Archivio di giugno 2012

26/6/12 – Nati per soffrire

martedì, 26 giugno 2012

26/6/12 – Nati per soffrire
“Mamma, una goccia d’acqua, ho tanta sete”
– chiede il figlio morente alla madre che lo veglia con trepidazione. E’ il venerdì santo. Il pendolo scocca le tre. La madre prende il Crocifisso, e, mettendolo tra le mani del figliolo, gli dice piangendo: “Mio caro, è l’ora in cui Gesù è morto sulla croce per te! Anch’egli aveva tanta sete! Per rassomigliare di più a Lui, non vuoi privarti per qualche istante di bere?”. Si, mamma!” E il moribondo imprime un lungo bacio sul Crocifisso…” (da Guide catechistiche dei padri paolini)
La vita non è né brutta né bella, ma originale! (fa dire Svevo a Zeno)

Pochi lo sanno ma nell’immenso mare delle leggi italiane c’è anche la 38/2010 che – sorprendente ma vero – colloca il nostro Paese all’avanguardia in Europa per le terapie di contrasto al dolore e, all’avanguardia + , per il dolore dei bambini. Ma come spesso per le leggi buone e giuste, questa è sconosciuta alla metà dei medici e a quasi tutti i malati, che secondo l’oms  (organizzazione mondiale della sanità) si chiamano clienti, per i medici italiani pazienti. Ma quanto deve durare questa pazienza?
La cosa incredibile è che sono stati allocati pure cento milioni di € annui, ma la mancanza di progetti – da parte delle Regioni e, forse, dalle aziende sanitarie che ci vedono poco lucro – non li mette in circolo.  Questa incredibile pigrizia anche dei medici, è insopportabile. Secondo l’Ue  nel nostro Paese si spendono 160 milioni di € all’anno per preparati anti-infiammatori e appena la metà per gli oppioidi indispensabili per lenire il dolore. Non bastasse questa assurdità, 100 milioni volano via per calmare i danni prodotti dagli anti-infiammatori all’apparato gastrointestinale. Oltre al danno che si fa ai malati derubati dalle cure palliative, anche la beffa  all’esangue sistema sanitario nazionale depauperato da criminose scelte partitiche. Perché, giova ripeterlo, perfino la cura dei nostri corpi passa dall’onnivora partitocrazia spartitoria. Inoltre va ricordato che il servizio pubblico non effettua la chemio e la radio palliativa che, sebbene non dia contributi alla guarigione,  rende meno penosi gli ultimi tratti di vita del malato consentendo di entrare nella morte con più garbo, il che – non va sottovalutato – lascia segni meno dolorosi nel doloroso dolore degli amici e familiari di chi si ammala. Ed è insopportabile che per morire in modo meno sporco bisogna avere una buona assicurazione e molti risparmi. Intanto i pavidi medici di famiglia, che in genere scegliamo dietro suggerimento della farmacia di quartiere considerato che i loro curricula non sono visibili da nessuna parte,  non hanno nessun problema a prescriverti analisi sofisticatissime nel terrore che un lieve mal di polso possa essere un caso da dr. House. Tra le mille e più cose deprecabili dei governi Berlusconi (non illudiamoci, tornerà a romperci i tacchi stante la scarsa pratica della memoria aiutata anche dai giornalisti di regime) ci fu l’immediato ripristino del pagamento del ticket che il prof. Veronesi (per una breve stagione ministro di un governo Prodi) aveva soppresso per le analisi di prevenzione dei tumori più frequenti (mammografia, pap test, psa…).  Ora se possibile la situazione è anche peggiorata.  Nella Regione Lazio ad esempio oltre al normale ticket sulla diagnostica paghiamo un plus di 14 €  grazie al buco spropositato prodottosi negli anni screanzati della gestione Storace (per un periodo promosso per questa sua spregiudicatezza ministro della Salute) e che la gestione Polverini è ben lontana dal chiudere. Del resto è noto che Bonino ha mancato la vittoria alla Regione Lazio anche con la complicità del Pd che avrebbe dovuta sostenerla, proprio per la sua proposta sulla sanità che avrebbe escluso i partiti dalla gestione di asl e ospedali. E’ il caso di dire che la corruzione trafigge anche col bisturi i nostri corpi.
Per l’ennesima volta la domanda è: perché noi italiani siamo così? Siamo antropologicamente diversi? Eppure se ci tolgono una libbra di carne sanguiniamo come gli altri (e questa è una citazione).

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.nessundio.net/blog/2012/02/06/5539/
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23/6/12 – Impigliati nella rete

sabato, 23 giugno 2012

23/6/12 – Impigliati nella rete
Sotto sotto si vorrebbe comunicare a tutti, essere ascoltati da tutti ma NON dialogare con tutti @paolopaganetto
La rete dovrebbe essere un’agorà invece spesso (per politici e non solo) è una vetrina per mettersi in mostra @paoladelusa
Abolire il numero dei follower e degli amici: ormai è una forma di potere @arruzza
Io non voglio che i social media crescano, voglio che tacciano. Sono solo 60 battute ma è tutto quello che ho da dire (Jonathan Franzen) http://www.youtube.com/watch?v=whav9v9_i98

La democrazia digitale spezzerà le catene degli schiavi senza voce? O i vari Occupy sparsi nel mondo i Piraten tedeschi e, qui da noi, il Movimento 5 stelle, sono solo un fuoco di paglia?
La “twitter revolution” protagonista delle rivolte nordafricane, mostra questi numeri: in Egitto solo il 10% della popolazione usa facebook, in Siria il 6%, il 3,74% in Libia. Percentuali in discesa per l’account di twitter (arab social media report 2011, della Dubai School of Government).
Forse abbiamo sopravvalutato l’influenza (positiva?) di internet sul processo democratico.
I tg sono fatti a colpi di dichiarazioni che i diversi partitocrati postano su facebook, ma a parte qualche raro esemplare il 22,5% dei politici non hanno mai postato sulla loro bacheca, al 28,7% nessuno si è mai sognato di scrivere e il 60% non ha mai risposto agli scriventi. Non sorprende considerato che i parlamentari sono dotati di indirizzo email (la cosa più semplice e pratica che c’è per comunicare) che non utilizzano. I mezzi che oggi abbiamo possono dare una bella spinta alla informazione e alla democrazia, ma solo se siamo disposti ad entrare in contatto con gli altri, scambiandoci bisogni e desideri, mantenendo ben saldi i piedi in terra senza far valere solo e sempre il nostro narcisismo.
I tanti piccoli siti e blog (a scanso d’equivoci anche questa mia pagina) sono spesso una fiera di vanità poco propositiva e piuttosto autoreferenziale. Talvolta per inseguire la mission del proprio sito si gonfiano delle notizie microbiche e irrilevanti, ignorando che internet ha un pericoloso effetto rimbombo. Finendo in questo modo per abbracciare quello che si crede di condannare: la parzialità della stampa di regime.
Il mondo è molto complesso e non aiutano quelle persone che entrano a gamba tesa in qualsiasi confronto con posizioni nette, quelli che vedono bianco/nero, bene/male. E spesso senza produrre concetti nuovi ma riproponendo pensieri regressivi. Talvolta (a me) sembra che siti e blog, nati con l’intenzione di spalancare la nostra testa, siano il termometro dell’irrazionalità in cui si lascia avvolgere il senso comune delle persone più fragili. Eppure dovrebbero essere la palestra per poter esercitare il pensiero libero.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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14/2/12 – Scrivere
consente di mettere il proprio pensiero come in aspettativa, a disposizione di coloro che, oggi o domani, potranno ascoltarlo (Luce Irigaray) Ogni tre per due mi sento chiedere se ho un profilo facebook. Me lo sollecitano perfino amici che sento tre volte al giorno al telefono. Persone con le quali raggiungo il record della telefonata chilometrica prima di cena, mi dicono che è un peccato che non sono su fb perché avrei potuto partecipare ad una discussione esaltante importante stimolante. A me sembra sufficiente avere l’email per le comunicazioni veloci, per qualche scambio di foto, e poi l’immenso mondo fatto di chiacchiere passeggiate colazioni telefonate appuntamenti. Sembra però che io con queste convinzioni mi muova nel medioevo, e che scrivere le proprie piccole e modeste opinioni su un sito – una forma di nudità (intellettuale) che ne accoglie un’altra mi pareva – sia superato quanto firmare un assegno con la piuma d’oca. E’ obsoleto un sito a disposizione di chiunque? A me sembra antipatico che su fb si debba chiedere se si può entrare. L’amicizia poi! Ma l’amicizia è il più prezioso e fragile dei sentimenti, non avremo sbagliato la traduzione? Io non sono una persona popolare e carismatica e manco voglio diventarlo, non voglio essere oggetto di curiosità, non voglio che qualcuno si aggreghi alla mia community (sic) per spiare quello che ho mangiato o di che colore mi sono fatta i capelli. Io sono una solitaria e voglio rimanerlo e quello che pensano i miei (pochi e selezionati) amici sulle questioni per me importanti lo so. Aspirerei a leggere in rete, attraverso link blog siti lettere, delle idee (che rompano il mare di ghiaccio che è dentro e fuori di noi) delle persone che non conosco. In questi convulsi e per molti versi drammatici giorni (come più volte scritto) scambiarsi idee anche fra sconosciuti nell’immenso mare della rete, secondo me servirebbe. (comunque mi dicono che si può fare un profilo aperto e, come insegna Bond, mai dire mai)

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

20/6/12 – L’uso politico degli dei

mercoledì, 20 giugno 2012

20/6/12 – L’uso politico degli dei
Si erge per 77 metri di acciaio, cemento e granito il palazzo “della pace e della concordia” di Astana, capitale del Kazakistan. Per due giorni l’edificio piramidale ha ospitato 360 leader delle religioni mondiali da 47 Paesi. In cerca, appunto, di pace e concordia. Il futuro è di chi sa mettere insieme tutti gli dei? Oppure la piramide kazaka è una novella torre di Babele? (Marco Ventura)
Padre a livello di pratico, che devo fa’ ?… Padre, te seguo e nun te seguo (Aniene, alias Corrado Guzzanti)

In Europa i partiti islamofobi, hanno preferito non denunciare che il norvegese Breivik, che alla fine dello scorso luglio commise una strage di giovani socialisti sulla piccola isola di Utoya, compì il massacro nel nome della loro causa (Tiziana su questo sito)

Nei paesi davvero democratici il rapporto tra le persone e gli dei si traduce in libertà religiosa e dalle religioni, cioè netta separazione tra Stato e Chiesa. Per gli Stati è un modo per limitare le ingerenze clericali e garantire uguali opportunità a tutti i cittadini, per le fedi un modo per mantenere la propria integrità in un paese laico. Negli Stati Uniti e in Francia la separazione è netta, in Gran Bretagna (dove la regina Elisabetta è il capo della Chiesa) e nei paesi scandinavi, il ruolo delle Chiese è simbolico, la Germania ha via via ridotto i privilegi della religione di maggioranza, la Spagna ha spuntato le unghie all’opprimente cattolicesimo. Nella Costituzione italiana c’è l’articolo 7 che concede sovranità ad una teocrazia sul suo territorio senza obblighi nei confronti dell’Italia.
Negli Ottanta la nascita dei partiti populisti ha rimesso gli dei al centro della politica vellicando le frustrazioni di chi vedeva come nemici gli stranieri e additando al disprezzo soprattutto i musulmani, fantasticando sul passato in cui in ogni Paese c’era una chiesa ben definita che era un fattore di unità anche per i non credenti; la nostalgia della religiosità tradizionale ha dato vita al filone degli atei devoti. Da noi questo ruolo è stato ben interpretato dalla Lega che insieme alle ampolle del dio Po e ai riti celtici brandisce il crocefisso contro il feroce Saladino. E la Chiesa ha ringraziato lasciandosi abbagliare dal brillio dei leader populisti che strumentalizzavano le croci ad esempio da noi imponendole nella scuola e negli uffici pubblici.
Sebbene sia vero che la fede islamica rimanda ad un universo di valori e di significati che investono l’intera esistenza della persona, cioè non solo un insieme di concetti astratti comuni a tutte le religioni, ma convincimenti dai quali derivano abitudini, costumi, abbigliamento e che scandiscono ogni atto della vita, non è intelligente farne un capro espiatorio. Il confronto con le culture dei paesi occidentali è complesso, a tratti difficile, a volte impossibile. La secolarizzazione che è alla base delle società occidentali, dove la religione è una sfera separata dalla politica (con l’eccezione dell’Italia come abbiamo scritto qualche rigo fa) è assente nel pensiero musulmano più tradizionale. Molti degli immigrati musulmani che vengono in Italia portano con sé questa impostazione di fondo che si riflette nel modo di intendere la vita quotidiana e le relazioni sociali, decidendo le priorità alle quali uniformare le proprie scelte. Ma sono tantissimi, probabilmente la maggioranza, quelli che lasciano il loro paese alla ricerca del cambiamento. Molte donne denunciano che la loro condizione, una volta arrivate in Italia, muta peggiorando per effetto dell’isolamento in cui sono costretti i musulmani. Per contro irritano quei sindaci che celebrano le festività religiose delle comunità musulmane presenti nel loro territorio, mentre farebbero meglio a provvedere alle vere richieste di questi cittadini che non sono difformi da quelle degli autoctoni. Più “politicamente corretto” e di alta visibilità, togliersi le scarpe e fingersi immersi nella preghiera, parlare con i capi religiosi, magari con la segreta convinzione di acquisire immunità da eventuali attacchi di gruppi fondamentalisti. Col risultato di tagliare fuori le maggioranze laiche delle comunità di immigrati che patiscono per prime quando i fanatici sono sostenuti dalla politica.
Restano un vero mistero quegli osservatori che temono tanto (e giustamente come abbiamo scritto) il fanatismo religioso musulmano, e che ritengono il cristianesimo – e la sua degenerazione più suppurante il cattolicesimo – meno pericoloso. Se è vero che alle nostre latitudini da una manciata d’ anni non rischiamo più di passare per la forca, l’onnipresente Chiesa cattolica nega la possibilità di scegliere liberamente come vivere e come morire. E’ comprensibile che le prescrizioni valgano per i cattolici, ma non si comprende perché tutti i cittadini italiani siano trattati come sudditi del papa. E’ (ad esempio) intollerabile che la Chiesa che ha accettato e promosso pena di morte e tortura e che ha organizzato guerre contro chi non si uniformava al suo credo, oggi si preoccupi di chi sceglie di morire senza soffrire i dolori di una lunga malattia. Conosciamo come la Chiesa cattolica abbia orrore del libero arbitrio ecc ecc., ma un Paese che pensa di essere democratico, quando si emanciperà dai voleri della Chiesa? Quando la Repubblica arriverà a comprendere che la libertà di ognuno è l’ossatura di una solida democrazia ?
Come già scritto mille e più volte la domanda che dovremmo tutti porci è perché i laici abbiano un concetto così basso di sé da consentire alla politica di vestirsi coi panni degli dei e di appaltare l’etica alle religioni? Sempre utile citare Guido Calogero “I laici che non sanno contestare il complesso di superiorità dei cattolici, diminuiscono anche l’efficacia della propria battaglia ideale e politica… la loro modestia davanti alle fedi sminuisce il principio di laicità, l’unico che possiede quella compiuta universalità e assolutezza che le fedi pretendono per se stesse”.
E’ questo complesso di inferiorità – per me – il vero problema. E estenderlo anche all’islam al quale vorremmo inchiodare tutti i musulmani è una disfatta dell’intelligenza.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Vedere il 4 giugno e l’11 giugno

http://www.nessundio.net/blog/2012/06/10/5797/
http://www.nessundio.net/blog/2012/06/04/5789/

19/6/12

martedì, 19 giugno 2012

19/6/12Il buco nero che ha contribuito al degrado del ventennio berlusconiano-antiberlusconiano è dovuto anche, se non soprattutto, all’assenza di forze capaci di rinverdire nella realtà del tempo i valori della liberaldemocrazia europea e del riformismo occidentale: buongoverno, anticorporativismo, diritti e libertà individuali, giustizia efficace per tutti, welfare non clientelare, e anche laicismo che non va dimenticato nel Paese dove incombe il potere clericale del Vaticano (Massimo Teodori)
Padre a livello di pratico, che devo fa?… Padre, te seguo e nun te seguo (Aniene, alias Corrado Guzzanti)

Lo scorso anno, più o meno in questi giorni, a Roma si svolse la marcia dell’Europride. Una folla festosa e propositiva che non scandalizzò i passanti accaldati, ma che vide – quello si uno scandalo – l’ambasciatore americano in Italia da solo a salutare la star del pop Lady Gaga che cantava per i manifestanti. Il sindaco di Roma – e i membri del governo in quel momento in carica – invece di stare sul palco, se non altro a sfruttare i benefit di una photo opportunity, preferì registrare un tartagliante videomessaggio col quale, con un notevole imbarazzo, salutava i manifestanti che chiedevano diritti.
In ogni democrazia sui temi fondamentali dei diritti civili si aprirebbe un dibattito, si confronterebbero le opinioni… ma questo qui non è, e alcuni argomenti affiorano saltuariamente da una meshugà detta oggi da un calciatore rozzo, domani da un ballerino, dopodomani da un nano. Il quesito è sempre il medesimo: come espungere dalla scena leader politici senza spessore, timorosi di offendere la maschilista gerarchia vaticana (non i cattolici) affrontando argomenti laici, cioè che riguardano tutti. La partitocrazia populista  concede grandi favori alla teocrazia erodendo il bilancio pubblico, ed è genuflessa sugli argomenti che potrebbero trasformare il Paese in un paese moderno. Quella porzione di partitocrazia che chiamiamo di sinistra è tentennante ancora oggi su temi che ritiene minoritari e borghesi, mentre è noto che non poter accedere ai diritti civili colpisce soprattutto chi ha meno.  E in linea del tutto teorica (ideologica?) la sx una volta era quel lato che si occupava di lotta di classe.
E ancora: quando si parla di vita e di morte, argomento dove lo Stato non dovrebbe sopportare scelte ideologiche religiose,  beh, perfino su quei temi, i partiti pensano di poter dire la loro schierandosi sempre a favore della arretrata dottrina cattolica che non riguarda la maggior parte dei cittadini, ed è solo l’espressione dell’egoismo di pochi. Di più, come non citare i limiti imposti alla ricerca sulle staminali, così come piace alla Santa Sede, e  l’assenza di una idea forte sulla scuola pubblica.
In questi convulsi e per certi versi disperatissimi giorni a qualcuno può sembrare una superfetazione parlare di diritti civili mentre lo stomaco brontola, ma è nella irrequietezza che abbiamo più bisogno di un bagno di verità. Chiarissero i partiti che hanno l’ambizione di chiedere il giudizio dei cittadini quel che gli passa per la testa.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Scrivevamo un anno fa.

Stupisce che Vladimir Luxuria – a meno che non abbia fatto ironia – all’indomani della manifestazione Europride, chieda di essere ricevuta insieme alla comunità glbt dal papa così come il re vaticano ha fatto con i rom. A parte che  andrebbe denunciato  che l’invito papale agli zingari è assai tardivo, perché mentre avveniva il loro sterminio ad opera dei nazisti nell’Europa bianca e cristiana i predecessori di Benedetto XVI tenevano gli occhi ben chiusi, e ha evitato pure di chiedere scusa lodandoli per la loro sottomissione “che non ha preteso né Stati né riconoscimenti”. Ma qual è la controparte di Luxuria? Lo Stato italiano, l’Unione europea, il Vaticano? Va bene tutto, l’importante è chiarirsi se la nostra bandiera è il tricolore o il vessillo giallobianco. (13/6/11)

11/6/12 – Di animali e altre questioni

domenica, 10 giugno 2012

Il primo animale che Noè inviò in perlustrazione dopo i quaranta giorni del diluvio fu un corvo, che tornò senza aver trovato la terraferma. Al nero pennuto è legata anche la figura di san Benedetto che, avendo ricevuto da un sacerdote invidioso un pezzo di pane avvelenato, lo consegnò a un corvo perché lo portasse dove nessuno avrebbe potuto mangiarlo. Insomma, per molto tempo i rapporti fra gli uomini di Dio e questi volatili sono stati più che cordiali. Come cambiano le cose, a volte. (Alessandro Masi, SETTE)
C’è solo un passo tra lo spargere sangue animale e lo spargere sangue umano (Isaac B. Singer)
Si chiama schechità la macellazione rituale ebraica secondo le regole della kasherut, cioè l’insieme di norme che regola la vita degli ebrei anche per quanto riguarda l’alimentazione. A effettuarla è lo schochet, un ebreo religioso. La schechità è eseguita con una lama affilatissima che recide la trachea, l’esofago, le carotidi e le giugulari, facendo attenzione a che l’animale non soffra. La morte è istantanea. La macellazione islamica è considerata halal (consentita), quando la dhabiba, ovvero la recisione della gola dell’animale, avviene in modo da risparmiare all’animale sofferenze inutili.  Per gli islamici il macellaio non deve essere religioso, ma l’animale deve essere rivolto verso la Mecca

Si dibatte in Gran Bretagna – ma è già vietata in Olanda Svezia Austria – sulla opportunità della macellazione rituale.  La macellazione halal (che riguarda il gran numero di musulmani che sono venuti a vivere in Europa) e quella kasher (che riguarda le minoranze ebraiche da sempre europee) consiste in un solo unico colpo inferto da una lama affilatissima manovrata da persona esperta che recide la giugulare e le vie respiratorie facendo morire immediatamente l’animale. Secondo musulmani ed ebrei, come noto accomunati in molti riti del vivere e del morire, è fondamentale che l’animale soffra il meno possibile. Anche in Italia è stato varato un Manifesto degli scienziati italiani, firmato, tra gli altri, dallo stimatissimo prof. Veronesi e dal già ministro del Turismo Brambilla riconosciuta animalista. L’intento del Manifesto è nobile, perché si propone di ridurre ed eliminare le numerose forme di sofferenza degli animali che la società tollera. Contiamo sul fatto che essendo firmatario il prof. Veronesi, persona sensibile e preparata e  scevro da pregiudizi e tesi precostituite, non punti, come al momento sembrano essere orientati i dibattiti sul tema, alla sola macellazione rituale, che può essere criticata per la superstizione dell’animale ucciso da un religioso o rivolto verso la Mecca, ma non perché infligge dolore all’animale.  Non è amorevole verso le bestie lo stordimento con la scarica elettrica o  il gas soffocante, che il più delle volte lascia che l’animale si avvii sui tapis roulant verso i macchinari per la dissezione completamente  sveglio. Che la macellazione ebraica e islamica faccia soffrire di più l’animale è da dimostrare: il dissanguamento non è una lenta agonia ma un rapidissimo svuotamento che induce shock e perdita di coscienza. Senza contare che se può essere considerata stupida superstizione ritenere il sangue impuro, certamente non è salutare mangiarselo. I nutrienti della carne, del resto facilmente sostituibile, sta nei tessuti. Ma è legittimo attentare alla propria salute liberamente e ancora a nessuno è venuto in mente di proibire il sanguinaccio che si ottiene sgozzando il maiale e impastando il sangue caldo con farina e spezie, e che è considerato cibo prelibato al pari di fegato fegatelli coratella.
Come sempre quello di cui avremmo bisogno è meno ipocrisia e più sincerità. Perché, anche se in apparenza gli animali sono i protagonisti del dibattito, sembra che la ciccia della questione sia altra, e questo dibattito l’ennesimo uso politico della religione (che ad oggi ha avuto il grande successo di cristallizzare nel tempo la religione, altrimenti tema marginale per la maggior parte degli abitanti del mondo). L’interesse dei bovini pecore polli maiali è, con tutta evidenza, quello di non essere ammazzati: che siano storditi con una scarica elettrica o che gli vengano recise le giugulari, non cambia la sostanza del problema.  Qual è l’interesse di chi boccia questa tipologia di macellazione?  Ad esempio in Olanda è stato attivo nel dibattito il partito animalista, ma la parte del leone l’ha fatta il partito nazionalista di Wilders in pura chiave anti-islam. La piccola e civilissima comunità ebraica olandese, ha ricordato come in quel paese il primo provvedimento emanato dai nazisti che l’invasero, fu l’interdizione della schechità.  E questo dovrebbe almeno interrogarci se il dibattito è fino in fondo interessato al bene dell’animale o piuttosto all’ostracismo nei confronti delle diversità. Dovremmo interrogarci su quanto l’Occidente sia disposto, a pochi decenni dalla violenta guerra che maturò nel cuore dell’Europa bianca e cristiana,  che ha collaborato volenterosamente allo sterminio di minoranze etniche, che ogni santa domenica mangia il corpo di Cristo e beve il suo sangue, a non sopraffare i gruppi minoritari e ad aprire a culture diverse.
Chiarito questo aspetto il dibattito sulla macellazione potrebbe svolgersi meglio ricordando anche che le diete vegetariane ben calibrate sono adatte alle persone in tutti gli stadi del ciclo di vita, compresa la gravidanza, l’allattamento, l’infanzia e l’adolescenza. Hanno un apporto minore di colesterolo e grassi saturi e un apporto maggiore di fibre, magnesio, potassio, vitamine C ed E, folacina, carotenoidi, flavonoidi
Quanto al dibattito sul bene degli animali è evidente che non può limitarsi al come devono essere uccisi. Non è bello ignorare come siano sfruttati negli allevamenti intensivi. O come vengano derubati della loro dignità tanti cani e gatti che vivono negli appartamenti. O continuare a consentire le sagre come il palio di Siena,dove oltre all’abuso degli animali, anche agli uomini che vestono in velluto in piena estate dovrebbe essere proposto qualche test di intelligenza.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Lo Stato vaticano
intima ai nostri magistrati di non sfidare la loro sovranità nelle inchieste sulla finanza vaticana…domani potrebbe alzare la tensione o procedere con rogatorie e denunce in Italia contro i responsabili di Vatileaks, o ancora chiederci di custodire il maggiordomo incriminato. Sarebbe un naufragio giuridico e diplomatico; una fuga di denso petrolio nel mare già inquinato dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia (Marco Ventura, Corriere della Sera)

6/6/12

mercoledì, 6 giugno 2012

6/6/12  La reazione emotiva connessa a un evento traumatico può diventare un eterno e ossessivo presente, con effetti invalidanti. A lungo, complice la psicoanalisi, si è ipotizzato che la soluzione risiedesse nel ricordare meglio quanto ci spaventava: una volta portata in superficie, la memoria avrebbe smesso di perseguitarci, come se avessimo disattivato una bomba. E se potessimo cancellare il ricordo invece che rincorrerlo?  Se fossimo in grado di rimuovere un frammento del nostro passato, un po’ come si cancella un file dal computer? … Se la cancellazione di un fallimento amoroso potrebbe suscitare perplessità tali da spingere molti a condannarla, pensiamo a un’aggressione o a una guerra. … La convinzione che sarebbe una scorciatoia moralmente discutibile potrebbe dipendere dall’impossibilità, finora, di eseguire una operazione del genere  proprio come la volpe dichiarava di non volere l’uva (Chiara Lalli,  La lettura, n.9)
L’indignazione di fronte a un oltraggio della dignità deve trasformarsi in un impegno effettivo se non vuole limitarsi ad essere una semplice testimonianza di rabbia (Stéphane Hessel)  

La guerra è dichiarata (La guerre est déclarée) è il bel titolo di un film e una attraente dichiarazione d’intenti. Un motto da fare nostro nelle nostre vite sgualcite, spesso per situazioni esogene ma sovente provocate dalla nostra accidia.
Il film inizia con l’immagine di un bambino che si sottopone ad un importante indagine medica il cui risultato è di perfetta salute. E da qui inizia un lungo flash back che racconta la storia di Giulietta e Romeo che si incontrano ad una festa, scherzano sui loro nomi shakespeariani, si innamorano e decidono di affrontare la vita condividendo i sogni sul lavoro nel cinema. L’immagine dell’origine della vita di Courbet, ci introduce alla nascita di Adamo e alla gioia che ne consegue, fino a quando la giovane coppia scopre che il bambino di soli diciotto mesi ha un tumore al cervello. Il racconto prosegue senza concentrasi sulla malattia del piccolo ma adottando il punto di vista dei genitori. Non con la passività della tragedia ma con la volontà reattiva di chi non accetta di cedere alla disperazione. La regista Valérie Donzelli per raccontare questa sua storia personale ha deciso di esserne anche l’interprete insieme a suo figlio (guarito) Gabriel e a suo padre Jérémie Elkaim.
Chi andrà a vedere questo film alla fine si sentirà felice e sollevato perché durante tutto il film ha anche lui combattuto un po’ insieme a Giulietta e Romeo, “condividendo la loro grinta e la loro forza d’animo” e spingendoli a respingere disperazione e rassegnazione.
Insomma, dobbiamo reagire all’ingiusto, perché essere pecore passive ci uccide senza neanche meritarci il pianto degli amici.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Resilienza
  è l’atto che compiono i naufraghi nel risalire sulle imbarcazioni rovesciate. Il termine indica anche il processo emotivo che permette alle persone che hanno subito un trauma acuto o cronico di ricostruire in senso positivo la propria vita.
Segnaliamo il  libro “Valutare la resilienza” di Laudadio, Mazzocchetti, Fiz Perez, Carocci editore, € 16.50 http://www.youtube.com/watch?v=eNSR0osh0N4

4/6/11

lunedì, 4 giugno 2012

4/6/11…Ninna nanna, tu non senti/li sospiri e li lamenti/de la gente che se scanna/per un matto che commanna;/che se scanna e che s’ammazza/a vantaggio de la razza/o a vantaggio d’una fede/per un Dio che nun se vede/ma che serve da riparo/ar Sovrano macellaro/…(Trilussa, La ninna nanna de la guerra, ottobre 1914)
Parlando alla platea del World Economic Forum di Bangkok, Aung San Suu Kyi ha esibito il proprio stupore. Ha invitato tutti a coltivare il suo sano scetticismo sulle riforme birmane: “credo nella sincerità del presidente Thein Sen che tuttavia non è solo e bisogna fare i conti con i militari”, ha raccomandato di non pensare solo al profitto ma anche al paese “dove la disoccupazione è una bomba a tempo e dove la corruzione non aspetta che flussi freschi per alimentarsi. E non c’è fretta di diventare un terreno di confronto fra Cina e Usa”. Suu Kyi, all’opposizione nel suo Paese, ha parlato da leader mondiale. Per cambiare c’è tempo (leviedellaseta.corriere.it)
Chi vive su un’isola deve farsi amico il mare (proverbio arabo)

I giovani arabi che hanno piantato un seme di speranza nell’appena trascorsa primavera, si ribellavano ai regimi nati all’indomani della Seconda guerra mondiale, i cui dirigenti promettevano di rinnovare i fasti della grandezza araba del passato, attraverso equità sociale e modernizzazione, ma che ben presto sono sprofondati nella corruzione e nell’autoritarismo; spesso lasciando spazi aperti in cui si sono infiltrati prepotentemente leader religiosi fanatici.  L’iniziativa politica dei manifestanti che denunciava quei guasti è ben presto passata di mano. E’ possibile che le rivolte arabe siano diventate il bottino della Turchia del Qatar e dei paesi occidentali che devono riposizionarsi. Il risultato di quei giorni di speranza saranno gestiti da altri più abili nel calcolo degli equilibri politici, tra cui eserciti e partiti islamici. Lo stiamo per vedere in Egitto, per la Tunisia ne sentiamo l’odore, in Libia religiosi e militari hanno supportato i ribelli e hanno già occupato le poltrone del potere, la Siria sta scivolando verso la guerra totale…  Forse il tessuto sociale dei paesi non è ancora pronto al cambiamento proposto dalle giovani e dai giovani insorti. Soprattutto, e questo farà la vera differenza, l’Occidente prediligerà le soluzioni che si vanno configurando, anche perché i partiti islamici più moderati sembrano una garanzia per tenere alla larga i nemici naturali del nostro mondo, cioè i jihadisti armati.  Ed è possibile che gli scontri non saranno tra religiosi e laici ma tra i diversi schieramenti religiosi. L’unica cosa che pare veramente certa è che gli attori che hanno innescato le rivolte non potranno salire sul palco. Però, non affrettiamoci a chiamare inverno quel che c’è oggi nel mondo arabo. Commentatori superficiali  raccontano di come gli egiziani (e altri) abbiano scelto democraticamente il dittatore di turno, e sembrano avere nostalgia dei satrapi che schiacciando il loro popolo assicuravano “a noi” tranquillità.  Sottovalutano, questi commentatori, il vero significato della parola democrazia che non è certo solamente la possibilità di votare. Le primavere arabe hanno consentito alle persone di parlare, utilizzando internet, attivando blog, esprimendosi attraverso le arti. Hanno fatto uscire i paesi dall’isolamento incamminandoli sul sentiero dello sviluppo e della democrazia. Una strada lunga (noi non l’abbiamo ancora percorsa tutta) che prevede pari opportunità ai cittadini, diritti civili, uguaglianza di genere…  Non ha senso pontificare (termine non casuale) da un paese come il nostro giudicando gli arabi non compatibili con la democrazia. Proviamo a ragionare senza emotività. Solo così “gli occhi ad altra vista s’aprono”.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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23/2/12 Nei giorni scorsi a Londra la Serpentine Gallery ha organizzato un seminario presso il Royal College of Art sulle scelte di alcuni artisti arabi che sono stati e che continuano ad essere attivi nella fase del difficile cambiamento politico e sociale dei loro Paesi. Al Cairo, all’indomani dei fatti di piazza Tahrir, guidati dall’artista Ganzeer, molti altri (Khaled, El Teneen, Keizer, Hosni) hanno deciso di decorare i muri della città, di dare vita ad un’ “arte attinente alla vita”. Su un lato del palazzo del governo egiziano è stato dipinto un grande murales che ricorda le 850 persone uccise nei giorni della rivolta. Ma anche il disegno di una enorme scacchiera dove tutti i pedoni sono in piedi nelle loro caselle tranne il re che cade. E poi una Hello Kitty in mogliettina rosa che brandisce un mitra, grandi volti  di ragazze e ragazzi che gridano silent no more, e un Assad con i baffi di Hitler e un braccio proteso nel saluto a braccio teso dal quale pendono degli impiccati.
Su “il Giornale dell’Arte” ci si interroga su cosa fare di questi murales: lasciarli scomparire “abbandonati al loro destino transitorio” oppure salvarli perché testimoni di un momento di svolta? Mentre i critici  dibattono, piacerebbe che l’Occidente stesse accanto a questo fermento di libertà che si esprime anche col colore, questo lieve sentore di democrazia e di indipendenza che arriva dal mondo arabo. Guai a ignorare questo friccicore.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

23/3/12 - Sul ponte che dall’isola di Gezira porta a piazza Tahrir ci sono quattro grandi leoni di pietra. Due guardano la piazza dove molti ragazzi e ragazze hanno perso la vita durante gli scontri che hanno represso la fresca primavera egiziana. I quattro leoni sono diventati il simbolo della rivoluzione che ha deposto Mubarak e che suscitò molte speranze.  L’artista  Moataz Nasreldin, nato ad Alessandria nel 1961, è uno dei nomi più noti dell’arte contemporanea egiziana. Per raccontare l’amarezza delle speranze deluse dall’esito delle elezioni vinte dai partiti islamici e dal persistere dei militari al potere ha messo una benda sull’occhio  del leone; la benda è la metafora di chi ha combattuto per il cambiamento e un simbolo di resistenza: i militari hanno accecato decine di manifestanti sparando loro negli occhi.  “Il popolo vuole la caduta del regime” , lo slogan della primavera araba, è il titolo dell’installazione di Nasreldin.  Installazioni, opere fotografiche, video di questo artista che offre messaggi di forte impegno civile, sono esposte a Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles…
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

1/6/12

venerdì, 1 giugno 2012

1/6/12 –  Famiglie vi odio! Focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità (Gide)
Riceviamo dalla nostra famiglia le idee di cui viviamo e la malattia di cui moriremo (Proust)
Per le donne essere single sembra essere diventata l’unica via possibile, l’unico affrancamento praticabile da un maschile sempre più violento, castrante oppure debole, comunque deludente (Maria Rita Parsi)  

Gli italiani sono convinti che la famiglia sia un valore. E in effetti il nostro è il paese più familista dell’Occidente: più che in altri paesi ci si fa carico dei genitori anziani e i figli fino a tardi rimangono a casa. I divorzi, sebbene in aumento, sono al livello più basso in Europa, così come i bambini nati fuori dal matrimonio o da madri sole.
Sembrerebbe un quadro idilliaco che potrebbe pure piacere a Benedetto XVII, ma non è tutto oro quel che luccica. Infatti sono le donne che portano il peso di anziani, anziani fragili, figli che non se ne vanno da casa, nipotini. A mantenere subalterno il ruolo delle donne concorrono perfino i sindacati che non hanno mai dato il loro contributo di idee né per coniugare lavoro e servizi, né per equiparare l’età della pensione a quella dei maschi, cristallizzando il genere femminile al ruolo di Cenerentola per di più con la pensione bassa per i minori contributi versati.  So che si deve parlare male del ministro tecnico del Lavoro per rimanere nel politicamente corretto (ma come è noto ai pochi e selezionati lettori di questa pagina io me ne sbatto del politicamente corretto e detesto il pensiero unico), ma intanto  ha denunciato “la conciliazione non è solo un tema femminile, ma anche maschile: gli uomini dovranno fare di più in famiglia”. L’Istat dice che più del 70% del lavoro domestico e di cura resta a carico delle donne e questa ovvietà non ha mai turbato più di tanto la partitocrazia che pure si riempie la bocca con la famiglia. Ma, per uscire dalla retorica e dai quadretti oleografici di cui faremo scorpacciate nelle giornate milanesi del papa (ovviamente tutto in diretta rai, come se le messe riguardassero la globalità dei contribuenti che pagano l’ingiusto canone)  bisogna raccontarsi la verità.  E’ vero che la famiglia deve essere sorretta, ma invertendo l’esistente. E’ vero che i giovani attribuiscono valore ai legami famigliari, ma non è più sopportabile che se una coppia – o una donna – desidera un bambino deve incatenarsi ai nonni perché il nido non c’è. Due terzi dei giovani pensa che sia più opportuno convivere piuttosto che sposarsi, oltre il 20% ritiene il matrimonio un istituto superato e la metà delle donne sotto i 35 anni non ritiene indispensabile avere figli, mentre l’altra metà rifiuta che la maternità sia un dovere ma piuttosto una scelta che si può procrastinare fino ai 40-45 anni.  In uno Stato normale (ci piacerebbe poter dire liberale) le politiche devono assicurare che ogni cittadino realizzi il tipo di unione/famiglia che desidera, e, è appena il caso di ricordarlo, il genere non può essere un ostacolo al dispiegamento delle libertà di ognuno. Ed è famiglia anche chi decide di vivere da solo. Ben sette milioni di italiani fanno questa scelta, e in tutte le fasce di età. Naturalmente tra loro anche vedovi/e  che, talvolta, hanno una fragilità sociale che non deve essere ignorata. Per il resto i singoli sono persone molto meno egoiste e grette di chi vive in due. Le madri sole socializzano i propri bambini di più che le coppie.
Le giornate milanesi del papa saranno l’ennesima occasione per i media vaticaliani di raccontare una famiglia che non c’è più.
Del resto questo è il paese delle occasioni perse.
Già sembra svanito il reale motivo dell’interesse delle carte passate al giornalista Nuzzi, per intenderci le pressioni sul governo italiano soprattutto in tema bioetico e materia economica. Incredibilmente nessun giornalista ha sentito il ministro Tremonti che, con il banchiere Gotti Tedeschi, cercava il modo per evitare ici e altri pagamenti al Vaticano così derubando gli italiani. E persa è stata anche la questione parata del 2 giugno. La contemporaneità della data con la tragedia emiliana poteva indurre a festeggiare questa importante data italiana in modo diverso dall’inutile sfoggio militaresco, provando a unificare, tutti gli anni, su questa ricorrenza di grande valore (ricordiamo che le  marce militari oltre che il nazismo le facevano e le continuano a fare solo le dittature).
E ha perso l’occasione di tacere il sindaco di Roma Alemanno che ha twittato la sua emozione per essere arrivato a Sassuolo ad accompagnare generi di conforto per i terremotati. Ha postato anche una sua foto con la maglia della protezione civile. Non quella dei terremotati con le mani tra i capelli! Esprimiamo la nostra vicinanza e il grande dolore per la loro tragedia ai terremotati dell’Emilia (anche riprendendoci il sindaco).

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=95915