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2/8/2010 – Lo Stato ostaggio della libera Chiesa

lunedì, 2 agosto 2010

Sembra proprio che il sindaco di Roma, già fascista voglia riservarci un anniversario di Porta Pia in salsa clericale. Con la volenterosa collaborazione del Presidente della Repubblica, già comunista. Eppure il 20 settembre fa parte di uno dei momenti più alti della nostra storia. Dal 1870 fino al 1922 la nazione si è formata in senso liberale (ed è stata restituita la libertà anche ai cattolici sollevati dal peso del potere temporale)

Non si può trasformare un evento laico in una celebrazione religiosa, sia pure conciliativa”. Così Giuseppe Saragat, presidente della Repubblica italiana dal dicembre 1964 al dicembre 1971, si espresse rivolgendosi a chi premeva perché a Porta Pia, la mattina del 20 settembre 1970, centenario di Roma Capitale d’Italia, venisse celebrata una messa, officiata da Sua Santità in persona.
Pressioni in tal senso provenivano dal Vaticano: l’allora papa Paolo VI fece sapere al governo italiano che il papa avrebbe gradito celebrare a Porta Pia una messa la mattina del 20 settembre. Per quanto l’esecutivo, all’epoca presieduto dal democristiano Emilio Colombo e “alcuni uffici del Quirinale” (scrive Costantino Belluscio* che di Saragat fu il segretario) fossero favorevoli, Saragat invece fu irremovibile. Scartata l’ipotesi Paolo VI, il Vaticano insisté per una messa celebrata dal cardinale vicario Dell’Acqua che però doveva precedere la sfilata dei bersaglieri e quindi avere luogo di mattina presto. “Non è possibile – ribadì il Presidente chiedendo il rispetto da parte d’oltretevere – iniziare una cerimonia laica e risorgimentale con una messa”.
Certo, alla fine un compromesso fu trovato, messa dopo il discorso di Saragat alle Camere riunite a Montecitorio, però quel presidente della Repubblica non si fece mettere i piedi in testa.
Anzi, in incontri ufficiali con l’allora sindaco di Roma Clelio Darida, il papa si dispiacque molto per quella vicenda. Egli avrebbe visto nella sua personale partecipazione una rinnovata riconciliazione con l’Italia democratica, senza Mussolini e Togliatti.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

*Costantino Belluscio, Con Saragat al Quirinale, Marsilio, 2004

–seguiranno note su Paolo VI e Giuseppe Saragat

20 Settembre 2010 , tutti in ginocchio a Porta Pia davanti al Plenipotenziario del Papa Re.

E ci sarà pure il Presidente Napolitano.

Nel 140° anniversario della Breccia di Porta Pia tutte le celebrazioni si svolgeranno all’ombra del Papa Re. Clamoroso cedimento sponsorizzato dal Presidente della Repubblica in persona che chiuderà la Breccia del 1870 e rimetterà la chiavi del Nuovo Stato Pontificio Vaticaliano nelle mani del Cardinale Bertone. E’ la fine ingloriosa e definitiva dello Stato laico.

Da La Repubblica del 27/10/2010

ORAZIO LA ROCCA | Repubblica | 27 Luglio 2010

Le celebrazioni dei 140 anni della presa di Roma precedute da dieci mesi di trattative fra il Comune e la Santa Sede. Sarebbe stato il Quirinale a suggerire un percorso condiviso; Bertone lima e modifica il programma, poi il placet a Alemanno.

CITTÀ DEL VATICANO – Celebrare i 140 anni della presa di Porta Pia con un programma di eventi senza venature anticlericali e antivaticane, e senza elementi polemici non graditi Oltretevere. Sarà questo, dopo una lunga trattativa con il comune di Roma, lo spirito dell´anniversario della Breccia del 20 settembre prossimo; gli uomini del Papa hanno voluto che venisse impostato all´insegna della cultura, della storia, del dialogo, ma senza riferimenti all´attualità. La ricorrenza sarà ricordata con una ricca scaletta di incontri (convegni, manifestazioni pubbliche, confronti tra storici) totalmente graditi, nella scelta dei titoli e dei relatori, alla Santa Sede e al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, il quale – in sintonia col sindaco di Roma Gianni Alemanno – ha dato nei giorni scorsi il suo placet alle celebrazioni che dal 18 al 20 settembre vedranno coinvolti il Quirinale, il Campidoglio e il Vaticano.

Secondo quanto filtra dai Palazzi vaticani, sarebbe stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – sarà presente alla giornata clou davanti a Porta Pia – a “suggerire” al Campidoglio di arrivare a una commemorazione “condivisa” con la Santa Sede per non trasformare la festa del 140esimo anniversario della Breccia in un raduno simile all´annuale incontro che i radicali di Marco Pannella ogni 20 settembre indicono davanti alla stessa Porta Pia per celebrare la caduta dello Stato Pontificio e la fine del potere temporale del Papa.

Il Quirinale – a quanto sembra – non ha dovuto faticare molto per convincere il Campidoglio ad accettare i desiderata vaticani fin dalla formazione del comitato organizzatore, nel quale la Santa Sede ha nominato l´arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura. Non tutto è filato liscio. Sono stati necessari, infatti, quasi 10 mesi di lavoro, con numerosi incontri in Vaticano, presenti Alemanno e Bertone, per arrivare ad un programma pienamente condiviso per il quale solo alcuni giorni fa il Segretario di Stato si è detto “pienamente d´accordo”, facendo capire che il 20 settembre potrebbe essere persino presente davanti a Porta Pia accanto al presidente Napolitano.

Per la diplomazia capitolina un indubbio successo costato però alcune dolorose rinunce come la cancellazione nel comitato organizzatore di uno storico proposto dal Campidoglio, ma non gradito al Vaticano perchè giudicato troppo vicino alle posizioni dell´estrema destra. Nessun problema, invece, per gli altri due nomi in aggiunta a Ravasi proposti dal Vaticano, lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio, e la professoressa Micol Forti dei Musei Vaticani. Meno fortunato, invece, è stato Marcello Veneziani, giornalista e scrittore notoriamente vicino alla destra, che si è visto bocciare dalla Segreteria di Stato della Santa Sede (e quindi dal cardinale Bertone) il titolo di un convegno da lui proposto per la giornata di apertura del 18 settembre in Campidoglio. Nella intestazione della bozza Veneziani, nella sua veste di coordinatore del convegno, aveva scritto “Pio IX, il Papa Re”, bocciato dal Vaticano perchè “troppo provocatorio”

. Titolo, poi, cambiato in un più accomodante “Pio IX e la città di Roma”, benedetto senza problemi da Bertone, il quale se interverrà alle celebrazioni (ha assicurato che informerà ufficialmente il Campidoglio entro agosto) non sarà comunque il primo segretario di Stato della Santa Sede a commemorare la Breccia di Porta Pia. «E´ stato preceduto nel centenario del 1970 dall´allora cardinale vicario Angelo Dell´Acqua», ricorda il teologo Gianni Gennari, editorialista del quotidiano cattolico Avvenire, che è stato anche testimone diretto di quell´evento nel quale, specifica, «per la prima volta un delegato papale definì la caduta del potere temporale come un segno benevolo della Divina Provvidenza per la Chiesa». «Ero nell´ufficio del cardinale – racconta Gennari – quando arrivò la telefonata di Paolo VI che gli chiese di andare a celebrare la Messa a Porta Pia il 20 settembre 1970. Dell´Acqua in un primo momento titubò, non capì. Ma poi non ebbe esitazioni, obbedì, andò e celebrò».

3/2/10 – I Savoia: da Vittorio Veneto a Sanremo, passando per l’8 settembre

mercoledì, 3 marzo 2010

Gli italiani sanno chi è il bisnonno del tizietto che si è presentato al recente festival di Sanremo? No? E allora proviamo a contarglielo. Il suo avo è, con tutto il rispetto, quel bel tomo che: ha trescato e fatto affari con Mussolini e il fascismo dall’ottobre ’22 al 25 luglio ’43; ha salvato Mussolini dalle varie responsabilità dirette e indirette nel delitto Matteotti, grazie anche al grazioso regalo di un’opposizione che abbandona il Parlamento e fa l’aventiniana; si è allegramente “pappato” i titoli di “re d’Albania e imperatore d’Etiopia” in aggiunta a quello di re d’Italia; ha convintamente approvato, e promulgato, le ignobili leggi razziali, emanate esclusivamente contro gli ebrei d’Italia; è stato pieno sostenitore della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940; si è accorto dopo tre anni che le cose vanno male e organizza così un colpo di stato militare cui danno stupidamente una mano alcuni fascisti rinnegati, tra cui il genero ed ex delfino di Mussolini che mettono in minoranza il “Duce” nella seduta del Gran Consiglio del 24/25 luglio 1943. Quei 19 che votano contro il capo, istigati dai traffici del “piccolo re” sono convinti che sarà uno di loro a succedergli. Ma il monarca li ha fregati. Ha già scelto una figura che peggio di così non si può ed è lo screditatissimo Badoglio, un losco ma furbo arnese buono per tutte le stagioni. Grazie alla massoneria (e a Vittorio Emanuele Orlando) si è salvato dal disastro di Caporetto (24 ottobre 1917), direttamente a lui imputabile: i fratelli frammassoni faranno sparire almeno 13 delle pagine della relazione della Commissione d’inchiesta che inchiodano il comandante del 27° Corpo d’Armata. Grazie al fascismo ha accumulato incarichi, titoli nobiliari e stipendi e che, come capo di stato maggiore generale, nominato da Mussolini nel 1925, fino al suo esonero nel dicembre del ’40, non ha fatto nulla per rimodernare l’esercito. E’ stato “silurato” dopo la balorda aggressione alla Grecia del camerata Metaxas da lui voluta con Mussolini e Ciano e dopo le legnate che “quegli straccioni” infliggono alle nostre truppe regie. E, meno male, che dovevano “spezzargli le reni”, ai greci.

Il cinico “piccolo re” sa che Badoglio, dopo essere stato cacciato, cova un infinito rancore contro il duce e se lo tiene buono: può tornare utile. E gli affiderà il timone dopo il 25 luglio. Inutile tornare sui 44 giorni del governo del duca di Addis Abeba, un esecutivo che, caduto il fascismo, è un fritto misto di generali (tutti ex fascisti) e di alti burocrati dello Stato (tutti ex fascisti). Il re non vuole tra i piedi alcuni rappresentanti dell’antica opposizione al fascismo. Ha determinato la caduta del regime e si è fatto circondare da uomini del disciolto fascio. Si pensi, ad esempio, che il nuovo ministro degli Esteri, Guariglia, è l’ambasciatore, nominato da Ciano – ministro degli Esteri dal ’36 al ’43 -, ad Ankara. Naturalmente “l’uomo del Colle” è accorto e pensa pure ai fatti suoi: in agosto fa spedire in Svizzera due treni zeppi di ogni ben di dio provenienti dal Quirinale. I soldi sono da tempo al sicuro nella banca d’Inghilterra. Serviranno agli inglesi per fabbricare armi e bombe da lanciare contro obiettivi civili sulle città italiane. Ma, dei “dindini” ne avanzeranno tanti, anche dopo la guerra.

Arriviamo a settembre. In questo mese e mezzo, dal 25 luglio, Vittorio Emanuele e Badoglio giocano contemporaneamente su due tavoli: attivano contatti molto confusi con gli americani e gli inglesi, passando per il dittatore portoghese Salazar,nel tentativo di “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. E, per non dare nell’occhio, offrono continue assicurazioni di fedeltà agli emissari di Hitler che, però, non apprezza assolutamente il “nuovo corso” italiano. Gli Alleati, ed a ragione, inizialmente non si fidano di nemici che vogliono diventare ex e dunque amici a tutti i costi. I tedeschi, che conoscono bene i loro polli, pur essendo ignari dei contatti italiani con i nemici (l’Italia e la Germania sono sempre in guerra…), cominciano a far affluire truppe in Italia, facendole passare tranquillamente dal Brennero. Gli italiani, quei pochi che contano, lasciano fare purché nulla trapeli circa le loro reali intenzioni.

In campo alleato sono gli inglesi ad insistere purché si arrivi ad una resa incondizionata dell’Italia: a loro interessa soprattutto che la flotta da guerra italiana, mai impegnata seriamente nel conflitto (stendiamo un velo pietoso sui motivi…) continui a non fare niente nel Mediterraneo e che, anzi, come poi avverrà, si consegni integra a Malta. Così sarà assicurata la supremazia britannica nel “mare nostrum” . Gli americani sono più scettici: dopo lo sbarco e la conquista della Sicilia (ma ci vogliono 38 giorni, al prezzo della perdita di migliaia di soldati), essi pensano già allo sbarco in Normandia (6 giugno ’44). Churcill tiene il punto con Roosevelt che alla fine consente che con gli italiani si tratti solo per la resa incondizionata. Poi si vedrà come utilizzarli ma mai come alleati, semmai come “cobelligeranti”. La banda del Quirinale si frega le mani; è fatta! Quei figuri credono erroneamente che saranno accolti con tutti gli onori nel campo ancora “nemico”. Sicuri del successo commettono un errore madornale e uno criminale. Per trattare la resa, che definiranno un “armistizio” per farlo credere ai gonzi che ancora oggi danno retta a quell’infame pasticcio, spediscono in Sicilia uno dei più colossali tangheri che la storia d’Italia ricordi, un tizio che pur vestendo la greca di generale del regio esercito non ha mai partecipato ad un’azione militare che è una. Questi ne combina di cotte e di crude, c’è da restare allibiti: fa credere agli Alleati – che fingono di crederci – che in Italia ci sono tante di quelle truppe da ributtare a mare e oltre le Alpi e i tedeschi. Che il possibile sbarco dell’82° divisione aviotrasportata negli aeroporti di Roma sia facilmente realizzabile. E ancora… Gli Alleati giocano con lui come il gatto col topo: gli danno in mano un pezzo di carta, lo “short armistice” e lui pensa che sia il testo definitivo dell’intesa che siglerà a Cassibile il 3 settembre. E consegnano invece al gen. Zanussi il documento vero, il “long armistice”, dandone notizia al tanghero dopo la firma della resa nella tenda del Comando alleato. Il tanghero fa intanto sapere alla banda del Quirinale, come cosa sicura, che l’armistizio sarà reso noto il 12 settembre da entrambe le parti. Lui dice di esserne certo, ma non c’è uno straccio di prova che confermi tale sua convinzione. Gli Alleati hanno invece indicato chiaramente l’8 settembre.

Fin qui il balletto degli equivoci basati sulle errate informazioni e supponenze del tanghero. Del quale però la banda del Quirinale si fida mica tanto perché gli ha affiancato il già citato Zanussi. Per la paura che qualcosa dell’inciucio col quasi ex nemico – che sta per diventare almeno secondo loro alleato –trapeli e arrivi alle orecchie degli ancora quasi alleati che stanno per diventare “nemici”, la banda commette l’atto più criminale nella storia d’Italia e che nel ’46 – deo gratis! – manderà i Savoia fuori dalle scatole. Dal momento delle trattative con americani e inglesi, primi di agosto, di questi contatti sono al corrente solo alcuni dei banditi : il re e il suo tirapiedi Acquarone, Badoglio e il gen. Ambrosio, capo di stato maggiore generale nominato da Mussolini nel febbraio ’43, e pochissimi altri. Nessuno fuori dalla ristretta cerchia banditesca è informato su quanto bolle in pentola. Figuriamo cosa interessa a lor signori del popolo italiano che ancora pensa che col 25 luglio sia finita la guerra. Ma lasciano senza direttive gli oltre due milioni di uomini in arme in Italia e all’estero. Che saranno colti assolutamente di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio letto all’Eiar, all’imbrunire dell’8 settembre da quel ciarlatano del capo del governo. E’ il prologo di tante tragedie, a cominciare dala morte per combattimento o per fucilazione di 1647 soldati della 33° divisione di fanteria “Acqui” a Cefalonia . Poche ore dopo la diramazione della resa, atto imposto senza ulteriori indugi da Eisenhower, la banda del Quirinale scappa a Brindisi, chissenefrega del Popolo e dell’Esercito italiani.

E il giorno dopo, il 9 settembre? Sembra utile proporre quanto segue perché indica lo smarrimento e lo sfacelo regnanti a Roma dopo che i capi sono scappati a gambe levate.

Dal diario(1) del Maresciallo d’Italia, il generale Enrico Caviglia* che, al comando dell’8° Armata combatté e vinse a Vittorio Veneto contro gli austro-ungarici e che, per l’armistizio di Villa Giusti, non poté dilagare fino a Vienna, come, a quel punto, era nei suoi propositi : zona di guerra, fronte Piave-Monte Grappa-Montello, fine ottobre – 4 novembre 1918.

Caviglia si trovava a Roma nel periodo che va dal 6 al 13 settembre del 1943 e avrebbe potuto avere un ruolo ben più importante in quel cruciale periodo della vita nazionale, in specie per tentare di evitare le terribili conseguenze che stavano per abbattersi sull’Italia dopo la vergognosa fuga da Roma (prime ore del 9 settembre ’43) del re Savoia Vittorio Emanuele 3° e dei suoi accoliti Badoglio (capo del governo post 25 luglio), Ambrosio (capo di stato maggiore generale), Acquarone (capo di gabinetto della “real” casa) e i generali Roatta (vice di Ambrosio) e Sandalli (csm r. aeronautica) e De Courten (ammiraglio (?), csm della r. Marina da Guerra).

L’infame Badoglio, nemico giurato di Caviglia che in ogni epoca gli ricordò le sue gravissime e dirette responsabilità nella rotta di Caporetto (24 ottobre 1917) impedì, mentre con il “piccolo” re se la stavano svignando a Brindisi dopo avere abbandonato popolo ed esercito senza lasciare alcuna direttiva, la trasmissione dell’ordine che il monarca aveva indirizzato a Caviglia per autorizzarlo ad assumere a Roma la guida del governo civile e militare della città e dello Stato. Ecco cosa scrive Caviglia (è il 9 settembre): “Durante il tragitto (dalla Pilotta, piazzale del Quirinale, a palazzo Baracchini, sede degli uffici del capo di stato maggiore e dell’esercito, ndr) Sogno(2) e Campanari(3) precisarono che le Loro Maestà avevano passato la notte al ministero della Guerra e che il principe di Piemonte(4) vi era arrivato verso la mezzanotte. Al mattino per tempo erano partiti in auto per la via di Ortona (5) che era libera. A Ortona dovevano trovare una nave su cui imbarcarsi (6). Badoglio e il comando supremo avevano seguito i Sovrani. Questa notizia mi rattristò e dissi : “Se fossi stato presente non avrei lasciato partire il re. Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando “Savoia!”; ora tocca al re e a noi gridare “Savoia!” Ma non mi sorprende di nulla. Badoglio ha indotto il re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita, se non annullata da quella del re”

1- “I dittatori, le guerre e il piccolo re – Diario 1925-1945 di Enrica Caviglia”, a cura di Pier Paolo Cervone, Mursia 2009/prima edizione Casini Roma 1952, pagine 468-469

2- Vittorio, generale destinato al comando di un corpo d’armata in Albania, “era in abiti civili”

3- Francesco, generale, antico aiutante di campo di Caviglia, cui rimase sempre legato

4- Umberto, diventerà luogotenente, ossia vice del padre Vittorio Emanuele 3° nel 44-45 e poi, come Umberto 2° governerà da monarca nel solo mese di maggio del ‘46

5- La via Tiburtina Valeria. Per la fuga da Roma consiglio di leggere il libro di Ruggero Zangrandi “1943: l’8 settembre” Feltrinelli 1964 – Mursia 2000 e, a proposito della “strada libera” , di prestare particolare attenzione al capitolo VI, l’intesa con Kesserling

6- La nave era la vedetta Baionetta che, a Ortona, notte tra il 9 e il 10 settembre, caricò i fuggiaschi e li scaricò a Brindisi

*Enrico Caviglia : Finalmarina (oggi Finale) 4 maggio 1962, Finalmarina 22 marzo 1945. Il 22 giugno 1952 avviene la traslazione della salma nel mausoleo di Capo San Donato , davanti al mare. Sono presenti il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, il presidente “della Vittoria” del 1918. Sarà l’anziano uomo politico siciliano a commemorare “u’ generale Caviggia” come lo chiamavano i suoi soldati, soprattutto i liguri. E alla straordinaria presenza di migliaia di reduci della Grande Guerra , giunti in autobus e con treni speciali. “E’ la vecchia Italia dei 600mila caduti – scrive Cervone -, l’Italia di Vittorio Veneto e delle terre giulie che accompagna il condottiero vittorioso, deposto su un affusto di cannone e avvolto nella bandiera”

Giovanni Lubrano di Scorpaniello

3/2/10 – I Savoia: da Vittorio Veneto a Sanremo, passando per l’8 settembre

mercoledì, 3 marzo 2010

Gli italiani sanno chi è il bisnonno del tizietto che si è presentato al recente festival di Sanremo? No? E allora proviamo a contarglielo. Il suo avo è, con tutto il rispetto, quel bel tomo che: ha trescato e fatto affari con Mussolini e il fascismo dall’ottobre ’22 al 25 luglio ’43; ha salvato Mussolini dalle varie responsabilità dirette e indirette nel delitto Matteotti, grazie anche al grazioso regalo di un’opposizione che abbandona il Parlamento e fa l’aventiniana; si è allegramente “pappato” i titoli di “re d’Albania e imperatore d’Etiopia” in aggiunta a quello di re d’Italia; ha convintamente approvato, e promulgato, le ignobili leggi razziali, emanate esclusivamente contro gli ebrei d’Italia; è stato pieno sostenitore della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940; si è accorto dopo tre anni che le cose vanno male e organizza così un colpo di stato militare cui danno stupidamente una mano alcuni fascisti rinnegati, tra cui il genero ed ex delfino di Mussolini che mettono in minoranza il “Duce” nella seduta del Gran Consiglio del 24/25 luglio 1943. Quei 19 che votano contro il capo, istigati dai traffici del “piccolo re” sono convinti che sarà uno di loro a succedergli. Ma il monarca li ha fregati. Ha già scelto una figura che peggio di così non si può ed è lo screditatissimo Badoglio, un losco ma furbo arnese buono per tutte le stagioni. Grazie alla massoneria (e a Vittorio Emanuele Orlando) si è salvato dal disastro di Caporetto (24 ottobre 1917), direttamente a lui imputabile: i fratelli frammassoni faranno sparire almeno 13 delle pagine della relazione della Commissione d’inchiesta che inchiodano il comandante del 27° Corpo d’Armata. Grazie al fascismo ha accumulato incarichi, titoli nobiliari e stipendi e che, come capo di stato maggiore generale, nominato da Mussolini nel 1925, fino al suo esonero nel dicembre del ’40, non ha fatto nulla per rimodernare l’esercito. E’ stato “silurato” dopo la balorda aggressione alla Grecia del camerata Metaxas da lui voluta con Mussolini e Ciano e dopo le legnate che “quegli straccioni” infliggono alle nostre truppe regie. E, meno male, che dovevano “spezzargli le reni”, ai greci.

Il cinico “piccolo re” sa che Badoglio, dopo essere stato cacciato, cova un infinito rancore contro il duce e se lo tiene buono: può tornare utile. E gli affiderà il timone dopo il 25 luglio. Inutile tornare sui 44 giorni del governo del duca di Addis Abeba, un esecutivo che, caduto il fascismo, è un fritto misto di generali (tutti ex fascisti) e di alti burocrati dello Stato (tutti ex fascisti). Il re non vuole tra i piedi alcuni rappresentanti dell’antica opposizione al fascismo. Ha determinato la caduta del regime e si è fatto circondare da uomini del disciolto fascio. Si pensi, ad esempio, che il nuovo ministro degli Esteri, Guariglia, è l’ambasciatore, nominato da Ciano – ministro degli Esteri dal ’36 al ’43 -, ad Ankara. Naturalmente “l’uomo del Colle” è accorto e pensa pure ai fatti suoi: in agosto fa spedire in Svizzera due treni zeppi di ogni ben di dio provenienti dal Quirinale. I soldi sono da tempo al sicuro nella banca d’Inghilterra. Serviranno agli inglesi per fabbricare armi e bombe da lanciare contro obiettivi civili sulle città italiane. Ma, dei “dindini” ne avanzeranno tanti, anche dopo la guerra.

Arriviamo a settembre. In questo mese e mezzo, dal 25 luglio, Vittorio Emanuele e Badoglio giocano contemporaneamente su due tavoli: attivano contatti molto confusi con gli americani e gli inglesi, passando per il dittatore portoghese Salazar,nel tentativo di “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. E, per non dare nell’occhio, offrono continue assicurazioni di fedeltà agli emissari di Hitler che, però, non apprezza assolutamente il “nuovo corso” italiano. Gli Alleati, ed a ragione, inizialmente non si fidano di nemici che vogliono diventare ex e dunque amici a tutti i costi. I tedeschi, che conoscono bene i loro polli, pur essendo ignari dei contatti italiani con i nemici (l’Italia e la Germania sono sempre in guerra…), cominciano a far affluire truppe in Italia, facendole passare tranquillamente dal Brennero. Gli italiani, quei pochi che contano, lasciano fare purché nulla trapeli circa le loro reali intenzioni.

In campo alleato sono gli inglesi ad insistere purché si arrivi ad una resa incondizionata dell’Italia: a loro interessa soprattutto che la flotta da guerra italiana, mai impegnata seriamente nel conflitto (stendiamo un velo pietoso sui motivi…) continui a non fare niente nel Mediterraneo e che, anzi, come poi avverrà, si consegni integra a Malta. Così sarà assicurata la supremazia britannica nel “mare nostrum” . Gli americani sono più scettici: dopo lo sbarco e la conquista della Sicilia (ma ci vogliono 38 giorni, al prezzo della perdita di migliaia di soldati), essi pensano già allo sbarco in Normandia (6 giugno ’44). Churcill tiene il punto con Roosevelt che alla fine consente che con gli italiani si tratti solo per la resa incondizionata. Poi si vedrà come utilizzarli ma mai come alleati, semmai come “cobelligeranti”. La banda del Quirinale si frega le mani; è fatta! Quei figuri credono erroneamente che saranno accolti con tutti gli onori nel campo ancora “nemico”. Sicuri del successo commettono un errore madornale e uno criminale. Per trattare la resa, che definiranno un “armistizio” per farlo credere ai gonzi che ancora oggi danno retta a quell’infame pasticcio, spediscono in Sicilia uno dei più colossali tangheri che la storia d’Italia ricordi, un tizio che pur vestendo la greca di generale del regio esercito non ha mai partecipato ad un’azione militare che è una. Questi ne combina di cotte e di crude, c’è da restare allibiti: fa credere agli Alleati – che fingono di crederci – che in Italia ci sono tante di quelle truppe da ributtare a mare e oltre le Alpi e i tedeschi. Che il possibile sbarco dell’82° divisione aviotrasportata negli aeroporti di Roma sia facilmente realizzabile. E ancora… Gli Alleati giocano con lui come il gatto col topo: gli danno in mano un pezzo di carta, lo “short armistice” e lui pensa che sia il testo definitivo dell’intesa che siglerà a Cassibile il 3 settembre. E consegnano invece al gen. Zanussi il documento vero, il “long armistice”, dandone notizia al tanghero dopo la firma della resa nella tenda del Comando alleato. Il tanghero fa intanto sapere alla banda del Quirinale, come cosa sicura, che l’armistizio sarà reso noto il 12 settembre da entrambe le parti. Lui dice di esserne certo, ma non c’è uno straccio di prova che confermi tale sua convinzione. Gli Alleati hanno invece indicato chiaramente l’8 settembre.

Fin qui il balletto degli equivoci basati sulle errate informazioni e supponenze del tanghero. Del quale però la banda del Quirinale si fida mica tanto perché gli ha affiancato il già citato Zanussi. Per la paura che qualcosa dell’inciucio col quasi ex nemico – che sta per diventare almeno secondo loro alleato –trapeli e arrivi alle orecchie degli ancora quasi alleati che stanno per diventare “nemici”, la banda commette l’atto più criminale nella storia d’Italia e che nel ’46 – deo gratis! – manderà i Savoia fuori dalle scatole. Dal momento delle trattative con americani e inglesi, primi di agosto, di questi contatti sono al corrente solo alcuni dei banditi : il re e il suo tirapiedi Acquarone, Badoglio e il gen. Ambrosio, capo di stato maggiore generale nominato da Mussolini nel febbraio ’43, e pochissimi altri. Nessuno fuori dalla ristretta cerchia banditesca è informato su quanto bolle in pentola. Figuriamo cosa interessa a lor signori del popolo italiano che ancora pensa che col 25 luglio sia finita la guerra. Ma lasciano senza direttive gli oltre due milioni di uomini in arme in Italia e all’estero. Che saranno colti assolutamente di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio letto all’Eiar, all’imbrunire dell’8 settembre da quel ciarlatano del capo del governo. E’ il prologo di tante tragedie, a cominciare dala morte per combattimento o per fucilazione di 1647 soldati della 33° divisione di fanteria “Acqui” a Cefalonia . Poche ore dopo la diramazione della resa, atto imposto senza ulteriori indugi da Eisenhower, la banda del Quirinale scappa a Brindisi, chissenefrega del Popolo e dell’Esercito italiani.

E il giorno dopo, il 9 settembre? Sembra utile proporre quanto segue perché indica lo smarrimento e lo sfacelo regnanti a Roma dopo che i capi sono scappati a gambe levate.

Dal diario(1) del Maresciallo d’Italia, il generale Enrico Caviglia* che, al comando dell’8° Armata combatté e vinse a Vittorio Veneto contro gli austro-ungarici e che, per l’armistizio di Villa Giusti, non poté dilagare fino a Vienna, come, a quel punto, era nei suoi propositi : zona di guerra, fronte Piave-Monte Grappa-Montello, fine ottobre – 4 novembre 1918.

Caviglia si trovava a Roma nel periodo che va dal 6 al 13 settembre del 1943 e avrebbe potuto avere un ruolo ben più importante in quel cruciale periodo della vita nazionale, in specie per tentare di evitare le terribili conseguenze che stavano per abbattersi sull’Italia dopo la vergognosa fuga da Roma (prime ore del 9 settembre ’43) del re Savoia Vittorio Emanuele 3° e dei suoi accoliti Badoglio (capo del governo post 25 luglio), Ambrosio (capo di stato maggiore generale), Acquarone (capo di gabinetto della “real” casa) e i generali Roatta (vice di Ambrosio) e Sandalli (csm r. aeronautica) e De Courten (ammiraglio (?), csm della r. Marina da Guerra).

L’infame Badoglio, nemico giurato di Caviglia che in ogni epoca gli ricordò le sue gravissime e dirette responsabilità nella rotta di Caporetto (24 ottobre 1917) impedì, mentre con il “piccolo” re se la stavano svignando a Brindisi dopo avere abbandonato popolo ed esercito senza lasciare alcuna direttiva, la trasmissione dell’ordine che il monarca aveva indirizzato a Caviglia per autorizzarlo ad assumere a Roma la guida del governo civile e militare della città e dello Stato. Ecco cosa scrive Caviglia (è il 9 settembre): “Durante il tragitto (dalla Pilotta, piazzale del Quirinale, a palazzo Baracchini, sede degli uffici del capo di stato maggiore e dell’esercito, ndr) Sogno(2) e Campanari(3) precisarono che le Loro Maestà avevano passato la notte al ministero della Guerra e che il principe di Piemonte(4) vi era arrivato verso la mezzanotte. Al mattino per tempo erano partiti in auto per la via di Ortona (5) che era libera. A Ortona dovevano trovare una nave su cui imbarcarsi (6). Badoglio e il comando supremo avevano seguito i Sovrani. Questa notizia mi rattristò e dissi : “Se fossi stato presente non avrei lasciato partire il re. Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando “Savoia!”; ora tocca al re e a noi gridare “Savoia!” Ma non mi sorprende di nulla. Badoglio ha indotto il re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita, se non annullata da quella del re”

1- “I dittatori, le guerre e il piccolo re – Diario 1925-1945 di Enrica Caviglia”, a cura di Pier Paolo Cervone, Mursia 2009/prima edizione Casini Roma 1952, pagine 468-469

2- Vittorio, generale destinato al comando di un corpo d’armata in Albania, “era in abiti civili”

3- Francesco, generale, antico aiutante di campo di Caviglia, cui rimase sempre legato

4- Umberto, diventerà luogotenente, ossia vice del padre Vittorio Emanuele 3° nel 44-45 e poi, come Umberto 2° governerà da monarca nel solo mese di maggio del ‘46

5- La via Tiburtina Valeria. Per la fuga da Roma consiglio di leggere il libro di Ruggero Zangrandi “1943: l’8 settembre” Feltrinelli 1964 – Mursia 2000 e, a proposito della “strada libera” , di prestare particolare attenzione al capitolo VI, l’intesa con Kesserling

6- La nave era la vedetta Baionetta che, a Ortona, notte tra il 9 e il 10 settembre, caricò i fuggiaschi e li scaricò a Brindisi


*Enrico Caviglia
: Finalmarina (oggi Finale) 4 maggio 1962, Finalmarina 22 marzo 1945. Il 22 giugno 1952 avviene la traslazione della salma nel mausoleo di Capo San Donato , davanti al mare. Sono presenti il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, il presidente “della Vittoria” del 1918. Sarà l’anziano uomo politico siciliano a commemorare “u’ generale Caviggia” come lo chiamavano i suoi soldati, soprattutto i liguri. E alla straordinaria presenza di migliaia di reduci della Grande Guerra , giunti in autobus e con treni speciali. “E’ la vecchia Italia dei 600mila caduti – scrive Cervone -, l’Italia di Vittorio Veneto e delle terre giulie che accompagna il condottiero vittorioso, deposto su un affusto di cannone e avvolto nella bandiera”

Giovanni Lubrano di Scorpaniello

8/07/09 – In memoria di Leo Solari.

mercoledì, 8 luglio 2009

Nel momento in cui gli ultimi epigoni di quello che fu il Partito Socialista vivono di elemosine politiche nel PD-Partitus Dei e nel PDL-Popolo della Libertà Vigilata dal Vaticano riceviamo dal nostro amico Gianni Lubrano questo ricordo di Leo Solari, un grande socialista da poco scomparso. Ce lo presenta Tiziana Ficacci con queste parole : “”" Lo scorso fine settimana abbiamo assistito con sgomento a un pubblicizzatissimo convegno romano dove il nome dei socialisti è stato trascinato tra le braccia di Alemanno e Mantovano grazie alla complicità di Stefania Craxi e del ministro del welfare Sacconi. Durante il convegno i sedicenti politici socialisti hanno discusso – mostrando di non conoscere né la filosofia né il diritto né la politica – di diritto naturale, etica cristiana, sacralità dell’embrione ecc. Nelle stesse ore moriva un socialista, Leo Solari, che questi squallidi figuri hanno anche dimenticato di ricordare. Siamo turbati e inorriditi del fatto che il nobile nome del socialismo venga usato impunemente.“”"

In memoria di Leo Solari

Come tutti i gentiluomini autentici, ahimè ne sono rimasti sicuramente in pochi sulla Terra, Leo Solari se ne è andato in silenzio, con quel garbo e quel tratto di distinzione che ne avevano caratterizzato la vita. Un autentico signore che, sicuramente per tale inclinazione, ebbe sempre poco spazio nei movimenti politici socialisti riformisti di cui fece parte. C’era sempre, riguardo a lui, la “vicinanza con”. Ma era il “chi” che non si decideva mai a farlo diventare protagonista e non restringerlo a restare comprimario. Sempre sorridente, sempre legante, con un bellissimo farfallino, era un piacer stare con lui, anche se era Persona che non amava attardarsi su cose fatue.
Amico di Eugenio Colorni, il non dimenticato (almeno per me) Martire socialista di via Livorno (piazza Bologna), Roma 1944.
Si deve a Leo Solari forse l’opera più completa su Colorni e che, se non ricordo male, fu scritto nel 1980 e stampato in quell’anno da Marsilio. Testo che valse all’autore il premio Viareggio e che la casa editrice farebbe bene a ristampare. Sarebbe anche questo un bel modo per ricordare un caro amico ed un compagno socialista che non partecipò mai ai traffici di bassa bottega.
Un pensiero caro per Leo Solari, sperando che il messaggio che deriva dalla vita e dalle opera di tale personalità, non vada banalmente affogato nell’oblio di dissacrazione totale che caratterizza le varie epoche italiche.
Leo Solari, passione politica pura, in Pace!

Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it

Di seguito una breve nota biografica preparata da Giampietro Sestini per ricordare Leo Solari, socio onorario dell’ Associazione LiberaUscita

Leo Solari, nato nel 1916 a Milano, nel 1944 fu tra i fondatori, insieme ad Eugenio Colorni, Giorgio Lauchard, Matteo Matteotti, e Mario Zagari, della Federazione Giovanile Socialista con il compito di dirigerne l’attività partigiana e la propaganda. Comandante partigiano nelle formazioni “Matteotti”, fu animatore delle forze socialiste della Resistenza. Dopo la liberazione divenne segretario generale della federazione dei giovani socialisti, fondò e diresse il giornale Rivoluzione Socialista e fu tra i fondatori del Movimento di Unità Proletaria, poi confluito nel Psi. Gli anni Cinquanta lo videro protagonista del primo embrione del Partito Socialista Europeo, la “Gauche Europeenne” insieme a François Mitterand, Mario Zagari, Paul Henri Spaak, Henri Gironella e Guy Molé. Nel 1947 partecipò, guidando la maggioranza della FGS, alla scissione di Palazzo Barberini, divenendo membro della direzione nazionale del PSLI. Nel 1948 si ritirò dalla vita di partito, da cui rimase assente per circa un decennio, durante il quale si concentrò nell’attività professionale.Rientrato nel movimento socialdemocratico nel 1957, fu relatore ufficiale per la corrente di “Autonomia Socialista” al congresso di Milano del PSDI (1958). Membro del comitato centrale del PSDI e del comitato centrale della UIL. Nel 1959, insieme con Mario Zagari, Matteo Matteotti, Ezio Vigorelli ed altri diede vita al MUIS, poi confluito nel PSI, di cui fu membro del Comitato centrale. Impegnato nelle battaglie per la laicità, i diritti civili e la libertà di ricerca, ha rilanciato la rivista Sinistra Europea, tornata nelle edicole nel 1998. Negli anni più recenti si è battuto per il diritto ad una morte dignitosa, divenendo socio onorario di LiberaUscita. L’ultimo intervento fu compiuto davanti al Presidente della Repubblica, in occasione delle commemorazioni del centenario della nascita di Eugenio Colorni. Attualmente era componente del Consiglio Nazionale della Sezione Italiana della Sinistra Europea

Iran, Roxana Saberi è libera.

mercoledì, 13 maggio 2009

Ad un mese esatto dalle importanti elezioni presidenziali iraniane e a distanza di trenta anni dalla rottura delle relazioni diplomatiche con il Grande Satana, la liberazione di Roxana Saberi è la concessione degli ayatollah al presidente Obama ?

Riceviamo da nostro amico Gianni Lubrano

13/5/09 – Iaisc rais Taharan (Evviva il capo di Teheran)

Ma quanto è bravo il satrapo di Teheran! Ma come è stato sensibile nel chiedere – e imporre – la grazia per la giornalista perso-americana Roxana Saberi. Che capolavoro di giustizia giusta! Da otto a due anni di carcere con scarcerazione immediata. Che grande mossa di politica estera, con l’apertura agli Stati Uniti che “non sono nemici”! Che enorme mossa di politica interna visto che tra un po’ in Persia si vota! Come volevasi dimostrare, gli “amici” di Teheran (evidentemente non solo i negazionisti) si sono scatenati con due pagine piene di elogi su la Repubblica. Dimenticando però che appena qualche giorno prima aveva fatto giustiziare, impiccandola, una giovane donna processata sommariamente. Un po’ più di realpolitik: gabellare tale scelta per una definitiva inversione di tendenza, significa mettere questo gesto in parallelo con quello di Hitler che, per ingraziarsi i francesi, restituì a Parigi le spoglie del “roi de Rome”, figlio di Napoleone e Maria Luisa d’Austria, nato nel 1811 e morto nel 1832 dopo aver vissuto alla corte austriaca come Duca di Reichstadt. In modo che padre e figlio dormissero vicini il sonno eterno, uno davanti all’altro, nell’eglise des Invalides. Sulla carta l’escamotage hitleriano funzionò (grida di giubilo si levarono in Francia), poi sappiamo come andò a finire…

Diffidate, gente, diffidate atque estote parati.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it

29/4/09 – La rai inutile

mercoledì, 29 aprile 2009

Che rimane della Festa della Liberazione appena trascorsa ?

Sicuramente la grande novità del Presidente del Consiglio che l’ha ignorata colpevolmente per troppo tempo, certamente un presidente della Repubblica che è stato in grado di mediare, indubbiamente una figura non eccezionale dei leader di partito (Pd e Udc) che hanno tentato di camminare sulla “fotografata” strada di Onna invece di recarsi in altre località (ok, Franceschini è stato anche a Milano e poteva evitare il soprappiù abruzzese). Un servizio del tg1 ha mostrato che gli italiani interrogati sulla data, non hanno saputo dire esattamente cosa fosse successo. Dubbi addirittura sull’anno, ’68 o ’48? E’ probabile che la responsabilità principale di tanta ignoranza sia la scuola che fa poco e male, ma anche la tv, che un giorno si e un giorno si ci addobba con le vite dei santi trascurando la storia recente. Ora che tutti, almeno a parole, hanno dichiarato che l’antifascismo è un valore, contiamo che anche la tv pubblica e di massa faccia i suoi passi. (T.F.)

29/4/09 – La rai inutile

Gente che va gente che viene, ma nulla muta nella baracca rai. Avevano sotto mano il 25 aprile ma, al solito, puntando tutto sulla novità del primo e chiaro discorso del presidente del Consiglio Berlusconi sulla Resistenza in quel di Onna (dove furono bruciati inermi cittadini dai nazisti, centro completamente distrutto dal terremoto del 6 aprile), hanno proposto un buon sceneggiato (che oggi si chiama fiction) “Quaranta giorni di libertà” sul canale raistoria. Che si vede però solo sul digitale terrestre che non tutti hanno. Era la storia della repubblica partigiana di Montefiorino e si trattò di una produzione realizzata a cavallo tra gli anni 60/70, con la partecipazione di Anna Identici, che canta anche la canzone che da il titolo allo sceneggiato, Stefano Satta Flores, Raul Grassilli e Andrea Giordana. Il racconto si sviluppa attraverso una sceneggiatura equilibrata, senza forzature anche nei confronti di personalità come il comandante partigiano comunista Cino Moscatelli.

“Quaranta giorni di libertà”, con gradevoli musiche dei fratelli De Angelis, andava proposto sulle reti generaliste.

Che differenza c’è se al posto di Petruccioli c’è oggi Garimberti? E al posto di Cappon c’è il parcadutato Masi? Nihil, nihil, nihil. E noi continuiamo a pagare il balzello più odioso.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello, www.nogod.it

28/1/09 – Hai pagato il canone rai?

mercoledì, 28 gennaio 2009

“I titoli nobiliari non sono riconosciuti”. Così il primo paragrafo della XIV delle Disposizioni Transitorie e Finali della Costituzione della Repubblica italiana. Essa non è stata sottoposta a revisione. E allora, perché la conduttora di Ballando con le stelle, una del trio Lescano, pardon Carlucci, continua a omaggiare Emanuele Filiberto Savoia chiamandolo principe? Non sarebbe ora che i pensosi custodi della Magna Charta si svegliassero dal loro sonnolento torpore e, motu proprio, intervenissero senza aspettare un rituale (e spesso inutile) ricorso alla Corte Costituzionale?
Insieme sul due, programma della tarda mattinata della seconda rete invita in studio Giuliana Lojodice, brava attrice di teatro, compagna e collega, fino alla morte, di Aroldo Tieri, uomo che al cinema e al teatro ha dato moltissimo. E che quando morì non fu degnato di un benché minimo ricordo in tv. In tanti anni di attività la compagnia Tieri-Lojodice aveva ottenuto più che lusinghieri successi in Italia e in Europa. Logico aspettarsi, visto che in studio c’era Lojodice, documenti del loro repertorio. Ma gli sciattoni rai non si smentiscono, e sono apparse immagini del film Totò sceicco con Tieri e Totò, e neanche le più significative di quella pellicola. Un pessimo regalo alla Lojodice e agli utenti (paganti) del servizio pubblico. More solito.
Che la baracca-rai sia da chiudere è esigenza che si basa anche sul fatto che il baraccone continua a pagare lautamente vecchi arnesi come il Pippo nazionale. Che ha dato della cretina (ma lei aveva già lasciato lo studio)all’attrice Francesca Reggiani, rea di aver protestato perché la schermata nel gradimento verso il capo del governo spagnolo, il socialista Zapatero, era passata troppo in fretta. I commenti dissertavano (…) su quanto fossero amati i vari leaders europei. A noi un sospetto sul perché Zapatero sia passato in fretta ci è venuto…
Questo è successo domenica a Domenica in, ma Pippo il ferrovecchio davanti al tapiro di Striscia la notizia si è scusato. Inutile.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello, per www.nogod.it