Un rappresentante islamico contesta il licenziamento dei musulmani che si rifiutano di bere durante i faticosi lavori nei campi. Ma l’obbligo di bere è previsto dalle normative dello Stato che, per gli integralisti, non contano niente rispetto ai precetti imposti dalla loro immaginaria entità soprannaturale di riferimento. Naturalmente se i lavoratori islamici sospendono il lavoro, magari anche per qualche ora, a causa della inabilità dovuta a disadratazione, dovrebbero essere pagati pagati regolarmente. Secondo voi lettori, se l’applicazione integrale di questo aspetto della sha’rìa verrà pretesa dagli imam, la magistratura italiana a chi darà ragione ?
Fonte della notizia da La Repubblica LEGGI
Del Comitato fanno parte Confagricoltura, Coldiretti, Cia, Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil. La decisione del Comitato è basata sul decreto legislativo numero 81 del 9 aprile 2008, secondo il quale coloro che lavorano “in giorni ed orari particolarmente caldi e umidi sono obbligati ad assumere acqua, pena la sospensione temporanea dell’attività lavorativa (…) oppure pena l’interruzione del rapporto in caso di recidiva secondo le norme contrattuali vigenti”. Lavorando nei campi senza bere d’estate si rischia la disidratazione e il colpo di calore, con conseguenze potenzialmente fatali.
Contrario, riporta il quotidiano mantovano, il rappresentante della comunità islamica virgiliana, Ben Mansour: “Condivido l’impostazione ma non l’obbligatorietà – dichiara – se durante il Ramadan un lavoratore musulmano non si sente bene, per prima cosa deve sospendere l’attività e, se capisce che il malessere non è passeggero, può senz’altro bere, perchè quella è una sua decisione. Il digiuno non può avere deroghe che non siano legate a gravi problemi fisici. Se qualcuno venisse licenziato per questo motivo – conclude – come comunità scenderemo in campo per sostenerlo”.
(13 agosto 2009)
