Archivio di dicembre 2011

30 /12/11 – Augurarsi che…

venerdì, 30 dicembre 2011

Armageddon was yesterday. Today we have a serious problem

Finalmente questo convulso e per certi versi drammatico anno sta finendo.
Sembra difficile che mangiarsi le luttuose lenticchie porterà soldi, che ingollarsi i 12 chicchi d’uva nel primo minuto dell’anno frutterà mesi di pari dolcezza, che bagnare tonde mele nel miele addolcirà i giorni. Le persone che ricordano l’uscita dalla guerra, raccontano che almeno c’erano tante aspettative. Quelli nati con me, sebbene non abbiano quasi mai realizzato i loro ambiziosi sogni, hanno avuto un paio di opzioni. E oggi? Scartata la possibilità della profezia Maja (e comunque arrivarci al 12.12.12) qui tocca starci.
Augurarsi che il governo clericobancario almeno serva a radere al suolo i partiti che zavorrano la crescita etica del Paese: non saranno certo questi spilungoni col turibolo in mano a migliorare le nostre povere vite, ma il fatto che non scoreggiano e ruttano in piazza è una base per un mm di ottimismo. Augurarsi che i populisti che hanno ridotto a brandelli l’etica e l’economia scompaiano non dovrebbe rappresentare una spesa inutile, anzi. Augurarsi che la constatazione che con lo stipendio e la pensione non si campa e che la casetta che ritenevamo la nostra via di fuga è diventata un lusso, porti all’eutanasia delle parassite gerarchie ecclesiastiche. Augurarsi che scompaia il sindaco di Roma, autonominatosi amministratore unico delle nostre paure e che ha ridotto la città al set perpetuo di Romanzo criminale, che ha involgarito la città disseminandola di ridicoli angeli con tromba, che ha promosso l’assunzione di amici e conoscenti (439 al Campidoglio, 684 all’Atac, 1.518 all’Ama, 435 all’Acea, 227 a Risorse per Roma e tutti in posizioni apicali) che ha impoverito i cittadini sciupando i soldi per accattivarsi il Vaticano (ad esempio portando piccoli romani a vedere il gatto con gli stivali… ma solo quelli selezionati dagli oratori), e con lui la presidente della Regione Lazio che avvilisce il genere femminile con la sua grossolanità rimpannucciata di abiti costosi, e tutti i laziali con le concessioni di gaudenti vitalizi, tagli alla sanità, oltre a benefici da stato pontificio per sé e sua madre che sono palpabili ai romani residenti tra la Piramide e l’Aventino. Augurarsi che l’ordine dei giornalisti e la fnsi convochino un bel convegno per decidere di chiudere per sempre per aprire le porte ai free che, più di tanti giornalisti culoni, fanno informazione. Augurarsi di vedere facce nuove nei talk show che vanno in vacanza per il santonatale, meritato riposo di giornalisti garantiti che dopo averci sfranto l’anima temendo le censure berlusconiane si fanno fotografare in montagna accanto all’ onorevole col maglione. Augurarsi che i blogger italiani scrivano meno ma linkino di più, magari promuovendo il confronto con i colleghi. Augurarsi che don Verzè si trascini nella polvere i suoi amici, quelli che varano ospedali per il mezzogiorno e quelli che pontificano dalle cattedre della sua università. Augurarsi che il santopadre affacciandosi dalla finestra (ma sarebbe più appropriato il balcone) si ricordi che quello che fanno i fanatici che uccidono i cristiani, loro lo hanno già fatto, e per parlare autorevolmente bisogna almeno sanare il proprio passato. Augurarsi che la classe dirigente e politica di un Paese che si pensa democratico si emancipi dalla Chiesa cattolica anche rivedendo la Costituzione. Augurarmi che mia sorella esaurisca i viaggi nei deserti arabi e africani lasciandomi a Roma con papà che ha novanta anni. Augurandovi, soprattutto, di non imbarbarire nel luogo comune.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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…e siccome ho tanto parlato degli amministratori laziali, vorrei ricordare che io Roma la amo molto e per questo linko
http://www.iloveroma.it/articoli/romanel2012.htm e http://mondodelbelli.blogspot.com/

Gli italiani e la Chiesa, la secolarizzazione avanza

mercoledì, 21 dicembre 2011

Gli italiani e la Chiesa, la secolarizzazione avanza
di Maria Mantello

“Privilegi, immunità, ingerenze, denari, disparità giuridica… Ma quale libertà religiosa!”. Questo il titolo del convegno che si è svolto a Roma presso l’Aula Magna della facoltà valdese il 12 dicembre, promosso da CGIL-Nuovi Diritti (responsabile Gigliola Toniollo) e Fondazione Critica Liberale (direttore Enzo Marzo) per presentare un’anteprima del VII Rapporto sulla secolarizzazione in Italia dell’Osservatorio Laico, che verrà pubblicato sul prossimo numero di Critica Liberale.

Lo studio, curato da Giovanna Caltanissetta, Laura Caramanna e Silvia Sansonetti, si serve delle fonti statistiche Istat, di dati governativi (Ministero dell’Istruzione e della Sanità), ed ecclesiastici (Annuario statistico vaticano e Cei). Dati ufficiali, quindi, che ognuno può consultare, ma che in questo rapporto formano un quadro organico che delinea un crescente, sicuro e progressivo processo di secolarizzazione della società italiana. Insomma, l’incidenza della Chiesa cattolica sui comportamenti e le scelte degli italiani è decisamente in ribasso.

Diminuiscono matrimoni concordatari, aumentano quelli civili, e soprattutto le coppie di fatto. In calo battesimi, prime comunioni, cresime. Gli anticoncezionali e le interruzioni di gravidanza non sono certo più tabù. Sempre meno studenti si avvalgono dell’ora di religione cattolica (IRC). Le scuole cattoliche chiudono per mancanza di discepoli.

Anche il portafoglio degli italiani è sempre meno generoso: le offerte e le donazioni sono in caduta libera, e pure lo scudato meccanismo dell’8 per mille regista un calo di firme pro-Chiesa. Per non parlare della crisi di vocazioni sacerdotali, che nessun serial televisivo alla “don Matteo” riesce a far crescere.

Questa situazione, allarmante per la Chiesa, la porta a cercare sempre maggiori appoggi politici per riconquistare il terreno perduto. Così, mentre le chiese si svuotano e la fede catechistica è da tempo in default, aumentano i politici-chierichetti che la incensano e la rilanciano elargendo finanziamenti e sfornando (quando possibile) leggi-precetto. Un fenomeno che nell’era berlusconiana, coincidente quasi con gli anni del Rapporto dell’Osservatorio Laico, si è amplificato oltre ogni misura assecondando il sogno papista della riconquista cattolica. A partire dall’Italia, considerata eccellente cosa propria.

Interessanti in questa operazione di riconquista, sono anche i due dossier del Rapporto sulla quantificazione della presenza del “sacro” nelle trasmissioni televisive: dai telegiornali, ai dibattiti, alle dirette di riti sacri, viaggi pontifici, iniziative religiose, . fino alle fiction con storie di santi e prelati: Don Fumino, Don Matteo, Papa Pio XII°, Frati in convento, La monaca di Monza, Don Fabrizio Canepa, Suor Therese, Mons. Simon Castell, Suor Amelia e le consorelle, Don Blasco, Don Silvano, Suor Clotilde, il Cardinale Rospigliosi, Frà Tuck, Karol, un uomo diventato Papa, Jesus, AnnoDomini, Dio vede e provvede, Il sangue e la rosa, ecc.
Un mare mediatico, che irrompe nelle case degli italiani per “normalizzarli” all’universalità della fede.

Insomma, se gli italiani non vanno in chiesa, la Chiesa entra in casa loro dalla finestra TV. Una sorta di spirito santo via etere, universale e totalizzante, dove la laicità è ridotta a lumicino e anche i minimi spazi che erano dati a protestanti e ebrei – le altre due religioni importanti per presenza e storia in Italia – sono stati erosi fino a scomparire quasi del tutto, o relegati a fasce orario impossibili.

In definitiva, mentre la secolarizzazione avanza, si tende a dare della cattolicità un quadretto idilliaco di unica possibile normalità, che indipendentemente dal fatto di non credere o credere, è spacciata quasi come appartenenza etnica che ingloba all’italianità.
Un gioco pericoloso che in Italia ha portato alle famigerate leggi razziali del fascismo, e che oggi, nella stessa brodaglia fa crescere i veleni che armano spedizioni contro Rom e stranieri.

Ma entriamo in questo Rapporto sulla secolarizzazione attraverso i descrittori e i relativi indici che esso propone.

Crolla la sacra famiglia – Sul totale di tutti matrimoni celebrati, sono in aumento quelli con rito civile che nel 2008 sono arrivati al 62,8% del totale.
Ma l’elemento ancora di maggior crisi per la l’appartenenza alla Chiesa cattolica è proprio la diversa concezione di famiglia, al di fuori del sigillo matrimoniale. 820.000 le unioni di fatto nel 2009. E se nel 1991 erano 207.000, tra il 1993-2003 se ne sono registrate 556.000. Molte di queste coppie hanno figli, il cui numero è in aumento costante. Tra il 1991 ed il 2009, cresce oltre sedici punti percentuali, raggiungendo quota 23,7% dei nati.
Tra gli italiani, nonostante la pressione clericale abbia fatto fallire la legge sul riconoscimento delle coppie di fatto, si conferma sempre più l’esigenza di vivere l’affettività familiare e di coppia al di fuori della concezione cattolica. E non fa certo più scandalo per nessuno “il convivere”, né tantomeno il matrimonio civile. E nessun chierico oggi si sognerebbe di imitare il vescovo di Prato Fiordelli che nel 1956 definì pubblicamente “peccatori e concubini” i coniugi Bellandi per aver pronunciato il loro laico sì in Comune, chiedendo addirittura che il loro matrimonio fosse ritenuto nullo. Vale appena ricordare, che denunciato dagli interessati, l’alto prelato fu condannato dal Magistrato anche al pagamento di una multa in denaro (40.000 lire), perché, come stabilì la sentenza: «le leggi della Chiesa non possono contenere norme che autorizzino le autorità ecclesiastiche a ledere un bene del cittadino tutelato dalle leggi dello Stato».

Diminuiscono Battesimi, prime comunioni e cresime – Sul totale dei nati, nel 2009 i battezzati entro il primo anno di vita sono il 70,3%. Nel 1991 erano il 90%. Più di 19 punti percentuali in meno dunque. Un dato che sostanzialmente resta tale anche se depurato dal numero dei bimbi di genitori non cattolici, aumentati con la presenza degli immigrati negli ultimi anni.
Non va meglio per le comunioni e le cresime. Anzi. Le prime sono scese dal 9,9% del 1991 al 7,5% del 2008 e le seconde dall’11,1% al 7,6%. Trattandosi di riti di “confermazione”, la tendenza all’emancipazione dalla chiesa curiale è evidente.

Anticoncezionali crescono – Nonostante l’educazione sessuale lasci moltissimo a desiderare nel nostro Paese, il catechistico crescete-e-moltiplicatevi è molto in ribasso.
Mettere al mondo un figlio è una scelta seria e consapevole, e l’uso degli anticoncezionali è quindi un atto di responsabilità. I dati di Federfarma sulla diffusione della pillola anticoncezionale segnano una indicizzazione del 16,3% nel 2009, rispetto al 10,3% del 1992. Per contrastare questa tendenza la Chiesa ha intensificato negli ultimi anni i propri centri di difesa della vita e della famiglia, che da 487 nel 1991, sono passati a 2.345 nel 2009. E sta andando all’assalto dei consultori pubblici per addomesticarli con infornate di personale a lei fedelissimo (i pro-vita).

Interruzione volontaria di gravidanza in calo; ginecologi obiettori in aumento – Gli aborti volontari sono in netto calo, e attualmente vi fanno ricorso soprattutto le immigrate. Se nel 1991, l’Istituto Superiore di Sanità registrava 157.173 interruzioni volontarie di gravidanza, nel 2009 ne segnala 118.579.
Le difficoltà di abortire in strutture sanitarie pubbliche è però aumentata in molte realtà territoriali, a causa del personale sanitario (medico e paramedico) che si appella all’obiezione di coscienza, prevista dalla 194. In Trentino, Puglia e Sardegna è praticamente impossibile.
Il ricorso all’obiezione di coscienza è elevatissimo per i ginecologi, che oscillano tra un 60, 4% del 1992 e un 57,8% del 2003, raggiungendo un picco del 67% nel 2000 (potenza del Giubileo?) con variazioni successive altalenanti, date in crescita a ridosso delle massicce campagne contro l’abrogazione della legge 40, grimaldello per attaccare la 194. Se nel 2005 i ginecologi obiettori sono 58.7 %, nel 2006 diventano il 69.2% , con un incremento che arriva a più del 70% tra il 2007 e il 2009 (70.5 nel 2007, 71,5% nel 2008, 70,7% nel 2009). Quanto in questa obiezione sia più dettato dall’aderenza alla fede cattolica o piuttosto da ragioni di carriera andrebbe approfondito.

8 per mille e offerte. Il portafoglio per l’obolo di Dio piange – Va ricordato che il meccanismo dell’8 per mille è truffaldino. Esso consente infatti alla Chiesa cattolica di fare l’asso pigliatutto, nonostante solo un italiano su tre scelga di destinarlo ad essa. Questo avviene grazie all’espediente voluto dal governo Craxi e suggerito dal consulente Tremonti: «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse» (L. 222, 1985, art.37). Un articoletto che fa incamerare alla Cei anche oltre l’85% del totale. Una quota sicurissima che porta nelle casse vaticane ogni anno ormai circa un miliardo di euro.

Più dello scudato 8 per mille, è il calo del numero e dell’entità delle offerte ad evidenziare come gli italiani non siano così propensi a mettere mani al portafoglio per sostenere la Chiesa. Da 185.000 offerte nel 1991, si è scesi a 146.000 nel 2009, con un valore medio di erogazione che si aggira sui 102 euro.

Ora di religione. Aumentano i No grazie – L’insegnamento della religione cattolica (IRC), previsto dal nuovo Concordato craxiano del 1984, dopo essersi mantenuta intorno al 93% fino al 2003, negli ultimi tre anni è diminuita, raggiungendo nel 2009 il 90,0%.
Il dato però è globale e quindi non emerge, ad esempio, che nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, ecc) alle superiori – e in particolare nei licei – i ragazzi che si avvalgono dell’IRC sono una minoranza. Molto spesso uno o due per classe .

Scuole cattoliche: molte chiudono – Nonostante le campagne a favore della scuola privata (in Italia per lo più cattolica), e le generose erogazioni statali per sostenerla (anche contravvenendo all’art. 33 della Costituzione – prevede che i privati possano istituire scuole, ma “senza oneri per lo Stato” – famiglie e studenti preferiscono le scuole statali in tutti gli ordini e gradi.
Il calo delle iscrizioni alla scuola cattolica è costante (anche quando aumentano le altre private). Se nel 1992 gli iscritti erano 9,1% del totale degli studenti, nel 2009 scendono a 7,1%. Il numero di iscritti più basso è caratteristico delle superiori, a cui si rivolgono attualmente il 3% di studenti. Le scuole superiori cattoliche sono passate da un totale di 304 nel 1991, a 146 nel 2008, e solo 89 nel 2009.
La decrescita, contrariamente a quanto si potrebbe credere, è notevole nella fascia della scuola elementare, passata dal 6,5% nel 1992 al 4,7% del 2008; in quella d’infanzia poi, la percentuale passa dal 28,1% del 1992 al 22,7% del 2008. Sembra essere ormai lontana l’epoca della scuola materna ed elementare cattolica che faceva man bassa di alunni a causa della mancanza del tempo pieno nelle scuole pubbliche. Un tempo pieno che si sta cercando di tagliare. E non è l’unico taglio da favoreggiamento del trio Berlusconi-Tremonti-Gelmini. con appendice di calunnie sugli insegnanti fannulloni di Brunetta.

Enti di assistenza cattolici crescono, ma non per gli anziani – Perso terreno sulla scuola, ma anche nella gestione diretta degli ospedali, la Chiesa ha riconvertito queste strutture in centri di assistenza sociale: passati da 4.805 nel 1991, a 6.777 nel 2009. In prevalenza si tratta di strutture in difesa della vita e della famiglia (da 487 a 2.346), consultori (da 487 a 549), ma anche di nidi d’infanzia (da 130 a 485).
Le case di cura per anziani, invalidi e cronici sono invece in flessione (1.731 nel 1991; 1.645 nel 2009).

Le vocazioni non arrivano. E molte si perdono – Se nel 1991 i sacerdoti erano 57.274, nel 2009 sono 48.333. Un calo questo, che non è compensato dalle nuove ordinazioni (405 nel 2009). In relazione al rapporto popolazione-abitanti, se nel 1991, ogni diecimila abitanti c’erano 10,09 sacerdoti, nel 2009 diventano 8,03. Inoltre, circa 40 preti ogni anno lasciano l’abito. Gli ordini monastici poi si sono dimezzati: da 4.947 a 2.988 quelli maschili; da 125.887 a 93.391 quelli femminili.

Un aumento si registra invece tra diaconi (non soggetti a voto di castità) che se nel 1991 erano 1.146, nel 2009 hanno raggiunto quota 3.799. Aumentato notevolmente il numero di catechisti, che se nel 1996 (primo dato annuale disponibile) erano 75.648, sono diventati 235.306 nel 2009. Per la crescita esponenziale di questo ultimo mestiere, aperto anche alle donne, sarebbe da approfondire quanto pesi la vocazione o piuttosto la crisi occupazionale.

(19 dicembre 2011)

20/12/11 – Gli auguri

martedì, 20 dicembre 2011

Il vecchio trasportato dalle renne è un re perché è vestito di scarlatto. Non è un essere mitico, poiché non c’è mito che renda conto della sua origine e delle sue funzioni; e non è nemmeno un personaggio di leggenda, poiché non è collegato a nessun racconto semistorico. Appartiene piuttosto alla famiglia delle divinità. E’ la divinità di una sola fascia di età della nostra società e la sola differenza tra Babbo Natale e una vera divinità è che gli adulti non credono in lui, benché incoraggino i propri figli a crederci (Claude Lévi Strauss, Babbo Natale giustiziato, Sellerio)
Il 25 dicembre ragazzi miei, è l’antica festa pagana del Sol invictus, il sole invincibile, che coincide con il solstizio d’inverno… spesso le nuove religioni adottano le festività già esistenti per rendere la conversione meno traumatica. E’ un fenomeno che si chiama trasmutazione. Aiuta la gente ad abituarsi alla nuova fede: i fedeli mantengono le stesse festività, pregano negli stessi templi, usano gli stessi simboli. L’unica cosa che cambia è l’oggetto di culto, il dio che si adora (Angeli e demoni, Dan Brown, Mondadori)

Potevamo sottrarci agli auguri del periodo? Certamente no.
Come ogni anno la vostra ingenua Biancaneve si sorprende che il mondo cristiano renda onore ad uno sfortunato pupetto ebreo che riconosce come messia e addirittura – chi glielo avesse mai detto – figlio di Dio! E ancora, il teocrate vaticano, gran cerimoniere della celebrazione, che accetta di buon grado tutte le degenerazioni che la “sacra festa” comporta. I babbo natale ciccioni vestiti di rosso, l’albero pagano, i cotechini che trasudano unto, la befana al posto dei re Magi, le inaugurazioni dei presepi insieme ai sindaci (come dimenticare il sindaco di Roma fra le statue del presepe di piazza san Pietro lo scorso anno. Era meno alto di Giuseppe!), il feticismo della benedizione dei bambinelli Gesù, i programmi sciropposi della rai – garruli giornalisti in testa – che augurano il buon natale e salutano il santopadre mentre commossi seguono le funzioni religiose… Cose che diventano addirittura sobrie se confrontate ai riti del passaggio al nuovo anno: trenini festosi aspettando la mezzanotte, i dodici chicchi d’uva inghiottiti nel primo minuto dell’anno, lo spumante, e le incredibili mutande rosse.
La vita, ahimè, è complicata, e se serve ad alleggerire un po’ l’affanno tutto questo è benvenuto, e non sarà certo l’incredulità di Biancaneve a smorzare i festeggiamenti.
Auguriamo ai lettori di NoGod di non abbrutire nel luogo comune.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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L’Africa è il solo continente che secondo le previsioni raddoppierà la sua popolazione entro il 2045 raggiungendo i 2 miliardi di persone. Il numero di The Economist in questa settimana in edicola, riflette sulla sfida demografica africana e sui rischi che i Paesi più poveri dovranno affrontare, a meno di non elaborare politiche efficaci di controllo delle nascite e introdurre forme di contraccezione. Stati come il Niger e la Liberia, che dovrebbero raddoppiare il numero di abitanti in meno di 20 anni, Secondo stime riportate dal settimanale, un quarto delle donne africane è favorevole ma non ha accesso ai contraccettivi. Le difficoltà sono dovute a resistenze culturali, fiacca volontà politica, scarsi livelli di istruzione femminile
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18/12/11 – Le parole per dirlo

sabato, 17 dicembre 2011

“Bisogna sapere che nel Paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra, l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e, la mattina dopo, di levata, tornando nel campo che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro quanti chicchi di grano può avere una bella spiga” (C.Collodi,Le avventure di Pinocchio, cap. 18)

Le vittime del raid punitivo in un campo nomadi torinese e l’omicidio di due senegalesi in un mercato di Firenze, meriterebbero almeno le parole giuste. La cronaca italiana di questi anni è prodiga di episodi più o meno gravi che recano un indubbio stigma razzista. La adolescente torinese che si è inventato uno stupro da parte di uno zingaro è intrisa di pregiudizi, i torinesi che hanno partecipato al pogrom hanno agito al posto di istituzioni che ritengono inefficaci, l’omicida dei senegalesi ha agito spinto dalle sue convinzioni nenonaziste e negazioniste. Sono episodi gravi, ancora più pericolosi in un periodo di dura crisi che nutre rancori, invidie, tabù. La timidezza nel denunciare a piena gola il razzismo montante, è una forma di complicità.
Non è un segno d’amore negare che il nostro Paese ha coperto e approvato secoli di antigiudaismo cattolico, ha praticato un colonialismo feroce e predatorio, e, negli ultimi decenni, ha emanato leggi e circolari discriminatorie e meschine nei confronti dei migranti.
Nessuno di noi ama sentirsi dire che è razzista, ma se ci facessimo un breve e sincero esame, ci renderemmo conto di quante preclusioni abbiamo. Soprattutto nei confronti degli zingari rom nomadi sinti, anche se è caricaturale sforzarsi di usare la definizione giusta quando da destra a sinistra si pensa che siano un popolo di ladri. Nei loro confronti è viva una forma di razzismo etnico: è ovvio che ci sono zingari onestissimi, ma a nessuno frega niente, i rom sono un problema sociale che va estirpato, non meritano né un futuro né hanno diritto a poter sperare in una vita alternativa per sé e i loro figli. I nazisti sterminarono gli zingari e gli ebrei insieme, perché razze inferiori neanche buone per la sudditanza ma solo per la morte. Della Shoah gli ebrei hanno – con fatica – testimoniato, del Porrajmos manca pure la memoria. Quelli tra di loro che ce l’hanno fatta, i Togni gli Orfei, cercano di farlo dimenticare che appartengono a quell’etnia lì.
Non ci porta nelle strade il fuoco che viene usato per mandarli via: per loro mai una parola, neanche da quei leader di partito che non perdono una piazza. Anche la Chiesa cattolica, che ha la superbia di affermare che protegge gli ultimi, sulle etnie non scherza, e ripete, per silenzi reticenze e tardive prese di posizione, le pagine più schifose della sua storia: antisemitismo, pedofilia, complicità con le dittature, furto. I media di regime, come sempre volenterosi carnefici, non risparmiano caratteri cubitali: nel maggio del 2008 raccontavano che nel quartiere di Ponticelli a Napoli gli zingari volevano rubarsi una bambina. Niente vero, ma un manipolo di giustizieri picchiò un romeno che neanche conosceva quel campo nomadi che venne smantellato dalla furia delle brave persone. Così come tanta enfasi venne riservata a due rom accusati immotivatamente di un brutto stupro ai danni di una coppietta romana; così appetibile il fatto che, nonostante il veloce rilascio, ai due non si diede pace continuando il massacro nei laidi programmi televisivi. O i due arrestati a Catania per un inesistente rapimento, scarcerati dopo 4 mesi senza neanche le scuse dei media che ci avevano campato sopra.
Ma non solo. La scorsa estate a Roma un membro della comunità ebraica venne assassinato mentre rientrava a casa e l’omicidio velocemente attribuito a un giro d’usura. Le indagini presero un’altra strada e i giornalisti dovettero scusarsi per il riflesso condizionato dovuto ad antichi stereotipi sul commerciante ebreo. E l’assassinato non era neanche un commerciante. O anche una interlocutrice infantile e grossolana che credendo che sei ebrea vuole da te conto dell’omicidio di Arrigoni (crudelmente ucciso per un regolamento di conti fra organizzazioni palestinesi). Che fare? Le sbarri le porte di casa tua, ma il razzismo di cui è imbevuta continua a suppurare con lei.
E cosa è se non razzismo, la faccia feroce ostentata ai giovani nordafricani che sbarcavano in massa lo scorso marzo? Eppure l’Italia avrebbe potuto esibire un volto gentile a quei giovani disperati, esaminare le posizioni di ognuno, accogliere gli aventi diritto e rimpatriare gli altri, mostrando un paese accogliente ma rispettoso delle leggi, mentre si è preferito gridare al feroce Saladino.
E’ meglio abbandonare il mito di italiani brava gente. E l’unica strada è riconoscere quanto percorrere caparbiamente strade sbagliate ci porti nel baratro. Pubblico e privato.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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E’ morto Vittorio (Wicky) Hassan stroncato da un brutto tumore. Aveva 57 anni ed era un amico. Era molto conosciuto a Roma, soprattutto per il suo lavoro. Era il titolare del marchio di abbigliamento Sixty e Murphy e Nye. Nel 1983 il suo negozio Energie di via del Corso stupì i passanti con le vetrine realizzate da Andrea Pazienza. Wicky era un ebreo osservante, omosessuale, legato da anni a Stefano col quale aveva adottato 3 bambini. Il dolore per la sua perdita è mitigato dal ricordo di una persona appassionata alla libertà.

14/12/11 – A destra

mercoledì, 14 dicembre 2011

Mentre me leggo er solito giornale
Spaparacchiato all’ombra d’ un pajaro
Vedo un porco e je dico: – addio majale! –
Vedo un ciuccio e je dico : – addio somaro! -
Forse ste bestie nun me capiranno
Ma provo armeno la soddisfazione
De poté di le cose come stanno
Senza paura de finì in priggione (Trilussa)

http://www.iloveroma.it/articoli/ilconodinatale.htm

La destra romana non è spiegabile in poche parole: è reazionaria, è papalina, è pagana, è salottiera, è borgatara, è golpista, è qualunquista, è ministeriale, è ultras del calcio. Il sindaco di Roma Alemanno ne rappresenta la sintesi. Si vanta di indossare la croce celtica, ha ripristinato concerti anacronistici (29 giugno santi Pietro e Paolo) in onore del papa e apre gratis i musei romani per l’immacolata (e non per il 20 settembre) e ha, nonostante la forte crisi economica, fatto erogare prestiti ai dipendenti capitolini per finanziare i pellegrinaggi a Lourdes, oltre a finanziare in maniera esagerata la beatificazione del papa piuttosto che provvedere ai bisogni dei romani. Pensando di onorare l’architettura fascista – appena insediato organizzò ben due convegni sulla via dei Fori Imperiali addirittura spingendosi a scrivere via dell’Impero nell’invito – provò a dargli il colpo di grazia con l’assurdo progetto della Formula 1 all’Eur, dimostrando che gli epigoni sono sempre peggio dei precursori. Ha esaltato oltre ogni buonsenso la figura di un tifoso laziale per la cui morte tutti siamo rimasti feriti così come per la sua esaltazione. Ha portato ghirlande a qualsiasi camerata morto di malattia o ucciso negli anni bui (dal Sessanta all’Ottanta), ha apposto lapidi – che hanno sorpreso gli studiosi della storia romana e della toponomastica – a presunti passaggi di santi in varie zone della città. Ha proposto progetti faraonici (ad esempio radere al suolo e ricostruire il quartiere Tor Bella Monaca) . Ha informato durante la Conferenza sulla famiglia che è meglio non aprire nidi perché conviene fare convezioni con le suore. Ha inscenato un vergognoso banchetto imboccando Bossi e i suoi di coda alla vaccinara. Ha fatto installare una inopportuna ed enorme statua di Gran Premio II alla stazione senza neanche vagliare il bozzetto. Contro ogni buon senso ha creato un disastro spostando importanti capolinea dalla brutta piazza san Silvestro in funzione dei deputati che la useranno come parcheggio privato (esattamente come fanno i senatori nella piazza di san Luigi dei francesi). Ha paragonato una abbondante pioggia al terremoto dell’aquilano, e siccome è ripiovuto si è compreso che se a Roma nevicherà la città dovrà essere evacuata. Ha difficoltà perfino a scegliere l’albero di natale che, per malleveria nei confronti delle gerarchie della Santa Sede, ha circondato con i personaggi del presepio provincializzando una città che pure ha avuto nei secoli una nobile storia di inclusione. Usa senza ritegno la comunità ebraica romana come una coperta, tentando di essere all’altezza degli auguri fattigli per la sua elezione, quando gli si ricordò che con i suoi due predecessori non c’erano stati episodi di discriminazione.
Ha dimostrato come pochi di essere fedele agli amici: ne ha assunti in posti di responsabilità parecchi, senza mostrare nessun pregiudizio per la fedina penale macchiata di alcuni. Ha un conflitto di interessi grosso come una casa dentro casa. Infatti il sindaco è il marito di Isabella Rauti cooptata alla Regione Lazio attraverso il listino bloccato della presidente Polverini. Non sorprende che l’appetito domestico si sia esteso anche alle aziende comunali. Che per la verità sono state sempre un grande serbatoio per chiunque abbia amministrato, ma che con l’attuale sindaco ha raggiunto livelli parossistici, tanto più in presenza di un palpabile degrado dei servizi erogati e dell’aumento del deficit. Si dice che il sindaco non è responsabile personalmente di parentopoli, poiché aspirante statista nazionale è disinteressato a queste piccolezze locali. Ma gli assessori e i presidenti delle municipalizzate che hanno imbucato mogli figli amanti fidanzati cugini sorelle fratelli generi e nuore li ha scelti lui. E se, come si racconta, Alemanno aspira a ruoli più alti, vuol dire che non ha compreso che amministrare in maniera almeno sufficiente, lo aiuterebbe ad uscire dal sottoscala politico da cui, di fatto, proviene (un velo discreto copre i suoi anni da ministro dell’Ambiente dove, pare, fece peggio del suo predecessore Pecoraro Scanio che non si era accorto della spazzatura napoletana). Serviva portare Alemanno al Campidoglio per capire che la destra romana è incapace di azione politica? Non bastava l’esperienza della Regione Lazio con Storace che produsse un buco nella sanità di proporzioni inaudite e che ormai neanche lui nega più? Nella mia giovinezza da “compagna”, quando all’uscita di scuola ci si fronteggiava in via delle Milizie con i “camerati”, gli si gridava “fascisti carogne tornate nelle fogne”. Una frase di cui faccio ammenda. Però molti di noi si sono lasciati alle spalle le guerriglie di strada senza nostalgia e molti topi sono usciti dalle fogne. Talvolta sono rimasti accecati dalla luce del giorno.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

12 /12/11 – Diritti essenziali

lunedì, 12 dicembre 2011

C’era una volta…- Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

In questi convulsi e per certi versi drammatici giorni non resta che augurarci che si conservi almeno una apparenza dei pochi diritti acquisiti negli anni della nostra giovane e singhiozzante democrazia.
Tra l’aumento dell’Ici, il blocco del contratto di lavoro, la pensione che si allontana, il possibile ticket sui ricoveri ospedalieri oltre al plus già esistente sulla diagnostica e le visite specialistiche… sembra essere poca cosa che all’interno del decreto cosiddetto salvapaese, sia stato inserita la fine del segreto bancario. Dal 1° gennaio 2012 le banche trasmetteranno gli estratti conto individuali all’Agenzia delle entrate, trattandoci tutti come potenziali criminali che bisogna controllare perché forse potrebbero evadere. L’obiezione potrebbe essere quella del male non fare paura non avere. Per quel che mi riguarda – ma sono certa che è così per la maggior parte delle persone – l’Agenzia delle entrate rimarrà stupita di conoscere la mia metodicità nelle spese, così come un eventuale telefono sotto controllo annoierebbe chiunque dovesse trascrivere le mie telefonate, ecc ecc. Ma di questo passo si arriverà facilmente al prelievo del dna per essere esclusi da eventuali episodi criminosi che pure potrebbero verificarsi nel nostro condominio quartiere città. Il sistema partitocratrico che ha tartassato solo lavoratori e pensionati preferendo lasciare porte girevoli all’evasione di molte categorie sociali, si avvale oggi di norme che fanno a pezzi la libertà di ogni individuo nel tentativo di bloccare qualche evasore.
Piuttosto che stringere lo spazio dei diritti e della riservatezza come uno Stato totalitario, si iniziasse a parlare di pari doveri. E’ particolarmente odioso sentire i media di regime, come sempre asserviti alla partitocrazia, fare capziosi distinguo sui beni della Chiesa, sulle mense che sfamano i poveri e sull’ottimo sistema di welfare dei preti… Intanto è fin troppo facile – almeno a Roma – rilevare che la maggior parte degli edifici delle mense Caritas non sono proprietà della Chiesa.
La Chiesa cattolica ha facile gioco nell’affermare che anche le religioni delle intese le onlus e le ambasciate sono esentate così come previsto dal decreto istitutivo Ici (n. 504 del 30.12.’92). Non sarebbe male che queste categorie facessero un passo avanti col versamento dell’ ici in mano, per prima cosa perché è odioso mangiare brioche in tempo di fame, e, soprattutto, per non essere appaiati alla Chiesa cattolica di cui certamente non condividono la quantità dei beni immobili. Non sarebbe male che a fare il passo fossero i valdesi che per primi vollero l’intesa con lo Stato italiano dando il via a quelle metastasi aggiuntesi al cancro concordatario che hanno minato il corpo morente dello Stato italiano.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

IL VATICANO NON DEVE PAGARE L’ICI

venerdì, 9 dicembre 2011

Anche un nostro cortese visitatore, come Tiziana Ficacci, individua le radici della prepotente ingerenza vaticana ben oltre il caso del mancato pagamento dell’ICI. Da Marco Bertinatti, con il provocatorio titolo di IL VATICANO NON DEVE PAGARE L’ICI.

La richiesta di applicare il pagamento dell’ICI allo sterminato patrimonio immobiliare di proprietà di quello stato estero presente da  secoli all’interno del nostro, non mi sto riferendo alla Repubblica di San Marino ma a quella Monarchia Assoluta situata al centro di Roma con interessi (finanziari) a livello planetario, appare del tutto infondata.
Esigere il pagamento di un’imposta su quegli immobili ricorda il celebre proverbio cinese “Quando il dito indica la luna,lo sciocco guarda il  dito”. Perché preoccuparsi infatti di tassare delle proprietà invece di occuparsi della loro provenienza? Perché mai fingiamo di ignorare  l’origine di questo Impero Immobiliare, quando qualunque studente liceale conosce la storia della “Falsa donazione dell’Imperatore Costantino”? Ovvero del falso documento, smascherato dal filologo  Lorenzo Valla nel 1440, dal quale sono derivati i titoli di proprietà  della Chiesa? Queste si sono poi accresciute nel corso dei secoli  attraverso cessioni, volontarie da parte di chi riteneva di poter
“acquistare” un posto in Paradiso (tralasciando di richiedere la  fattura) e coatte da parte degli eretici, ai quali venivano pure  confiscati i beni dopo essere stati torturati a morte. Lo Stato non si preoccupa certo di tassare le proprietà di provenienza criminale ma semplicemente le confisca (per maggiori informazioni si veda l’opera in
dieci volumi “Storia criminale del cristianesimo”, dello storico Karlheinz Deschner). Un unico provvedimento legislativo potrebbe inoltre ridurre drasticamente il nostro disavanzo pubblico, ovvero l’abrogazione del Concordato con lo Stato del Vaticano il cui costo, a seconda delle stime, oscilla tra i sei ed i nove miliardi di euro all’anno.
Incidentalmente verrebbero semplicemente ripristinate le condizioni esistenti nel periodo immediatamente successivo all’unificazione dell’Italia, nel completo rispetto delle “reali” motivazioni che animarono i nostri padri fondatori.

Marco Bertinatti – Ateo Impertinente – marco.bertinatti@mail.com

9/12/11 – Quel che strozza…

venerdì, 9 dicembre 2011

Madamina il catalogo è questo delle belle che amò il padron mio (Leporello)

Come è noto ai pochi ma intelligenti e distinti lettori di questa pagina, è convinzione di NoGod che la Chiesa cattolica oltre ad essere un fattore di arretratezza culturale dei cittadini è motivo di impoverimento economico per le indebite elargizioni concesse dai governi italiani.
L’articolo 1 del concordato fra l’Italia e la Santa Sede siglato nel 1984 recita : “La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”. Se la corretta interpretazione dell’articolo dice che ognuno dei contraenti si impegna a non interferire nelle cose dell’altro, è però sufficientemente fumoso – uno Stato libero sul territorio di un altro? – per consentire gli equivoci e i travasi che conosciamo e che sono dolenti per tutti noi e laceranti per quei cattolici responsabili che pure esisteranno.
Sarebbe un grosso segno di discontinuità da parte del presidente Monti – in attesa della cancellazione dell’articolo 7 e quel che ne scaturisce – almeno il rispetto del concordato. Ricorda l’ambasciatore Sergio Romano (non un pericoloso laicista, parola che ormai viene brandita come una scure da chiunque emetta una vagito sulle prepotenze ecclesiastiche) che Mussolini non fu concordatario quando dichiarò guerra all’Azione cattolica, e la Chiesa non fu concordataria quando la Segreteria di Stato partecipò alla redazione della Costituzione rivedendo e discutendo i singoli articoli che i deputati della democrazia cristiana sottoponevano alla sua attenzione. E, in tempi più vicini a noi, quando Camillo Ruini in qualità di presidente della Cei, invitò gli italiani ad astenersi dal voto nel referendum sulla procreazione assistita.
E ancora, il cardinale Angelo Bagnasco, erede di Ruini, ritenuto un giorno vicino e un giorno lontano dal governo Berlusconi ( e tirato per la mozzetta un giorno dal Pd un giorno dal Pdl), grazie all’azione di lobbyng promossa dalla Cei a favore dei diversi partiti, di fatto bloccando qualsiasi passo in direzione dei diritti civili esistenti in tutto l’Occidente.
Chiedere alla Chiesa cattolica di rispettare le leggi italiane, compreso il concordato da lei sottoscritto, non ha niente di ideologico né di anticlericale.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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12/10/11 Il 16 novembre 1922, presentando alla Camera
la propria compagine ministeriale, Mussolini pronunciò parole assai chiare sui diritti riconosciuti dal governo alle varie religioni: “tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il cattolicesimo”. Il 22 novembre il sottosegretario alla Pubblica istruzione Dario Lupi dispose la ricollocazione del crocefisso , definito il simbolo della religione dominante dello Stato, in tutte le aule delle scuole elementari dalle quali era stato rimosso. Come venne osservato con soddisfazione, in meno di un quinquennio il crocefisso tornò al Colosseo, sul Campidoglio, nelle scuole, nelle caserme, nei tribunali, negli uffici pubblici, e, sull’esempio di questi, in moltissimi uffici privati. Un mese dopo, il 26 dicembre 1922, il nuovo ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile annunciò che intendeva fare dell’insegnamento della religione cattolica “il principale fondamento del sistema della educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano”. In quel momento il governo era di coalizione; né totalitario né dittatoriale”.( Michele Sarfatti, storico) I patti lateranansi firmati nel 1929 tra Mussolini e Pio XI (rappresentato dal cardinale Gasparri), oltre a garantire alla Chiesa la libertà spirituale e il suo governo, stabilirono che lo Stato pagasse una forte somma a risarcire ciò che era stato perso con l’Unità d’Italia, concessero una porzione di Roma, il Vaticano, permisero il riconoscimento civile del matrimonio religioso, accordarono l’insegnamento religioso nelle scuole e il riconoscimento giuridico degli ordini religiosi. Inoltre lo Stato si faceva carico di molte spese, la congrua, concesse un vero stipendio statale ai preti nell’esercito e nelle scuole (pure oggi sono scelti dalle diocesi e retribuiti dallo Stato). Finito il fascismo e nata la Repubblica venne inserito nella Costituzione (1948) l’art. 7, L’Articolo Sette/Togliatti ce lo dette/Guai a chi ce lo toglie/Dice al marito la moglie (Mino Maccari) di fatto una conferma dei patti siglati dal duce. I democristiani per un ricambio generoso all’aiuto avuto, i comunisti perché volevano mantenere la pace religiosa. Siamo profondamente convinti che la pace religiosa è un bene altamente apprezzabile, ma per noi la garanzia della pace religiosa è nello Stato laico, nella separazione delle responsabilità e dei poteri… La Repubblica che andiamo fondando avrà un senso e un significato se continuerà, superandolo, il Risorgimento, non si tornerà indietro su quello che è stato acquisito dal Risorgimento. Noi stiamo tornando indietro, cosa di cui siamo preoccupati come socialisti, ma soprattutto come italiani (Pietro Nenni – dal discorso dell’Assemblea costituente del 27 marzo 1947) Il comunismo clericale diventa letteratura con Giovannino Guareschi “Si era ormai a Pasqua: radunati in sede tutti i capoccia del capoluogo e delle frazioni, Peppone stava sudando come un maledetto per spiegare come i compagni deputati avessero fatto benissimo a votare per l’approvazione dell’articolo 7. Prima di tutto è per non turbare la pace religiosa del popolo, come ha detto il Capo, il quale sa benissimo quello che dice e non ha bisogno che glielo insegniamo noi. Secondariamente per evitare che la reazione sfrutti la faccenda piagnucolando sulla triste storia di quel povero vecchio del papa, che noi cattivoni vogliamo mandare ramingo per il mondo… perché il fine giustifica i mezzi e per arrivare al potere tutto fa brodo. In quel preciso istante la porta dello stanzone si spalancò ed entrò don Camillo con l’aspersorio in mano, seguito da due chierichetti col secchiello dell’acqua santa e la sporta per le uova. Senza dire una parola, don Camillo si avanzò di qualche passo e asperse d’acqua santa tutti presenti …e fece il giro ficcando in mano a ciascuno dei presenti un santino. E fu come se fosse passato il vento stregato che fa diventare di sasso la gente. A bocca aperta Peppone guardò sbalordito il santino che aveva tra le mani, poi guardò la porta, indi esplose in un urlo quasi disumano: Tenetemi o l’ammazzo”(Giovannino Guareschi, La Bomba, da Don Camillo) Nel 1957 la rivista Il Mondo diretta da Ernesto Rossi avanzò la proposta di abrogare il concordato attirandosi proteste del mondo cattolico e non solo. Successivamente la questione è stata ripresa solo da Pannella. Una consistente parte del partito socialista (in particolare Lelio Basso) , i repubblicani (Giovanni Spadolini) alcuni indipendenti (Ferruccio Parri) chiedevano almeno una revisione, soprattutto per la questione dell’incongrua e anticostituzionale (già dal 1948) dicitura di “unica religione di Stato”, i finanziamenti e la scelta degli insegnanti nelle scuole. Ma il fronte laico non riuscì mai a compattarsi perché la maggioranza dei parlamentari composta da democristiani e comunisti temevano come la peste di alienarsi la Chiesa. Oltre a Il Mondo, anche il Corriere della Sera nel 1977 fece grandi campagne giornalistiche sui privilegi economici della Chiesa. Fiorirono in quel periodo commissioni di studio, bozze di revisione… ma la Chiesa aveva alleati – come si dice oggi bypartisan – in Parlamento. Nel 1984 il Presidente del Consiglio Bettino Craxi insieme a Giovanni Paolo II (rappresentato da mons. Casaroli), siglarono un accordo di modifica del Concordato. Venne votato da tutto il Parlamento con l’astensione dei liberali e il voto contrario dei radicali e del Pdup. Fu un compromesso, probabilmente molto al ribasso, Craxi disse che era solo un primo gradino, ma ad oggi il secondo ancora non è stato salito. Si abolì con quella firma l’assurdo riferimento al cattolicesimo come unica e sola religione ufficiale (che tante umiliazioni costò ai bambini e adolescenti (e loro genitori) che dovevano passare attraverso le forche caudine del preside e degli insegnanti per essere esonerati dall’insegnamento cosa che li esponeva alla gogna dei bambini (e dei loro genitori) nati con lo stigma del cattolicesimo). Si abolì la congrua sostituita dal volontario 8 per mille, si stabilì una maggiore autonomia nel diritto di famiglia. Ma il veleno, si sa, è nella pratica. Dopo un primo anno in cui i liberi contributi dell’8 per mille scarseggiavano, si ricorse ad un meccanismo truffaldino (messo a punto da Tremonti, noto tributarista chiamato per una consulenza al ministero delle Finanze da Rino Formica), la soppressione dell’obbligo dell’ora di religione costrinse a inserirla facoltativa perfino nella scuola materna (!) e sempre durante l’orario scolastico, si stabilì che le scuole private cattoliche avessero un trattamento scolastico come quelle statali , ma senza rendere nessun conto allo Stato, si concessero privilegi ad enti religiosi che dichiaravano di svolgere un servizio sociale. Via l’Iva su terreni, fabbricati e via soprattutto la tassa di successione. Inoltre, sulla schiena dello Stato anche gli oneri per la costruzione e la manutenzione di edifici di culto, per la tutela del patrimonio artistico gestito da enti e istituzioni ecclesiastiche.
Veniamo all’oggi. Nel 2007 l’Ue ha chiesto spiegazioni all’Italia sull’eccesso di privilegi della Chiesa in materia fiscale, sollevando un polverone tra le gerarchie ecclesiastiche e la partitocrazia. Nell’ultimo ventennio in modo incrementale sono stati introdotti nuovi favoritismi: l’esenzione Ici e Ires, nuovi finanziamenti alla editoria cattolica, convenzioni privilegiatissime nel settore sanitario. Ho sempre inteso e sempre chiaro fummi/Che argento ch’a lor basti non han mai/O veschi, o cardinali, o pastor summi (Ludovico Ariosto, Satire,1534) Nel 2011 (irpef 2010) la Chiesa cattolica con l’8 per mille ha raccolto 1.118 milioni di euro. E’ noto che la volontarietà dei contribuenti è apparente, perché è il 35% dei contribuenti che attribuisce l’8 alla Chiesa cattolica. Poi ci sono i 360 milioni per gli stipendi degli insegnanti dell’ora di religione, 460 milioni per il culto pastorale, 235 milioni per interventi caritativi, 700 milioni versati da Stato e enti locali per le convenzioni (scuola e sanità). Venite, la celebre,/La santa Bottega,/A prezzi di fabbrica/Vi scioglie, vi lega, /Fa spaccio di meriti, /Cancella peccati… /Venite! I solvibili /Saranno beati! (Olindo Guerrini, In morte di un reverendo strozzino, 1877) Naturalmente questo accade solo in Italia. In Spagna esiste un meccanismo simile all’8 per mille, ma le quote non espresse rimangono nelle casse statali. In Germania c’è nel modulo delle tasse la possibilità di dare il 9 per mille a qualsiasi religione, nel resto dell’Europa i contributi volontari alle religioni sono slegati dalle tasse che i cittadini versano allo Stato. Nella manovra economica nessun contributo è stato richiesto dallo Stato alla Chiesa cattolica.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

6/12/11 – La testa del re

lunedì, 5 dicembre 2011

Nel 2009 lo studente musulmano berlinese Y.M. strappò in tribunale il permesso di pregare a scuola durante l’intervallo. Nel quartiere multietnico di Wedding, era una grande vittoria. Invano la preside si era lamentata degli inconvenienti pratici e del rischio di tensioni. Y.M. e i suoi amici stendevano per terra, in corridoio, un indumento e si inginocchiavano per le preghiere di rito. Tanto peggio per gli studenti, anche musulmani, a disagio con l’ostentazione dell’islam. Al tribunale amministrativo di Berlino interessò solo la libertà religiosa di Y.M, cui tutto doveva piegarsi. Le autorità locali ricorsero contro la sentenza sostenendo che l’imposizione a tutti del diritto di uno studente di pregare durante l’orario scolastico ledeva la neutralità religiosa propria dell’istruzione dello Stato e il 30 novembre la Corte amministrativa federale ha dato loro ragione. La preside era libera di concedere uno spazio in cui Y.M. potesse pregare, ma non aveva l’obbligo di consentire al giovane di inginocchiarsi nei corridoi. Il diritto di libertà religiosa non è illimitato. L’unico diritto illimitato a scuola è quello alla conoscenza, allo spirito critico, alla tolleranza e al pluralismo. Nella scuola pubblica si sta in ginocchio solo davanti al sapere.. (Marco Ventura, La lettura)

In questi convulsi e per molti versi drammatici giorni, una riflessione seria andrebbe fatta su una delle caste più odiose, quella dei giornalisti di regime, che regge lo strascico alla partitocrazia e non vuole neanche sentirselo dire. Come è noto in Italia esiste l’Ordine dei giornalisti che contrasta palesemente con l’articolo 21 della Costituzione (secondo capoverso: la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure). Inoltre i giornalisti sono i dipendenti di De Benedetti, di Berlusconi, di Mediobanca, di Caltagirone, fino ad arrivare ai paladini della libera informazione a posto fisso della rai, che dipendono direttamente dal palazzo. Come sanno anche i sassi un giornalista per entrare in rai deve rispondere non ad un partito ma ad una corrente di partito, perché quell’azienda non accetta curricula né, da più di venti anni, ha indetto concorsi. Alla faccia dell’indipendenza dalla politica, molti giornalisti rai sono o sono stati deputati e eurodeputati. Il Lazio ha funzionato come un vaso comunicante con la rai avendo avuto ben due presidenti di regione. Le indagini giornalistiche arrivano dalla stampa estera, oppure da inchieste fatte dai pochi giornalisti indipendenti, alcune anticipazioni dal sito dagospia – non a caso la più parte degli abbonati di quel sito sono redazioni di grandi giornali – e qualche notizia di malcostume arriva alle masse attraverso le Iene, che però ultimamente sono molto addomesticate. Senza contare l’enorme bacino di siti e blog che i giornalisti garantiti saccheggiano guardandosi bene dal nominarli.
I lavoratori, gli studenti, quelli colpiti da calamità naturali (sic), che scioperano e sfilano in corteo per finire sui giornali e in tv, vengono bellamente ignorati perché i privilegiati microfonomuniti preferiscono intervistare quei politici sanguisughe che si rubano le idee dei cortei indossando – ahimè – sciarpe, caschi, distintivi della protesta
I giornalisti garantiti non parlano mai dei giovani che hanno difficoltà enormi per accedere alla professione giornalistica, delle retribuzioni risibili per le strisce, dello scarto altissimo tra un redattore di desk e un direttore. Perfino le newsletter dell’Ordine, o addirittura quella del Giornalista pensionato, sono gestite da professionisti già garantiti mentre potrebbero essere utili palestre per i giovani e i tantissimi disoccupati (alcune migliaia). Per fare chiarezza su questi punti, per discutere di una professione che cosi come è niente ha a che vedere con la libertà e l’indipendenza, l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi potrebbero indire un bel convegno. E poi chiudere per sempre.
Il malcostume corrompe, e grande è stato il mio sconcerto quando, un paio di giorni fa, l’ufficio stampa dell’Accademia di Francia, inviando un invito per l’inaugurazione del restauro di una sala di Villa Medici, ha richiesto per l’accredito oltre ad un documento (e questo è usuale, partecipando all’incontro il ministro della Cultura) la tessera dell’Ordine. Per intenderci, neanche la Santa Sede la richiede. E’ forse una questione di lana caprina, ma a me il fatto che la Francia, il paese che ha tagliato la testa al re, mi chieda il numero della tessera dell’Ordine (la mia è la numero 56964 rilasciata il 17-2-’89, ma non è per la privatezza che mi sono scandalizzata) per andare a una ordinaria conferenza stampa mi turba non poco. So che la Francia e i francesi a molti italiani non piacciono, per me non è così. Intanto per la questione della testa del re: non c’è episodio che ha capovolto il corso della storia dell’umanità come la Rivoluzione francese. Nel surreale dibattito sulla questione delle radici cristiane europee (cosa ovvia quanto inutile da scrivere in una Costituzione che deve unire) , un punto fermo lo mise il presidente Chirac ricordando che i francesi il problema con Dio lo avevano risolto da un pezzo.
So che molti criticano Nicolas Sarkozy (fossi stata francese lo avrei votato o lo voterei? No e no) ritenendolo un asservito alla Chiesa cattolica. Credo invece che non sia così. E’ vero che i suoi predecessori occuparono con più sobrietà il tronetto canonicale in Laterano riservato ai presidenti francesi, mentre Sarkò ostentò un imbarazzante segno della croce, ma disse anche che come presidente di tutti i francesi si rallegrava per una possibile visita di Benedetto XVI per la gioia che ciò avrebbe comportato ai cittadini cattolici (e solo a quelli). Ricordò la morte del cardinale Jean Marie Lustiger e si è intrattenuto sul mistero della sua conversione (il cardinale adottato da una famiglia che lo salvò dalla follia nazista era nato ebreo), ma ha anche ricordato che la laicità francese è libertà. “Libertà di credere o non credere, libertà di praticare una religione e libertà di cambiarla, libertà di non venire offesi nella propria sensibilità da pratiche ostentatrici, libertà per i genitori di far impartire ai figli un’educazione conforme alle loro convinzioni, libertà di non essere discriminati dall’amministrazione in funzione del proprio credo. I cittadini francesi hanno convinzioni diverse. Perciò la laicità si afferma come necessità e opportunità, condizione della pace civile.” E questo alla presenza di Ruini dentro la bella basilica di san Giovanni in Laterano dove i rappresentanti delle nostre istituzioni si recano col cappello in mano. E più recentemente ha voluto dare fiducia a quell’islam “che non ha nulla a che vedere col volto orribile di questi folli di Dio che uccidono tanto i cristiani che gli ebrei, tanto i sunniti che gli sciiti”. Concetti importanti che derivano dalla carica ideale e dalla forza teorica della laicità di cui quel Paese che ha tagliato la testa al re è intriso. E’ per questa storia che anche l’ultimo presidente francese interpreta, che mi imbarazza turba e preoccupa che mi abbiano chiesto la tessera dell’Ordine che in Francia i giornalisti non sanno cosa sia.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

2/12/11 – A occhi aperti

venerdì, 2 dicembre 2011

Ma la conquista nella quale ho impegnato tutto me stesso – la più ardua – è stata quella della libertà di assentire… Se mi capiterà mai di subire la tortura – e si incaricherà la malattia, senza dubbio, d’impormela -, non sono assolutamente certo di ottenere da me stesso l’impassibilità, ma avrò almeno la risorsa di rassegnarmi ai miei lamenti (M. Yourcenar, Memorie di Adriano)
Finché si stringono in mano le ortiche non si sentono le punture. Il dolore inizia quando si allenta la presa. (G. Stein)

Robert Guédiguian è un regista francese di origine armena, che ha spesso raccontato la vita degli operai e del proletariato. Così come ne Le nevi del Kilimangiaro, che è il titolo del suo ultimo film e di una canzone del ‘66 che per i due protagonisti, Marie Claire e Michel, è la colonna sonora del loro amore. Lei lavora ad ore presso una anziana, lui è un operaio e sindacalista, che perde il lavoro per una ristrutturazione. La coppia ha due figli e un cognato in prepensionamento, al quale viene rubata una somma di denaro – un regalo dei figli per un viaggio in Africa – da un collega di Michel e come lui disoccupato. E questo è il nucleo del film, la riflessione di Michel sul furto, la presa d’atto che è morta la solidarietà di classe, il valore in cui lui aveva sempre creduto. Il giovane ladro giustifica il furto con le sue misere condizioni e scaglia su Michel invettive antisindacali. Forse è l’insoddisfazione delle nuove generazioni, ma le accuse fanno vacillare le idee di socialismo umanitario di Michel e Marie Claire.
Gli amici di Lucio Magri – che ha scelto un suicidio assistito – hanno parlato di profonda depressione determinata dalla morte dopo una lunga malattia della moglie, e dalla amarezza che la politica gli ha riservato. I commentatori in servizio permanente hanno ritenuto che i motivi per l’eutanasia non sussistessero, giacché ci sono farmaci efficaci e bravi psichiatri per curare l’ insidiosa malattia. Come sempre la libertà è la cosa più preziosa ed è equo che ognuno dica la sua, anche se francamente un prontuario delle malattie consentite per porre fine ad uno strazio è una roba che non è bello sentire. Quello che invece (secondo me) sarebbe utile, è chiedersi qual è il nostro rapporto con la morte e la malattia. Della morte si parla pochissimo, delle persone che patiscono un lutto per niente. Nessuno è attratto dai racconti estremi che riguardano la vita di un malato al punto finale e delle persone che vivendogli accanto sono state così prossime alla morte. E se pure con fatica e con l’aiuto di esperti e dell’intelligenza si può comprendere la morte, sembra impossibile accettare la consunzione del corpo che, sedato nel dolore fisico, disfa la mente.
Quanto alle speranze affidate alla politica, per molti neanche uno dei sogni della giovinezza si è avverato.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Elio Di Rupo è diventato il premier del Belgio. I suoi genitori, contadini abruzzesi, partirono da San Valentino in Abruzzo Citeriore e arrivarono in Belgio per sfuggire alla povertà. La famiglia si stabilì a Morlanwelz cittadina vallona (tremila italiani su 18mila abitanti). Dopo appena un anno di lavoro in una miniera di carbone, il padre morì e il giovane Di Rupo rimase con la madre e i sette fratelli. Il politico ha detto: “a differenza di altri figli di immigrati i miei fratelli ed io siamo cresciuti impregnati di cultura belga perché la pubblica assistenza ci seguiva in tutto, e oggi sono fiero di essere belga e di avere radici italiane”. E’ quello che vorremmo per i giovani stranieri che oggi vivono con noi.