… dura da 14 secoli.
*Una insensata e terribile guerra politico-religiosa
*di Anna Foa
Il massacro in Egitto di sei cristiani copti che uscivano dalla messa del
Natale, dopo giorni di grandi tensioni e minacce, è un evento luttuoso per
quanti hanno a cuore la libertà di religione e di coscienza e un segnale
preoccupante di uno scontro che diventa sempre più violento e in cui tutti
quelli che non sono islamici, cioè cristiani, ebrei, ma anche musulmani
tiepidi e troppo laici, sono considerati nemici dall’Islam radicale. Nulla
di nuovo in tutto questo, certo, tranne quei cadaveri di ragazzi usciti
dalla chiesa, sempre diversi, sempre nuovi, loro. Quando la situazione ha
cominciato a precipitare così, non erano forse ancora nati. E altri ne
verranno, mentre la polizia non li difenderà, come è successo ieri, e mentre
le autorità si affanneranno a trovare sempre nuove scuse “private” – una
resa dei conti, la reazione a uno stupro, odi famigliari, chissà? – a quello
che è solo un altro episodio di una insensata e terribile guerra
politico-religiosa.
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**(Notiziario Ucei, 8 gennaio 2010) **
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*Basta condanne rituali, l’Europa alzi la voce
**Le ambiguità di un Paese amico
*di Riccardo Redaelli
Un attacco particolarmente odioso, che ha colpito la comunità dei cristiani
copti proprio nel giorno in cui stavano celebrando la nascita di Cristo. E,
purtroppo, tragicamente sanguinoso. È l’ennesimo atto di violenza e di
intimidazione contro una delle più importanti comunità cristiane
dell’Oriente, parte integrante dell’identità egiziana, ormai da anni oggetto
di attacchi crescenti. In Egitto, come in molti altri Paesi d’Africa e
d’Asia, a maggioranza islamica o meno (basti pensare alle violenze
anti-cristiane che hanno insanguinato l’India).
Da troppi anni, la deriva fondamentalista si accanisce contro la presenza
minoritaria di altri culti. Come se la pluralità religiosa, e ancor più, la
libertà di fede apparisse un qualcosa di intollerabile e non un diritto
fondamentale di ogni persona.
In Medio Oriente, i cristiani sono le prime vittime di questa violenza.
L’obiettivo, in Egitto come in Iraq o in Pakistan – per fare altri esempi -
è quello di ridurne la presenza e la visibilità, di recidere il legame che
essi hanno con i loro territori d’origine, spingendoli all’emigrazione o
alla ghettizzazione in enclave separate. Un legame popolo-terra che dura da
duemila anni, e quindi è ben più antico di quello dello stesso islam. Non
certo ospiti transitori, come alcuni vorrebbero far credere. Finora le
reazioni non sembrano essere state efficaci. Certo, vi sono molte
dichiarazioni formali di condanna, in Occidente come nei Paesi in cui queste
violenze avvengono. Ma vi è bisogno di più, e talora di parole meno
ipocrite. I governi mediorientali reagiscono sempre aumentando
temporaneamente le misure di sicurezza verso i principali luoghi di culto
dei cristiani o riaffermando il loro impegno a proteggerli. Ma è evidente
come si cerchi di ‘derubricare’ il problema a rancori locali, a vendette
personali (che ovviamente possono essere a volte le cause scatenanti),
cercando di sminuirne la portata sistemica.
Mentre è evidente che i milioni di copti egiziani e tutte le Chiese
cristiane affrontano problemi di ogni tipo: dalle minacce dirette alle
difficoltà di professare il culto; dalle accuse di fare proselitismo -
attività che alcuni Stati musulmani puniscono con grande severità – alla
scarsa rappresentanza a livello politico e amministrativo. Fino agli
ostacoli per ottenere giustizia e vedere riconosciute le proprie ragioni.
Sono le conseguenze della politica adottata dalla leadership del Cairo, che
ha rapporti conflittuali con i movimenti fondamentalisti e cerca di non
acuirli apparendo troppo attenta ai copti. Ma l’Egitto è anche un Paese che
da decenni gode di enormi aiuti economici da parte dell’Occidente, e
dell’Unione Europea in particolare. Un Paese amico, difeso sempre, talora
con perfino troppa indulgenza.
L’Unione Europea ha individuato nella difesa delle minoranze (etniche,
religiose, culturali) uno dei pilastri della propria azione. E il problema
di come tradurre questo concetto nella pratica politica e nel vissuto
quotidiano deve entrare nelle agende dei vari consessi promossi, e
finanziati, da Bruxelles. Ad esempio, ponendo il problema della libertà di
religione fra i temi principali di dibattito dell’Unione per il
Mediterraneo, il programma che ha sostituito il deludente Partnenariato
Euro-Mediterraneo del 1995. E quindi sollevare le questioni del diritto a
cambiare credo – argomento quasi tabù nella sponda sud del Mediterraneo,
dato che la sharia punisce con la morte tanto ‘ l’apostata’ quanto chi lo
induce alla conversione – della tutela dei figli di coppie ‘miste’ per fede,
del modo in cui portare nelle scuole i concetti di tolleranza e rispetto
quali valori e non mere concessioni… Insomma, ben più di qualche
poliziotto in più nei giorni successivi alla strage. È tempo che alle parole
di condanna facciano seguito programmi concreti di lungo periodo.
*(Avvenire, 8 gennaio 2010) *