io usero’*
*la mia giovinezza*
*contro la dittatura. *
*Faro’ sanguinare il*
*mio cuore ma non*
*me ne andro’ da*
*Tienanmen!*
**
*Tienanmen e’ caduta, Teheran cadra’, i giovani coraggiosi moriranno. *
*Uomini dove siete? Perche’ non difendete quei ragazzi?*
**
*Deborah Fait **www.informazionecorretta.com*<http://www.informazionecorretta.com/>