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20/7/10 – Oggi parliamo di donne (3)

martedì, 20 luglio 2010

C’è un principio buono che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre, la donna (Pitagora)

Nel prossimo anniversario della morte di Benazir Bhutto, uccisa il 27 dicembre del 2007 dagli estremisti islamici, verrà presentato ufficialmente un partito politico pachistano interamente femminile, Girls of Bhutto. La leader, Uraima Satmar, era amica e collaboratrice di Bhutto. Il nuovo partito godrà dell’aiuto del Movimento nazionale unito, una formazione di immigrati indiani, il cui obiettivo è la lotta ai talebani. Satmar dice che Bhutto è un modello per molte giovani pachistane che sono stanche dell’estremismo islamico e dello strapotere maschile ammantato di principi pseudo religiosi.
Oggi nel Pakistan le donne sono costrette a girare con il burqa, le bambine hanno un limitato accesso all’istruzione, le mogli e le figlie sono completamente assoggettate a padri e mariti. Le madri non hanno nessun ascendente sui figli maschi che vengono instradati alle scuole coraniche. Nelle zone rurali diverse donne sono state lapidate per adulterio, in seguito a processi più che sommari. Per punire mogli infertili, o per altri futili motivi, i mariti tirano acido corrosivo in faccia alle loro donne, senza che nessuna autorità intervenga per porre fine allo scempio. Nelle grandi città, Peshawar, Islamabad, Karachi, si parla di costituire squadre di polizia anti-acido, ma si prende tempo perché il governo centrale teme di mostrarsi troppo puntuta con i talebani. Dai primi giorni di agosto una piccola emittente televisiva, trasmetterà un talk condotto da donne sfigurate con l’acido che inviteranno un ospite in studio a parlare della questione.
Sarà difficile fermare i fanatici talebani, forse le donne ce la faranno.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.direfarepensare.it/InRicordodiBenazirBhutto.html

Silenzi e sussurri, riflessioni sul femminismo.

mercoledì, 22 aprile 2009

Che succede al movimento che rivoluzionò il mondo occidentale ?

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 21/04/2009, a pag. 16, l’articolo di Viviana Mazza dal titolo ” Kabul e il silenzio delle femministe «Ormai siamo escluse dal dibattito» “.

«Commentavo con un’amica le ultime vicende in Afghani­stan. La consigliera assassinata, le sassaiole contro le manifesta­zioni di Kabul contro la legge che garantisce il diritto di stu­pro nel matrimonio sciita — os­serva la femminista Susanna Ca­musso, segretaria confederale della Cgil —. Tra le tante cose che ci sono state raccontate quando siamo intervenuti nel Paese è che le donne sarebbero state liberate dal burqa». Le atti­viste afghane hanno marciato per i diritti delle donne a Kabul. Le attiviste pachistane, sia lai­che sia dei partiti islamici, han­no protestato a Lahore e Kara­chi dopo la diffusione di video di ragazze frustate o uccise nel­le zone tribali per «relazioni ille­cite ». In Italia e nei Paesi occi­dentali si commenta e si riflette su queste notizie, c’è indignazio­ne sul web, ma le femministe non sono scese in strada a mani­­festare, non hanno presidiato le ambasciate. Nè si è registrata una reazione forte e continua delle donne di sinistra, destra o centro. Viviamo una «stagione di silenzio», dice Camusso. «Il movimento femminista è come un movimento carsico: compa­re e scompare». La fase di scom­parsa sembra durare da un po’.
Camusso denunciò nel 2007 il silenzio delle femministe su Hina, la pachistana uccisa a Bre­scia dal padre perché voleva vi­vere «all’occidentale». Non par­larono perché «l’attacco all’im­migrato
non è politically cor­rect », disse. «La penso come al­lora — dice oggi —. Anzi, se possibile, è ancora peggio: si è continuato a tacere anche delle violenze sulle donne italiane. Il tema della violenza sessuale è scomparso, rinchiuso dentro le mura domestiche. Lo si usa solo per gridare scandalo se a com­mettere lo stupro è un extraco­munitario ». Se non ci si solleva per le violenze domestiche con­tro le italiane, figuriamoci nei casi delle donne all’estero. Lidia Menapace, ex senatrice di Rifon­dazione comunista, è d’accordo ma aggiunge che se le femmini­ste non parlano è anche per via di «un’esclusione soft»: «E’ diffi­cile prendere la parola. Sulla sharia viene interpellato il politi­co, non le donne, che non sono più soggetto politico».
Secondo Assunta Sarlo, che nel 2006 organizzò a Milano una spettacolare manifestazio­ne per l’aborto, «pensare che l’unica modalità di espressione delle donne rispetto alle que­stioni dei diritti siano solo le manifestazioni è riduttivo. Ci sono molte modalità: ragiona­re, riunirsi. Ci sono siti, giorna­li, riviste in cui il dibattito con­tinua sul multiculturalismo. E le organizzazioni non governa­tive di donne, ce ne sono tantis­sime nei Paesi in via di svilup­po, pesano forse più delle mani­festazioni ». Camusso però cre­de che il problema sia più pro­fondo: «Chi teorizza il multicul­turalismo tende ad escludersi dal dibattito. C’è una forte fati­ca a dire una cosa intuitiva: che il metro di misura della demo­crazia in Afghanistan, in Iran, in Somalia è che i diritti delle persone non siano violati. C’è un’ulteriore difficoltà: il silen­zio nei confronti delle religio­ni. Io penso che esercitare la cri­tica rispetto a una religione, nella logica della sharia che pre­suppone la sottomissione, non significa non essere rispettosi, ma saper individuare aspetti di inciviltà».
Un’altra questione è se il mo­vimento femminista nei Paesi musulmani apprezzi l’appog­gio occidentale. «A volte se don­ne straniere appoggiano le fem­ministe locali, queste ultime possono essere etichettate co­me anti-Islam da chi usa la reli­gione a scopi politici», dice la scrittrice egiziana Saher El Mougy. «In ogni caso, possono fornirci un appoggio morale che però non cambia nulla sul terreno. La lotta più difficile è cambiare la cultura: ciò che le donne fanno contro se stesse e le figlie». L’avvocato Mehran­giz Kar, una delle più note fem­ministe iraniane, crede invece che, benché non vi siano state grandi proteste di piazza, «le donne in Europa e in America siano molto sensibili al proble­ma delle afghane. Detto ciò, benché il movimento femmini­sta sia unico e lotti ovunque per l’uguaglianza, va capito che le priorità sono diverse. Oggi le femministe in molti Paesi mu­sulmani stanno spesso attente a dire che Islam e diritti umani sono conciliabili, per ottenere legittimità e sperando di raffor­zare i moderati. Chi le appoggia davvero all’estero fa lo stesso. E’ una strategia. Funzionerà? Non so. Forse solo nel breve pe­riodo ».