15/7/12 – Di genere inferiore

Io facevo il sarto. La mia bravura è indiscussa. E quella donna, ha insistito per vestirsi da me, ma poi faceva il comodo suo. A un abito verde buttò sopra la sciarpa arancione del completo grigio dello scorso anno. E guanti color rosa. Di nascosto legai la sciarpa alla ruota della macchina. Lo strappo della messa in moto fece il resto (Max Aub, Delitti esemplari, ed Sellerio)
Non distinguo più l’inverno dall’estate dallo stato dell’erba o dell’erica delle lande, ma dal vapore o dal gelo che si formano sui vetri. Io che un tempo camminavo nei boschi di faggi ammirando il colore azzurro che prendono le penne della gazza quando cadono, io che incontravo sul mio cammino il vagabondo e il pastore… vado di stanza in stanza, col piumino in mano (Virginia Woolf, Le Onde)

Saving Face è un cortometraggio di Daniel Junge e Sharmeen Obaid-Chinoy che ha ricevuto l’Oscar nel 2012 nella sezione documentari. E’ stato presentato al Festival di Spoleto all’interno della rassegna cinematografica “senza frontiere” dedicata al tema della dignità. Il documentario racconta una pratica consolidata in Pakistan e che riguarda centinaia di donne ogni anno che vengono sfigurate con l’acido dai loro mariti o da maschi che si sentono rifiutati. Fatti talmente usuali che raramente vengono denunciati, anche per il terrore di ritorsioni addirittura peggiori. I racconti delle donne indignano e richiamano a un medioevo che non è lontanissimo anche alle nostre latitudini. Il medico pakistano Jawad, un illustre chirurgo plastico con elegante studio medico a Londra, ogni anno si reca nel suo disgraziato paese per aiutare queste donne sfregiate a trovare, se non il sorriso, almeno un traccia di quello che era il loro volto. Non solo il chirurgo, anche attiviste, avvocate, parlamentari, giornaliste, che si impegnano per ottenere giustizia. Il doloroso documentario si conclude su una vittoria in Parlamento dove viene votata all’unanimità una legge che prevede l’ergastolo per questi orribili crimini. Una luce tenue, ma una luce.

Tiziana Ficacci www.nogod.it

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15/7/10 La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani somiglia a quella di tante altre donne condannate dai tribunali dei paesi islamici più radicali. E’ stata accusata di avere fatto sesso con due uomini al di fuori del matrimonio, una confessione estorta con novantanove frustate, poi la condanna. Grazie ai due figli della donna che hanno pubblicizzato il caso, si sono mobilitate organizzazioni per i diritti umani e molta gente comune. Il tribunale iraniano ha deciso di rinviare l’esecuzione della lapidazione, ma non si sa per quanto. All’interno delle istituzioni iraniane lo scandalo internazionale destato dal caso, ha avviato un confronto sulla legittimità della lapidazione. Nel Corano questa pena non è mai citata per punire l’adulterio, anche se i tribunali islamici richiamano il testo per giustificare il metodo. L’adulterio (zina) è una delle sei offese che Allah prescrive di punire con le frustate (le altre sono falsa accusa di adulterio, furto, rapina, apostasia e ubriachezza). Oggi il codice penale iraniano – che è in corso di revisione come ha comunicato l’Ambasciata iraniana in Italia – descrive in maniera articolata la lapidazione: “le pietre usate non devono essere troppo grandi da uccidere subito il condannato né troppo piccole da non poter essere considerate pietre”. Alla vittima viene fatto indossare un sudario, viene calata in una buca ricoperta di terra, fino alla vita l’uomo, fino al petto la donna. Se l’adulterio è stato dimostrato in tribunale con una confessione dell’adultera/o è il giudice che scaglierà la prima pietra, se invece è dimostrato da testimoni saranno loro i primi a lanciare. La traduzione di zina è adulterio, ma di fatto comprende ogni atto sessuale ritenuto illegale: sesso non coniugale, sodomia, stupro, incesto. Il giudizio più complesso è l’intreccio tra stupro e adulterio. E’ frequente che la vittima di stupro è accusata anche di adulterio se non riesce a dimostrare di essere stata costretta al rapporto sessuale. … il caso di una sedicenne di Montalto di Castro, comune laziale, dove il sindaco Pd pagò, con apposita delibera comunale, le spese legali a un branco di maschi poco più che adolescenti definendo in consiglio la stuprata una mignotta. In quel partito non c’è stata nessun tipo di condanna per il sindaco e i consiglieri, neanche da parte delle donne.
Tiziana Ficacci

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Presso la Gran Loggia di Palazzo Vitelleschi (piazza Argentina a Roma) è stata inaugurata una vetrina dedicata a Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Esposte la sua tessera massonica, la sciarpa cerimoniale marezzata verde listata in rosso, alcune medaglie, appunti e pubblicazioni. In particolare quelle del giornale Il Bastone ricco di vignette che, denigrando il lavoro del sindaco Nathan, in realtà ne mettono in luce le caratteristiche innovative. Ad esempio una in cui il sindaco insegue una automobile e la cui didascalia dice “Il Gran Maestro alla caccia di contravvenzioni agli auto public”. Come è noto il sindaco progressista profuse il suo impegno a mettere ordine nella vita cittadina dove per la prima volta aveva introdotto società pubbliche per gestire i trasporti, distribuire acqua e luce, dove aveva creato un moderno mattatoio a Testaccio, la sede dei Mercati generali all’Ostiense, oltre alla costruzione di scuole elementari e la riduzione degli sprechi del consiglio comunale. Un sindaco che si occupava del benessere e dell’emancipazione dei cittadini veniva osteggiato in maniera becera col fattivo contributo della sempre pessima Chiesa cattolica. Si esce da questa visita col cuore stretto pensando agli incompetenti amministratori di oggi. Talmente incompetenti che potrebbero persino essere reintronati.

Un Commento a “15/7/12 – Di genere inferiore”

  1. silver account scrive:

    TIRANO – Indimenticabile Lelia. Proprio per questo non poteva che essere dedicata a lei, al suo esempio di donna forte, generosa, sensibile e combattiva fino all’ultimo, anche questa edizione di “Donne e Colori” inaugurata in grande stile il 7 marzo 2012, nelle sale di Palazzo Foppoli, a Tirano.