10/10/11 – L’illazione

A Roma i lavori della metro B1 navigano a vista. Se e quando ci sarà, una delle stazioni si dovrebbe chiamare Annibaliano come la piazza in cui verrà aperta la stazione. E’ la prassi adottata per la linea B ed A (Lepanto per l’uscita in via Lepanto, Spagna per piazza di Spagna, Bologna per l’uscita in piazza Bologna,  san Paolo Basilica per l’uscita a san Paolo…). Ma un comitato di solerti cittadini ha fatto sentire la sua voce all’assessorato alla Mobilità per titolare la stazione a sant’Agnese, giacché in quell’area c’è il complesso archeologico di santa Agnese. Vero naturalmente, il complesso archeologico esiste e sarà visibile proprio accanto all’uscita della seconda stazione della metro B1. E’ probabile che il comune di Roma accoglierà la richiesta complicando la vita di quanti si muovono per la città avendo come riferimento la toponomastica. Chissà se il primo sindaco postfascista di Roma accetterebbe una eventuale modifica del nome della fermata Piramide (perché c’è la piramide Cestia) in “9/10 settembre ’43, resistenza militare ai nazisti” che lì combatterono il nemico

Qualche giorno fa i due giovani Amanda e Raffaele sono stati assolti per insufficienza di prove dall’omicidio della loro amica Meredith uccisa durante un gioco erotico fra più persone. Prontamente gli scalmanati di B. hanno gridato al pessimo lavoro dei giudici (ma non anche di chi ha svolto materialmente le indagini, ris in testa, che ha commesso errori grossolani) tentando di assestare un altro colpo a questa categoria. Tanto ridicolo zelo accusatorio attira le simpatie su questa classe, ma è possibile che il parere debba presto essere rivisto. Prima o poi B. non farà più parte della nostra vita – ma i colpi di coda saranno ancora violenti e provocheranno dolore al Paese – e per allora dovremo essere pronti a ricostruire mattone su mattone il pensiero libero che in questa eterna seconda repubblica è stato distrutto. A cominciare dalle ingerenze vaticane invocate e chiamate doveroso monito, passando a dire che la nostra Costituzione è la più bella del mondo (compreso l’articolo 7 immagino).
E’ probabile che è stato programmato per aiutare la veemenza  antigiudici del capo, ma credo che dovrebbe essere accolto con interesse il film diretto e interpretato dal musicista Lelio Luttazzi che sarà presentato il 30 ottobre al Festival del cinema di Roma (e la stessa sera in tv su Rai5).  “L’illazione” racconta la vicenda giudiziaria del garbato showman, accusato nel 1970 di essere uno spacciatore di droga, errore che lo portò in prigione per 27 giorni ma che determinò negativamente la sua carriera oltre che la sua vita.  Il film, girato nel ’72, racconta le vicende di un gruppo di persone  tra cui un giudice, che, attraverso conversazioni informali, imbastisce un processo kafkiano contro un medico che da vittima di lettere anonime si ritrova ben presto sul banco degli indiziati. L’attore Luttazzi che ne film interpreta il medico, si rivolge al giudice accusandolo di costringere le persone a vivere in un dubbio perenne, sentendosi rispondere dal  giudice che la giustizia energica e severa serve al popolo che deve essere tutelato. Il caso Luttazzi nacque da una intercettazione telefonica, il che renderà difficile la serena lettura di questo film, che magari sarà anche un’operina banale,  ma che dovrebbe farci riflettere che una reale riforma della giustizia andrebbe affrontata. Fermo restando che nessuna riforma può essere affrontata da B. – che specula sulle intercettazioni che sono indispensabili per ogni indagine (anche se non possono essere il solo strumento di indagine) e che non ha accuse fesse come quelle del povero Luttazzi – e dal suo governo al quale manca qualsiasi tipo di equilibrio e senso dell’equità e delle istituzioni. Ma anche dovrebbe farci pensare a quanto sia pericoloso il giustizialismo che oggi per alcuni è l’unica voce nell’agenda politica. Lelio Luttazzi , morto a luglio dello scorso anno, scrisse dopo la sua detenzione il libro Operazione Montecristo, dal quale Alberto Sordi trasse Detenuto in attesa di giudizio, forse il suo film migliore come regista.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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Vittorio Pezzuto, APPLAUSI E SPUTI, Le due vite di Enzo Tortora, Sperling & Kupfer, € 15
Uno degli episodi più indecifrabili della (in)giustizia italiana è quello che ha riguardato Enzo Tortora. La sua vita è raccontata in questo bellissimo libro di Vittorio Pezzuto. Gli inizi alla Rai dove – sembra assurdo oggi – entrò attraverso un regolare concorso. Dopo le cronache per la radio del Giro d’Italia, alternate col noioso lavoro all’ufficio propaganda e sviluppo nella sede rai di Torino, viene finalmente notato e promosso al piccolo schermo come presentatore, insieme alla Pampanini, del programma Primo applauso, una sorta di concorso per nuovi talenti in cui nasceranno artisticamente Adriano Celentano e Giorgio Gaber. Carattere tosto, Tortora entra facilmente in conflitto con i dirigenti rai che inciuciano sui risultati dei quiz per portare in alto la posta. Viene esiliato per tre anni alla tv svizzera. Nel frattempo si sposa per la seconda volta e ha le due figlie Silvia e Gaia. Nel 1965 la sua popolarità è enorme grazie alla conduzione de La Domenica Sportiva che smette di essere un arido bollettino dei risultati per diventare un divertente e garbato caleidoscopio che mescola attualità e spettacolo, calcio e sport meno popolari, spezzoni di filmati e dichiarazioni in diretta dei protagonisti. Sarà il primo a comparire in tv con un piede ingessato, sarà il primo che rifiuterà lo scoop del pianto facile, evitando di dare in diretta la morte di un calciatore perché la mamma non era ancora stata avvertita. Contemporaneamente collabora a La Domenica del Corriere, fa spettacoli per i detenuti, duetta con Mike Buongiorno e l’esordiente Pippo Baudo e, soprattutto inventa Portobello un programma innovativo che conquista il pubblico. Il successo del programma è talmente grande e popolare, che cominciano ad arrivargli pesanti accuse che lo dipingono come un reazionario. Su Albo TV un lettore gli scrive che usurpa in video il posto che potrebbe essere meglio occupato da Dario Fo e che lui è un fascio. Tortora gli risponde: “circa il panorama ideologico del mondo dello spettacolo mantengo le mie più vive riserve. Io rispetto tutti, ma eccoci nel 1945: il fascismo muore sotto i colpi degli alleati e dei partigiani veri. Ma Dario Fo passava il tempo fra i famigerati paracadutisti di Salò. Io, studente, sparavo come un fesso contro i fascisti nella liberazione di Genova. Fu un caso dunque che non ho impallinato i suoi idoli. Ma ora basta di avvelenare il paese con queste buffonate”. Carattere e sicurezza della propria storia! Tutto bene? No, perché l’inferno si prende Tortora nell’83. L’arresto, le manette in diretta, una accusa pesantissima: associazione per delinquere di stampo camorristico. Fanno il suo nome un gruppo di pentiti: prima tre, poi otto, infine ben trentadue testimonianze contro di lui. Le prove sono fiacche, le dichiarazioni contraddittorie, ma la giustizia italiana evitava, allora come oggi, di fare indagini, affidandosi solo ai pentiti (ieri) e/o alle intercettazioni telefoniche (oggi), e il risultato fu sette mesi di carcere. Il liberale Tortora trova l’appoggio dei radicali. Dichiarerà: “ero liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito”. I radicali lo fanno eleggere al Parlamento europeo, ma il bisogno di giustizia e il senso di equità, lo portano a dimettersi dalla carica rinunciando all’immunità. Sotto processo per due anni, fino all’86, quando finalmente il tribunale di Napoli lo assolve e apre un processo per i pentiti che, vigliacchi, provano a chiedere uno sconto di pena. Venerdì 20 febbraio 1987, 12 milioni di spettatori guardano  Enzo Tortora che inizia il nuovo ciclo di Portobello  che esordisce con un “Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche: una me la consentirete. Molta gente ha vissuto con me e ha sofferto con me in questi anni. Molti mi hanno offerto quello che potevano, per esempio hanno pregato per me e io questo non lo dimenticherò e li ringrazio tutti. Un’altra cosa dovete consentirmi di aggiungere. Sono qui per parlare a nome di chi parlare non può. E sono molti, e sono troppi…” Solo allora parte la sigla. Il tempo a disposizione di Tortora non è tanto, dopo solo due anni un tumore se lo porta via, nel maggio dell’88.

Nel 1987 si svolge il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, destinato come molte cose italiane buone a finire nella spazzatura. Dopo il successo del referendum popolare l’Associazione nazionale magistrati  sostenne che il risultato segnava una paurosa involuzione democratica tesa a neutralizzare l’azione dei magistrati. I giudici che allegramente colpirono un uomo noto, hanno continuato le loro balorde carriere.
Il resto è l’oggi, dove alcuni giudici (ovviamente non la maggioranza che rispettiamo), credono di essere ai tempi dell’inquisizione. Magari mettendo sotto schiaffo la valletta che ha tirato un po’ di coca (che non è reato) per sputtanarla sui giornali di Silvio che in questo caso non ha niente da dire sui giudici.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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7 Commenti a “10/10/11 – L’illazione”

  1. Anonimo scrive:

    Questo film lo vedrò. Berlusconi si è mangiata anche la convivenza civile. Il libero pensiero in Italia non c’è mai stato, sempre e solo sieramenti contrapposti.

  2. Walter scrive:

    In effetti sono troppi che pensabno che finito B. tutto tornerà a poasto, ma ahimè non è così. Dobbiamo tenerci ronti

  3. Sofia scrive:

    Cara,
    il garantismo è per le persone corrette, il giustizialismo tine bene in chi no ha nessuna idea.
    Fermo restando che B. è un unicum

  4. Anonimo scrive:

    Condivido

  5. Sergio scrive:

    Amanda e Raffaele sono stati assolti con formula piena (“per non aver commesso il fatto”), non per insufficienza di prove.
    Vedremo cosa dirà la Cassazione.

    Non avevo speciale simpatia per Tortora. Penso che si sia trovato suo malgrado in una vicenda più grande di lui, veramente kafkiana. Questa parte l’ha interpretata bene, a mio giudizio, e ha meritato rispetto e ammirazione. Ha voluto essere sepolto con “La colonna infame” di Manzoni.

  6. Anonimo scrive:

    Con formula piena per mancanza totale di indizi. Comunque c’è un terzo grado di giudizio. Non ho mai avuto interesse per il lavoro di Tortora, ma era un serio professionista