Archivio di settembre 2011

La Conferenza degli Ayatollah unanime contro Berlusconi.

mercoledì, 28 settembre 2011

La prolusione del generale-cardinale Bagnasco è stata condivisa approvata dai vescovi della CEI che, come gli Ayatollah in Iran, hanno potere assoluto sul governo italiano, qualunque sia la composizione e l’ispirazione ideologica. E tutto il mondo dei politicanti pende dalle loro labbra, chi plaudendo alle loro decisioni, chi replicando umilmente, ma tutti si adeguano sapendo benissimo chi è che comanda. E’ questo che ci ferisce e ci indigna. Questo atteggiamento remissivo e sottomesso ad una autorità religiosa che rende l’Italia l’unico Paese democratico occidentale del tutto simile ai paesi in cui vige la sharìa, cioè l’allineamento della politica ai precetti della religione dominante e delle conseguenti direttive emanate suoi rappresentanti. Non che in alcuni casi non abbiano ragione, ma l’insistenza e l’ingerenza dei gerarchi vaticani sulla politica italiana è assolutamente abnorme. Sappiamo bene che gran parte di questo debordante potere del clero deriva dal famigerato articolo 7 della nostra Costituzione che, appesantita dall’inserimento dei Patti Lateranensi nel suo Corpus, ufficializza e tutela quell’ingerenza. Ma sappiamo anche che ci si può liberare dal peso di questa anomalia (solo italiana in tutto l’occidente democratico) come è successo in due soli casi: le leggi che hanno consentito la possibilità di rifarsi una famiglia e il diritto delle donne di decidere sulla propria maternità. Si deve adesso trovare il modo di cancellare sia la mostruosità istituzionale (l’articolo 7) che impone all’Italia i meccanismi dello “stato etico” derivanti dall’entità statuale e religiosa che ci domina da oltretevere, ed anche di abbattere nello stesso tempo tuti i privilegi ed esenzioni fiscali che rendono quel sistema doppio di potere insopportabilmente parassitario della nsotra economia nazionale.

De profundis per i governanti liberi scopatori.

martedì, 27 settembre 2011

Il generale-cardinale Bagnasco, capo del Governo Ombra dei Vescovi che controlla e guida la politica vaticaliana, ha dettato la linea politica e morale per tutti i governanti presenti e futuri della repubblica sottomessa alla loro competenze territorialie La CEI, Conferenza Episcopale Italiana, al pari di tutte le altre Conferenze nazionali che il Vaticano ha costituito in tutti paesi del mondo in cui si annidi una comunità di credenti cattolici, si riunisce periodicamente più volte l’anno per esaminare la politica del paese e dare disposizioni ai poiliticanti cattolici affinché si comportino secondo il magistero della chiesa e della sua dottrina sociale. Nella sua prolusione di ieri il Bagnasco non ha dato soltanto il benservito al cattolico attualmente in carica in Italia con il compito di applicare i desiderata pontifici, ma ci sembra che, di conseguenza, anche il prossimo dovrà essere al riparo da qualsiasi illazione peccaminosa per quanto riguarda la morale sessuale. Quindi nessun cattolico gay e/o convivente more uxorio potrà avere l’approvazione del CEI. Fuori gioco Vendola e Casini ? Non ci sembra che, a parte i comportamenti sessuali, la CEI preveda ostracismo per altri comportamenti, come ad esempio quelli in contrasto con l’onestà e il rispetto della legalità. Comunque da un’attenta lettura della prolusione ci è sembrato che abbiano molta più importanza le indicazioni politiche generali che riguardano soprattutto l’obbligo per i politicanti cattolici di salvaguardare i privilegi e gli interessi concreti del Cupolone :  più soldi per le scuole cattoliche, privilegi fiscali, applicazione delle direttive sulla Tortura Obbligatoria di fine vita (vedi sotto), ecc. I media vaticaliani invece sono tutti concentrati sulle presunte bastonate a Berlusconi dal quale ormai i gerachi vaticani hanno ottenuto tutto l’ottenibile e guardano ben oltre. Magari a una nuona DC in cui paracadutare anche i catto-comunisti di Bersani ormai convertiti al clericalismo più docile e puro attraverso le vecchie cariatidi democristiane da Bindi a Fioroni.

27/9/11 – Il popolo

martedì, 27 settembre 2011

Quando esisterà uno Stato palestinese, tutti riconosceranno i due Stati, che coopereranno  tra loro invece di farsi la guerra. Solo allora la regione diventerà un luogo di prosperità, invece che di terrorismo (Ekmeleddin Ihsanoglu, segretario Organizzazione conferenza islamica)
In Israele molti hanno paura e non vedono nulla di primaverile nelle rivolte arabe, ma solo una crescita d’odio contro di noi. In Egitto hanno cercato di linciare degli israeliani nella nostra ambasciata. Chiamiamola primavera solo quando vedremo fiorire germogli di cambiamento, di democrazia non violenta, di pazienza nel dialogo (Alon Hilu, scrittore israeliano, autore di La tenuta Rajani – Einaudi)
Gli uomini governati dalla ragione non desiderano per se stessi nulla che non desiderino anche per il resto dell’umanità (Baruch Spinoza)

All’inizio di questa estate appena finita, una pagina facebook dedicata all’aumento del prezzo del cottage cheese – una via di mezzo tra lo jocca e il primo sale sempre presente nel frigo degli israeliani –  ha innestato una rivolta popolare. Pressate dallo scontento le aziende casearie hanno abbassato i prezzi dei formaggi, ma ormai il sentiero della protesta popolare era imboccato. Eroina della rivolta sociale è Daphne Leif, 25enne di Tel Aviv, che, sfrattata, ha deciso di piantare un tenda in Rothschild Boulevard, la strada più chic della città. In pochi giorni la via si è riempita di tende con migliaia di giovani, famiglie, anziani che lamentano di non arrivare alla fine del mese e di essere continuamente indebitati con le banche. La protesta si è estesa presto nelle altre città, Gerusalemme, Haifa, Beer Sheva, e periodicamente dalle tendopoli partono manifestazioni.  Clamorose, perché hanno visto la partecipazione anche di 300mila persone, un numero straordinario per un paese di sette milioni di abitanti.  Numeri così alti e proteste così compatte, si erano viste solo per l’assassinio di Rabin o per il massacro di Sabra e Chatila nell’82.  L’atmosfera della tendopoli di Tel Aviv ricorda vagamente Woodstock: si organizzano corsi di yoga, sedute di analisi offerte gratuitamente dagli psicologi, dibattiti politici, concerti, spazi per i bambini. Ma il clima di allegria è solo apparente: Israele, al momento, sembra essere immune dalla crisi economica mondiale con un Pil in crescita del 4,8%. Gli stipendi secondo l’Ocse sono nella media europea (e quindi più alti di quelli italiani), ma il costo della vita è altissimo. Affitti, ma anche cibo, e soprattutto tasse che rappresentano il 50% del reddito. A questo va aggiunto che il cittadino israeliano passa tre anni a fare il servizio militare e poi diverse settimane all’anno nei miluim, il servizio di riserva. Il premier Netanyahu – che in governi passati è stato un bravo ministro delle Finanze – ha promosso una commissione di studio, ma nei sondaggi più della metà degli israeliani disapprova il suo operato. In Israele è la prima volta che si protesta per il disagio sociale, per la disparità tra classi, per il peso economico della difesa (il 7% del Pil) e del fastidio ormai non più sopportabile che comporta quel 25% di popolazione composta da haredim (ebrei ultraortodossi) che non lavorano e vivono di sussidi statali.
Gli indignati sembrano avere l’impegno di una generazione senza passato politico, e che, paradossalmente, nelle loro laiche proteste ricordano che l’ebraismo parla di equità (tzedek), anche nell’economia. Quello che sta accadendo a Tel Aviv è un sintomo importante per Israele e il suo progetto. Dalle tende si guarda con distacco ad Abu Mazen, Netanyahu, Erekat, Barak che negoziano da sempre, e del resto gli israeliani sono abituati a guardare al palazzo dell’Onu come “alla vetrina delle certezze e delle ambiguità del mondo”.  Sarebbe opportuno usare ogni mezzo occidentale perché la parte migliore dei popoli è stanca e svuotata dalla guerra, e vorrebbero crescere in pace in un mondo equilibrato, equo e acculturato. Intanto condividiamo lo slogan degli indignati israeliani ha’am doresh tzedek hevrati (il popolo chiede equità sociale).
Tutti noi abbiamo bisogno di incoraggiamento e di auguri. Agli israeliani, popolo delle tende, che si accingono ad entrare nell’anno 5772 , Shanà Tovà.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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3/1/11 - Gli haredim (timorati) passano la maggior parte della loro vita a studiare la Torah* e il Talmud**, in genere preferiscono far lavorare le mogli, si sposano giovani e fanno tanti figli. Sono una minoranza che in un paese laico come Israele è, vengono vissuti come un ostacolo, non tanto per il loro stile di vita – ogni volta che qualcuno di loro, specialmente haredim gerosolimitani, si spinge sfacciatamente a imporre regole religiose alla società viene represso, talvolta anche brutalmente, dalla polizia – ma per il peso economico che i loro usi comportano. A gettare napalm sul fuoco ha contribuito un provvedimento voluto fortemente dal premier Benjamin Netanyahu che ha aumentato il budget di 5 milioni di € all’anno (era di 25) per le loro esigenze. Da ormai più di trenta anni qualsiasi governo concede finanziamenti ai gruppi religiosi per finanziare le yeshivot (scuole religiose), quasi sempre perché il piccolissimo ma determinante e ricattatorio partito religioso (Shas) fa da ago della bilancia. Ma adesso la Corte suprema ha chiesto di porre dei limiti perché è intollerabile una disparità di trattamento verso i cittadini. Netanyahu ritiene di aver fatto una vera rivoluzione liberale, perché pur destinando più risorse economiche, per la prima volta è stato fissato che gli studenti delle scuole rabbiniche possono percepire denaro solo per un periodo di cinque anni e comunque non oltre i 29 anni di età. Dopo quell’età i religiosi dovranno cercarsi un lavoro. Ma gran parte degli israeliani trova che ci siano delle gravi falle nel provvedimento che, ad esempio, non è retroattivo. Su 22 ministri otto hanno votato contro il provvedimento (tutti i laburisti), che – è doveroso ricordarlo – quando hanno governato da soli (in questo momento sono in coalizione con il Likud, che definiamo –impropriamente -destra)) si sono guardati dal tagliare i privilegi ai religiosi. Il capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi ha chiesto di revocare l’esenzione al servizio di leva agli haredim che ritiene ingiusta rispetto ai tre anni (due per le ragazze) di vita militare a cui i giovani sono chiamati obbligatoriamente. La situazione si è fatta così esplosiva – secondo il quotidiano Haaretz fra meno di dieci anni gli haredim potrebbero essere il 20% della popolazione, e avere una popolazione così alta che non partecipa ai processi produttivi e di difesa potrebbe mettere in ginocchio il Paese – che addirittura un rabbino del partito ultraortodosso, Chaim Amsellem, ha dichiarato che pur essendo la Torah la cosa più importante del mondo, il suo studio finanziato dallo Stato dovrebbe essere riservato solo a grandi studiosi e non, come oggi, a chiunque decida di definirsi religioso pur di non lavorare. Per tutta risposta è stato espulso dal partito e definito un Amelek***. Eppure proprio i religiosi potrebbero salvare la situazione. E’ di questi giorni una intelligente campagna pubblicitaria del movimento conservative (masorti) israeliano apparsa su giornali e manifesti. L’inserzione simula le Pagine gialle con i molti maestri della tradizione ebraica, divisi in categorie merceologiche dei mestieri che praticavano pur studiando e insegnando la Torah: falegnami, calzolai, medici… Ma ancora più grande clamore ha suscitato la presa di posizione di Dov Halbertal, già direttore dell’ufficio del rabbino capo di Israele. Che dice: “Proprio come l’occupazione corrompe, allo stesso modo la politica corrompe la religione. L’istituzione religiosa corrompe il tessuto dello Stato, mentre lo Stato corrompe il tessuto della religione. L’unica soluzione possibile, per il bene della religione e il bene dello Stato, è quella di adottare il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e separare Stato e Chiesa”. E ancora: “Non è etico che i laici finanzino gli studenti delle yeshivot e l’alto tasso di natalità degli ebrei ultraortodossi. Gli ultraortodossi si oppongono ai valori di una società laica – il sionismo, la creatività, l’arruolamento nell’esercito, l’uguaglianza tra i sessi e altro ancora. Tuttavia essi non esitano a chiedere e ricevere denaro da questa società, intensificando così l’animosità dell’opinione pubblica nei loro confronti… Non c’è nessuna ragione per cui l’opinione pubblica laica debba finanziare coloro che mostrano disprezzo per i suoi valori. Non voglio far parte di una società in cui vi è istigazione al razzismo, e non voglio far parte di una società religiosa ingrata”. Non solo: “è giunto il momento di dire basta con i partiti religiosi, con la loro vergognosa preoccupazione concentrata sui bilanci, ignorando il resto del mondo. Sogno di appartenere ad una società religiosa moderata, con ampi orizzonti, il cui slogan è vivi e lascia vivere. Ad ogni essere umano, ebreo o gentile, deve essere consentito vivere secondo le sue convinzioni, con pari diritti, sulla base di un riconoscimento effettivo dei diritti umani concessi a tutti coloro che sono stati creati a immagine di Dio. Una cosa è chiara: non esiste combinazione peggiore del mix di religione e politica”. Come spesso capita, la parte più sensibile e attenta tra gli ultraortodossi sono le donne che, lavorando, a differenza dei loro sfaccendati mariti, mostrano una maggiore propensione ad integrarsi con il resto della avanzata società israeliana.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

* Insegnamento. E’ la legge data da Dio a Mosè sul Sinai. Contenuta nel Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio)
**Il complesso delle discussioni giuridiche ed esegetiche sulla Bibbia e sulla legge tradizionale,come si svolgevano nelle accademie rabbiniche palestinesi e babilonesi nel secondo-quinto secolo d.C. Il Talmud si compone della Mishnah (codice delle leggi) e della Ghemarà (l’interpretazione).
***ricordati di ciò che ti fece Amalek quando eri in viaggio, allorché uscisti dall’Egitto, che ti assalì sulla strada e colpì tutti coloro che affranti erano rimasti indietro mentre tu eri stanco e sfinito, e non temette Iddio (Deuteronomio, 25:17,18)

L’articolo integrale di Halbertal qui

http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/israel-must-separate-religion-from-politics-1.331937

18/9/11  – I confini del ’67  

23/9/11 – Ingerenze

venerdì, 23 settembre 2011

Ai miei fratelli cattolici ricorderei solo questo: che san Paolo ci ha sempre chiesto di pregare per re e principi non in misura della loro coerenza morale e assenza di vizi, ma in misura che garantisse al popolo “pace e tranquillità di vita”. Venendo all’osso è dirimente questo: da una parte, anche il solo atto di governo come il cassato decreto per graziare Eluana da morte per fame e per sete, firmato dal reprobo. Dall’altra un premier cattolicissimo che, in quel di Roma, su territorio italiano, per invito di istituzioni italiane, in un tempio della libera ricerca e della sapienza, non è stato capace nemmeno di garantire la libertà di parola al papa. (Luigi Amicone, direttore Tempi, settimanale di Comunione e Liberazione)
Sono anni che il cardinale Bagnasco chiede coerenza e serietà ai politici cattolici e monsignor Crociata è arrivato proporre loro Maria Goretti, come esempio. La Chiesa condanna i comportamenti e lo fa in modo severo. Non ci si può aspettare che faccia dei j’accuse alle persone, verso le quali tiene sempre un atteggiamento improntato alla misericordia. (Paola Binetti, deputato Udc e membro dell’Opus Dei)
Il buon nome si fonda più sull’apparenza che sui fatti. Perciò se uno non è casto sia almeno cauto (Baltasar Graciàn, gesuita che nel ‘600 scrisse l’Oracolo manuale)

Puntuali come la morte tornano i giornali, i blog, forse qualche sparso cattolico a chiedere perché la Chiesa taccia sull’amoralità del principe. Nei sacri palazzi non importa né di Berlusconi né di altri. La Chiesa tace non per rispetto istituzionale ma perché è pronta – qualora ci fosse un passaggio del testimone – a cambiare cavallo. E’ interessata a che non venga meno il suo ruolo di primo piano nella società e vita pubblica italiana. Qualche ingenuo (nei giornali, nei blog, nella minoranza di cattolici) crede che la Chiesa sia interessa alle politiche che riguardano la famiglia, ma nonostante i clericaloni quali Lupi, Sacconi, Roccella in importanti settori del governo, fino ad oggi hanno avuto tante parole e pochi fatti. Il papa in persona, ricevendo gli amministratori laziali, ha ricordato la questione, però ha anche aggiunto di pregare per il sindaco di Roma e perché la città accolga le Olimpiadi (sic), mentre si è ben guardato dal pregare perché non si erodano ancora i servizi sociali di cui hanno bisogno soprattutto le famiglie e i poveri. In un quadro così degradato la Chiesa non dispera – magari contestualizzando il favoreggiamento alla prostituzione minorile, le barzellette volgari, l’uso improprio del crocefisso… – di ricevere ancora sostegni per le sue scuole e per i suoi servizi sociali. Nello sfascio etico ed ideologico del nostro Paese, la Chiesa vuole continuare ad essere l’istituzione che fornisce la scala dei valori di riferimento della società italiana. Paradossalmente la Chiesa cattolica, considerata istituzione marginale in tutto l’Occidente, è tenuta a galla dalla decadenza della politica italiana.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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24/1/11
Contestualizzare è la parola d’ordine che i galoppini del Pdl e i giornalisti lacchè si sono passati di bocca in bocca. Così ci capita di vedere il sottosegretario alla Famiglia Giovanardi che spiega, a chi faceva notare che il premier pur divorziato prende la comunione ai funerali degli alpini, come il vescovo che è sicuramente cattolico sia in grado di distinguere tra le diverse situazioni. Roba che se non fossimo italiani potremmo ridere per tali scemenze. Ma non c’è niente da ridere, soprattutto quando nessuna opposizione, neanche quella alla quale pur con molti affanni ci sentiamo più vicini (o meno lontani) gioisce, se non sollecita, la Santa Sede per l’ingestione negli affari italiani. Abbiamo leader di partito, che pure denunciano il profilo anticostituzionale del premier, chiedere come Di Pietro “dove sono i cattolici del Pdl? Ascoltino il papa”. O D’Alema, che già dal 2 novembre scorso disse “ingerite, ingerite, se non ora quando?” . O Vendola che afferma “la Chiesa da utili insegnamenti etici ai laici”. E’ grave che personale politico che dovrebbe identificarsi con il paese che rappresenta, provi una tale sottomissione nei confronti della Chiesa cattolica al punto di vederla come deus ex machina per espungere il premier. Gioco facile hanno avuto i giornali e i politici del premier che hanno descritto “i comunisti” come quelli che “chiudono un occhio sulla deriva nichilista e mortuaria della civiltà d’oggi, sui suoi tic, sulle condizioni in cui vivono le minorenni e i minorenni a scuola, sul conformismo della trasgressione che avvilisce la maternità e la natalità, sulla manipolazione della vita e sulla distruzione di matrimonio e famiglia”, come scrive forbitamente Ferrara, oppure come dice più rudemente il leghista Castelli: “meglio la sinistra che vuole un premier omosessuale e porta in parlamento transessuali, travestiti, tutta quella roba lì?”. Realista il commento del cattolicissimo Buttiglione, vicepresidente della Camera, che conoscendo bene le gerarchie cattoliche ricorda che “ Per la Chiesa, comunque, è meglio un donnaiolo che fa buone leggi che un bigotto che fa leggi sbagliate”. Nucara, repubblicano che ha deciso di ingrossare il Pdl, ha mantenuto ferma la barra sulla laicità e ha dichiarato “con il dovuto rispetto per le alte cariche dello Stato della Chiesa, che si dichiarano preoccupate per le leggi e per la morale italiane, riteniamo che farebbero bene a occuparsi in primis dei casi di pedofilia all’interno delle loro comunità. Casi confessati e quindi più diseducativi delle ipotesi di reato contestate all’Italia”. Si badi, l’anziano Nucara non parla di premier, ma di Italia, perché pure se Berlusconi con la sua presenza ci inquina pure l’aria che respiriamo, è innegabile che una ingerenza dalla Santa Sede offende il nostro Stato, tutto e non solo il premier. Auspicabile sarebbe che le opposizioni, si facessero una agenda con pochi punti chiari che tenesse conto dei dolori del Paese, dolori che le pesanti intromissioni della Chiesa cattolica con i suoi tanti divieti e con i suoi troppi benefit, impoveriscono sempre di più la vita degli italiani.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Un de profundis per Berlusconi ?

mercoledì, 21 settembre 2011

Pochi giorni fa scrivevamo che la sorte del Governo Berlusconi era legata alle decisioni che avrebbe preso il generale-cardinale Bagnasco nella prossima riunione del Governo Ombra dei vescovi italiani. LEGGI

- Ora anche all’interno del mondo cattolico
aumentano quelli che si chiedono come i preti-padroni d’Italia possano continuare a sostenere il grande scopatore. LEGGI

- Se lo chiede anche qualche giornalista celebre. LEGGI

- Da parte nostra però non vorremmo che la fine del governo Berlusconi dipendesse dai comportamenti sessuali del leader. Preferiremmo che cadesse innanzi tutto per la sua manifesta incapacità di risolvere i problemi economici, politici e sociali del nostro paese e anche per il suo “immorale” asservimento agli interessi e ai privilegi dei gerarchi vaticani oltre che per aver messo nelle loro mani con la Legge sulla Tortura Obbligatoria di Fine Vita il nostro diritto a decidere sul nostro corpo e sulla nostra salute. Ma se saranno i gerarchi vaticani a farlo cadere chiunque lo sostituirà continuerà come lui a sottomettere l’Italia alla volontà della teocrazia oggi dominate.

21/9/11 – Fuoco e fiamme

mercoledì, 21 settembre 2011

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Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico i libri di contenuto malefico un poeta scoprì che i suoi libri erano stati dimenticati. Corse al suo scrittoio e scrisse ai potenti una lettera bruciatemi, scrisse, bruciatemi. (Bertold Brecht, Il rogo dei libri)
Gli spettatori occupavano le tribune allestite e osservavano l’Autodafè. Il tribunale dell’Inquisizione era presieduto da frati di diversi ordini, da giudici, notai, e grandi di Spagna. Sul rogo potevano finire quattro classi di eretici: i pertinaci che non si pentivano dei propri errori, i recidivi che ricadevano nell’eresia, i sospetti che cercavano di salvarsi attraverso la fuga e infine i sospetti morti che venivano bruciati in effigie. La punizione per eresia era antica quanto la Chiesa stessa. (Daniela Tedeschi, Sefarad)
Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole di persone bruciavano i loro libri davanti a tutti (Atti degli apostoli).

Qualche tempo fa a un pastore battista americano girò l’uzzolo di bruciare copie del corano. Per fortuna venne dissuaso dall’idea che ricordava tanto i falò nazisti del 1933. Quegli esaltati bruciarono tra le fiamme i libri di Heinrich Heine, Stefan Zweig, Bertold Brecht, Karl Marx. Ma i roghi, come i ghetti, non erano creazioni loro. Basta fare un giro nei musei vaticani per ammirare gli affreschi tardocinquecenteschi sul trionfo delle fiamme dei libri eretici.
Durante le crociate i cristiani bruciarono le biblioteche a Costantinopoli, i roghi antieretici e antiebraici dell’Inquisizione, la distruzione dei manoscritti arabi a Granada (1499), i falò dei libri luterani (1524) e i libri sacri dei Maya (1562). E in Italia i roghi cattolici del Talmud ebraico, e, come un rogo virtuale, l’ incredibile Index librorum prohibitorum ideato da papa Paolo IV nel 1558 e abolito solo nel 1966 . La parola stessa autodafè (atto di fede) è il termine adottato durante l’Inquisizione che, fatta dai bravi cattolici che volevano convertire gli eretici (musulmani e ebrei) prevedeva anche il rogo delle persone dopo averle avvolte in panni ghiacciati per dargli il tempo di ravvedersi. Non sembra un azzardo sostenere che i nazisti nel 1933, europei di religione prevalentemente cristiana, si rifacessero a quegli esempi.
Anche altri fanatici religiosi hanno usato lo sbrigativo metodo del fuoco, e l’islam radicale non è da meno dei colleghi cristiani della menzogna globale. In tempi recenti l’ayatollah Khomeini , ripreso il possesso dell’Iran nel 1980, organizzò un rogo di 80mila libri. Dei giorni nostri anche la condanna a morte per Salman Rushdie autore dei Versetti satanici. Clamoroso il caso dell’ex ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni (presente negli ultimi governi di Mubarak) che dopo aver annunciato di voler bruciare i libri di scrittori israeliani venne candidato per la guida dell’Unesco. Per fortuna bocciato, insieme all’Italia suo grande sponsor. L’ex ministro Hosni è stato l’ispiratore del falò di seimila volumi del poeta omosessuale dell’ottavo secolo Abu Nuwas.
E se fondamentalisti cristiani americani hanno bruciato copie del Codice da Vinci di Dan Brown e Harry Potter, come dimenticare la sentenza del solito giudice parruccone e moralista italico che volle bruciare una copia del film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci? All’elenco dei roghi non si possono dimenticare le bandiere bruciate, ahimè, anche da molti dirigenti politici nostrani . E poi una setta di ebrei superextraultraortodossi assai marginale e pure perseguita per questo, brucia libri considerati demoniaci.

Da qualche giorno a Roma, nella piazza Campo de’ Fiori dove il 17 febbraio del 1600 arse l’eretico Giordano Bruno, c’è una targa in ottone dorato installata tra i sampietrini della piazza che ricorda il rogo dei libri ebraici del Talmud ordinato dal papa Giulio II. In quella piazza il 9 settembre del 1553, corrispondente al giorno del capodanno ebraico 5314, davanti ad una folla plaudente composta soprattutto da membri della Chiesa cattolica, arsero i libri ebraici.
A scoprire la targa il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni insieme all’assessore alla Cultura Dino Gasperini. Questa volta, ed è una eccezione che va sottolineata con il lapis rosso in questa città clericale, alla inaugurazione non c’era nessun prete.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://it.wikipedia.org/wiki/Fahrenheit_451_(film)

20/9/11 – Non rubateci anche la morte

martedì, 20 settembre 2011

Numerosi esperti prevedono che tra 20 – 30 anni, potrebbe verificarsi un terremoto spaventoso nell’area urbana di Tokyo, e tuttavia gli abitanti continuano a condurre una vita normale. Perché non impazziscono di terrore? In giapponese abbiamo un termine, mujò, per indicare che non vi è nulla di permanente a questo mondo, che ogni cosa è transitoria. Tutto ciò che esiste si estingue, tutto muta costantemente. Non esiste alcun equilibrio eterno, non vi è nulla di sufficientemente immutabile in cui si possa riporre eterna fiducia. Anche così noi giapponesi abbiamo saputo cogliere una forma di bellezza dentro questa rassegnazione. Se osserviamo la natura ammiriamo d’estate le lucciole e in autunno le foglie gialle dei boschi. Osserviamo ogni cosa con passione perché la bellezza svanisce in brevissimo tempo (Haruki Murakami)
Vorrei sapere da lor signori, disse la Fata rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo! A quest’invito il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso di Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole: a mio credere il burattino è bell’è morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo! Mi dispiace, disse la Civetta, di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero! E lei non dice nulla? Domandò la Fata al Grillo-parlante Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. (Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Cap. XVI)

Il disegno di legge sul testamento biologico è stato incardinato in commissione Salute del Senato. Il relatore Calabrò ha annunciato tempi veloci per la terza lettura del provvedimento perché “dalla Camera non sono giunte modifiche sostanziali” per cui dovrebbe diventare legge a Palazzo Madama. Radicali e Idv hanno chiesto alla commissione di procedere con una serie di audizioni e hanno annunciato “approfondimenti e modifiche importanti”. Questa settimana è convocato un ufficio di presidenza per fissare il calendario dei lavori a cominciare dalla discussione generale che potrebbe iniziare la settimana successiva.
Quindi, il dado è tratto. A meno di ripensamenti degli ultimi istanti, la cancellazione per via legislativa del diritto costituzionale alla scelta delle cure mediche sarà cosa fatta. Le volontà dei malati e le opinioni dei loro amici e parenti saranno insignificanti, mentre ai medici, spogliati dei loro saperi, sarà riservato il ruolo di padroni delle nostre vite. Lo Stato che non si occupa della buona vita e delle buone cure mediche, si vuole riscattare con quella che crede essere una morte opportuna.
La maggioranza dei parlamentari che per compiacere le gerarchie cattoliche – ma non la più parte dei cattolici – ha deciso il varo di una legge oscurantista che potrà non rispettare grazie alle garanzie economiche di cui gode, non lo fa perché, come sostiene con arroganza, ha una scala valoriale più alta e nobile di quella dei cittadini comuni, ma perché ignora che la democrazia è importante. I parlamentari contano sull’altra parte suppurante della casta, quella giornalistica, che copre le loro nefandezze per garantirsi il posto nei media di regime, e che mai promuoverà dibattiti e scriverà articoli per aprire gli occhi alle persone, scippandogli il diritto alla corretta informazione.
E’ la conseguenza della teocrazia-dittatura l’accanimento di una legge che afferma il predominio statale nella decisione di aspetti privati sul come vivere e come morire, e che non mette sullo stesso piano i cittadini che vogliono fare scelte diverse. Ed è incompatibile con la modernità uno Stato che vuole impadronirsi della professionalità dei medici, ai quali va chiesto di rapportarsi con i colleghi di altre discipline, con gli infermieri, con i tecnici, ma soprattutto con i malati e le persone a lui vicine. Questi importanti professionisti devono essere in grado di condividere angosce e paure, ma anche infondere ottimismo, no essere al soldo del politico rubagalline grazie al quale possono forse diventare primari. Perché poi, nella vita normale, la maggior parte dei medici sono persone per bene, e chiedono l’aiuto di amici e parenti per rispettare i desideri dei malati aiutandoli “ad entrare nella morte ad occhi aperti”.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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15/7/11 – Così ci rubate anche la morte.
E’ difficile stabilire quale sia il punto più offensivo per l’intelligenza, della legge licenziata alla Camera sul biotestamento (Disposizioni di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento, Dat). Forse l’emendamento che parla di sospensione dell’alimentazione ai pazienti in “accertata assenza di attività cerebrale integrata cortico-sottocorticale”. In parole semplici, i morti. O anche, che alimentazione e idratazione forzata non sono terapie ma forme di sostegno vitale (perciò obbligatorie). E le terapie mediche, non sono vitali? E ancora, le persone nel Dat possono indicare solo i trattamenti sanitari accettati, non quelli rifiutati. Ha un senso? La legge “garantisce che il medico debba astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche e agli obiettivi di cura”. Nella pratica mettere il catetere per estrarre l’urina (cioè l’idratazione) o una flebo (cioè il cibo) a un terminale in coma, è una cosa inutile sul piano della guarigione o anche del sollievo, che qualsiasi medico o infermiere eviterà di fare, a meno che non si chiami Mengele (o sia un parlamentare italiano). Inoltre nei nove articoli di questa legge non si parla di infermieri che sono le figure professionali più vicine ai malati. E che nel caso di un malato terminale fanno iniezioni di farmaci che evitino convulsioni o scosse epilettiche conducendolo in maniera più gentile verso l’ultimo respiro. Per una legge che sancisce che “la vita umana è un diritto inviolabile e indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza”, non sorprende che il fiduciario debba essere un parente. Non un convivente, non un amico. Anche in questo i parlamentari hanno mostrato ampiamente di non conoscere la realtà: ognuno di noi sa che gli unici parenti sui quali può contare sono i genitori, i più fortunati magari si fidano di un fratello, ma pochissimi consegnerebbero i propri averi ad un cugino o a una cognata ignorante travestita da piccola borghese, figurarsi il bene più prezioso che è la propria vita. Nella vita normale i malati, spesso persone non giovanissime, possono contare solo sugli amici e i medici sono ben felici di poter delegare le incombenze più tristi come comunicare l’ineluttabilità della malattia che ha colpito i loro assistiti.
I parlamentari, e con questa legge lo dimostrano una volta di più, attribuiscono una inesistente sacralità al lavoro del medico, caricando questi importanti lavoratori anche di cose che non li riguardano.

Aggiungo una esperienza personale che ho vissuto recentemente. Ho assistito fino al suo ultimo respiro un caro amico malato terminale. Morto in casa come desiderava, senza inutili accanimenti, con un infermiere personale istruito dal medico e dall’onlus per malati terminali. Nella sua cartella clinica – rilasciata da una delle cliniche romane più note – c’era un foglio firmato dal malato e controfirmato da un infermiere e il medico con il mio nome indicato come persona da informare sul decorso della malattia e le terapie. Lo stesso sulla scheda della onlus. Oggi constato che con questa legge, la nota clinica, la onlus, i medici, gli infermieri, il mio caro amico ed io, siamo fuorilegge. Nella tristezza che cammina con me dal giorno infelice della sua morte, posso consolarmi perché l’amato amico è scampato almeno a questa ingiustizia.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Ma Bertone per chi tifa ?

lunedì, 19 settembre 2011

Sappiamo già che le linea politica del governo vaticaliano per i prossimi mesi sarà decisa dalla riunione della CEI nei prossimi giorni (vedi sotto) e sappiamo altrettanto bene che la chiesa fornirà il suo consenso, e non potrebbe essere diversamente, ai partiti che si richiameranno espressamente alla sua dottrina sociale e ai valori cristiani da trasferire nella politica nazionale. Quindi i partiti che usufruiranno del benefico apporto saranno sicuramente il PDL e l’UDC che entrambe le opzioni ce l’hanno dentro i propri statuti. Non ricordiamo se anche Rutelli e Fini li abbiano previsti ma non ricordiamo di averli visti codificati negli statuti di Fli e Api. Il cristianesimo, nella versione più fortemente cristianista, sta pure di fatto nella politica leghista ma non pensiamo che i vertici vaticani si spingano oltre una vaga benevolenza . Quelle due opzioni fortemente impegnative invece non appaiono nei programmi di SEL, IDV e PD, nonostante che la massiccia presenza di cattolici ci ha spinto spesso a definire il PD Partitus Dei. Non parliamo poi dei radicale che per i preti padroni sono addirittura il demonio. E allora questo punto una domanda sorge spontanea : con chi si shiereranno Bertone e Bagnasco, i due massimi esponenti della presenza e ingerenza politica vaticana in Italia ? Se conosciamo bene la chiesa cattolica le loro preferenze andranno ai leader di PDL e UDC, ma soprattutto a quello più condizionabile per i suoi comportamenti non conformi alla morale cattolica. Non l’etica in generale, perché di quella ai preti non gliene frega niente, ma solo la morale sessuale. In sostanza il leader più peccaminoso è quello da cui i preti padroni possono ottenere le migliori contropartite. Quindi se non potranno sostenere Berlusconi, sfacciato fornicatore e quindi più facilmente condizionabile, dovranno accontentarsi di Casini, convivente more uxorio. Sapremo per chi tifa Bagnasco fra pochi giorni, ma non abbiamo ancora capitro per chi tiferà Bertone. LEGGI

Ratzinger ha stabilito con il suo plenipotenziario in Vaticalia l’agenda politica italiana.

Si è svolto a Castelgandolfo, con un po’ di anticipo rispetto alle abitudini, l’incontro del papa con il generale-cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, il Governo Ombra dei vescovi italiani che controlla e guida il governo uifficiale in carica. Dal 26 settembre, quando il papa sarà in Germania per la sua visita ufficiale, il Governo Ombra dei vescovi italiani si riunirà per la consueta sessione dedicata all’esame della situazione politica italiana e fisserà l’agenda dei provvedimenti già concordati da Bagnasco con il papa. Non è escluso che fra le preghiere dell’introibo e quelle di fine cerimonia l’austero consesso dedichi anche un de profundis al governo Berlusconi.

Eletto per la terza volta il sindaco gay di Berlino.

lunedì, 19 settembre 2011

Sarà lui ad accogliere il papa al suo arrivo a Berlino, ma non sappiamo se in quella occasione, oltre alle personalità del suo seguito, gli presenterà anche il suo compagno. Sarebbe la prima volta che assisteremmo al riconoscimento ufficioso di una coppia gay da parte di un pontefice dell’omofoba chiesa cattolica romana che contro quelle unioni d’amore ha scatenato una compagna planetaria. Forse potrebbe essere trovata una via d’uscita diplomatica se il compagno del sindaco si presentasse con i tacchi a spillo e velato rigorosamente di nero. Ricordiamo che nei due precedenti viaggi del papa la città di Berlino è stata accuratamente evitata, ma stavolta essendo prevista una visita al Parlamento Ratzinger non può fare a meno di visitare la capitale e incontrare il suo sindaco.

Ecco qui un bel Ritratto del sindaco curato da Tiziana Ficacci.

13/10/08 – Ritratto di (signor) sindaco

Klaus Wowereit è sindaco di Berlino, città dove è nato, dal 2001. E’ dell’ala sinistra dell’SPD e molti osservatori prevedono per lui un futuro da primo ministro, specie se il prossimo anno l’attuale capo del dicastero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (SPD) dovesse perdere le elezioni dell’anno prossimo contro Angela Merkel.
In contrasto col suo partito ha formato una coalizione rossa-rossa (SPD-Linke) attirandosi gli anatemi dell’allora cancelliere Gerhard Schroeder. Ma i fatti gli hanno dato ragione: sette anni fa Wowereit ha preso in mano una città con 60 miliardi di € di debiti, e oggi può annunciare che dall’inizio del prossimo anno Berlino sarà in attivo. Inoltre la città è in fiore: gallerie d’arte, musei, discoteche, centri culturali. In seguito alle difficoltà economiche del dopo Muro (’89), Berlino oggi ha imprese leader a livello nazionale e internazionale specialmente nel settore delle nuove tecnologie. Gli stranieri sono tanti e ben il 51% di questi sono disoccupati. Non ci sono stati ad oggi gli scontri che si sono verificati nelle banlieu parigine, anche se a Neukolln, uno dei quartieri più poveri ed a più alta densità di stranieri, i problemi sono lontani dall’essere risolti.
Certamente Wowereit ama la sfida: nel 2006, all’indomani dell’omicidio di una giovane turca uccisa dal fratello che la considerava troppo occidentale, il sindaco (cattolico), ha voluto l’abolizione in tutte le scuole della città dell’ora di religione come materia obbligatoria (può essere richiesta, ma le scuole devono garantirla fuori dall’orario scolastico), sostituendola con una ora di etica. Qualche mese fa si è battuto per la chiusura dell’aeroporto cittadino di Tegel, noto perché lì atterravano gli aerei americani per rifornire Berlino ovest durante il blocco sovietico, ma accettando comunque un referendum indetto da cittadini che lo volevano mantenere. Per la cronaca il referendum è andato nel senso dei desiderata del sindaco. Sicuramente però i berlinesi sono stati messi alla prova nel 2001 quando decise di rivelare la sua serena omosessualità. Decisione che scosse i vertici del suo partito ma che ha lasciato totalmente indifferenti i cittadini. A 56 anni molto ben portati, ha avuto anche una copertina su Men’s Health che l’ha eletto uomo politico meglio vestito della Germania. Insieme ai colleghi Bertrand Delanoe (Parigi), Boris Johnson (Londra), Michael Bloomberg (NY), e il “defunto” Walter Veltroni, fa parte di quei sindaci la cui influenza politica va ben oltre la sfera locale.
Lo vedremo prima o poi Cancelliere? Nel frattempo Berlino diventa sempre più bella, anche grazie alla campagna Be Berlin alla quale tutti i cittadini sono chiamati a contribuire. E sempre più persone, anche nel resto della Germania, lo chiamano Wowi.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

18/9/11 – I confini del ’67

domenica, 18 settembre 2011

Quando Yitzkak Rabin è stato ucciso, il 4 novembre 1995, la Roadmap aveva fatto costanti passi avanti per tre anni e mezzo. La gente ci credeva, accorreva nelle piazze a centinaia di migliaia, com’è avvenuto la sera in cui è stato assassinato Rabin… In prima fila c’erano soprattutto giovani e giovanissimi. Studenti, soldati di leva, liceali. Figli di una Tel Aviv laica e liberale, ragazzi cresciuti all’ombra dell’Intifada, della guerra in Libano e della disillusione generale verso gli ideali sionisti dei padri fondatori. Era la prima generazione lontana dalle ideologie. … Aviv Geffen decise di cantare Livkòt Lehà (piangendo la tua morte) : “è una canzone dedicata a tutti coloro che hanno lottato per la pace ma che non sono qui per vederla”, disse. Finito il numero di Geffen, Rabin e sua moglie Leah andarono a complimentarsi con la rockstar … davanti a tutti il primo ministro gli stampò un bacio in fronte: “Sharta nehedar” disse, “hai cantato benissimo”. Quelle furono le sue ultime parole. Pochi secondi più tardi, un altro giovane, il venticinquenne Ygal Amir, prese la mira e sparò quattro colpi: due colpirono il premier, altri due la guardia del corpo. Erano le nove e mezza di sera. Due ore più tardi la morte di Rabin fu annunciata davanti alla folla raccolta davanti all’ospedale Ichilov di Tel Aviv (Anna Momigliano, Karma Kosher, Marsilio, €13)

La Palestina per troppi rappresenta una scusa per l’inazione. Forse la costituzione di uno Stato riconosciuto alle Nazioni Unite porterebbe quel Paese ad una seria discussione al proprio interno, a comprendere il tempo perso, a capire quali sono i leader arabi che li hanno strumentalizzati fino ad oggi, e, soprattutto, all’isolamento di gruppi fondamentalisti che non spiacciono all’Occidente. Ma, non tutti i palestinesi sono a favore del seggio alle Nazioni Unite: Abu Mazen è smentito dalle divergenze esistenti tra Fatah e Hamas.
Barak Obama, e la molto più preparata Hillary Clinton, dicono che “i territori del ’67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e Palestina”.
I territori del ’67 sono quelli che lo Stato di Israele ottiene nel ’48, dopo che l’Onu decide di dividere l’area del mandato britannico fra arabi ed ebrei, con Gerusalemme città internazionale. Israele approva la soluzione delle Nazioni Unite e il presidente David Ben Gurion proclama l’indipendenza e la nascita dello Stato. I palestinesi la rifiutano e con altri paesi arabi dichiarano guerra al neo Stato perdendola. Per gli israeliani è lo Yom ha Azmaùth (giorno dell’indipendenza) per i palestinesi è la Nakba (catastrofe). Con la risoluzione Onu Israele aveva metà del territorio mandatario, dopo la guerra ne raggiunge quasi i ¾. Questi ¾ (o Green line) sono i territori del ’67. Intanto Gaza viene occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania. Anche durante la crisi di Suez (’56) i confini restano invariati. Durante la guerra dei Sei giorni (’67) Israele occupa tutta l’attuale Cisgiordania , Gerusalemme, Gaza, il Golan e il Sinai. Il Sinai verrà riconsegnato quasi subito, in cambio di un trattato di pace, all’Egitto. Le conquiste territoriali del ’67 non saranno riconosciute dall’Onu. Le risoluzioni 242 e 338 chiedono il ritiro dai territori precedenti al ’67 riconoscendo invece le conquiste del ’48 (i ¾ ). Quei territori sono uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace (almeno da parte israeliana).
Alla metà degli anni Novanta si registra un significativo passo verso la pace: fra il ’94 e il ’96 vengono redatti gli accordi di Oslo con l’impegno di Israele a riconoscere la Palestina e la Palestina a riconoscere Israele. Le speranze muoiono con la bocciatura da parte palestinese della proposta di pace di Camp David nel 2000 – c’era il presidente Usa Bill Clinton, il palestinese Arafat e l’israeliano Barak – e l’avvio dell’intifada. Le immagini che ricordiamo sono Arafat che scende dalla scaletta dell’aereo facendo il gesto della vittoria, le elezioni americane vinte anche per questa sconfitta da Bush, un cinismo tra gli israeliani che ha portato, quasi ininterrottamente, a governi molto litigiosi e di destra in Israele.
Oggi i palestinesi vivono praticamente allo sbando, gli israeliani sono in gran parte disillusi e stanchi. Il presidente Obama sembra incamminato su una montagna di sapone, ma gli israeliani dovrebbero considerare questa proposta. Pragmatica, concreta, realistica.
Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica, ha il diritto di difendersi , ma ha il dovere di non sbagliare.
Sebbene non ci sia motivo di contestare la critica dura, per alcune parti anche condivisibile, che molti critici fanno ad Israele (in toto, non ai suoi governi), riesce difficile credere ad una Ue e ai sedicenti pacifisti che prestano il fianco a leader intrisi di fanatismo religioso, spesso violenti, sempre maschilisti, e a regimi che ignorano sistematicamente i diritti delle persone. C’entrerà pure qualcosa il fatto che l’Ue, in particolare paesi semiteocratici come il nostro, mostrano un attaccamento forte alla religione – che è una disciplina e non un valore spirituale – e vogliono espungere chiunque si trovi a nn condividere la stessa fede. In realtà nella Ue si discriminano anche i musulmani con motivi spesso, anche se non sempre, pretestuosi, che però sono temuti perchè parimenti violenti e quindi più rispettati. E’ incredibile che la religione debba determinare i comportamenti della maggioranza a scapito della democrazia

Tiziana Ficacci, www.nogod.it