Archivio di novembre 2011

28/11/11 – Pinkwashing

lunedì, 28 novembre 2011

La visione scientifica dell’esistenza è poetica fino a risultare quasi trascendentale. Siamo incredibilmente fortunati ad avere avuto il privilegio di vivere per alcuni decenni su questa terra prima di morire per sempre. E noi che viviamo oggi siamo ancora più fortunati, perché possiamo comprendere, apprezzare e godere l’universo come nessuna delle generazioni precedenti ha potuto fare. Abbiamo il beneficio di secoli di scoperte e progressi scientifici alle spalle. Ecco cosa da significato alla vita. E il fatto che questa vita abbia un limite, e sia l’unica vita che abbiamo, ci rende ancora più determinati ad alzarci ogni mattina e cercare di partecipare al meraviglioso ciclo della natura (Richard Dawkins, nell’Illusione di Dio)

Sull’onda del premio assegnato lo scorso anno da Mtv a Tel Aviv come città più gay-friendly, l’Ente del turismo israeliano ha deciso di avviare una campagna mirata ad attrarre le persone omosessuali a visitare la città. E noto che il Paese è stato il primo a non avere riserve su donne e uomini omosessuali nell’esercito, a proteggere dagli assalti dei fanatici ultraortodossi i festosi gay pride, a consentire l’adozione. Lo scorso anno il ministro degli Affari sociali intervenne per condannare le critiche che venivano da alcune frange di religiosi gerosolimitani che trovavano scandaloso che la rete nazionale trasmettesse Ballando sotto le stelle (da noi è su Rai 1), dove si esibiva una coppia di ballerine (la vip era una giornalista sportiva, che ha adottato una bambina con la sua compagna con la quale ha siglato una unione riconosciuta dallo Stato. La sua partner di ballo, eterosessuale, aveva già vinto la scorsa edizione del reality in coppia con un uomo). Una vacanza a Tel Aviv, per vedere la spiaggia bianca e il lungomare pieno di negozietti, il boulevard piantumato a cipressi che sbocca verso il mare, i palazzi Bauhaus degli anni ’30, i ristoranti e i locali notturni… tutto ciò anche vivendo serenamente la propria omosessualità. Dove sta lo scandalo? Secondo un editoriale del NYT trattasi di pinkwashing, ovvero una operazione di lavaggio attraverso una politica liberal per coprire le violazioni dei diritti dei palestinesi. E ancora, l’editoriale si spinge ad affermare che molti omosessuali che temono (giustamente) il fondamentalismo islamico e cristiano, guardano ad Israele come un paese che potrebbe unirli e proteggerli, sottovalutando che il subdolo scopo del sionismo è quello di armarli in una sorta di crociata contro l’islam. Un discorso delirante – seppure consentito e soprattutto senza pericolo di ritorsioni – ma che è parso realistico a molti commentatori nostrani che usualmente dipingono quel paese in preda ad un delirio religioso. Un editoriale razzista e omofobo perché dipinge gli omosessuali, anche israeliani, come persone che non hanno a cuore i palestinesi, che come tutti hanno diritto a tutti i diritti, compreso quello di avere uno Stato e poter vivere la loro sessualità liberamente, cosa che oggi gli viene negata. Per la cronaca, il claim della campagna è Tel Aviv una estate senza fine.
Però abbiamo imparato una nuova parola : pinkwashing.
Una bella lavatura in rosa non dispiacerebbe in molte questioni della vita. Ad esempio un cretto di meringa che ci protegga nel difficile rapporto con la morte e la sensazione che siamo smarriti sopravvissuti alla rovina. Esiste una continuità tra ciò che passa e quel che resta? E’ possibile essere meno soli davanti alla morte, oppure bisogna rassegnarsi al fatto che ognuno deve gestire da solo il dolore della separazione? Come si esce dalla sofferenza fisica di essere i superstiti mentre ci si aspettava che i nostri morti fossero le nostre guide? E se si può comprendere la morte, come è possibile accettare la consunzione del corpo, la malattia, il male, il supplizio che, sedato il dolore fisico, è vissuto dalla mente? Come si fa a continuare normalmente la vita di tutti i giorni quando si ha la cognizione del dolore?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Fino all’8 gennaio presso il Museo di Roma in Trastevere, piazza sant’Egidio 1,
Cento Volte Primavera, Fotografie di Tel Aviv dal 1909 ad oggi. Il 7 dicembre alle 18, visita guidata da Roly Kornblit, curatore della mostra (nella sua vita quotidiana dentista)

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3/1/11 Gli haredim (timorati) passano la maggior parte della loro vita a studiare la Torah e il Talmud, in genere preferiscono far lavorare le mogli, si sposano giovani e fanno tanti figli. Sono una minoranza che in un paese laico come Israele è, vengono vissuti come un ostacolo, non tanto per il loro stile di vita – ogni volta che qualcuno di loro, specialmente haredim gerosolimitani, si spinge sfacciatamente a imporre regole religiose alla società viene represso, talvolta anche brutalmente, dalla polizia – ma per il peso economico che i loro usi comportano. A gettare napalm sul fuoco ha contribuito un provvedimento voluto fortemente dal premier Benjamin Netanyahu che ha aumentato il budget di 5 milioni di € all’anno (era di 25) per le loro esigenze. Da ormai più di trenta anni qualsiasi governo concede finanziamenti ai gruppi religiosi per finanziare le yeshivot (scuole religiose), quasi sempre perché il piccolissimo ma determinante e ricattatorio partito religioso (Shas) fa da ago della bilancia. Ma adesso la Corte suprema ha chiesto di porre dei limiti perché è intollerabile una disparità di trattamento verso i cittadini. Netanyahu ritiene di aver fatto una vera rivoluzione liberale, perché pur destinando più risorse economiche, per la prima volta è stato fissato che gli studenti delle scuole rabbiniche possono percepire denaro solo per un periodo di cinque anni e comunque non oltre i 29 anni di età. Dopo quell’età i religiosi dovranno cercarsi un lavoro. Ma gran parte degli israeliani trovano che ci siano delle gravi falle nel provvedimento che, ad esempio, non è retroattivo. Su 22 ministri otto hanno votato contro il provvedimento (tutti i laburisti), che – è doveroso ricordarlo – quando hanno governato da soli (in questo momento sono in coalizione con il Likud, che definiamo –impropriamente -destra)) si sono guardati dal tagliare i privilegi ai religiosi. Il capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi ha chiesto di revocare l’esenzione al servizio di leva agli haredim che ritiene ingiusta rispetto ai tre anni (due per le ragazze) di vita militare a cui i giovani sono chiamati obbligatoriamente. La situazione si è fatta così esplosiva – secondo il quotidiano Haaretz fra meno di dieci anni gli haredim potrebbero essere il 20% della popolazione, e avere una popolazione così alta che non partecipa ai processi produttivi e di difesa potrebbe mettere in ginocchio il Paese – che addirittura un rabbino del partito ultraortodosso, Chaim Amsellem, ha dichiarato che pur essendo la Torah la cosa più importante del mondo, il suo studio finanziato dallo Stato dovrebbe essere riservato solo a grandi studiosi e non, come oggi, a chiunque decida di definirsi religioso pur di non lavorare. Per tutta risposta è stato espulso dal partito e definito un Amelek (Deuteronomio, 25:17,18). Eppure proprio i religiosi potrebbero salvare la situazione. E’ di questi giorni una intelligente campagna pubblicitaria del movimento conservative (masorti) israeliano apparsa su giornali e manifesti. L’inserzione simula le Pagine gialle con i molti maestri della tradizione ebraica, divisi in categorie merceologiche dei mestieri che praticavano pur studiando e insegnando la Torah: falegnami, calzolai, medici… Ma ancora più grande clamore ha suscitato la presa di posizione di Dov Halbertal, già direttore dell’ufficio del rabbino capo di Israele. Che dice: “Proprio come l’occupazione corrompe, allo stesso modo la politica corrompe la religione. L’istituzione religiosa corrompe il tessuto dello Stato, mentre lo Stato corrompe il tessuto della religione. L’unica soluzione possibile, per il bene della religione e il bene dello Stato, è quella di adottare il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e separare Stato e Chiesa”. E ancora: “Non è etico che i laici finanzino gli studenti delle yeshivot e l’alto tasso di natalità degli ebrei ultraortodossi. Gli ultraortodossi si oppongono ai valori di una società laica – il sionismo, la creatività, l’arruolamento nell’esercito, l’uguaglianza tra i sessi e altro ancora. Tuttavia essi non esitano a chiedere e ricevere denaro da questa società, intensificando così l’animosità dell’opinione pubblica nei loro confronti… Non c’è nessuna ragione per cui l’opinione pubblica laica debba finanziare coloro che mostrano disprezzo per i suoi valori. Non voglio far parte di una società in cui vi è istigazione al razzismo, e non voglio far parte di una società religiosa ingrata”. Non solo: “è giunto il momento di dire basta con i partiti religiosi, con la loro vergognosa preoccupazione concentrata sui bilanci, ignorando il resto del mondo. Sogno di appartenere ad una società religiosa moderata, con ampi orizzonti, il cui slogan è vivi e lascia vivere. Ad ogni essere umano, ebreo o gentile, deve essere consentito vivere secondo le sue convinzioni, con pari diritti, sulla base di un riconoscimento effettivo dei diritti umani concessi a tutti coloro che sono stati creati a immagine di Dio. Una cosa è chiara: non esiste combinazione peggiore del mix di religione e politica”. Come spesso capita, la parte più sensibile e attenta tra gli ultraortodossi sono le donne che, lavorando, a differenza dei loro sfaccendati mariti, mostrano una maggiore propensione ad integrarsi con il resto della avanzata società israeliana. Tiziana Ficacci, www.nogod.it

26/11/11 – Informazione corretta

sabato, 26 novembre 2011

Il filo che divide la farsa dalla tragedia è sottilissimo (W. Shak.)
Che importa dei fatti quando si hanno opinioni?
Scrivi in modo sintetico quello che sai, tutto il resto linkalo
Ci sono le cupole e il cupolone

Su questa pagina abbiamo spesso descritto i media come la parte più putrescente della casta, che grazie alla schiavitù in cui vengono tenuti dai padrini di partito che gli porgono il tozzo di pane, si guardano dal mordergli la mano.
E’ avvilente vedere giornalisti, di cui spesso conosciamo il percorso svolto in ginocchio (questa città è un baccello), che dimenticano i fatti per meglio sposare le opinioni del politico che in quel momento impugna la bandiera.
Di grande squallore è stata la vicenda legata al falso quotidiano Avanti diretto dal faccendiere e amico di Silvio Walter Lavitola. Come è noto il vero Partito socialista italiano, che grazie all’abbaglio presuntuoso di Veltroni non è entrato in parlamento, ha un suo organo stampa che niente ha a che vedere col falso Avanti dello spregiudicato amico di Silvio, ma è troppo faticoso per i giornalisti di regime starlo a spiegare. Nel link alcuni chiarimenti per chi avesse voglia di conoscere i fatti. Appresi i quali si potrà continuare ad avere le proprie opinioni al riguardo, ma almeno sapendo.
http://www.avantidelladomenica.it/site/434/Default.aspx
Di particolare interesse sull’argomento questo articolo di Giuliano Zincone sul Corriere della Sera di cui riportiamo alcuni brani:
…Nella scorsa puntata di In Onda su La 7, si discuteva della difficoltà di tenere insieme coalizioni di governo, all’interno delle quali ciascun partito desidera affermare la propria identità. Il sarcastico La Russa ha strillato che, nella cosiddetta Prima repubblica, i liberali non creavano problemi, perché si accontentavano di esserci, al governo con il loro 1%. Falso. Il Pli raggiunse il 6% nel 1963, e scelse l’antagonismo ogni volta che il programma della maggioranza non lo convinceva. I liberali si batterono contro il regionalismo e contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica, arrivando all’ostruzionismo parlamentare. Benché piccolo anche il Pli aveva le correnti, una delle quali voleva una opposizione integrale contro la Dc. … Quante bugie, quante calunnie scaturiscono dalla tv e diventano senso comune… Non si può pretendere che i conduttori siano onniscienti, però non sarebbe difficile avere una squadretta di esperti nel backstage di ogni talk show. Con l’aiuto dei motori di ricerca, potrebbero immediatamente smentire e confermare le affermazioni dei contendenti. E testimoniare, per esempio, che il Pli valeva più dell’1%.
La gente normale se ne accorge ogni giorno di più che il Paese perde colpi e non ha alcuna idea di sé e del suo futuro. Abbiamo bisogno di bilanci sinceri e pubblici, di un esame di coscienza che ci consenta di specchiarci collettivamente nella verità. La stampa di regime che occupa la scena italiana non può far parte del rinnovamento di cui il Paese ha bisogno.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

24/11/11 – Sensibilità

giovedì, 24 novembre 2011

Il prete, senza cui non vi sarebbe tirannide, è come la gramigna; se non si sradica sino all’ultimo pelo, essa si propaga subito ed invade, infetta la pianta umana che commise il delitto di non spegnerla… Nizza aveva nel 1860 un solo convento; venduta da Bonaparte ai preti, essa in dieci anni, ha partorito ventinove di codesti ricoveri di depravazione (12 marzo 1871, Garibaldi scrive a una rivista soresina)
E’ più grave la presenza di principi non accettabili nel programma politico che non nella pratica di qualche militante (mons. Crepaldi, arcivescovo di Trieste)

Che cosa è più sacrilego? Secondo il portavoce della Santa Sede l’immagine fotoscioppata di papa Benedetto XVI che bacia l’imam di Al Azhar nella pubblicità Benetton ora ritirata. In parecchi hanno ritenuto empio il comico Crozza truccato da papa che spara agli schifosi piccioni di piazza san Pietro. In tanti hanno trovato blasfemo il vero papa Benedetto XVI che riceve in regalo l’ennesimo crocefisso da B. quando ancora era premier.
E’ la sensibilità di ognuno che segna la differenza.
Qualche giorno fa Bernard Law, arciprete di santa Maria Maggiore (una delle 4 basiliche patriarcali di Roma, le altre sono san Giovanni, san Paolo, san Pietro), ha compiuto 80 anni. Naturalmente cento di questi giorni… soprattutto per l’aria di Roma. Infatti il cardinale ha un passato talmente marcio che ammorbava il cielo della città. Costretto a dimettersi da arcivescovo di Boston nel 2002 per non aver denunciato i sacerdoti macchiatisi di pedofilia, viene intronato nel 2004 nella basilica romana. Per ricambiare la cortesia del salvacondotto, nel 2005 celebrò una messa funebre in onore di Gran Premio II.
Ma le pressioni dei cattolici americani e delle vittime dei religiosi pedofili ha spinto il teocrate (sensibile?) alla sostituzione. Per la cronaca al suo posto è andato Santos Abril y Castello. Sebbene il colonnato di san Pietro non finisca con via della Conciliazione ma lambisce con le sue tenaglie tutta la città e la nazione, avere uno che copre reati in una bella basilica (che, per inciso e per non perdere il vizio, custodisce le spoglie mortali di Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas e autore di un fallito golpe), è un peso in meno per una città che è stata nella sua storia così provata dalla violenza della Chiesa cattolica (delle sue gerarchie e dei suoi volenterosi carnefici)
Se c’è una cosa che la partitocrazia ci ha insegnato, è che sono in tanti ad avere come massima ambizione nella vita quella di prendere parte ai cori che allietano il cuore della teocrazia vaticana. Una nuova vittoria elettorale a questi stessi partiti (da destra a sinistra, compresi quelli che al momento non hanno sedie in parlamento) non farebbe che aumentare ancora il numero degli aspiranti al coro, rendendoli sempre meno disposti a tollerare chi si rifiuta di cantare all’unisono.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Dal 29 novembre su La 7, Gianluigi Nuzzi condurrà Gli Intoccabili, programma di inchieste sui rapporti oscuri tra politica, economia, criminalità organizzata. Nuzzi è l’autore di Vaticano S.p.A, una serrata inchiesta sullo Ior. Il giornalista ritiene che c’è molto da indagare su questa teocrazia che prospera all’interno di Roma. Si parlerà di questo anche nel programma

21/11/11 – Cambiare

lunedì, 21 novembre 2011

Dalla distruzione di Sodoma si salvano solamente Lot, sua moglie e due delle sue quattro figlie. Ai fuggiaschi viene intimato di non voltarsi indietro, ma la moglie di Lot disubbidisce e si trasforma in una statua di sale. Sembra tuttavia aver avuto una buona ragione per girarsi a guardare Sodoma che bruciava. Due delle sue quattro figlie sono rimaste a Sodoma, sposate a uomini malvagi protagonisti del sistema corrotto di quella società. Questo drammatico racconto della Bibbia, ci mostra come in alcune situazioni sia necessario guardare avanti. Se ci voltiamo indietro quando è il momento di proiettarci in avanti, rischiamo di mineralizzarci e trasformarci in statue.

In questi convulsi e per molti versi drammatici giorni, non si dovrebbe dimenticare che gli ultimi anni partitocratrici sono stati sconciati anche dal moralismo indotto dalla trivialità dell’ex premier. Sebbene sia risultato un facile esercizio commentare le signore cooptate in parlamento e oltre (come se i loro colleghi maschi fossero stati scelti in prestigiose scuole di politica), non può essere dimenticato lo scandalo delle donne che si sono prestate, come spesso, a fare da spalla al peggior maschilismo travestito da politica. Addirittura avviando cretini dibattiti sul dubbio sentimento materno di Gelmini (già ministro dell’Istruzione) tornata al lavoro a pochi giorni dal parto. Addirittura intervistando la escort, la ragazza pentita e quella entusiasta. Addirittura elevando al rango di maestro del pensiero mogli che tardivamente prendevano coscienza dei comportamenti del coniuge. La strada del moralismo è particolarmente viscida, e si trascina via la libertà che ognuna ha di scegliere la vita che crede. Benché sia difficile condividere l’opzione di una donna che per spianarsi la strada decida di abbandonare la posizione verticale, per quanto sia improbabile che indicheremmo a modello un comportamento simile ad una nostra figlia, è ben più di un passo indietro non riconoscere l’autonomia di ogni donna, dimenticare che non esiste un modello unico di comportamento femminile e lasciarsi cadere nella misoginia giudicante. Ci vorrà parecchio per scrollarsi di dosso i bacilli del berlusconismo, ma intanto un esamino di coscienza tutto al femminile andrebbe fatto. Potranno aiutare al ripensamento le tre neoministre, personalità femminili, professioniste, classe dirigente. Sembrano essere donne – e questo indipendentemente dalle posizioni politiche e filosofiche che ognuno di noi ha – che hanno un curriculum esemplare nel loro settore, che hanno fortemente voluto la loro carriera, e che sono pure mamme e nonne così come in genere ci vogliono. Speriamo che facciano, insieme ai loro colleghi, poche cose ma serie per tutti i cittadini. E che ricordino che l’Italia è parecchio indietro rispetto ad altri Paesi dove le nostre congeneri sono premier, segretario di stato, ministri…, che abbiano presente che il governo di emergenza deve varare misure per l’occupazione femminile che ci vede nelle ultime posizioni. Sapere al governo donne che hanno studiato hanno lavorato hanno fatto fatica è incoraggiante. Certamente non è mia intenzione fare la ola ad un governo clericobancario (benché io sia favorevole al ripristino dell’Ici da cui sono stata grazie a Silvio esonerata, credo improbabile che il governo Monti sia equo al punto di far pagare la tassa sugli immobili anche alla Chiesa), ma sembra difficile pensare che le donne oggi al governo possano affermare “non sono d’accordo per gli aiuti economici alle donne sole, perché è un incentivo ad avere figli senza padre” come disse la sottosegretario al Welfare (sic) Eugenia Roccella. Appare anche improbabile che il premier Mario Monti, dal quale ci aspetteremmo una vera riforma fiscale, possa sostenere come Gianni Alemanno, incredibilmente sindaco di Roma, che “dobbiamo aumentare la pressione fiscale sui singoli e sulle coppie con pochi figli, un modo intelligente per ridistribuire i carichi fiscali più equamente, sostenendo chi investe sul futuro del paese attraverso i figli”.
Nel frattempo sarebbe auspicabile una moratoria dei talk show-chiacchiericcio appannaggio dei partiti. Magari cambiando la compagnia di giro si potrebbe iniziare a parlare di politica, che in troppi credono sia il sistema partitocratrico.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

4/10/10 – Letture (s)consigliate Saranno contenti alla Cei del continuo aumento di politici e intellettuali che spingono alla lettura della Bibbia? Incalzata da Famiglia cristiana il ministro Gelmini si è mostrata entusiasta di introdurre il libro nelle scuole, il presidente della Regione Veneto si è addirittura spinto a dire che ne offrirà una copia al patriarca di Venezia (evidentemente il politico dubita che il religioso l’abbia letta), l’assessore all’istruzione di quella Regione ne ha decretato l’obbligo di lettura a scuola, e, per ultimo, la sponsorizzazione di autorevoli intellettuali come Margherita Hack. Scartando i fondamentalismi alla veneta, cosa dire? Leggere una cosa in più è sempre meglio che una in meno. Personalmente credo che la bibbia – cioè l’antico testamento e non come erroneamente si pensa anche il vangelo detto impropriamente nuovo testamento – sia una lettura interessante, mai noiosa, con tanti personaggi femminili di gran carattere (Rachele, Ester, Miriam, Debora, Ruth…). Se si ha la pazienza e la voglia di leggere il testo in ebraico, può essere una sorpresa scoprire i suoni onomatopeici che accompagnano il racconto. E come dimenticare l’interpretazione che Freud ha dato del libro di Giobbe, l’uomo a cui succedeva di tutto perché il suo occhio vedeva Dio ma il suo orecchio non lo sentiva, in pratica lo schema dell’analisi freudiana, o le malattie di Mosè definite dal grande scienziato psicosomatiche. Insomma, una lettura che vale sicuramente prima o poi fare. A scuola si leggono l’Iliade, dove si raccontano le vicende della guerra di Troia causate dal rapimento di Elena da parte di Paride, e l’Odissea, dove vengono narrate le peregrinazioni di Ulisse dalla fine della guerra di Troia al suo ritorno in patria. Nella Bibbia si riportano le vicende del popolo ebraico, prima schiavo in Egitto e poi in movimento verso la terra promessa (che Mosè vedrà solo da lontano). Si badi, la Bibbia è libro caro agli ebrei perché narra la storia dei padri, ma non lo considerano testo religioso. Sembra però che i nostri volenterosi politici vogliano attribuire all’affascinante libro una valenza religiosa. A questo punto, chi dovrebbe aiutare gli studenti nella lettura? I bravi professori formati dalla Cei la cui materia è facoltativa e che dovrebbero limitarsi all’insegnamento del catechismo cattolico? O il professore di lettere? Ci saranno nel caso passasse l’idea dei corsi di formazione per gli insegnanti che, come la maggior parte degli italiani, non conoscono la Bibbia? Una idea come si vede impraticabile al momento, come le tante proposte estemporanee che vengono fatte con tanto di raccolta di firme e che la gente, compresi rispettabili intellettuali, sottoscrive superficialmente. Come sanno quelli che frequentano la Chiesa cattolica e il catechismo, mai si fa cenno all’Antico testamento se non per alcuni passaggi che riguardano la creazione di Adamo ed Eva. La mia conclusione è che la Bibbia non verrà introdotta nelle scuole, soprattutto per il disinteresse – e più – da parte della Cei. Sull’accidia della ministro Gelmini non sembra il caso di aggiungere, se non che dovrebbe conoscere più di altri lo stato dell’istruzione e sentirsi obbligata a proporre reali programmi di studio che permettano agli studenti di competere con i loro colleghi europei. Anche da questo episodio inerente la Bibbia, si evince che i politici italiani sono dei servi sciocchi. Vogliono omaggiare i vescovi, ma sbagliano pure i libri.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Visite consigliate

Fino al 15 gennaio – Fotografare la storia, Stefano Lecchi e la Repubblica Romana del 1849, Palazzo Braschi, Roma, da martedì a domenica dalle 10 alle 20 – Ingresso10 €

Lecchi, pittore fotografo, è a Roma dal 1849 al 1859, anni in cui realizza un reportage di guerra, fissando le rovine dei combattimenti della Repubblica romana. E’ una testimonianza dei luoghi dove Garibaldi e giovani patrioti avevano difeso la città assediata dal corpo di spedizione francese inviato a restaurare il potere papale. 35 fotografie – carte salate da calotipo – affiancate da foto scattate nel 2011 negli stessi luoghi e con le stesse inquadrature delle immagine di Lecchi .

Siti consigliati www.repubblicaromana-1849.it e www.museodellarepubblicaromana.it

15/11/11 – Autunno europeo

martedì, 15 novembre 2011

Non si può aprire un’epoca nuova nella società italiana cacciando via una sola persona. Sarebbe bello se Confindustria, le organizzazioni corporative, i media e la Chiesa cattolica che lo hanno sostenuto per anni, ricevendone un tornaconto, facessero un esame di coscienza. Nessuno chiede loro di pagare il conto di questo dissesto, ma tutti ci auguriamo che oggi non si vengano a sedere in cattedra (Marco Russo, lettera al Corriere)
Frattini, ex responsabile della Farnesina, sta organizzando un mercatino natalizio di beneficenza per disfarsi dei ricordi di viaggio… Brunetta, già ministro della P.A., ha imballato i regali. Il più brutto? Un mappamondo con la luce dentro, regalo di Confindustria… Brambilla, ex ministro del Turismo, è soddisfatta di avere reso l’Italia un paese amico degli animali  (da vari quotidiani)
“Rimettere la fermata dell’Atac in via del Plebiscito” di fronte a Palazzo Grazioli, residenza privata di B. Lo chiedono i commercianti e i passeggeri delle 18 linee strategiche per il traffico romano. La decisione di sopprimere la fermata era stata presa dal prefetto della capitale Giuseppe Pecoraro alla fine del 2009, dopo che un folle aveva ferito l’allora premier a Milano lanciandogli una statutetta. (ovunque)

Gli “omicidi del kebab” sono una serie di delitti compiuti da neonazisti ai danni di immigrati turchi verificatisi in Germania tra il 2000 e il 2007. Le indagini su due neonazisti suicidi li hanno collegati agli assassinii di nove cittadini di origine turca. Modalità che richiamano quanto successo in Italia tra il 1977 e il 1984 quando il gruppo Ludwig (Marco Furlan e Wolfgang Abel che stanno scontando appena 28 anni) uccise nel Nordest italiano 28 persone che avevano rinnegato Dio, cioè omosessuali, tossici, frequentatori di cinema porno.  Più o meno nello stesso momento in cui in Germania si diramava la notizia della conclusione della vicenda degli omicidi ai danni dei turchi, a Londra venivano arrestati 170 attivisti dell’ultradestra che volevano infiltrarsi tra i manifestanti che occupano il sagrato di st. Paul  per protestare contro lo strapotere del capitalismo finanziario. E a Varsavia gruppi di estrema destra in buona compagnia di hooligans  si sono scontrati con la polizia. E lì presto ci saranno i Campionati europei di calcio, uno sport che in genere porta in strada facinorosi di vario tipo. Nei giorni scorsi a Roma, una città che sempre più assomiglia al set di Romanzo criminale,  è stato arrestato un amico di Gabriele Sandri, tifoso laziale ucciso da un poliziotto mentre si recava allo stadio,  che aveva in  macchina  chiavi inglesi, tirapugni, martelli, sbarre… Intanto in Grecia nel governo di unità nazionale allestito per  arginare la crisi,  ha esordito un partito di ultradestra, e, sarà un caso, il Silvio dimissionato ha scelto di fare la sua prima telefonata da deputato semplice a un consesso di La Destra di Storace.
La crisi economica mondiale oltre a creare le giuste paure per i tagli economici e dei posti di lavoro, genera anche timori viscerali e miopi intolleranze, così come in Europa i gruppi che temono l’islam in modo esagerato e al limite dell’odio etnico, e che sono ostili alle migrazioni, hanno preferito non denunciare che il norvegese Breivik, che alla fine di questo luglio commise una strage di giovani socialisti sulla piccola isola di Utoya,  compì il massacro nel nome della loro causa. E preferiscono dimenticare che l’innominabile si compì nel centro dell’Europa cristiana e bianca e pura.
Ebbene, sarebbe un buon esercizio contare almeno fino a 777.777 prima di gridare all’irrazionale, magari anche vigilando sulla fanatica ultradestra che è ancora così presente in Europa e in Italia. E da noi con un bel più, grazie al volenteroso contributo della Chiesa cattolica che tanto fa contro le minoranze e le diversità.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

1/1/11 – La rivoluzione non è un pranzo di gala
3/11/11 – La rivoluzione non è un pranzo di gala (2)

11/11/11 – Antinomie

venerdì, 11 novembre 2011

Circa 8 malati di cancro su 10 hanno subito un peggioramento economico e lavorativo. Compresa la perdita del posto. E 1 su 3 teme che i tagli limitino la disponibilità delle cure anticancro innovative (Censis, indagine su 1000 malati e 700 caregiver)
Tristo chi se presenta a li cristiani/scarzo e cencioso. Inzino  pe’ le scale/lo vanno a mozzicà  puro li cani (G.G.Belli, Er merito, dai Sonetti)
8 novembre ore 18 – Il sindaco partecipa al ricevimento in occasione della ricorrenza della Festa della Beta Vergine Maria, Regina della Palestina e patrona dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro; 9 novembre ore 11 – Il sindaco interviene all’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Università Lateranense (dall’agenda del sindaco di Roma, pag. 618 televideo Lazio)

Una cosa che non si dice  più è che in questo Paese ci sono i ricchi e i poveri.  Una volta, si diceva gli sfruttatori e gli sfruttati. Linguaggio vecchio? Forse, però questo è.
I poveri, che sono la più parte della popolazione, non hanno nessuna visibilità. Qualche riga la meritano i terremotati e gli alluvionati – perché  i disastri sono nei quartieri più disgraziati – mezza riga la conquista chi muore sul lavoro. Ma se i sommersi sono stranieri non sono salvati da un paio di righe. Chi mai scrive di quei tanti che la mattina si svegliano che è ancora notte, salgono su corriere sporche e treni maleodoranti, poi prendono autobus e metropolitane piene come carri bestiame (e senza neanche avere la compassione che si riserva agli animali) per recarsi a fare lavori frustranti, faticosi, sottopagati. Chi mai scrive delle file nelle asl per prendere un appuntamento, dei troppi giovani che pietiscono per lavori risibili, dei malati poveri, delle tante donne straniere che curano gli anziani e puliscono le case mentre i loro bambini sono soli con i loro vecchi.  Ha ferito molti l’affermazione di B. (non dire gatto se non l’hai nel sacco) sui ristoranti e i luoghi di villeggiatura sempre pieni (panza piena nun crede ar diggiuno, scriveva Belli) ma è il solo volgare? Niente dobbiamo dire dei sindacati che basiscono quando muoiono le sarte di Barletta che guadagnano 4 euro l’ora? Cosa pensano che percepiscono quei tanti lavoratori che si portano a casa 600 euro al mese? Si riempiono la bocca della parola precario, ma non sono stati in grado con i loro profumati uffici studi di vedere come il lavoro si stava trasformando; e non facessero finta di camminare sulle orme di Di Vittorio, perché anche loro si sono paurosamente imborghesiti. Niente dobbiamo dire di quei cronisti che si sono battuti come leoni per rimettere sull’altare la madonnetta di gesso distrutta dai total black infiltratisi in un corteo di protesta a Roma, e non si sono spesi per i negozianti con le vetrine spaccate o i cittadini che hanno perso le automobili? Neanche un trafiletto hanno meritato questi incolpevoli disgraziati che ancora non sanno se e quando riavranno qualcosa e da chi.  Non saremmo giustificati se graffiassimo il viso a quei giornalisti di regime (anche se rimpannucciati con abiti di apparente diverso colore) che mentre un sindaco ripete che c’è il debito lasciato dai suoi predecessori e annuncia giri di vite su scuola, raccolta rifiuti, trasporti… il sedicente giornalista si dimentica di chiedere conto, prendiamo una cosa a caso, dei 4 milioni di euro per la beatificazione di Gran Premio II?  Perché la tenutaria del grande bordello, supportata dai media che si commuovono quando vedono uno svolazzar di tonaca, è abile nel far credere che aiuta gli ultimi. Grande spazio, invece che ai poveri, è stato dato all’offerta di un milione di €  dell’8 per mille agli alluvionati di Genova. Ma ci si rende conto di quanto poco è? Sebbene, e questo è doveroso riconoscerlo, la cifra è doppia a quella versata per i terremotati dell’aquilano (ai bambini però furono offerte uova di cioccolato). E tutti tacciono sul fatto che la Chiesa cattolica è un fattore di impoverimento, oltre che culturale anche economico, della società italiana. Le sbandierate mense caritas, nelle quali purtroppo aumenteranno i commensali, sono una partita di giro. Quel pranzo che domani consumeremo è stato pagato da noi, dai servizi che regioni e comuni ci hanno sottratto per concedere a loro. A Roma perfino una percentuale di 3 centesimi su ogni biglietto d’autobus venduto, cioè, un prelievo forzoso a beneficio di uno. E perché non ricordare mai che la mancanza di diritti civili danneggia soprattutto i più poveri? Cosa può fregare  al ricco che l’omosessuale povero trova indispensabile riversare la pensione al compagno/a della vita, e cosa può interessare di una assurda e inutile legge sul biotestamento, un dono dei parlamentari alla Chiesa cattolica, quando se hai i soldi puoi comprarti pure una buona morte?
L’antinomia per eccellenza è quella tra i ricchi e la gente normale, che è ormai povera.
I giornalisti di regime che vanno a lavorare tardi e trovano gli autobus (che non prendono) meno affollati, e che si danno il tu con i parlamentari, e che se si va in giro intorno a Palazzo Chigi li si vede attovagliati insieme ai politici che dovrebbero sorvegliare come cani da guardia, preferiscono fargli i cani da grembo per avere domani un programma, la direzione di una rete, di un tg, di un quotidiano. Questi benpagati professionisti (che godono anche della casagit, ottima assicurazione sulle malattie che copre perfino i funerali e il convivente di qualsiasi genere) sono un tumore maligno della società che deve essere rimosso in cambio di una informazione corretta che emancipi i cittadini.
La grande crisi che stiamo sperimentando e dalla quale per uscire impiegheremo decenni, trasformerà le nostre vite. Ma c’è nel Paese (forse) una coorte di persone più umane e sensibili, che non dovrebbe accucciarsi sulle divisioni partitocratriche, o fare calcoli se domani quello o quell’altro potrà guadagnare qualche voto in più, o ergersi a purissimi. Piuttosto sarebbe il caso di dire no alla compagnia di giro che affolla i palinsesti dalla mattina alla notte fingendo di sapere quello di cui straparla. Un no secco ai privilegiati che mangiano brioche in tempo di guerra, e maggiore attenzione a chi proverà a farci uscire dal mare di ghiaccio in cui ci siamo trascinati. Potrebbe anche verificarsi che, magari fra un decennio, anche questa fatiscente classe politica si sia dissolta.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it (o la brunetta dei ricchi e poveri)

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Segnaliamo ai curiosi lettori di NoGod questi interessanti appuntamenti:

Sabato 12 novembre alle 18 , La Civiltà cattolica, Via di Porta Pinciana 1, Roma
Presentazione del libro di Aldo Maria Valli, Storia di un uomo. Ritratto di Carlo Maria Martini. Ne parleranno Eugenio Scalfari, già direttore di la Repubblica, Bartolomeo Sorgi, gesuita, Aldo Maria Valli, vaticanista rai e autore del libro.
Domenica 13 novembre ore 10–16, Centro Bibliografico Ucei, Lungotevere Sanzio 5, Roma
Gli ebrei romani tra Risorgimento ed Emancipazione (1814 – 1914)
Tra gli argomenti trattati: Elite e società ebraica, le figure di Samuel Alatri, Crescenzo Del Monte, Ernesto Nathan; la Comunità ebraica di Roma negli anni del pontificato di Pio IX; Artisti e committenti ebrei dall’Unità d’Italia al 1914.

7/11/11 – This must be the place

lunedì, 7 novembre 2011

di Paolo Sorrentino, con Sean Penn, Frances McDormand, David Byrne

Vanessa Hessler, modella italo-americana, ultima sua fatica la Cenerentola andata di recente in onda su rai1. Nel passato Vanessa aveva avuto una relazione con il quinto figlio di Gheddafi, Mutassim, ucciso dai ribelli. Quattro anni di passione che Vanessa non rinnega e, raccontandoli a Diva e Donna, aggiunge alcune considerazioni forse un po’ ingenue, ma legittime, sul clan Gheddafi… Pareri che non sono piaciuti ai dirigenti della compagnia telefonica tedesca Alice per cui Vanessa è ben pagata testimonial. Le chiedono di ritrattare quelle dichiarazioni, ma lei rifiuta, e la licenziano. Gli eroi sono certamente altri, ma il piccolo gesto di resistenza – e vogliamo aggiungere di lealtà postuma? – di Vanessa sorprende, e non si può dire negativamente. Perché dei tanti che nel tempo sono stati alla corte di Gheddafi, e dei molti che negli anni hanno fatto affari più o meno leciti con lui piegandosi senza apparente fastidio alle sue bizzarrie, l’unica a pagare è lei, condannata per aver espresso un parere, magari con un po’ di leggerezza mediatica e senza il salvagente di sapienti elaborazioni culturali. Di tanti cortigiani abili nel dileguarsi al momento opportuno, viene pubblicamente additata solo una ragazzina, ingenua quanto si vuole, che paga per non essere stata capace – solo lei? – di riconoscere la banalità del male. Lei che, come tanti altri, ha avuto la chance o la sfortuna di vedere il male da vicino. (Maria Luisa Agnese, Corriere della Sera)

Cheyenne guarda la vita che scorre via dalla sua bella villa. Era un divo pop rock prima del suicidio di due adolescenti, forse indotto dalle sue malinconiche canzoni. Ha il cuore ferito e una moglie affettuosa. Poi gli muore il padre col quale non parlava da anni e l’evento luttuoso lo spinge a muoversi. Il padre, ebreo, era stato ristretto in un campo di concentramento non riuscendo mai né a vendicarsi né a dimenticare un soldato tedesco che lo aveva ripetutamente umiliato. Il viaggio di Cheyenne alla ricerca del nazista per vendicare il padre, è un racconto morale che fa riflettere sulla malinconia e il vuoto di senso. La consapevolezza del dolore spinge il protagonista del film a ritornare in partita. Il finale del film è aperto: forse è possibile ri-trovarsi per dare una speranza a quelli che verranno dopo di noi.
Quale deve essere il posto?
Magari il cuore che è la sede della nostra memoria.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

3/11/11 – La rivoluzione non è un pranzo di gala (2)

giovedì, 3 novembre 2011

Continuiamo a ripeterci che l’Italia non è mai stata razzista, invece il razzismo è innegabile. Vogliamo parlare dei campi di concentramento italiani in cui c’erano bambini croati e sloveni? O vogliamo fare un esempio di complicità collettiva? Dopo le leggi razziali, circa 1200 cattedre universitarie vennero tolte a docenti ebrei e assegnate immeritatamente ad altri. Uno solo rifiutò, Massimo Bontempelli… Nel 2009 siamo risultati il secondo Paese più razzista d’Europa nei confronti degli omosessuali dopo la Lituania. I siti di tifosi di calcio più razzisti sono quelli italiani… Bossi, che ha la responsabilità di aver detto cose pesanti, è ora vittima di razzismo: in rete non si fa fatica a trovare chi lo chiama “paralitico di merda”… c’è tanto razzismo contro i disabili, gli omosessuali, gli immigrati neri, gli arabi… il web è una pattumiera d’odio contro gli ebrei… ci sono on line delle canzonacce orrende del gruppo 99 Fosse (con la F) che irridono ad Anna Frank o ai bimbi inceneriti nei forni. La questione dell’antisemitismo non è al centro dei pensieri del ministro dell’Interno (Gian Antonio Stella alla presentazione dell’Almanacco Guanda, L’Italia è razzista?Dove porta la politica della paura, 25 €)
“Ad esempio le persone con le lentiggini non sono considerate una minoranza da quelle senza lentiggini. Non sono una minoranza nel senso in cui la intendiamo. Perché? Perché una minoranza si considera tale solo quando costituisce una minaccia, vera o presunta, per la maggioranza” (C. Isherwood, Un uomo solo)

Sam Harris, autore de La fine della fede, sostiene che il maggiore pericolo per il libero pensiero e la civiltà oggi sia il fondamentalismo islamico, ma che non bisogna sottovalutare il pericolo cristiano, entrambe fedi che negano la realtà tangibile, per la sofferenza che creano in obbedienza ai loro miti religiosi e per la loro fedeltà a un Dio di fantasia. Tuttavia lo studioso  è ottimista e afferma che presto guarderemo ai tempi in cui si credeva in Dio come oggi guardiamo al periodo in cui si riteneva che la schiavitù fosse normale. Ma quanto tempo ci vuole? Ed è possibile che i paesi arabi, a noi tanto vicini, non possano apprendere nulla dai nostri errori?  Dai nostri affanni e discriminazioni quotidiane?
Chissà perché molti osservatori che temono tanto (e giustamente) il fanatismo religioso musulmano, ritengono che il cristianesimo –  e la sua degenerazione più suppurante che è il cattolicesimo –  sia meno pericoloso. Il cattolicesimo, con i dogmi superstiziosi, con le ridicole esibizioni del papa vestito come il mago Otelma, è più grave perché si manifesta in paesi che, più o meno, sono democratici.  In Europa i gruppi che temono l’islam e che sono ostili alle migrazioni, hanno preferito non denunciare che il norvegese Breivik, che alla fine di questo luglio commise una strage di giovani socialisti sulla piccola isola di Utoya,  compì il massacro nel nome della loro causa.
I supercritici della zoppicante primavera araba sarebbe bene che tenessero in mente un paio di cose: alle nostre latitudini la situazione delle donne e di alcune minoranze è sicuramente più buona che negli Stati islamici, ma certo non per quello che è scritto nei rispettivi libri sacri, ma solo perché abbiamo un diverso livello di sviluppo. Oggi si incendia la sede di un giornale che ha disegnato Maometto, ieri l’inquisizione mandava direttamente al rogo le persone, e, in tempi più recenti, faceva finta di non vedere. Qualche tempo fa in Turchia (paese governato da un partito islamico moderato) la direttore di un settimanale è stata licenziata perché, in occasione del bicentenario della nascita di Darwin, mise la foto del naturalista in copertina. Ma anche nell’Occidente (non solo in Vaticalia)  autorevoli politici e intellettuali vorrebbero sostituire alla teoria dell’evoluzione il creazionismo.  Basta accendere la tv per vedere spacciate come notizie vere storie di miracolati, nei talk show sono chiamati a dire la loro dei preti che, a costo di passare per degli idioti, sostengono delle disonestà (e se a qualcuno fosse sfuggito, in uno dei momenti più drammatici per la storia italiana, nel salotto di Bruno Vespa si parlava di Lourdes).
Un paio di anni fa, quando il Tar del Lazio accolse il ricorso di associazioni laiche e fedi delle intese che si opponevano all’inserimento dell’ora facoltativa di religione nella valutazione degli studenti sentendosi lese nel diritto di imparzialità davanti allo Stato, i pensatori unici  arrivarono a parlare del carattere illiberale dell’illuminismo. Ovviamente l’illuminismo, come tutto, si può criticare, ma marchiare con idee ritenute spregiative le opinioni con le quali non si è d’accordo  è parte di una retorica che è  appannaggio della cultura illiberale e degli Stati fondati sull’intolleranza come le dittature e le teocrazie. Prima di commentare le teocrazie islamiche, sarebbe opportuno mettere un po’ d’ordine in casa propria. Da noi c’è l’ora di religione cattolica nelle scuole, in realtà facoltativa, ma che per marchingegni schifosi che ricordano i bizantinismi dell’otto per mille, è di fatto obbligatoria. A distanza di oltre trenta anni dalle  intese stipulate dallo Stato con altre confessioni religiose si rimane inchiodati al passato, quando le fedi diverse dal cattolicesimo erano, ob torto collo, tollerate. Ancora oggi sembra che chi rinuncia all’ora di religione rifiuta un pezzo dell’identità nazionale (!) diventando automaticamente uno studente da sorvegliare e magari domani un cittadino sospetto da “rieducare”. Per giustificare lo studio dell’ora di religione cattolica, in molti si adoperano nel dire che è un’ora di insegnamento di cultura comprensiva della storia delle religione e di temi etici, in questo modo aggirando quanto stabilito dal concordato che prevede che l’ora sia di insegnamento cattolico. E chi propone lo studio della storia delle religioni dovrebbe porsi quanto meno una domanda: i professori saranno sempre scelti dalla Cei? Se la situazione non fosse così grave, sarebbe interessante vedere una disputa teologica tra un dodicenne ebreo (prima di quella età gli ebrei non possono ricevere insegnamenti religiosi da estranei ma solo dai famigliari) e un professore selezionato dalla Cei.
Così combinati, noi italiani possiamo giudicare le spente primavere arabe? Potremmo, al più, dolerci per i nostri comuni dolori.
Ma, la domanda regina che dovremmo porci è: possibile che i laici abbiano un concetto così basso di sé da appaltare l’etica alle religioni? Torna utile a questo proposito citare Guido Calogero “I laici che non sanno contestare il complesso di superiorità dei cattolici, diminuiscono anche l’efficacia della propria battaglia ideale e politica… la loro modestia davanti alle fedi sminuisce il principio di laicità, l’unico che possiede quella compiuta universalità e assolutezza che le fedi pretendono per se stesse”.
E’ questo complesso di inferiorità – per me – il vero problema. E applicarlo anche all’islam al quale vorremmo inchiodare tutti i paesi arabi e anche i manifestanti della primavera, non serve a nessuno.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

1/8/11 –  Fenomeni soprannaturali
21/9/11 –  Fuoco e fiamme
1/1/11 – La rivoluzione non è un pranzo di gala

1/11/ 11 – La rivoluzione non è un pranzo di gala

martedì, 1 novembre 2011

L’abbattimento del tiranno è un caso più clinico che politico. Il potere non è abituato a ruzzolare nella polvere, anche se questo è il suo incubo. Quando succede è goffo, patetico, moccioso. Perciò diventa improvvisamente membro del genere umano. Prima, sul piedistallo, posava da statua in uniforme, spietato e impettito. Braccato dai suoi sudditi, dalle benvenute rivoluzioni arabe, chi ricorda che fu un rivoluzionario? Abbatté da soldato il trono del suo re, impose la Repubblica. Scrisse libretti verdi a imitazione di quelli rossi di Mao. Poi si ammantò di veli beduini, si trasformò in despota, in sommo sacerdote: succede nel delirio di potere. Ora tutti i capi di Stato che s’inchinarono a lui, gli strinsero la mano, corrono a lavarsela per scongiuro, per disinfettarla dal contagio del potere crollato. Nel doppiofondo di ogni potente che firmò con lui trattati con la stessa penna, si è spalancato il cunicolo dove è terminata la corsa di Gheddafi. Un brivido a serpentina nella schiena coglie tutti loro alla vista del socio stramazzato al suolo. Toccano ferro con mano sudata. (Erri De Luca, Vanity Fair)

L’ammirazione di qualche mese fa per la primavera araba sembra essersi attenuata. La grande vittoria del partito degli islamici moderati in Tunisia, ha creato allarme nell’Occidente che si è mostrato sorpreso che quei paesi vogliano riscoprire le loro radici musulmane. Non tranquillizza che i leader affermino che democrazia e religione potranno convivere così come accade in Turchia, e inquieta moltissimo il caso della Libia e i molti riferimenti alla legge islamica. Eppure in molto nord del mondo, e noi vaticaliani dovremmo essere gli ultimi a sorprenderci, Stato e Chiesa non sono compiutamente divisi. A lungo si è discusso se inserire le radici cristiane nel trattato costituzionale dell’Europa (e dobbiamo ringraziare soprattutto i francesi e il presidente Chirac in particolare, per aver stoppato il surreale dibattito), e il presidente americano giura sulla bibbia senza che ci si scandalizzi per il gesto feticista. Non si comprende perché l’occidente si debba stupire che quel mondo non voglia rinunciare alla propria religione, sembra quasi che nella condanna ci sia una forma di colonialismo (cristiano?). Importanti commentatori italiani che stanno col dito alzato sulle scelte di quei paesi e che sembrano patire già la nostalgia per la stabilità perduta pagata da quei popoli con la dittatura, non si accorgono della deriva addirittura pagana (che ha toccato l’acme nei giorni scorsi con la questione della madonnina di gesso rotta da un gruppo di total black e che ha fatto passare in secondo piano le vere devastazioni compiute dai facinorosi) che sta prendendo la nostra società. Tornando alla primavera: è evidente che quando si deve ricostruire uno Stato, spesso con situazioni economiche dure, la strada è lunga e complessa. I movimenti islamici moderati avranno un grande peso grazie alla parziale democratizzazione, le minoranze avranno vita dura, i giovani, le donne, tutti quelli che hanno manifestato per il cambiamento e per amore di una compiuta democrazia, avranno una vita difficile, Israele sarà ancora più un capro espiatorio… certo molto conterà l’atteggiamento che terrà l’occidente. Ogni primavera ha le sue incertezze, ma prima o poi l’estate arriva.
Da parte nostra possiamo fare gli auguri a questi paesi sapendo che raggiungere il livello di sviluppo e democrazia è strada impervia. Purtroppo siamo lontani dall’aver raggiunto quel livello che pure appartiene a paesi come noi europei ma che hanno saputo sciogliersi dal giogo del cristianesimo – noi paghiamo il prezzo di non avere ancora abbattuta la breccia di porta pia – e hanno classi dirigenti più colte e curiose del mondo in movimento.
Nel frattempo alla Camera è ripresa la discussione sulla legge anti-burqa. Il testo presentato dalla maggioranza dice che sarà vietato qualsiasi indumento che renda difficoltoso il riconoscimento utilizzando abiti e accessori di ogni tipo, compresi quelli di origine etnica e culturale, a meno che non ci sia un giustificato motivo per farlo. Così formulata la norma non potrà mai avere una applicazione, perché chiunque potrà dire che sta morendo di freddo e indossa il passamontagna, oppure segue un precetto religioso e indossa il burqa. Tanto rumore per nulla! Come al solito la maggioranza che si occupa solo di pancia mette in campo questioni ad effetto. Un modo sensato di ragionare sarebbe rispolverare il principio di laicità che aiuterebbe a stilare regole e norme certe per tutti.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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5/8/11 - … i membri della commissione Affari costituzionali hanno dato il via libera per la eventuale trasformazione in legge, di un provvedimento che proibisce l’uso di burqa e niqab* nei luoghi pubblici ma con l’eccezione di alcuni casi particolari. Previsto il carcere e niente cittadinanza per chi costringe le donne a indossare il velo, introducendo così un nuovo reato. In Italia, come è noto, esiste una legge che vieta di coprirsi il volto in pubblico per ragioni di sicurezza, ed è la 152 del 1975. Per mostrare che esistono, i volenterosi membri della Commissione hanno modificato l’art. 1 del testo esistente, aggiungendo a “celare il volto”, le parole “anche con indumenti etnici e culturali come il niqab e il burqa”. I superficialissimi membri della Commissione ritengono che queste cinque parole siano un passo avanti verso l’integrazione, un gesto di libertà nei confronti delle donne. Le persone più imbarazzanti della politica italiana come Santanchè, ne rivendicano la primogenitura. Tra le mille e più cose che l’opposizione poteva dire, si è limitata ad un generico il burqa non lo indossa nessuno, il che francamente è una cosa stupidissima da dire anche se, per il momento, vera. Speriamo ma non contiamo che siano più preparati quando il provvedimento arriverà in aula forse ad ottobre. Ad esempio, perché non accelerare la pratica della cittadinanza che potrebbe essere l’unico baluardo per proteggere le donne da retaggi di culture diverse dalla nostra?** E siamo certi che il Parlamento non abbia niente di importante da fare sulla dignità delle donne anche italiane? Evocare l’islam invece è più facile e può portare qualche voto sollecitando la pancia degli islamofobi, intrisi a tal punto dal germe del cattolicesimo di ritenersi superiori a tutto e tutti. Chi è sicuro della propria identità e integrità non teme certo una religione, ma piuttosto la teocrazia e il non rispetto delle leggi uguali per tutti. (E, giova ripeterlo, non è previsto che in Italia si possa circolare col volto coperto)Tiziana Ficacci, www.nogod.it

*Il burqa, particolarmente usato in Afghanistan, copre completamente il corpo femminile dalla testa ai piedi, incluso il volto, con una griglia di tessuto all’altezza degli occhi. Il niqab è un tipo di velo integrale molto utilizzato nei Paesi del Golfo. Esiste in diversi stili e lunghezze, copre il capo e il volto ma non gli occhi.
** Tra l’altro acquisizioni recenti per l’Italia. Nel 1963 viene abolita l’esclusione delle donne dal lavoro negli uffici pubblici; nel 1966 cancellato il reato di adulterio che puniva le donne con due anni di carcere; nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia che stabilisce la parità tra marito e moglie, abrogando la patria potestà e la potestà maritale; nel 1981 è abolito il delitto d’onore che puniva con la carcerazione da tre a sette anni il marito “offeso”; nel 1996 viene riconosciuta la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale.