Archivio di ottobre 2011

12/10/11 – Concordato (ripetere giova)

mercoledì, 12 ottobre 2011

Il 16 novembre 1922, presentando alla Camera la propria compagine ministeriale, Mussolini pronunciò parole assai chiare sui diritti riconosciuti dal governo alle varie religioni: “tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il cattolicesimo”.  Il 22 novembre il sottosegretario alla Pubblica istruzione Dario Lupi dispose la ricollocazione del crocefisso , definito il simbolo  della religione dominante dello Stato, in tutte le aule delle scuole elementari dalle quali era stato rimosso. Come venne osservato con soddisfazione, in meno di un quinquennio il crocefisso tornò al Colosseo, sul Campidoglio, nelle scuole, nelle caserme, nei tribunali, negli uffici pubblici, e, sull’esempio di questi, in moltissimi uffici privati.  Un mese dopo, il 26 dicembre 1922, il nuovo ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile annunciò che intendeva fare dell’insegnamento della religione cattolica “il principale fondamento del sistema della educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano”.  In quel momento il governo era di coalizione;  né totalitario né dittatoriale”.( Michele  Sarfatti, storico)

I patti lateranansi firmati nel 1929 tra Mussolini e Pio XI (rappresentato dal cardinale Gasparri), oltre a garantire alla Chiesa la libertà spirituale e il suo governo, stabilirono che lo Stato pagasse una forte somma a risarcire ciò che era stato perso con l’Unità d’Italia, concessero una porzione di Roma, il Vaticano, permisero il riconoscimento civile del matrimonio religioso, accordarono l’insegnamento religioso nelle scuole e il riconoscimento giuridico degli ordini religiosi. Inoltre lo Stato si faceva carico di molte spese, la congrua, concesse un vero stipendio statale ai preti nell’esercito e nelle scuole (pure oggi sono scelti dalle diocesi e retribuiti dallo Stato).
Finito il fascismo e nata la Repubblica venne inserito nella Costituzione (1948) l’art. 7,
L’Articolo Sette/Togliatti ce lo dette/Guai a chi ce lo toglie/Dice al marito la moglie (Mino Maccari)
di fatto una conferma dei patti siglati dal duce. I democristiani per un ricambio generoso all’aiuto avuto, i comunisti perché volevano mantenere la pace religiosa.
Siamo profondamente convinti che la pace religiosa è un bene altamente apprezzabile, ma per noi la garanzia della pace religiosa è nello Stato laico, nella separazione delle responsabilità e dei poteri… La Repubblica che andiamo fondando avrà un senso e un significato se continuerà, superandolo, il Risorgimento, non si tornerà indietro su quello che è stato acquisito dal Risorgimento. Noi stiamo tornando indietro, cosa di cui siamo preoccupati come socialisti, ma soprattutto come italiani (Pietro Nenni – dal discorso dell’Assemblea costituente del 27 marzo 1947)
Il comunismo clericale diventa letteratura con Giovannino Guareschi
“Si era ormai a Pasqua: radunati in sede tutti i capoccia del capoluogo e delle frazioni, Peppone stava sudando come un maledetto per spiegare come i compagni deputati avessero fatto benissimo a votare per l’approvazione dell’articolo 7.  Prima di tutto è per non turbare la pace religiosa del popolo, come ha detto il Capo, il quale sa benissimo quello che dice e non ha bisogno che glielo insegniamo noi. Secondariamente per evitare che la reazione sfrutti la faccenda piagnucolando sulla triste storia di quel povero vecchio del papa, che noi cattivoni vogliamo mandare ramingo per il mondo… perché il fine giustifica i mezzi e  per arrivare al potere tutto fa brodo. In quel preciso istante la porta dello stanzone si spalancò ed entrò don Camillo con l’aspersorio in mano, seguito da due chierichetti col secchiello dell’acqua santa e la sporta per le uova. Senza dire una parola, don Camillo si avanzò di qualche passo e asperse d’acqua santa tutti presenti  …e fece il giro  ficcando in mano a ciascuno dei presenti un santino. E fu come se fosse passato il vento stregato che fa diventare di sasso la gente. A bocca aperta Peppone guardò sbalordito il santino che aveva tra le mani, poi guardò la porta, indi esplose in un urlo quasi disumano: Tenetemi o l’ammazzo”(Giovannino Guareschi, La Bomba,  da Don Camillo)
Nel 1957 la rivista Il Mondo diretta da Ernesto Rossi avanzò la proposta di abrogare il concordato attirandosi proteste del mondo cattolico e non solo.  Successivamente la questione è stata ripresa solo da Pannella.  Una consistente parte del partito socialista (in particolare Lelio Basso) , i repubblicani (Giovanni Spadolini) alcuni indipendenti (Ferruccio Parri) chiedevano almeno una revisione, soprattutto per la questione dell’incongrua e anticostituzionale (già dal 1948) dicitura di “unica religione di Stato”, i finanziamenti e la scelta degli insegnanti nelle scuole. Ma il fronte laico non riuscì mai a compattarsi perché la maggioranza dei parlamentari composta da democristiani e comunisti temevano come la peste di alienarsi la Chiesa. Oltre a Il Mondo, anche il Corriere della Sera  nel 1977 fece grandi campagne giornalistiche sui privilegi economici della Chiesa.  Fiorirono in quel periodo commissioni di studio, bozze di revisione… ma la Chiesa aveva alleati – come si dice oggi bypartisan – in Parlamento.
Nel 1984 il Presidente del Consiglio Betino Craxi insieme a Giovanni Paolo II (rappresentato da mons. Casaroli), siglarono un accordo di modifica del Concordato. Venne votato da tutto il Parlamento con l’astensione dei liberali e il voto contrario dei radicali e del Pdup.  Fu un compromesso, probabilmente molto al ribasso, Craxi disse che era solo un primo gradino, ma ad oggi il secondo ancora non è stato salito.  Si abolì  con quella firma l’assurdo riferimento al cattolicesimo come unica e sola religione ufficiale (che tante umiliazioni costò ai bambini e adolescenti (e loro genitori) che dovevano passare attraverso le forche caudine del preside e degli insegnanti per essere esonerati dall’insegnamento cosa che li esponeva alla gogna dei bambini (e dei loro genitori) nati con lo stigma del cattolicesimo). Si abolì la congrua sostituita dal volontario 8 per mille, si stabilì una maggiore autonomia nel diritto di famiglia. Ma il veleno, si sa, è nella pratica. Dopo un primo anno in cui i liberi contributi dell’8 per mille scarseggiavano, si ricorse ad un meccanismo truffaldino (messo a punto da Tremonti, noto tributarista chiamato per una consulenza al ministero delle Finanze da Rino Formica), la soppressione dell’obbligo dell’ora di religione costrinse a inserirla facoltativa perfino nella scuola materna (!) e sempre durante l’orario scolastico, si stabilì che le scuole private cattoliche avessero un trattamento scolastico come quelle statali , ma senza rendere nessun conto allo Stato,  si concessero privilegi ad enti religiosi che dichiaravano di svolgere un servizio sociale. Via l’Iva su terreni, fabbricati e via soprattutto la tassa di successione. Inoltre, sulla schiena dello Stato anche gli oneri per la costruzione e la manutenzione di edifici di culto, per la tutela del patrimonio artistico gestito da enti e istituzioni ecclesiastiche.
Veniamo all’oggi. Nel 2007 l’Ue ha chiesto spiegazioni all’Italia sull’eccesso di  privilegi della Chiesa in materia fiscale,  sollevando un polverone tra le gerarchie ecclesiastiche e la partitocrazia.
Nell’ultimo ventennio in modo incrementale sono stati introdotti nuovi favoritismi: l’esenzione Ici e Ires, nuovi finanziamenti alla editoria cattolica, convenzioni privilegiatissime nel settore sanitario.
Ho sempre inteso e sempre chiaro fummi/Che argento ch’a lor basti non han mai/O veschi, o cardinali, o pastor summi (Ludovico Ariosto, Satire,1534)
Nel 2011 (irpef 2010) la Chiesa cattolica con l’8 per mille ha raccolto 1.118 milioni di euro. E’ noto che la volontarietà dei contribuenti è apparente, perché è il 35% dei contribuenti che attribuisce l’8 alla Chiesa cattolica. Poi ci sono i 360 milioni per gli stipendi degli insegnanti dell’ora di religione, 460 milioni per il culto pastorale, 235 milioni per interventi caritativi, 700 milioni versati da Stato e enti locali per le convenzioni (scuola e sanità).
Venite, la celebre,
La santa Bottega,
A prezzi di fabbrica
Vi scioglie, vi lega,
Fa spaccio di meriti,
Cancella peccati…
Venite! I solvibili
Saranno beati!
(Olindo Guerrini, In morte di un reverendo strozzino, 1877)

Naturalmente questo accade solo in Italia. In Spagna esiste un meccanismo simile all’8 per mille, ma le quote non espresse rimangono nelle casse statali. In Germania c’è nel modulo delle tasse la possibilità di dare il 9 per mille a qualsiasi religione, nel resto dell’Europa i contributi volontari alle religioni sono slegati dalle tasse che i cittadini versano allo Stato. Nella manovra economica nessun contributo è stato richiesto dallo Stato alla Chiesa cattolica.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

10/10/11 – L’illazione

lunedì, 10 ottobre 2011

A Roma i lavori della metro B1 navigano a vista. Se e quando ci sarà, una delle stazioni si dovrebbe chiamare Annibaliano come la piazza in cui verrà aperta la stazione. E’ la prassi adottata per la linea B ed A (Lepanto per l’uscita in via Lepanto, Spagna per piazza di Spagna, Bologna per l’uscita in piazza Bologna,  san Paolo Basilica per l’uscita a san Paolo…). Ma un comitato di solerti cittadini ha fatto sentire la sua voce all’assessorato alla Mobilità per titolare la stazione a sant’Agnese, giacché in quell’area c’è il complesso archeologico di santa Agnese. Vero naturalmente, il complesso archeologico esiste e sarà visibile proprio accanto all’uscita della seconda stazione della metro B1. E’ probabile che il comune di Roma accoglierà la richiesta complicando la vita di quanti si muovono per la città avendo come riferimento la toponomastica. Chissà se il primo sindaco postfascista di Roma accetterebbe una eventuale modifica del nome della fermata Piramide (perché c’è la piramide Cestia) in “9/10 settembre ’43, resistenza militare ai nazisti” che lì combatterono il nemico

Qualche giorno fa i due giovani Amanda e Raffaele sono stati assolti per insufficienza di prove dall’omicidio della loro amica Meredith uccisa durante un gioco erotico fra più persone. Prontamente gli scalmanati di B. hanno gridato al pessimo lavoro dei giudici (ma non anche di chi ha svolto materialmente le indagini, ris in testa, che ha commesso errori grossolani) tentando di assestare un altro colpo a questa categoria. Tanto ridicolo zelo accusatorio attira le simpatie su questa classe, ma è possibile che il parere debba presto essere rivisto. Prima o poi B. non farà più parte della nostra vita – ma i colpi di coda saranno ancora violenti e provocheranno dolore al Paese – e per allora dovremo essere pronti a ricostruire mattone su mattone il pensiero libero che in questa eterna seconda repubblica è stato distrutto. A cominciare dalle ingerenze vaticane invocate e chiamate doveroso monito, passando a dire che la nostra Costituzione è la più bella del mondo (compreso l’articolo 7 immagino).
E’ probabile che è stato programmato per aiutare la veemenza  antigiudici del capo, ma credo che dovrebbe essere accolto con interesse il film diretto e interpretato dal musicista Lelio Luttazzi che sarà presentato il 30 ottobre al Festival del cinema di Roma (e la stessa sera in tv su Rai5).  “L’illazione” racconta la vicenda giudiziaria del garbato showman, accusato nel 1970 di essere uno spacciatore di droga, errore che lo portò in prigione per 27 giorni ma che determinò negativamente la sua carriera oltre che la sua vita.  Il film, girato nel ’72, racconta le vicende di un gruppo di persone  tra cui un giudice, che, attraverso conversazioni informali, imbastisce un processo kafkiano contro un medico che da vittima di lettere anonime si ritrova ben presto sul banco degli indiziati. L’attore Luttazzi che ne film interpreta il medico, si rivolge al giudice accusandolo di costringere le persone a vivere in un dubbio perenne, sentendosi rispondere dal  giudice che la giustizia energica e severa serve al popolo che deve essere tutelato. Il caso Luttazzi nacque da una intercettazione telefonica, il che renderà difficile la serena lettura di questo film, che magari sarà anche un’operina banale,  ma che dovrebbe farci riflettere che una reale riforma della giustizia andrebbe affrontata. Fermo restando che nessuna riforma può essere affrontata da B. – che specula sulle intercettazioni che sono indispensabili per ogni indagine (anche se non possono essere il solo strumento di indagine) e che non ha accuse fesse come quelle del povero Luttazzi – e dal suo governo al quale manca qualsiasi tipo di equilibrio e senso dell’equità e delle istituzioni. Ma anche dovrebbe farci pensare a quanto sia pericoloso il giustizialismo che oggi per alcuni è l’unica voce nell’agenda politica. Lelio Luttazzi , morto a luglio dello scorso anno, scrisse dopo la sua detenzione il libro Operazione Montecristo, dal quale Alberto Sordi trasse Detenuto in attesa di giudizio, forse il suo film migliore come regista.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Vittorio Pezzuto, APPLAUSI E SPUTI, Le due vite di Enzo Tortora, Sperling & Kupfer, € 15
Uno degli episodi più indecifrabili della (in)giustizia italiana è quello che ha riguardato Enzo Tortora. La sua vita è raccontata in questo bellissimo libro di Vittorio Pezzuto. Gli inizi alla Rai dove – sembra assurdo oggi – entrò attraverso un regolare concorso. Dopo le cronache per la radio del Giro d’Italia, alternate col noioso lavoro all’ufficio propaganda e sviluppo nella sede rai di Torino, viene finalmente notato e promosso al piccolo schermo come presentatore, insieme alla Pampanini, del programma Primo applauso, una sorta di concorso per nuovi talenti in cui nasceranno artisticamente Adriano Celentano e Giorgio Gaber. Carattere tosto, Tortora entra facilmente in conflitto con i dirigenti rai che inciuciano sui risultati dei quiz per portare in alto la posta. Viene esiliato per tre anni alla tv svizzera. Nel frattempo si sposa per la seconda volta e ha le due figlie Silvia e Gaia. Nel 1965 la sua popolarità è enorme grazie alla conduzione de La Domenica Sportiva che smette di essere un arido bollettino dei risultati per diventare un divertente e garbato caleidoscopio che mescola attualità e spettacolo, calcio e sport meno popolari, spezzoni di filmati e dichiarazioni in diretta dei protagonisti. Sarà il primo a comparire in tv con un piede ingessato, sarà il primo che rifiuterà lo scoop del pianto facile, evitando di dare in diretta la morte di un calciatore perché la mamma non era ancora stata avvertita. Contemporaneamente collabora a La Domenica del Corriere, fa spettacoli per i detenuti, duetta con Mike Buongiorno e l’esordiente Pippo Baudo e, soprattutto inventa Portobello un programma innovativo che conquista il pubblico. Il successo del programma è talmente grande e popolare, che cominciano ad arrivargli pesanti accuse che lo dipingono come un reazionario. Su Albo TV un lettore gli scrive che usurpa in video il posto che potrebbe essere meglio occupato da Dario Fo e che lui è un fascio. Tortora gli risponde: “circa il panorama ideologico del mondo dello spettacolo mantengo le mie più vive riserve. Io rispetto tutti, ma eccoci nel 1945: il fascismo muore sotto i colpi degli alleati e dei partigiani veri. Ma Dario Fo passava il tempo fra i famigerati paracadutisti di Salò. Io, studente, sparavo come un fesso contro i fascisti nella liberazione di Genova. Fu un caso dunque che non ho impallinato i suoi idoli. Ma ora basta di avvelenare il paese con queste buffonate”. Carattere e sicurezza della propria storia! Tutto bene? No, perché l’inferno si prende Tortora nell’83. L’arresto, le manette in diretta, una accusa pesantissima: associazione per delinquere di stampo camorristico. Fanno il suo nome un gruppo di pentiti: prima tre, poi otto, infine ben trentadue testimonianze contro di lui. Le prove sono fiacche, le dichiarazioni contraddittorie, ma la giustizia italiana evitava, allora come oggi, di fare indagini, affidandosi solo ai pentiti (ieri) e/o alle intercettazioni telefoniche (oggi), e il risultato fu sette mesi di carcere. Il liberale Tortora trova l’appoggio dei radicali. Dichiarerà: “ero liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito”. I radicali lo fanno eleggere al Parlamento europeo, ma il bisogno di giustizia e il senso di equità, lo portano a dimettersi dalla carica rinunciando all’immunità. Sotto processo per due anni, fino all’86, quando finalmente il tribunale di Napoli lo assolve e apre un processo per i pentiti che, vigliacchi, provano a chiedere uno sconto di pena. Venerdì 20 febbraio 1987, 12 milioni di spettatori guardano  Enzo Tortora che inizia il nuovo ciclo di Portobello  che esordisce con un “Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche: una me la consentirete. Molta gente ha vissuto con me e ha sofferto con me in questi anni. Molti mi hanno offerto quello che potevano, per esempio hanno pregato per me e io questo non lo dimenticherò e li ringrazio tutti. Un’altra cosa dovete consentirmi di aggiungere. Sono qui per parlare a nome di chi parlare non può. E sono molti, e sono troppi…” Solo allora parte la sigla. Il tempo a disposizione di Tortora non è tanto, dopo solo due anni un tumore se lo porta via, nel maggio dell’88.

Nel 1987 si svolge il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, destinato come molte cose italiane buone a finire nella spazzatura. Dopo il successo del referendum popolare l’Associazione nazionale magistrati  sostenne che il risultato segnava una paurosa involuzione democratica tesa a neutralizzare l’azione dei magistrati. I giudici che allegramente colpirono un uomo noto, hanno continuato le loro balorde carriere.
Il resto è l’oggi, dove alcuni giudici (ovviamente non la maggioranza che rispettiamo), credono di essere ai tempi dell’inquisizione. Magari mettendo sotto schiaffo la valletta che ha tirato un po’ di coca (che non è reato) per sputtanarla sui giornali di Silvio che in questo caso non ha niente da dire sui giudici.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

7/10/11 – Fare il punto (2)

venerdì, 7 ottobre 2011

Fra le reazioni sfuggenti del centrodestra alle parole del card. Bagnasco sui politici che “ammorbano l’aria”, un colpo di genio l’ha avuto Maurizio Sacconi: “Nel breve i parlamentari che apprezzano il suo messaggio sanno di dover concorrere alla definitiva approvazione della legge sul fine vita”. Tiè, sempre perfido Sacconi. Che ama mettere in un vicolo cieco, i suoi interlocutori. Come nella barzelletta sulle monache, alle quali bastava dire no per non essere violentate. Peccato che a tutti noi, con la legge in questione, non basterà aver detto no, perché lo Stato rinunci a violentare la nostra scelta. Ma questo è un vicolo cieco, un cul de sac che non interessa Sacconi (Balthazar, Cattivi pensieri)
Sotto Palazzo Grazioli, la residenza romana di B., nessuno può più sedersi né appoggiarsi alle fioriere per ragioni di sicurezza. Lo spiegano i funzionari che l’anno scorso hanno soppresso prima il parcheggio destinato ai residenti, poi anche le fermate dell’autobus (18 linee). Una piccola zona rossa intorno alla quale sta crescendo il furore dei cittadini ai quali viene perfino impedita la sosta per scaricare la spesa. Solo le auto blu hanno diritto al parcheggio e di notte bivaccano a decine, controllate da agenti di polizia e carabinieri trasformati in posteggiatori. I quaranta Big Jim della guardia presidenziale fanno i duri con i passanti. Tengono quel che resta del premier in un vuoto d’aria, curando che nei trasferimenti non incappi mai in clamorose contestazioni… (Pino Corrias, Vanity Fair)

Qualche anno fa il regista Moretti, che a voce alta disse l’ovvio affermando che con gli attuali leader non si sarebbe mai cavato un ragno dal buco, fornì di esca una serie di manifestazioni che sembravano poter smuovere quel monolitico piombo dei partiti. Quel movimento morì strozzato quando a circondare i palazzi del potere insieme alla gente comune apparsero i potenti segretari di partito, i deputati, i senatori. Appena ieri (13 febbraio) sebbene su un appello discutibile (basti ricordare il richiamo alla coscienza religiosa della nazione) donne di diverse età e culture riempirono le piazze. Ma le manifestazioni erano piene di segretari di partito che si buttavano in braccio ai giornalisti (soprattutto della rai che, si sa, è una pertinenza di palazzochigi) che per qualche ora sgrullarono quell’albero per coglierne i frutti con la loro risibile immagine spiattellata sugli schermi all’ora di cena. Per non dire del popolo viola che è praticamente guidato dal capo ufficio stampa dell’Idv. Anche le associazioni omosessuali non sono riuscite a portare a casa niente, neanche (ed era una piccola cosa) l’aggravante nei reati per omofobia. E’ probabile che il motivo di tanta scarsezza di successo, oltre che di capacità di indignazione durevole, sia determinata dalla inadeguatezza di spogliarsi da ideologie vecchie e superate che allignano a destra e sinistra e si incardinano in formazioni partitiche. Invece nelle grandi capitali dell’Occidente assistiamo alla nascita di movimenti trasversali per età e cultura, che vogliono confrontarsi con i potentati dell’economia di mercato. Non sono espressioni folcloristiche, ma contestazioni che segnano passaggi epocali.
E’ deprimente che per disturbare la tranquillità degli inquilini dei palazzi del potere italiano sia dovuto intervenire un “padrone” che ha interpretato il buon senso di quella imprenditoria saldamente radicata sul territorio. Ebbene, dopo quella lettera critica a tutta pagina sui grandi quotidiani deputati e deputatesse hanno sentito la necessità di rispondergli piccati (Bindi che è stata al governo con Mastella gli ha rinfacciato di essergli amico, La Russa gli ha dato dello scarparo che deve comprarsi le pagine per farsi sentire, e tutti gli hanno detto di scendere in politica se vuole parlare). Ebbene, questi campioni della democrazia con infinite legislature alle spalle, se si fossero presi lo scomodo di fare un po’ di spesa al supermercato, o fossero saliti qualche volta su un autobus, quelle cose di senso comune le avrebbero sentite dire dai cittadini.
E visto che ci occupiamo – modestamente con questo piccolo sito – di comunicazione, basta con questi talk show con pochi argomenti, con sempre gli stessi reiteratamente invitati nelle medesime trasmissioni. Sarebbe, secondo me, l’ora di dare un calcio a questo morbo che è nato nella politica e si è esteso a tutto il Paese – e che ha annientato il libero pensiero, o meglio il pensare autonomamente – di dividersi in fronti contrapposti, prendere posizioni pro o contro, da una parte o dall’altra, che ci costringe a cantare in cori. Cori stonatissimi .

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

5/10/11 – Fare il punto

mercoledì, 5 ottobre 2011

La vecchia zitella ha i suoi benefici. Può andare, venire, discorrere, scrivere, partire, ritornare. Può vestirsi come le pare, ricevere visite quando vuole e godere di una libertà d’azione che non hanno le signorine. Maritarsi è un bene. Ma è anche un male. Non maritarsi è un male. Ma anche un bene (Matilde Serao)
“La patonza deve girare” sarà forse l’unico programma politico che un giorno connoterà il governo di Berlusconi. Patonza è uno dei sinonimi volgari dell’organo genitale femminile, una sineddoche per indicare una donna appetibile dal punto di vista sessuale. Nel dizionario delle “brutte parole”, la paranza sta tra la patata e il pelo. Il pelo rimanda a un altro programma politico, quello di Cetto La Qualunque “cchiù pilu pi tutti” (Aldo Grasso)

Adesso a parlare di femminismo c’è il rischio che qualcuno ti definisca oltre che ridicola anche passatista antiquata ecc. ecc. E invece sarebbe proprio il caso di rispolverarlo quel femminismo che ci insegnava che le donne non si devono strumentalizzare mai. Specialmente tra donne.
Fermo restando che l’obiettivo di mandare via un premier sempre più simile al dittatore dello stato libero delle banane è più che lodevole, e sorvegliare il potere anche nei suoi comportamenti privati è un canone della democrazia, tirare dentro le ragazze di Silvio con nomi cognomi abitudini travestimenti ecc ecc, giudicandole, è inaccettabile. Il premier, un qualsiasi premier, non può consentirsi simili comportamenti e sarebbe normale in qualsiasi angolo di mondo che si presentasse dai pubblici ministeri e che, soprattutto, si dimettesse per il bene del Paese. E non certo per lo stile di vita condannato dal cardinale Bagnasco. Sappiamo bene che a quel trombone per purificare l’aria non gli basta un Silvio più composto, ma punta sui nostri letti, quelli dove ci divertiamo e quelli dove ci ammaliamo.
Ma torniamo alle ragazze. Le giovani, non sprovvedute, non povere, non sfruttate, laureate e spesso “di madre lingua straniera”, hanno partecipato ad uno scambio. E torniamo al femminismo che ci ha insegnato a riconoscere l’autonomia di ogni donna, perché non esiste un modello unico di comportamento femminile. Basisco al pensiero che giovani fanciulle scelgano di vendere il loro corpo, ma mi rifiuto di cadere nella misoginia.
Piuttosto mi piacerebbe vedere un colpo di reni da parte delle (poche) donne della classe dirigente del nostro Paese, che rimangono inerti quando l’Ue comunica che tra i 27 paesi siamo i penultimi per l’occupazione femminile. Che l’agenda di Lisbona che fissava un obiettivo minimo di 60% di donne al lavoro vede l’Italia inchiodata al 46%. Che prendessero atto che le donne non sono libere di avere figli perché solo 9 bambini su 100 trovano il posto all’asilo. Che anche quando le donne sono bravissime – e lo sono, basti il dato che su 100 laureati 65 sono donne – la carriera è ostacolata perché le valutazioni che danno gli uomini (purtroppo ai vertici ci sono quasi sempre loro) non sono legate al merito ma alla giovane età e alla bellezza.
Se si continua a fare così le pesce in barile prima o poi il bunga bunga di Silvio va nel dimenticatoio, ma ci toccherà sorbirci quello di qualcun’altro.
Ma torniamo a noi. Per le cinquantenni (ahimè, quanto tempo è passato! Ma alcuni momenti sono stati belli) che hanno vissuto quel momento indimenticabile del femminismo, dove indipendentemente dall’età dalla cultura dall’appartenenza ideologica e politica si era sorelle, rappresenterebbe una grande chance trasmettere alle nostre figlie quello che ci ha insegnato il femminismo: la compattezza di genere. Questo è il punto fermo per infrangere gli ostacoli posti dalla complicità tra maschi. Purtroppo capita spesso che le donne che riescono a imporsi per le loro capacità invece di promuovere le altre, quelle rimaste indietro, se ne dimenticano, come se temessero una concorrenza. Le donne che perdono la memoria delle donne, anche in politica e nei diversi schieramenti, prima o poi ci rimettono.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

I neutrini di dio.

martedì, 4 ottobre 2011

L’ipotesi che la velocità della luce non sia un limite invalicabile viene strumentalmente utilizzata su l’Avvenire per criticare lo “scientismo” e rilanciare surrettiziamente l’immaginaria entità soprannaturale chiamata “dio”.  La risposta del blog “scientista” Galileo. LEGGI

3/10/11 – Er più

lunedì, 3 ottobre 2011

La lumachella de la Vanagloria/ch’era strisciata sopra n’obbelisco/guardò la bava e disse: già capisco/che lascerò n’impronta ne la storia (Trilussa)
Solo nell’ultimo mese il Comune di Roma ha dato l’ennesimo patrocinio a manifestazioni della estrema destra neo fascista, prima ospitando in Campidoglio le associazioni della X Mas e repubblichini (per il secondo anno consecutivo) per un riconoscimento di due marò, poi ha sponsorizzato l’iniziativa di un gruppo dell’estrema destra in memoria di uno dei più famigerati antisemiti del XX secolo Céline, scrittore francese che già negli anni ’30 teorizzava lo sterminio ebraico. (A. Perugia, rubrica La voce dei lettori, SHALOM, settembre 2011)
Sul Colle capitolino la storia è complessa e imbarazzante. Un’altra delle anomalie della democrazia italiana. Sono vicini a noi? La risposta sembrerebbe affermativa, ma quanto sincera o dettata dal bisogno di avere una calda coperta ebraica? (A. Di Consiglio, rubrica La voce dei lettori, SHALOM, settembre 2011)
Quando i topi escono dalle fogne, vengono accecati dalla luce del sole

Proseguono le passeggiate per stabilire quale parte di Roma godrà delle colate di cemento per le Olimpiadi. Nonostante il piano regolatore le zone prescelte per il momento sono altre. Pare però che sia stato graziato il galoppatoio di Tor di Quinto per la sua unicità. Pescante del Cio, ha avvisato il sindaco che la città favorita è Istanbul. Non domo Alemanno si è spinto a lanciare una colletta internazionale per meglio presentare la città. Mentre la recessione economica mozzica le caviglie di gran parte del mondo, Roma si appresta a sganciare al Cio 50 milioni di € a fondo perduto per una manifestazione che vive solo per la vanità di politici e di atleti che sono al di fuori del mondo normale e per i quali quel che conta è la frazione di secondo.
E ancora, l’ufficio stampa del Campidoglio ha inoltrato ai giornalisti (anche a me) l’invito per partecipare all’incontro della corrente alemanna nel pdl. Passi usare gli indirizzi, ma in genere si ha il garbo di cambiare il mittente… comunque lì il sindaco di Roma tentando di surfare sul disprezzo che i cittadini nutrono per i politici ha detto: mai più Minetti. Pure sua moglie però è stata eletta nel listino bloccato della presidente della Regione Lazio. Al momento l’iniziativa più visibile di Isabella Rauti come presidente del consiglio regionale, è stato il convegno ispirato alla frase “damose da fa, semo romani” pronunciata da Gran Premio II.
Per mancanza di soldi – i 4 milioni spesi per festeggiare il beato Gran Premio, Gianni Letta non ha nessuna intenzione di rifonderli a mani bucate Alemanno – il sindaco ha chiesto contributi per rattoppare i buchi della città. Prontamente l’ambasciatore del Belize (noto a Striscia la notizia) ha firmato un assegno di 10mila € per riparare un tritone della fontana di piazza Navona. A questo punto? Però nei cantieri, la gran parte aperti dalla passata amministrazione, è comparso un orologio digitale segnatempo che scandisce i giorni mancanti alla conclusione dei lavori, del costo di 5mila € ognuno. Dopo la coda alla vaccinara offerta dal sindaco ai leghisti davanti alla Camera*, oggi si piange perché la Lega è riuscita a sottrarre a Roma l’Alenia che assorbe oltre 200 addetti, e che verrà smembrata tra Piemonte e Lombardia. Il sindaco lo ha saputo mentre col casco in testa inaugurava la chiusura di una buca sull’asfalto, da una anticipazione del CorSera e ha chiesto un incontro a Finmeccanica. Vedremo nei prossimi giorni come andrà a finire. Poi c’è la ridicola figura con l’Ance (i costruttori) ai quali ha chiesto scusa per i cantieri che probabilmente chiuderanno ma non è colpa sua. Un evidente appeal che il leader in pectore del centrodestra ha col suo partito al governo. E pensare che quando si muove in proprio riesce a fare 4000 assunzioni per chiamata diretta nelle aziende comunali, soprattutto in posizioni apicali. Naturalmente il sindaco ha presenziato in Vaticano alla consegna da parte del principe Ruspoli, grottesco esponente della nobiltà nera, del vessillo papale bucherellato dagli spari dei bersaglieri entrati a Porta Pia. Del resto il 20 settembre un anno il sindaco ha deciso di dedicare il ricordo non ai militari che hanno liberato Roma dal papa ma agli zuavi pontifici che quel regno difendevano; magari per il prossimo anniversario si arriverà a “i morti non hanno colore” che tanto piace al governo in carica. E per oggi non parleremo dei più di trenta omicidi dall’inizio dell’anno, molti dei quali irrisolti e della scandalosa vergognosa infame pertinacia mostrata da Alemanno che pretendeva sanzioni e multe per i lavoratori di Termini Imerese che, chissà perché, sono venuti a protestare a palazzo Chigi. Per la cronaca mentre camminavano in ordine sparso da santi Apostoli ai palazzi del potere, i romani li applaudivano per incoraggiarli. A qualcuno sono scese anche un paio di lacrime.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

*La Lega stigmatizzò violentemente il tentativo di scippo da parte di Roma della gara di Formula 1. Preoccupazione inutile, visto che l’idea di fare un circuito a Roma era solo nella testa del sindaco, ma i costosi piani di fattibilità sono stati pagati dai romani, così come il patron della F1 Ecclestone ha chiarito con una lettera pubblica. Per le scuse il sindaco di Roma, sputtanando i cittadini romani, offrì ai leghisti un ultracafonal pranzo davanti a Palazzo Chigi a base di coda alla vaccinara e polenta.

6/9/11 – Servo vostro

Domenico Scilipoti, capo del Movimento di responsabilità nazionale e il Movimento sociale italiano-Destra nazionale di cui è segretario nazionale Gaetano Saya, conosciuto per il  suo razzismo etnico, sono sempre più vicini, grazie alla comune visione su famiglia, cristianità, sicurezza, economia e stato sociale. Domanda banale: la maggioranza (e il Pdl) è antifascista?(volendo su questa pagina 7/2/11)